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martedì 20 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 aprile.
Il 20 aprile 1964 viene messo in vendita il primo barattolo di Nutella.
La Nutella vera e propria, come la conosciamo tutti noi oggi, nasce ufficialmente nel 1964, ma le sue origini risalgono al periodo postbellico, siamo esattamente nel 1945, nel retrobottega della pasticceria Ferrero, ad Alba in Piemonte. In quel periodo giravano pochi soldi e soprattutto la gente non poteva permettersi di spendere per comprare i dolci. Già da tempo Mastro Pietro Ferrero stava tentando di creare un nuovo prodotto, a base di cioccolato, che fosse però poco costoso ma comunque buono. Fu in una sera come tante che Mastro Ferrero ebbe l’idea illuminata di amalgamare l’impasto già noto del cioccolato gianduia con il burro di cocco, ciò che ne venne fuori fu una specie di marmellata semisolida. Una volta raffreddato in uno stampo rettangolare, l’impasto si trasformò in una sorta di grosso panetto solido da tagliare a fette. Era nata la Nutella! Il suo primo nome tuttavia fu “Giandujot”, ispirato ad un classico della pasticceria piemontese. Il nuovo prodotto riscosse immediatamente un successo inaspettato e Pietro Ferrero ebbe un’altra geniale intuizione: distribuire il suo prodotto non solo in panetti da tagliare, ma anche in porzioni più ridotte da vendere singolarmente, nacque il cremino.
Alcuni sostengono che nella torrida estate del 1949 i panetti di “Giandujot” si scioglievano come neve al sole così i negozianti decisero di mettere la crema in barattoli e di rivenderla come crema da spalmare. Altri invece sostengono che il cioccolato si sciolse nei magazzini di Alba e il prodotto fu immediatamente travasato in dei barattoli. Il nuovo prodotto veniva venduto in bicchieri e barattoli di vetro con il nome di Supercrema, si trattava di uno dei prodotti a base di cioccolato più economici reperibili sul mercato.
La svolta definitiva arriva però nel 1964 con il figlio di Pietro Ferrero, Michele, il quale decide di perfezionare la formula rendendola ancora più morbida e attribuendole un nuovo nome: Nutella. La scelta di questo nome non fu casuale .... Nutella deriva da “danut” , che in inglese significa nocciola, accompagnato dal vezzeggiativo ...”ella” proprio a suggerirne l’uso quasi ludico. Anche la grafica si dimostra vincente: una grande “N” in nero e tutto il resto della scritta in rosso. Da quel momento in poi il successo della Nutella non ha mai conosciuto momenti di difficoltà. Da più di cinquant’anni piace ai bambini ma anche agli adulti di tutte le età! Sui di Lei sono stati scritti libri e Le sono state dedicate scene di film importanti. Si tratta di un vero e proprio mito dal fascino, dal gusto, ma soprattutto dal successo intramontabile.
E così Nutella è destinata a diventare un fenomeno planetario. All’interno del mitico Carosello, nel 1967 arriva il primo spot pubblicitario e l’Italia della tivù in bianco e nero si innamora della Nutella. Nell’arco di un paio di minuti viene proposta una lettura sceneggiata dei racconti dell’opera del libro “Cuore” di De Amicis, appassionanti e commoventi che lasciano un po’ di amaro in bocca ai piccoli telespettatori. Poi arriva un cucchiaio di Nutella e tutto passa. Per non parlare degli spot a cartoni animati che tiravano in ballo Jo Condor, un uccellaccio dispettoso che faceva di tutto per rovinare la vita al Gigante Amico, depositario della bontà della Nutella ("gigante, pensaci tu" era il jingle finale). Negli anni settanta, i bambini di tutte le nazioni sono protagonisti della prospera campagna pubblicitaria “La crema da spalmare che ha più radici nel mondo” e nei primi anni ottanta, il regista Nanni Moretti la cita addirittura in una celebre scena del suo film “Bianca” (1984), come antidoto alla depressione e alla solitudine.
Oggi che la celebrità del prodotto è indiscussa, la pubblicità punta direttamente sulla sua “necessità”. Di fatto, il nuovo slogan è diventato “Che mondo sarebbe senza Nutella”, tirando in gioco la trasversalità del prodotto ( destinato a persone di ogni età e stato sociale). Ha ragione chi dice che la Nutella è “una specie di Madeleine proustiana”, “una passione divorante, incontrollabile” o addirittura “uno stato di percezione superiore”. Un irriverente versione dell’ Inno di Mameli, composta dal comico Riccardo Cassini, fa pensare che forse con pane e Nutella, avremmo accelerato i tempi per fare gli italiani e Massimo D’Azeglio ce ne avrebbe dato atto: “Nutella d’Italia / l’Italia s’è desta / sul pane al principio / spalmata ci resta”.


lunedì 19 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 aprile.
Il 19 aprile 1820 un contadino greco, Yorgos Kentrotas, sull'isola di Milo,  scavando trovò una statua che divenne poi universalmente famosa come la Venere di Milo.
Perché il contadino si fosse messo a scavare proprio nella zona archeologica, dove poi fu trovato un antico teatro, non è del tutto chiaro. C’è chi dice che aveva bisogno di pietre per la sua casa. Ma il fatto che fosse in compagnia di due militari francesi - arrivati sull’isola un paio di giorni prima a bordo della nave Estafette - tra cui un ufficiale di nome Olivier Voutier, appassionato di storia, rende questa ipotesi poco plausibile. O forse è solo una parte della storia: probabilmente il contadino era effettivamente alla ricerca di pietre per la sua abitazione quando incontrò i due marinai alla ricerca di manufatti da portare in patria come trofei, che gli proposero di scavare per loro. Qualunque fosse il motivo, la pala di Kentrotas sbatté presto su qualcosa di grande e massiccio.
Era il busto nudo di una donna, il naso era andato distrutto come parte delle braccia di cui restavano soltanto gli avambracci. Su questi, come sul collo, erano evidenti i segni di ornamenti metallici, probabilmente gioielli, andati anch’essi perduti. Emozionati, i due ufficiali pregarono il contadino di continuare a scavare, e dopo pochi tentativi anche la seconda metà della statua, le gambe coperte da un drappeggio, furono trovate. Purtroppo i due pezzi non combaciavano: mancava un piccolo frammento tra le due metà. Ci volle un terzo scavo per poter avere la statua completa.
I militari francesi raccontarono a tutti la loro scoperta, anche ai marinai appena arrivati con un’altra nave francese, la Chevrette. A bordo di questa vi era un giovane ufficiale, Julius Dumont d'Urville, umanista, colto, in grado di parlare, oltre al francese, l’inglese, lo spagnolo, il tedesco e il greco. Dumont si mostrò particolarmente interessato al racconto di Voutier e del suo commilitone, e chiese di essere accompagnano dal contadino. I tre tornarono da Kentrotas, e Dumont rimase folgorato dalla statua, riconoscendone immediatamente l’enorme valore. Era il 19 aprile 1820, il giorno in cui si compì il destino della Venere di Milo.
L’ufficiale francese voleva acquistare immediatamente il manufatto, ma il capitano della Chevrette si oppose fermamente: sulla nave non c’era posto, e il viaggio prevedeva la traversata di mari burrascosi, troppo pericolosi per garantire l’integrità della statua. Julius non si diede per vinto. Scrisse allora un particolareggiato rapporto sul ritrovamento, corredandolo di disegni, e lo inviò all’ambasciatore francese a Costantinopoli, suggerendo l’acquisto della Venere. Il 22 aprile Dumont d’Urville arrivò di persona nella capitale turca e convinse definitivamente l’ambasciatore, che insieme all’ufficiale partì alla volta dell’isola.
Tuttavia al contadino di Plaka tanto interesse non passò inosservato. Avendo bisogno di soldi, pensò bene di vendere la statua, approfittando dell’assenza dei francesi. L’ambasciatore arrivò a Milo giusto in tempo per vedere la statua imbarcata su un’altra nave. Per impedire che venisse soffiata loro da sotto il naso, ai francesi non restò che pagare profumatamente. E così avvenne. Soldi ben spesi, che portarono onorificenze per l’ambasciatore, avanzamenti di carriera per Julius, e alla Francia una statua di Venere per il Louvre in un momento quanto mai opportuno: i francesi avevano appena dovuto restituire all’Italia la Venere medicea rubata da Napoleone.
La statua arrivò nella sua nuova patria in pezzi – nel trasporto venne perduto anche l’ultimo pezzo del braccio sinistro - e prima di essere presentata al re venne sottoposta a un pesante restauro, nel quale - oltre ad essere ricomposta e ripulita - le venne anche ricostruito il naso, ma non le braccia. Tuttavia i restauratori effettuarono accurati studi su quale sarebbe dovuta essere la loro posizione: il braccio destro doveva incrociarsi davanti al petto e reggere il drappo che copriva le gambe della dea, mentre il sinistro era probabilmente proteso in avanti con in mano la mela d’oro consegnatagli da Paride nel decretarla la più bella dell’Olimpo. Quello che invece resta ancora un mistero è l’autore di tanto splendore.

domenica 18 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 1506 papa Giulio II posa la prima pietra della nuova basilica di San Pietro, in Vaticano.
Agli inizi del 1500 la scelta se restaurare o ricostruire completamente San Pietro si presentava sempre più pressante, tanto che il nuovo papa Giulio II, eletto nell’ottobre del 1503, decise nel 1505 di affidare l’incarico a Donato Bramante, uno dei maggiori architetti del tempo, che si trovava già a Roma: egli sarà soprannominato per questa impresa "Maestro Ruinante". Molti sono i suoi disegni conservati agli Uffizi di Firenze. Tutti hanno però una caratteristica in comune: quella di proporre una pianta quadrata entro cui è inserita una croce greca con quattro absidi sporgenti; il quadrato che nello spazio diventa un cubo, è coperto al centro da una cupola emisferica. Come è stato osservato, l’insieme si ispira ad una precisa simbologia, "schematizzabile – secondo un’antica tradizione viva soprattutto in ambiente bizantino – in un cubo (la terra) espanso in quattro braccia (le quattro parti del mondo) e sormontato da una cupola (il cielo)".
Il 18 aprile del 1506 si diede avvio con una grande cerimonia alla costruzione del primo pilone; l’anno successivo si procedette alla gettata delle fondamenta delle altre tre strutture di sostegno. Ma le morti di Giulio II (1513) e di Bramante (1514) arrestarono la costruzione che era giunta alla sommità dei quattro pilastri.
Altri progetti furono elaborati nel corso dei 40 anni successivi, dibattendosi animatamente se il nuovo San Pietro dovesse avere una pianta centrale, cara non soltanto a Bramante ma in generale a tutti gli architetti del Rinascimento, oppure longitudinale e quindi a croce latina, più rispondente alla tradizione ecclesiastica e allo stesso tempo più idonea a coprire tutta l’area sacra dell’antica Basilica costantiniana. Con il vincolo dei quattro piloni centrali oramai costruiti, Raffaello (1514) e Antonio da Sangallo il Giovane (1538) proposero una pianta longitudinale, Baldassarre Peruzzi (1520) una pianta centrale.
Nel 1547 infine Michelangelo fu incaricato dal papa Paolo III di redigere un nuovo progetto. Egli ritornò alla pianta centrale bramantesca, rendendo però più spessi sia i pilastri che il muro perimetrale, e scavando altresì la muratura per ottenere nicchie e sporgenze. Il suo progetto prevedeva una grande cupola che doveva coprire l’area centrale, nella quale era anche posizionato l’altare papale. La costruzione fu finalmente realizzata, ad eccezione della cupola, e dopo la morte del Maestro, avvenuta nel 1564, toccò al suo allievo Giacomo Della Porta portare a termine la grande impresa, non senza qualche modifica come il rialzo della curvatura della calotta.
Il dilemma della scelta fra pianta centrale e pianta longitudinale non era ancora definitivamente risolto. Il Concilio di Trento, conclusosi nel 1563, raccomandava nelle chiese l’uso della struttura longitudinale. Per questo motivo venne dato incarico all’architetto Carlo Maderno di allungare quanto già realizzato da Michelangelo: egli lo fece aggiungendo due campate e trasformando così San Pietro in chiesa con pianta a croce latina. E Maderno fu anche l’autore della facciata in stile "classico", realizzata dal 1607 al 1612: essa ebbe però il difetto di nascondere e allontanare visivamente la cupola di Michelangelo. L’antistante piazza del Bernini sarà tutta tesa a dare soluzione al problema del riavvicinamento della grande struttura all’osservatore.
I lavori sulla Basilica si conclusero con la consacrazione solenne sotto il pontificato di Urbano VIII nel 1626, ma solamente fra il 1656 ed il 1667, per volere di Alessandro VII, Bernini progettò e realizzò il grande portico colonnato di piazza San Pietro con al centro l’obelisco del I secolo a.C. Originariamente posto al centro della spina del circo di Caligola dove fu martirizzato San Pietro, fu trasportato nell’attuale posizione nel 1585 da Domenico Fontana per ordine di papa Sisto V.
La Basilica di San Pietro, in grado di accogliere 20.000 fedeli, è lunga circa 190 metri, la larghezza delle tre navate è di 58 metri, la navata centrale è alta sino al culmine della volta 45,50 metri, la cupola raggiunge i 136 metri circa di altezza sino alla croce; gli interni, caratterizzati dalle vastissime decorazioni a mosaico, sono lo scrigno prezioso per alcune delle più celebri opere d’arte al mondo, quali ad esempio il Baldacchino del Bernini e la statua della Pietà di Michelangelo.

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