Buongiorno, oggi è il 20 aprile.
Il 20 aprile 2013 Giorgio Napolitano, primo nella storia della Repubblica Italiana, viene eletto per un secondo mandato da Presidente.
Giorgio Napolitano nasce a Napoli il giorno 29 giugno 1925. Laureatosi in giurisprudenza alla fine del 1947 presso l'Università di Napoli, già dal 1945-1946 è attivo nel movimento per i Consigli studenteschi di Facoltà e delegato al 1° Congresso nazionale universitario.
Fin dal 1942, a Napoli, iscrittosi all'Università, fa parte di un gruppo di giovani antifascisti che aderisce, nel 1945, al Partito comunista italiano, di cui Napolitano sarà militante e poi dirigente fino alla costituzione del partito democratico della sinistra.
Dall'autunno del 1946 alla primavera del 1948 Giorgio Napolitano fa parte della segreteria del Centro Economico Italiano per il Mezzogiorno presieduto dal senatore Paratore. Partecipa poi attivamente al Movimento per la Rinascita del Mezzogiorno fin dalla sua nascita (dicembre 1947) e per oltre dieci anni.
Viene eletto alla Camera dei deputati per la prima volta nel 1953 e ne farà parte - tranne che nella IV legislatura - fino al 1996, riconfermato sempre nella circoscrizione di Napoli.
La sua attività parlamentare si svolge nella fase iniziale in seno alla Commissione Bilancio e Partecipazioni Statali, concentrandosi - anche nei dibattiti in Assemblea - sui problemi dello sviluppo del Mezzogiorno e sui temi della politica economica nazionale.
Nella VIII (dal 1981) e nella IX Legislatura (fino al 1986) è Presidente del Gruppo dei deputati comunisti.
Negli anni '80 si impegna sui problemi della politica internazionale ed europea, sia nella Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati, sia come membro (1984-1992 e 1994-1996) della delegazione italiana all'Assemblea dell'Atlantico del Nord, sia attraverso molteplici iniziative di carattere politico e culturale.
Già a partire dagli anni '70 svolge vaste attività di conferenze all'estero: negli istituti di politica internazionale in Gran Bretagna e in Germania, presso numerose Università degli Stati Uniti (Harvard, Princeton, Yale, Chicago, Berkeley, SAIS e CSIS di Washington).
Dal 1989 al 1992 è membro del Parlamento europeo.
Nell'XI legislatura, il 3 giugno 1992, Giorgio Napolitano viene eletto Presidente della Camera dei deputati, restando in carica fino alla conclusione della legislatura nell'aprile del 1994.
Nella XII legislatura fa parte della Commissione affari esteri ed è Presidente della Commissione speciale per il riordino del settore radiotelevisivo.
Nella XIII legislatura è Ministro dell'interno e per il coordinamento della protezione civile nel Governo Prodi, dal maggio 1996 all'ottobre 1998.
Dal 1995 è Presidente del Consiglio Italiano del Movimento europeo.
Dal giugno 1999 al giugno 2004 è Presidente della Commissione per gli Affari costituzionali del Parlamento europeo.
Nella XIV legislatura, viene nominato Presidente della Fondazione della Camera dei deputati dal Presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, mantenendo l'incarico fino alla conclusione della legislatura.
Nominato senatore a vita il 23 settembre 2005 dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Napolitano gli succede il 10 maggio 2006 quando viene eletto Presidente della Repubblica Italiana con 543 voti. Presta giuramento il 15 maggio 2006.
La sua dedizione alla causa della democrazia parlamentare e il suo contributo al riavvicinamento tra la sinistra italiana e il socialismo europeo, gli valgono il conferimento - nel 1997 ad Hannover - del premio internazionale Leibniz-Ring per l'impegno "di tutta una vita".
Nel 2004 l'Università degli Studi di Bari gli conferisce la laurea honoris causa in scienze politiche.
Giorgio Napolitano ha collaborato in particolare alla rivista "Società" e (dal 1954 al 1960) alla rivista "Cronache meridionali" con saggi sul dibattito meridionalista dopo la Liberazione e sul pensiero di Guido Dorso, sulle politiche di riforma agraria e sulle tesi di Manlio Rossi-Doria, sull'industrializzazione del Mezzogiorno.
Nel 1962 ha pubblicato il suo primo libro "Movimento operaio e industria di Stato", con particolare riferimento alle elaborazioni di Pasquale Saraceno.
Nel 1975 ha pubblicato il libro "Intervista sul PCI" con Eric Hobsbawm, tradotto in oltre dieci paesi.
Del 1979 è il libro "In mezzo al guado" riferito al periodo della solidarietà democratica (1976-79), durante il quale fu portavoce del PCI e tenne i rapporti con il governo Andreotti sui temi dell'economia e del sindacato.
Il libro "Oltre i vecchi confini" del 1988 ha affrontato le problematiche emerse negli anni del disgelo tra Est e Ovest, con la presidenza Reagan negli USA e la leadership di Gorbaciov nell'URSS.
Nel libro "Al di là del guado: la scelta riformista" sono raccolti gli interventi dal 1986 al 1990.
Nel libro "Europa e America dopo l'89", del 1992, sono raccolte le conferenze tenute negli Stati Uniti dopo la caduta del muro di Berlino e dei regimi comunisti in Europa centrale e orientale.
Nel 1994 ha pubblicato il libro, in parte sotto forma di diario, "Dove va la Repubblica - Una transizione incompiuta" dedicato agli anni della XI legislatura, vissuta come Presidente della Camera dei Deputati.
Nel 2002, ha pubblicato il libro una "Europa politica", nel pieno del suo impegno come Presidente della Commissione per gli Affari costituzionali del Parlamento europeo.
Poi ancora: Dal PCI al socialismo europeo. Un'autobiografia politica, Roma-Bari, Laterza, 2005.
Una transizione incompiuta?, Milano, BUR, 2006.
Altiero Spinelli e l'Europa, Bologna, Il mulino, 2007.
Una e indivisibile. Riflessioni sui 150 anni della nostra Italia, Roma, Rizzoli, 2011.
Il Dio ignoto, con Gianfranco Ravasi e con Ferruccio de Bortoli, Milano, Corriere della Sera, 2013.
La via maestra. L'Europa e il ruolo dell'Italia nel mondo, conversazione con Federico Rampini, Milano, Mondadori, 2013.
La fine del suo mandato di Presidente della Repubblica coincide con il periodo successivo alle elezioni politiche del 2013; i risultati di tali elezioni vedono il Pd vincitore ma con misura esigua rispetto ai partiti avversari Pdl e Movimento 5 Stelle; il disastroso tentativo dei partiti di trovare ed eleggere un nuovo Presidente, porta Napolitano a ricandidarsi per un secondo mandato. Per la prima volta nella storia della Repubblica uno stesso presidente rimane in carica per due volte consecutive: il giorno 20 aprile 2013, Giorgio Napolitano viene nuovamente eletto. Si dimette dalla carica il 14 gennaio 2015, all'indomani del termine del semestre che ha visto l'Italia alla guida del Consiglio Europeo.
E' il presidente della Repubblica più longevo, con i suoi 97 anni.
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giovedì 20 aprile 2023
venerdì 12 novembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 novembre.
Il 12 novembre 2011 Silvio Berlusconi sale al Quirinale e rassegna le proprie dimissioni da capo del governo.
In una giornata tesissima, dopo l'approvazione della legge di stabilità alla camera, il presidente del Consiglio è salito al Colle intorno alle 21, tra le grida della folla che urlava "buffone", "in galera" e lanciava monetine, per rimettere il mandato nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, aprendo così formalmente la crisi di governo.
È la fine del quarto governo Berlusconi, di un'era e di una stagione politica durata quasi 20 anni. E l'inizio, per molti, della Terza Repubblica.
La conferma ufficiale delle dimissioni è stata accolta in piazza del Quirinale da fischi e urla di gioia. Un lungo applauso, tricolori sventolanti, bottiglie stappate. Intanto, il premier dimissionario lasciava il Colle da un'uscita secondaria per fare rientro nella sua residenza privata, a Palazzo Grazioli. Già dal giorno successivo sono iniziate le consultazioni del presidente della Repubblica, atto preparatorio per la formazione di un nuovo governo.
Le dimissioni di Berlusconi sono arrivate al termine di dodici ore dense di appuntamenti, scandite da attese e incontri. Con il via libera definitivo della Camera, in seconda lettura e senza modifiche, al ddl di stabilità già licenziato dal Senato - 380 sì, 26 contrari e due astenuti - i provvedimenti in adempimento agli impegni Ue del governo Berlusconi sono stati recepiti nella nuova legge di stabilità. Si è compiuto così l'ultimo atto parlamentare del governo Berlusconi prima delle dimissioni, decise il martedì precedente, il 7, al Quirinale dal presidente del Consiglio dopo il voto della Camera sul rendiconto generale, su cui la maggioranza a Montecitorio si è fermata a 308.
Dopo il sì alla legge di stabilità, è arrivato quello al ddl di bilancio e alla nota di variazione, con 379 voti a favore, 26 contrari e 2 astensioni. Oltre a Lega e Pdl, i sì sono arrivati dall'opposizione del Terzo polo, i no da Italia dei valori, mentre il Pd non ha partecipato al voto.
La seduta alla Camera è stata segnata da un clima rovente all'interno e dalle contestazioni della folla, fuori da Montecitorio e in Piazza Colonna: centinaia di persone hanno esposto cartelli di protesta, urlando "dimissioni", "vergogna" e "buffone" al premier. Stessa scena davanti al Quirinale, all'arrivo del Cavaliere per l'atto formale delle dimissioni. In aula, invece, Berlusconi ha incassato applausi dai deputati del Pdl. Freddi, invece, i deputati leghisti, rimasti immobili al loro posto.
Momenti concitati si sono avuti durante le dichiarazioni di voto: il capogruppo del Pd Dario Franceschini ha parlato della fine di un'era, di cui Berlusconi è stato spartiacque e della necessità di ricostruire sulle macerie. "Tutti noi singoli deputati siamo chiamati a questo percorso di ricostruzione", ha detto. Mentre il suo intervento veniva applaudito dai banchi del centrosinistra, dai settori della Lega sono partite le urla di deputati che chiedevano "elezioni, elezioni".
Situazione analoga, al contrario, quando ha preso la parola Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl: stavolta è stato il Pd a scandire, urlando, "dimissioni, dimissioni". Contestato al suo arrivo a Montecitorio il deputato di Popolo e Territorio Domenico Scilipoti, che in Aula ha parlato di "colpo di Stato"; accuse di tradimento e urla di scherno incassate dallo "scontento" Roberto Antonione, entrato nella componente 'Costituente Popolare Liberale-Pli', all'interno del Gruppo Misto, che ha replicato: "Noi rispondiamo solo alla nostra coscienza".
In piazza, le contestazioni sono continuate anche durante il Consiglio dei ministri, l'ultimo presieduto da Silvio Berlusconi, in cui il premier ha salutato i colleghi di governo, ringraziandoli per il lavoro svolto insieme, e ha confermato l'intenzione di salire dimissionario al Colle. "Berlusconi, vai a casa, fuori la mafia dallo Stato", queste le grida della folla. Attimi di tensione anche all'arrivo di militanti di Forza Nuova: in molti gli hanno urlato contro, cantando "Bella ciao".
E' stata una lunga giornata anche per il neo senatore Mario Monti, premier in pectore, che ha avuto un lungo colloquio - due ore - a Palazzo Chigi con Silvio Berlusconi, per fare il punto su programma e lista dei ministri. Il professore ha confermato a Berlusconi la volontà di formare una squadra di soli tecnici. Alla fine, il Cavaliere ha detto sì all'ex Commissario Ue, ma a patto di vedere confermata nel nuovo esecutivo la presenza dell'attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Un nodo che per ore ha agitato il mondo politico, con i netti no di Pd e Idv, e il finale passo indietro annunciato dallo stesso sottosegretario.
In mattinata Mario Monti ha avuto un colloquio a palazzo Giustiniani anche con l'allora segretario e vicesegretario del Pd Pierluigi Bersani ed Enrico Letta, ed ha visto per un'ora Mario Draghi, presidente della Bce.
In una giornata di fuoco, da Napolitano è giunta una nuova sollecitazione alla coesione: "Occorre che tutte le forze politiche sappiano agire con senso di responsabilità e formulare proposte in grado di conciliare il rigore imposto dalla necessità di ridurre il debito pubblico e di promuovere la crescita con l'esigenza di distribuire egualmente i sacrifici tutelando i ceti in maggiore difficoltà", ha sottolineato il capo dello Stato.
Dopo il colloquio con Monti, Berlusconi ha nuovamente invitato il Carroccio a sostenere l'esecutivo del professore ricevendo ancora una volta un no da Umberto Bossi. Che, all'uscita da Montecitorio, ha ribadito che con un esecutivo Monti, la Lega andrà all'opposizione: "Come si fa a sostenere un governo che farà portare via tutto, che privatizzerà le municipalizzate?", ha confermato il leader leghista.
Il 12 novembre 2011 Silvio Berlusconi sale al Quirinale e rassegna le proprie dimissioni da capo del governo.
In una giornata tesissima, dopo l'approvazione della legge di stabilità alla camera, il presidente del Consiglio è salito al Colle intorno alle 21, tra le grida della folla che urlava "buffone", "in galera" e lanciava monetine, per rimettere il mandato nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, aprendo così formalmente la crisi di governo.
È la fine del quarto governo Berlusconi, di un'era e di una stagione politica durata quasi 20 anni. E l'inizio, per molti, della Terza Repubblica.
La conferma ufficiale delle dimissioni è stata accolta in piazza del Quirinale da fischi e urla di gioia. Un lungo applauso, tricolori sventolanti, bottiglie stappate. Intanto, il premier dimissionario lasciava il Colle da un'uscita secondaria per fare rientro nella sua residenza privata, a Palazzo Grazioli. Già dal giorno successivo sono iniziate le consultazioni del presidente della Repubblica, atto preparatorio per la formazione di un nuovo governo.
Le dimissioni di Berlusconi sono arrivate al termine di dodici ore dense di appuntamenti, scandite da attese e incontri. Con il via libera definitivo della Camera, in seconda lettura e senza modifiche, al ddl di stabilità già licenziato dal Senato - 380 sì, 26 contrari e due astenuti - i provvedimenti in adempimento agli impegni Ue del governo Berlusconi sono stati recepiti nella nuova legge di stabilità. Si è compiuto così l'ultimo atto parlamentare del governo Berlusconi prima delle dimissioni, decise il martedì precedente, il 7, al Quirinale dal presidente del Consiglio dopo il voto della Camera sul rendiconto generale, su cui la maggioranza a Montecitorio si è fermata a 308.
Dopo il sì alla legge di stabilità, è arrivato quello al ddl di bilancio e alla nota di variazione, con 379 voti a favore, 26 contrari e 2 astensioni. Oltre a Lega e Pdl, i sì sono arrivati dall'opposizione del Terzo polo, i no da Italia dei valori, mentre il Pd non ha partecipato al voto.
La seduta alla Camera è stata segnata da un clima rovente all'interno e dalle contestazioni della folla, fuori da Montecitorio e in Piazza Colonna: centinaia di persone hanno esposto cartelli di protesta, urlando "dimissioni", "vergogna" e "buffone" al premier. Stessa scena davanti al Quirinale, all'arrivo del Cavaliere per l'atto formale delle dimissioni. In aula, invece, Berlusconi ha incassato applausi dai deputati del Pdl. Freddi, invece, i deputati leghisti, rimasti immobili al loro posto.
Momenti concitati si sono avuti durante le dichiarazioni di voto: il capogruppo del Pd Dario Franceschini ha parlato della fine di un'era, di cui Berlusconi è stato spartiacque e della necessità di ricostruire sulle macerie. "Tutti noi singoli deputati siamo chiamati a questo percorso di ricostruzione", ha detto. Mentre il suo intervento veniva applaudito dai banchi del centrosinistra, dai settori della Lega sono partite le urla di deputati che chiedevano "elezioni, elezioni".
Situazione analoga, al contrario, quando ha preso la parola Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl: stavolta è stato il Pd a scandire, urlando, "dimissioni, dimissioni". Contestato al suo arrivo a Montecitorio il deputato di Popolo e Territorio Domenico Scilipoti, che in Aula ha parlato di "colpo di Stato"; accuse di tradimento e urla di scherno incassate dallo "scontento" Roberto Antonione, entrato nella componente 'Costituente Popolare Liberale-Pli', all'interno del Gruppo Misto, che ha replicato: "Noi rispondiamo solo alla nostra coscienza".
In piazza, le contestazioni sono continuate anche durante il Consiglio dei ministri, l'ultimo presieduto da Silvio Berlusconi, in cui il premier ha salutato i colleghi di governo, ringraziandoli per il lavoro svolto insieme, e ha confermato l'intenzione di salire dimissionario al Colle. "Berlusconi, vai a casa, fuori la mafia dallo Stato", queste le grida della folla. Attimi di tensione anche all'arrivo di militanti di Forza Nuova: in molti gli hanno urlato contro, cantando "Bella ciao".
E' stata una lunga giornata anche per il neo senatore Mario Monti, premier in pectore, che ha avuto un lungo colloquio - due ore - a Palazzo Chigi con Silvio Berlusconi, per fare il punto su programma e lista dei ministri. Il professore ha confermato a Berlusconi la volontà di formare una squadra di soli tecnici. Alla fine, il Cavaliere ha detto sì all'ex Commissario Ue, ma a patto di vedere confermata nel nuovo esecutivo la presenza dell'attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Un nodo che per ore ha agitato il mondo politico, con i netti no di Pd e Idv, e il finale passo indietro annunciato dallo stesso sottosegretario.
In mattinata Mario Monti ha avuto un colloquio a palazzo Giustiniani anche con l'allora segretario e vicesegretario del Pd Pierluigi Bersani ed Enrico Letta, ed ha visto per un'ora Mario Draghi, presidente della Bce.
In una giornata di fuoco, da Napolitano è giunta una nuova sollecitazione alla coesione: "Occorre che tutte le forze politiche sappiano agire con senso di responsabilità e formulare proposte in grado di conciliare il rigore imposto dalla necessità di ridurre il debito pubblico e di promuovere la crescita con l'esigenza di distribuire egualmente i sacrifici tutelando i ceti in maggiore difficoltà", ha sottolineato il capo dello Stato.
Dopo il colloquio con Monti, Berlusconi ha nuovamente invitato il Carroccio a sostenere l'esecutivo del professore ricevendo ancora una volta un no da Umberto Bossi. Che, all'uscita da Montecitorio, ha ribadito che con un esecutivo Monti, la Lega andrà all'opposizione: "Come si fa a sostenere un governo che farà portare via tutto, che privatizzerà le municipalizzate?", ha confermato il leader leghista.
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