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sabato 9 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 dicembre.
Il 9 dicembre 1979 l'OMS annuncia la totale scomparsa del vaiolo sulla faccia della Terra.
Il vaiolo fu una malattia con segni clinici talmente evidenti e caratteristici e causò epidemie talmente drammatiche e disastrose da diventare a lungo il soggetto di miti e superstizioni e i medici e gli storici scrissero molto su di esso.
Le origini del vaiolo sono sconosciute e i più antichi rapporti attorno ad esso sono inattendibili. La più antica prova si trova nelle mummie egizie di persone morte circa 3000 anni fa.
E’ ragionevole pensare che il vaiolo venisse trasmesso dall’Egitto per via terrestre o marittima fino all’India, dove rimase come una malattia umana a carattere endemico per circa 2000 anni e forse ancor più.
Nel I secolo d.C. il vaiolo entrò in Cina da Sud-Ovest e diventò stabile nella popolazione. Nel VI sec. d.C. il vaiolo passò dalla Cina al Giappone.
In Occidente il vaiolo fece periodiche comparse in Europa senza diventarvi stabile, fino al momento in cui la popolazione non aumentò di numero e gli spostamenti delle persone non divennero più intensi durante il periodo delle Crociate.
Come la popolazione crebbe in India, in Cina e in Europa, il vaiolo divenne stabile nelle città e nelle aree maggiormente popolate come una malattia endemica che colpiva soprattutto i bambini con periodiche epidemie che provocavano la morte di circa il 30% dei soggetti colpiti.
La sua penetrazione si accrebbe progressivamente e attorno al XVI secolo il vaiolo fu un’importante causa di morbilità e mortalità in Europa come nel Sud-Est Asiatico, India e Cina.
La comparsa della malattia in Europa fu di speciale importanza perché l’Europa costituì il focolaio da cui il vaiolo si estese alle altre parti del mondo, come una coda delle successive ondate di esploratori e colonizzatori europei.
Tanto per citare alcuni dati significativi della mortalità provocata dal vaiolo nel solo continente europeo nel corso del XVIII secolo, prima che le misure di profilassi fossero attuate con il metodo della variolazione, pur imperfetto, nel 1753, a Parigi, morirono di vaiolo 20.000 persone, a Napoli nel 1768 in poche settimane morirono 60.000 persone, a Berlino, nel 1766, 1077 persone e ad Amsterdam, nel 1784, 2000 persone. Nel 1707 una nave infetta di vaiolo, approdata in Islanda, vi provocò in breve 20.000 morti. La Groenlandia nel 1733 perse i tre quarti della popolazione a causa del vaiolo.
Nel 1507 il vaiolo era stato introdotto nell’isola caraibica di Hispaniola (Haiti) e nel 1520 nel continente americano in territorio messicano. Esso colpì gli indigeni con grande durezza e fu un importante fattore nella conquista degli Aztechi e degli Incas da parte degli Spagnoli. Lo stesso avvenne in Brasile nel 1560. La colonizzazione della costa orientale del Nord America avvenne circa un secolo più tardi e fu anch’essa accompagnata da devastanti esplosioni di vaiolo tra gli Amerindi e successivamente tra i coloni nativi.
Il vaiolo fu introdotto tardi nel Centro Africa, probabilmente durante i primi anni del XIX secolo, mentre nell’Africa Settentrionale lo era da tempo immemorabile.
Dalla metà del XVIII secolo il vaiolo fu la maggiore malattia endemica del mondo, se si esclude l’Australia e diverse piccole isole. Esso fu introdotto in Australia nel 1789 e di nuovo nel 1829 e fece strage tra gli aborigeni, ma rapidamente si spense in ambedue le occasioni.
Il vaiolo imperversò in Europa nel XIX secolo con numerose epidemie (1824-1829; 1837-1840;1870-1874) e vi fu eradicato solo nel 1953. Nel Nord America gli ultimi casi di vaiolo si videro negli anni Quaranta.
Nel 1969 si contavano ancora 5000 casi di vaiolo in Brasile, ma nel 1971 il morbo fu considerato scomparso in tutta l’America Latina. Nel 1974 si ebbero 170.000 casi in India, ma l’ultimo caso si ebbe nel 1975. Tuttavia nel 1979, dopo l’ultimo caso segnalato in Somalia nel 1977, il vaiolo poté essere considerato scomparso dal pianeta e questo in virtù di una universale campagna di vaccinazione dell’OMS.
Il vaiolo era conosciuto nell’antica India e ne scrissero autori come Susruta in un periodo imprecisato a.C. e Vagbata attorno al VII secolo d.C. e in Giappone Ishinho nel 982.
Nel mondo occidentale il vaiolo fu sconosciuto come malattia a sé stante nell’Antico Egitto, anche se il corpo mummificato di Ramsete V (morto nel 1157 a.C.) ne porta evidenti segni.
A questo proposito è necessario fare una breve parentesi per cercare di dare una spiegazione a questo fatto.
Uno dei primi centri della civiltà umana fu nella valle del Nilo, esteso alla Palestina e alle pianure alluvionali del Tigri e dell’Eufrate. Scambi commerciali e guerre di conquista fecero di questa regione una singolare unità ecologica per quanto riguarda la trasmissione di molte malattie dell’uomo.
Comunque, a prescindere dai racconti di una “piaga” che gli Ittiti avevano riferito di avere ricevuto dagli Egizi nel XIV secolo a.C.(1346 a.C.), che, da quanto riferito, potrebbe essere stato vaiolo, le testimonianze scritte della civiltà egizia, che includono il Talmud e la Bibbia (Antico Testamento), non fanno alcun cenno a malattie con sintomi tali da far pensare al vaiolo.
La più numerosa e concentrata popolazione della regione si trovava nella valle del Nilo, dove nel III millennio a.C. poteva esserci circa un milione di individui e forse tre milioni nel I millennio a.C.
Come attestano le scritture della Bibbia e altri scritti, l’Egitto fu periodicamente flagellato da devastanti epidemie, ma nessuna di queste fu descritta in modo tale da far pensare ad una epidemia di vaiolo. Tuttavia, la pratica egizia della mummificazione consentì la conservazione della cute, dei muscoli e delle ossa di un gran numero di personaggi di alto rango. Questo permise ai paleopatologi di formulare diagnosi sulle cause di morte di diverse persone mummificate.
La letteratura scientifica cita tre mummie la cui pelle era coperta da lesioni simili a quelle del vaiolo. Dai primi due casi, scoperti nel 1911 e nel 1921, per l’insufficienza dei mezzi diagnostici dell’epoca, derivarono diagnosi di probabile infezione vaiolosa, mentre per il terzo caso, studiato nel 1983 da Hopkins, è stato possibile formulare una diagnosi di certezza. Si tratta della mummia di Ramses V che morì ancor giovane nel 1157 a.C. ed è una delle mummie meglio conservate del Museo del Cairo. Ci si aspetterebbe che una malattia epidemica come il vaiolo, che uccideva faraoni e nobili come la gente comune, dovesse essere stata descritta nella vasta letteratura di argomento medico prodotta dagli Egizi, o dai loro vicini dell' Asia Minore. Tuttavia, una simile descrizione non esiste, sebbene nel Papiro Ebers si trovi un passo dove viene descritta una malattia che colpisce la pelle che Regoly-Mérei (1966) suggerisce possa essersi trattato di vaiolo.
Fatta questa breve ma necessaria parentesi, resta da considerare che, al di là delle notizie scritte di parte egizia relative al vaiolo, oggi la paleopatologia ha dimostrato, attraverso l’analisi della mummia di Ramsete V, che già oltre tremila anni fa l’Egitto era colpito dal vaiolo e chissà da quanto tempo prima.
La malattia non è segnalata nel Corpus ippocraticum, né compare nella letteratura greco-romana.
Una prima fonte letteraria occidentale sul vaiolo l’abbiamo dall’Alessandrino Aronne (Ahrun/622 d.C./), che ne parla nel suo trattato di medicina. Tuttavia la prima autentica descrizione del vaiolo, insieme a quella del morbillo che da quello viene differenziato, fu fatta dal medico arabo Al Razi (Rhazes), (Bagdad, X secolo).
Egli concordava con gli autori cinesi sull’origine umorale delle due affezioni e suggeriva come terapia la sudorazione. Epidemie di vaiolo probabilmente imperversarono nel Medio-Evo, ma non ne abbiamo precisa notizia, perché si faceva molta confusione tra le diverse malattie esantematiche dell’infanzia, finché nel 1553 l’Italiano Ingrassia differenziò la scarlattina e la varicella dalle altre malattie esantematiche infantili. Girolamo Fracastoro (1546), che notevole impulso diede alle teorie sull’epidemiologia delle malattie infettive, riconobbe la contagiosità del vaiolo, allineandosi per la terapia con il metodo della sudorazione suggerito da Rhazes.
Oltre un secolo dopo, l’Ippocrate inglese, Sydenham (1685), descriveva nuovamente il vaiolo, che attribuiva ad una “infiammazione sanguigna”, distinguendola dal morbillo. Il suo particolare interesse nei riguardi del vaiolo era motivato dalle grandi epidemie di questa malattia che afflissero il territorio inglese nel 1667-1669 e nel 1674 e 1675. Egli, contrariamente a quanto suggeriva Rhazes, consigliava una terapia rinfrescante (aria fresca e bevande fredde) e l’uso dell’oppio.
Malgrado i progressi compiuti a partire dall’inizio del XVIII secolo nel campo della profilassi della malattia, prima col metodo della variolazione, poi col metodo jenneriano della vaccinazione, l’esatta sua eziologia venne scoperta solo nella seconda metà del XIX secolo grazie a progressi della microscopia.
Prima Keber (1868) poi Buist (1886-1887), esaminando al microscopio la linfa vaccinica vi distinsero alcuni corpuscoli corrispondenti ad ammassi di virus.
Nel 1892 l’italiano Guarnieri descrisse nelle lesioni vaiolose osservate al microscopio particolari inclusioni, che da lui presero il nome, considerate come stadi del ciclo di protozoi parassiti, che egli chiamò Cytoryctes variolae e Cytoryctes vaccinae.
Gli studi per identificare l’agente eziologico del vaiolo umano e vaccino proseguirono nella prima decade del XX secolo ad opera di Roux, Calmette e Guerin, Prowazek, Negri, Calkins.
A partire dal 1910 la scoperta delle tecniche di colture tissutali permise di coltivare in vitro i virus, in modo particolare quello del vaiolo vaccino (Noguchi, 1915; Parker,1925; Carrel e Rivers, 1928) e nel 1928 Maitland e Maitland ottennero la coltura in un mezzo liquido. La successiva tecnica dell’ultracentrifugazione permetterà di valutare le dimensioni delle particelle virali vacciniche (Mac Callum e Oppenheimer, 1922; Elford, 1938).
Il microscopio elettronico permetterà dal 1948 (Van Rooyen e Scott; Nagler e Rake) di visualizzare le particelle virali e ottenerne le prime microfotografie.
Il lungo cammino dell’identificazione della causa del morbo si era concluso.
I Cinesi furono i primi a mettere in pratica un metodo di prevenzione del vaiolo. Questo metodo fu menzionato per la prima volta nell’anno 1014 della nostra era da Wang Tan e consisteva nell’insufflare nelle narici polvere di croste vaiolose della fase terminale della malattia; una seconda tecnica, che sarà quella adottata dagli Europei nel XVIII secolo, era quella di inoculare sottocute la polvere delle croste vaiolose per mezzo di sottili aghi.
In India i bramini praticavano l’inoculazione introducendo sotto la pelle sottili fili impregnati di materia vaiolosa, oppure frizionavano la pelle escoriata con tessuto impregnato di pus vaioloso.
Il vaiolo fu l’unica malattia infettiva per cui si pensò ad una prevenzione attiva attraverso l’inoculazione, mentre per tutte le altre valse sempre il metodo della contumacia.
In Europa la pratica dell’inoculazione (o variolizzazione) fu introdotta nei primi decenni del XVIII secolo. Notizie sia pur vaghe erano giunte alla Royal Society di Londra da diversi paesi e soprattutto dalla Cina attraverso l’Asia Minore.
Da lungo tempo i popoli abitanti vicino al Mar Caspio, come i Circassi e i Georgiani, proteggevano la bellezza delle loro donne dalle deturpazioni provocate dal vaiolo mediante l’inoculazione ed era da questi paesi che i Turchi e i Persiani traevano le più belle schiave per i loro harem.
La stessa cosa valeva per il Bengala, l’Indostan e tutti i regni circostanti, mentre in Africa tale pratica era molto seguita nel Senegal. I primi a caldeggiare la variolizzazione in Europa furono due medici greco-italiani, Pylarino e Timoni, che esercitavano la medicina a Costantinopoli agli inizi del XVIII secolo.
Essi furono colpiti dai successi che tale pratica permetteva di conseguire e raccolsero informazioni da quelle vecchie che la esercitavano per trasmetterla successivamente con relazioni ben dettagliate agli studiosi europei.
Ma il frutto delle loro osservazioni sarebbe andato perduto se non fosse stato per l’interessamento di Lady Mary Wortley Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese a Costantinopoli che introdusse la pratica per la prima volta in Europa e, nella fattispecie, in Inghilterra, dopo avere osservato tale pratica in Turchia e aver fatto inoculare un figlio. Essa nel 1722 cercò di persuadere il Collegio dei medici di Londra ad eseguire una prova che avesse un certo valore dimostrativo.
Quello stesso anno il dottor Richard Mad, medico del re, inoculava sette condannati a morte del carcere di Newgate i quali sopravvissero e furono graziati. Ma la Montagu prese anche la personale iniziativa di far vaccinare di fronte alla corte inglese il suo secondo figlio, ispirando la fiducia della famiglia reale inglese che a sua volta si sottopose alla variolizzazione.
Tutte le persone variolizzate, dopo una lieve forma di vaiolo, guarirono. Uno dei carcerati inglesi sottoposti all’esperimento fu esposto al contagio del vaiolo superandolo indenne.
Nello stesso periodo a Boston, scoppiata l’epidemia, Mother e Boylston vaccinarono 242 persone con la mortalità del 2,5% degli inoculati contro il 15% di quelli che avevano contratto il vaiolo naturalmente. In Italia, convinto inoculatore, alieno da polemiche dottrinali, fu Angelo Gatti, che venne chiamato nel 1778 alla corte di Napoli per inoculare i membri della Real Casa.
In Francia le prime inoculazioni risalgono al 1754 e trovarono il favore e il sostegno di personaggi come Voltaire, Condamine, D’Alembert, specialmente dopo che re Luigi XV era rimasto vittima del crudele morbo. Praticata nelle corti la variolizzazione passò alla popolazione.
Tuttavia l’inoculazione fu avversata da certi settori della cultura francese saldamente ancorata alla tradizione dottrinaria di stampo ippocratico, secondo la quale la malattia era considerata come lo sfogo necessario attraverso la pelle di un principio nocivo che avrebbe reso l’organismo immune da quella malattia.
Ciò indusse il Parlamento di Parigi a chiedere alla facoltà di Teologia di esprimere il suo parere sull’inoculazione, e fu necessario attendere il 1764 perché la facoltà di Teologia si esprimesse a favore dell’inoculazione, perché nel 1763 aveva espresso parere contrario con la seguente motivazione: ”Basta che si tratti di una novità perché sia da considerare come condannabile."
Nel 1774 lo stesso re Luigi XVI fu inoculato (ma ciò non costituì un valido rimedio contro la ghigliottina).
In Italia Antonio Genovesi e Cesare Beccaria furono fra i primi fautori di questa pratica; Pietro Verri vi dedicò l’ultimo numero del “Caffè” e Giuseppe Parini una sua ode.
La prima regione in Italia ad eseguire la pratica dell’inoculazione (chiamata anche innesto, oltre che variolizzazione), fu la Toscana nel 1756, quando furono inoculati sei bambini dell’Ospedale di S. Maria degli Innocenti, seguita dalla Repubblica di Venezia nel 1767. Tuttavia in Italia la pratica ebbe un rilievo statisticamente rilevante solo in alcune città della Toscana e a Napoli.
In Italia le opposizioni all’inoculazione furono poche e neppure la Chiesa fu contraria. Se motivazioni di carattere religioso ci furono, esse furono per lo più d’oltrAlpe e di parte protestante.
L’obiezione più importante fatta alla pratica della variolizzazione era quella che il variolizzato potesse a sua volta essere fonte di contagio. Infatti non si può escludere che certe epidemie di vaiolo possano essere state innescate da pratiche di variolizzazione.
Si rese perciò necessario che l’inoculazione fosse praticata in ambienti maggiormente controllati e lontani dai grandi centri urbani, in condizioni di isolamento.
Per questo motivo l’Inghilterra fu la prima a fondare nel 1746 a Londra un ospedale per l’inoculazione del vaiolo e la contumacia dei variolizzati, oltre che per la cura del vaiolo stesso.
L’esempio fu presto seguito dai paesi del Nord Europa.
La pratica della variolizzazione trovò una concreta diffusione soltanto in Inghilterra, sia per l’intervento dello Stato che per le iniziative caritatevoli private.
La stessa cosa non si verificò in Francia dove il numero delle persone inoculate non superò le 60.000-70.000.
In realtà era chiaro a tutti che la pratica della variolazione trasmetteva il vero e proprio vaiolo e si erano avuti casi tragici di fallimenti, come quello riferito da Luigi Sacco, relativo ad una epidemia insorta a Modena nel 1778 in seguito ad un caso di variolazione.
La pratica della variolazione, che era stata iniziata a Londra nel 1722, sul finire del XVIII secolo, a causa degli insuccessi sopra riferiti, anche se i benefici di tale pratica erano stati superiori al male prodotto, iniziò gradualmente ad essere abbandonata.
Ma la vera causa del definitivo abbandono della variolizzazione fu la scoperta jenneriana.
Furono la casualità e la intelligenza di un medico condotto inglese a portare finalmente alla scoperta della definitiva risoluzione della profilassi del vaiolo.
Edoardo Jenner (1749-1823), membro della Royal Society di Londra, medico condotto a Berkeley, suo paese di origine, nel 1775 aveva ricevuto l’incarico dal governo inglese di praticare la variolizzazione nella contea di Gloucester, ma si accorse che in alcune persone, mai affette da vaiolo, l’innesto non attecchiva. Furono i contadini del luogo a riferirgli che coloro che erano stati colpiti dal Cow-pox erano immuni dall’infezione vaiolosa. Il Cow-pox era una specie di vaiolo che colpiva le vacche alle mammelle, infettate a loro volta dalle mani dei mungitori che si erano infettati da cavalli ammalati di una malattia chiamata “grease” nota anche come “acqua alle gambe”.
Alcuni chirurghi inglesi, Sutton e Fowster, già nel 1768 avevano inoculato vaccino umano a persone contagiate da vaiolo vaccino senza che la malattia si manifestasse, e nel 1774 un contadino del Glucestershire, Benjamin Jesty, aveva inoculato il vaiolo vaccino a sé stesso, alla moglie e ai figli; inoltre la pratica della vaccinazione era conosciuta anche in Francia e in Germania, nell’Holstein, tanto che i tedeschi ne rivendicarono la priorità.
Ma a questo proposito Luigi Sacco, nel suo Trattato di vaccinazione, pubblicato nel 1809, scriverà:” (…) il merito non consiste nel veder un fenomeno, ma nel cavarne costrutto, scoprendone le relazioni (…) Cadevano i gravi abbandonati a sé anche prima del secolo di Galileo, ma Galileo solo scoprì le leggi della loro caduta, per cui ne derivò tanto vantaggio alla fisica.(…). Ci vollero, perciò, l’impegno, la curiosità e la perspicacia di Edoardo Jenner perché questa realtà venisse a galla e da essa potesse nascere la prima grande rivoluzione della storia in fatto di profilassi immunitaria contro una malattia infettiva.
Solo dopo 21 anni di esperimenti egli giunse al convincimento di essere giunto in possesso di un metodo rivoluzionario di profilassi antivaiolosa. Il 14 maggio 1796 egli vaccinò con il suo metodo il bambino James Phipps con pus tolto dalla contadina Sara Nelms che era affetta da Cow-Pox.
Così egli scrive nel suo “Ricerca sulle cause e gli effetti del vaiolo vaccino” pubblicato nel 1798: ”Sarah Nelmes, mungitrice in una fattoria di questa zona, venne attaccata dal Cow-pox delle vacche del suo padrone nel maggio del 1796. Ricevette l’infezione in una parte della mano che era stata leggermente lesa in precedenza dal graffio di una spina. Una larga pustola ulcerosa e gli usuali sintomi accompagnarono come di solito la malattia.(…) Al fine di osservar con maggiore accuratezza il progresso del contagio, scelsi un ragazzino ben robusto, di otto anni circa, con l’intenzione di innestargli il Cow-pox: La materia venne presa dalla piaga sulla mano di una mungitrice ( Sarah Nelmes)(…). Tale materia venne inserita, il 14 maggio del 1796, nel braccio del ragazzo per mezzo di due superficiali incisioni che scalfirono appena le dita, della lunghezza di circa mezzo pollice ciascuna. Al settimo giorno il ragazzo lamentò dolori all’ascella e al nono soffrì di brividi di freddo ed ebbe un leggero mal di testa. Per tutto l’intero giorno egli fu visibilmente malato e passò una notte abbastanza inquieta, ma il giorno seguente stava perfettamente bene.”
Il bambino, che in seguito fu inoculato con pus del vaiolo umano (Small Pox), non si ammalò; ma soltanto due anni dopo, nel 1798, Jenner pubblicò a sue spese il libretto dal titolo  "Ricerche sulle cause e sugli effetti del vaiolo vaccino", attirando su di sé l’attenzione e l’interesse dei governi di tutta l’Europa e ben presto il metodo proposto da Jenner fu ufficialmente riconosciuto come valido.
“Un secolo dopo Jenner-scrive René Dubos-Pasteur capì che la vaccinazione antivaiolosa non era in realtà che l’applicazione particolare di una legge generale di natura, cioè che era probabile vaccinare contro molti tipi di malattie microbiche usando microrganismi della stessa specie, ma di virulenza attenuata. Questa affermazione portò allo sviluppo di tecniche generali per la produzione di vaccini e diede origine all’immunologia come scienza.(…) In altre parole, centocinquant’anni di scienza sperimentale sistematica trasformarono la conoscenza empirica della lattaia negli acuti ragionamenti dell’immunochimica professionale.”
 Il vaiolo delle vacche o Cow Pox, molto diffuso nella campagna inglese, era poco diffuso nel resto del mondo, perciò si presentò il problema del reperimento della linfa vaccinica, della sua conservazione e della sua diffusione in condizioni controllate, che fosse sicuro e senza perdita di efficacia. Inizialmente si cercò di ovviare al problema del difficile reperimento della linfa, vaccinando da braccio a braccio, inoltre la linfa vaccinica a secco si conservava per almeno due anni, il che consentiva di diffonderla anche in paesi lontani.
In breve tempo però ci si rese conto dell’insorgere di alcuni problemi:
    Il vaccino jenneriano riproduceva il Cow Pox, ma la sua crescita per passaggi successivi in una specie animale diversa (umana invece che bovina), riduceva il suo potere immunizzante.
    Il passaggio da braccio a braccio, inoltre, favoriva la trasmissione di altre malattie infettive come la sifilide. Ad ambedue questi problemi si ovviò dal 1864 utilizzando solamente vaccino preso dalle vacche, abolendo la vaccinazione da braccio a braccio, soluzione tardiva rispetto a quella già presa nella stessa direzione nel Regno di Napoli nel 1805 da Troja e nel 1810 da Galbiati, i quali avevano praticato la retrovaccinazione, passando la linfa dall’uomo all’animale, sia per garantirsi una fonte ricca di linfa, sia per avere una linfa che riducesse il rischio di altre malattie come la sifilide. Nel 1845, sempre a Napoli, Negri inizierà a produrre sistematicamente linfa vaccinica direttamente dalle vacche.
    Un terzo problema fu quello di far pervenire il vaccino nei luoghi più remoti, garantirne la fornitura e trovare le migliori modalità di conservazione. L’elemento decisivo fu la preparazione di un vaccino liofilizzato prodotto dai francesi Wurtz e Camus nel corso della I Guerra Mondiale, che permise alla Francia di inviare nelle proprie colonie (Costa d’Avorio, Guinea, Guiana Francese) milioni di dosi di vaccino. I vaccini essiccati contribuirono sostanzialmente alla campagna di eradicazione del vaiolo avviata dall’OMS nel 1966.
Per quanto riguarda l’Italia, il primo a praticare le prime vaccinazioni jenneriane in Liguria nel 1800 fu il dott. Onofrio Scassi, che era venuto a conoscenza dello scritto di Jenner attraverso il medico inglese dott. Batt. Gli fece seguito nel 1801 Luigi Marchelli, che pubblicò un’importante memoria dal titolo: Memoria sull’inoculazione della vaccina e il Granducato di Toscana che il 12 giugno 1801 stabiliva che ”l’inoculazione del vaccino si facesse nello Spedale degli Innocenti”. Ma si deve soprattutto al dott. Luigi Sacco, medico primario dell’Ospedale Maggiore di Milano, sostenuto dalle autorità francesi, il merito di avere propugnato la vaccinazione in Italia. Sacco seppe della vaccinazione jenneriana verso la fine del 1799 ed avendo avuto la fortuna di avere trovato due vacche affette da Cow-pox vicino a Varese, col pus raccolto da esse vaccinò i suoi primi cinque bambini della campagna varesina e sé stesso, controllando a distanza l’avvenuta immunità con l’innesto di vaiolo umano. Nel 1806 Luigi Sacco riferì di avere fatto vaccinare o vaccinato personalmente nei soli Dipartimenti del Mincio, dell’Adige, del Basso Po e del Panaro più di 130.000 persone. In breve volger di tempo i vaccinati del Regno d’Italia, sempre più esteso per le conquiste napoleoniche, giunsero a un milione e mezzo. Lo stesso entusiasmo invase anche il Regno delle due Sicilie.
Questi fatti avvenivano mentre era in atto la rivoluzione industriale con un forte inurbamento dalle campagne, il venire alla ribalta delle problematiche sociali, che si accompagnarono alla nascita dell’igiene pubblica, propugnata soprattutto dal tedesco P. Frank, che ne attribuiva la competenza e la responsabilità allo Stato. Ma sarà invece Napoleone a dare impulso alla pubblica igiene.
L’obbligatorietà della vaccinazione fu adottata nella popolazione generale per la prima volta nel principato di Piombino e Lucca nel 1806, nel 1807 in Baviera, nel 1810 in Norvegia, nel 1815 in Svezia, nel 1867 in Inghilterra, nel 1874 in Germania, nel 1874, dopo una terribile epidemia, in Giappone. Nell’Italia post-risorgimentale, conseguita l’unità della Nazione, la vaccinazione antivaiolosa fu resa obbligatoria nel 1888.
La vaccinazione era obbligatoria, inoltre, in quasi tutti gli eserciti.
Il risultato conseguito, dopo l’obbligatorietà della vaccinazione antivaiolosa, fu che, contro i 5000-7000 decessi da vaiolo per milione di abitanti, si scese ad alcune centinaia per milione di abitanti.
Nonostante ciò, ci si avvide che la copertura vaccinale era completa nei primi 5 anni, mentre dopo vent’anni era persa.
Infatti, dopo un periodo di vent’anni, durante il quale il vaiolo era sembrato in rapido declino nei paesi che avevano adottato la vaccinazione jenneriana, il morbo si ripresentò con diverse pandemie che interessarono l’Europa intera, ma con indici di mortalità decisamente più bassi rispetto al passato.
Si era spostata anche l’età di massima incidenza del morbo, che cominciava ad interessare un numero crescente di adulti; questa constatazione indusse i governi ad avviare una campagna di rivaccinazione che fu adottata per prima dalla regione tedesca del Wurttemberg nel 1829, mentre l’Austria, che introdusse la rivaccinazione obbligatoria tardivamente, ebbe livelli di mortalità da vaiolo centinaia di volte superiori a quelli della Germania.
Negli ultimi decenni del XIX secolo si ebbero decisivi successi nella lotta contro il vaiolo e le altre malattie infettive, e questo fu dovuto anche, oltre che alle migliorate condizioni igieniche delle popolazioni europee, anche se non dovunque, alla socializzazione della lotta alle malattie infettive.
Per quel che riguarda la lotta contro il vaiolo, numerosi paesi introdussero nel loro sistema giuridico l’obbligatorietà della vaccinazione e, dove non vigeva l’obbligatorietà, il controllo del vaiolo fu un problema di natura pubblica con precise regole sulla denuncia dei casi e il loro isolamento. Le leggi regolarono anche la produzione e la distribuzione del vaccino. Fu abolita la vaccinazione da braccio a braccio, per i motivi già detti e si ricorse alla sola linfa prelevata direttamente dalla vacca.
A questo punto è giusto dare adeguate risposte a legittime domande:
1) Perché l’eradicazione del vaiolo è stata possibile sul piano biologico?
    Perché il vaiolo colpisce solo l’uomo. Del virus non vi sono serbatoi animali o vettori che lo veicolino, come gli insetti; né il virus viene immagazzinato in piante o animali.
    Il vaiolo è contagioso solo quando è manifesto.
    Non esistono portatori asintomatici, come nel tifo, epatite B o AIDS, perciò ogni caso di infezione corrisponde a un caso di malattia. Ciò significa che per la diagnosi di vaiolo è sufficiente l’osservazione clinica.
    Il virus del vaiolo è geneticamente stabile senza ceppi mutanti.
2) Quando dichiarare una zone libera dal vaiolo?
    a) Quando per due anni consecutivi non si fossero più segnalati casi
Nel 1977 casi di vaiolo venivano segnalati solo in Somalia, territorio difficile da controllare per l’elevato numero di persone dedite al nomadismo. L’ultimo caso si ebbe in questa regione nell'ottobre 1977.
Dal momento che nei due anni successivi non si ebbero nuovi casi della malattia, nel maggio 1979 l’OMS decretò eradicato il vaiolo dalla Terra.
Allo stato attuale l’unica fonte di contagio possibile è costituita dai virus coltivati in laboratorio. Oggi nel mondo solo sette laboratori conservano ceppi del virus del vaiolo, e sono sotto stretto controllo.
Per salvaguardare l’Umanità da eventuali future epidemie di vaiolo, che potrebbero essere scatenate o da cause accidentali o da atti terroristici, l’OMS ha previsto di conservare ampie scorte di vaccino essiccato e congelato.

mercoledì 17 maggio 2023

#almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 maggio.
Il 17 maggio 1990 l'Organizzazione Mondiale della Sanità toglie l'omosessualità dall'elenco delle malattie mentali.
Un discorso sull'omosessualità e  sulle sue implicazioni con le leggi penali che si sono succedute nei secoli non può prescindere dall'antropologia, oltre che dalla psichiatria, fino a giungere alla fisiologia sociale dei rapporti umani.
Etnologi e antropologi hanno osservato che alcune società riconoscono forme di omosessualità. Sembra che gli indiani nordamericani accettassero l'ambivalenza sessuale, che chiamavano "uomodonna", "berdache", "bote", "agokwa", "alyha" o "joya". Alcuni dei più nobili capi si dedicavano anche ad attività femminili, come il ricamare. A tutt'oggi su un'isola peruviana del Titicaca il lavorare a maglia è un'attività maschile. A missionari ed esploratori venivano offerti incontri con travestiti. Molti di loro erano rispettati, anche se gli effeminati erano considerati come una aberrazione ridicola.
All'inizio della civiltà la sessualità aveva una funzione ludica, come lo è ancora presso indios amazzonici durante la pubertà; ma anche relazionale, di riappacificazione, di scambio. In alcune culture si ritiene che la pratica omosessuale renda l'uomo più virile. Presso certi popoli delle isole del Pacifico c'è la convinzione che ingoiare lo sperma doni virilità. Presso gli antichi Greci, sperma, midollo e cervello erano considerati la stessa sostanza, residenza della psiche-anima.
Alla luce delle scoperte anche di medicina organica di inizio Novecento sulla bisessualità, definire "certa" un'identità è di per sé discutibile perché per l'identità sessuale non è mai possibile annunciare un carattere definitivo. Nell'inconscio nessuno è omosessuale o eterosessuale ma coesistono le due realtà a prescindere da come uno si definisce. La parola omosessuale è un'invenzione del medico ungherese Benkert, che nel 1869 coniò il termine.
L'anno 1990 è fondamentale giacché fino a quel momento, a causa di pregiudizi astiosi di alcuni psichiatri ottocenteschi, l'omosessualità era annoverata fra le malattie mentali: in quell’anno l'Organizzazione Mondiale della Sanità finalmente riconobbe che non era una malattia.
Sostiene Freud in "Totem e tabù" (1906) che l'omosessuale "ha la pericolosa proprietà di tentare altri a seguire il suo esempio; egli desta invidia: perché a lui dovrebbe essere permesso ciò che ad altri è precluso?". Freud parla di "perversione" non in senso dispregiativo o morale ma nel senso di tutto ciò che si allontana dal classico rapporto fra uomo e donna. Inoltre tiene a sottolineare: "Non dobbiamo dimenticare che tra queste perversioni, la più abominevole ai nostri occhi, l'amore sensuale dell'uomo per l'uomo, fu presso un popolo di cultura molto superiore alla nostra, il popolo Greco, non solamente tollerata, ma anche coperta di importanti funzioni sociali". Gli amori fra maschi, compresi quelli paiderastici, venivano non soltanto rispettati ma anche esaltati, e l'eccellenza politica e intellettiva si univa ad essi.
Osserva Freud che l'omosessualità "fu un fenomeno frequente, quasi un'istituzione munita di importanti funzioni, presso i popoli antichi all'apice della loro civiltà".
Quindi, da dove l'omofobia? Tra le prime cause, la "soddisfazione al negativo" della voglia repressa di far l'amore con un altro soggetto dello stesso sesso: "Non posso averlo perché io sono 'normale'; quindi gli faccio del male, lo aggredisco, lo uccido." E poi c'è la perdita di controllo e di potere sugli esseri umani (Foucault). "L'assassino è collettivo", scrive Paolo Volponi, nel senso che tutti sono responsabili delle violenze dirette contro i gay, poiché la stessa inerzia, il non far niente è una responsabilità. Il sistema così a un tempo perseguita le vittime e fomenta gli assassini, ed è l'assassino, sempre impunito e che si atteggia al contempo a difensore delle proprie vittime (Girard). Lo psichiatra Vittorio Lingiardi fa notare: "Alla base di molti atteggiamenti omofobici si situa il timore di essere identificati e/o etichettati come omosessuali." Sono processi psichici e sociali che si traducono in veri e propri "hate crimes". Hate crime è stato l'omicidio del ragazzo 21enne Matthew Shepard, legato a un recinto, torturato e ucciso di botte, nel 1998 nel Wyoming. Un gruppo di cristiani, capeggiati dal pastore evangelico Phelps, protestò per il processo ai due assassini e ai funerali con slogan: "Matthew marcisce all'inferno" e "Dio ce l'ha a morte con i froci". Attualmente gli evangelici risultano essere fra i cristiani che più provano odio per i gay.  Il movente dunque può essere la malevolenza nutrita come rovescio del desiderio (auto)negato: li odiano perché quantomeno inconsciamente desiderano godere dei loro piaceri. Il disgusto livoroso maschera l'odio-invidia per quell'amore nonché la rimozione della pulsione proibita: la violenza, persino cruenta, proviene dalla non accettazione del piacere gay visto come eccessivo.
Da ciò le persecuzioni e le secolari legislazioni omofobiche. Ancora nel 1988, una legge del Regno Unito, la Clausola 28, vietava alle autorità scolastiche di nominare l'omosessualità e impediva di insegnare agli studenti che quella "cosa" innominabile poteva essere socialmente accettabile.
Dal 2005, è stata istituita il 17 maggio la giornata mondiale contro l'omofobia.

sabato 27 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 novembre.
Il 27 novembre 2002 in Cina furono evidenziati i primi casi di quella che in seguito venne dichiarata SARS (Sindrome respiratoria acuta).
La sindrome respiratoria denominata SARS (Severe acute respiratory syndrome), caratterizzata da febbre, dispnea, ipossia, progressivo sviluppo di infiltrati polmonari, e frequentemente di esito letale, è stata identificata per la prima volta da Carlo Urbani, infettivologo italiano operante presso l'ospedale francese di Hanoi, in Vietnam, per conto dell'Organizzazione mondiale della sanità. La prima notifica del ricovero di pazienti affetti da una nuova forma di polmonite atipica presso lo stesso ospedale è stata effettuata da Urbani all'Ufficio regionale dell'OMS (sezione Pacifico occidentale) il 28 febbraio 2003. La sindrome è stata classificata come di nuova entità.
In base ad accertamenti retrospettivi, piccoli focolai epidemici di una forma di polmonite particolarmente severa erano stati già osservati, durante gli ultimi mesi del 2002, nelle zone rurali del Guangdong in Cina, senza però essere considerati di natura eccezionale. Il primo caso chiaramente riconducibile alla SARS, pervenuto all'osservazione in un ospedale della città di Fusham il 27 novembre 2002, aveva coinvolto quattro individui della medesima famiglia. I successivi episodi si erano verificati in varie città della stessa provincia della Cina. La notifica effettuata dalla Sanità cinese l'11 febbraio 2003 si riferiva a 305 casi con 5 decessi. Si metteva in evidenza anche l'elevato coinvolgimento di personale medico e infermieristico operante presso diverse strutture sanitarie nella città di Guangzhou, nella quale si era verificato il più elevato numero di casi.
La diffusione dell'infezione al di fuori del Guangdong è avvenuta in occasione del viaggio a Hong Kong di un medico nefrologo operante presso un ospedale di Guangzhou e della sua permanenza al Metropolitan Hotel di Kowloon (Hong Kong) dal 21 al 25 febbraio 2003. Nel medesimo piano dell'hotel avevano soggiornato, negli stessi giorni, una coppia di Toronto, un medico di Hanoi, e tre turisti di Singapore; a tutti è stata diagnosticata, al ritorno nel paese di origine, la polmonite SARS. Complessivamente, il medico di Guangzhou ha infettato a Hong Kong dodici persone. I successivi principali episodi epidemici si sono verificati a Hong Kong, Singapore, Taiwan, in Canada e nel Vietnam. A Hong Kong l'epidemia ha avuto la massima diffusione nell'ospedale Prince of Wales dove, al 25 marzo 2003, i pazienti affetti da SARS erano 156, prevalentemente operatori sanitari. Il fattore principale di trasmissione è stato identificato nell'uso improprio delle apparecchiature per la ventilazione polmonare, con conseguente formazione di aerosol infettanti in prossimità del paziente. Un altro centro di diffusione è stato riconosciuto in un vasto complesso abitativo, chiamato Amoy Gardens, nel quale si sono verificati 300 casi; nel complesso risiedeva un paziente in emodialisi presso l'ospedale Prince of Wales. In questo caso è stato ipotizzato che il meccanismo di trasmissione sia da attribuire al cattivo funzionamento della struttura fognaria, che ha permesso riflussi e aerosol nei sistemi di scarico delle abitazioni; un'altra ipotesi ha riguardato la possibile presenza di topi o altri piccoli animali che possono aver agito da vettore-serbatoio dell'infezione. A Singapore, Toronto e Hanoi l'estensione dell'epidemia è stata elevata sia tra il personale degli ospedali con maggiore affluenza di casi, sia tra i familiari dei pazienti ospedalizzati. Negli Stati Uniti e in Europa i singoli casi di infezione sono stati invece tutti correlati a viaggi o soggiorni nella aree asiatiche.
Nel mese di marzo 2003 la diffusione della SARS riguardava 1600 casi in 12 paesi (inclusi Stati Uniti e Canada) e mostrava un tasso di mortalità allarmante, tale da indurre la dichiarazione, da parte dell'OMS, dello stato di allerta globale, con l'organizzazione di una task force internazionale cui hanno partecipato undici centri di ricerca in tutto il mondo per le indagini cliniche, epidemiologiche e microbiologiche. Sono stati rapidamente definiti i criteri da utilizzare per l'identificazione dei casi probabili e dei casi sospetti al fine della compilazione delle notifiche, da effettuare in tempo reale con l'ausilio di una rete informatica istituita ad hoc. I dati delle notifiche hanno costituito la base per la definizione delle principali misure sanitarie da adottare, ai fini del contenimento dell'epidemia, in modo coordinato e nei vari paesi coinvolti. I criteri per la definizione di 'caso sospetto' e 'caso probabile' sono stati principalmente riferiti a dati clinici ed epidemiologici. In particolare, è stato definito caso sospetto il soggetto che presentava febbre superiore a 38 °C e uno o più sintomi di compromissione respiratoria e aveva avuto stretto contatto con persone cui fosse già stata diagnosticata la SARS; è stato definito caso probabile il soggetto che presentava inoltre segni radiologici di polmonite e positività virale ai saggi di laboratorio.
Al termine dei picchi epidemici erano stati identificati in totale 8422 casi, con 916 decessi verificatisi in 32 paesi (dati del 7 agosto 2003). Tali dati, seppure allarmanti, indicano il successo delle misure di contenimento dell'epidemia, potenzialmente caratterizzata da un elevatissimo indice di diffusione, sia per l'alta infettività dell'agente virale, sia per la presenza di una possibile duplice via di trasmissione (respiratoria e oro-fecale). Un impatto considerevole nel potenziale di diffusione ha, inoltre, la grande mole di spostamenti rapidi e ad ampio raggio, caratteristica dei nostri tempi. L'eccezionale organizzazione messa in atto dall'OMS, per la prima volta nella storia delle epidemie infettive, ha consentito nel brevissimo tempo di un mese (annuncio dell'OMS del 7 aprile 2003) l'identificazione e la caratterizzazione dell'agente eziologico virale coinvolto nei casi di infezione. Tale agente è stato definito come un nuovo virus classificabile in un gruppo separato del genere Coronavirus, della famiglia Coronaviridae, e denominato SARS-CoV. L'uso di metodiche diagnostiche di biologia molecolare, basate sull'amplificazione e il sequenziamento del genoma virale, associato con l'impiego di metodiche classiche di isolamento virale e di caratterizzazione antigenica e anticorpale, è stato di fondamentale importanza per la definizione dell'eziologia della SARS.
L'infezione da SARS-CoV è caratterizzata da un periodo di incubazione di 2-7 giorni. Nella fase prodromica della malattia sono presenti sintomi di tipo simil-influenzale. Durante la prima settimana della fase acuta la sintomatologia è costituita da febbre, malessere, mialgia, mal di testa, irrigidimento. Durante la seconda settimana sono presenti inoltre tosse secca, dispnea, diarrea. Nei casi più gravi si sviluppano rapidamente segni di stress respiratorio e di desaturazione di ossigeno. Nel 20% dei casi è necessaria terapia intensiva, nel 70% dei casi è presente diarrea, caratterizzata dall'eliminazione di ampi volumi di liquidi e assenza di sangue e muco. Il massimo livello di infettività è probabilmente presente nella seconda settimana. Il tasso di mortalità, in base a quanto riportato negli studi clinici effettuati durante i principali episodi epidemici, è variabile. Sono stati osservati valori dallo 0% a più del 50%, con tasso medio dell'11%. Il principale fattore associato a valori di elevata mortalità è quello dell'età, superiore ai 65 anni, seguito dal sesso maschile e dalla presenza di co-morbilità. Nei casi di SARS in gravidanza sono state osservate elevate percentuali di aborto per i primi mesi e mortalità materna in gravidanza avanzata. Per quanto concerne il quadro patologico, le modificazioni a livello polmonare, evidenziabili radiologicamente e indicative di danno alveolare diffuso, possono essere presenti già nei primi 3-4 giorni della fase acuta e anche in assenza di segni clinici di grave compromissione a livello respiratorio. Tali modificazioni radiologiche sono tipicamente evolutive, iniziando con segni di lesioni periferiche unilaterali che successivamente progrediscono in aspetto di lesioni multiple. Gli stadi successivi possono includere la presenza di pneumotorace spontaneo, pneumomediastino, fibrosi subpleurale e/o cistica. All'esame istopatologico sono presenti: denudazione dell'epitelio bronchiale con perdita di ciglia e metaplasia squamosa, presenza di infiltrato di cellule giganti e segni di possibile alterazione dello spettro di citochine, come indicato dall'aumento dei macrofagi alveolari e dalla presenza di emofagocitosi. Le particelle virali sono state visualizzate al microscopio elettronico nel citoplasma di cellule epiteliali.
I principali reperti, per quanto riguarda le alterazioni dei parametri ematologici e biochimici, sono stati: linfopenia, leucopenia e trombocitopenia. L'elevazione dei valori di lattatodeidrogenasi (LDH) e la presenza di diabete sono stati associati a una prognosi di malattia più severa. A livello sierico possono essere presenti ipocalcemia e alterazione dei valori di transaminasi, particolarmente nei casi di coinvolgimento enterico; inoltre sono stati osservati segni di deplezione linfocitaria.
I segni clinici che permettono di differenziare la SARS dagli altri casi di polmonite community acquired sono essenzialmente i reperti radiografici, la presenza di linfopenia, l'assenza di risposta alle usuali terapie antimicrobiche e in generale l'esito più grave della malattia. Come possibili trattamenti vengono attualmente indicati quelli a base di corticosteroidi e di antivirali, in aggiunta all'applicazione di mezzi meccanici di ausilio respiratorio.
L'identificazione di sostanze antivirali per terapie specifiche è uno dei principali obiettivi delle ricerche attualmente in corso. La precisa caratterizzazione del ciclo replicativo virale e l'identificazione di target molecolari precisi costituiscono lo strumento indispensabile per la formulazione di molecole antivirali efficaci. Alcuni studi sono focalizzati sulla possibilità di formulazione di molecole specifiche per l'interazione con alcuni enzimi chiave nell'ambito del ciclo replicativo virale, quali l'elicasi, la proteinasi SARS-CoV-PL2 e soprattutto l'enzima più importante coinvolto nel clivaggio della poliproteina codificata dall'RNA genomico per la produzione della RNA-polimerasi RNA-dipendente, cioè l'enzima SARS-CoV-3CLpro, di cui è stata identificata la struttura cristallografica e per cui è stato effettuato lo screening virtuale dei farmaci a base di inibitori delle proteasi attualmente noti.
Nonostante i grandi progressi conseguiti nel corso del 20° secolo in campo medico, farmacologico e dell'igiene, le malattie infettive costituiscono ancora oggi la principale causa di morte nel mondo. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, infatti, di circa 52 milioni di decessi che si registrano ogni anno nel mondo, circa 17 milioni sono causati da malattie infettive.
Nell'ambito delle malattie infettive si definiscono emergenti quelle dovute a infezioni precedentemente sconosciute e tali da ingenerare problemi di sanità pubblica a livello tanto locale quanto internazionale, riemergenti quelle dovute al riapparire di infezioni note, ma che per il diminuito tasso di morbosità non erano più considerate un problema di sanità pubblica. Sono causa di malattie emergenti virus (per es. virus di Ebola, HIV, virus dell'epatite C, virus 'sin nombre', virus dell'influenza A H5NI) e batteri (per es. Legionella pneumophila, Borrelia burgdorferi, Vibrio cholerae O139, Escherichia coli O157:H7). Fra le malattie riemergenti le più diffuse sono le infezioni respiratorie acute (polmonite), le infezioni diarroiche (dissenteria e colera), la malaria e la tubercolosi. Ogni anno più di un milione di bambini muore di malaria solo nell'Africa sub-sahariana. Circa 200 milioni di persone in tutto il mondo sono parassitate da Schistosoma, responsabile delle elmintiasi, e ogni anno da 35 a 60 milioni di persone contraggono la dengue, malattia virale sostenuta da un Flavivirus. Le malattie infettive non sono peraltro confinate nelle sole regioni a clima tropicale. Si valuta che ogni anno negli Stati Uniti si verifichino circa 600.000 casi di polmonite, che causano fra 25.000 e 50.000 morti. Più di 10.000 casi di difterite sono stati diagnosticati in Russia dal 1993 al 1997, a causa di un deterioramento del sistema di vaccinazione. Nei primi anni Novanta un'epidemia di colera è riapparsa in America Meridionale dopo un'assenza di circa un secolo, e dal 1991 al 1994 sono stati registrati più di un milione di malati e circa 10.000 morti. Durante gli anni Ottanta, dopo decenni di declino, è riemersa un po' dovunque la tubercolosi con ceppi resistenti a vari antibiotici, che ne hanno reso più difficile il controllo. Differenti fattori possono contribuire all'insorgere o al riemergere di una malattia infettiva. Quelli più frequentemente indicati sono i viaggi e gli spostamenti (per turismo, migrazioni ecc.), che permettono a un microrganismo patogeno di muoversi all'interno di una popolazione previamente non esposta e/o non vaccinata, cioè non immune; la produzione, la manipolazione e la distribuzione su vasta scala degli alimenti; le variazioni ambientali (deforestazione, inquinamento delle acque sotterranee); la maggiore suscettibilità della popolazione, dovuta a vari fattori (sovraffollamento, invecchiamento, malnutrizione, stress ecc.) che possono agire sinergicamente diminuendo la capacità degli individui di difendersi dalle infezioni; la variabilità genetica dei microrganismi, che permette a un patogeno di sviluppare in tempi brevi nuovi geni coinvolti nei meccanismi di virulenza e/o nella resistenza ai metodi terapeutici standard.

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