Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 1859 le truppe papali compiono le cosiddette "stragi di Perugia".
Un episodio poco noto delle vicende risorgimentali, è quello delle “stragi di Perugia”, un orrendo massacro di civili inermi da parte della soldataglia pontificia dell'allora papa Pio IX.
I fatti si svolgono nel 1859 durante la Seconda Guerra di Indipendenza, quando i franco-piemontesi stavano combattendo in Lombardia per cacciare gli austriaci; fino a quel momento la campagna aveva visto gli alleati sempre vincitori: Montebello (20 maggio), Palestro (31 maggio), Magenta (4 giugno), suscitando l'entusiasmo di quanti con trepidazione seguivano gli avvenimenti della guerra, nella speranza che fosse la volta buona per liberare l'Italia dal dominio straniero. La prima città ad insorgere per sposare la causa italiana fu Firenze, seguita poco dopo da Bologna.
Nella città di Perugia (allora nel territorio dello Stato della Chiesa) esisteva un comitato legato alla Società Nazionale, un'associazione che sosteneva la necessità per l'Italia di arrivare all'indipendenza e all'unità appoggiandosi a Casa Savoia.
Fu così che il 14 giugno il comitato si presentò a monsignor Luigi Giordani, rappresentante del pontefice in città, per chiedere allo Stato Pontificio di abbandonare la politica di neutralità e di appoggiare apertamente la causa italiana. Vedendosi opporre un netto rifiuto, il comitato prese possesso del governo cittadino offrendo l'annessione dell'Umbria al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II.
La reazione non si fece attendere: Pio IX inviò il 1° reggimento estero, duemila mercenari svizzeri al comando del colonnello Schmidt, con l'ordine di riprendere la città ad ogni costo. Ma non bastava: bisognava dare alla cittadinanza una dura lezione, che fosse da monito per chiunque altro avesse in animo di sposare la causa italiana e di ribellarsi all'autorità del papa; in parole povere, la città doveva essere saccheggiata.
Le forze papaline giunsero davanti a Perugia il 20 giugno, e dato che gran parte degli uomini in grado di combattere erano partiti per arruolarsi nell'esercito piemontese (la città umbra fornì per la causa italiana ben ottocento volontari), i pontifici ebbero gioco facile dei difensori, che furono travolti presso Porta San Pietro. A quel punto i soldati del papa entrarono in città.
Le testimonianze su quanto accadde con l'ingresso a Perugia delle forze pontificie sono agghiaccianti. Decine di case furono saccheggiate e chi vi si trovava all'interno fu barbaramente ucciso; furono presi d'assalto persino monasteri, chiese e ospedali, gli stupri non si contarono e parecchi civili inermi furono uccisi a baionettate dai soldati del papa.
In quei giorni a Perugia si trovava una famiglia statunitense, i Perkins, testimoni oculari di quegli avvenimenti, che furono malmenati e derubati dai pontifici; il New York Times riportò la loro testimonianza: “Le truppe infuriate parevano aver ripudiato ogni legge e irrompevano a volontà in tutte le case, commettendo omicidi scioccanti e altre barbarità sugli ospiti indifesi, uomini, donne e bambini”; questa invece la testimonianza dell'ambasciatore statunitense Stockton: “Una soldatesca brutale e mercenaria fu sguinzagliata contro gli abitanti che non facevano resistenza; quando fu finito quel poco di resistenza che era stata fatta, persone inermi e indifese, senza riguardo a età o sesso furono, violando l'uso delle nazioni civili, fucilate a sangue freddo”.
Gli avvenimenti di Perugia ebbero una larga diffusione sui quotidiani di tutto il mondo, e l'immaginario collettivo ne fu fortemente colpito. Giosuè Carducci scrisse il sonetto “Per le stragi di Perugia”, e il poeta statunitense John Whitter scrisse “From Perugia”, per ricordare quanto accaduto.
Pio IX cercò di far passare il messaggio per cui non fu lui ad autorizzare la strage, ma fu iniziativa di altri. E' altamente improbabile però che il pontefice potesse non sapere quanto fosse stato ordinato alle truppe; e comunque in seguito Pio IX istituì la medaglia “Benemerenti per la Presa di Perugia”, riconoscimento da assegnarsi ai soldati che presero parte alla presa della città e quindi alle stragi. Infine, come ricompensa per i suoi servigi, il colonnello Schmidt fu nominato generale di brigata.
Il 24 giugno, pochi giorni dopo i tragici fatti di Perugia, si svolse la battaglia di San Martino e Solferino, che sancì la vittoria definitiva dei franco-piemontesi sull'Austria, inizio della serie di avvenimenti che portarono alla nascita della nuova Italia libera e indipendente. Circa un anno e mezzo dopo, il 4 novembre del 1860, un plebiscito sancì l'annessione dell'Umbria al Regno di Sardegna: votanti 97.708, favorevoli all'annessione 97.040; e il Regio Decreto del 17 dicembre del 1860 citava: “le provincie dell'Umbria fanno parte del Regno d'Italia”.
Nessun Papa, inclusi i contemporanei, ha mai chiesto scusa per questa barbarie.
Cerca nel web
Visualizzazione post con etichetta Perugia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Perugia. Mostra tutti i post
giovedì 20 giugno 2024
domenica 30 ottobre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 ottobre.
Domenica 30 ottobre 1977, a Perugia, nello stadio di Pian di Massiano, si gioca Perugia-Juventus.
Gli umbri, guidati da Ilario Castagner, sono protagonisti di un piccolo miracolo di provincia e benché il campionato tocchi quel giorno appena la quinta giornata, il primo posto in graduatoria a pari merito con le grandi Juventus e Milan ha acceso nuovamente i riflettori su questa nuova realtà del calcio italiano. Fatta di un modulo in qualche modo "totale" (in omaggio alla moda dei tempi), che significa soprattutto una squadra in cui tutti corrono e si sacrificano per il bene comune. E in cui peraltro non mancano individualità magari non di assoluto spicco, ma certo di valore. Se Novellino ha le stimmate del campione, due centrocampisti, il regista Curi e l'interno Vannini, l'uno il più piccolo del torneo (1,65) l'altro l'anima più lunga (1,90), sono considerati esponenti tipici delle migliori qualità della provincia. Hanno classe insomma, e possono portare lontano la squadra.
La partita con la Signora del Trap è di quelle bloccate, martoriata da una pioggia battente, su un terreno zuppo d'acqua, faticosissimo da tenere per i giocatori. Nel primo tempo Curi, uno dei migliori in campo per la puntualità della gestione della manovra, si infortuna leggermente in uno scontro con Causio. Nella ripresa tuttavia rientra, ma dopo cinque minuti, sotto la pioggia, si accascia improvvisamente al suolo.
Il gesticolare disperato dei giocatori juventini accanto a lui, Benetti, Bettega e Scirea, fa pensare a qualcosa di grave, ma nessuno riesce a comprendere, non essendosi visti contrasti di gioco violenti. Arriva la barella, il giocatore esanime viene portato fuori dal campo.
I medici del Perugia gli praticano due iniezioni, il massaggio cardiaco, la respirazione bocca a bocca: Curi è paonazzo, il battito del cuore è inceppato. Mentre la partita, tra compagni e avversari ignari, prosegue, viene caricato su un'autoambulanza e portato al Policlinico di Perugia. Dove tuttavia arriva praticamente cadavere: i tentativi di rianimarlo proseguono per una quarantina dì minuti, finché, alle 16,30 (in lugubre, perfetta contemporaneità con la fine della partita fischiata dall'arbitro Menegali) il giocatore viene dichiarato ufficialmente morto. Una fine terribile per la sua fulmineità.
Riaffiorano i brividi, sull'onda di un singolare scambio via radio. «Scusa Ameri, qui a Perugia...» «Ho già capito tutto, Ciotti, e ti passo la linea». Ma il grande Enrico Ameri non poteva immaginare, come tutti gli sportivi in ascolto quella maledetta domenica, che Sandro Ciotti non chiedeva il collegamento per intervistare qualche personaggio catturato al volo dopo il calcio minuto per minuto, ma per consegnare un terribile annuncio: «Il centrocampista Curi del Perugia è morto».
Come sempre accade, un attimo dopo sì scatenano le polemiche. Si apprende che il giocatore ammetteva senza problemi, scherzandoci su, di avere "il cuore matto", dunque i medici potrebbero avere avuto qualche responsabilità nella sua tragica fine. Perché non gli era stato impedito di mettere a repentaglio la propria vita? E poi: il giocatore era reduce da un infortunio a una caviglia, fino all'ultimo la sua presenza in campo era stata incerta.
Curi era importantissimo per il gioco del Perugia e anche dal punto di vista psicologico contava averlo in campo: suo era stato il gol alla Juventus che nell'ultima giornata del campionato 1975-76 aveva sottratto lo scudetto alla Signora, regalandolo al Torino. «In termini clinici» aveva assicurato il medico del Perugia alla vigilia «il giocatore è perfettamente guarito: le uniche perplessità riguardano la sua attuale tenuta atletica». E allora non era stato forse forzato quel rientro? Due giorni dopo, martedì 1 novembre, la "Gazzetta dello Sport" annuncia: «Curi non è stato fermato in tempo». Decisiva la dichiarazione del professor Severi, autore dell'autopsia: «È stata trovata una malattia cronica del cuore capace di dare morte improvvisa».
Le polemiche sì scatenano furiose, per placarsi a poco a poco, secondo consolidato quanto cinico copione, dopo qualche giorno, sull'urgere dì altre attualità. Il compagno di squadra Lamberto Boranga, portiere e medico, avanza l'ipotesi che il giocatore conoscesse i rischi cui andava incontro, ma li mettesse nel conto della sua passione per il calcio, cui gli sarebbe parso impossibile rinunciare.
Ma chi era Renato Curi? Non un campione nel senso pieno del termine, forse stava diventandolo, come spesso capita al culmine di carriere nate in sordina e costruite con serietà e professionalità anno dopo anno.
Era nato ad Ascoli Piceno il 20 settembre 1953 ed era cresciuto nel Giulianova, con cui aveva esordito in Serie D. Quattro stagioni, con la promozione in C, e il posto da titolare a diciassette anni, segno di un talento autentico. Instancabile motorino di centrocampo, aveva il dono di saper far girare i compagni, trovandosi sempre nel vivo del gioco. A vent'anni, la prima occasione gliel'aveva offerta il Como, ma quella stagione in B non era stata esaltante. Allora lo aveva preso Castagner al Perugia, venendone ripagato con la pronta promozione in A. Un evento storico, così come la brillantissima salvezza dell'anno successivo. L'umile gregario, avanzando l'esperienza, si scopriva regista di eccellente puntualità anche nella massima serie.
In una intervista, così aveva spiegato il "moto perpetuo " del suo gioco: «Non so dire come mai corro tanto. Ho polmoni come gli altri, una certa vocazione per la corsa, da ragazzo ero buon mezzofondista, 800, 1500, 3000 metri. E poi ho un cuore matto, capriccioso. Dicevano che ero malato, pensate un pò. Dal Giulianova al Como ebbi un intoppo. E mi mandarono al Centro Tecnico di Coverciano perché il cuore aveva battiti irregolari. Però è un cuore di atleta, si assesta appena compio degli sforzi. Quando corro, quando mi affatico, i battiti diventano perfetti. Come capitava a Bitossi, il campione ciclista che chiamavano appunto Cuore matto».
La vicenda giudiziaria si trascinò per qualche anno, chiudendosi in primo grado con l'assoluzione e poi in appello con una lieve condanna (un anno coi benefici di legge) per il medico del Perugia e quello del Centro Tecnico di Coverciano. Il pubblico ministero nella sua appassionata arringa aveva detto: «Quando un giocatore entra in una squadra professionistica, diventa solo un numero per tecnici, medici, dirigenti».
Oggi lo stadio di Perugia è intitolato a lui.
Domenica 30 ottobre 1977, a Perugia, nello stadio di Pian di Massiano, si gioca Perugia-Juventus.
Gli umbri, guidati da Ilario Castagner, sono protagonisti di un piccolo miracolo di provincia e benché il campionato tocchi quel giorno appena la quinta giornata, il primo posto in graduatoria a pari merito con le grandi Juventus e Milan ha acceso nuovamente i riflettori su questa nuova realtà del calcio italiano. Fatta di un modulo in qualche modo "totale" (in omaggio alla moda dei tempi), che significa soprattutto una squadra in cui tutti corrono e si sacrificano per il bene comune. E in cui peraltro non mancano individualità magari non di assoluto spicco, ma certo di valore. Se Novellino ha le stimmate del campione, due centrocampisti, il regista Curi e l'interno Vannini, l'uno il più piccolo del torneo (1,65) l'altro l'anima più lunga (1,90), sono considerati esponenti tipici delle migliori qualità della provincia. Hanno classe insomma, e possono portare lontano la squadra.
La partita con la Signora del Trap è di quelle bloccate, martoriata da una pioggia battente, su un terreno zuppo d'acqua, faticosissimo da tenere per i giocatori. Nel primo tempo Curi, uno dei migliori in campo per la puntualità della gestione della manovra, si infortuna leggermente in uno scontro con Causio. Nella ripresa tuttavia rientra, ma dopo cinque minuti, sotto la pioggia, si accascia improvvisamente al suolo.
Il gesticolare disperato dei giocatori juventini accanto a lui, Benetti, Bettega e Scirea, fa pensare a qualcosa di grave, ma nessuno riesce a comprendere, non essendosi visti contrasti di gioco violenti. Arriva la barella, il giocatore esanime viene portato fuori dal campo.
I medici del Perugia gli praticano due iniezioni, il massaggio cardiaco, la respirazione bocca a bocca: Curi è paonazzo, il battito del cuore è inceppato. Mentre la partita, tra compagni e avversari ignari, prosegue, viene caricato su un'autoambulanza e portato al Policlinico di Perugia. Dove tuttavia arriva praticamente cadavere: i tentativi di rianimarlo proseguono per una quarantina dì minuti, finché, alle 16,30 (in lugubre, perfetta contemporaneità con la fine della partita fischiata dall'arbitro Menegali) il giocatore viene dichiarato ufficialmente morto. Una fine terribile per la sua fulmineità.
Riaffiorano i brividi, sull'onda di un singolare scambio via radio. «Scusa Ameri, qui a Perugia...» «Ho già capito tutto, Ciotti, e ti passo la linea». Ma il grande Enrico Ameri non poteva immaginare, come tutti gli sportivi in ascolto quella maledetta domenica, che Sandro Ciotti non chiedeva il collegamento per intervistare qualche personaggio catturato al volo dopo il calcio minuto per minuto, ma per consegnare un terribile annuncio: «Il centrocampista Curi del Perugia è morto».
Come sempre accade, un attimo dopo sì scatenano le polemiche. Si apprende che il giocatore ammetteva senza problemi, scherzandoci su, di avere "il cuore matto", dunque i medici potrebbero avere avuto qualche responsabilità nella sua tragica fine. Perché non gli era stato impedito di mettere a repentaglio la propria vita? E poi: il giocatore era reduce da un infortunio a una caviglia, fino all'ultimo la sua presenza in campo era stata incerta.
Curi era importantissimo per il gioco del Perugia e anche dal punto di vista psicologico contava averlo in campo: suo era stato il gol alla Juventus che nell'ultima giornata del campionato 1975-76 aveva sottratto lo scudetto alla Signora, regalandolo al Torino. «In termini clinici» aveva assicurato il medico del Perugia alla vigilia «il giocatore è perfettamente guarito: le uniche perplessità riguardano la sua attuale tenuta atletica». E allora non era stato forse forzato quel rientro? Due giorni dopo, martedì 1 novembre, la "Gazzetta dello Sport" annuncia: «Curi non è stato fermato in tempo». Decisiva la dichiarazione del professor Severi, autore dell'autopsia: «È stata trovata una malattia cronica del cuore capace di dare morte improvvisa».
Le polemiche sì scatenano furiose, per placarsi a poco a poco, secondo consolidato quanto cinico copione, dopo qualche giorno, sull'urgere dì altre attualità. Il compagno di squadra Lamberto Boranga, portiere e medico, avanza l'ipotesi che il giocatore conoscesse i rischi cui andava incontro, ma li mettesse nel conto della sua passione per il calcio, cui gli sarebbe parso impossibile rinunciare.
Ma chi era Renato Curi? Non un campione nel senso pieno del termine, forse stava diventandolo, come spesso capita al culmine di carriere nate in sordina e costruite con serietà e professionalità anno dopo anno.
Era nato ad Ascoli Piceno il 20 settembre 1953 ed era cresciuto nel Giulianova, con cui aveva esordito in Serie D. Quattro stagioni, con la promozione in C, e il posto da titolare a diciassette anni, segno di un talento autentico. Instancabile motorino di centrocampo, aveva il dono di saper far girare i compagni, trovandosi sempre nel vivo del gioco. A vent'anni, la prima occasione gliel'aveva offerta il Como, ma quella stagione in B non era stata esaltante. Allora lo aveva preso Castagner al Perugia, venendone ripagato con la pronta promozione in A. Un evento storico, così come la brillantissima salvezza dell'anno successivo. L'umile gregario, avanzando l'esperienza, si scopriva regista di eccellente puntualità anche nella massima serie.
In una intervista, così aveva spiegato il "moto perpetuo " del suo gioco: «Non so dire come mai corro tanto. Ho polmoni come gli altri, una certa vocazione per la corsa, da ragazzo ero buon mezzofondista, 800, 1500, 3000 metri. E poi ho un cuore matto, capriccioso. Dicevano che ero malato, pensate un pò. Dal Giulianova al Como ebbi un intoppo. E mi mandarono al Centro Tecnico di Coverciano perché il cuore aveva battiti irregolari. Però è un cuore di atleta, si assesta appena compio degli sforzi. Quando corro, quando mi affatico, i battiti diventano perfetti. Come capitava a Bitossi, il campione ciclista che chiamavano appunto Cuore matto».
La vicenda giudiziaria si trascinò per qualche anno, chiudendosi in primo grado con l'assoluzione e poi in appello con una lieve condanna (un anno coi benefici di legge) per il medico del Perugia e quello del Centro Tecnico di Coverciano. Il pubblico ministero nella sua appassionata arringa aveva detto: «Quando un giocatore entra in una squadra professionistica, diventa solo un numero per tecnici, medici, dirigenti».
Oggi lo stadio di Perugia è intitolato a lui.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Cerca nel blog
Archivio blog
-
▼
2026
(256)
-
▼
settembre
(12)
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- 33 anni di Amico Rom
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
-
▼
settembre
(12)
