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sabato 25 maggio 2013

POZZANGHERA

 di Giulia Rossi Giuliana Ravaglia




Ti guardo
Nello spazio insolente d’un miraggio d’intesa
Oltre la tunica azzurra che il vento modella sul tuo corpo di loto
Plastico
Libertino
Come straniero al galoppo su fuochi di corallo nell’aria scucita che strega la luna
Lo sguardo fiero d’ un predone guerriero
Oasi silente di voli clandestini
In attesa
Al di là del tempo
Senza tempo
Nel deserto chiaro d’un cielo muto

Ti guardo
Incrocio il tuo sorriso che scivola sul collo
Lieve
Arruffato di voglia
Orizzonte in festa che espande la notte
Curioso folletto specchio di pudori
Antichi
Eppure così nuovi
Vicini
Come i tuoi occhi
Persi fra le labbra in vago abbandono
Appesi al ritmo scalzo che morde la goccia
Lenta
Sulla bocca nuda
Pozzanghera aperta ai segreti
Infuocata e vaporosa
Ebbra di malizia vergine e pagana

Ti guardo
Scorro un dito sull’orlo rotondo mentre dondoli superbo nella notte padrona
Codice segreto adagiato nel mistero
All’ombra d’un respiro che abbandona la riva
Inquieto
Malandrino
Profilo d’acqua
Denso
Nel suono rosso dell’amore

L'INCONTRO

 di Giulia Rossi Giuliana Ravaglia



 L’ho incontrato una notte di febbraio.
Una di quelle notti inutili che trascorrono senza tempo in una stanza qualunque. Quando il profumo della pioggia preme sui vetri come salsedine allo sbaraglio.
E sull'argine dell'anima scende l'odore del silenzio.
Se ne stava accucciato nei suoi pensieri protetto da un cieco pastrano che si era diligentemente costruito addosso.
Una seconda pelle.
La quiete.
La sua maschera viola. L’aria sprezzante d’un vento infingardo che s'adagia frusciando fra tegole mute e cocci di resina.
Chiacchierava discreto con quel fare bastardo di chi dice una cosa e ne pensa un’altra.
Parole vaghe. Scontate. Ingoiate.
Come il suo riso.
Tentativo maldestro di cancellare privilegi e divorare distanze.
Un riso inquieto.
Come il mio tempo.

Era lì, di fronte a me, fra sorrisi bugiardi e falsi pudori scolpiti in sussurri d’ipocrisia.
Lui.
Una copia d’autore.
Falsa.
Lo sguardo no.
Sottile impalpabile vero.
Se ne andava per conto suo fra arabeschi di more in attesa di un’estate colma di seni e di vagabondi sapori.
Mi guardava.
Occhi bucati.
Dentro.
Lo guardavo.
Si mordeva il labbro inferiore.
Senza sosta.
Un gesto ritmico.
Assurdo e voglioso.
Quasi una sfida.
O un invito.
Mentre gli occhi penetravano la forma d’un tempo senza barriere.
Fessure dischiuse a vegliare tempeste.
Come la notte che s'infiltra sovrana fra teoremi d'inchiostro ed amaro fragore.
Come una luna sazia di sole in un corpo smarrito.
All’apparenza.
La pelle no.
Liscia.
La sua pelle.
Densa di voglia.
Protesa verso l’ignoto come vergine sgualdrina.
Vortice e vertigine.
Virtù nera
Da sfamare...

SENZA RADICI

di Giulia Rossi Giuliana Ravaglia





Sono qui
Nella brezza impetuosa che srotola l'aria
Appesa al rumore che incalza l’attesa
Immersa nel tempo della tua voce
Nell'incanto d'un attimo che galoppa furtivo
Nell'istante pagano che squarcia la sera
Sul cancello che limita il giorno
Sono qui
Mano protesa sulla pelle straniera nel solco fiorito
d’un ventre impaziente
Larga carezza che corre sinuosa lungo il sentiero d’un tango di spose
Nel corto respiro che sciaborda l'intesa
Nel silenzio caldo che penetra l'ombra
Che rotola denso
Che beve l'aurora
Sono qui
Fruscio di sogni incollati al mistero
Nel sapore beffardo che mescola l’onda
Che danza l’oro dei girasoli
Che imbriglia speranze
Che vibra d’alloro
Fermaglio gitano sul bordo del cuore
Sulla candida gola
Luna ruffiana che inciampa il mio tempo
Che scosta le tende
Che s’inarca ad oriente
Nell’ansia insolente che ingabbia la pioggia
Nel soffuso clamore d'un cappio d'argento
Sono qui
Senza radici
Oltre la siepe che spoglia segreti
Che intinge ghirlande in nude canzoni
Che tracima colori sui fianchi di maggio
Fragore di mango che preme sul fiume
Gemma che trema
Che sfascia la riva
Vertigine muta
Odore di cedro
Altrove
Dove nevica il sole

IL RUMORE DELLE ROSE

 di Giulia Rossi Giuliana Ravaglia



 Sull’orlo del prato, a due passi dal bosco che si apriva a ventaglio verso la rupe, sgusciava un ruscello che rotolava a perdifiato lungo i fianchi scoscesi d’un sentiero azzurrino.
Piccole cascate bianche sciabordavano di neve sui rovi clandestini.
Oasi di lino nascoste fra le dita del sottobosco.
Limpide.
Capricciose.
Argentine.
Come nubi senz’ali sull’orlo d’un precipizio.
Geometrie scomposte a braccetto con l’aurora.
Protese verso il seno della valle.
Di spalle a un cespuglio rosato, a ridosso d’una grotta scavata nella roccia,
giocava una sorgente.
Acqua chiara sgorgava fra il muschio che rideva di primule aperte all’orizzonte.
Briciole di pioggia pura e cristallina.
Dipinte dalla luce.
Dall’aria rosa.
Dalla folgore del tempo.
Di fronte al profilo mosso accovacciato sulla riva.
La casa nella roccia occhieggiava inaccessibile avvolta nel silenzio d’una tana addormentata, oltre gli spigoli bianchi d’un vuoto rappreso.
Muta.
Senza entrata.
Una tenda verde svettava potente fra gli arbusti scalzi .
A proteggere la distanza d’una cella di segreti.
A nascondere l’ombra che danzava nella grotta.
Incollata al succo ambrato d’un fruscio di misteri.
Ma nel tessuto d’edera lucente ,ingabbiato dalle liane aggrovigliate, s’intravedeva il sospetto d’un passaggio.
Un filo di fumo tracimava dall’orlo.
Curvo.
Sinuoso.
Denso di resa.
Richiamo di vetro in un ventre d’inchiostro.
Folletto malandrino sul greto dell’alba.
La sorgente colava lieve nell’ansia silente di parole scarlatte.
Si adagiava fra i seni gonfi e spavaldi nell’incanto viola di un capriccio di fiaba.
Tiepido mare nel prato d’organza.
Fremito dolce.
Quieto.
Stretto di luce.
Acqua di mele a lambire la gola mentre il capo reclinato all’indietro ghermiva quel fumo che abbaiava alla luna.
Morbido grido sulla bocca di corallo.
Spazio oltre la meta annodato fra i capelli.
Impetuoso.
Beffardo.
Libertino.
Nebbia gialla nell’istante cieco che spumeggia la marea.
Che scroscia bastardo nella festa che abbaglia.
Che galoppa ribelle nell’ebbrezza che divora.
Fuga di maggio fra i passi dell’oblio.
Cuore senza pelle.
Appeso al rumore delle rose.

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