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sabato 30 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 novembre.
Il 30 novembre 1979 esce nei negozi di dischi l'album doppio "The Wall" dei Pink Floyd.
La solitudine, immensa solitudine. The Wall è forse il disco più aggressivo dei Pink Floyd, ma in realtà tratta di un argomento fragile, che non può lasciare indifferente nessuno, perché tutti lo hanno, a proprio tempo, desiderato e temuto. A tratti claustrofobico, oscuro, e spigoloso; in altri punti invece morbido e con un fare quasi consolatorio. La psichedelia viene abbandonata quasi totalmente in questo disco, per far spazio a un baratro sonoro e concettuale, sul cui orlo si viene a trovare l'ascoltatore.
Richiesto inizialmente per risanare i debiti dei Floyd e per alleggerire la pressione del fisco inglese, The Wall è il secondo doppio album dei Pink Floyd dopo Ummagumma. All'uscita scatenò (e continua ad agitare ancora oggi) discussioni contrastanti riguardo alla sua fattura: tra chi lo considerava il migliore tra gli album floydiani e chi invece lo dipingeva non solo come di livello minore dei precedenti, ma anche la fine dei veri Pink Floyd. The Wall non è né l'una né l'altra cosa; esso fu percepito come album diverso, sia in meglio che in peggio, per la forte assenza delle "tastiere a tappeto" di Richard Wright, estromesso durante la realizzazione del disco per diverbi con Roger Waters e che partecipò all'album come session man, le quali nei dischi precedenti contribuivano a creare una musica straniante ed onirica. Esse furono sostituite parzialmente da pianoforte classico ed orchestra. Certo The wall non è un album esente da difetti, ma la sua struttura di concept da grande rilievo e la forza dirompente ne hanno fatto un pilastro del rock.
The Wall narra la storia della rockstar Pink (in gran parte ispirata alla vita dello stesso Roger Waters), segnata da avvenimenti tragici come la morte del padre quando il protagonista era ancora in fasce, la scuola disumanizzante, una madre iperprotettiva, le groupies, gli eccessi, il divorzio. Non reggendo il peso di tutto ciò, Pink si chiude dietro ad un muro (il "wall" del titolo) che lo isola dal mondo esterno facendolo però diventare completamente solo e accompagnandolo allo stesso tempo alla follia (richiamo a Syd barret, mai dimenticato dai Pink Floyd successivamente al suo abbandono). Tutto questo sfocia in sbotti di rabbia a volte violenti (The Thin Ice) a volte compressi (One Of My Turns), ma anche in ballate delicate e strazianti (Nobody Home).
La novità si avverte fin dai primi brani del disco, con le quartine suonate sul rullante da Nick Mason che rievocano un suono più heavy dei dischi precedenti e richiamano anche sonorità belliche (è ancora la batteria di Mason a richiamare sventagliate di mitragliatrice), come pure l'elicottero di Another Brick In The Wall Part II. Il tema dominante del primo disco è un possibile rapporto tra la massificazione dei giovani, subita in un rigido quanto alienante sistema scolastico, e l'inquadramento militare, temi raccontati durante l'infanzia e l'adolescenza di Pink. Another Brick In The Wall è ripresa tre volte: la prima parte è più rilassata ed evidenzia il basso pulsante di Waters, la terza è veloce e pesante nel suo rock pieno, e la seconda parte è la canzone più famosa dei Pink Floyd, seconda forse solo a Money, con un incedere coinvolgente e il coro dei bambini che ribatte alla voce principale. Un cult è diventato anche il video di questo brano che mostra i bambini del coro rinchiusi all'interno del muro di copertina e la celebre marcia dei martelli. Ci sono momenti di leggerezza (Mother), ma per la maggior parte tutto è malfermo ed inquieto come gli ideali e le speranze adolescenziali: Empty Spaces evoca suoni e minacce lontane con la chitarra che dipinge trame inquietanti su una percussione ossessiva, Young Lust è un hard rock che nasconde la nevrosi.
Nel secondo disco si passa alle esperienze successive di Pink, al suo difficile rapporto con la madre, alla fama di rockstar, fino a che anche il rapporto con la moglie si spezza per l'incomunicabilità: è l'ultimo mattone che chiude il muro, dentro al quale il personaggio si rifugia per non subire il dolore progressivo che sta cozzando contro la sua vita e che però lo riduce in completa solitudine. Tenta di vincere il proprio isolamento, ma inutilmente (Is There Anybody Out There? , Nobody Home) mentre è in balia dei suoi produttori che lo salvano da un overdose solo per sbatterlo di nuovo sul palco a proprio uso e consumo in Comfortably Numb. Questo pezzo procede stupendo tra atmosfere stranianti e quasi da sogno febbrile, scandito da due degli assoli più belli della storia del rock, magistralmente eseguiti da David Gilmour.
Già l'inizio aveva graffiato con Hey You, sospesa tra chitarre ricamate e distorte ed elettronica deformata, il resto non è da meno: Run Like Hell, inizialmente concepito come "brano da discoteca" dai produttori e pulsante però del dramma della storia e Waiting For The Worms, dilaniata tra dolcezza e violenza difformi, rappresentazione ideale dello stato d'animo e mentale di Pink. Si apre poi un processo (The Trial) il cui esito è la condanna, forse dolorosa, ma liberatoria, ad abbattere il muro, ad esporsi senza difese precostruite ai proprio simili. Il doppio album si conclude con Outside The Wall, poetica ed introspettiva (Soli o a coppie/ Quelli che davvero ti amano/ Camminano su e giù fuori dal muro/ Qualcuno mano nella mano/ Qualcuno si riunisce in band/ I cuori sanguinanti e gli artisti/ fanno la loro comparsa/ E quando hanno dato tutto ciò che potevano/ Alcuni barcollano e cadono/ Dopo tutto non è facile/ Sentire il tuo cuore contro un muro di pazzi). Conclude la riflessione di Waters, incentrata sulla massificazione giovanile e sulla perdita di identità degli adolescenti, spesso favorita e anche sfruttata dalle rockstar.
Durante la canzone Empty Spaces si può udire chiaramente un messaggio registrato al contrario (il suddetto messaggio è nell'album in studio, ma non nel live e nel film). Se si ascolta la canzone al contrario, rallentando la velocità, si sente: "Any better: congratulations! You've just discovered the secret message. Please, send your answer to "Old Pink", care of the "Funny Farm", Chalfont." (Niente di meglio: congratulazioni! Hai appena scoperto il messaggio segreto. Per favore, spedisci la tua risposta al "Vecchio Pink", presso la "Funny Farm", a Chalfont). Funny Farm è un termine in slang inglese con il quale si indicano gli ospedali psichiatrici. Il messaggio, evidente parodia dei messaggi subliminali, è anche un chiaro riferimento al mai dimenticato Syd Barrett, fondatore ed ex-leader dei Pink Floyd, allontanato dal gruppo per problemi comportamentali causati principalmente dall'assunzione di droghe psicotrope.
Alcuni anni dopo Alan Parker dirigerà il film Pink Floyd The Wall, trasposizione cinematografica dell'album. L'attore protagonista sarà l'allora semisconosciuto leader dei Boomtown Rats, Bob Geldof.
Il film Pink Floyd The Wall fu presentato, in anteprima, al 35esimo festival di Cannes, il 22 maggio 1982, a mezzanotte. Nel film vengono mostrati circa venti minuti delle animazioni originali di Gerald Scarfe create per i concerti. La pellicola è dotata di un'incisiva violenza psicologica: basti pensare alla sequenza dei bambini gettati nel tritacarne o quella dei bombardamenti di Goodbye Blue Sky.
The Wall può essere considerato come un punto d'arrivo della complessa esperienza musicale dei Pink Floyd, ed è un capolavoro per il connubio tra liriche, musica ed esecuzione dal vivo. Forse non è stato il loro miglior disco, di sicuro è una gran bella prova del fatto che di un gruppo come i Pink Floyd oggi si sente la mancanza e riascoltando anche "The Wall" si capisce che questo gruppo è riuscito a far risplendere il grande diamante presente nell'anima di ognuno di noi.

venerdì 4 novembre 2016

Rivoli - Cristina Seravalli

 RIVOLI
 di Cristina Seravalli

  Angela passa lo straccio sul pavimento, la testa altrove.
Turi non sta andando bene, ha sempre l'asma; è la terza volta che lo porta al pronto soccorso.
Quel bambino è troppo magro, non mangia abbastanza, è fisso su quei giornalini.
Angela raccoglie il secchio da terra insieme allo straccio e allo spazzolone, esce dimenticandosi di
spolverare e si dirige al telefono nel corridoio.
A lavoro non dovrebbe, solo per le emergenze, come dice il direttore, ma vuole avere notizie di
Turi, sapere come sta oggi e se è andato a scuola.
Certo sua madre non la smette di parlare! Con la cornetta all'orecchio, Angela lucida
distrattamente il piano della libreria accanto a lei, mentre ascolta la madre lamentarsi perché Turi
non è andato a scuola, non ha mangiato e sta sempre su quei cosi a leggere seduto in terra.
Angela pensa ai suoi giochi all'aperto di tanto tempo fa, al sud, a casa. Ma dove può giocare qui
Turi, se piove da giorni?
L'entusiasmo del viaggio con questo uomo affascinante, quasi sconosciuto e quindi
intrigante, si spegne appena Margaret entra nella stanza d'albergo, spoglia e umida, ma sopratutto
sporca, con le coperte malamente sistemate sul letto e la polvere sul comodino. Il sorriso di David
non le riaccende il buonumore anche perché fuori ricomincia a piovere. Forse non ha mai
smesso, solo che prima, cinque, dieci minuti fa, la pioggia di novembre le sembrava bella e
addirittura romantica.
David solleva la valigia e la getta con gesto virile sul letto, sorride a Margaret, l'abbraccia e
cerca di baciarla. Ma Margaret trova ingiusto quel bacio, vorrebbe altro ora; non potrebbe David far
smettere tutta quella pioggia?
Saranno costretti in albergo, in quella camera sporca e triste almeno finché non rallentano quelle
sbarre d'acqua gelida che la tengono prigioniera.
Il suo bel vestito finto chanel è sgualcito, umido e appiccicoso: ma in Italia non doveva non
piovere mai? Abbassa lo sguardo: la valigia di David gronda acqua nera sul copriletto. Pensa che
è da veri idioti mettere una valigia sporca di aereo, treni e stazioni su un letto, per quanto
disgustoso.
Mangeranno in camera, è deciso; si faranno portare una cena calda, almeno quello sarà possibile?
Secondo Mario fare il portiere d'albergo è un'ottima cosa, soprattutto la notte: non c'è molto
da fare e si può leggere a sazietà, a volte fino all'alba indisturbati. Ha con sé anche il manuale di
storia. Guarda il volume sbertucciato e subito avverte il solito senso di colpa e la tentazione di
desistere. L'esame è davvero vicino, conta i giorni e si smarrisce. Rimane quell'esame e poi è
fatta, poi potrà dedicarsi alla tesi, solo a quella.
Mario afferra il librone e leggiucchia qua e là e in un attimo, senza accorgersene, si immerge nella
lettura, catturato da quell'ammasso di eventi e date ordinati in una lucida connessione causale.
Anche la pioggia acquista un senso nel ritmo cadenzato e costante.
Angela finalmente è a casa. Si libera della spesa pesante sul tavolo di cucina. Turi è ancora chino,
concentrato e perso nel mondo fantastico dei supereroi. Magari averne uno qui, vero, enorme e
potente. potrebbe afferrarla alla vita e farla volteggiare e forse potrebbe anche preparare la cena.
Ad Angela scappa da ridere all'idea di superman con il suo grembiule a fiori. È buio fuori, fa buio
presto di questa stagione, ma lei ora è nella luce di casa, al riparo dalla pioggia e Turi di là in
cameretta sembra tranquillo e respira bene.
David al bancone del ricevimento, pretende attenzione dal portiere. Che leggerà mai? Ha
freddo, l'umido gli è penetrato nelle ossa e il gelo nell'anima. Forse è per questo che anche
Margaret gli sembra così fredda e distante. Forse basterebbe un pasto caldo per rimettere a posto
le cose. Vorrebbe una cenetta calda e intima in camera. Margaret sarà di nuovo contenta.
Mario si sforza a pensare a tutte le trattorie dei dintorni, ma alle dieci di sera dove lo trova
qualcuno disposto a cucinare e consegnare la cena e poi con questa pioggia? Certo gli stranieri
sono davvero strani. Gli dispiace, ma non è possibile. No way, no possible. Glielo spiega nel suo
inglese fluente, sentendosi molto giusto e internazionale. Comunque per la coperta, no problem, si
può fare, due minuti e avranno una coperta pulita e calda.
Angela mette a letto Turi, domani è festa, ma domani l'altro niente storie: succeda quel che
succeda andrà a scuola. Afferra risoluta i fumetti e li piazza là in alto sull'armadio grande. Se ci
fosse suo padre, se ci fosse un padre, non si comporterebbe così e nemmeno lei l'avrebbe viziato
tanto. Ma anche lei non è da meno, è forte abbastanza per farsi rispettare. Accende il ferro e
comincia a stirare la montura che deve essere fresca e ordinata per domani, le ricorda un po' il
grembiulino di quando andava a scuola e i giorni da bambina e di sole. Sembra un secolo! Anche
la pioggia, sembra un secolo che piove.
Margaret e David sono esausti, fradici e avviliti. Sono fermi in strada da un'eternità, senza sapere
cosa fare nella città deserta e buia, i lampioni offuscati dalla pioggia fitta e continua e le valigie a
terra, informi e zuppe d'acqua, sono prive di importanza ormai. Forse lasciare l'albergo è stato
avventato e imprudente. Non si guardano, non parlano. La rabbia si è trasformata in sconforto e la
stanchezza impedisce loro di incolparsi a vicenda. La pioggia insiste e sembra che insista solo su
di loro.
Mario è immobile alla finestra. Guarda le trasparenze delle gocce d'acqua, dei rivoli che
scorrono e si rincorrono sulla superficie liscia dei vetri. Non ha voglia di pensare. Meglio lasciare la
mente ferma sulla monotonia della pioggia, senza preoccuparsi degli inglesi, del direttore che si
farà sentire di sicuro, dello studio, e di suo padre che non ce la farà a sopravvivere fino alla sua
laurea. Il cielo piange abbastanza anche per lui. Ancora quattro ore del turno di otto e poi sarà a
casa senza possibilità di evadere, di chiudere gli occhi sulla ineluttabile realtà.
Sono le quattro, Angela lo sa perché è quando suona la sveglia, quella sveglia che non
vorrebbe mai sentire, che la spinge via dall'abbraccio caldo delle coperte. Non c'è acqua in casa, si
infila i vestiti e in un attimo è pronta e sulla porta, poi in strada. Piove, ma con un nuovo,
inquietante rumore. Un suono, un rombo che non ha mai udito. Ancora prima di capire Angela già
corre di nuovo verso casa, verso Turi. No, Turi non andrà a scuola domani l'altro.
La massa d'acqua oltrepassa gli argini e in un attimo è ovunque. Con potenza, con
violenza, si impadronisce delle strade, dei giardini, delle piazze, delle case, penetra fra le
saracinesche dei negozi e invade luoghi e spazi, cose e vite.
Il 4 novembre del 1966 alle 4 di mattina, l'Arno esonda e travolge Firenze.

sabato 2 luglio 2016

Madrid: i cefalofori - terza parte

L'albergo si trova sopra ad un teatro e nell'arco di 400 metri se ne raggiungono altri due. Uscendo per cena sembra di essere al Festival di Salisburgo abiti, gioielli, scarpe alte e donne, tante tante donne. Più di ogni altra città visitata fino ad ora, Madrid mi sembra un grande gineceo. Qui le donne si muovono a squadre e parlano parlano, ridono, muovono veli, diffondono profumi. Sono donne, donne normali. Non sono le donne incontrate in Olanda dove anche in metro trovi bellezze da copertina, sono donne difettose quelle di Madrid, donne che non hanno niente in comune con la barbie, ma che si spogliano senza problemi.  In metro una donna ha un abito di un leggerissimo cotone azzurro a fiori, il seno grande trattenuto a stento nella fascia elastica e poi la gonna fino alle caviglie 
I più gettonati però sono i pantaloncini corti, insomma qui le cosce vanno scoperte giovani, vecchie, magre, grasse, con cellulite o bianchissime. Sì, qui le donne fanno come gli pare e sembrano non seguire una moda, godono del loro corpo e lo mostrano senza inibizioni.  Molte hanno i lineamenti sudamericani tipo peruviane, cilene, magari non sono di lì, ma ricordano quei luoghi. La loro pelle è scura i capelli neri, i fiachi rotondi, lo stomaco prominente i seni grandi e abiti attillatissimi. E poi ci sono le turiste, quelle con le infradito a qualunque ora del giorno, quelle dalla pelle chiara arrossata dal sole che spesso hanno una bottiglia di acqua in mano, sguardi curiosi e capelli lisci e biondi. Sono veramente tante le donne a Madrid e questa sera Piazza di Spagna è piena del loro profumo. 


Gli uomini non sono altrettanto interessanti, o forse non si fanno notare quanto le donne, che hanno quell'aria indipendente che difficilmente si respira in Italia.  



Ma è tempo di cena e ancora non ho parlato dei piatti tipici: la paella, le tortillas, il gazpacho, ci sarebbe un piatto con ceci, verdura e frattaglie:

 il cocido madrileno, ma questo non rientrava nelle mie priorità. La paella la fanno tutti, ma è molto difficile trovarla artigianale, sembrano spesso piatti pronti che vengono solo scaldati all'occorrenza. Le tortillas invece sono molto buone, frittate espresse spesso di patate, ma a volte con prosciutto, peperone rosso o verde, talvolta pomodoro. 

Il Gazpacho era un piatto che non mi attirava, invece devo dire che in estate è gradevolissimo, fresco e nutriente a base di pomodori, cetrioli e peperoni frullati, il tutto servito freddo. Inoltre in molti locali si trovano una sorta di crocchè serviti con una salsa di peperone: le croquettes. Molti sono i piatti a base di ceci, di arrosti e di carne di agnello.



Tra le cose da visitare merita una giornata il Museo Archeologico Nazionale: il prezzo del biglietto è 3 euro. Il Museo dispone di un deposito bagagli anche per i bagagli a mano il che è molto comodo visto che qui vicino c'è la fermata dell'autobus che arriva dall'aeroporto. Tornando al Museo, possiete una delle più belle collezioni viste di vasellame di origine greca. E' un museo molto moderno, ci sono video che raccontano la storia con filmati di massimo 5 minuti ben strutturati con sottotitoli in spagnolo e inglese, alcuni, pochi, anche con audio in inglese. Nei video che non hanno audio si trova l'immagine di un orecchio sbarrato. Subito all'ingresso tre pareti di monitor a preparare il visitatore a ciò che lo attende.
Nel primo un'intera parete di immagini ad indicare le conoscenze dell'uomo nel diverso periodo storico e la cosa sorprendente è la velocità con cui si è evoluta la nostra razza in seguito a determinate scoperte. Poi uno splendido doppio video sulla storia della penisola Iberica nei millenni. Guardare la storia dei luoghi fa capire subito che quando intere popolazioni si spostano, la storia cambia e che certi flussi sono inarrestabili.

Sono tante le parti interessanti, come è iniziata la stratificazioni in classi sociali. Come l'arrivo degli stranieri o il mescolamento con altri popoli abbia determinato un iniziale NOI - VOI e poi all'interno delle stesse comunità un IO-TU o IO-VOI. E da lì, decori, scritte, case diverse e sepolture diverse.  

Forse è banale, ma è stato un elemento su cui mi sono soffermata a lungo. Perchè alcuni si sono estinti? Cosa hanno lasciato ai loro eredi? 

Di sezioni ce ne sono molte e il Museo richiede almeno 4 ore di visita attenta. Al piano superiore scopro che la Germania in tempo di guerra coniava monete di terracotta e le più preziose avevano un bordo di metallo.  E ancora la spada fatta di monete tutte legate una con l'altra. Una spada utilizzata in Cina e senza scopo offensivo a meno che tu non sia uno spirito maligno!
Infine, ma di cose ce ne sarebbero veramente tantissime, il santo cefalorofo, ovvero quel tipo di santo che viaggia con la propria testa in mano dopo la decapitazione e si comporta come se niente fosse. 
Santi che non hanno la testa sulle spalle, come verrebbe facile pensare!

Il viale che riporta al centro è molto grande, ma nonostante questo la maestosità dell'Istituto Cervantes è disarmante. 
Ha delle colonne che sono enormi quanto quelle del tempo di Segesta ma forse di più e sopra altre colonne, che lassù sembrano un balconcino ma in realtà il solo attico sarebbe un palazzone se posto a terra. Insomma, forse è colpa mia, ma davanti a questo edificio sono rimasta attonita. Non mi è piaciuto, ma mi ha turbata.
E ancora cocchi e angeli di vario genere sui tetti, sembrano di moda a Madrid ed è una moda mi piace molto.  
Tutto questo per dire che 
avevo acquistato una spazzola per capelli a Barcellona nel dicembre 2012, ma qualche giorno fa mi si era rotta, quindi ho fatto due biglietti per Madrid




I santi cefalofori


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