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sabato 25 maggio 2013

LA LEGGENDA DI ACHILLE PIE' VELOCE

 di Alessandro D'Ausilio



 Il suolo è il mondo.
 Achille, piede veloce, camminava a passi lenti.
 Un passo dopo l’altro.
Incassava il contatto con il suolo come una oscura voluttà alla quale si era abbandonato già da molto tempo; forse da quando aveva scoperto il piacere di passare la grattugia sotto la pianta del suo piede ancora giovane.
Aveva circa nove anni la mattina del primo novembre 1996. Indossava le sue scarpe preferite, converse grigio del 1994.
Consumate e strette, le aveva recuperate dalla spazzatura dei vicini e le aveva nascoste nello zaino, cosicché potesse utilizzarle durante ogni passeggiata.
Quel giorno stava andando tutto per il meglio quando sentì due mani stringerlo forte sulle spalle e premerlo fino a farlo cadere in ginocchio, privando i suoi amati piedi del contatto con l’asfalto.
Brisa, sua madre, aveva da tempo colto il suo strano modo di relazionarsi con quella parte del corpo e da tempo notava che le Bull Boys comprate otto mesi prima erano ligie come appena dopo la loro ultima lavorazione.
Lo trovò a camminare come una tartaruga su un tronco lungo almeno dieci metri e disteso sul suolo.
Notava le sue perverse espressioni di piacere.
Rivedeva le sue, in momenti del tutto diversi, e inorridiva fino a maturare la scelta della punizione corporea.
Lo piegò fin sulle ginocchia e lo strascinò fino a casa.
Lo condusse nella camera da letto e lo pregò, con tono solenne, di inginocchiarsi e poggiare la testa, con gli occhi chiusi, sul copriletto.
Erano passati circa dodici anni.
Achille era davvero diventato Piede Veloce.
Era il migliore centometrista dell’associazione atletica, cavalcava il Tartan in poliuretano rosso come non molti.
Per questa sua straordinaria attitudine fu subito accolto in Accademia militare.
Gridava forte l’ufficiale.
. Rispondevano fino a sgolarsi gli allievi.
L’ufficiale recitava come se non avesse fatto altro in vita sua.
Achille era divertito dalla simpatica incitazione del suo ufficiale.
Marciarono per 5 ore.
Ormai non contava più quante volte aveva sentito il comando “Passo” e quante volte il plotone aveva fatto alt e poi poco dopo dietro front.
Cadde in ginocchio.
Questa volta non furono le mani di sua madre a spingerlo a terra, ma solo la sofferenza di ore ed ore ritto in piedi senza nessun tipo di tregua.
Il plotone si fermò.
Pioveva.
L’ufficiale si avvicinò, lo avrebbe usato come esempio.
La voce si fece spazio tra le gocce fitte di pioggia.
Sembrava avesse posato lo sguardo sulla trapunta matrimoniale come fece e poi rimosse dai ricordi molti anni prima.
>
e poi più dimesso < Signore>
Ci fu un silenzio nella sua vita e nel piazzale di marcia.
si voltò ma con la stessa solennità: .
La pioggia batteva prima lenta e poi, ad ogni alt, insieme alla punta della scarpa di Achille, batteva forte su tutto il piazzale.
Achille sentì le suole consumarsi rapidamente.
Un pietrisco si introdusse furtivo nella scarpa.
Fu come incontrare una persona e capire di averla aspettata per una vita.
L’ufficiale meravigliato dalle ben diciotto ore di marcia chiese ad Achille di interrompersi in quella estenuante pratica.
Achille non ascoltava più.
Questa volta non ci sarebbero state le sberle di sua madre sulle natiche d’acciaio a farlo trasalire da quell’aeriforme che aveva occupato ogni meandro della sua volontà.
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Il piede sinistro batteva ancora con il tempo forte.
Suonava nella testa di Achille il ticchettio di un metronomo impostato sulle battute di una marcia.
Un due, un due, un due.
Achille si trovò a marciare tra il piacere e il feticismo.
Molti anni dopo, Achille, piede veloce, era relegato su una panchina.
Achille si vide bambino, passeggiare su quel tronco.
Poi vide sua madre, premere da dietro sulle sue spalle minute.
Interruppe i ricordi.
Erano affiorati.
Pianse Achille.
Si tolse le scarpe e lavò i suoi piedi con le sue stesse lacrime: non ci sarebbero stati altri uomini a fare un gesto così umile.
Camminò a piedi nudi lungo tutta la strada che percorse.
Poi incontrò una donna.
Lo condusse nella sua abitazione.
Uno sguardo soddisfatto accompagnava la domanda della donna.
diceva Achille, piede feticista, mentre succhiava.
Achille si vide bambino, mentre passeggiava sul tronco ogni volta che la pratica aveva termine.
Ogni volta, aspettava sua madre.
Non arrivò mai.

IL SUONO DELL'ANIMA

di Alessandro D'Ausilio




 Luci di altri tempi, quelle dei lampioni sulle strade bagnate dal catrame luccicante.
 Scarpe di altri tempi, quelle lucidate dagli sputi dei garzoni con i capelli oleati di sudore e le mani nere di carbone e di dolore.
 Bombette e pince nez di altri tempi, oggetti e accessori d’abbigliamento di un passato troppo lontano;gli anni venti o forse i trenta.
 Martin era quel luogo, o meglio, quel luogo era Martin, fino a non sapere più cosa distinguesse l’uno dall’altro.
 Si dice che nessuno l’abbia mai visto camminare e che nessuno abbia ascoltato una voce che non fosse quella del suo strumento, un pianoforte nero come l’asfalto posato su una piattaforma intarsiata di faretti;
 Un cielo da guardare con la testa verso basso.
 Su quella piattaforma Martin costruiva la sua vita.
 Componeva armonie di suoni rilassanti.
 Era un continuo orgasmo di note; prima stridule poi tenuemente sfumate fino a confonderle nel suono di qualcosa molto simile alla passione che travolge e sconvolge quasi senza far rumore.
Le sue mani non si separavano mai dal tappeto di tasti di quel pianoforte.
Sembrava che le corde non si usurassero mai nel tempo perché il suo tocco era della stessa sostanza della seta e le sue mani attente come quelle di un chirurgo; dita attente a non far male chi poi ti concede così tanto di se stesso e senza nessuna riserva.
 - Suonerà fin quando lei non verrà.
 Era la voce di Liam rovinata dall’assenzio.
 - Suonerà perché lei possa sentire e finalmente innamorarsi;
 Innamorarsi del suono della sua anima, che mai riuscì a raccontare quando giovani si conobbero.
 - Udrà in quella cassa gonfia di corde muoversi il mio amore, salire nell’aria, farsi spazio tra il fumo di qualche sigaretta, dribblare il profumo di qualche donna di classe, poi combattere il vuoto, abile nel creare la distanza, e poi finalmente la vedrò.
 La vedrò avvicinarsi lentamente al mio tavolo su cui servono solo pietanze condite di suoni e armonie, suonerò il suo corpo con lo stesso impeto della mia migliore composizione e le urlerò forte tutto il mio amore.
 Questa era la voce di Martin che nessuno sentì ma che tutti immaginarono in quegli anni in cui ascoltarono solamente la sua anima, senza le barriere delle parole, ma senza capire in fondo cosa stesse dicendo realmente.
 Si chiedevano tutti quando avrebbe smesso di suonare.
 In fondo tutti avevano condiviso quell’amore, tutti avevano avvertito la passione e la malinconia, l’assenza e la presenza, il dolore e la speranza, racchiusa in un volto senza lineamenti, un volto confuso a volte come la sua musica.
 Forse aveva dimenticato persino lei, la musica s’intende, il volto della sua Musa e cercava fiducia nelle mani di Martin, vuote per anni di un contatto carnale, private per anni di stringere forte la pelle di una donna, quella donna, la Donna della sua vita.
 Così si innamoravano tutti del suono del suo nome, pronunciato tra gli accordi sospirati.
 Provavano a costruire i lineamenti del suo viso e sorridevano di gioia nel vederla nei volti delle loro mogli o delle loro amanti.
 Annusavano il suo profumo mentre sorseggiavano un bicchiere di buon vino. Immaginavano di stringere le sue gote, due amanti stretti in un lento.
 Immaginavano di baciare la sua bocca, due amanti stretti in un lento ormai interrotto.
 Immaginavano di vederla entrare ogni volta che Martin improvvisamente si fermava; un respiro ansioso, poi ripartiva spedito come un treno silenzioso tra le valli della notte.
 Non alzava mai lo sguardo se non per guardare l’orologio in legno e poi lo abbassava per guardare gli ultimi accordi posarsi sullo strumento.
 Poi spegnevano i faretti, chiudevano le porte e Martin riposava con tutto il locale, sempre seduto nella stessa posizione, lacerato da un attesa estenuante ed Eterna.
 Martin riposava con i lampioni, con il catrame luccicante sull’asfalto, con le panchine stanche di ospitare, con le note che ultime salivano in cielo per depositarsi su nuvole di melodie e poi piovere l’indomani sul mondo che le attende per non perdere la fantasia.
 Non ci sono giorni speciali, i giorni sono formati da ventiquattro ore, circa millequattrocentoquaranta minuti oppure tremilaseicento secondi.
 Il tempo è uno solo ed è in grado di smarrire la moltitudine dei suoi braccianti attraverso il suo passato che amalgama i ricordi come se anche loro fossero uno solo.
 Martin quella sera non smise di suonare.
 Erano le dieci e Martin stava parlando alla gente come suo solito.
 All’improvviso tutti la videro.
 Entrò finalmente.
 Nel suo abito ricamato di fori e chiavi di violino tutti compresero la sua identità.
 - L’ha raccontata proprio bene!
 Raccontava sottovoce Jane al suo amico, mentre tutti erano catturati dall’andamento lento della donna.
 Nel suo abito, adesso grigio e adesso blu, la bella attesa sorseggiava un bicchiere di vino fresco; si infrangeva su quelle labbra come se fosse tempesta violenta causata dal vento del suo andamento.
Incantato dal suo viso Martin smise di suonare.
 - Diglielo MARTIN.
 Liam pensava tra se con la sua stessa voce, annegata nell’assenzio.
 Lei si avvicinò.
 Martin tese la mano.
 Lei la strinse mentre posava il calice sul suo piano.
 Nessuno aveva mai osato tanto.
 - Ti prego suona ancora per me. Disse con una voce familiare a tutti i presenti.
 Martin suonò e la vide danzare.
 La vide allontanarsi dalla sua anima, dopo essersi fatto violentare nell’attesa di un suo bramato bacio.
 Posato sul suo abito ricamato adesso adagiava un altro uomo, non curante della musica su cui muoveva i suoi passi e sui quali avvolgeva il corpo che Martin per anni aveva amato.
 Iniziarono tutti a piangere e Martin perse la voce piano piano.
 La sentirono tutti, prima un po’ rauca, poi debole e infine spegnersi in emissioni di fiato prive di forza sulle corde vocali di un piano improvvisamente refrattario verso le emozioni del pianista.
 Tutti videro i tasti colorarsi di rosso e quell’abito sgonfiarsi della sostanza di un uomo.
 Si sentiva solo una musica in dissolvenza, sempre più lontana , sempre più lontana, fino a non sentirsi più.
 Quella sera salutarono tutti Martin.
 Squarciò la sua anima pur non gridando mai il suo amore a chi violentò il suo cuore come fa un calice di vino posato sulle corde di un pianoforte. (Udito)

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