Buongiorno, oggi è il 9 gennaio.
Il 9 gennaio 1768 debutta il primo spettacolo circense come lo consideriamo oggi.
Quando noi parliamo di «circo», pensiamo solitamente ad uno spettacolo che amalgami giocolieri, equilibristi, illusionisti ed animali addestrati. Questo tipo di intrattenimento popolare, anche se nasce in Inghilterra alla fine del Settecento, in realtà vanta origini molto più antiche.
Infatti, si hanno notizie di esibizioni di giocolieri e danzatori fin dai tempi degli antichi Egizi. Le pratiche circensi erano legate soprattutto ai riti magici e religiosi, mistici e sciamanici. Le prime testimonianze sono state rinvenute nella tomba di Beni Hassan: risalgono al 2040 avanti Cristo e raffigurano donne e uomini intenti ad eseguire esercizi acrobatici di vario genere. La regina Hashepsowe (VI secolo avanti Cristo) possedeva uno splendido serraglio chiamato «Giardino di Ammon» (Giardino del dio Sole): qui scorrazzavano leopardi, scimmie, levrieri e giraffe. Molto più tardi, al tempo dei Tolomei, gli Egizi familiarizzarono con gli elefanti africani. Oltre che al culto delle divinità, i serragli erano destinati ai fastosi divertimenti della corte e alla caccia.
Le pitture, le sculture e le ceramiche dimostrano che già nell’antico Egitto, si esibivano antipodisti, giocolieri e cavallerizzi di volteggio come pure acrobati che eseguivano la famosa piramide umana. Un millennio più tardi nei villaggi egiziani si potevano ammirare saltatori, acrobati e giocolieri ambulanti. Nani e illusionisti erano oggetto di divertimento per i Faraoni che già dal 1500 avanti Cristo organizzavano sontuose naumachie (battaglie navali) e spettacolari corse di carri nell’ippodromo di Eltekeh.
Si deve invece ai Cretesi la costruzione dei primi anfiteatri in cui si svolgevano combattimenti di gladiatori, lotte di pugili e corse di carri e di tori.
Gli antichi Romani fecero dei «ludi circensi» una vera e propria scienza, tanto che l’anfiteatro costituiva uno degli elementi fondamentali delle loro città. Nelle arene, come il Colosseo, si tenevano giochi che comportavano, oltre alla lotta tra gladiatori, anche l’esibizione di fiere esotiche, e terminavano con la lotta tra queste ultime e gli schiavi. Gli Imperatori Romani inoltre tenevano nei propri giardini dei bestiari privati, tanto più ricchi quante più fiere contenevano, giacché queste costituivano sia un pregiato bottino di guerra, sia un prezioso donativo da parte dei regnanti dei Paesi lontani.
In realtà, il circo romano era una vasta area all’aperto, di forma ovale, atta ad ospitare le corse dei cavalli e delle bighe. A Roma erano presenti ben dodici circhi! Il più importante era il Circo Massimo: situato nella valle tra il Palatino e l’Aventino, dove sarebbe avvenuto il mitico episodio del ratto delle Sabine in occasione dei giochi indetti da Romolo in onore del dio Consus, è ricordato come sede di giochi sin dagli inizi della storia della città. Vi si svolgevano le naumachie: l’arena del Circo Massimo veniva inondata con le acque del Tevere e venivano simulati combattimenti navali durante i quali due opposte squadre (composte da gladiatori o da prigionieri di guerra condannati a morte) si affrontavano riportando alla memoria vere battaglie avvenute per mare.
I giochi del circo romano erano feste sfarzose, con animali riccamente addobbati, vestiti scintillanti e musiche assordanti. Entrava un corteo di personaggi buffi e burleschi, esseri volteggianti, mangiatori di spade, funamboli, eccetera.
Nel Medioevo, al circo-ippodromo di Bisanzio fu ereditata la tradizione del circo romano e il compito di tramandarla ai futuri svaghi del Medioevo europeo. In Occidente invece il tentativo dei Merovingi di restaurare i giochi circensi, durante il VI secolo, si concluse con un fallimento. Tuttavia, grazie ai Romani che avevano edificato numerosi anfiteatri in Italia, Gallia e Spagna, i serragli non scomparvero del tutto. Era inoltre abbastanza usuale la presenza di animali selvaggi in cattività nei castelli; il primo a seguire la tradizione di tenere animali rari in cattività, fu Carlo Magno. L’Oriente non cessò mai di rifornire di animali selvatici, rari o feroci, i serragli dell’Occidente.
Le fiere di paese, fenomeno economico e sociale tipico del Medioevo, erano il rifugio di una moltitudine di individui che cercavano di affogare la monotonia e la miseria di ogni giorno in piaceri volgari ma pieni di vivacità, in mezzo a mercanzia giunta da terre lontane. Ma, mentre i mercanti e i banchieri erano viaggiatori privilegiati, i saltimbanchi (così detti perché si esibivano sopra i banchi delle fiere), gli illusionisti, gli ammaestratori di animali («orsanti» e «scimmiari») erano i «barboni» di questi periodici spostamenti: le fiere erano la loro ultima speranza, il loro solo rifugio, il loro unico mezzo di sopravvivenza.
Il circo come lo intendiamo noi nacque in Inghilterra all’inizio del XVII secolo come spettacolo itinerante che si avvaleva di alcune attrazioni; ma fu solo nel 1770 che venne fondato a Londra il primo circo stabile, dedicato soprattutto ad esercizi di equitazione dai quali prese il nome, ancora in uso, di circo equestre. Il suo creatore fu Philip Astley, un ex ufficiale dei dragoni a cavallo che pensò di utilizzare a scopo professionale la sua abilità equestre ed acrobatica affinata durante la guerra dei Sette Anni: aveva capito che cavalcando in cerchio a gran velocità, si riusciva a stare in piedi sulla sella grazie alla forza centrifuga (per questo la pista del circo è… circolare).
Philip Astley nacque l’8 gennaio 1742 a Newcastle-under-Lyme, in Inghilterra, figlio di Edward Astley, un ebanista. Il padre lo avviò alla sua professione all’età di nove anni, ma il suo sogno era quello di lavorare con i cavalli. All’età di diciassette anni, Philip lasciò la casa dopo una delle molte controversie con il padre e si iscrisse nei dragoni, un reggimento di cavalleria di recente formazione ad opera del colonnello Granville Elliott. Qui mostrò il suo talento equestre e la capacità di usare la spada.
Nel 1761, Astley e il suo reggimento si imbarcarono alla volta del continente americano per combattere a fianco del Re Federico II di Prussia nella Guerra dei Sette Anni (1756-1763). Astley combatté valorosamente, tra l’altro salvando il duca di Brunswick, che era caduto dietro le linee nemiche, e tornò in Inghilterra con il grado di Sergente Maggiore. Ottenne il congedo il 21 giugno 1766; in quell’occasione, Elliott, promosso generale, gli diede un bianco destriero, di nome Gibilterra. Si sposò ed ebbe un unico figlio, John Philip Astley Conway (1767-1821).
Le mostre di cavalli erano molto popolari nella seconda metà del XVIII secolo. L’Inghilterra era diventata una monarchia costituzionale nel 1688, e il potere d’acquisto dei nobili era stato frenato considerevolmente. I reggimenti privati stavano scomparendo; i divertimenti di corte equestre (come i caroselli), avevano cessato di essere accessibili; i maneggi privati non se la cavavano molto meglio.
Dal 1768, Astley si era assicurato un pezzo di terra a Sud di Londra, tra il Blackfriars e il ponte di Westminster, dove aveva aperto una scuola di equitazione all’aperto durante la stagione estiva. Presentava le sue «prodezze sull’equitazione» su Gibilterra, ed esponeva il «Cavallino Militare», un piccolo cavallo che aveva addestrato a sommare e sottrarre numeri (o, meglio, a fingere di farlo), a simulare la morte al fuoco di una pistola, e ad eseguire la «lettura della mente». Astley si esibiva in un’arena circolare: per il pubblico, era più facile guardare un cavaliere volteggiare in una ben definita zona, più che vederlo precipitarsi avanti e indietro in un vasto spazio aperto (contrariamente a quanto si dice spesso, però, Philip Astley non ha «inventato» la pista del circo).
L’anno seguente, nel 1769, Astley firmò un contratto di locazione su un terreno limitrofo ai piedi del ponte di Westminster, all’angolo di Stangate Street e Westminster Bridge Road. Anche se senza tetto, la Casa di Equitazione di Astley era una struttura permanente in legno, e il pubblico era protetto dalle intemperie. L’arena della Casa di Equitazione (chiamata sia il «cerchio» che il «circo») aveva inizialmente un diametro di circa diciannove metri e mezzo. Qui, al suono di pifferi e tamburi, Astley e alcuni dei suoi allievi offrivano prestazioni di carattere esclusivamente equestre.
Le sue prime due stagioni a Londra ebbero molto successo. Eppure Astley sapeva che se avesse voluto creare un luogo permanente per poter attirare il pubblico anche da fuori Londra, avrebbe dovuto cambiare il formato del suo spettacolo.
In seguito alla scomparsa dei divertimenti di corte, Londra aveva visto lo sviluppo di un teatro puramente commerciale, non sovvenzionato dalla nobiltà, ma dalla vendita dei biglietti. I teatri non potevano però sopravvivere contando solo su una manciata di appassionati, dovevano attirare il più vasto pubblico possibile: pertanto, dovevano soddisfare una diversità di gusti. Con questo in mente, Astley osservò i teatri di successo di Londra per scoprire ciò che attirava il loro pubblico. Tutti loro, scoprì, si basavano su esibizioni di giocolieri e acrobati, seguiti da pantomime (spettacoli umoristici con colpi di scena ed effetti speciali).
Pertanto, lo spettacolo offerto da Philip Astley nella sua Scuola di Equitazione per la sua stagione 1770 era un misto di numeri equestri e acrobatici, seguiti da una pantomima. La sua nuova formula godette di un successo immediato.
Dopo aver costruito il primo maneggio che fece accorrere l’aristocrazia inglese (negli spettacoli, Astley era l’unica attrazione e il suo numero consisteva nell’alzarsi su un cavallo in corsa con un piede sulla sella e l’altro sulla testa dell’animale, brandendo una spada al vento), egli volle rendere il suo spettacolo sempre più popolare: eresse pertanto un circo stabile, lo Astley’s Royal Amphitheatre of Arts, comprendente una pista circolare e un piccolo palcoscenico (in realtà, un soppalco) sul quale avevano luogo le esibizioni di funamboli, giocolieri e le pantomime dei pagliacci inseriti insieme a dei musicisti, un uomo forte, dei cani ammaestrati, degli acrobati in piramide e dei pezzi comici; c’erano inoltre orchestra, palchi e galleria.
Gli intermezzi comici servivano (e servono ancor oggi) ad intrattenere il pubblico tra un numero equestre e l’altro, allentando la tensione dello spettacolo ed offrendo ai cavallerizzi adeguati tempi di recupero. Protagonisti degli intermezzi comici erano artisti di strada abituati ad esibirsi nelle fiere di paese, personaggi certo buffi e rozzi, ma anche, il più delle volte, dotati di abilità tecniche notevoli: a queste figure venne dato nel mondo anglosassone il nome di clown (termine che in inglese significa «contadino rozzo», dal latino colonus, «colono») e in Francia quello di grotesque. I tratti caratteristici della comicità del clown, che associa virtuosismo tecnico a gesti goffi e rozzi, sono riconoscibili già in alcune figure del teatro più antico, come i buffoni e gli attori nomadi della Grecia, i menestrelli del Medioevo e i commedianti dell’arte del Rinascimento.
Questa origine paramilitare del circo determina alcune connotazioni dei costumi dei domatori, dell’orchestra e degli inservienti di pista, tutti ancora oggi in uniforme con alamari.
Partendo da Parigi nel 1772, Astley diffuse il circo in tutte le maggiori città europee, fondando anche sedi stabili; costruì anfiteatri di legno in tutto il Regno Unito: il primo fu eretto nel 1773 a Dublino, in Irlanda.
Già nel 1772, l’impresario Charles Hughes ideò uno spettacolo che era praticamente una copia carbone di quello di Astley, e la concorrenza divenne presto feroce, generando interesse e, di conseguenza, buoni affari. Catturò anche l’attenzione dei magistrati del Surrey County, che chiusero entrambi gli spettacoli nel luglio dell’anno successivo, perché nessuno dei due aveva la licenza corretta.
Nel 1774, Philip Astley eseguì le sue «gesta di equitazione» per la prima volta a Parigi, all’Hotel de Manège Razade, rue des Tuileries Vieilles. L’evento è di una certa importanza, dal momento che negli anni a venire Parigi sarebbe diventata una seconda casa per lui e una prima casa per il figlio.
All’età di trentotto anni, Astley si ritirò dagli spettacoli, rimanendo solo come Direttore Equestre.
Nel 1781, Charles Hughes, tornato a Londra dopo otto anni di tour in Europa, insieme a Charles Dibdin (un prolifico compositore e librettista) e con l’aiuto di un sindacato di sostenitori, cominciò a costruire un nuovo anfiteatro, questa volta in pietra, su un pezzo di terreno situato all’incrocio delle tre strade che conducono ai tre ponti che servono Londra (Westminster, Blackfriars e London Bridge). Il luogo, noto come Circo di San Giorgio, aveva al centro un obelisco che era un noto punto di riferimento. Ancora una volta, Hughes aveva trasferito la sua opera in prossimità dell’Astley’s Royal Amphitheatre of Arts.
Il Circo Reale Equestre e Accademia Filarmonica, come fu pomposamente chiamato (sarebbe stato poi conosciuto semplicemente come Hughes Royal Circus) fu aperto il 4 novembre del 1782. Era il primo anfiteatro moderno a portare il titolo «circus»: si trattava di una struttura elegante, che includeva un palcoscenico completamente attrezzato e una pista di undici metri e quindici centimetri. Il palco e la struttura ad anello divennero lo standard per quasi tutti gli edifici del circo fino alla seconda metà del XIX secolo.
Astley aveva perso il suo monopolio, dovendo anche fare i conti con una seria concorrenza. Fortunatamente per lui, né Dibdin né Hughes erano fiscalmente competenti, e il loro gruppo si rivelò incredibilmente disfunzionale. Hughes morì alla fine del 1797: il suo circo, afflitto da problemi di licenze e quasi fallimenti, gradualmente cadde in uno stato di abbandono; nel 1804, un incendio danneggiò gravemente l’edificio. Dopo una lunga ristrutturazione, il Royal Circus si focalizzava principalmente sulle offerte teatrali. Nel 1810, fu trasformato in un teatro vero e proprio.
Durante questo periodo, Astley non ebbe difficoltà a mantenere la sua supremazia nel nascente circo. Il 5 luglio 1782, aprì la Anglais Manège, un recinto a cielo aperto sul Boulevard du Temple a Parigi. Lasciò la capitale francese alla fine di agosto, dopo aver incontrato un notevole successo grazie in gran parte a suo figlio, John, che era diventato il vero protagonista dello spettacolo. Tornò l’estate successiva, per esibirsi alla corte della Regina Maria Antonietta a Versailles (il successo portò all’emissione di un privilegio reale che gli permise di aprire un anfiteatro permanente). L’Anfiteatro des Anglais Sieurs Astley, père et fils aprì le sue porte il 16 ottobre del 1783; poiché la normativa vietava di esibire prodezze e acrobazie su un palco (consentendole solo sui cavalli), l’astuto inglese montò una grande piattaforma sopra alcuni cavalli per presentare ugualmente i propri spettacoli.
Gli anni successivi gli portarono gioie come dolori. Il lavoro svolto in precedenza cominciava a dare i suoi frutti (oltre ai circhi in Inghilterra e Francia, ne stava per costruire uno in Irlanda), purtroppo funestati da guerre e rivoluzioni. Il suo circo parigino fu rilevato nel 1791 dall’Italiano Antonio Franconi, il «padre» del circo francese. Scoppiata la guerra tra il Regno Unito e la Francia rivoluzionaria nel 1793, Philip Astley, che aveva cinquantun anni, si riarruolò tra i dragoni. Il 16 agosto 1794 (anno in cui ricevette per la sua popolarità il patronato del principe di Galles e del duca di York), mentre era in servizio, a Londra il suo anfiteatro venne raso al suolo. Era stato ristrutturato nel 1786, e battezzato Grove Royal Astley.
Astley ottenne rapidamente il congedo dall’esercito e tornò a Londra per ricostruirlo. Ciò fu fatto a tempo di record: il Nuovo Anfiteatro Astley delle Arti era pronto per la stagione del 1795, iniziata, come di consueto, il Lunedì di Pasqua.
Nel 1802, dopo la pace di Amiens, Astley tornò a Parigi e riprese possesso del suo anfiteatro in rue du Faubourg du Temple.
L’anno seguente, il suo nuovo anfiteatro di Londra fu ancora una volta consumato da un incendio, che causò anche la morte di alcuni suoi familiari. L’anfiteatro fu ricostruito l’anno stesso, questa volta seguendo l’ormai classico modello del Royal Circus. Philip Astley fu anche incaricato di progettare i fuochi d’artificio sul Tamigi per il compleanno di Re Giorgio III.
Nel 1805, ottenne una licenza per costruire un altro circo, a Londra, all’angolo tra Newcastle e Street Wych, sullo Strand. Il Padiglione Olimpico fu inaugurato il 18 settembre 1806. Era dotato di una pista equestre più ampia delle precedenti e di un palcoscenico teatrale completo. Ma non ebbe fortuna; Astley, che aveva perso una notevole quantità di denaro in quest’ultima impresa, lo vendette nel 1813.
Philip Astley morì per disturbi di stomaco nella sua casa di Parigi il 20 ottobre 1814. Aveva settantadue anni. Fu sepolto al cimitero di Père Lachaise, a Parigi, dove la sua tomba, purtroppo, non è più visibile. Chiese che tutte le sue proprietà di Parigi fossero vendute e il ricavato andasse a suo figlio John, che ereditò anche l’anfiteatro a Stangate Street. John Philip Astley Conway sopravvivrà al padre solo sette anni.
La fine del XVIII secolo aveva dunque visto la nascita, nelle principali capitali europee, di molti circhi permanenti che presentavano spettacoli equestri. Fiorirono inoltre circhi più piccoli, itineranti, i cui artisti vivevano in carrozzoni al seguito della carovana. Gli spettacoli erano semplici: un giocoliere, qualche funambolo, alcuni acrobati, i clown. Nel 1792 il circo venne introdotto negli Stati Uniti da John Bill Ricketts (allievo di Charles Hughes), un cavallerizzo inglese che, dopo aver debuttato a Philadelphia, tenne spettacoli a New York e a Boston.
Questa nuova formula ha goduto di successo immediato: era stata creata una nuova forma di intrattenimento – il circo come lo conosciamo oggi.
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lunedì 9 gennaio 2023
giovedì 2 giugno 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 giugno.
Il 2 giugno 1835 Phineas Barnum inizia a tenere i suoi spettacoli in giro per gli Stati Uniti d'America.
Aveva cominciato come lustrascarpe in Connecticut, terzo di dieci figli di un bottegaio chiamato Philo Barnum. Alla fine della sua vita, quando la morte lo spense nel sonno a ottant'anni, sarebbe stato il mondo a lucidare le sue scarpe e insignirlo di un titolo che nessuno potrà mai più contendergli: "l'Uomo che inventò lo show business".
Tutto quello che oggi vediamo e subiamo nell'Era della pubblicità, della televisione, della politica spettacolo, degli effetti speciali, dei "mostri" reali o immaginari, vengono da lui, Phineas Taylor Barnum, dall'uomo che enunciò la legge fondamentale della società dei consumi: "Tutta l'umanità è formata da potenziali clienti".
Se il suo nome è per sempre legato al circo moderno, alla riscoperta e alla commercializzazione dei tendoni a righe, eretti nelle spianate e nelle piazze d'armi con leoni in gabbia, nani, ballerine, acrobati, elefanti, contorsionisti e domatori in perizoma leopardato, delle sfilate di meraviglie esotiche che attraversavano, con fino a sessanta carri, le città americane scatenando l'eccitazione e la fantasia dei tempi senza cinema, radio o televisione, la storia di questo ineguagliabile imbonitore è molto più importante dell'avventura di uno spacciatore di donne barbute, di foche sapienti o di sirene imbalsamate, fabbricate con il torso di una scimmia impagliata e cucita con la coda di un delfino.
La creazione del circo moderno, quello che oggi altre forme di intrattenimento, insieme con il ribrezzo per l'umiliazione di magnifici animali minacciano di estinzione, fu infatti soltanto l'ultima delle sue imprese, un'idea che lui stesso aveva definito "l'hobby di un vecchio". Lo lanciò quando aveva già sessantun anni e una vita trascorsa a produrre spettacoli incredibili, attrazioni mostruose, incantesimi per un pubblico assetato di meraviglie, che lo aveva reso il primo "milionario dello show business" e l'americano più famoso nel mondo, alla fine dell'Ottocento, come scrissero le necrologie sui giornali di New York e di Washington, contagiate anche post mortem dalla sua abilità per le iperboli.
Il suo successo, ormai mondiale, sancito da udienze con la Regina Vittoria, lo Zar Alessandro III, l'imperatore Napoleone III, e da una reggia privata costruita in stile revival ottomano nel Connecticut, chiamata "Iraniana", era nato non dal super elefante Jumbo trasportato a New York dallo zoo di Londra o dall'ingaggio dell'"Usignolo della Scandinavia", una cantante svedese dalle voce angelica, che i ricchi di New York, gli Astor, i Vanderbilt, i Carnegie, pagavano fino a seimila dollari di oggi per ascoltare.
L'intuizione che lo rese immortale, oltre che favolosamente ricco, era il corollario della sua prima legge, quella su un mondo popolato di potenziali clienti. "Senza la promotion - spiegava nelle sue memorie, che regalava ad altri editori senza chiedere royalties, pur di diffondere il proprio messaggio - dunque senza pubblicità diremmo oggi qualcosa di terribile potrebbe accadere: niente".
Non è quello che vendi, ma "come" lo vendi che richiama i polli nell'aia, anche se una frase attribuita a lui, "c'è un pollo nato ogni minuto, se lo incontri ce l'hai fatta" è falsa. Il suo primo colpo, fatto poco dopo essere sbarcato a New York, da allora la capitale mondiale del marketing e della industria pubblicitaria, venne quando aveva venticinque anni, nel 1835.
Ingaggiò una vecchietta afroamericana, Joice Het, che per qualche tempo aveva girato nei paesi della provincia americana raccontando le memorie e l'esperienza di schiava nelle case di ricchi piantatori del Sud, dai quali era fuggita. Barnum ebbe un'idea migliore.
Con una campagna martellante di lettere ai giornali, allora molto più di oggi avidi di storie sensazionali e di feuilleton a effetto, sparse la notizia che Joice aveva centosessant'anni ed era stata la nutrice del piccolo George Washington nella sua casa natale in Virginia. Washington era, in quel 1835, morto da appena trentasei anni. Parenti e persone che lo avevano conosciuto erano ancora vivi, eppure un fiotto, poi un fiume di curiosi, accorsero, pagando venticinque centesimi a testa, per ascoltare la vecchia, inferma donna raccontare l'infanzia del "padre dell'America".
Quando morì, poco dopo, un Barnum indignato pagò di tasca sua un'autopsia condotta dai migliori anatomopatologi del tempo, che conclusero seccamente che Joice non poteva avere più di novant'anni e dunque non avrebbe mai potuto essere la balia e la babysitter di Washington, praticamente suo coetaneo.
Un altro imbonitore, un altro magliaro, ne sarebbe stato distrutto. Non Barnum che aveva imparato la lezione fondamentale, che poi generazioni di impresari, venditori di elisir di lunga vita, truffatori di Borsa e naturalmente politicanti, avrebbero assimilato e sfruttato: i clienti - il pubblico - credono a quello che vogliono credere.
Nel tempo del trionfo positivista, a metà dell'Ottocento, anche l'innaturale sembrava naturale. Sul successo della falsa balia di Washington, costruì il museo delle cose impossibili, proprio di fronte ad una della chiese più celebri di Manhattan, la cattedrale di San Paolo, dove il primo presidente americano aveva giurato fedeltà alla Costituzione.
Accanto a strumenti scientifici autentici, studiati per dare un certo cachet alle panzane, esibì una collezione di ciò che lui stesso chiamava lo humbug, un'espressione presa dalla più famosa favola natalizia di Charles Dickens e che significa, detto brutalmente, "balle".
Produsse il "Generale Pollicino", un nano di cinque anni che vestiva in alta uniforme e costringeva a fumare sigari mostruosi sorseggiando bourbon, cose che oggi avrebbero portato all'immediato arresto e alla condanna di P. T. Barnum.
Accanto al generale, spuntò un ammiraglio tascabile e una marinaretta in miniatura, formando la troupe "dei lillipuziani innamorati": la piccola sposò il generale, preferito all'ammiraglio, in un matrimonio solenne al quale partecipò anche il sindaco. Nacque un verbo: "barnumizzare", trasformare il nulla in eventi, la credulità in realtà.
Arrivò la sirena impagliata, mezza scimmia e mezzo delfino, con le foche letterate che si fingeva sapessero leggere, le immancabili donne cannone specialmente sensazionali in quegli anni di fame, il cane tessitore che faceva funzionare un telaio, Chang ed Eng i gemelli siamesi. E poi spettacoli musicali con "menestrelli negri", in realtà bianchi con il nerofumo in faccia, per prendere in giro il Sud, i sudisti e i proprietari di schiavi.
Tra il 1841 e il 1864, quando il locale bruciò, incendiato da spie inviate dalla Confederazione, dai sudisti, furiosi per la propaganda antischiavitù e per i soldi che Barnum passava agli eserciti delle giubbe blu, trentotto milioni di "polli" pagarono i loro venticinque centesimi per visitare il museo di Barnum, un numero di persone superiore al totale degli abitanti degli Stati Uniti, che nel 1860 erano trentadue milioni, prova di ripetute frequentazioni.
E quando decise di ingaggiare in esclusiva per una tournée americana di sessanta giorni Jennie Lind, soprano svedese che aveva deliziato le corti europee ma era del tutto ignota oltre oceano, ipotecò tutte le sue proprietà per pagarle l'ingaggio inaudito di mille dollari per sera. Dopo una settimana, aveva non soltanto recuperato l'investimento e pagati i debiti, ma quadruplicato il capitale.
Lo slogan, lo "spot" aveva raggiunto il bersaglio: "Venite ad ascoltare la voce dell'angelo che vi porterà lontani dalle miserie della vostra vita". Una vita che, nella Manhattan dove lo sterco dei cavalli lastricava le strade, e nuovi immigrati senza documenti e senza futuro brulicavano in termitai umani, aveva disperato bisogno di echi angelici.
Eppure Barnum, forse ben conscio di un'altra classica legge del commercio americano secondo la quale "nessuno ha mai fatto bancarotta vendendo religioni", si proclamava un uomo profondamente spirituale. Nel suo museo a Broadway esibiva il tronco di un ulivo sotto il quale Gesù e i suoi apostoli si sarebbero riparati dal sole della Palestina. Un falso, ma non molto più falso della panoplia di reliquie che nell'Europa delle indulgenze e della ribellione luterana circolavano.
Come tutti gli imbonitori, detestava gli altri spacciatori di menzogne, chi "scherza con l'anima, che è quanto di più prezioso abbiamo". Offriva cinquecento dollari a tutti coloro che smascheravano medium e comunicatori con l'aldilà, "infami speculatori sulla disperazione e il lutto" e, come avrebbe fatto Houdini anni dopo, personalmente svelava i trucchi dei "maghi", conoscendoli bene.
Tentò fortuna anche in politica, e fu eletto, prevedibilmente, deputato, da quel perfetto conoscitore dei "clienti", in veste di elettori, che era.
Il circo equestre fu un'idea tardiva, appunto un "hobby senile". Ma l'archetipo che sarebbe poi stato riprodotto all'infinito, prima del suo tramonto, che avrebbe sedotto poeti come Maxim Gorki e arcigni dittatori comunisti, fu suo.
L'infinito rosario di carovane prima e poi di vagoni ferroviari attraversavano le grandi pianure e i monti per rovesciare meraviglie inimmaginabili su tutta l'umanità dispersa in un continente spopolato, fu sua, come suo era il treno che acquistò per il trasporto.
L'annuncio dato da un clown, che entrava in città polverose o fangose gridando "The circus is in town, the circus is in town", il circo arriva, è una sequenza che si è stampata nella memoria genetica di ogni americano, anche di coloro che ormai non frequentano i palazzi dello sport nei quali si esibiscono gli eredi di Barnum, il "Ringling Brothers Circus".
Certamente, Phineas T. Barnum, l'inventore del marketing e delle promozioni, aveva pensato la propria morte diversamente dal silenzioso passaggio nel sonno. Ma si era, genio della pubblicità, fino in fondo cautelato. È sepolto nel cimitero che lui aveva fatto costruire per se stesso.
Il 2 giugno 1835 Phineas Barnum inizia a tenere i suoi spettacoli in giro per gli Stati Uniti d'America.
Aveva cominciato come lustrascarpe in Connecticut, terzo di dieci figli di un bottegaio chiamato Philo Barnum. Alla fine della sua vita, quando la morte lo spense nel sonno a ottant'anni, sarebbe stato il mondo a lucidare le sue scarpe e insignirlo di un titolo che nessuno potrà mai più contendergli: "l'Uomo che inventò lo show business".
Tutto quello che oggi vediamo e subiamo nell'Era della pubblicità, della televisione, della politica spettacolo, degli effetti speciali, dei "mostri" reali o immaginari, vengono da lui, Phineas Taylor Barnum, dall'uomo che enunciò la legge fondamentale della società dei consumi: "Tutta l'umanità è formata da potenziali clienti".
Se il suo nome è per sempre legato al circo moderno, alla riscoperta e alla commercializzazione dei tendoni a righe, eretti nelle spianate e nelle piazze d'armi con leoni in gabbia, nani, ballerine, acrobati, elefanti, contorsionisti e domatori in perizoma leopardato, delle sfilate di meraviglie esotiche che attraversavano, con fino a sessanta carri, le città americane scatenando l'eccitazione e la fantasia dei tempi senza cinema, radio o televisione, la storia di questo ineguagliabile imbonitore è molto più importante dell'avventura di uno spacciatore di donne barbute, di foche sapienti o di sirene imbalsamate, fabbricate con il torso di una scimmia impagliata e cucita con la coda di un delfino.
La creazione del circo moderno, quello che oggi altre forme di intrattenimento, insieme con il ribrezzo per l'umiliazione di magnifici animali minacciano di estinzione, fu infatti soltanto l'ultima delle sue imprese, un'idea che lui stesso aveva definito "l'hobby di un vecchio". Lo lanciò quando aveva già sessantun anni e una vita trascorsa a produrre spettacoli incredibili, attrazioni mostruose, incantesimi per un pubblico assetato di meraviglie, che lo aveva reso il primo "milionario dello show business" e l'americano più famoso nel mondo, alla fine dell'Ottocento, come scrissero le necrologie sui giornali di New York e di Washington, contagiate anche post mortem dalla sua abilità per le iperboli.
Il suo successo, ormai mondiale, sancito da udienze con la Regina Vittoria, lo Zar Alessandro III, l'imperatore Napoleone III, e da una reggia privata costruita in stile revival ottomano nel Connecticut, chiamata "Iraniana", era nato non dal super elefante Jumbo trasportato a New York dallo zoo di Londra o dall'ingaggio dell'"Usignolo della Scandinavia", una cantante svedese dalle voce angelica, che i ricchi di New York, gli Astor, i Vanderbilt, i Carnegie, pagavano fino a seimila dollari di oggi per ascoltare.
L'intuizione che lo rese immortale, oltre che favolosamente ricco, era il corollario della sua prima legge, quella su un mondo popolato di potenziali clienti. "Senza la promotion - spiegava nelle sue memorie, che regalava ad altri editori senza chiedere royalties, pur di diffondere il proprio messaggio - dunque senza pubblicità diremmo oggi qualcosa di terribile potrebbe accadere: niente".
Non è quello che vendi, ma "come" lo vendi che richiama i polli nell'aia, anche se una frase attribuita a lui, "c'è un pollo nato ogni minuto, se lo incontri ce l'hai fatta" è falsa. Il suo primo colpo, fatto poco dopo essere sbarcato a New York, da allora la capitale mondiale del marketing e della industria pubblicitaria, venne quando aveva venticinque anni, nel 1835.
Ingaggiò una vecchietta afroamericana, Joice Het, che per qualche tempo aveva girato nei paesi della provincia americana raccontando le memorie e l'esperienza di schiava nelle case di ricchi piantatori del Sud, dai quali era fuggita. Barnum ebbe un'idea migliore.
Con una campagna martellante di lettere ai giornali, allora molto più di oggi avidi di storie sensazionali e di feuilleton a effetto, sparse la notizia che Joice aveva centosessant'anni ed era stata la nutrice del piccolo George Washington nella sua casa natale in Virginia. Washington era, in quel 1835, morto da appena trentasei anni. Parenti e persone che lo avevano conosciuto erano ancora vivi, eppure un fiotto, poi un fiume di curiosi, accorsero, pagando venticinque centesimi a testa, per ascoltare la vecchia, inferma donna raccontare l'infanzia del "padre dell'America".
Quando morì, poco dopo, un Barnum indignato pagò di tasca sua un'autopsia condotta dai migliori anatomopatologi del tempo, che conclusero seccamente che Joice non poteva avere più di novant'anni e dunque non avrebbe mai potuto essere la balia e la babysitter di Washington, praticamente suo coetaneo.
Un altro imbonitore, un altro magliaro, ne sarebbe stato distrutto. Non Barnum che aveva imparato la lezione fondamentale, che poi generazioni di impresari, venditori di elisir di lunga vita, truffatori di Borsa e naturalmente politicanti, avrebbero assimilato e sfruttato: i clienti - il pubblico - credono a quello che vogliono credere.
Nel tempo del trionfo positivista, a metà dell'Ottocento, anche l'innaturale sembrava naturale. Sul successo della falsa balia di Washington, costruì il museo delle cose impossibili, proprio di fronte ad una della chiese più celebri di Manhattan, la cattedrale di San Paolo, dove il primo presidente americano aveva giurato fedeltà alla Costituzione.
Accanto a strumenti scientifici autentici, studiati per dare un certo cachet alle panzane, esibì una collezione di ciò che lui stesso chiamava lo humbug, un'espressione presa dalla più famosa favola natalizia di Charles Dickens e che significa, detto brutalmente, "balle".
Produsse il "Generale Pollicino", un nano di cinque anni che vestiva in alta uniforme e costringeva a fumare sigari mostruosi sorseggiando bourbon, cose che oggi avrebbero portato all'immediato arresto e alla condanna di P. T. Barnum.
Accanto al generale, spuntò un ammiraglio tascabile e una marinaretta in miniatura, formando la troupe "dei lillipuziani innamorati": la piccola sposò il generale, preferito all'ammiraglio, in un matrimonio solenne al quale partecipò anche il sindaco. Nacque un verbo: "barnumizzare", trasformare il nulla in eventi, la credulità in realtà.
Arrivò la sirena impagliata, mezza scimmia e mezzo delfino, con le foche letterate che si fingeva sapessero leggere, le immancabili donne cannone specialmente sensazionali in quegli anni di fame, il cane tessitore che faceva funzionare un telaio, Chang ed Eng i gemelli siamesi. E poi spettacoli musicali con "menestrelli negri", in realtà bianchi con il nerofumo in faccia, per prendere in giro il Sud, i sudisti e i proprietari di schiavi.
Tra il 1841 e il 1864, quando il locale bruciò, incendiato da spie inviate dalla Confederazione, dai sudisti, furiosi per la propaganda antischiavitù e per i soldi che Barnum passava agli eserciti delle giubbe blu, trentotto milioni di "polli" pagarono i loro venticinque centesimi per visitare il museo di Barnum, un numero di persone superiore al totale degli abitanti degli Stati Uniti, che nel 1860 erano trentadue milioni, prova di ripetute frequentazioni.
E quando decise di ingaggiare in esclusiva per una tournée americana di sessanta giorni Jennie Lind, soprano svedese che aveva deliziato le corti europee ma era del tutto ignota oltre oceano, ipotecò tutte le sue proprietà per pagarle l'ingaggio inaudito di mille dollari per sera. Dopo una settimana, aveva non soltanto recuperato l'investimento e pagati i debiti, ma quadruplicato il capitale.
Lo slogan, lo "spot" aveva raggiunto il bersaglio: "Venite ad ascoltare la voce dell'angelo che vi porterà lontani dalle miserie della vostra vita". Una vita che, nella Manhattan dove lo sterco dei cavalli lastricava le strade, e nuovi immigrati senza documenti e senza futuro brulicavano in termitai umani, aveva disperato bisogno di echi angelici.
Eppure Barnum, forse ben conscio di un'altra classica legge del commercio americano secondo la quale "nessuno ha mai fatto bancarotta vendendo religioni", si proclamava un uomo profondamente spirituale. Nel suo museo a Broadway esibiva il tronco di un ulivo sotto il quale Gesù e i suoi apostoli si sarebbero riparati dal sole della Palestina. Un falso, ma non molto più falso della panoplia di reliquie che nell'Europa delle indulgenze e della ribellione luterana circolavano.
Come tutti gli imbonitori, detestava gli altri spacciatori di menzogne, chi "scherza con l'anima, che è quanto di più prezioso abbiamo". Offriva cinquecento dollari a tutti coloro che smascheravano medium e comunicatori con l'aldilà, "infami speculatori sulla disperazione e il lutto" e, come avrebbe fatto Houdini anni dopo, personalmente svelava i trucchi dei "maghi", conoscendoli bene.
Tentò fortuna anche in politica, e fu eletto, prevedibilmente, deputato, da quel perfetto conoscitore dei "clienti", in veste di elettori, che era.
Il circo equestre fu un'idea tardiva, appunto un "hobby senile". Ma l'archetipo che sarebbe poi stato riprodotto all'infinito, prima del suo tramonto, che avrebbe sedotto poeti come Maxim Gorki e arcigni dittatori comunisti, fu suo.
L'infinito rosario di carovane prima e poi di vagoni ferroviari attraversavano le grandi pianure e i monti per rovesciare meraviglie inimmaginabili su tutta l'umanità dispersa in un continente spopolato, fu sua, come suo era il treno che acquistò per il trasporto.
L'annuncio dato da un clown, che entrava in città polverose o fangose gridando "The circus is in town, the circus is in town", il circo arriva, è una sequenza che si è stampata nella memoria genetica di ogni americano, anche di coloro che ormai non frequentano i palazzi dello sport nei quali si esibiscono gli eredi di Barnum, il "Ringling Brothers Circus".
Certamente, Phineas T. Barnum, l'inventore del marketing e delle promozioni, aveva pensato la propria morte diversamente dal silenzioso passaggio nel sonno. Ma si era, genio della pubblicità, fino in fondo cautelato. È sepolto nel cimitero che lui aveva fatto costruire per se stesso.
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