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lunedì 15 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 gennaio.
Il 15 gennaio 1945 viene fondata l'ANSA.
La prima agenzia di stampa italiana nacque à Torino il 26 gennaio 1853 e si chiamò “Stefani” dal nome del suo fondatore, Guglielmo Stefani. Nato a Venezia il 5 luglio del 1819, Guglielmo Stefani aveva diretto a Padova il “Caffè Pedrocchi”, un settimanale ispirato al “Caffè”  di Pietro Verri, che, sul modello dell’inglese “Spectator”, era stato dal 1764 al 1766, prima a Brescia e poi a Milano, la più significativa espressione dell’Illuminismo italiano.
Implicato nella sommossa antiaustriaca del febbraio del 1848 a Padova e poi nei moti rivoluzionari che portarono alla dichiarazione della repubblica di Venezia, Guglielmo Stefani fu tra i patrioti esiliati nell’agosto 1949 dal generale Radetzki e a Torino, dove trovò accogliente rifugio, diventò ben presto direttore della “Gazzetta piemontese”, organo ufficioso del governo. Sorta per suggerimento di Camillo Benso di Cavour, allora primo ministro del Piemonte, a imitazione delle agenzie Havas e Reuters, l’agenzia Stefani ebbe dapprima la semplice funzione di diffondere i comunicati ufficiali, ma a poco a poco si sviluppò di pari passo con l’unità d’Italia, anche se per gli avvenimenti esteri rimase a lungo tributaria delle “grandi” di allora: le agenzia Havas, Reuters e Wolff.
Nel 1864 la Stefani seguì la capitale a Firenze; nel 1871 era a Roma.  Dopo la morte di Guglielmo Stefani, avvenuta nel 1861, l’agenzia ebbe come direttore il figlio Girolamo, fino al 1881; e poi Ettore Friedländer dal 1881 al 1918: 37 anni, che – dalla guerra d’Africa allo scandalo della Banca Romana, dagli spari di Bava Beccaris al governo del generale Pelloux, dall’assassinio di Umberto I allo sbarco in Libia e alla prima guerra mondiale – videro la Stefani permanentemente vicina al governo, specialmente durante la presidenza di Francesco Crispi, quando, in coincidenza con la cosiddetta Triplice Alleanza tra Germania, Austria-Ungheria e Italia, l’accordo con l’agenzia francese Havas fu sciolto nel 1889 e sostituito da uno con la tedesca Wolff e l’austriaca Correspondenz.
Tutto cambiò, ovviamente, alla vigilia della prima guerra mondiale. Gli accordi con la Wolff e la Correspondenz saltarono e l’agenzia Stefani, confortata da più cospicui aiuti governativi, diventò il naturale veicolo dell’informazione di stato in Italia e all’estero; e, in Italia, anche delle notizie che, durante il conflitto, l’Havas diramava sugli eventi lungo gli altri fronti europei.
L’“ufficiosità” dell’agenzia – per non dire di più – è confermata dal fatto che dal 1855 le sue notizie venivano ogni giorno pubblicate dall’organo ufficiale del governo (prima “Gazzetta piemontese”, poi “Gazzetta ufficiale”), sia pure in una sezione che aveva la testata “parte non ufficiale” e, in un primo tempo, il sottotitolo di “Dispacci elettrici (ossia telegrafici) privati (agenzia Stefani)”. Era anche un modo per assicurare una regolare, anche se ritardata informazione alle Prefetture, cui istituzionalmente la “Gazzetta ufficiale” era destinata. La pubblicazione delle notizie Stefani da parte della “Gazzetta ufficiale” terminò il 21 aprile 1920, dopo che l’agenzia, alla cui direzione Salvatore Mastrogiovanni aveva sostituito il Friedländer, si era trasformata in una società per azioni, non senza, tuttavia, un accordo col governo, che ancora le affidava il compito di distribuire le informazioni non solo alla stampa, ma anche ai prefetti e ad altri uffici governativi e inoltre sottoponeva alla propria approvazione la nomina del direttore. La società anonima costituita nel 1920 aveva un capitale sociale di un milione, diviso in duemila azioni di 500 lire ciascuna, duecentosessanta delle quali erano di proprietà dei parenti di primo o secondo grado del fondatore Guglielmo Stefani. Presidente era il genero, Pio Piacentini, l’architetto che nel 1878 aveva progettato il palazzo delle esposizioni a Roma, in Via Nazionale, e padre di Marcello, anche lui azionista della nuova società e anche lui architetto; sarebbe poi diventato accademico d’Italia. Al posto di Salvatore Mastrogiovanni venne nominato Giovanni Cappelletto.
La formula societaria rese facilissimo il passaggio della proprietà nelle mani di un uomo fidato di Benito Mussolini, che, dopo la “marcia su Roma” e la conquista del potere nell’ottobre del 1922, aveva sùbito visto nell’agenzia di stampa lo strumento più adatto per il controllo dell’informazione primaria e quindi dell’informazione pubblicata dai giornali. L’operazione fu rapida. Alla fine di marzo del 1924 Manlio Morgagni, già direttore amministrativo del “Popolo d’Italia” e fedelissimo di Mussolini, fu nominato consigliere d’amministrazione dell’agenzia; il 1° dicembre 1925 ne diventò presidente al posto di Pio Piacentini, dimissionario per “motivi di salute”. La Stefani si accingeva a diventare quello che fu poi chiamato “un organo politico di governo e, più ancora, di battaglia”, “il più delicato strumento giornalistico del Regime”.
Con i soldi del governo l’agenzia rafforzò la propria organizzazione. Gli uffici di corrispondenza in Italia, da 14 che erano nel 1924, divennero 30 nel 1934 e 32 nel 1939. Dodici nel 1924, i corrispondenti all’estero furono 38 nel 1934, 65 nel 1939. La vecchia Stefani non aveva uffici all’estero; la nuova ne aveva 16 nel 1939; ed era all’estero che essa si manifestava, ancor più che in Italia, come organo di propaganda del fascismo, senza risparmio di mezzi finanziari.
Dopo lo scoppio della guerra Manlio Morgagni, che nel 1939 era stato nominato senatore, rafforzò ulteriormente i servizi interni dell’agenzia e potenziò, all’estero, quelli nei paesi neutrali, affiancandoli con notiziari in francese e anche in inglese, trasmessi in Morse e poi, alcuni, in telescrivente col sistema “Hell”.
Con Morgagni presidente-direttore generale, nella sede romana di via di Propaganda (un nome emblematico, anche se traeva origine dal contiguo palazzo borrominiano di Propaganda Fide) si erano succeduti come direttori, dopo Giovanni Cappelletto, andato in pensione nel 1939, prima Carlo Camagna, fino al 1941, e poi Roberto Suster, un giornalista trentino, già corrispondente del “Popolo d’Italia” da Berlino e poi della Stefani.
Tragiche vicende stavano però per concludere la fascistissima Stefani. Dopo la drammatica riunione del Gran Consiglio del fascismo il 24 luglio del 1943, alle 22.53 del 25 la radio trasmise il comunicato con cui il Quirinale annunziava l’arresto di Benito Mussolini, avvenuto a villa Savoia, residenza del re. Alle 23.15 Manlio Morgagni si sparò due colpi di rivoltella nella sua villa di via Nibby. Fu il direttore Suster a trasportarlo, agonizzante, al Policlinico Umberto I, dove morì dopo qualche minuto. Manlio Morgagni è stato l’unico fascista suicida con la caduta del fascismo. Dopo la liberazione di Mussolini, la Stefani seguì a Salò il governo della Repubblica Sociale. A Roberto Suster, che il governo Badoglio aveva lasciato al suo posto nonostante i suoi discutibili precedenti, successe Orazio Marcheselli e poi Ernesto Daquanno, che il 28 aprile del 1945, dopo la fine della guerra in Italia, fu fucilato a Dongo, sul lago di Como, insieme ad altri sedici gerarchi del fascismo. La mattina dopo, il suo cadavere fu esposto, insieme a quello di Benito Mussolini, in piazza Loreto a Milano.
Tre mesi prima, a Roma, quando la guerra sembrava essersi fermata sulla “linea gotica”, tra la Toscana e l’Emilia, tra le Marche e la Romagna, era intanto nata l’Ansa, la prima agenzia di stampa della nuova Italia, nello spirito della Resistenza e della riconquistata libertà. L’idea di un’agenzia di stampa come una cooperativa di giornali, non controllata dal governo e neppure da gruppi privati, era stata avanzata da tre uomini che rappresentavano quelle che apparivano essere le formazioni politiche più consistenti: Giuseppe Liverani, direttore amministrativo del “Popolo” democristiano, Primo Parrini, direttore amministrativo del socialista “Avanti!”, e Amerigo Terenzi, consigliere delegato dell’organo del Pci “l’Unità”. L’iniziativa, alla quale aderirono subito l’”Italia libera” del Partito d’azione, la “Voce Repubblicana” e il “Risorgimento liberale”, non fu vista male dalle autorità inglesi e americane, che – a differenza di quanto, dopo la fine della guerra, avrebbero fatto in Germania, dove “Associated Press”, “Reuters”, Afp e Tass distribuirono fino al 1948, nelle rispettive zone di occupazione, un loro notiziario tradotto in tedesco – ne favorirono il successo, decidendo addirittura di abolire l’agenzia in lingua italiana da esse costituita e operante nelle regioni via via liberate: la NNU (“Notizie Nazioni Unite”).
Il 15 gennaio uscì il primo numero dell’Ansa, distribuito soltanto a Roma. I redattori erano stati scelti fra giornalisti professionisti non compromessi con la stampa fascista e fra giovani che avevano già lavorato con la NNU; direttore era, non ufficialmente, Renato Mieli, responsabile della sezione italiana della stessa NNU. La sede fu per un mese in via del Moretto; poi si trasferì in alcune stanze della disciolta agenzia Stefani in via di Propaganda.
I sei soci fondatori diventarono subito dodici con gli altri sei quotidiani che uscivano a Roma; ad essi si aggiunsero prima i giornali del sud, poi, dopo la fine della guerra, quelli del nord. In ottobre si svolse la prima assemblea di tutti i soci; presidente della società fu eletto Carlo Ardizzone, un editore siciliano; l’incarico di direttore generale fu affidato a Edgardo Longoni, condirettore dei quotidiano romano “Riscostruzione”.
La distribuzione del notiziario avveniva per fattorino a Roma e per radiotelegrafo ai giornali delle città più importanti, attraverso gli uffici dell’agenzia, via via costituiti. Qui un “marconista” (così si chiamavano allora i radiotelegrafisti) riprendeva il testo in Morse, traducendolo immediatamente sulla macchina per scrivere: tante copie con la carta carbone su carta velina quanti erano i giornali a cui distribuire il notiziario, a mano nel capoluogo e per ferrovia, “fuori sacco”, ai giornali stampati nelle altre città della regione.
La ricostruzione del paese dopo le distruzioni della guerra portò al ripristino delle linee telegrafiche e telefoniche, ma i progressi dell’Ansa furono faticosi e travagliati da grosse difficoltà finanziarie. Una svolta avvenne nel 1949 con la nomina a consigliere delegato di Gastone Fattori, già direttore amministrativo di un quotidiano fiorentino, la “Nazione del Popolo”, organo del Comitato toscano di liberazione nazionale. Fattori capì che la sopravvivenza dell’agenzia dipendeva da un’intesa con lo Stato, senza che ciò dovesse significare la perdita dell’indipendenza pertinente alla sua struttura sociale che la voleva organo né ufficiale né ufficioso; anzi, proprio per questo suo essere una cooperativa di giornali di differente collocazione politica, l’Ansa poteva essere uno strumento sia per garantire alla stampa italiana una informazione dall’estero non mutuata dalle grandi agenzie mondiali, sia per assicurare alla stampa straniera, a cominciare da quella dell’America latina, un resoconto degli avvenimenti italiani fatto da un organismo italiano. Con l’inizio degli anni Cinquanta l’Ansa cominciò così, con l’aiuto dello Stato, ad aprire uffici all’estero e a diffondere prima in Argentina e poi anche in altri paesi latino-americani notiziari in italiano e più tardi in spagnolo. La presidenza, che da Ardizzone era passata nel 1947 a Cipriano Facchinetti, uno dei più autorevoli rappresentanti del repubblicanesimo, fu affidata nel 1952 a Luigi Gasparotto, senatore di diritto ed ex ministro per il partito democratico del lavoro, e nel 1954 a Lodovico Riccardi, editore del “Piccolo” di Trieste e uomo dell’agenzia fin dal 1945. Alla direzione giornalistica – dopo Edgardo Longoni e dopo Leonardo Azzarita, che avevano la qualifica di direttore generale – fu nominato nel 1952 come direttore responsabile  Angelo Magliano, un giornalista che proveniva da quello che era stato il primo quotidiano moderno uscito in Italia, il “Corriere Lombardo” di Milano.
Sergio Lepri, fiorentino, già insegnante di storia e filosofia, al giornalismo era arrivato dirigendo a Firenze, nell’inverno 1943-44, un giornale clandestino del Partito liberale, “L’opinione”. Redattore della “Nazione del popolo”, organo del Comitato toscano di liberazione nazionale, era stato poi redattore capo, sempre a Firenze, del “Giornale del mattino”, diretto da Ettore Bernabei, e poi corrispondente da Parigi. Gli obiettivi di Lepri furono tre: primo, “disufficializzare” l’agenzia, riportandola alle sue istituzionali caratteristiche di cooperativa di quotidiani di contrapposta collocazione politica, sia filogovernativi, sia di opposizione; secondo, realizzare lo spirito cooperativo che caratterizzava la struttura sociale dell’agenzia, assicurando a tutti i giornali soci, grandi e piccoli, un’informazione non solo imparziale ma sempre più completa. Il terzo obiettivo fu quello di tentare altri mercati oltre quello dei quotidiani, per garantire all’agenzia una indipendenza economica e quindi anche politica, allargando gli introiti, così che essi non fossero soltanto quelli dei soci e dello Stato. Era un compito ambizioso, che prese vigore negli anni Settanta, dopo la nomina di Paolo de Palma, già consigliere delegato della “Gazzetta del Mezzogiorno”, alla nuova carica di direttore generale. Francesco Malgeri, che nel 1969 aveva sostituito come presidente il dimissionario Lodovico Riccardi e nel 1973 aveva realizzato il progetto di dare all’agenzia una sede prestigiosa, il secentesco palazzo della Dataria, lasciò nel 1976 il suo incarico a Gianni Granzotto; e con lui se ne andò dall’agenzia anche Gastone Fattori, dopo quasi un trentennio di vita aziendale.
Si preparò allora l’Ansa degli anni Ottanta: l’adozione delle nuove tecnologie, la creazione di nuovi prodotti, la ricerca di più larghi mercati, un bilancio quanto più possibile in equilibrio. Nel 1980 nacque nel Veneto il primo dei notiziari regionali che successivamente si sono affiancati in tutte le regioni al notiziario generale; nello stesso anno entrò in funzione un sistema elettronico di supporto redazionale; nel 1982 diventò operante il Dea, cioè l’archivio elettronico; nel 1984 la velocità di trasmissione passò su tutte le reti da 50 a 200 baud; e contemporaneamente si allargava via via la commercializzazione del notiziario allora chiamato “4a rete” ossia una sintesi dei notiziario generale, diretta prevalentemente ad organi non giornalistici e selezionabile seguendo le esigenze del singolo destinatario.
Col progresso dei sistemi di trasmissione il notiziario generale per l’Italia venne via via trasmesso, su richiesta del ministero degli esteri, alle rappresentanze diplomatiche italiane in Europa e poi anche negli altri continenti; ma accanto a questo notiziario, al notiziario speciale “4a rete” e ai notiziari regionali l’Ansa aveva anche una serie di notiziari per l’estero: il maggiore (18-20 mila parole al giorno in lingua spagnola) era rivolto alla stampa latinoamericana ed era redatto per metà a Roma e per metà a Buenos Aires sulla base delle informazioni inviate dai corrispondenti dell’agenzia nelle capitali dei paesi dell’America latina; altri due erano notiziari in francese e in inglese, diretti in tutti i continenti per le agenzie di stampa nazionali. L’agenzia svizzera Ats si serviva del servizio estero dell’Ansa per il suo notiziario destinato ai giornali in lingua italiana del Canton Ticino e l’agenzia jugoslava Tanjug dell’intero notiziario per il quotidiano in lingua italiana di Fiume.
A metà degli anni Ottanta l’Ansa era classificata – per numero di parole prodotte e trasmesse in più lingue e per numero di uffici di corrispondenza all’estero – come la quinta agenzia di informazione nel mondo, cioè dopo le agenzie mondiali Ap, Reuter, Afp e Upi; era la prima delle agenzie cosiddette internazionali, seguita dalla tedesca Dpa e dalla spagnola Efe. Nessun’altra impresa italiana era così in alto nelle classifiche mondiali per categoria.
   In vista degli anni Novanta l’Ansa proseguì nel suo sviluppo, in sintonia con i nuovi bisogni via via emergenti dalla società italiana nel suo processo di trasformazione. Due i passi in avanti: l’ingresso nella telematica con l’inserimento di un particolare tipo di informazioni in alcune reti telematiche (per esempio le “pagine gialle elettroniche”) e con l’offerta di uno speciale servizio (“AnsaService”) a quella utenza che non era interessata a un collegamento permanente con un’agenzia, ma aveva tuttavia bisogno,  saltuariamente e occasionalmente,  di questa o quella informazione della giornata o delle giornate precedenti; e con AnsaService poteva farlo, attraverso un qualsiasi personal computer e la normale linea telefonica. Il 15 gennaio 1990 Sergio Lepri, arrivato ai settanta, lasciò la direzione responsabile dell’agenzia, che deteneva dal 6 gennaio 1961, e al suo posto il Consiglio di amministrazione nominò Bruno Caselli, che di Lepri era stato il più stretto collaboratore e che dal 1985 era vicedirettore per i servizi italiani.     Il primo compito del nuovo direttore, affiancato da Sergio Chizzola, promosso da redattore capo centrale a vicedirettore per i servizi italiani (con funzioni vicarie), e da Aldo Bagnalasta, vicedirettore per i servizi esteri, è stato di attuare il previsto programma di riorganizzazione della redazione centrale, per rendere il lavoro delle varie strutture giornalistiche più razionale e più rispondente alla nuova produzione di informazioni per l’utenza giornalistica e per quella non giornalistica. La responsabilità generale passò nelle mani di Alfredo Roma, amministratore delegato. Presidente fu nominato Umberto Cuttica.     Per tutta la seconda metà degli anni Novanta l’Ansa ha proseguito ed accelerato il suo coinvolgimento nelle nuove tecnologie di comunicazione, entrando nel settore multimediale, sfruttando le possibilità offerte da Internet, valorizzando i nuovi sistemi di trasmissione offerti dal satellite. Prodotti innovativi sono andati affiancandosi al tradizionale notiziario generale dell’agenzia (che tuttavia resta il cuore dell’attività giornalistica): i notiziari brevi ed associati ad immagini adatti all’informazione on line, il portale Internet, l’informazione in voce, i messaggi per i servizi di teletext, gli “short messages” per i telefoni cellulari, l’infografica. Anche il notiziario generale ha subito un’evoluzione negli anni: è stata in particolare accresciuta l’offerta ai quotidiani di servizi finali completi ed immediatamente pubblicabili (molti dei quali firmati dall’autore) e di schede documentarie a fianco delle tradizionali (brevi) notizie d’agenzia.
 Nel dicembre 1996 Bruno Caselli ha lasciato la direzione dell’agenzia per limiti di età ed è stato nominato direttore Giulio Anselmi, insediatosi il 10 febbraio 1997. Nel maggio del 1997 è scaduto anche il mandato del presidente Umberto Cuttica, sostituito nel luglio successivo dall’ambasciatore Boris Biancheri, ex segretario generale della Farnesina. Nel luglio 1998 è l’amministratore delegato Alfredo Roma a lasciare l’agenzia, dove viene sostituito da Giuseppe Cerbone. Il 2 luglio 1997 Giulio Anselmi ha dato le dimissioni dalla direzione dell’Ansa, che è stata assunta ad interim da Francesco Bianchini. Dal settembre 1999 direttore dell’Ansa è Pierluigi Magnaschi. (al suo posto, dal 2009, Luigi Contu).

domenica 14 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 gennaio.
Il 14 gennaio 1690 è la data più attendibile per la nascita del clarinetto.
 Il clarinetto è il più giovane rappresentante della famiglia dei “legni”, ed ha in comune con essi le origini lontane in strumenti di costruzione estremamente semplice e primitiva, costruiti da uno o più tubi di canna tagliati in diversi modi per dare vita ad una varietà di timbri differenti.
I più lontani predecessori del clarinetto sono stati ritrovati in Egitto. In particolare il “MEMET” (2700 a.C.) è il più lontano antenato. Il memet era formato da due canne con un ancia semplice conglobata in una terza canna separata che a sua volta faceva parte di una delle due canne.
Uno strumento affine al memet era l’”AULOS” dell’antica Grecia, formato da due canne disunite. L’esempio italiano degno di nota è rappresentato dalle “LAUNEDDAS” sarde, in uso fin dal 900-500 a.C. e tuttora appartenenti alla tradizione popolare. Formato da tre canne di lunghezza diversa, di cui due con fori rettangolari per ottenere la melodia in terze e seste, l’altra per l’accompagnamento.
Prima di trattare la nascita del clarinetto e la sua evoluzione è indispensabile parlare del suo predecessore più vicino: lo “chalumeau”. Le origini dello chalumeau posso essere individuate tra il X e XI secolo; vi è infatti un manoscritto, conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi, in cui vengono raffigurati alcuni strumenti presumibilmente a canna singola o doppia con ancia singola. Le analogie che possiamo riscontrare con gli chalumeau del XVII secolo sono l’ancia singola separata o conglobata al bocchino e cameratura interna cilindrica. Lo chalumeau è caratterizzato da un timbro affascinante, bucolico e da una ampia flessibilità sonora. La famiglia dello chalumeau era composta da soprano, contralto, tenore e basso. Il materiale utilizzato per la costruzione di questi strumenti era per lo più il bosso ed in piccola parte legno d’acero e avorio. Fra i costruttori più esperti nella costruzione di chalumeau troviamo Johann Schell, Denner (padre e figlio). L’estensione di questo strumento era molto limitata, infatti non superava l’ottava e mezzo.
La prima prova documentata riguardante la nascita del clarinetto è contenuta nell’Historische Nachricht von den Nürnbergischen Mathematics und Kunslern (Norimberga, 1730); l’autore, J.G. Doppelmayr , accanto all’elenco di tutte le personalità di spicco di Norimberga affianca la biografia di Johann Christoph Denner (1655-1707), attribuendogli l’invenzione alla fine del XVII secolo di un nuovo strumento a forma di tubo chiamato clarinetto, frutto del perfezionamento dello chalumeau. È altresì vero che Doppelmayr non è sempre stato una fonte sicura, tendendo ad esaltare l’operato dell’artigiano locale e trascurando i contributi degli altri; nonostante ciò, questa importantissima testimonianza rappresenterà un punto fermo in tutti i metodi e i trattati per clarinetto dal XVIII secolo in poi. I dubbi che riguardano l’esatta data di nascita del clarinetto sono comunque molteplici; alcuni dizionari la collocano nel 1690 (Murr), alcuni nel 1700 (Gerber) e altri fra il 1690 e il 1700 (Bärmann e Andersch). Gli archivi di Norimberga conservano documenti che testimoniano come già a partire dal 1710 Jacob Denner figlio (1681/82-1735), ricevette un cospicuo ordine di strumenti a fiato dal duca di Gronsfeld, fra cui anche due clarinetti. Secondo il parere di eminenti studiosi quali Nickel e Lawson l’invenzione vera e propria del clarinetto è proprio da attribuirsi al figlio di J.C. Denner, Jacob, abile artigiano come il padre al quale va comunque il merito di aver apportato delle migliorie allo chalumeau. Un elemento molto importante nel nostro percorso storico è rappresentato dagli strumenti costruiti dai Denner giunti fino a noi come oggetti di studio e soprattutto di confronto con lo strumento moderno; questi sono: uno chalumeau tenore e un clarinetto a tre chiavi attribuito al padre, e tre clarinetti a due chiavi del figlio Jacob. Il clarinetto di Denner, rispetto ai suoi chalumeaux, era così caratterizzato:
·    la cameratura era generalmente più stretta ma, non essendoci uno standard costruttivo e confrontando gli esemplari sopravvissuti, possiamo affermare che sia le dimensioni della cameratura sia la posizione dei fori, delle chiavi e la forma dei bocchini differivano sensibilmente da costruttore a costruttore;
·    il barilotto assumeva forma e importanza specifica;
·    la campana era poco più svasata;
·    l’ancia era rivolta verso il labbro superiore e aveva l’estremità quasi quadrata.
I primi clarinetti vennero costruiti per lo più in legno di bosso, ma anche qui non mancano le eccezioni; i due clarinetti Scherer sono in avorio, altri in prugno o pero e in bosso trattato con acido fino a diventare marrone scuro, ‘‘bruciato’’ per farlo assomigliare al guscio di tartaruga. Questi clarinetti, in Do e in Re , avevano le stesse due chiavi dello chalumeau, una per il La e l’altra, oltre a fungere da portavoce per ampliare l’estensione, poteva finalmente produrre il Si naturale se azionata insieme a quella del La.
Il materiale di costruzione dei bocchini, quando divennero corpi separati dal barilotto, fu in gran parte ancora il bosso e occasionalmente l’ebano e il cocus. Dei 31 clarinetti originali a due chiavi rimasti in Belgio, Olanda e Germania nessuno è in La. Ed è proprio al particolare timbro dei primi clarinetti, squillante e penetrante, che i compositori affidarono parti solistiche in brani che rispecchiavano il tipo di stile a fanfara, come si può chiaramente osservare nell’Ouverture per due clarinetti in Re e corno da caccia di G.F. Händel, testimonianza confermata dalla copia di un clarinetto in Re costruito da Jacob Denner e conservato a Norimberga. Nei sei concerti di Johann Melchior Molter (1696-1765) per clarinetto in Re e archi si predilige il registro medio-acuto, con totale esclusione del registro dello chalumeau.
Nel 1843 venne presentato a Parigi il clarinetto sistema Boehm o clarinetto ad anneaux mobiles (anelli mobili), caratterizzato dalla presenza di tre anelli nel pezzo inferiore, frutto della collaborazione fra Hyacinthe Klosè, clarinettista, e Luis Auguste Buffet, costruttore dell'omonima fabbrica Buffet Crampon, attuale leader mondiale nella costruzione di clarinetti. I così detti "anelli mobili" vennero applicati per la prima volta  dal flautista tedesco Theobald Boehm nel 1830.
Hyacinthe Klosè, clarinettista della banda reale e allievo di Friederich Beer, di cui rilevò la cattedra al conservatorio di Parigi, diede preziosi consigli a Buffet, il quale accolse con entusiasmo anche la proposta di applicare gli anelli mobili sperimentati sul flauto. Nel suo metodo Klosè fornisce un'esauriente spiegazione dei suoi principi evolutivi atti  a valorizzare la bellezza timbrica dello strumento, indiscusso solista ed accompagnatore.
Il clarinetto sistema Boehm di Klosè aveva ed ha tuttora diciassette chiavi, sei anelli e ventiquattro fori, indispensabili per poter suonare agevolmente in tutte le tonalità evitando le diteggiature a "forchetta" obbligatorie nei sistemi Müller e Öhler (ad esempio il FA e il DO) e con doppie possibilità di utilizzo di alcune chiavi a destra o a sinistra. La presenza di tante chiavi non peggiorò l'effetto timbrico dello strumento mentre migliorò notevolmente l'aspetto estetico.

sabato 13 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 gennaio.
Il 13 gennaio 27 a.C. Augusto divide i territori romani in province (governate da Augusto stesso) e province proconsolari.
La dominazione romana non si rivelò oppressiva: i conquistatori si preoccuparono in primo luogo di mantenere il controllo territoriale, con l'obbiettivo di integrare le popolazioni sottomesse in un sistema stabile e duraturo. Roma, in cambio della fedeltà, garantiva sicurezza e protezione dagli attacchi esterni. Le aristocrazie locali sacrificavano volentieri la possibilità di avere una politica estera autonoma in cambio del vantaggio derivante dal mantenimento dei proprio privilegi.
Esisteva il territorio romano vero e proprio, i cui cittadini erano cittadini romani a tutti gli effetti e godevano di pieni diritti: esso era costituito dalla zona di Roma, dai territori limitrofi e dalle colonie. Il territorio romano era in continua espansione. Esistevano le colonie di diritto romano, i cui abitanti godevano dei pieni diritti e avevano tutti i doveri dei cittadini romani. Erano titolari sia dei diritti civili che di quelli politici. La guida di queste colonie era affidata a due magistrati, i duoviri, subordinati ai quali vi erano gli edili e i questori. Vi erano poi le colonie di diritto latino, i cui cittadini pur non potendo usufruire della piena cittadinanza romana, godevano di importanti diritti: potevano essere difesi da tribunali romani, potevano sposarsi con cittadini romani, ottenendo la cittadinanza per i figli. La loro struttura passò con il tempo da quella di Stati indipendenti, ad una sempre più simile a quelle delle colonie romane.
 I centri urbani già esistenti sul territorio italico furono denominati municipi e poterono conservare istituzioni e leggi proprie. Nel periodo più antico esistevano anche municipi ai quali la cittadinanza era concessa con riserva: in essi infatti la popolazione non godeva del diritto di voto proprio di tutti i cittadini romani. Anche le loro istituzioni con il tempo si uniformarono con quelle romane. Le città federate erano stati autonomi legati a Roma da trattati di alleanza che ne rendevano di fatto impossibile una politica estera indipendente da quella di Roma e che dovevano fornire reparti ausiliari in caso di conflitto. Tutte le comunità erano tenute a dare il loro contributo militare a Roma, tranne le colonie che sorgevano in località di presidio militare, le quali dovevano provvedere alla difesa territoriale in luogo.
Il sistema romano tenne conto della qualità dei rapporti che nel corso degli anni si erano andati configurando, diversi da realtà a realtà. Roma mantenne i sistemi burocratici preesistenti, tutte le volte che essi si dimostravano efficienti per evitare rivolte e sedizioni. Ogni nuovo territorio conquistato diveniva una provincia romana, cui veniva preposto con funzioni di governatore un pretore o un console. Divenne poi prassi consolidata che i magistrati uscenti, che avevano ricoperto tali cariche in Roma, venissero assegnati a una provincia con il titolo di propretori o proconsoli. I poteri dei propretori e dei proconsoli erano molto ampi e comprendevano anche l'amministrazione della giustizia. Un governatore rimaneva al potere per un anno, però si cominciò a diffondere la possibilità della reiterazione delle cariche. Essi erano coadiuvati da un questore, il quale si occupava della parte finanziaria, e da legati, collaboratori che svolgevano funzioni di controllo sull'operato dei governatori.
Le popolazioni provinciali erano tenute a pagare regolari tributi ai conquistatori, essi andavano dalla decima sui prodotti a diverse forme di tasse fondiarie, inoltre si affermò l'uso di applicare un'imposta sulle persone fisiche, spesso si pagavano tasse sul pascolo del bestiame o anche dazi doganali. Esenti dal pagamento dei tributi erano gli stati federati e quelli liberi e immuni, cui Roma aveva accordato maggiore autonomia gestionale. Tutte le province erano tenute a fornire truppe ausiliarie solo in casi straordinari di particolare emergenza, su ordine del governatore.

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