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venerdì 20 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 marzo.
Il 20 marzo 1994 Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin furono uccisi mentre si trovavano a Mogadiscio come inviati del TG3 per seguire la guerra civile somala e per indagare su un traffico d'armi e di rifiuti tossici illegali in cui probabilmente la stessa Alpi aveva scoperto che erano coinvolti anche l'esercito ed altre istituzioni italiane. Nel novembre precedente era stato ucciso sempre in Somalia, in circostanze misteriose il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano.
La perizia della polizia scientifica ricostruì la dinamica dell'azione criminale, stabilendo che i colpi sparati dai kalashnikov erano indirizzati alle vittime, poiché l'autista e la guardia del corpo rimasero indenni.
Secondo alcune interpretazioni, i due giornalisti avrebbero scoperto un traffico internazionale di veleni, rifiuti tossici e radioattivi prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell'Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate coi gruppi politici locali. La commissione non ha però approfondito la possibilità che l'omicidio possa essere stato commesso per le informazioni raccolte dalla Alpi sui traffici di armi e di rifiuti tossici, che avrebbero coinvolto anche personalità dell'economia italiana.
Sulla "scena del delitto" erano presenti due troupes televisive: quella della Svizzera italiana (RTSI) ed una americana (ABC).
Le immagini che ci sono giunte, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin colpiti ed accasciati nell'abitacolo del loro fuoristrada, sono state girate dall'operatore dell'Abc, di origine greca, trovato ucciso qualche mese dopo a Kabul in una stanza d'albergo. Vittorio Lenzi, operatore della troupe svizzera-italiana è rimasto vittima di un incidente stradale sul lungolago di Lugano (mai chiarito del tutto nella dinamica).
Lo stesso singolo proiettile, proveniente secondo la perizia balistica da un fucile a lungo raggio di fabbricazione russa, avrebbe colpito entrambe le vittime mancando però la loro scorta, uscita indenne dalla sparatoria. Questa ricostruzione dell'agguato si sposa difficilmente con la tesi di un eventuale rapimento, degenerato in tragedia.
Ad ulteriore conferma dei dubbi che avvolgono il caso, appare anomalo nell'eventualità di una rapina o di un rapimento che le vittime non siano state derubate dei loro soldi. I genitori di Ilaria Alpi lamentano inoltre la mancanza di alcuni effetti personali nell'inventario restituito, e in particolare una parte consistente dei suoi taccuini di appunti.
I corpi sono riportati in Italia a bordo della nave ammiraglia Garibaldi assieme al materiale girato, gli appunti della giornalista, ma nessuna delle possibili fonti d'indizio sembra fornire elementi decisivi per far luce sul caso. Le indagini condotte dalla polizia somala si sono immediatamente arenate su vaghe ipotesi investigative, e nessun particolare degno di significato pare far luce sulla dinamica del duplice omicidio, salvo le ultime indiscrezioni emerse a quattordici anni di distanza e riportate da “Chi l'ha visto?”.
La missione UNOSOM II si conclude definitivamente nel 1995, lasciando la martoriata Somalia in balia dei clan; in due anni cadono nei territori della ex colonia 13 militari italiani, ma dopo il ritorno in patria l'operato del contingente di pace è investito dalle polemiche: secondo immagini terribili, pubblicate già nel giugno 1993 dal settimanale “Epoca” e poi riprese da “Panorama” nel 1997, i nostri soldati avrebbero inflitto violenze e torture a dei prigionieri somali.
Il maresciallo dei Carabinieri Francesco Aloi, che ha fornito importanti rivelazioni su questo scandalo, è intervenuto anche sul caso Alpi, riportando una confidenza che Ilaria gli avrebbe fatto durante i difficili giorni a Mogadiscio: “Non ho paura dei somali, ma degli italiani”.
Il 12 gennaio 1998 viene arrestato il somalo Hashi Omar Hassan, giunto in Italia per deporre sulla vicenda delle torture e riconosciuto dall'autista che accompagnava Alpi e Hrovatin sul pick up Toyota dove hanno trovato la morte. Assolto nel 1999, Hassan viene condannato nel 2000 all'ergastolo dalla Corte d'Assise e d'Appello di Roma, ma nel 2001 la Corte di Cassazione stempera la condanna dalle aggravanti della premeditazione, tuttavia nel 2015 il suo processo viene rivisto, portando l'anno successivo alla sua assoluzione, dopo aver scontato 17 dei 26 anni di carcere a cui era stato condannato
La Commissione parlamentare d'Inchiesta sul caso, insediata a dieci anni dall'omicidio nel gennaio del 2004 e presieduta dall'avvocato Carlo Taormina, conclude i propri lavori dopo due anni presentando, il 23 febbraio 2006, due relazioni dal contenuto contrastante.
Sostanzialmente, mentre la Presidenza della Commissione ritiene l'agguato un fallito rapimento, una tragica fatalità dovuta all'accidentale incontro delle vittime con una banda di criminali locali, la conclusione di minoranza, di segno opposto, lascia spazio alla triste eventualità dell'agguato premeditato contro dei testimoni scomodi.
Il procedere delle indagini è altrettanto controverso, dato l'insolito zelo con cui sono disposte perquisizioni ed intercettazioni, in particolare verso numerosi professionisti della stampa come Maurizio Torrealta (collega di Alpi), e mentre giungono da più parti rimostranze circa la costituzionalità dei provvedimenti, i titolari della Commissione lamentano depistaggi e interferenze, rifiutando nel settembre 2005 alla Procura di Roma l'autorizzazione a partecipare alla perizia sull'autovettura dove Alpi e Hrovatin sono stati colpiti. La Corte Costituzionale ha sanzionato, il 15 febbraio 2008, tale disposizione.
Il GIP Emanuele Cersosimo riapre l'inchiesta il 3 dicembre 2007, nella convinzione che esista un legame tra il duplice omicidio e le tangenti, i loschi affari orbitanti attorno alla cooperazione internazionale in un paese governato dai signori della guerra, e rifiuta, dopo un esame delle prove finora raccolte anche nell'ambito della Commissione parlamentare, la domanda di archiviazione avanzata dalla Procura di Roma.
Pertanto, accogliendo le richieste dei familiari delle vittime che si sono costituiti parte civile, vengono concessi ai Pubblici Ministeri ulteriori sei mesi per proseguire le indagini.
L'ordinanza del giudice apre all'ipotesi, definita come “più probabile ricostruzione”, dell'omicidio su commissione in seguito alle indagini condotte da Alpi su presunti traffici illeciti di armi e rifiuti tossici, che avrebbero coinvolto anche l'Italia.
Nel gennaio 2011 la Commissione parlamentare annuncia la riapertura delle indagini sul caso.

venerdì 2 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi





Buongiorno, oggi è il 2 gennaio.
Il 2 gennaio del 1995 moriva in Nigeria per una crisi cardiaca Siad Barre, il grande dittatore della Somalia.
Generale e uomo politico somalo nato nel 1919, ufficiale di carriera uscito dall'Accademia militare italiana, diventò, nel 1965, comandante col grado di generale. Di vocazione socialista, organizzò nell'ottobre 1969 un colpo di stato che lo portò al potere. Deciso a combattere il tribalismo, la corruzione e il malgoverno all'insegna del socialismo scientifico, strinse rapporti di collaborazione con l'URSS sul piano economico e militare. Fautore dell'annessione dei territori abitati da genti somale, e in particolare dell'Ogaden, dette il suo appoggio al Movimento di liberazione che, passato all'offensiva dopo la rivoluzione di Addis Abeba del 1974, riuscì a impadronirsi delle zone rivendicate, spingendosi fino alle porte di Harar. Ma l'appoggio dato da Mosca all'Etiopia portò Siad Barre a denunciare nel 1977 l'alleanza con l'URSS. Da quella data Siad Barre impresse al suo potere un carattere sempre più dispotico, ciò che determinò la nascita dei primi movimenti armati di opposizione. Nonostante i larghi aiuti economici, forniti particolarmente dall'Italia, il regime di Siad Barre si caratterizzò per la corruzione dilagante e la ferocia della repressione nei confronti dei clan considerati ostili. Ormai completamente isolato, il tiranno fu costretto alla fuga, nel gennaio 1991, dall'insurrezione della popolazione di Mogadiscio. Dopo inutili quanto sanguinosi tentativi di tornare al potere Siad Barre, che si era rifugiato nel suo territorio di origine (Ghedo), abbandonò definitivamente la Somalia e cercò scampo in Nigeria nel 1992, dove morì 3 anni dopo.
Dalla caduta di Siad Barre, in Somalia vi sono stati 13 tentativi di ristabilire un governo efficace, ma a tutt'oggi non è stato raggiunto un accordo nelle conferenze di pace e non si è affermato nessun leader nazionale capace di creare una qualsiasi forma di governo.

giovedì 11 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 gennaio.
L'11 gennaio 1948 ebbe luogo il cosiddetto eccidio di Mogadiscio.
Come è noto, la Somalia era colonia italiana e quindi, anche dopo la guerra, di italiani ne erano rimasti moltissimi, soprattutto nella capitale.
Dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale e la disfatta dell’Italia in Africa, la Somalia venne occupata dalle truppe inglesi, che già possedevano il vicino Somaliland e il confinante Kenya. Londra istituì un governatorato piuttosto ostile agli italiani residenti. Tanto che confiscò tutte le armi agli italiani, circostanza che ebbe poi una certa rilevanza, come vedremo. In quei giorni arrivò a Mogadiscio la cosiddetta Commissione Quadripartita, un organismo dell’Onu che avrebbe dovuto stabilire il destino della Somalia. A detta dei testimoni italiani, l’amministrazione britannica fu durissima: c’era fame, disordine, miseria, e sia italiani sia somali dovevano lavorare duramente per paghe bassissime.
La Commissione Onu fu accolta da una gigantesca manifestazione di somali che chiedevano l’amministrazione italiana, cosa che indispettì le autorità britanniche. In Somalia operava anche un’associazione radicale, la Lega dei giovani somali, nazionalista esasperata, fautrice della cacciata di tutti gli stranieri, e in particolare degli italiani, dalla Somalia. La Lega era foraggiata e finanziata dagli inglesi.
Per quell’11 gennaio erano previste due manifestazioni: una dei pro-italiani e degli italiani, e una della Lega dei giovani somali. A quanto pare all’ultimo momento la gendarmeria inglese, della quale facevano parte per oltre la metà dei componenti esponenti della Lega dei giovani somali, proibì la manifestazione italiana, consentendo solo quella dei radicali anti-italiani. A questa seconda manifestazione erano stati trasportati, a cura degli inglesi, centinaia di elementi di fuori Mogadiscio e sembra anche stranieri, in particolare militari kenioti pro-inglesi allo scopo di creare disordini. E così fu: verso le 11 della mattina ci fu un’improvvisa quanto inaspettata esplosione di violenza nei confronti degli italiani, che furono massacrati là dove si trovavano: per le strade, nei negozi, nei bar e soprattutto nelle loro abitazioni, e con loro i somali che provarono a difenderli: donne, bambini, anziani, nessuno fu risparmiato. E gli italiani non poterono neanche difendersi perché non avevano più armi. Esponenti della gendarmeria al servizio degli inglesi furono visti non solo non impedire le violenze ma addirittura parteciparvi. Alcune centinaia di italiani si salvarono riparando nella cattedrale e in qualche hotel. Alla fine della mattinata si contarono 54 italiani e 14 somali morti, oltre a decine e decine di feriti. Le case che esponevano il tricolore, i luoghi di ritrovo, le associazioni, gli impianti sportivi frequentati dai nostri connazionali furono devastati e saccheggiati. Ci furono scene di ferocia inaudita, violenze e omicidi all’arma bianca.
Il 13 gennaio un comunicato ufficiale della Gendarmeria britannica parlerà di un assalto da parte di altri somali legati agli italiani, armati di lance, clave ed archi, al corteo della Lega dei Giovani Somali che ne avrebbero scatenato la rabbiosa reazione. Gli italiani, invece, riferirono di numerosi individui della Somalia Britannica o addirittura kenioti presenti tra i manifestanti e testimoniarono l'arrivo di numerosi militari indigeni, fatti affluire appunto dal Kenya o dalla Somalia Britannica, presso l'Aeroporto internazionale di Mogadiscio nei giorni precedenti al massacro. Secondo quanto rivelato molti anni dopo a Claudio Pacifico, consigliere italiano in Somalia fino al 1991, gli autori della strage sarebbero stati militari e civili fatti affluire dalle vicine colonie appositamente dal Comando Inglese. Da parte del Governo italiano ci fu un'energica reazione ufficiale con la messa in stato d'accusa delle locali autorità britanniche d'occupazione.
Gli inglesi, come detto, non intervennero, se non alla fine della giornata per rimuovere i cadaveri dalle strade. Nei giorni seguenti gli italiani furono rinchiusi in un campo di concentramento. Una volta liberati, quasi tutti decisero di rientrare in Italia, dove arrivarono al porto di Napoli.
 Le spoglie vennero ricomposte in casse di legno e sistemate nel cimitero italiano di Mogadiscio. Nel 1951, nel periodo dell’amministrazione fiduciaria italiana vi fu eretto un monumento-ossario, che però, dopo l’indipendenza, fu smantellato dal governo somalo. Nel 1968, poi, l’Italia decise di rimpatriare tutte le salme dei Caduti in Africa Orientale, compresi i morti nell’eccidio.
Solo in un periodo successivo, gli inglesi formarono una commissione di inchiesta, la Commissione Flaxman, che era un generale, dal cui rapporto emersero inequivocabilmente le responsabilità britanniche nell’eccidio.

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