Buongiorno, oggi è il 7 marzo.
Il 7 marzo 1911, convenzionalmente, ha inizio la rivoluzione messicana, la prima del 900.
La “rivoluzione messicana” terminerà nel 1930 e porterà via 900.000 vite. I protagonisti sono rimasti nella storia, Madero il primo presidente liberale del Messico, Pancho Villa il coraggioso comandante popolare ed ex campesino, Emiliano Zapata l’invincibile capo rivoluzionario, Venustiano Carranza e Álvaro Obregón.
La Costituzione del 1917, lo stesso anno della rivoluzione di ottobre, sarà una delle più avanzate ed introduce per prima il concetto di inalienabilità dei terreni comuni (le terre degli ejjdos). Una clausola che sarà eliminata solo nel 1994, avviando la rivolta del Chiapas.
Il 20 novembre 1910 un gruppo di intellettuali borghesi liberali in esilio negli USA scrisse il Plan de San Luis Potosì che denunciava l’irriformabile regime di Porfirio Diaz e chiamava alla lotta armata.
La rivoluzione attraversa molte diverse fasi e rivolgimenti, dopo la presa di Ciudad Juárez (Chihuahua), alla quale partecipa, distinguendosi sul campo, anche il nipote di Giuseppe Garibaldi, le elezioni del 1911 portano Madero al potere. La politica liberale prudente e classista di questo (era un grande industriale legato agli investitori USA), che le correnti socialiste e anarchiche del movimento vedono come un tradimento porta alla ripresa delle ostilità ad opera di Emiliano Zapata e Pascual Orozco a insorgere di nuovo.
Emiliano Zapata è una delle grandi figure di quella lotta. Nato da una famiglia poverissima di contadini nel 1879 e morto in un agguato nel 1919 a quaranta anni, ed orgoglioso della sua origine nahuati (antica lingua locale di origine Maya), Zapata viene avvicinato da giovane al pensiero anarchico (di Kropotkin) dai suoi maestri di scuola Burgos e Montano e dalla rivista clandestina “Regeration”. In una prima fase cercò di svolgere politica legalitaria, diventando anche sindaco di Anenecuilco e appoggiando i politici riformisti locali, quando la reazione dei latifondisti ne mostra l’impossibilità, procede a distribuire la terra ai contadini e avvia la lotta armata.
Al grido «Uomini del Sud! È Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio!», e sotto la bandiera nera con la scritta “Tierra y Libertad”, fronteggia al sud le forze di Diaz sino alla sua fuga nel maggio 1911. A giugno incontra Madero e a novembre prende di nuovo le armi contro di lui, accusandolo di tradimento. La lotta dell’irriducibile Zapata, nella sua roccaforte al sud del paese si svolge prima contro Madero, poi contro il suo assassino Huerta (che avvierà una fase controrivoluzionaria) e poi contro Carranza, che lo sostituisce e promulga l’avanzata Costituzione del 1917.
Le unità mobili di due-trecento uomini di Zapata praticano una guerriglia spietata ed innovativa che i Federales non riescono mai a contrastare efficacemente.
Nel 1913, grazie all’azione vittoriosa al nord delle forze di Pancho Villa, Huerta deve fuggire, ma non si trova un accordo tra le troppe correnti delle forze rivoluzionarie (ed in particolare con Carranza, che rappresenta gli interessi della borghesia agraria del nord) e questo porta alla continuazione della guerra. Saranno in un primo momento le truppe contadine unite di Pancho Villa ed Emiliano Zapata a prevalere, e nel dicembre 1914 entrano a Città del Messico. Zapata rifiuta la Presidenza e torna nel Morelos. Sperimenta una forma di democrazia diretta, di ispirazione anarchica, nella Comune di Morelos (1915). La reazione di Carranza, che porta dalla sua parte gli operai promettendo alleggerimenti delle condizioni di lavoro, costringe le forze di Villa e Zapata a ritirarsi dopo solo sei mesi. Nel nord si apre quindi una guerra civile rivoluzionaria entro la guerra civile, Obregon sconfigge Pancho Villa (anche se non in modo definitivo) e rovescia i rapporti di forza.
In questa condizione di debolezza, il colonnello Guajardo, fingendo di volersi unire alla causa attira Emiliano Zapata in una trappola e lo uccide nei pressi dell'hacienda di Chinameca. E’ il 1919.
Nel 1920 i successori si accorderanno con Obregon che era tra i mandanti dell’omicidio, fidandosi del suo Plan de Agua Prieta.
La restituzione della terra ai contadini, l’espropriazione dei latifondi, e la nazionalizzazione delle principali risorse ed una nazione decentralizzata di pueblos federati, il richiamo all’eredità Maya, sono i capisaldi del pensiero e dell’azione di Zapata che lo pongono in condizioni irriducibilmente incompatibili con i poteri del suo tempo (e del nostro). El caudillo del sur morirà senza mai giungere a compromesso con quel che pensa e difende.
L’altra grande figura emergente è Doroteo Arango Arámbula, che nasce un anno prima e muore anche lui assassinato in un agguato quattro anni dopo. Pancho Villa opererà nel nord del paese (Chihuahua) e diventerà una figura famosissima anche grazie ai reportage di Jack London e John Reed. Avviò la sua azione come latitante (a causa di una lite con un ranchero quando aveva sedici anni) nella Sierra, poi si arruolò con Obregon e nel 1910 prese parte alla rivoluzione.
I “dorados” di Villa, imitando le tattiche degli indiani Apache, agivano in piccoli e mobili gruppi a cavallo. Con alterne vicende (incluso un breve esilio negli USA) riuscì ad assumere il controllo della regione di Chihuahua (combattendo anche contro le truppe americane di Woodrow Wilson che usarono anche aerei e camion per la prima volta). Alla caccia a Villa partecipò il generale Pershing e George Patton. 10.000 uomini e mezzi imponenti non bastarono, Villa era imprendibile.
Nel 1920 Obregon prende il potere, assassinando Carranza, e Villa si ferma. Si ritira nella enorme “hacienda” di Canutillo regalata dal Presidente nella quale introduce elementi egualitari (salari alti e servizi scolastici per tutti).
Faceva però ancora paura, quindi quando nel 1923, dovendo fare da padrino al figlio di un suo amico, va in macchina con una piccola scorta alla città di Parral lo fermano per sempre. All’uscita infatti gli assassini si erano organizzati e lo aspettavano in una strettoia armati di fucili militari con munizioni speciali (incluso il proiettile ad espansione che spaccò il suo grande cuore).
La rivoluzione messicana, iniziata nel 1911 è la prima rivoluzione del XX secolo (se si escludono i moti del 1905 in Russia) e pur nella confusione delle sue basi ideologiche (tra l’anarchismo ed il primitivismo comunitario di Zapata, il populismo vagamente socialisteggiante di Villa, e le correnti borghesi liberali legate comunque alla proprietà terriera di Carrasco o di Obregon) pone le basi di tutti i moti insurrezionali successivi nel continente americano. In particolare quella di Sandino in Nicaragua, di Martì nel Salvador e degli zapatisti nel Chapas (il subcomandante Marcos) di oggi.
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giovedì 7 marzo 2024
martedì 9 marzo 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 9 marzo.
Il 9 marzo 1916 il guerrigliero messicano Pancho Villa assaltò la città di Columbus, in New Mexico, mettendo a ferro e fuoco la città e provocando la morte di 17 persone.
Pancho Villa è stato uno dei più grandi capi rivoluzionari messicani.
A differenza di altri protagonisti della guerra civile messicana, aveva però un passato di fuorilegge.
Questo fatto ha pesato non poco sul giudizio storico globale del rivoluzionario, a partire dal sospetto, avanzato da alcuni, che egli fosse estraneo ai movimenti sociali delle campagne e al movimento operaio dell'epoca.
Tale percezione ricorre infatti nei vari tipi di leggenda sorti attorno a Villa, da quella che lo presenta vittima del dispotismo dei signori della terra e delle autorità politiche, alla leggenda che ha perpetuato l'idea di un bandito violento, fino al quadretto epico che lo dipinge come un moderno Robin Hood.
D'altronde, negli ultimi tempi si è fatta strada una lettura che ridimensiona l'immagine tradizionale di Villa come fuorilegge dimostrando che in realtà egli aveva condotto un'esistenza legale, pur costellata da episodi minori di contrasto con le autorità locali per piccoli furti o per il tentativo di evitare la coscrizione, e che non si verificarono forme di persecuzione sistematica nei suoi confronti. In pratica, vengono messi in discussione i tratti psicologici della sua figura connessi al banditismo.
Doroteo Arango Arámbula è il vero nome di Francisco "Pancho" Villa: nasce a San Juan del Rio, Durango, il 5 giugno 1878. Prende parte alla rivoluzione del 1910-1911 contro la trentennale dittatura di Porfirio Diaz, organizzando, a capo di bande contadine, la guerriglia nello stato di Chihuaha e contribuendo alla vittoria del liberal-progressista Francisco Madero. La partecipazione di Villa alla prima rivoluzione a Chihuahua viene ricondotta ad una naturale predisposizione propria degli uomini di estrazione popolare senza particolari ambizioni politiche o aspirazioni democratiche, ma capaci di stringere vincoli con i dirigenti contadini locali. La partecipazione, nel 1912, alla difesa del governo Madero, invece, fu dovuta alla sollecitazione di quest'ultimo e del governatore locale, Abraham González. Le grandi campagne militari nel Nord durante la seconda rivoluzione del 1913, poi, lo trasformarono in un capo carismatico e in un dirigente politico allorché nel dicembre di quell'anno divenne governatore rivoluzionario.
La reazione controrivoluzionaria, intesa come l'alleanza tra l'esercito e le classi dominanti, portò però all'instaurazione della dittatura del generale Victoriano Huerta nel 1913-1914. Dopo il colpo di stato del generale reazionario e l'assassinio di Madero (avvenuto appunto nel 1913), Pancho Villa si unisce ai costituzionalisti di Carranza per mettere fine all'odiato governo. Gli Stati Uniti, che avevano larghi interessi economici in Messico e un ampio confine territoriale in comune, si schierarono contro Huerta ma si limitarono ad occupare Vera Cruz nell'aprile del 1914 e Chihuahua nel marzo del 1916.
Venuto in contrasto con lo stesso Carranza, perché considerato troppo moderato, appoggia, insieme al rivoluzionario Emiliano Zapata , il progetto di una grande riforma agraria (piano di Ayala, 25 novembre 1911), fino a conquistare tutta la regione del nord del Messico. Approfittando del periodo di confusione nel paese riesce infine ad occupare la stessa Città del Messico (1914-1915). Subisce quindi una sconfitta da parte del comandante Obregon a Celaya nel 1915, e successivamente, anche ad opera del costituzionalista Calles, già partigiano di Obregon. Questi eventi aprono il periodo della sua attività di guerriglia (1916-1920), ma anche quello della sua "rinascita", che va ricondotta a fattori politici generali in larga parte connessi alle prese di posizione degli Stati Uniti nei confronti dei problemi aperti nel Messico rivoluzionario.
Infatti, attaccato dai nordamericani quando il presidente Wilson riconosce ufficialmente il governo di Carranza, riesce tuttavia a sottrarsi alla spedizione del generale Pershing. In seguito depone le armi sotto il governo di Adolfo de la Huerta e si ritira in una fattoria a Durango. Muore assassinato il 20 luglio 1923 a Parral (Chihuahua). Il suo assassinio, come ovvio, segnò una svolta determinante per il sistema politico messicano.
Subito si è imposta la versione della "vendetta personale", classico scenario che si prospetta quasi sempre in relazione a delitti di stato. Non era Villa, si disse, che gli uomini di potere temevano, ma ciò che rappresentava, la sua gente, i rancheros, i peones, che potevano inseguire il sogno di ribellarsi e rovesciare il regime dei padroni.
La rivoluzione messicana, non a caso, è stata a lungo ritenuta come la prima rivoluzione sociale del Novecento con il suo carattere popolare, agrario e nazionalista, anche se alcuni studiosi hanno avanzato l'interpretazione che fosse una rivoluzione politica diretta alla costruzione di uno Stato capace di promuovere lo sviluppo capitalistico, dando luogo però ad un regime populista per il timore della nuova classe politica di affrontare la forza acquisita dai movimenti popolari.
Il giudizio sul movimento di Villa, invece, continua tuttora ad essere controverso perché, da un lato, esso presentava indubbiamente differenze rispetto a quello etnicamente più coeso di Zapata e, dall'altro, sembrava avere analogie con altri movimenti che si limitarono alla confisca della proprietà fondiaria per finanziare la rivoluzione.
Il 9 marzo 1916 il guerrigliero messicano Pancho Villa assaltò la città di Columbus, in New Mexico, mettendo a ferro e fuoco la città e provocando la morte di 17 persone.
Pancho Villa è stato uno dei più grandi capi rivoluzionari messicani.
A differenza di altri protagonisti della guerra civile messicana, aveva però un passato di fuorilegge.
Questo fatto ha pesato non poco sul giudizio storico globale del rivoluzionario, a partire dal sospetto, avanzato da alcuni, che egli fosse estraneo ai movimenti sociali delle campagne e al movimento operaio dell'epoca.
Tale percezione ricorre infatti nei vari tipi di leggenda sorti attorno a Villa, da quella che lo presenta vittima del dispotismo dei signori della terra e delle autorità politiche, alla leggenda che ha perpetuato l'idea di un bandito violento, fino al quadretto epico che lo dipinge come un moderno Robin Hood.
D'altronde, negli ultimi tempi si è fatta strada una lettura che ridimensiona l'immagine tradizionale di Villa come fuorilegge dimostrando che in realtà egli aveva condotto un'esistenza legale, pur costellata da episodi minori di contrasto con le autorità locali per piccoli furti o per il tentativo di evitare la coscrizione, e che non si verificarono forme di persecuzione sistematica nei suoi confronti. In pratica, vengono messi in discussione i tratti psicologici della sua figura connessi al banditismo.
Doroteo Arango Arámbula è il vero nome di Francisco "Pancho" Villa: nasce a San Juan del Rio, Durango, il 5 giugno 1878. Prende parte alla rivoluzione del 1910-1911 contro la trentennale dittatura di Porfirio Diaz, organizzando, a capo di bande contadine, la guerriglia nello stato di Chihuaha e contribuendo alla vittoria del liberal-progressista Francisco Madero. La partecipazione di Villa alla prima rivoluzione a Chihuahua viene ricondotta ad una naturale predisposizione propria degli uomini di estrazione popolare senza particolari ambizioni politiche o aspirazioni democratiche, ma capaci di stringere vincoli con i dirigenti contadini locali. La partecipazione, nel 1912, alla difesa del governo Madero, invece, fu dovuta alla sollecitazione di quest'ultimo e del governatore locale, Abraham González. Le grandi campagne militari nel Nord durante la seconda rivoluzione del 1913, poi, lo trasformarono in un capo carismatico e in un dirigente politico allorché nel dicembre di quell'anno divenne governatore rivoluzionario.
La reazione controrivoluzionaria, intesa come l'alleanza tra l'esercito e le classi dominanti, portò però all'instaurazione della dittatura del generale Victoriano Huerta nel 1913-1914. Dopo il colpo di stato del generale reazionario e l'assassinio di Madero (avvenuto appunto nel 1913), Pancho Villa si unisce ai costituzionalisti di Carranza per mettere fine all'odiato governo. Gli Stati Uniti, che avevano larghi interessi economici in Messico e un ampio confine territoriale in comune, si schierarono contro Huerta ma si limitarono ad occupare Vera Cruz nell'aprile del 1914 e Chihuahua nel marzo del 1916.
Venuto in contrasto con lo stesso Carranza, perché considerato troppo moderato, appoggia, insieme al rivoluzionario Emiliano Zapata , il progetto di una grande riforma agraria (piano di Ayala, 25 novembre 1911), fino a conquistare tutta la regione del nord del Messico. Approfittando del periodo di confusione nel paese riesce infine ad occupare la stessa Città del Messico (1914-1915). Subisce quindi una sconfitta da parte del comandante Obregon a Celaya nel 1915, e successivamente, anche ad opera del costituzionalista Calles, già partigiano di Obregon. Questi eventi aprono il periodo della sua attività di guerriglia (1916-1920), ma anche quello della sua "rinascita", che va ricondotta a fattori politici generali in larga parte connessi alle prese di posizione degli Stati Uniti nei confronti dei problemi aperti nel Messico rivoluzionario.
Infatti, attaccato dai nordamericani quando il presidente Wilson riconosce ufficialmente il governo di Carranza, riesce tuttavia a sottrarsi alla spedizione del generale Pershing. In seguito depone le armi sotto il governo di Adolfo de la Huerta e si ritira in una fattoria a Durango. Muore assassinato il 20 luglio 1923 a Parral (Chihuahua). Il suo assassinio, come ovvio, segnò una svolta determinante per il sistema politico messicano.
Subito si è imposta la versione della "vendetta personale", classico scenario che si prospetta quasi sempre in relazione a delitti di stato. Non era Villa, si disse, che gli uomini di potere temevano, ma ciò che rappresentava, la sua gente, i rancheros, i peones, che potevano inseguire il sogno di ribellarsi e rovesciare il regime dei padroni.
La rivoluzione messicana, non a caso, è stata a lungo ritenuta come la prima rivoluzione sociale del Novecento con il suo carattere popolare, agrario e nazionalista, anche se alcuni studiosi hanno avanzato l'interpretazione che fosse una rivoluzione politica diretta alla costruzione di uno Stato capace di promuovere lo sviluppo capitalistico, dando luogo però ad un regime populista per il timore della nuova classe politica di affrontare la forza acquisita dai movimenti popolari.
Il giudizio sul movimento di Villa, invece, continua tuttora ad essere controverso perché, da un lato, esso presentava indubbiamente differenze rispetto a quello etnicamente più coeso di Zapata e, dall'altro, sembrava avere analogie con altri movimenti che si limitarono alla confisca della proprietà fondiaria per finanziare la rivoluzione.
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