Pagine

domenica 26 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 luglio.
Alle 10:09 del 26 luglio 1956, al largo della costa nordamericana di Nantucket si inabissa l'Andrea Doria, vanto della Marina Mercantile italiana e mito della navigazione transatlantica. Dopo un'agonia durata undici ore lo scafo affonda a 75 metri di profondità, trascinandosi dietro la gloria delle navi che avevano fatto della traversata oceanica un vero orgoglio nazionale.
L'episodio segna il capitolo conclusivo nella storia del grande trasporto via mare, a cui seguirà la definitiva affermazione dei voli aerei intercontinentali. Vissuto dai passeggeri come un dramma impossibile da dimenticare, è stato seguito con apprensione in tutto il mondo grazie ad una copertura mediatica senza precedenti.
Numerose ombre hanno da subito avvolto la ricostruzione ufficiale dell'incidente. E in tanti, non solo tra i sopravvissuti, non riescono ad accettare che la reputazione del maestoso vascello e quella del suo comandante siano state abbandonate ai flutti.
Quando il transatlantico Andrea Doria, di proprietà della Società di Navigazione Italia, fu varato nei cantieri Ansaldo di Genova il 16 giugno 1951, rappresentava un simbolo della rinascita del Paese, appena uscito dal secondo conflitto mondiale con una flotta mercantile decimata dai bombardamenti e dagli affondamenti in battaglia. Assieme alla sua gemella Cristoforo Colombo, l'Andrea Doria sembrava designata come l'erede ideale del celebre Rex che nel 1933 aveva vinto il Nastro Azzurro: il record di velocità nella traversata dell'Oceano Atlantico. Il tragitto tra Europa ed America rimaneva ancora un banco di prova, una dimostrazione di eccellenza e per l'Italia significava il primo passo verso una rinascita economica che stentava ancora ad affermarsi. L'industria navale italiana si impegnò in uno sforzo considerevole: dalla costruzione dell'Andrea Doria dipendevano l'immagine dell'intera nazione e anche la sorte della sua ripresa economica.
La gigantesca nave (29.000 tonnellate per 212 metri di lunghezza) fu equipaggiata con attrezzature all'avanguardia, spinta da turbine a vapore capaci di portarla ad una velocità di 26 nodi, protetta attraverso undici compartimenti stagni e dotata di un radar avanzato, come raramente accadeva all'epoca per gli altri bastimenti, che avrebbe dovuto garantirne la sicurezza.
Ritenuta erroneamente la più grande e la più veloce tra le navi che solcavano l'Atlantico, era senza dubbio la più bella, la più lussuosa: impreziosita da ornamenti e fregi artistici di ogni tipo, suppellettili di grande valore, sale da ballo e da gioco, e da una piscina per ognuna delle tre classi di passeggeri. La classe turistica occupava oltre la metà dei posti disponibili (700 su 1.200) e si popolava di emigranti che si imbarcavano per cercare fortuna oltreoceano, ma senza i disagi che avevano abitualmente accompagnato i loro predecessori agli inizi del secolo.
Lo sfarzo non era riservato unicamente alla prima classe: i passeggeri potevano godere di un servizio, cucina compresa, di eccellente qualità. Inoltre, era stata preferita una rotta più meridionale e soleggiata, benché meno breve, del classico tragitto verso il Nord-America: l'Andrea Doria non si proponeva di fornire un semplice servizio di linea, ma una vera e propria esperienza di villeggiatura.
Durante il suo centounesimo viaggio lungo la “rotta del sole” la nave si imbatté in un fitta nebbia al largo di Nantucket, proprio durante l'ultima notte prima dell'arrivo a New York. Anche se una rigida separazione tra le classi li ripartiva gerarchicamente in dieci ponti, tutti i passeggeri erano intenti a festeggiare l'imminente arrivo a destinazione. Il concerto dell'orchestra fu però bruscamente interrotto alle ore 23:10 da un boato: l'Andrea Doria era stata speronata.
La prua del transatlantico svedese Stockholm aveva sfondato la fiancata, penetrando per 12 metri tra le cabine di cinque ponti e distruggendo tutto ciò che incontrava; trascinata lungo tutto il lato destro continuò a produrre danni trasformando gli spaziosi corridoi dell'Andrea Doria in un dedalo di lamiere. In pochi minuti lo scafo si inclinò di 20° e il comandante Pietro Calamai realizzò immediatamente che si stava trattando di una situazione critica per la sua nave; nonostante ciò, decise di ritardare l'ordine di evacuazione per impedire che il panico gettasse i passeggeri e l'equipaggio nel caos, e si limitò in un primo momento a lanciare un SOS.
Fortunatamente, numerose navi risposero in breve tempo al messaggio di soccorso: la prima a sopraggiungere fu il transatlantico francese Ile de France, che aveva superato l'Andrea Doria poche ore prima e ritornò indietro a tutta velocità; successivamente arrivarono sul luogo del disastro i cargo Cape Ann e Wm. H. Thomas, e poi ancora la nave cisterna Robert E. Hopkins e il cacciatorpediniere Edward H. Allen. L'intervento tempestivo dei soccorsi fu una delle chiavi per il successo delle operazioni di salvataggio, che passarono alla storia per aver portato al sicuro la quasi totalità dei passeggeri: delle 1.706 persone a bordo dell'Andrea Doria, quarantasei persero la vita durante lo scontro (oltre alle cinque vittime dello Stockholm) e solo due durante il naufragio.
Infatti, l'eccessiva inclinazione dell'Andrea Doria aveva reso inutilizzabili le scialuppe e gli evacuati furono calati con delle corde per essere recuperati dalle lance inviate dalle altre navi, compresa la Stockholm. Bisogna comunque ammettere che le eccezionali qualità costruttive dell'Andrea Doria permisero che rimanesse a galla per ben undici ore, concedendo un tempo sufficiente ai soccorsi.
Inoltre, si rivelarono decisivi l'eroismo dell'equipaggio italiano e l'esperienza del comandante Calamai, che seppe assumersi decisioni di grande responsabilità in tempi rapidissimi e febbrili: solo quando all'alba i passeggeri erano ormai tutti in salvo, fu convinto con la forza dai suoi ufficiali ad abbandonare la nave. Non c'era più speranza: trascinata in acque meno profonde per agevolare gli accertamenti, l'Andrea Doria continuava inesorabilmente ad inclinarsi finché, alle ore 10:09 del 26 luglio, scomparve sotto le onde per affondare definitivamente.
Le indagini che cominciarono a New York per stabilire le cause e le colpe dell'incidente furono accompagnate subito dal grande clamore suscitato per l'importanza, il prestigio dell'Andrea Doria e dal risalto dato alla vicenda dalla stampa che l'aveva seguita in tutte le fasi.
Come fu possibile un tale disastro, tra due grandi navi in mare aperto? Al processo, che vedeva fronteggiarsi gli avvocati delle parti in causa, si affiancò di prepotenza un giudizio sommario dell'opinione pubblica nei confronti dell'equipaggio e soprattutto contro il comandante Calamai.
Infatti, i rappresentanti dello Stockholm si mostrarono decisi a negare l'evidenza, sostenendo che non vi era nebbia nel luogo dell'impatto, accusando l'Andrea Doria di non aver rispettato le procedure previste per la rilevazione e la correzione della rotta, e tacendo sull'inesperienza dei propri ufficiali al radar e al timone, che stavano oltretutto procedendo a velocità troppo elevata per la situazione di rischio.
A dispetto di queste premesse, gli armatori preferirono accordarsi e il processo si concluse in una conciliazione extragiudiziale: la Società Italia di Navigazione e la Swedish-American Line si impegnarono a risarcire le vittime e a provvedere al pagamento dei danni. Gli assicuratori delle due società di navigazione facevano capo alla medesima compagnia, i Lloyd di Londra, ed anziché insistere sul contenzioso trovarono un accomodamento che limitava le responsabilità e di conseguenza l'entità del risarcimento; in ballo c'era anche un'importante commissione che gli svedesi avevano affidato proprio ai Cantieri Ansaldo.
Per questi interessi economici si rinunciò a far piena luce sull'accaduto, tacendo sui difetti strutturali dell'Andrea Doria e sugli errori commessi dallo Stockholm, per finire così a scaricare implicitamente le colpe sulle spalle del comandante Calamai, stigmatizzandone la condotta tanto che non ottenne più incarichi e morì in disgrazia. Nonostante numerosi attestati di fiducia e di stima, le perizie che confermavano la sua versione e fugavano ogni dubbio arrivarono purtroppo postume.
In effetti, fin dai primi collaudi e durante il suo viaggio inaugurale, l'Andrea Doria aveva mostrato una preoccupante tendenza ad inclinarsi eccessivamente quando soggetta a consistenti forze laterali, ad esempio nell'urto contro onde oceaniche. La raccomandazione di riempire i serbatoi vuoti con acqua marina, zavorra funzionale alla stabilità dello scafo, rimase inascoltata all'epoca del disastro per guadagnare velocità: quasi esaurito il carburante perché ormai al termine del viaggio, questo difetto di progettazione contribuì enormemente ad accentuare l'entità del danno.
D'altra parte, un'inchiesta ministeriale italiana del 1957 era già arrivata ad accertare le responsabilità dell'equipaggio svedese, come è stato poi dimostrato dalle simulazioni condotte da John C. Carrothers e da Robert J. Meurn (capitano dell'Accademia della Marina Mercantile degli Stati Uniti): i dati del radar erano stati erroneamente interpretati, portando ad una valutazione sovrastimata delle distanze. L’ufficiale assegnato al radar fu indotto all’errore da una semplice manopola che mancava di adeguata retroilluminazione.
Durante i momenti che portarono all'incidente, al comando dello Stockholm, partito da New York il mattino del 25 luglio 1956 e diretto a Göteborg, era un inesperto terzo ufficiale anziché il comandante. Con una visibilità azzerata dalla nebbia e guidata solo dal radar, la nave svedese non aveva ridotto la propria velocità in via precauzionale come fu deciso invece a bordo dell'Andrea Doria. Le manovre di virata di entrambe le navi furono effettuate incrociando verso destra, in conformità a quanto disposto dal codice marittimo internazionale, ma rese inutili dalla fallace scala del radar sullo Stockholm: quando venne avvistato l'Andrea Doria, l'ordine di indietro tutta fu troppo tardivo per impedire la collisione, e la prua (rinforzata per seguire le rompighiaccio nelle gelide acque svedesi) andò ad impattare perpendicolarmente, cioè con il massimo danno.
Non erano normalmente previste comunicazioni via radio, il cui obbligo fu introdotto proprio in seguito al naufragio dell'Andrea Doria.
Le frequenti missioni di immersione e le esplorazioni con le sonde che si sono susseguite nell'arco di mezzo secolo non hanno aiutato a capire la dinamica dell'incidente, ma hanno riportato alla luce una innumerevole quantità di reperti (tra cui la grande statua dell'Ammiraglio Andrea Doria, una campana, le preziose porcellane) e sono state anche al centro di una fin troppo clamorosa spettacolarizzazione (come per la spedizione di Peter Gimbell destinata a recuperare la cassaforte, rivelatasi una delusione).
La verità insabbiata per gli interessi in gioco è infine riemersa: dopo troppo tempo, e unicamente per l'iniziativa e l'impegno di quei singoli che non hanno mai considerato l'inchiesta definitivamente chiusa.

sabato 25 luglio 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 luglio.
Il 25 luglio del 1365 le cronache bolognesi ricordano uno dei più forti terremoti avvenuti nella storia della città.
Le fonti coeve all’evento sismico, ricordano che la scossa avvenne il 25 luglio del 1365, senza specificarne gli effetti. La fonte cronologicamente più vicina che riporta informazioni sui danni, è la cinquecentesca cronaca del Ghirardacci, dove l’unica data che precede le notizie relative al terremoto è il 7 aprile del 1365. Tuttavia, tra questo preciso riferimento cronologico e l’indicazione dell’ora e degli effetti della scossa, sono riportate altre notizie relative alla città di Treviso. Considerato lo scarto di alcuni mesi riguardo l’accadimento della scossa e l’ambiguità della fonte riguardo alla data, è ragionevole riferire la descrizione degli effetti fornita dal Ghirardacci alla scossa del 25 luglio.
Ghirardacci, ripreso poi da cronisti dei secoli successivi, ricorda che crollarono e furono danneggiati molti edifici pubblici e privati; in particolare specifica che crollarono ("rovinarono") tre case della famiglia Lambertini, e morirono quattro persone di questa famiglia; crollò la beccaria di Rolandino Gurini. La torre dei Confortati in via dei Bagnaroli, attuale via San Benedetto XIV, fu così gravemente danneggiata fino alle fondazioni, che le autorità civili bolognesi decisero di abbassarla per evitare che crollasse sulle vicine case della famiglia dei Sabbadini; la chiesa di San Michele dei Leprosetti, nell’attuale piazza S.Michele, necessitò di restauri; crollò la parte posteriore della chiesa di S.Maria del Carrobbio, non più esistente e situata nella piazza del Carrobbio, attuale piazza della Mercanzia; molti edifici in zona Saragozza e Lame furono danneggiati.
"Il Tremuoto nell'anno 1365. così orribile sentir si fece,che tutte le Castella del Bolognese furono in ispavento e dolore. A questo oggetto Ajmerico indisse per tutta la Diocesi fervide preci, le quali durarono finche cessarono le scosse del Tremuoto, e le innondazioni pure dei fiumi usciti in alta maniera dai loro letti." (Monteforti, Storia della Città di Cento  composta nel 1765- tomo I carte 83v-84r)

venerdì 24 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 luglio.
Il 24 luglio 1908 si correva la maratona delle Olimpiadi di Londra.
Il 24 luglio, penultimo giorno dei Giochi Olimpici, era un venerdì caldo ed afoso, indubbiamente il clima era poco propizio per una corsa di maratona. Adunati nel piazzale antistante il castello di Windsor, 55 atleti attendevano il segnale di partenza per gareggiare su un percorso di 26 miglia e 385 yards (km. 42,195), fino al traguardo posto allo stadio di Sheperd's Bush. Dorando Pietri, maglietta bianca e calzoncini scarlatti, con il numero 19 sul petto, doveva essere il grande e sfortunato protagonista della memorabile gara. Alle 14:33 il "via!”. Gli inglesi Jack, Lord e Price presero la testa alternandosi al comando dalla gara fino al 14°miglio poi scomparvero dalla competizione. A quel punto passò in testa il sudafricano Hefferon mentre uno dei favoriti, l'atleta Longboat, si ritirava. Pietri, dopo essersi mantenuto fra il terzo ed il quarto posto, al 18° miglio iniziò la sua offensiva passando al secondo posto. L'ultima segnalazione da Wimbledon dava primo Hefferon con circa 800 yards di vantaggio su Dorando Pietri, che aveva superato e poi distaccato di circa 100 yards l'americano Hayes. Le 26 miglia (km. 41,841 ) furono compiute dall'italiano in 2 ore 45 minuti; alle ore 17,18, preceduto dallo sventolio di bandiere, dal sottopassaggio che immetteva nella pista apparve, irriconoscibile, il nostro campione. Dorando avanzava con azione scomposta, barcollava ed inconsciamente muoveva le gambe che piegate e doloranti stentavano a sostenerlo, solo il miraggio della vittoria lo faceva avanzare. Il nostro campione all'ingresso dello stadio cadde, si rialzò, proseguì per poi ricadere ancora quattro volte, a pochi metri dal traguardo cadde per la quinta volta e qui un megafonista generoso lo sostenne e gli fece tagliare il traguardo.
Per percorrere gli ultimi 325 metri, che poi Dorando definì la sua "via crucis", aveva impiegato 9 minuti e 46 secondi. Oltre il traguardo svenne, una barella lo raccolse, mentre la folla temette che il cuore del generoso atleta avesse ceduto per l'immane fatica ripetendo dopo 24 secoli il sacrificio di Fidippide. Tutti lo ritennero il vincitore morale, "Dorando era l'atleta che aveva vinto la gara senza ottenere la vittoria". Lo statunitense Hayes, giunto secondo dopo aver superato Hefferon, presentò reclamo contro l'italiano che fu squalificato per l'aiuto ricevuto, aiuto non richiesto e non voluto. L'episodio procurò materia per i giornali e per lunghe critiche e discussioni. La regina Alexandra d'Inghilterra, che aveva assistito all'epilogo della gara, saputo della squalifica di Pietri comunicò che il giorno seguente avrebbe premiato personalmente lo sfortunato atleta con una coppa. La coppa d'argento dorato, conservata presso la sede della Società "La Patria" di Carpi, che conteneva la bandiera inglese, e non sterline come qualcuno andava dicendo, sul piedistallo portava inciso: To Pietri Dorando - In Remembrance of the Marathon Pace From Windsor to the Stadium - July. 24. 1908 - Queen Alexandra .
Il racconto della sfortunata impresa di Pietri avrebbe immediatamente fatto il giro del mondo, consegnando alla storia dello sport questo episodio unico e drammatico. Dorando Pietri divenne una celebrità, in Italia e all'estero, famoso per non avere vinto. Le sue gesta colpirono la fantasia del compositore Irving Berlin, che gli dedicò una canzone intitolata "Dorando". La mancata vittoria olimpica sarebbe divenuta la chiave del successo dell'italiano: Pietri ricevette presto un lauto ingaggio per una serie di gare-esibizione negli Stati Uniti. Il 25 novembre 1908, al Madison Square Garden di New York, andò in scena la rivincita tra Pietri e Hayes. Gli spettatori accorsi furono ventimila, mentre altre diecimila persone rimasero fuori a causa dell'esaurimento dei posti.
I due atleti si sfidarono in pista sulla distanza della maratona, e dopo aver corso testa a testa per quasi tutta la gara, alla fine Pietri riuscì a vincere staccando Hayes negli ultimi 500 metri, per l'immensa gioia degli immigrati di origine italiana presenti. Anche la seconda sfida, disputata il 15 marzo 1909, venne vinta dall'italiano.
Durante la trasferta in America Pietri partecipò a 22 gare, con distanze variabili dalle 10 miglia alla maratona, vincendone 17.
Rientrato in Italia nel maggio 1909 proseguì l'attività agonistica per altri due anni. La sua ultima maratona fu quella di Buenos Aires, corsa il 24 maggio 1910, dove Pietri chiuse con il suo primato personale, 2h 38'48"2.
La gara d'addio in Italia si svolse il 3 settembre 1911 a Parma: una 15 chilometri, vinta agevolmente. Corse la sua ultima gara all'estero il 15 ottobre dello stesso anno (il giorno prima del suo 26° compleanno), a Göteborg (Svezia), concludendo con l'ennesima vittoria.
In tre anni di professionismo e 46 gare alle spalle, Dorando Pietri ha guadagnato oltre 200.000 lire solo con i premi, che assieme alla diaria settimanale di 1250 lire, costituivano una cifra enorme per l'epoca. Pietri investì i suoi guadagni in un'attività alberghiera assieme al fratello: come imprenditore tuttavia non avrà gli stessi risultati ottenuti nello sport. Dopo il fallimento dell'hotel si trasferì a Sanremo dove aprì un'autorimessa.
Morì all'età di 56 anni, il giorno 7 febbraio 1942, a causa di un attacco cardiaco.

 

giovedì 23 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 luglio.
Il 23 luglio 1957 Giuseppe Tomasi di Lampedusa, vinto da un tumore ai polmoni, moriva nel suo letto.
Solo un anno prima, andava scrivendo il romanzo che l’avrebbe reso eterno. Non c’è da stupirsi che il primo approccio con lo scritto sia fallimentare, poiché è da studenti che generalmente se ne conosce l’essenza, nel vincolo di un dovere che ruba la bellezza a una memorabile prosa, da qualcuno definita “d’arte”. Il fascino dell’opera si svela poi negli anni, quando scorrendo lo sguardo sopra una fila di vecchi libri, si torna a leggerlo. E Il Gattopardo, tanto per intenderci, «è uno di quei romanzi nei quali, anche quando la macchina del racconto sembra incepparsi o rallentare di ritmo, c’è sempre almeno un motore di riserva che funziona».
Per anni numerosi critici, ossessionati dalla necessità di trovare un aggettivo che lo inscatolasse in un genere e impegnati nel gioco classificatorio, hanno ricercato quella soluzione che accontentasse tutti, ma: «Il Gattopardo è troppo introspettivo-psicologico per essere solo un romanzo storico, troppo documentato sull’epoca dei fatti per essere solo un romanzo psicologico». C’è chi ha interpretato l’intero scritto come un’unica, grande metafora esistenziale: nell’andare delle pagine, la feroce bestia cambia veste e, da simbolo araldico, diventa limpida immagine del protagonista, che del gattopardo ha metaforicamente la forza e l’imponenza.
Il principe Fabrizio Salina, la cui vicenda quotidiana stava per essere narrata sotto il titolo La giornata di un siciliano, è un uomo complesso e ansioso della fine, della meta, del risultato. Caratterizzato da un profondo e cieco conflitto interiore, tormentato dai sensi di colpa (verso la moglie andando da Mariannina o per avere votato “sì” al plebiscito contro le proprie convinzioni), mostra una calma tutta esteriore, che cela un’ira repressa e si palesa nel pugno stretto fino a conficcare le unghie nella carne. Il principe ha pensieri che sfuggono al mondo circostante degli amici e della famiglia, accosta riflessioni inintelligibili agli altri, che lo conducono all’inesorabile rifugio di sé e all’osservazione del cielo e degli astri, sua enorme passione. Un solo personaggio ne intuisce la natura tormentata e l’irrequieto agitarsi dell’animo ed è Tancredi, il nipote che sa sciogliere i dubbi dello «ziòne», il solo in cui l’uomo-gattopardo possa in qualche modo vedersi riflesso, mentre il suo sguardo assiste impotente al crollo delle istituzioni e dei costumi sociali, alla fine di un’epoca.
Nell’ammirazione di don Fabrizio per Tancredi si percepisce uno slancio immodesto ed egoistico, perché in fondo, scrive Lampedusa, «lui stesso è come Tancredi». Il rapporto con gli altri personaggi del romanzo è decisamente d’altra specie: il rispetto di Padre Pirrone e Ciccio Tumeo non è corrisposto dall’alterigia tutta aristocratica del principe Salina, vero pater familias, autoritario e virile almeno nei primi capitoli del romanzo, quando l’avvicinarsi di un’inevitabile fine non ha ancora ammuffito la sua linfa vitale. Il tormento del principe è crescente nell’avvicendarsi delle pagine: «Appartengo ad una generazione disgraziata, a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due».
C’è una costante ironia nelle pagine de Il Gattopardo, espressa, tra l’altro, dall’animazione metaforica degli oggetti o dall’uso esasperato di termini latini, latineggianti, pomposi, a volte barocchi. E non avrebbe potuto essere altrimenti poiché, come molti sanno, l’ironia tipicamente siciliana, beffarda e tagliente, contraddistingue il ricordo di Lampedusa ogni qualvolta leggiamo di lui. L’autore non fa quasi mai capolino nella vicenda ma, nella rarità delle intromissioni, la sua idea si esprime attraverso massime ricche di sarcastica verità: «attribuire ad altri la propria infelicità […] è l’ultimo ingannevole filtro dei disperati». Le descrizioni assolate, dominate dal senso di morte e dalla pesante pigrizia di un clima quasi africano, fanno intravedere splendidi paesaggi, indimenticabili raffigurazioni, tra cui quella dei giardini di Villa Salina e la fontana di Anfitrite; e indimenticabile è anche l’amato alano di don Fabrizio che — scriveva Lampedusa a Lajolo — «In un romanzo da cui quasi tutti i personaggi escono male è l’unico sicuramente positivo». Bendicò, eterno amico a quattro zampe, è come le stelle, ha il loro stesso compito: tranquillizza il principe, fiuta falsità e ipocrisie (significativo il suo ringhiare contro Angelica). I critici ne hanno giustamente sottolineato il ruolo strutturale all'interno della vicenda: appare all'inizio, facendo irruzione nella sala in cui si recita il rosario e nell'ultima pagina, quando muore trovando riposo «in un mucchietto di polvere livida», a suggellare la fine di tutto.
L’ideologia politica di Tomasi di Lampedusa è riassunta e semplificata, come scriveva Pampaloni, nella terza parte de Il Gattopardo — «senza vento l’aria sarebbe stata uno stagno putrido, ma anche le ventate risanatrici trascinavano con sé tante porcherie» —, nel discorso di Tancredi e nella sua celebre frase che descrive la situazione storica della Sicilia del 1860: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Infine, in riferimento alla concezione di Lampedusa della storia umana, vale l’espressione di don Fabrizio: «e dopo sarà diverso, ma peggiore».
L’ombra della morte, quasi sempre presente, è «come un ronzio continuo all'orecchio», nei presagi e nel sonno, nel solleone e negli oggetti; l’ineluttabile destino, a volte vigliacco, altre spudorato, si avverte costantemente in un crescendo vertiginoso. «L’annunciazione della morte comincia per don Fabrizio a palazzo Pantaleone […] nel calore del ballo […], nel suono del valzer che gli sembra l’immagine dell’incessante passaggio del vento sulle terre assetate». E anche nel ballo dei due giovani innamorati, Angelica e Tancredi, il nero cupo e opaco della fine pesa angoscioso e funesto; ed essi sono: «Attori ignari cui un regista fa recitare la parte di Giulietta e quella di Romeo nascondendo la cripta e il veleno, di già previsti nel copione». Sono marionette in uno squarcio orribile e patetico, mentre li immaginiamo: «Nella reciproca stretta di quei loro corpi destinati a morire».
Nella confessione di don Fabrizio, il momento in cui i nostri occhi sono incapaci di staccarsi dalle righe del romanzo, si ha la sensazione di un procedere velocissimo verso l’epilogo preannunciato, terribile e straziante; i peccati parevano al principe troppo meschini per farne un elenco in quella giornata di afa; e poi: «era tutta la vita ad essere colpevole, non questo o quel singolo fatto; e ciò non aveva più il tempo di dirlo».
La chiave di lettura de Il Gattopardo, senza andare troppo lontano, la troviamo nelle parole stesse di Lampedusa, che in una lettera a Lajolo del 1956 scriveva: «Bisogna leggerlo con grande attenzione perché ogni parola è pesata ed ogni episodio ha un senso nascosto». Ne Il Gattopardo: «Non vi è nulla di esplicito»; e l’«esplicito», per usare il significato lampedusiano del termine, è qualcosa di «rozzamente contadinesco o brutalmente melodrammatico» .
Il romanzo fu presentato all'inizio agli editori Arnoldo Mondadori Editore e Einaudi, che ne rifiutarono la pubblicazione (il testo fu letto da Elio Vittorini che successivamente sembra si fosse rammaricato dell'errore), avvenuta poi dopo la morte dell'autore da Feltrinelli con la prefazione di Giorgio Bassani, che aveva ricevuto il manoscritto da Elena Croce. Nel 1959 ricevette il Premio Strega divenendo il primo best-seller italiano con oltre 100.000 copie vendute. Nel 1963 Luchino Visconti lo tradusse nel film omonimo, con un cast stellare (Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon, Paolo Stoppa, Romolo Valli, Mario Girotti ed altri ancora).

mercoledì 22 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 luglio.
Il 22 luglio 356 a.C. nasceva Alessandro il Macedone, detto anche Alessandro Magno.
Figlio di Filippo II di Macedonia e di Olimpiade, principessa d'Epiro, fu educato da Aristotele, a cui Filippo aveva dato l'incarico di completare la sua istruzione, e dal suo maestro derivò la versatilità di interessi che gli fu propria.
A sedici anni gli fu affidata dal padre, occupato nell'assedio di Bisanzio, la reggenza in Macedonia, due anni dopo si distinse nella battaglia di Cheronea (338). Alessandro, che predilesse sopra ogni altro poeta Omero e amò identificarsi con Achille, del quale aveva l'ambizione frenata di gloria e l'animo sempre pronto a cedere alle più opposte passioni, conscio della sua grandezza, amò credere in una sua nascita divina già prima che questa gli venisse ufficialmente confermata dall'oracolo di Zeus-Ammone. La sua figura è stata in ogni tempo particolarmente studiata: la critica moderna si è soffermata soprattutto sulla genesi della sua concezione teocratica e sulla natura e l'originalità della sua strategia.
Salito al trono nel 336 in seguito all'oscuro assassinio del padre, dovette affrontare una sorda opposizione interna e soprattutto, all'esterno, il pericolo di defezione delle recenti conquiste e di insurrezione degli Stati greci. Domata l'opposizione interna, facendo eliminare con fredda determinazione quanti avrebbero potuto rivendicare aspirazioni successorie, soprattutto i congiunti della matrigna Cleopatra, con una rapida campagna militare egli rafforzò poi il suo potere sulle tribù illiriche e danubiane di recente sottomesse dal padre. Infine, dopo essersi fatto confermare con una prima spedizione in Grecia il titolo di egemone della Lega di Corinto, scese una seconda volta nella penisola, stroncò (335) l'aperta insurrezione di Tebe e, come monito, fece decretare dalle stesse città elleniche la distruzione della città. Consolidata così la sua posizione in Macedonia e in Grecia, si accinse a realizzare, in nome della grecità, la spedizione in Persia progettata dal padre.
Sbarcato nel 334 in Asia con un esercito di 40.000 uomini e 5000 cavalieri e una flotta di 160 navi, si congiunse con il primo distaccamento già inviatovi dal padre e trincerato in Abido. La vittoria di Granico (334) gli assicurò una facile penetrazione in Asia Minore fin oltre Tarso; le forze persiane avevano tentato di opporre resistenza a Mileto e Alicarnasso, ma entrambe le città furono conquistate e Alessandro, dopo aver attraversato Licia, Panfilia, Psidia e Frigia, scese senza incontrare resistenza in Cilicia. Un nuovo scontro con le forze di Dario III, che aveva preparato la resistenza e pensava di sorprenderlo alle spalle, si risolse in una nuova completa vittoria del Macedone a Isso (333 a. C.). Con ciò Alessandro aveva la strada aperta per occupare tutti i possedimenti costieri dell'Impero persiano; così, per garantirsi le spalle prima di spingersi nelle regioni dell'interno, s'impossessò in poco più di un anno di Siria, Fenicia ed Egitto. Qui egli fondò Alessandria nella zona del delta del Nilo e, spintosi con una marcia avventurosa in pieno deserto, raggiunse l'oasi di Siwa dove, in un santuario dedicato a Zeus-Ammone, grazie alla compiacenza dei sacerdoti ebbe una specie di investitura sacra e fu riconosciuto dal dio successore dei faraoni. Ripresa la marcia verso l'Asia, egli si scontrò un'ultima volta con le truppe di Dario a Gaugamela (331); la Mesopotamia e con essa il resto del Paese erano ormai in suo potere. L'anno seguente (330) lo stesso Dario III venne ucciso a tradimento da un satrapo della Battriana. Alessandro poteva ora riposarsi nelle grandi capitali di Babilonia, Susa, Persepoli ed Ecbatana; qui, assumendo il titolo di "gran re" e i contrassegni esteriori dei dinasti persiani, si atteggiava a loro legittimo successore. Sia l'introduzione di un cerimoniale persiano, che comportava l'umiliante genuflessione davanti al re, sia il principio della divinizzazione in vita del monarca crearono però tra gli intimi di Alessandro e nell'esercito un disagio che si mutò spesso in ostilità aperta. Avvennero alcune congiure cui seguì una violenta repressione; Parmenione e suo figlio Filota furono tra le prime vittime. Nel 328 lo stesso macedone uccise di sua mano Clito il Nero che gli rinfacciava la pretesa di farsi considerare figlio di Zeus e l'adozione di riti e usi estranei ai Macedoni.
 Intanto l'idea di un'investitura divina si era intimamente associata a quella di una monarchia universale; con una marcia attraverso le satrapie orientali egli meditava di raggiungere l'India.
Inseguendo Besso, l'uccisore di Dario, sottomise le regioni che via via attraversava finché, raggiuntolo in Battriana, lo fece condannare a morte da una corte persiana (329 a. C.). Qui l'anno successivo, dopo aver assoggettato la limitrofa Sogdiana, sposava Rossane, una principessa indigena; il matrimonio e l'imposizione della proskynésis (la genuflessione) provocarono la cosiddetta "congiura dei paggi", in seguito alla quale, per esservi stato coinvolto, fu condannato a morte Callistene, parente di Aristotele e storico ufficiale di corte. Nel 327, varcato l'Indo, Alessandro iniziava con un esercito di 40 mila uomini la grande spedizione in India; sconfitto il re Poros nella battaglia dell'Idaspe e arrivato fino al fiume Ifasi, egli meditava di raggiungere l'Oceano Indiano.
Le truppe macedoni rifiutarono però di procedere oltre ed egli decise dunque la ritirata. Costruita una flotta scese, con una parte dell'esercito il corso dell'Ifasi e raggiunse le foci dell'Indo; di là, con una snervante marcia lungo il litorale, tornò in Persia mentre Nearco, il suo ammiraglio, esplorava il Golfo Persico, e, risalendo il Tigri, raggiungeva Susa per via fluviale. Giunto a Susa nel 324 a. C., Alessandro indiceva feste grandiose per celebrare la fine della guerra e cercava poi di attuare il suo programma di completa fusione tra vincitori e vinti, concepiti come partecipi di un nuovo impero di cultura greca e di concezione teocratica persiana.
Egli sviluppò perciò i rapporti commerciali, fondò numerose città, cui per lo più diede il suo nome, favorì le unioni tra i propri ufficiali e giovani persiane; in quel periodo ben diecimila veterani e ottanta ufficiali si unirono in matrimonio con donne persiane e lo stesso re sposò in seconde nozze la figlia di Dario, Statira. Conquistata la Persia, raggiunta l'India, iniziata l'unificazione delle terre soggette, il macedone preparava, secondo alcune fonti, una grande campagna in Occidente. La morte, avvenuta per malattia il 13 giugno del 323, pose fine ai suoi progetti. Toccò poi ai suoi successori togliere ai Greci quello che ancora rimaneva di libertà, segnando la fine della polis.
Le premesse di questa politica erano già state poste da Alessandro con la sua idea anticipatrice della monarchia universale e divina, fattore di coesione tra diverse realtà politiche e sociali, comportante il superamento delle differenze locali. Con la scomparsa del Macedone, l'immenso impero si dissolveva, spezzandosi in unità minori, le monarchie ellenistiche, governate dai luogotenenti e successori (i diadochi). L'idea universalistica associata al culto divino dei re, nel quale la concezione eroica greca si veniva a fondere con quella teocratica del mondo orientale, sopravviveva tuttavia in tali unità favorendo il diffondersi, in un'ampia area euroasiatica, dei valori morali e intellettuali creati dalla polis greca.
La scienza militare considera Alessandro uno dei più grandi capitani della storia; così lo giudicarono grandi condottieri quali Annibale, Cesare, Gustavo Adolfo, Turenne, Napoleone. Del suo esercito fece uno strumento di formidabile efficienza. Perfezionò innanzitutto la falange, rendendola irresistibile nell'urto e insuperabile nella difesa. Il fattore veramente nuovo nell'organizzazione militare fu tuttavia l'impiego della cavalleria, che divenne l'arma offensiva per eccellenza.
La falange era destinata ad agganciare e a trattenere il grosso del nemico mentre la cavalleria pesante caricava a fondo non solo la cavalleria ma anche la fanteria avversaria. Lo schema di tutte le grandi battaglie di Alessandro presenta sostanzialmente le stesse caratteristiche: la massa delle fanterie posta al centro su due colonne, la cavalleria alle ali, con i reparti scelti a destra e comandati personalmente da Alessandro. L'urto di questa cavalleria decideva le sorti della battaglia: egli attaccava il nemico sempre su un fianco oppure avviluppava il centro avversario in una vigorosa manovra di doppio aggiramento, valorizzando al massimo il combattimento d'ala. Il suo genio militare non fu però mai prigioniero di una formula, ma si adattava senza posa alle contingenze. Uomo d'azione, prendeva e manteneva sempre l'iniziativa sul nemico partecipando personalmente alle battaglie più sanguinose. Tattico geniale, fu anche stratega accorto. Dopo la vittoria sfruttava il successo con l'inseguimento e la distruzione del nemico, con il controllo delle piazzeforti, la conquista dei magazzini e dei tesori avversari. Ebbe per regola costante di tenere unite le sue forze senza lasciarsi distrarre da scopi secondari a scapito dell'obiettivo principale; comprese la necessità di procurarsi in tempo notizie sul nemico e di garantire il suo esercito da sorprese e impiegò quindi largamente la cavalleria anche nel servizio di avanscoperta e di esplorazione lontana. Alessandro lasciò traccia anche nella poliorcetica. Il suo esercito era infatti largamente dotato di macchine da guerra: torri su ruote, arieti, catapulte leggere per il lancio dei giavellotti e pesanti per quello delle pietre. Questo apparato tecnico era completato da reparti di zappatori e di pontieri, dagli addetti ai servizi dei trasporti, all'intendenza per il rifornimento dell'esercito con acquisti e requisizioni, al servizio sanitario, a una sezione topografica e al servizio dei dispacci che disponeva di corrieri e di stazioni di segnalazione ottica.

martedì 21 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 luglio.
Il 21 luglio 2001, nell'ambito del G8 di Genova, avvenne un assalto da parte delle forze dell'ordine alla Scuola Diaz, sede del coordinamento dei comitati di protesta anti G8.
Il giorno prima, durante una dei tanti scontri di giornata tra manifestanti e polizia, era morto Carlo Giuliani, colpito da un'arma da fuoco sparata da un carabiniere. Gli animi di tutti erano perciò già particolarmente esasperati.
La scuola Diaz e l'adiacente scuola Pascoli, nel quartiere di Albaro, in origine erano state concesse dal comune di Genova al Genoa Social Forum come sede del loro media center e, in seguito alla pioggia insistente che aveva costretto a evacuare alcuni campeggi, anche come dormitorio. Secondo le testimonianze dei manifestanti la zona era divenuta un punto di ritrovo di molti manifestanti, soprattutto tra chi non conosceva la città, venendo frequentata durante le tre giornate anche da coloro che non erano autorizzati a dormire nell'edificio e, sempre secondo quanto riferito dai manifestanti e dal personale delle associazioni che avevano sede nella Pascoli, non vi erano particolari situazioni di tensione nei due edifici.
Intorno alle ore 21.00, circa due ore prima della perquisizione e mezz'ora prima della supposta aggressione alle forze dell'ordine, alcuni cittadini segnalarono la presenza in zona (via Trento, piazza Merani e via Cesare Battisti) di alcuni manifestanti intenti a posizionare dei cassonetti dell'immondizia in mezzo alla strada ed intenti a liberarsi di caschi e alcuni bastoni. Una volante della polizia mandata a verificare rilevò la presenza di un centinaio di persone davanti alla scuola Diaz, senza però essere in grado di verificare se fossero i soggetti segnalati dalle telefonate o se stessero realmente spostando i cassonetti in mezzo alla strada.
Successivamente la segnalazione di un attacco a una pattuglia di poliziotti portò alla decisione da parte delle forze dell'ordine di effettuare una perquisizione presso la scuola Diaz e, ufficialmente per errore, alla vicina scuola Pascoli dove stavano dormendo 93 persone tra ragazzi e giornalisti in gran parte stranieri, la maggior parte dei quali accreditati; il verbale della polizia parlò di una "perquisizione" poiché si sospettava la presenza di simpatizzanti del Black block ma, a distanza di anni, resta tuttora senza motivazione ufficiale l'uso della tenuta antisommossa per effettuare una perquisizione.
Tutti gli occupanti furono arrestati e la maggior parte picchiata, sebbene non avessero opposto alcuna resistenza; i giornalisti accorsi alla scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella, uno dei quali rimase in coma per due giorni, ma la portavoce della Questura dichiarò in conferenza stampa che 63 di essi avevano pregresse ferite e contusioni e mostrò il materiale sequestrato senza dare risposte agli interrogativi posti dai giornalisti. Le immagini delle riprese mostrarono muri, pavimenti e termosifoni macchiati di sangue, a nessuno degli arrestati venne comunicato di essere in arresto e dell'eventuale reato contestato, tanto che molti di loro scoprirono solo in ospedale, a volte attraverso i giornali, di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione ed al saccheggio, resistenza aggravata e porto d'armi.
Dei 63 feriti tre ebbero la prognosi riservata: la ventottenne studentessa tedesca di archeologia Melanie Jonasch, la quale subì un trauma cranico cerebrale con frattura della rocca petrosa sinistra, ematomi cranici vari, contusioni multiple al dorso, spalla ed arto superiore destro, frattura della mastoide sinistra, ematomi alla schiena ed alle natiche; il tedesco Karl Wolfgang Baro, trauma cranico con emorragia venosa, ed il giornalista inglese Mark Covell, mano sinistra e 8 costole fratturate, perforazione del polmone, trauma emitorace, spalla ed omero, oltre alla perdita di 16 denti, ed il cui pestaggio, avvenuto a metà strada tra le due scuole, venne ripreso in un video.
La versione ufficiale del reparto mobile di Genova fu che l'assalto sarebbe stato motivato da una sassaiola proveniente dalla scuola verso una pattuglia delle forze dell'ordine che transitava in strada alle ore 21.30 circa, anche se in alcune relazioni l'orario fu indicato nelle 22.30; il vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in servizio alla Mobile di Roma ed in quei giorni aggregato a Genova, riferì in un primo tempo di essere transitato "a passo d'uomo", a causa di alcune vetture presenti nella strada molto stretta, davanti alla scuola con quattro vetture e che il cortile della scuola ed i marciapiedi "erano occupati da un nutrito gruppo, circa 200 persone, molti dei quali indossavano capi di abbigliamento di color nero, simile a quello tipicamente usato dai gruppi definiti Black bloc" e che questi avevano fatto bersaglio i mezzi con "un folto lancio di oggetti e pietre contro il contingente, cercando di assalire le autovetture", ma che queste riuscirono ad allontanarsi, nonostante la folla li inseguisse, "azionando anche i segnali di emergenza".
Le forze dell'ordine tuttavia non furono in grado di fornire indicazioni precise sui mezzi coinvolti, né su chi li guidava e le testimonianze sulla presenza di centinaia di simpatizzanti dei black bloc non venne confermata da altre fonti; successivamente Di Bernardini ammise di non aver assistito direttamente al lancio di oggetti e di avere "visto volare una bottiglia di birra sopra una delle quattro auto della polizia e una persona che si aggrappava allo specchio retrovisore", ma di aver riportato quanto riferitogli da altri. Successivamente tre agenti sostennero che un grosso sasso aveva sfondato un vetro blindato del loro furgone, un singolo mezzo, rispetto ai quattro dichiarati in un primo tempo, e che il mezzo venne poi portato in un'officina della polizia per le riparazioni; tale episodio tuttavia non risultò dai verbali dei superiori, stilati dopo l'irruzione, che invece riportano di una fitta sassaiola, né fu possibile identificare il mezzo che sarebbe stato coinvolto.
Testimonianze successive di altri agenti, rese durante le indagini, sostennero al contrario, il lancio di un bullone, evento a cui i superiori non avrebbero assistito, e di una bottiglia di birra, lanciata in direzione di quattro auto della polizia, a una delle quali si era aggrappato un manifestante. Alcuni giornalisti ed operatori presenti all'esterno della Pascoli racconteranno invece di aver visto solo una volante della polizia in coda insieme ad altre auto dietro un autobus che sostava in mezzo alla strada per far salire i manifestanti diretti alla stazione ferroviaria, la quale, giunta all'altezza delle due scuole, accelerò di colpo "sgommando", ed in quel momento venne lanciata una bottiglia che si infranse a terra a diversi metri di distanza dall'auto ormai lontana; versione confermata in parte da altri testimoni all'interno dell'edificio, i quali affermarono di aver sentito il rumore di una forte accelerata, seguito pochi istanti dopo da alcune urla e dal tonfo di un vetro infranto. Tali versioni, contrastanti in date ed in tempi diversi, hanno posto fortemente in dubbio l'effettivo verificarsi del fatto addotto a motivo dell'irruzione.
L'ora di arrivo delle forze dell'ordine di fronte all'edificio, diversa a seconda delle ricostruzioni effettuate da alcune delle difese degli appartenenti alle stesse rispetto ad altre testimonianze, è stata dibattuta durante i primi due gradi del processo; la Corte di Appello di Genova, concordando con le conclusioni del Tribunale di primo grado, ricostruì nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, tramite il confronto dei filmati che mostrarono l'uso di cellulari con i tabulati delle telefonate e gli orari di arrivo degli agenti:
    « Sulla base di tale elaborato il Tribunale ha ritenuto che l'arrivo delle forze di Polizia in Piazza Merani sia avvenuto alle ore 23.57.00 (orario desumibile anche dalla trasmissione in diretta di radio GAP, perché è in quel momento che il programma in corso viene bruscamente interrotto per dare notizia dell'arrivo della Polizia in assetto antisommossa), che l'ingresso dei reparti di Polizia operanti all'interno del cortile della scuola sia avvenuto alle 23.59.17 (visibile lo sfondamento del cancello del cortile mediante il mezzo del Reparto Mobile di Roma nel rep. 175), e che l'apertura del portone centrale in legno sia avvenuta alle ore 00.00.15 (visibile dai rep. filmati n. 175 e n. 239), meno di un minuto dopo l'ingresso nel cortile. »
All'operazione di polizia hanno preso parte un numero tutt'oggi imprecisato di agenti: la Corte di Appello di Genova, pur richiamando questo fatto nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, basandosi sulle informazioni fornite durante il processo da Vincenzo Canterini, li stima in circa "346 Poliziotti, oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici".
Un ulteriore lancio di sassi e altri oggetti verso le forze dell'ordine, una volta che queste si erano radunate fuori dall'edificio, definito "fittissimo lancio" nel verbale di arresto dei manifestanti e addotto a ulteriore motivo dell'irruzione nella scuola al fine di assicurare alla giustizia i presunti manifestanti violenti) è stato escluso nel corso del processo dall'analisi dei filmati disponibili da parte del RIS. L'agente che, dal verbale, risultava aver assistito al lancio di un maglio spaccapietre dalle finestre della scuola, sentito al processo si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre un altro dei firmatari dello stesso verbale riferirà di aver visto in realtà solo "due pietre di piccole dimensioni" cadute "nel cortile della scuola". La Corte d'appello, nella ricostruzione dei fatti contenuta nelle motivazioni della sentenza, ricostruisce così gli avvenimenti:
    « In ogni caso le emergenze probatorie raccolte escludono che si sia trattato di condotta particolarmente significativa e pericolosa, e che abbia avuto le caratteristiche con le quali è stata descritta negli atti sopra menzionati. Basta rilevare che gran parte della scena dallo sfondamento del cancello, al successivo ingresso nel cortile fino all’apertura del portone è stata ripresa nel filmato in atti, e che lo stesso, pure oggetto di attenta consulenza da parte dei RIS di Parma, non consente di apprezzare la caduta e tanto meno il lancio di oggetti (per cui se caduta vi è stata si deve essere trattato di oggetti di dimensioni insignificanti), come del resto confermato dal fatto che a terra nulla di tal genere è stato poi ritrovato, e che gran parte degli operatori staziona nel cortile senza assumere alcun atteggiamento di difesa o riparo da oggetti provenienti dall’alto (tra questi lo stesso Canterini che non indossa il casco, comportamento che per la sua esperienza di comandante non può essere dettato da leggerezza). Solo nella fase immediatamente precedente l’ingresso nella scuola, dopo l’apertura del primo portone, alcuni operatori portano lo scudo sulla testa, ma la condotta è ambigua, perché nello stesso frangente si vedono altri operatori nelle vicinanze che non assumono alcun atteggiamento protettivo; inoltre è stata fornita una spiegazione di tale condotta [...] ravvisata in una specifica tecnica operativa di approccio agli edifici, che contempla tale manovra in via cautelativa sempre, anche in assenza di effettivo pericolo. »
L'arresto in massa senza mandato di cattura venne giustificato in base alla contestazione dell'unico reato della legislazione italiana, esclusa la flagranza, che lo prevede, ovvero il reato di detenzione di armi in ambiente chiuso; dopo la perquisizione le forze dell'ordine mostrarono ai giornalisti gli oggetti rinvenuti, tra cui coltellini multiuso, sbarre metalliche e attrezzi che si rivelarono provenire dal cantiere per la ristrutturazione della scuola, alcune barre di metallo appartenenti ai rinforzi degli zaini (e, come evidenzieranno i giudici del processo d'appello, appositamente estratte da questi per essere mostrate come prove della presenza di possibili armi) e 2 bombe molotov. Lo molotov si scopriranno essere state sequestrate il giorno stesso in tutt'altro luogo e portate all'interno dell'edificio dalle stesse forze dell'ordine per creare false prove: un video dell'emittente locale Primocanale, visionato ad un anno dei fatti, mostrò infatti il sacchetto con le molotov in mano ai funzionari di polizia al di fuori della scuola e la scoperta di questo video porterà alla confessione di un agente, il quale ammise di aver ricevuto l'ordine di portarle davanti alla scuola.
Nella stessa operazione venne perquisita, per errore, stando alle testimonianze dei funzionari durante i processi, anche l'adiacente scuola Pascoli, che ospitava l'infermeria, il media center ed il servizio legale del Genoa Social Forum, che lamentò la sparizione di alcuni dischi fissi dei computer e di supporti di memoria contenenti materiale sui cortei e sugli scontri, oltre alle testimonianze di molti manifestanti circa i fatti dei giorni precedenti, sia su supporto informatico che cartaceo. Alcuni dei computer che erano stati dati in comodato al Genoa Social Forum dal Comune e dalla Provincia ed alcuni computer portatili dei giornalisti e dei legali presenti vennero distrutti durante la perquisizione; poche ore prima dell'assalto, in un comunicato stampa diffuso dal Genoa Legal Forum, si annunciò che il giorno successivo sarebbe stata sporta denuncia contro le forze dell'ordine per quanto avvenuto in quei giorni, avvalendosi di questo materiale; la Federazione nazionale della stampa si costituì parte civile al processo contro questa irruzione.
Durante le indagini vennero rese note le difficoltà a risalire ai firmatari dei verbali di arresto e perquisizione, contenenti 15 firme il primo e 9 il secondo (quesi ultimi firmatari anche del primo). Alla fine del processo di secondo grado una firma del verbale di arresto risultava ancora non identificata; a tal proposito la corte di appello, nelle motivazioni della sentenza, afferma:
    « La peculiarità dei verbali di perquisizione e sequestro, e di arresto oggetto del presente giudizio consiste innanzi tutto nella mancata indicazione nominativa dei verbalizzanti, posto che gli atti esordiscono con la frase “noi sottoscritti Ufficiali ed Agenti di Polizia Giudiziaria effettivi a…” seguita dalla indicazione dei rispettivi corpi di appartenenza, ma senza specificazione delle generalità. Gli inquirenti hanno dovuto così investigare in base alle firme di sottoscrizione, spesso mere sigle, con il risultato che uno dei firmatari del verbale di arresto è rimasto ignoto (circostanza significativa secondo l’accusa pubblica della mancata collaborazione nelle indagini da parte della Polizia, pur delegata dalla Procura a investigare sui tragici fatti). »
Tutti gli arrestati della scuola Diaz e della scuola Pascoli vennero in seguito rilasciati, alcuni la sera stessa, altri nei giorni successivi, e con il tempo caddero tutte le accuse ai manifestanti; per quanto riguarda l'accoltellamento di un agente, fatto che venne contestato dalle perizie del RIS, secondo le quali i tagli sarebbero stati procurati appositamente, ma ritenuto invece veritiero dal consulente tecnico del tribunale. L'agente, come rimarcato sia dal procuratore generale sia dai giudici nel processo di secondo grado, cambiò versione sull'avvenimento diverse volte, al pari di un collega che inizialmente aveva sostenuto la sua tesi, e nei 7 anni di indagini non si trovò nessun altro agente che ammise di aver assistito direttamente alla scena. L'agente nel processo di primo grado venne comunque assolto, seppur con forma dubitativa, ritenendo veritiera l'ultima delle sue versioni, mentre nel processo di secondo grado la ricostruzione venne ritenuta falsa. Gli arrestati stranieri vennero espulsi dall'Italia dopo il rilascio. La corte di cassazione ha condannato i poliziotti responsabili dei pestaggi della scuola Diaz, ma grazie all'indulto non sconteranno alcun giorno di carcere, per loro vi è solo la sospensione dal servizio. I loro capi sono stati interdetti dai pubblici uffici per cinque anni.

lunedì 20 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 luglio.
Il 20 luglio 1969 fu raggiunto l'obiettivo di effettuare lo sbarco sulla Luna. Il volo storico dell'Apollo 11 iniziò il 16 luglio. Dopo essere entrati in orbita lunare, Edwin E. Aldrin, Jr. e Neil A. Armstrong si trasferirono nel Lem, il modulo per l'allunaggio, mentre il modulo di comando era affidato al pilota Michael Collins.
Il modulo lunare toccò la superficie del satellite il 20 luglio, nei pressi del margine del Mare della Tranquillità e poche ore dopo Armstrong mise piede sul suolo lunare, con le parole: "Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un balzo gigante per l'umanità".
L'astronauta venne raggiunto da Aldrin e insieme camminarono due ore sulla superficie della Luna, sperimentando una forza di gravità pari a un sesto di quella terrestre; raccolsero 21 kg di campioni del suolo, scattarono fotografie e installarono un apparato sperimentale per l'analisi del vento solare, un riflettore laser e un laboratorio per misure sismiche; issarono quindi una bandiera statunitense e comunicarono, via satellite, con il presidente Usa Richard Nixon, mentre milioni di persone seguivano in diretta la trasmissione. Armstrong e Aldrin lasciarono il nostro satellite utilizzando lo stadio superiore del Lem e sfruttando quello inferiore come rampa di lancio. Il modulo di risalita venne abbandonato dopo l'aggancio con il modulo di comando e i due astronauti si trasferirono di nuovo nella navicella. Il volo di ritorno dell'Apollo 11 non presentò inconvenienti e la navicella ammarò il 24 luglio nell'oceano Pacifico, vicino alle Hawaii, dove venne facilmente recuperata. Benché la possibilità di contaminazione da parte di organismi viventi lunari fosse remota, gli astronauti indossarono indumenti isolanti prima di lasciare la navicella e vennero sottoposti a un periodo di quarantena; i controlli medici non evidenziarono alcun problema di salute.
Negli anni successivi, e fino ai giorni nostri, si è sviluppato un movimento anche alquanto nutrito di persone che non credono che l'allunaggio sia mai veramente avvenuto.
Essi sostengono che gli Stati Uniti avrebbero architettato una grandiosa messa in scena pur di battere l'Unione Sovietica in questa dimostrazione di livello tecnologico raggiunto, soprattutto nell'ottica indimidatoria della guerra fredda.
A dimostrazione della loro teoria, portano diverse considerazioni sulle foto distribuite dalla Nasa, in cui sostengono che esse siano state in realtà effettuate in uno studio di posa e non realmente sulla Luna.
Allo stesso modo, sono nati diversi gruppi che sfatano, una per una, tutte le arzigogolate congetture di chi non crede allo sbarco, dimostrando una volta per tutte che il 20 luglio 1969 l'uomo riuscì a compiere ciò che fin dall'inizio della sua storia aveva sempre desiderato di fare, ogni notte in cui aveva alzato lo sguardo al cielo: raggiungere la Luna.

domenica 19 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 luglio.
Nella notte tra il 18 e il 19 luglio 64 d.C., sotto il principato di uno degli imperatori più scellerati passati alla guida di Roma, avvenne il più grande incendio della storia della città.
L'immagine di Nerone che ci è stata tramandata nel corso del tempo lo disegna come un uomo ostile, megalomane, controverso e dittatore. Degno dello zio Caligola, durante il suo impero, concentrato unicamente su una tendenza teocratica, Nerone si procurò le inimicizie di molti a causa del suo carattere ambiguo e odioso, tanto che fino a non molto tempo fa si credeva che mentre la sua Roma veniva distrutta da un terribile incendio, egli, alla vista di tale tragedia, stesse traendo ispirazione per cantare la distruzione della città di Troia.
E' controversa la storia sull'incendio di Roma. Tra gli autori antichi si sono aperte diverse teorie: Tacito ci fornisce una descrizione oggettiva dell'episodio, menzionando gli efficaci interventi riparatori di Nerone; d'altro canto Svetonio narra di una disgrazia voluta e cercata dall'imperatore per lasciare il segno nella storia. Nei secoli successivi è stata confutata questa teoria, ma ancora non si ha la certezza assoluta che Nerone sia stato innocente.
L'unica certezza che abbiamo è di come si sia propagato l'incendio a partire dall'alba del 19 luglio del 64, quando le prime fiamme cominciarono a divampare nella zona del Circo Massimo e a diffondersi mano a mano lungo un vastissimo territorio. Si protrasse per ben nove giorni, distruggendo completamente tre delle quattordici regioni (gli odierni quartieri) della città: l'attuale Colle Oppio, il Circo Massimo e il Palatino. Le altre riscontrarono danni minori.
Nerone si trovava ad Anzio quando scoppiò l'incendio. Tornò affrettatamente in città dove soccorse i senza tetto e cercò di risanare la situazione, ma a nulla valsero i suoi sforzi e la città ben presto si tramutò in un cumulo di macerie. Nonostante i numerosi provvedimenti - che secondo molti Nerone attuò per accattivarsi la benevolenza del popolo e per smentire le accuse nei suoi confronti - l'imperatore venne sospettato di essere il fautore dell'incendio. Di conseguenza, per sopire le voci, Nerone accusò i cristiani dando inizio ad una violenta persecuzione, mettendo a morte moltissimi credenti - già non ben visti dalla popolazione - nonché i vertici stessi della chiesa di allora.
Placata in questo modo l'ira del popolo, Nerone pensò bene di realizzare i suoi progetti megalomani, a partire dalla sua nuova residenza, la Domus Aurea. Edificato nel segno della maestosità e della grandezza, il complesso occupava circa un quarto dell'intera città, estendendosi dal Palatino, al Celio e all'Esquilino e comprendendo, oltre al palazzo imperiale, un insieme di laghetti, statue e giardini, dove nell'80 Tito fece costruire il Colosseo.
Fortunatamente gli altri progetti che nacquero nella mente perversa di Nerone non furono realizzati.
Nel corso del tempo le accuse rivolte all'imperatore risultarono infondate, ma rimangono ancora molti i misteri riguardo alla vicenda e a questo regnante scellerato. La costruzione della Domus Aurea ha portato a pensare che egli abbia organizzato l'incendio per avere la scusa di erigere la propria residenza; inoltre si narra che, mentre l'incendio dilagava, alcuni uomini, comandati da non si sa chi, avevano il compito di alimentare le fiamme.
Secondo le fonti antiche si è trattato di un incendio di origine dolosa a causa del suo andamento - si è espanso in tutte le direzioni senza seguire la velocità dei venti - e della velocità di propagazione; la storiografia moderna, invece, sostiene la tesi di un'origine accidentale.
Tacito è l'autore che più di ogni altro si è dedicato con attenzione alla storia del violento incendio, circa mezzo secolo dopo, e dalla sua opera Annales - nella quale viene descritta la vicenda- si possono trarre molti dettagli utili a ricostruire l'avvenimento. Egli narra in particolar modo degli edifici, dei monumenti e delle opere d'arte distrutti, dei quartieri andati in rovina e di quelli rimasti intatti, solo tre per l'esattezza; prosegue spiegando dettagliatamente la ricostruzione della città.

sabato 18 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 luglio.
Il 18 luglio 1925 Hitler pubblica la prima edizione del suo "Mein Kamft".
Il libro del folle dittatore nazista raccoglie, accanto alla sua autobiografia, il pensiero e il programma politico del Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, il Partito Nazista. Il Mein Kampf fu definito il catechismo della Gioventù hitleriana che, fondata nel 1926, raccoglieva bambini a partire dai dieci anni per istruirli e addestrarli militarmente al servizio nelle forze armate tedesche.
Il primo volume del libro, intitolato Eine Abrechnung (“Una resa dei conti”) fu pubblicato il 18 luglio 1925; il secondo, Die nationalsozialistische Bewegung (“Il movimento nazional-socialista”), nel 1926. Il titolo originale scelto da Hitler era “Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogna, stupidità e codardia”. Durante i dodici anni del regime si stima ne siano state vendute oltre dieci milioni di copie. Al termine della guerra, milioni di esemplari del Mein Kampf furono distrutti insieme ai molti altri simboli del nazismo. In Germania la stampa del libro è rimasta proibita fino al 2016.
Hitler, in una prosa che passa dal pedante alla chiarezza cristallina, parla della fine della prima guerra mondiale, della sconfitta della Germania e del trattato di Versailes.
La lettura è difficoltosa perché noiosa, lenta ed egli continua ad insistere su come sia stato vessato il popolo tedesco e su come debba vendicarsi dei torti subiti.
Sorprende per il marketing. Nei primi anni del ’900, Hitler afferma che è inutile scrivere sui quotidiani di partito perché i loro membri  sono già convinti e quindi insiste perché si usino i volantini, la radio ed il cinema per ampliare la base di elettori, con immagini e concetti semplici ed efficaci.
Sul Razzismo, Hitler è sorprendentemente ignorante. Lui è innanzitutto anticomunista, e definisce i bolscevichi il male assoluto. Quindi compie una associazione mentale ardita: Marx ha inventato il Comunismo, Marx era ebreo, quindi io odio gli Ebrei perché sono responsabili del Comunismo e con il Comunismo cercano di conquistare il mondo.
La delirante idea della lobby mondiale ebraica che vuole dominare il mondo, a cui qualcuno ancora crede, nasce da questo assurdo collegamento logico di Hitler nel Mein Kampf.
Nel trattato l'autore disprezza neri, zingari e sostanzialmente chiunque non tanto per la razza ma perché vengono a togliere lavoro ai tedeschi, vengono a cambiare le tradizioni e quindi se ne dovrebbero restare a casa loro.
La Soluzione Finale, di cui non c’è traccia nel libro, è la conseguenza pratica di questa idea nella quale un’orda di esseri umani parassiti si avventa sul popolo tedesco.
Hitler poi parla di politica, e la sua visione è molto semplice. I politici sono tutti uguali e tutti rubano, quindi bisogna sterminarli ed avere una guida forte per fare ripulisti della corruzione.
Il libro è corto ma pesante da leggere. A volte il Fuhrer è involontariamente comico; quello che emerge è una persona con tanta voglia di vendetta verso chi ritiene abbia oppresso la sua nazione (Francia ed Inghilterra) e verso chi ritiene rubi le risorse (politici e non, tedeschi). Hitler aveva una straordinaria intelligenza, dal libro è evidente, ed è evidente che se gli statisti dell’epoca si fossero letti la sua opera avrebbero capito che, con tutto l'odio che provava la guerra era inevitabile.
Hitler è stato un pericolo per il mondo non per la sua pazzia, ma perché era un fanatico, paragonabile ai fondamentalisti islamici che fanno gli attentati suicidi; non era possibile negoziare con lui, la guerra era inevitabile come i forni e tutte le atrocità, la cosa che colpisce del libro è che Hitler si sente nel giusto, e probabilmente per questo motivo è morto con la coscienza a posto.


venerdì 17 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 luglio.
Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, a Ekaterinburg, avvenne la cosiddetta "strage dei Romanov".
All'inizio del Ventesimo secolo la Russia aveva una composizione sociale molto diversa da quella dei paesi industrializzati in Europa. La popolazione agricola costituiva la grande massa umana, almeno tre quarti del totale, ed appariva del tutto lontana dal godere di qualunque forma di benessere. La povertà era dilagante e i contadini vivevano nella frustrazione di non poter acquistare i terreni che lavoravano poiché i prezzi erano in continua ascesa.
Inoltre il fisco imponeva loro di pagare imposte mediamente dieci volte più alte dei membri della nobiltà. Il sistema di produzione era arcaico e non erano previsti incentivi statali per migliorarlo. Nella società contadina il germe dell'insoddisfazione e della acuta sfiducia verso il governo aveva attecchito profondamente.
Oltre ai contadini, si era formato un consistente proletariato industriale in seguito all'industrializzazione degli ultimi decenni del XIX secolo, il quale, distaccatosi dai piccoli villaggi, ora affollava le periferie delle grandi città. Le condizioni di lavoro e di vita nelle periferie erano massacranti, all'interno delle fabbriche gli operai subivano spesso soprusi, erano sfruttati e malpagati. Proprio da questi presupposti i proletari incominciarono ad organizzarsi in sindacati, dichiarati illegali e fortemente ostacolati dal governo di Nicola II, e diedero vita ai primi scioperi, il più importante dei quali culminò nella rivoluzione del 1905 e nella formazione del primo Soviet di Pietroburgo.
C'era anche una classe media che tuttavia era molto debole sia per consistenza numerica sia per peso politico. La borghesia industriale e commerciale aveva scarsissima autorevolezza, mentre invece tra i professionisti, grazie all'ottenuto riconoscimento di alcuni diritti politici, c'era un gran fermento liberale.
Naturalmente l'unico gruppo i cui interessi erano largamente favoriti dal governo, era l'aristocrazia, che costituiva la percentuale più bassa della popolazione dell'impero zarista.
Nicola II si mostrò incapace di analizzare e fronteggiare i bisogni della collettività e guardava con orrore verso ogni sovvertimento dell'assetto statale. Era stato educato al più totale rispetto della disciplina e dell'ordine, della integrità fisica e morale. Questa formazione, unita al carattere sommesso e mansueto di Nicola, aveva generato una personalità del tutto inadatta al governo della Russia in quella fase storica.
Per dirla con Steinberg, la Russia all'alba del XX secolo non conosceva parola che avesse maggior valenza magica di "rivoluzione". I russi sentivano di aver bisogno di un'inversione radicale dello status quo ed erano ormai già sulla strada del cambiamento. Nicola era sordo a questi richiami. Dedicava il suo tempo alla cura del corpo, all'esercizio fisico, trascorreva le sue giornate con la famiglia, trascurando gli affari di stato se non per occuparsi delle parate militari che tanto gli erano care e che lo proiettavano in quel mondo in cui era cresciuto, dove si sentiva al sicuro, oppure di lanciarsi in disastrose campagne belliche, come la guerra contro il Giappone. Ambiva a vivere una vita tranquilla e armoniosa in famiglia, lontano dalla mondanità alla quale era costretto.
Alla fatale debolezza del sovrano si aggiungeva l'influenza che la moglie esercitava su di lui. La zarina aveva una mentalità bigotta e retrograda che poggiava su un carattere irritabile, pessimista e tendente alla depressione.
Si prodigava in opere filantropiche, spesso si recava negli ospedali per curare i malati ed infatti molte fotografie la ritraggono con la divisa da infermiera, ma tale fervore caritatevole deve essere attribuito ad uno sfrenato fanatismo religioso e reazionario. Con queste premesse la zarina, che possedeva un temperamento più autoritario del marito, impose la sua linea conduttrice al governo, sostituendosi spesso al consorte in ciò che considerava a tutti gli effetti una missione: la guida della Russia.
Un'esaltazione mistica che spesso sfiorò il delirio, considerando che Alessandra Fëdorovna aveva eletto a consigliere privilegiato, una figura assurda come Rasputin.
Il monaco Grigorj Rasputin, ambiguo personaggio proveniente da un piccolo villaggio, esercitava un carisma oscuro, personale e politico, su Alessandra che vi si era affidata inizialmente per le cure del giovane zarevic. Lo zarevic Aleksej, ultimo figlio dello Zar e unico maschio, concepito dopo quattro figlie femmine e lunghe attese per poter assicurare un erede, era affetto da emofilia, una malattia del sangue che gli procurava dolorose emorragie interne in seguito ad urti o cadute anche di scarsa entità. La preoccupazione dei genitori e delle sorelle verso questo bambino così fragile, aveva reso la famiglia esposta agli influssi di Rasputin che li confortava e li sollevava, dandogli false speranze di guarigione ed esortandoli a confidare in lui. Inoltre spronava Alessandra a mantenere posizioni politiche anacronistiche, e ciò accentuò ulteriormente la frattura tra i Romanov e i loro sudditi, tra i valori di corte e la necessità di un ragionevole cambiamento.
Chiaramente i vantaggi che Rasputin ne traeva erano notevoli e i privilegi di cui godeva a corte erano guardati con invidia dalla maggioranza dell'entourage imperiale. Fu così che nel dicembre del 1916 venne ordito un complotto ai suoi danni che si concluse con la sua uccisione.
Agli inizi del 1917 comunque gli animi russi erano ormai esacerbati. La partecipazione della Russia alla prima guerra mondiale aveva generato un'insanabile frattura tra l'autorità e la gente; la guerra stava stremando il popolo e aveva provocato la perdita di almeno 1.650.000 uomini. Il proletariato acquistò coscienza di sé aprendosi alla solidarietà di classe e organizzò un movimento rivoluzionario fondato sui dogmi del socialismo.
Con tali premesse la rivoluzione scoppiò l'8 marzo del 1917 a Pietrogrado, si formò un governo provvisorio che vedeva L'vov presidente del consiglio dei ministri e Kerenskij ministro della giustizia. Nicola tentò in un primo momento di agire con la repressione ma la rivoluzione si era già diffusa in Russia, cosicché decise di abdicare in favore del fratello Mikhail, il quale il giorno seguente, il 16 marzo, rinunciò al trono ponendo fine al dominio dei Romanov in Russia dopo oltre trecento anni. Nicola II e la sua famiglia furono fatti prigionieri del Soviet e trascorsero i mesi successivi in residenze coatte site in diverse città della Russia, alle quali venivano di volta in volta trasferiti, tuttavia sempre in modo relativamente confortevole.
Il governo bolscevico dovette però affrontare un crescente malcontento popolare, dovuto principalmente al fatto che le speranze di un cambiamento sociale si andavano via via affievolendo, una volta che appariva sempre più evidente che in fin dei conti si era sostituita una tirannia con un'altra. Le spinte reazionarie e di ripristino della monarchia stavano crescendo, e fu dunque deciso che lo Zar e il suo entourage andava eliminato.
Jakov Michajlovič Jurovskij fu incaricato di occuparsi personalmente della preparazione, dell'esecuzione e del successivo occultamento dell'eccidio della famiglia imperiale e delle persone che l'avevano seguita, in totale sarebbero morte 11 persone. Venne nominato comandante della Casa a destinazione speciale, ossia della Casa Ipatiev, ove erano detenuti lo zar deposto Nicola II e tutta la sua famiglia, e nelle loro ultime settimane di vita gestì i ritmi della casa.
A mezzanotte, Jurovskij svegliò i Romanov e ordinò loro di prepararsi per una partenza; spiegò che, in concomitanza dell'arrivo imminente dei bianchi in città era scoppiata una sommossa, e che sarebbe stato più sicuro trasferirli altrove. Mezz'ora più tardi Nicola II, la moglie Aleksandra Fëdorovna, il medico dott. Botkin, l'inserviente Trupp, il cuoco Charitonov, poi i cinque figli, Ol'ga, Tat'jana, Marija, Anastasija, Aleksej, e la dama di compagnia Anna Demidova scesero le scale e Jurovskij li invitò ad entrare nella stanza del pianterreno.
Lì, mentre i prigionieri lo guardavano ansiosamente, Jurovskij lesse la loro condanna a morte: «Considerato il fatto che i vostri parenti continuano l'offensiva contro la Russia Sovietica, il Comitato Esecutivo degli Urali ha deciso di giustiziarvi ». Si iniziò a sparare. Dopo venti minuti di fuoco incessante alcune delle vittime erano ancora assurdamente vive. Le guardie erano sgomente, non riuscivano ad uccidere Aleksej che strisciava sul pavimento insanguinato, tre granduchesse si muovevano percettibilmente, i soldati le trafissero con le baionette ma non riuscivano a farle morire. Più tardi si scoprirà che i loro corsetti erano imbottiti di pietre preziose che le ragazze vi avevano cucito all'interno per non farsele sottrarre dalle guardie. Dunque le pallottole incontravano resistenza nel trapassare i corpi. Tutto il plotone di esecuzione aveva assistito incredulo alla inaspettata difficoltà nell'uccidere persone inermi. Gli uomini erano in uno stato confusionale. Le circostanze apparivano misteriosissime, inverosimili, pregne di infausti presagi e le guardie erano sconvolte. La portata emotiva dell'eccidio li aveva davvero colpiti.
Solo alle tre del mattino, assicuratisi della morte di tutti i prigionieri, gli uomini deposero i cadaveri su un furgone Fiat e partirono alla volta della foresta dei Koptjaki a circa venti chilometri da Ekaterinburg. Costretto ad agire in fretta e senza ordini precisi, Jurovskij pensò di disfarsi dei corpi gettandoli nella vecchia miniera ma prima li cosparse di acido solforico per renderli irriconoscibili e per evitare le esalazioni delle salme. Poi, una volta sepolti i cadaveri, gli uomini di Jurovskij fecero esplodere qualche granata per colmare la buca che fu infine ricoperta di travi e fango. I cadaveri vennero danneggiati al punto di compromettere ogni futura analisi per la loro identificazione.
Tuttavia la morte dei Romanov, anche se portata a termine con la massima segretezza, aveva generato voci che si stavano diffondendo a Ekaterinburg e che tormentavano Jurovskij; ecco perché fu stabilito di cambiare il luogo della sepoltura e di dar fuoco a due dei cadaveri. Ma perché mai Jurovskij ordinò di bruciare quei corpi? Un fitto mistero avvolge i fatti di quella notte e molte domande rimangono insolute. Una di queste è direttamente collegata ad un'avvincente caso che ebbe luogo in Europa qualche tempo dopo. Accadde che il 17 febbraio del 1920, diciannove mesi dopo il massacro di Ekaterinburg, una giovane donna saltò da un ponte, nel canale di Landwehr a Berlino. Salvata miracolosamente e portata in ospedale, la Fräulein Unbekannt, la signorina sconosciuta, dichiarò di essere la Granduchessa Anastasia Romanov.
La storia di questa donna, che successivamente prese il nome di Anna Anderson, ritrae uno degli episodi più seducenti del mistero legato ai Romanov e ha lasciato il mondo sospeso nel dubbio. Solo molti anni dopo, attraverso la comparazione del suo DNA con quello del Granduca di Edimburgo, discendente dei Romanov da parte di madre, si accertò che Anna Anderson non apparteneva alla famiglia uccisa a Ekaterinburg.

giovedì 16 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 luglio.
Il 16 luglio 1951 viene pubblicato "Il giovane Holden", di J. D. Salinger.
Il giovane Holden tratta la storia di un ragazzo sedicenne molto sensibile e irrequieto descritto dall’autore soprattutto nei suoi stati d’animo e nei suoi sentimenti, tralasciando in parte il suo aspetto fisico solamente accennato. È un ragazzo poco robusto, abbastanza alto, con capelli corti ed in certi punti addirittura bianchi, ed è piuttosto debole per via della sua magrezza.
Ha un carattere molto complicato: è bugiardo, insofferente alle ipocrisie, ribelle e anticonformista e afferma più volte di essere un codardo e di non sopportare gli snob e i ricconi.
È figlio di una benestante famiglia di New York. Frequenta con scarsi risultati un college in Pennsylvania al quale i suoi genitori lo hanno iscritto dopo alcuni insuccessi maturati in altre scuole del paese, infatti lui non ama studiare. Ha il vizio di fumare, di bere ed è comunque un ragazzo come tanti altri che attraversa il periodo dell’adolescenza.
Tutti sono preoccupati della sua situazione ma lui sembra non pensarci affatto; ama molto leggere i libri e stare in compagnia di determinati amici che cambiano a seconda del suo stato d’animo. La persona con cui sta più volentieri è la sorella.
Un’altra cosa che fa volentieri è viaggiare in treno, preferibilmente di notte. Si diverte a fare lo "scemo" affermando di farlo per non annoiarsi.
Questo racconto dimostra come l'adolescenza sia un periodo difficile per ogni giovane che chiede attenzione, comprensione e lealtà soprattutto dalla famiglia; solidarietà, il bisogno di sentirsi qualcuno al proprio fianco e di cui fidarsi (il protagonista riesce in questo con la giovane sorella) e il desiderio di libertà.
Holden è molto attaccato alla sua famiglia, soprattutto al fratello maggiore che è uno sceneggiatore di successo a Hollywood, alla sorella di nome Phoebe, che lui consulta molto spesso nei momenti più difficili, e infine a un fratello più piccolo, di pochi anni, venuto a mancare per leucemia.
I fatti si sviluppano nell'arco di un solo week-end, iniziando il sabato prima della vigilia di Natale.
All'approssimarsi delle vacanze di Natale Holden viene espulso dal college per scarso rendimento e decide di abbandonare anzitempo l’istituto che frequenta. All'insaputa degli insegnanti e degli stessi genitori, che ignorano ancora il provvedimento disciplinare al quale è stato sottoposto, Holden si reca nella sua città con l’intento di trascorrere cinque giorni in assoluta autonomia e indipendenza. In questi giorni avrà nuove e molte esperienze, tra cui un incontro con una prostituta e una sua vecchia amica. In questi giorni passerà la notte in una camera a buon mercato di uno scadente albergo del centro. Inizia a nascere in lui il desiderio di abbandonare tutto e andare a vivere a ovest e ricominciare una nuova vita spensierata e senza preoccupazioni. Il tutto si concluderà il lunedì mattina successivo quando il ragazzo si reca allo zoo con sua sorella. Sarà proprio il richiamo affettivo rappresentato dalla fidata sorella che porterà il nostro giovane protagonista ad accettare di sottoporsi a un breve periodo di cura in una struttura psichiatrica.
Fra tutti i candidi e torbidi personaggi in cui si è incarnato il mito dell’adolescente, abisso di nequizia e di aromatica innocenza, Holden è, insieme, il più esposto e il più scaltro, il più ingenuo e il più cosciente. È più che un protagonista : è una figura collettiva – come ci avverte lo straordinario successo, ormai pluridecennale, di questo libro senza trama, senza amore, senza sesso, senza imprevisti – è un mito. Il personaggio che vive un mito – sia esso Odisseo, o questo loquace Telemaco – deve acconciarsi ad una dura, rigorosa disciplina: non gli sono consentite passioni private e arbitrarie, né potrà trattare se stesso come contingente; le sue prove di esperienza avranno la grazia e la tristezza della spersonalizzazione. Holden non si sottrae a questa legge. La sua solitudine – confermata dai suoi inetti conati di dialogo – ha la qualità del destino. Consapevole di ciò, il ragazzo non se ne lamenta, non si compiange. Di molte cose Holden è consapevole: in primo luogo, di sé medesimo. Non si ama, né si ammira: anzi convive con un certo fastidio, una irritazione senza eroismo.
«Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado all'edicola a comprare un giornale, e qualcuno mi domanda cosa faccio, come niente dico che sto andando all'opera. É terribile».
«Io quando comincio a dire bugie posso andare avanti per ore, se mi sento in vena. Senza scherzi. Ore».
«Ma io sono pazzo. Giuro su Dio che sono pazzo. A metà strada cominciai a far finta che avevo una pallottola nel ventre. Il vecchio Maurice mi aveva impiombato…»
Holden si conosce assai bene: ma non per analisi di sé; ma perché si è inventato, si è fabbricato. È, alla lettera, un personaggio: la vitalità dei suoi gesti, delle sue parole si alimenta di altro, che gli preesiste e gli sottostà. Holden è una maschera, una recitazione, una tecnica protettiva: ma la tecnica è inadeguata, la maschera per fessure e discontinuità mostra sotto la dura fibra la giovane epidermide; e il fascino del libro è appunto in questa commistione di vero e falso, in questa costante ambiguità e duplicità di sensi. Si veda in primo luogo questo delizioso impasto di gergo, ammiccamenti, clichés: il linguaggio di un liceale, con la sua pretestuosa audacia, colmo di interiezioni variamente empie e indecenti, ma in realtà innocente e inetto. Sonovabitch, crap, moron, ass, phony, lousy, e altrettante parole «che non si debbono dire» sono gesti apotropaici, scongiuri intelligibili ed efficaci nell'ambito di un rituale collettivo; ma ecco la patetica contraddizione: il gergo collettivo di Holden è parlato da lui solo; l’adozione di un gergo evoca l’immagine di una collettività; ma questa non va oltre un’esistenza puramente allucinatoria; e quel gergo diventa il segno di una solitudine perfetta. Come i matti, Holden «parla da solo».
A codesta recitazione, Holden è costretto dalla necessità di proteggersi, non tanto dagli altri, quanto da se stesso; lo minaccia infatti una rovinosa discontinuità psicologica, anzi la sua vita si svolge in condizione di morte imminente. In qualunque istante potrebbe dissolversi; e codesta labilità egli cerca di contrastare col discorso eccitato, l’angoscioso cerimoniale dei gesti impersonali.
Tema che ricorre in altri racconti di Salinger, v’è nel Giovane Holden un fratello morto; e con questa forma di divinità privata, non ricordabile, non nota ad altri, Holden ha continui dialoghi, e gli offre le sole preghiere esplicite di un libro che costantemente allude umiltà dell’invocazione. Ormai prossimo al crollo finale, Holden è colto con atroce chiarezza dal senso della propria inconsistenza, dall'arbitrarietà assoluta tanto della continuità che della sparizione.
«… continuai a camminare per la Quinta Avenue… Poi, tutt'a un tratto, cominciò a succedere una cosa dell’altro mondo. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato e scendevo da quel maledetto marciapiede, avevo la sensazione che non sarei mai arrivato dall'altra parte della strada. Mi pareva che avrei continuato ad andare giù, giù, giù, e che nessuno mi avrebbe più rivisto. Ragazzi, mi venne un accidente. Non potete nemmeno immaginarvelo. Cominciai a sudare come dio sa che – tutta la camicia e la biancheria, tutto ! Poi cominciai a fare un’altra cosa. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato, facevo finta di parlare con mio fratello Allie. ‘Allie – gli dicevo – non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Per piacere, Allie’. E poi, quando raggiungevo l’altro marciapiede senza essere scomparso, gli dicevo ‘grazie’. E poi tutto daccapo non appena arrivavo all'altra cantonata. Ma io continuavo a camminare eccetera eccetera».
Non sappiamo quanto sarà efficace questa minima divinità: sappiamo che Holden, egli stesso appena diversificato dal fantasma, ne trae alimento per quel gesto vitale, il rifiuto, il «no», che contrappone al mondo dell’esistenza certa e ottusa. Altra squisita ambiguità del libro: Holden ricorre ad un linguaggio, a modi collettivi per esorcizzare valori collettivi. Tiene a bada il mondo degli adulti, rozzo e fatuo: vero mondo di adolescenza ideologica e sentimentale, proterva e senza pateticità, saldamente ancorata al mediocre cerimoniale di una convenzione noiosa e senza stile; non per caso praticamente l’unico intervento della madre di Holden è il monito a Phoebe, la figlia minore, che non dica una certa parola, perché papà «non vuole». In codesta condizione, le menzogne fantasiose e innecessarie, le recitazioni, la codardia, sono verità, autenticità, eroismo.
Salinger è un «mistificatore tragico»: in questo romanzo, e soprattutto in certi racconti, come lo straordinario Zooey, l’obiettivo di Salinger potrebbe essere descritto all’incirca in questo modo: costruire una tragedia autentica utilizzando esclusivamente ciarpame. Il linguaggio di Holden è ciarpame, e solo perchè tale può essere estremamente individuale; solo perché stereotipato, è idoneo ad accogliere l’ambigua e instabile ricchezza delle cose vive.
Per estremo, conclusivo paradosso, il discontinuo, l’adolescente Holden è pietra di paragone, unità di misura degli adulti, del mondo della storia. A questa, come a tutta la realtà sociale, Holden è estraneo: in qualche modo la precede, ad essa è irriducibile; è dumb, come dice di sé, è lo sciocco, lo stultus, e forse su di lui si rintracciano i segni – le stimmate – del fool, del matto shakespeariano. Salinger ama queste figure costrette ad una perenne, simbolica attesa di destino: ragazzi, bambini, pazzi; esseri fragili e sinistri, come la bambina miope di Uncle Wiggily in Connecticut, che dorme accosto alla sponda del letto, per far posto all'invisibile compagno allucinatorio; o l’altra che gioca sulla spiaggia con l’uomo che deve uccidersi. In costoro i tratti umani sono imperfetti, larvali: esseri forse definitivamente aurorali, si alimentano di un continuo, inconsapevole, fiducioso rapporto con la morte: e ad ogni istante noi ci attendiamo di vederli scomparire definitivamente.

mercoledì 15 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 luglio.
Il 15 luglio 1799, nei pressi della città di Rosetta (l'attuale Rashid), il capitano francese Pierre-François Bouchard, dell'esercito di Napoleone, rinveniva una lastra in basalto parzialmente rovinata con delle incisioni antiche.  
Se oggi siamo in grado di leggere i geroglifici è grazie a questa stele nera.
Al seguito dell’imperatore viaggiavano scienziati con l’incarico di scoprire e studiare i resti delle antiche civiltà egiziane. Fra gli oggetti raccolti durante la spedizione napoleonica c’era questo blocco di basalto su cui era incisa una dedica al faraone Tolomeo V Epifore in tre differenti caratteri: geroglifica, la prima scrittura usata in Egitto, demotica e in lingua greca, parlata dalla dinastia regnante, e che ebbe grande importanza per interpretare la scrittura egiziana.
Poiché la pietra fu ritrovata presso la città di Rosetta, sul Nilo, venne chiamata Stele di Rosetta.
Le due grandi personalità che si impegnarono nel lavoro di decifrazione della stela furono il fisico inglese Thomas Young e il linguista francese Jean-Francois Champollion.
Nel 1819 Young era più avanti rispetto al suo rivale francese, aveva infatti già decifrato il testo demotico, identificando i simboli per Cleopatra e Tolomeo.
Qualche anno dopo, nel 1822, tramite accurati confronti con altri testi, Champollion (vero genio linguistico che cominciò lo studio delle lingue orientali ad undici anni, conoscendo già quelle europee diventando professore a diciannove), fu in grado di decifrare i geroglifici basandosi su un’altra lingua utilizzata nel tardo egizio, il copto, e capì di essere di fronte a più tipi di geroglifici con diverse funzioni: scoprì la base del sistema di scrittura geroglifica.
Nella sua riuscita fu determinante una scoperta successiva avvenuta nel 1815, quando furono rinvenuti nell’isola di Philae due piccoli obelischi: una seconda stele con un doppio testo geroglifico e greco, e una con il nome di un altro faraone, Tolomeo (Evergete II), con la consorte Cleopatra III . Lo scienziato, leggendo il testo greco, aveva notato che per otto volte ricorreva un anello ovale chiamato cartiglio, contenente numerosi geroglifici insieme a due segni che non vengono letti: uno determinativo che indica la categoria maschile o femminile cui il nome appartiene e un altro indicante la desinenza dello stesso. Champollion mise in ordine le lettere del nome di Tolomeo, osservando la posizione degli ideogrammi, sotto i corrispondenti segni del cartiglio e potè comprendere ad ogni segno quale lettera del nostro alfabeto corrispondessero. Lo stesso fece per Cleopatra, l’altro nome raffigurato.
Percepì dunque che per ciascun geroglifico non corrispondeva necessariamente una parola. Dedusse che essi non erano ne pittogrammi ne ideogrammi, in quanto non rappresentavano esclusivamente oggetti o concetti, ma all’interno di un identico testo potevano avere sia valore simbolico sia fonetico. In seguito Champollion trascrisse un alfabeto che pubblicò nel suo libro "Le Lettre à M. Dacier" ponendo così le basi per la nascita della scienza dell’egittologia moderna.
La Stele di Rosetta, di cui una copia fedele si trova murata nella grande sala del pianterreno del Museo Egizio del Cairo, è tuttora in possesso del British Museum di Londra, a dispetto delle reiterate richieste di restituzione da parte delle autorità egiziane di competenza.
Gli argomenti contro la sua restituzione sono gli stessi di quelli a cui gli Inglesi si affidano per i Marmi di Elgin. “Può dare il suo massimo” nella sua attuale sede, dove è vista in un contesto storico di dimensioni molto ampio. Essendo la punta di diamante della collezione egiziana del British Museum, se fosse riportata al Museo del Cairo, che ha meno della metà del numero dei visitatori del British Museum, sarebbe vista da meno persone.
I geroglifici consistono di tre tipi di caratteri: caratteri fonetici, inclusi quelli di un unico fonema, come un alfabeto, ma anche molti caratteri rappresentanti una o più sillabe; ideogrammi, rappresentanti una parola; determinativi, i quali indicano la categoria semantica della pronuncia di una parola senza specificarne il significato preciso.
La scrittura geroglifica consta di 24 caratteri principali (simboli per un singolo fonema), ai quali si aggiungono molti più segni biconsonantici (simboli per due fonemi combinati). Vi sono anche segni triconsonantici (tre fonemi), anche se sono meno comuni degli altri. In totale la scrittura geroglifica consta di più di 6900 caratteri, compresi raggruppamenti e varianti.
L'orientamento dei segni geroglifici può essere in linea od in colonna. I geroglifici scritti in orizzontale possono essere letti in maniera destrorsa o sinistrorsa secondo l’orientamento delle figure descritte (se sono rivolte a destra la lettura è da destra verso sinistra). Nel caso fossero disposti verticalmente vanno letti dall’alto verso il basso. Anche nel caso di più simboli presenti in una stessa riga e disposti "uno sopra l'altro", vanno letti dall'alto verso il basso
Siccome il sistema di scrittura egizio non trascriveva le vocali, la maggior parte di esse è oggi ignota e la lettura è aiutata dall’aggiunta di una e interconsonantica puramente convenzionale. Per esempio: nfr -> nefer = bello, buono.

martedì 14 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 luglio.
Il 14 luglio 1811 Amedeo Avogadro pubblica i suoi studi sul contenuto molecolare dei gas e sulla sua famosa legge: Volumi uguali di gas diversi, a parità di pressione e temperatura, contengono lo stesso numero di molecole; il volume è di circa 22,4 litri, in condizioni normali di pressione e temperatura e il numero di molecole si chiama numero di Avogadro, appunto (circa 6,022 per 10 elevato alla 23) e che corrisponde a una quantità di materia di una mole.
Quando nel 1808 Gay Lussac (1778-1850) enunciò le leggi di combinazione degli elementi allo stato gassoso, Avogadro mise in relazione queste con l’ipotesi atomica di John Dalton (1766-1844) apparsa nel New System of Chemical Philosophy (1808). Indubbiamente gli anni compresi tra il 1800 e il 1811 furono straordinariamente fecondi per la chimica e la scienza in genere. I progressi, in quel periodo, si poterono realizzare grazie anche all’opera del Lavoisier (1743-1794), che negli ultimi anni del settecento aveva perfezionato e completato i suoi studi sulla combinazione degli elementi allo stato solido, sulla combustione e la conservazione della massa nelle reazioni chimiche. Ma la teoria di Dalton degli atomi indivisibili non poteva accordarsi con i risultati di Gay-Lussac. I rapporti semplici dei volumi di combinazione non si spiegavano se si ammetteva che gli elementi gassosi potessero essere solo allo stato atomico. D’altronde, la teoria del chimico inglese aveva trovato in Jons Jacob Berzelius (1779-1848), un tenace sostenitore. In una pubblicazione del 1812, Berzelius, ispirandosi agli studi di A. Volta, affermò che non potevano esistere molecole di elementi gassosi, come l’idrogeno o l’ossigeno o l’azoto in quanto gli atomi si aggregavano seguendo le leggi dell’elettrostatica comportandosi, alcuni da positivi, ed altri da negativi. La tenace opposizione alla teoria atomica del chimico svedese Berzelius, il quale godeva di indiscussa autorità presso la comunità scientifica internazionale, fu la principale causa della “congiura del silenzio” perpetrata ai danni di Amedeo Avogadro. La verifica sperimentale della legge di Avogadro fu ottenuta infatti solo nel 1858 grazie a Cannizzaro, tramite la misura del peso dei gas stessi, per ricavare i rispettivi pesi molecolari. Inoltre nella storia della scienza, “il caso Avogadro” rappresenta un esempio eclatante di come un lavoro scientifico estremamente importante, non sia riconosciuto tale, anzi osteggiato e poi dimenticato per un lungo periodo. Fino al 1901 in Italia nessun libro, o pubblicazione di chimica e di fisica citava la comunicazione scientifica del 1811 del chimico torinese. Questa grave omissione assume un particolare significato negativo per la scienza italiana , se si pensa che la memoria di Avogadro era già stata tradotta in inglese e in francese.