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giovedì 21 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 novembre.
Il 21 novembre 1964 viene inaugurato a New York il ponte di Verrazano.
Quando fu inaugurato nel 1964, il ponte di Verrazano era il ponte ad arco sospeso più lungo del mondo. Alle sue estremità ci sono Fort Hamilton, a Brooklyn, e Fort Wadsworth, a Staten Island, che per oltre un secolo sorvegliarono il porto di New York.
Il Verrazano Bridge collegò per la prima volta il quartiere di Brooklyn noto come Bay Ridge, un’area a prevalenza italiana, con Staten Island che, tra i cinque borough di New York, è quello con una più ampia popolazione di origine italiana. Fu quindi naturale che si pensasse di intitolarlo proprio a un italiano.
Fu l’allora governatore di New York Rockefeller ad approvare, nell’aprile del ’59 la proposta della Italian Historical Society of America di intitolare il ponte alla memoria di Giovanni da Verrazzano, il navigatore fiorentino che, nel 1524, fu il primo esploratore europeo ad entrare nel porto di New York. Ci fu qualche disputa sull’ortografia del nome, ma alla fine si scelse la dicitura americana, con una sola “z”.
Le sue monumentali torri alte più di 200 metri hanno un’inclinazione che fa sì che siano più distanti tra di loro nella parte superiore rispetto ai basamenti, in modo da compensare la curvatura della terra. Ogni torre pesa 27.000 tonnellate ed è tenuta insieme da tre milioni di rivetti e un milione di bulloni. Contrazioni stagionali ed espansioni dei cavi d’acciaio fanno sì che la carreggiata a due piani, in estate, sia 12 metri più in basso che in inverno.
Da qualche tempo il ponte è al centro di un'accesa diatriba "linguistica" proprio per via della Z mancante.
Infatti The Verrazano, come lo chiamano i newyorkesi, punto di partenza della celeberrima maratona di New York e fino al 1981 il ponte sospeso più lungo del mondo, è dedicato al navigatore italiano Giovanni da Verrazzano (due zeta, non una soltanto), il primo europeo a raggiungere, nel 1524, la zona della foce del fiume Hudson e quindi l'area di New York.
In molti chiedono che l'errore sia corretto, come segno di rispetto per la nutrita comunità italoamericana newyorkese e americana. Proprio per questo è partita una raccolta firme online, con una petizione che chiede di mettere fine per sempre alla discrepanza. Nel dibattito è entrato anche Joseph Scelsa, direttore dell'Italian American Museum di Lower Manhattan: "Rettificare il nome del ponte, da Verrazano a Verrazzano, vorrebbe dire veramente a tutti gli italiani e italoamericani che li rispettiamo e li apprezziamo", ha detto.
Per il momento, la questione non è tra le priorità della Metropolitan Transportation Authority (Mta), l'autorità che gestisce i trasporti urbani newyorkesi, tanto più che cambiare il nome non sarebbe solo una formalità, ma comporterebbe anche notevoli costi (per esempio, andrebbe corretta tutta la segnaletica stradale dell'area metropolitana). "In questo momento non stiamo valutando nessun cambiamento di nome per il Verrazano Bridge", ha detto Christopher McKniff, portavoce dell'Mta, liquidando la vicenda in modo secco.
L'Mta non ha tutti i torti. Quando il Triborough Bridge, che collega Manhattan, Queens e Bronx, è stato ribattezzato nel 2008 Robert F. Kennedy Bridge, in onore dell'ex senatore di New York, sono stati spesi 4 milioni di dollari per cambiare il nome su tutti i cartelli stradali. E lo stesso vale per il Queensboro Bridge, ora chiamato Ed Koch Queensboro Bridge a ricordo dell'ex sindaco della città, e per il Brooklyn-Battery Tunnel, che ora è denominato Hugh L. Carey Tunnel, come l'ex governatore.
La città non preclude dunque a prescindere la possibilità di un cambio di nome, ma, giusto o sbagliato che sia, sembra privilegiare motivazioni più "alte", come appunto il ricordo di un personaggio importante per la città o lo stato di New York, rispetto alla correzione di un refuso, che comunque è lì da oltre cinquant'anni.
Tanto più che le autorità newyorkesi non sono mai state d'accordo a passare per sbadate: nel 1960, John LaCorte, allora direttore esecutivo dell'Italian Historical Society of America e la persona che più aveva premuto perché il ponte fosse intitolato a un italiano, aveva sostenuto di essersi consultato con le autorità italiane e di avere scelto la grafia latina del nome del navigatore, Janus Verrazanus. Peccato che il nome dato al ponte, Verrazano appunto, non sia né latino né italiano.

mercoledì 20 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 novembre.
Il 20 novembre 1947 la principessa Elisabeth Windsor e il Tenente Philip Mountbatten si sposano.
La Regina Elisabetta e il Principe Filippo festeggiano oggi 72 anni di matrimonio.
Sposi il 20 Novembre 1947, superano l'ennesimo record del regno di The Queen: è il matrimonio più longevo di un monarca inglese.
Un legame, quello tra la sovrana e il Duca di Edimburgo, spesso dato per scontato, ma che negli anni passati ha fatto discutere allo stesso modo in cui oggi si parla delle nottate con gli amici di William e delle intemperanze di Meghan Markle, sposa di Harry.
Non fu un matrimonio combinato, anzi.
Era il 1934 quando Elisabetta II e Filippo Mountbatten si incontrano al matrimonio della cugina di lui.
All'epoca la futura sovrana aveva appena 8 anni.
Nel 1939 si rincontrano, lei 13enne lui già maggiorenne.
È qui che scatta la scintilla, nonostante la differenza d'età e nonostante la sua imminente partenza per la guerra.
Re Giorgio VI non era per niente convinto che quel giovane marinaio potesse essere l'uomo giusto per la figlia, colui che sarebbe dovuto starle accanto mentre lei prendeva il suo posto sul trono.
Ma Elisabetta non ha voluto sentire ragioni e questa, per i tempi, fu una delle sue più grosse conquiste: riuscire a sposare l'uomo che amava.
Solo a guerra ormai finita, Elisabetta e Filippo riescono a frequentarsi con assiduità.
Prima, come riportato dalla stessa Regina in alcune lettere, i due si erano riusciti a vedere giusto un paio di volte in tre anni.
Bisogna aspettare il 1946 perché la loro storia prenda la giusta piega, quando il giovane chiese la mano della futura sovrana a Giorgio VI con un anello di fidanzamento di tre diamanti.
Ottenuta l'approvazione, però, la coppia mantenne la cosa segreta fino al luglio del 1947 quando il re ne diede annuncio.
Il matrimonio si celebrò nel novembre dello stesso anno, nell'Abbazia di Westminster.
Per l'occasione Elisabetta decise di indossare un abito sfarzoso, ispirato - si disse - alla Primavera di Botticelli, come simbolo di rinascita per la fine della guerra.
Ad accompagnarla all'altare ben otto damigelle, che ebbero anche il compito di calmarla e aiutarla durante una piccola crisi pre-cerimonia, quando la sua corona proprio non ne voleva sapere di stare su.
Le nozze vennero trasmesse in radio e seguite da 200 milioni di persone.
Fin dal primo momento in cui Elisabetta e Filippo annunciarono il matrimonio a corte iniziarono i pettegolezzi, specie sul conto del Principe, che aveva un passato da sciupafemmine.
Voci che sono andate avanti negli anni e che sono diventate sempre più insistenti con l'uscita di libri e biografie non autorizzate.
Negli anni Novanta, in particolare, fece discutere, tanto da essere ripresa persino dal Times, quella firmata da Sarah Bradford che definì Filippo «impenitente farfallone, difficilissimo di carattere», mentre di Elisabetta diceva: «capisce il suo desiderio di indipendenza», «gli lascia i suoi spazi», «vede ma non vuole sapere».
Nel libro si sosteneva che il Duca di Edimburgo avesse avuto diverse relazioni, con attrici e donne di vario tipo, fin dall'anno successivo alle nozze.
Storie di cui Sua Maestà sarebbe stata a conoscenza, ma che fingeva di ignorare.
Versione ovviamente sempre smentita da Buckingham Palace.
Che qualche problema i due lo abbiano avuto è innegabile e normale, in 72 anni di rapporto.
In particolare, secondo fonti vicine a Palazzo, inizialmente non fu facile per Filippo rinunciare alla carriera militare in marina e accettare che nessuno dei suoi figli avrebbe preso il suo cognome.
Sacrifici cui la Regina ha sempre cercato di compensare, per esempio con il decreto emesso nel 1955 che prevedeva la possibilità di usare il cognome Mountbatten-Windsor.
Se in pubblico Filippo deve stare sempre un passo indietro rispetto a Elisabetta per onorare l'etichetta, questo non avviene a porte chiuse, quando i due sono semplicemente marito e moglie.
Diverse fonti, infatti, hanno sottolineato come il Duca di Edimburgo abbia sempre adempiuto al suo compito di Principe consorte, ma come sia stato influente nella gestione della monarchia:
«La Regina indossa la corona, ma suo marito indossa i pantaloni. È lui la vera forza dietro il trono: fermo e sempre di supporto nelle scelte di Sua Maestà», scrive il loro biografo ufficiale Gyles Brandreth.
Non solo: «Dato che è la Regina, nessuno al mondo può trattare Elisabetta normalmente, ad eccezione del Principe Filippo.
Viceversa, Sua Maestà è l'unica persona al mondo che può dire al Duca di Edimburgo di stare zitto. E lo fa».
Trascorrere una vita insieme, per di più con gli occhi di tutto il mondo sempre puntati addosso, non dev'essere semplice.
Ma se c'è una cosa che tutti abbiamo imparato ad apprezzare è il senso dell'umorismo del Principe Filippo, l'unico in grado di portare sempre il sorriso sul volto della Regina.
«L'ha fatta ridere per oltre 70 anni», scrive Brandreth.
Un altro degli ingredienti del successo della loro unione, sostiene il biografo, è il fatto che si accettino per quello che sono:
«Filippo è dinamico, avventuroso, ama i viaggi e le sfide. Elisabetta, d'altro canto, è una conservatrice, pacata, che vuole che le cose siano fatte come sempre sono state fatte.
Come coppia sono alleati, ma questo non significa che non abbiano le loro idee e le loro differenze».

martedì 19 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 novembre.
Il 19 novembre 1863 il presidente dell'Unione, Abramo Lincoln, pronuncia il famoso discorso di Gettysburg.
Quel giorno era un giovedì, quando nel corso del pomeriggio Abraham Lincoln – 16° Presidente degli Stati Uniti d’America – pronunciò uno dei più celebri e famosi discorsi della storia: il Discorso di Gettysburg.
Il contesto storico è quello della guerra di secessione americana; il luogo, Gettysburg, nella Contea di Adams, in Pennsylvania, è lo stesso della celebre battaglia che porta il nome della città: la battaglia di Gettysburg si svolse nei giorni dal 1° al 3 luglio 1863 (quattro mesi prima del Discorso di Gettysburg) ed è storicamente considerata una delle battaglie più importanti della guerra di secessione americana; la battaglia si concluse con una vittoria schiacciante delle forze dell’Unione dell’Armata del Potomac, che arrestarono l’offensiva dell’esercito confederato dell’Armata della Virginia Settentrionale, in Pennsylvania.
Il Presidente Lincoln, il 19 novembre 1863, pronunciò il Discorso in occasione della cerimonia di inaugurazione del cimitero militare di Gettysburg, 4 mesi e mezzo dopo la storica battaglia.
Il testo in italiano del Discorso di Gettysburg è il seguente:
Or sono sedici lustri e sette anni che i nostri avi costruirono su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali. Adesso noi siamo impegnati in una grande guerra civile, la quale proverà se quella nazione, o ogni altra nazione, così concepita e così votata, possa a lungo perdurare.
Noi ci siamo raccolti su di un gran campo di battaglia di quella guerra. Noi siamo venuti a destinare una parte di quel campo a luogo di ultimo riposo per coloro che qui dettero la loro vita, perché quella nazione potesse vivere. È del tutto giusto e appropriato che noi compiamo quest’atto. Ma, in un senso più ampio, noi non possiamo inaugurare, non possiamo consacrare, non possiamo santificare questo suolo.
I coraggiosi uomini, vivi e morti, che qui combatterono, lo hanno consacrato, ben al di là del nostro piccolo potere di aggiungere o portar via alcunché. Il mondo noterà appena, né a lungo ricorderà ciò che qui diciamo, ma mai potrà dimenticare ciò che essi qui fecero. Sta a noi viventi, piuttosto, il votarci qui al lavoro incompiuto, finora così nobilmente portato avanti da coloro che qui combatterono.
Sta piuttosto a noi il votarci qui al grande compito che ci è dinnanzi: che da questi morti onorati ci venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano (per nulla); che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra.
Nota: questo testo in italiano, tradotto dall’originale, è il testo riconosciuto dalla Library of Congress (Biblioteca del Congresso) di Washington.
Nel discorso, Lincoln rivolge i suoi pensieri allo sforzo della nazione nella guerra civile, ma con l’ideale che a Gettysburg nessun soldato, dell’Unione o della Confederazione, del nord o del sud, fosse morto invano.
Riprendendo le parole e i concetti supremi sanciti nella Dichiarazione di Indipendenza, Lincoln sottolinea come gli esseri umani siano uguali. Ricorda come la guerra civile sia stata una lotta non solo per l’Unione, ma soprattutto di come rappresenti “la rinascita della libertà” che avrebbe reso tutti davvero uguali all’interno di un’unica nazione, finalmente unita.
Il discorso inizia con il famoso “Ottantasette anni fa“, riferendosi alla Rivoluzione Americana nel 1776. La cerimonia di Gettysburg è un’occasione per Lincoln per incoraggiare gli uomini ad aiutare la democrazia americana, in modo che il “governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non sia distrutto dalla terra“.
Sebbene il Discorso di Gettysburg sia uno dei più importanti della storia degli Stati Uniti e uno dei più celebri discorsi presenti nei libri di storia, non si è comunque certi delle esatte parole pronunciate da Abramo Lincoln il 19 novembre 1863, in quanto esistono ben cinque manoscritti che lo riportano, ed essi si differenziano l’uno dall’altro, anche se solo per pochi dettagli. Di fatto il Discorso di Gettysburg rappresenta un momento fondamentale nel processo di costruzione della futura nazione americana.

lunedì 18 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 novembre.
Il 18 novembre è la Giornata europea degli antibiotici, promossa dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) per aumentare la consapevolezza dell’importanza degli antibiotici e del loro uso appropriato tra la popolazione e i professionisti sanitari. La Giornata è celebrata all’interno della Settimana mondiale sull’uso consapevole degli antibiotici (World Antibiotics Awareness week, 12-18 novembre), a sua volta organizzata da Oms, Fao e Organizzazione mondiale della sanità animale (Oie).
I dati raccolti nel 2017 da EARS-Net,(European Antimicrobial Resistance Surveillance Network) la rete di sorveglianza della resistenza agli antibiotici in Europa, coordinata da Ecdc, alla quale partecipa anche l’Italia, mostrano che la resistenza agli antibiotici rimane una seria minaccia per l’Europa e per il nostro Paese.
Ad oggi si stima che siano oltre 33 mila i decessi annui legati a questo problema. Tra le resistenze più critiche, quella ai carbapenemi, soprattutto in Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter baumannii. Si segnala anche un preoccupante aumento della resistenza ai glicopeptidi in Enterococcus faecium.
Riguardo al consumo di antibiotici, monitorato dalla rete ESAC-Net (European Surveillance of Antimicrobial Consumption Network), questo appare sostanzialmente stabile in Europa, con una lieve diminuzione in alcuni paesi, tra cui l'Italia.
Tra gli interventi messi in campo per contrastare il problema della resistenza agli antibiotici, il ministero della Salute ha varato nel 2017 il Piano nazionale di contrasto all’antimicrobico-resistenza 2017-2020 (Pncar), con lo scopo di affrontare e contrastare il fenomeno in modo efficace, attraverso un approccio “one health”, cioè integrato tra medicina umana, medicina veterinaria, agricoltura e ambiente.
Gli antibiotici sono un bene prezioso che si sta esaurendo nel tempo. Un loro uso scorretto potrebbe portarci indietro negli anni, quando gli antibiotici non esistevano e le malattie infettive potevano anche essere mortali.
Affinché la loro efficacia possa rimanere inalterata in futuro è necessario che tutti contribuiscano ad un uso corretto e responsabile degli antibiotici, anche negli animali e adottino alcuni semplici accorgimenti, come lavarsi le mani, che aiutano a prevenire le infezioni.
Questi gli obiettivi della campagna:
favorire la diffusione di informazioni corrette
aumentare la consapevolezza sui rischi associati all’uso inappropriato degli antibiotici
promuoverne un uso responsabile
Tutti possiamo fare la nostra parte per affrontare questa minaccia per la salute umana: pazienti, medici, infermieri, farmacisti, veterinari, agricoltori, cittadini e politici.

domenica 17 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 novembre.
Il 17 novembre 1989 inizia in Cecoslovacchia la cosiddetta "Velvet revolution".
È impossibile tenere il conto di tutti quegli eventi storici che sono passati sotto il nome di ‘rivoluzione’. Termine traslato dal linguaggio astronomico, con rivoluzione si intende qualsiasi evento il cui accadimento ha irreversibilmente cambiato l’esistenza di un gruppo più o meno ampio di persone: da una popolazione di una regione all’intera umanità. Benché utilizzato per indicare sconvolgimenti perlopiù politici, viene utilizzato anche per fenomeni di tipo tecnologico (la rivoluzione telematica o industriale, con gli effetti sociali a strascico), sociale (la cosiddetta rivoluzione sessuale) o culturale (come fu, in parte, anche quella francese).
La Rivoluzione per eccellenza è proprio quest’ultima e non è un caso: l’intera Europa fu letteralmente sconvolta per un ventennio e influenzata per sempre dagli eventi che ebbero luogo a Parigi dal 1789 in poi. Ma non fu l’unica rivoluzione che ebbe luogo sul continente europeo. Furono molte e, a un certo punto, bisognò trovare altri nomi, anche per meglio caratterizzarli in ambito storiografico. Si pensi alla rivoluzione dei garofani, che ebbe luogo in Portogallo nel 1974, per porre fine alla dittatura di Salazar. Venne chiamato così per il gesto di una fioraia che, in piazza, donò ai militari dei garofani, che vennero posti nella canna del fucile.
Ma oggi è l’anniversario di un’altra rivoluzione: quella di velluto. Avvenuta nell’allora Cecoslovacchia, portò alla definitiva caduta del regime comunista a Praga e Bratislava, a pochissimi giorni dal Crollo del Muro di Berlino. Il suo nome è legato alla band statunitense dei Velvet Underground (velvet significa ‘velluto’ in inglese), molto ascoltata nelle manifestazioni dell’epoca. Nata come una manifestazione studentesca, conobbe un’inaspettata e clamorosa adesione da parte della popolazione: il 20 novembre del 1989, a quattro giorni dall’inizio delle proteste, la folla di Praga passò dall’essere composta da qualche migliaio di persone a mezzo milione di manifestanti. L’Urss, mai così debole, non poté far altro che cercare di guidare il cambiamento. Inutilmente: come indicava il tintinnio di chiavi dei manifestanti in piazza, era ora per i sovietici di ‘tornare a casa’.
Il 24 novembre si dimise l’intera nomenclatura comunista incluso il segretario generale Miloš Jakeš. Il 28 novembre venne emendata la Costituzione nelle parti che dava al Partito Comunista Cecoslovacco il monopolio assoluto del potere. Pochi giorni dopo vennero rimosse le barriere di filo spinato ai confini con Austria e Germania. Il 10 dicembre il presidente della Cecoslovacchia, il comunista Gustáv Husák, nominò il primo governo a maggioranza non comunista dal 1948, e si dimise. Alexander Dubček fu eletto presidente del Parlamento federale il 28 dicembre e Vaclav Havel presidente della Cecoslovacchia il 29 dicembre 1989. Nel giugno 1990 si tennero in Cecoslovacchia le prime elezioni democratiche dal 1946.

sabato 16 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 novembre.
Il 16 novembre 2001 esce nelle sale Harry Potter e la pietra filosofale, primo film tratto dai romanzi di J. K. Rowling.
La saga di Harry Potter ha segnato una fase essenziale dell’infanzia e dell’adolescenza di molti di noi. Il maghetto protagonista della saga letteraria di J.K. Rowling è stato uno degli eroi moderni della letteratura, con un percorso evolutivo degno dei migliori romanzi di formazione. Sette libri e otto film – un nono è in arrivo, adattato sull’opera teatrale The Cursed Child, con protagonista il figlio minore di Harry e Ginny – hanno accompagnato le fantasie e i momenti più spensierati dei millennials e non solo. Il patrimonio lasciato da Harry Potter infatti è contenuto nei valori che i vari personaggi hanno voluto trasmettere e interpretare, come il sacrificio di Severus Piton, l’amicizia incondizionata di Hermione Granger, la bontà di Hagrid, la fragilità di Draco Malfoy e non ultima la complessa psicologia di Harry, traumatizzata dalla perdita dei genitori e dalla presenza oscura di un essere maligno che alberga nel suo sangue magico. Quasi vent’anni dopo l’uscita de La Pietra Filosofale, vediamo il percorso fatto dagli interpreti giovani principali e i nuovi progetti che li hanno tenuti occupati.
HARRY POTTER – DANIEL RADCLIFFE
Daniel Radcliffe ha continuato la sua carriera nel cinema, ricoprendo ruoli completamente diversi dal “ragazzo che è sopravvissuto”. Lo troviamo in film come Now You See Me 2, Imperium e Un Amico Multiuso. L’attore ha preso parte anche a molti spettacoli teatrali quali Privacy al Public Theater di New York nel 2016 e Rosencrantz e Guildenstern sono morti al Old Vic di Londra nel 2017. Per quanto riguarda la sua vita sentimentale, al momento ha una relazione con l’attrice Erin Darke. Daniel purtroppo evita i social media, come ha rivelato anche a People:
Non ho Twitter e non sono su Facebook, e penso che renda le cose molto più semplici perché se vai su Twitter e dici a tutti cosa stai facendo minuto per minuto, e poi dichiari di volere una vita privata, nessuno ti prenderà sul serio.
HERMIONE GRANGER – EMMA WATSON
Emma Watson è stata impegnata fra i vari ruoli che le venivano offerti e il suo corso di Letteratura Inglese alla Brown University. Dopo essersi laureata nel 2014, è stata testimonial di Burberry e Lancôme e, sempre nello stesso anno, è stata nominata Goodwill Ambassador dall’UN Women. Inoltre è stata protagonista in film come Noi Siamo Infinito, Bling Ring e La Bella e La Bestia, che le hanno fatto portare a casa un paio di awards. Al contrario del collega Daniel Radcliffe, Emma sfrutta il suo account Twitter con ben 28 milioni di followers per parlare di due grandi campagne: HeForShe e Time’s Up.
RON WEASLEY – RUPERT GRINT
Dopo Harry Potter, Rupert Grint ha quasi mollato la carriera da attore dichiarando:
Quando abbiamo finito di girare mi sono sentito perso, perché è stata una gran parte della mia vita
Ma è stato solo un momento di debolezza per l’attore, visto che si è ripreso alla grande nel ruolo di Charlie Cavendish-Scott nella serie Snatch del 2017, dove sono presenti anche Ed Westwick e Luke Pasqualino. Quest’anno è già uscita la seconda stagione, dato che la serie ha avuto successo sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, essendo di produzione britannica-statunitense.
DRACO MALFOY – TOM FELTON
Tom Felton ha recitato in parecchi film e nel 2015 ha girato il documentario Tom Felton: Meet the Superfans. Ma la sua notorietà è aumentata ancor di più quando nel 2016 è entrato a far parte del cast di The Flash nel ruolo del Dottor Alchemy. Tom non è fidanzato o sposato, specialmente da quando ha interrotto la relazione con la sua fidanzata storica Jade Olivia Gordon.
GINNY WEASLEY – BONNIE WRIGHT
Bonnie Wright è molto concentrata sulla sua carriera di sceneggiatrice e direttrice. Dopo essersi laureata in Discipline Artistiche ha scritto e diretto un paio di film, in particolare Separate We Come, Separate We Go con protagonista David Thewlis, che è stato il professor Lupin in Harry Potter. Bonnie è stata fidanzata con l’ex collega Jamie Campbell Bower quando aveva 19 anni, ma dopo essersi lasciati ha mantenuto privata la sua vita sentimentale.
DEAN THOMAS – ALFRED ENOCH
Alfred Enoch è diventato il famoso Wes Gibbins, il protagonista dell’acclamata serie americana Le regole del delitto perfetto. Alfred ha recitato al fianco della fantastica Viola Davis e anche se adesso non fa più parte del cast, rimane uno dei personaggi più amati. Pare che l’attore avesse una relazione con la co-star Aja Naomi King, ma le voci sono state smentite. La carriera di Alfred è decisamente una delle più promettenti e lo vedremo sicuramente in altri ruoli.
CEDRIC DIGGORY – ROBERT PATTINSON
Robert Pattinson è passato da una saga all’altra: come ben sappiamo è stato protagonista in Twilight. Ha preso parte anche ad altri film di successo quali Remember Me, Bel Ami, Come L’acqua per gli Elefanti e Civiltà Perduta. Inoltre è stato testimonial per il famoso marchio Dior. Robert ha avuto una relazione con la cantante britannica FKA Twigs per diversi anni, ma ora è single.

venerdì 15 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 novembre.
Il 15 novembre 1943, come rappresaglia per l'uccisione del commissario fascista Igino Ghisellini, vengono fucilati 11 antifascisci, nel cosiddetto eccidio del castello estense.
La mattina del 14 novembre 1943 Igino Ghisellini, reggente della federazione del fascio di Ferrara, atteso in città dai suoi collaboratori per recarsi a Verona al primo congresso del partito fascista repubblicano, non si presentò all'appuntamento. I fascisti si recarono immediatamente a Casumaro, dalla moglie del federale, e a Cento, dal fratello, dove appresero che egli la sera precedente non si era visto, ma questo non aveva destato nessuna apprensione dal momento che entrambi non lo attendevano.
I giovani appartenenti al P.F.R, che in quei primi tre mesi di tentativo di restaurazione fascista avevano collaborato con Ghisellini, tra i quali Carlo Govoni, convinto assertore, in seguito, della tesi, che lo condusse a morire a Dachau, secondo la quale il reggente estense era stato ucciso da fascisti corrotti che il federale aveva deciso di denunciare a Verona e Carlo Tortonesi, futuro capo della polizia speciale dei Tupin che portò il terrore a Ferrara e nella provincia nei mesi successivi, si recarono dal capo della provincia Berti per informarlo della scomparsa.
La salma di Ghisellini venne ritrovata verso le dieci del mattino del 14 novembre, riversa in un fossato a poca distanza da Castel D'Argile, in provincia di Bologna, ma a breve distanza dal territorio ferrarese. Dai documenti raccolti in quasi quindici anni di ricerche presso l'Archivio Centrale dello Stato e l'Archivio di stato della città estense fu immediatamente evidente che quello del federale di Ferrara si presentava agli occhi degli studiosi come un vero e proprio giallo.
Il cadavere venne ritrovato supino, con la testa poggiata sulla spalla sinistra; era senza scarpe (infatti gli erano stati rubati sia gli stivali sia la rivoltella) e risultava essere stato colpito da cinque colpi di arma da fuoco, di cui quattro alla regione temporale destra ed uno ala mandibolare sinistra. Il corpo venne immediatamente esaminato dal dottor Rubini, medico condotto del luogo, il quale constatò il già elevato grado di rigidità cadaverica, che faceva risalire quasi con certezza la morte a diverse ore prima del ritrovamento. Il referto medico conferiva spessore e credibilità alla deposizione resa al Vice Brigadiere Francesco la Porta, comandante della stazione dei Carabinieri del paese, da Alfredo Corticelli, abitante nella zona del rinvenimento del cadavere il quale, dopo averne denunciato la presenza nel fossato, raccontò all'inquirente che la sera precedente, verso le 22 e 30, mentre rincasava, aveva notato un'automobile FIAT 1100 targata 7260 FE, che la mattina seguente era stata ritrovata a pochi metri dal corpo.
A condizionare il dibattito sulla morte di Ghisellini, che per decenni si sarebbe sviluppato tra storici, ricercatori e pubblicisti, il reperimento, sulla strada che da Cento conduce a Ferrara, a cinquecento metri dal chilometro 30, sul lato sinistro, di frammenti di vetro che, in seguito, gli inquirenti avrebbero appurato appartenere alla macchina del federale, accanto ai quali era presente una grossa macchia di sangue coagulato. Fatto questo che aveva fatto dedurre che, con tutta probabilità, Ghisellini, si fosse fermato per far salire qualcuno, presumibilmente un uomo in divisa, che li, poi, lo aveva freddato. Non appena a Ferrara giunse la notizia del rinvenimento del cadavere il clima all'interno della federazione del P.F.R. si fece incandescente. Ciro Randi e Alessandro Benea, furono incaricati di partire per Verona per informare il segretario del partito Alessandro Pavolini, già messo a conoscenza della scomparsa del federale, della morte di Ghisellini.
Pavolini comunicò la notizia all'assemblea che l'accolse con un prevedibile scoppio di grida e di incitazioni alla vendetta contro gli antifascisti, già individuati come gli autori dell'omicidio del federale estense.
Egli ordinò che i lavori continuassero, mentre le squadre d'azione di Padova e di Verona e con loro Enrico Vezzalini, futuro capo della provincia estense, avrebbero dovuto recarsi nella città estense per attuare una rappresaglia esemplare. In quella giornata e sino ad alta notte, giunsero a Ferrara alcune delle personalità che, insieme a Vezzalini, che era stato uno dei giudici al processo di Verona dove si era decisa la condanna a morte di Ciano e degli altri gerarchi che avevano tradito Mussolini, meglio seppero interpretare l'anima violenta e vendicatrice della R.S.I. nel tragico biennio 1943-1945: il console Giovan Battista Riggio e il bolognese Franz Pagliani. Per tutta la giornata gli uomini arrivati dall'esterno si consultarono con i fascisti ferraresi per mettere in atto una rappresaglia, secondo le direttive del potere centrale, cosi cruenta da diventare esemplare e da non poter essere dimenticata. Riggio, Pagliani e Vezzalini si scontrarono con forza con il prefetto Berti, in seguito sostituito a Ferrara dallo stesso Vezzalini, che tentava di limitare la portare della strage che si stava organizzando. Secondo numerose testimonianze fu proprio Vezzalini, dopo tante discussioni, ad elaborare l'elenco degli uomini da uccidere, basandosi anche, si diceva, sulle carte che Ghisellini avrebbe dovuto portare con sé a Verona per denunciare i fascisti corrotti.
Sei degli undici civili che la mattina del 15 novembre 1943 vennero tragicamente trucidati di fronte al muretto del castello estense e sulle mura cittadine, Emilio Arlotti, Mario e Vittore Hanau, Arturo Torboli, Gerolamo Savonuzzi e Mario Zanatta vennero prelevati direttamente dalle proprie abitazioni, mentre l'operaio Cinzio Belletti, colpito a morte in via Previati, probabilmente, pagò con la vita la sfortuna di aver assistito casualmente a quanto in quella terribile notte stava accadendo. Gli altri, vennero prelevati dalle carceri, dove erano stati ristretti tra il sette e l'otto ottobre precedente, in seguito all'arresto, richiesto dai fascisti locali appena ritornati al potere. Il direttore del carcere dottor Gusmano, in assenza di un ordine scritto, cercò in tutti i modi di opporsi e per questo venne condotto presso la federazione del P.F.R. dove, dopo essere stato più volte minacciato di morte, lo convinsero alla consegna di Giulio Piazzi, Ugo Teglio, Pasquale Colagrande ed Alberto Vita Finzi.
Si trattò di una strage che colpi profondamente l'animo dei cittadini ferraresi, al punto tale che due dei maggiori artisti contemporanei della città estense, lo scrittore Giorgio Bassani e il regista Florestano Vancini, vollero fermare per sempre quei drammatici frangenti in due opere che restarono tra le più importanti di tutta la loro produzione. Non è difficile comprendere lo sgomento causato negli abitanti di Ferrara dalla vista dei corpi ammassati di fronte al muretto del Castello, lasciati esposti alle offese ed alla malvagità e volgarità delle camicie nere e rimossi solo dopo il pietoso intervento dell'Arcivescovo di Ferrara Monsignor Ruggero Bovelli. Come ricorda uno dei maggiori storici italiani, Claudio Pavone, si trattò del primo eccidio di civili compiuto in Italia dai fascisti e proprio a quell'episodio può essere ricondotto l'inizio della guerra che oppose i fascisti, alleati ai tedeschi, agli italiani che lottavano per la libertà. Per questo motivo, nei decenni successivi il dopoguerra ed ancora oggi, l'attribuzione dell'omicidio di Ghisellini ai fascisti o ai partigiani che si andavano organizzando ha rivestito e riveste un'importanza tanto rilevante.
Alla luce delle ricerche appare impossibile stabilire con certezza chi abbia ucciso il reggente della federazione estense, anche se gli archivi continuano a fornire materiale che rispetto al passato, sembra avvalorare con sempre maggiore forza la presenza, all'interno del P.F.R. estense, sin dai primi mesi della sua fondazione, di scontri pesantissimi che culminarono proprio nell'uccisione dello scomodo gerarca. Sin dai primi anni '90 è noto agli storici, e suffragato da ampia documentazione, il fatto che Ghisellini, con i giovani che lo avevano attorniato nei tre mesi della sua presenza a Ferrara, avevano individuato i numerosi fascisti che, durante il periodo badogliano, avevano lavorato per prepararsi a quando, dopo la fine della guerra, il fascismo sarebbe stato superato. Tra i nomi, e i documenti e gli studi lo provano ampliamente, erano presenti esponenti di spicco delle gerarchie fasciste ferraresi pre 25 luglio: Giulio Divisi, Olao Giaggioli e persino il prefetto Giovanni Dolfin, rimasto in carica durante i '45 giorni" ad occuparsi delle epurazioni dei suoi stessi ex compagni di partito e, quindi, nuovamente approvato al fascismo e alla R.S.I. e in settembre trasferito a Salò quale segretario particolare di Mussolini.
Che all'interno della federazione estense numerosi fossero quelli convinti che Ghisellini era stato ucciso a causa di una faida interna é testimoniato da molteplici documenti nei quali si trova notizia delle denunce che costrinsero le autorità di polizia, ma anche la dirigenza del P.F.R., a mettere in piedi indagini per raccogliere testimonianze sul clima e sui fatti di quei giorni. I dubbi, negli anni, furono avvalorati, inoltre, dal ritrovamento presso l'Archivio Centrale dello Stato di un telegramma in data 24 gennaio 1944 con il quale Benito Mussolini, in tono perentorio, sollecitava Vezzalini a portare avanti le indagini, rilevando che, dopo diverse settimane, non si era ancora ottenuto nessun risultato. Era evidente che lo stesso capo del governo, con grande probabilità sollecitato dalla famiglia del gerarca, che vedeva quanto stava accadendo a Ferrara, dubitasse con forza di quanto si stava facendo in loco per arrivare a determinare gli esecutori e i mandanti dell'assassinio.
La documentazione raccolta nell'ultimo decennio fornisce più di una possibile spiegazione del motivo per cui non si giunse mai ad individuare con certezza i mandanti e gli esecutori dell'omicidio del federale. Lo storico, infatti, non può non restare colpito dai documenti che evidenziano come da una parte la rappresaglia fascista colpi con forza l'ambiente antifascista borghese cittadino, mentre le indagini sia delle autorità di Polizia sia dello stesso P.F.R. andarono tutte nella direzione di cercare gli autori all'interno dello stesso fascismo, cosa che, è evidente, non poteva essere certo pubblicizzata. Un dato di fatto è che la moglie di Ghisellini, Alfonsina Trentini, affermò immediatamente e con risolutezza che a causa del clima politico e dei precedenti avvertimenti era impossibile che il marito avesse accolto in auto uno sconosciuto. Allo stesso modo il milite Edgardo Baresi, che aveva il compito di accompagnare il federale che in quei giorni aveva la macchina in riparazione, raccontò agli inquirenti che Ghisellini era un uomo chiuso e riservato, ma che in quei tragitti, proprio a causa della difficile e confusa situazione che stava vivendo il fascismo, gli aveva dispensato consigli e raccomandazioni circa il modo nel quale avrebbe dovuto comportarsi, evidenziando che si doveva essere molto attenti perché si era circondati da nemici potenti.
Era stato ancora il federale a specificare che era assolutamente necessario vigilare perché, soprattutto di notte, nessuno si avvicinasse alla federazione, diffidando di chiunque indossasse una divisa sia italiana sia tedesca, visto che dopo l'8 settembre era molto più semplice procurarsele. Il federale, che aveva consigliato a Baiesi di cambiare tragitto ogni volta che lo accompagnava, quindi, era ben conscio della situazione che stava vivendo e appare certo che mai quella notte si sarebbe fermato all'alt di un militare. I documenti più recenti, inoltre, ci hanno permesso di ricostruire perché, proprio quella sera, Ghisellini fosse solo.
Secondo la testimonianza del milite Baiesi, infatti, quella sera, poco prima dell'ora di cena, egli era stato invitato in federazione dove aveva trovato lo stesso reggente, Benea e Borellini e proprio quest'ultimo gli aveva consegnato due biglietti da recapitare urgentemente a Calura e a Ghilardoni, rispettivamente a Cassana e a San Bartolomeo. Questi particolari rendono assolutamente impossibile credere alle versioni che volevano che il federale fosse stato ucciso dai partigiani in divisa fascista, dopo essere stato fermato mentre percorreva la strada verso Cento, dove, per altro, è stato stabilito non era atteso. Data la situazione descritta e la ormai accertata circospezione della vittima, ben più complessa ed articolata avrebbe dovuto essere, per avere successo, un'azione condotta dai partigiani. Anche volendo tralasciare il non ancora elevato, sia a Ferrara sia a Bologna, livello di organizzazione dei partigiani, risulta difficile giustificare il fatto che gli antifascisti fossero a conoscenza che proprio quella sera il reggente si sarebbe mosso da solo, se non ipotizzando il non certo impossibile contatto tra questi ultimi e qualcuno che, all'interno del fascismo, avesse interesse all'eliminazione di Ghisellini.
Che gli stessi fascisti dubitassero dell'accaduto, oltre che dalla tragica vicenda di Carlo Govoni, il giovane che fu mandato a morire a Dachau perché non si stancò mai di denunciare i fascisti che secondo lui erano responsabili dell'omicidio di Ghisellini, appare evidente anche dalle indagini interne al partito che fecero emergere grossi dubbi proprio sulla figura di Cesare Borellini, l'uomo che aveva dato a Baiesi i biglietti da consegnare a Calura e Ghilardoni e a causa dei quali il federale era rimasto senza scorta. Borellini la sera del delitto era stato accompagnato a casa da Alessandro Benea, perché aveva detto di essere febbricitante: in realtà, proprio in quei frangenti, secondo alcune deposizioni di compagni di partito, la moglie lo aveva cercato in federazione. Dove fosse non si seppe anche se, alcuni testimoni concordavano nel dire che, il giorno successivo, sul suo volto erano evidenti i segni di un graffio. Di grande interesse, a proposito, il fatto che Borellini, Ghilardoni e Calura, dopo i tragici fatti del novembre 1943, scomparirono dalla scena politica della R.S.I..
Ancora oggi non è possibile stabilire con certezza chi abbia ucciso Ghisellini, ma la mole crescente di documenti permettono ormai di descrivere con grande precisione la situazione esistente all'interno del fascismo repubblicano nei primi mesi della R.S.I. dove gli scontri e le contrapposizioni erano all'ordine del giorno.
Quello che è evidente è che si trattò di un episodio fondamentale per comprendere le linee strategiche e politiche della R.S.I. su tutto il territorio che ne fu interessato. Infatti, dopo la terribile strage di civili, venne coniato il motto 'Ferrarizzare l'Italia" che dimostrava come i fascisti tornati al potere non si facessero certo scrupolo, pur senza avere nessuna sicurezza sugli esecutori dell'omicidio ed anzi ben sapendo che esisteva la possibilità di pesanti coinvolgimenti di esponenti del P.F.R., ad addossare all'antifascismo le responsabilità dell'accaduto, uccidendo, al solo scopo di creare terrore e asservimento, persone che avevano quale unico torto quello di essere contrari al fascismo ed alla dittatura.

giovedì 14 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi il 14 novembre.
Il 14 novembre 2003 viene osservato per la prima volta Sedna, un corpo celeste che orbita attorno al sole oltre Nettuno.
Sedna è un oggetto transnettuniano di grandi dimensioni che orbita attorno al Sole su di un’orbita particolarmente eccentrica che lo porta ad avvicinarsi al sistema solare esterno in prossimità del perielio e ad allontanarsi fino ad oltre 5 giorni luce dal Sole quando si approssima all’afelio. Il suo avvicinamento è di gran lunga superiore alla distanza che ci separa da Plutone, in un punto così lontano che il Sole appare come un banale puntino luminoso. Ad una distanza di 12,8 miliardi di chilometri non è ipotizzabile per nessuno strumento, sia terrestre che spaziale, capire le sue reali caratteristiche superficiali, ma gli astronomi sono stati in grado di identificare il colore rossastro del pianeta nano. A tal punto che nel 2004 è stato descritto come l’oggetto più rosso del nostro sistema solare dopo Marte, il pianeta rosso per eccellenza. Sedna è stato scoperto da un team guidato da Mike Brown, un astronomo del California Institute of Technology. La sua scoperta e quella di altri oggetti simili ad esso rappresentò uno dei motivi principali che portò nel 2006 l’Unione Astronomica internazionale a declassare Plutone a pianeta nano. Come spesso accade, la scoperta avvenne per puro caso nel corso di una più ampia indagine che ebbe inizio nel 2001. L’identificazione di satelliti, pianeti, asteroidi e comete avviene grazie al loro moto differente rispetto alle stelle di fondo cielo (misurabile con immagini scattate a distanza di qualche ora) che sembrano stazionarie nel cielo. Tuttavia, gli oggetti nella Nube di Oort sono estremamente lontani e si muovono molto lentamente. Per questo è necessario un’indagine più accurata.
La nube di Oort è un’ipotetica nube sferica di comete posta tra 20.000 e 100.000 UA, o 0,3 e 1,5 anni luce dal Sole, cioè circa 2400 volte la distanza tra il Sole e Plutone. Periodicamente questi oggetti ricevono una spinta gravitazionale verso il Sole, si riscaldano e si trasformano in comete. Sedna, però, ha dimensioni ben più grandi di una cometa. Secondo le ultime stime, il pianeta nano è leggermente più piccolo rispetto alle dimensioni di Plutone. Sedna richiede un certo tempo (circa 10.000 anni) per orbitare intorno al sole, non solo a causa della sua grande distanza, ma anche perché la sua orbita, come detto, è molto eccentrica. Al momento della scoperta si trovava in uno dei punti più vicini al Sole lungo la sua orbita, rendendo l’osservazione più favorevole. Una coincidenza di non poco conto. Oggi Sedna non è l’unico oggetto transnettuniano; tra i principali Plutone e Eris

mercoledì 13 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 novembre.
Il 13 novembre 1917 ebbe inizio la prima battaglia del Piave.
Dal 13 al 26 novembre del 1917, nell’ambito della Prima guerra mondiale, il Regio esercito italiano e le armate dell’Impero tedesco e austroungarico si diedero battaglia lungo la linea del Piave, al confine fra Trentino e Veneto. L’evento è ricordato come Prima battaglia del Piave e si distingue dalla Seconda battaglia del Piave, avvenuta pochi mesi dopo, dal 15 al 22 giugno 1918.
Il particolare posizionamento era stato deciso come linea di ripiegamento al tempo dell’offensiva austroungarica in Trentino. Divenne quasi necessario dopo la disfatta di Caporetto.
La resistenza italiana, in particolare, combatté nel territorio compreso fra: il fiume Brenta, Col Moschin, Monte Grappa, Monte Tomba, Monfenera; a nord: Monti Fontana Secca, Prassalan, Roncon, Tomatino e nelle prealpi bellunesi.
Ad avanzare e retrocedere furono 15 divisioni italiane e 38 austroungariche. Gli italiani in battaglia, in particolare, si raccolsero nella terza e quarta armata, totalizzando 8.343 ufficiali e 219.694 soldati.
Il 27 ottobre del 1917, a seguito della drammatica vicenda di Caporetto, il generale Cadorna ordinò la ritirata verso il Piave. Un’orda di soldati avanzò fra Veneto e Trentino ritrovando sulla strada centinaia di migliaia di profughi. Mentre i nemici proseguirono nonostante la distruzione di ponti e tentativi di accerchiamento.
Il mese di Novembre fu tutto occupato da azioni di avanzamento e ritirata, attacchi e resistenze. Il 1° novembre la X armata austroungarica attaccò i fanti italiani in ritirata; il giorno 13 novembre la fanteria austroungarica venne arrestata da 8 battaglioni di alpini; il 14, il 15 e il 16 nuovi attacchi fecero contare gravissime perdite da entrambe le parti e numerosi prigionieri.
Il 17 novembre al Regio Esercito si aggiunsero: la “Brigata Gaeta”, i giovanissimi di Classe ’99. A seguire si aggiunsero numerose altre divisioni rimodulate da soldati fuggiti e sopravvissuti da precedenti compartimenti.
Nuovi attacchi avvennero dal 20 novembre sul Monte Pertica e nelle vicinanze di Alano di Piave, sul fronte del Monte Grappa. Ancora fino al giorno 26, quando 15 battaglioni austroungarico-tedeschi vennero respinti definitivamente da 12 battaglioni italiani, i quali segnarono la vittoria della resistenza.
Sono diverse le caratteristiche che spiegano la vittoria degli italiani nella Prima battaglia del Piave. A seguito della grave sconfitta di Caporetto, il morale delle truppe era a terra. Porsi sul Piave però, da quanto si evince dai documenti storici militari, diede alle truppe quel senso di difesa del territorio che era mancato in altre fasi del conflitto.
Essere sulla linea del Piave rese, cioè, molto più vivo il senso di difesa del Paese, alle spalle, dal nemico. Inoltre, gli italiani di Luigi Cadorna e poi Armando Diaz vinsero per un altro motivo: sempre memori degli errori di Caporetto, ridussero al minimo le circolari e la diffusione degli ordini.
Lo snellimento della burocrazia che aveva invece caratterizzato la fase precedente della guerra fece scaturire quella che gli storici definiscono la “difesa elastica”. Gli ufficiali del Regio Esercito disposero di una maggiore autonomia; il risultato fu di essere più veloci, più reattivi al nemico e al contempo più fermi moralmente dal punto di vista delle truppe sul territorio dello scontro.

martedì 12 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 novembre.
Il 12 novembre 1989 Occhetto pronunciò il discorso che diede inizio a quella che fu chiamata "la svolta della Bolognina".
Il 12 novembre del 1989 era domenica. Dalle 11 del mattino un gruppo di partigiani si era riunito in una sala comunale in via Tibaldi 17 a Bologna per le celebrazioni del quarantacinquesimo anniversario della battaglia di Porta Lame, un episodio della Resistenza italiana combattuto in alcuni quartieri di Bologna, tra cui Lame, Bolognina e Corticella, poi inglobati nel quartiere Navile.
Achille Occhetto partecipò a sorpresa all’incontro. In sala erano presenti solo due cronisti, il primo dell’Unità, l’altro dell’Ansa. Occhetto chiese la parola e parlò per circa sette minuti per quello che doveva essere un discorso commemorativo, di circostanza. Occhetto disse che era tempo di «andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato durante la Resistenza (…) Gorbaciov prima di dare il via ai cambiamenti in URSS incontrò i reduci e gli disse: voi avete vinto la Seconda guerra mondiale, ora se non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni». Disse anche le parole poi diventate più celebri: era necessario «non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso». Al cronista che gli chiese se le sue parole lasciassero presagire che il PCI avrebbe potuto anche cambiare nome, lui rispose: «Lasciano presagire tutto».
La “svolta”, secondo il racconto più diffuso, fu annunciata da Occhetto senza consultare il partito e questo fatto gli verrà rimproverato. Il giorno dopo l’annuncio la prima pagina dell’Unità (il direttore a quel tempo era Massimo D’Alema) titolava «Il giorno di Modrow. La Repubblica democratica tedesca elegge un nuovo premier». Al centro si trovava l’articolo sulla “svolta della Bolognina” intitolato: “Occhetto ai veterani della Resistenza: «Dobbiamo inventare strade nuove»”.
Della “svolta” si discusse ufficialmente il 13 novembre in segreteria del PCI e per altri due giorni in Direzione. Il tutto venne però rinviato al Comitato Centrale, che si aprì il 20 dello stesso mese. In quei giorni iniziarono comunque a delinearsi le diverse posizioni all’interno del PCI: da una parte quella che potremmo definire “la destra” del partito, fedele a Occhetto, e dall’altra parte “la sinistra” che assunse un iniziale atteggiamento di prudenza. Almeno fino al rientro da Madrid di Pietro Ingrao, storico leader della sinistra del PCI, che dichiarò: «Non sono d’accordo con la proposta avanzata da Occhetto. Spiegherò il mio dissenso nel Comitato centrale». Tra i militanti, nel frattempo, la svolta era stata accolta con rabbia, proteste e in modo piuttosto drammatico. Palombella Rossa, film del 1989 di Nanni Moretti, raccontò a modo suo quella fase.
Il 20 novembre si aprì il Comitato Centrale a Roma in via delle Botteghe Oscure. I suoi 300 membri discussero della svolta per cinque giorni (venendo accolti da 200 militanti in protesta). Nella sua relazione introduttiva Occhetto affermò di «condividere il tormento» dei compagni, ma chiese: «Fino a quando una forza di sinistra può durare senza risolvere il problema del potere, cioè di un potere diverso?». Da qui l’idea di fare un nuovo partito con altri partiti di sinistra (la «sinistra diffusa») per poi andare al governo col PSI e altri e con la DC all’opposizione. Occhetto chiuse avvertendo però che «prima viene la cosa e poi il nome. E la cosa è la costruzione in Italia di una nuova forza politica». Da quel momento in poi il dibattito sulla svolta della Bolognina sarà anche chiamato come il “dibattito sulla Cosa”. Nanni Moretti ci girò un documentario, intitolato appunto La Cosa, raccontando le discussioni – senza alcun commento – all’interno di alcune sezioni del Partito Comunista Italiano proprio nei giorni successivi alla proposta di Occhetto.
Il Comitato Centrale si concluse il 24 novembre con il voto di 326 membri su 374: i sì furono 219, i no 73 e gli astenuti 34. Il Comitato Centrale assunse la proposta del segretario «di dar vita ad una fase costituente di una nuova formazione politica», ma allo stesso tempo accettò la proposta delle opposizioni di indire un congresso straordinario entro quattro mesi. Il XIX e penultimo congresso del PCI si tenne dal 7 all’11 marzo del 1990. Le mozioni discusse furono tre: quella del segretario Achille Occhetto; quella firmata da Alessandro Natta e Pietro Ingrao, che invece si opponeva ad una modifica del nome, del simbolo e della tradizione; quella proposta da Armando Cossutta, simile alla seconda. Vinse la mozione di Occhetto con il 67 per cento delle preferenze: Achille Occhetto venne riconfermato segretario e pianse.
L’ultimo congresso del PCI si aprì il 31 gennaio del 1991 a Rimini (nel frattempo, alle elezioni regionali del 6 maggio del 1990 il PCI ottenne solo il 23,4 per cento a fronte del 33,4 per cento della Dc. Anche le iscrizioni furono in calo). «Cari compagni e care compagne, in molti sentono che è giunta in qualche modo l’ora di cambiare»: così iniziò l’ultimo discorso di Achille Occhetto come segretario del PCI. «Non si tratterà solo di cambiare targhe sulle porte delle sezioni, occorrerà andare a una grande opera di conquista e di proselitismo (…) Oggi è un momento importante della nostra vicenda collettiva e sarà un momento memorabile della storia politica d’Italia (…) Per costruire, con il compito, con l’orgoglio che vi guida, il futuro dell’Italia». La relazione di Occhetto durò due ore, fu appoggiata, tra gli altri, da Massimo D’Alema, Walter Veltroni e Piero Fassino. E vinse di nuovo: il 3 febbraio di quell’anno nacque il Partito Democratico della Sinistra. Il simbolo era una quercia; falce e martello comparivano in piccolo alla base del tronco della quercia. Occhetto divenne il primo segretario del PDS e Stefano Rodotà venne eletto come primo presidente.
Contrari si riconfermarono Armando Cossutta, Alessandro Natta, Pietro Ingrao, Sergio Garavini e Fausto Bertinotti (fu il cosiddetto “Fronte dei no”). Un gruppo di delegati di questa opposizione decise di non aderire al nuovo partito e di dare vita a una nuova formazione politica che mantenesse nel nome la parola “comunista”: il 15 dicembre del 1991 nacque Rifondazione Comunista.

lunedì 11 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 novembre.
L'11 novembre del 2000 si ebbe il terribile disastro del Kitzseinhorn, in Austria.
Si sono salvati solo in otto, gli altri 155 sono morti. Intrappolati su una funicolare che avrebbe dovuto portarli sulle piste di sci e che si è invece trasformata in un inferno di fiamme sulle Alpi austriache.
E' stata una morte orribile, senza possibilità di fuga. Il treno incendiato era fermo sotto un tunnel lungo tre chilometri a 2.400 metri di altezza. Le vittime erano tutti sciatori che la funicolare stava trasportando al ghiacciaio del Kitzsteinhorn, vicino a Salisburgo. Giovani per lo più: molti - ha detto il governatore della regione, Franz Schausberger - andavano a partecipare oppure ad assistere a una gara di snowboard, organizzata sul ghiacciaio. Altri avevano deciso all'ultimo momento di andarsi a godere una giornata di sport, approfittando del tempo sereno e del sole smagliante. Il convoglio è andato completamente distrutto.
La maggior parte di loro è morta quasi sicuramente per asfissia. Le otto persone sopravvissute si sono messe in salvo attraverso un finestrino del convoglio.
L'incendio è avvenuto 600 metri dopo l'ingresso della funicolare nella galleria. A quel punto il convoglio si è fermato automaticamente all'interno della galleria che è lunga 3,2 km. Mentre bruciava la funicolare, l'altro convoglio che con sistema pendolare stava scendendo a valle è rimasto ugualmente bloccato.
Il Kitzsteinhorn è a 3.203 metri di altitudine. La funicolare porta gli sciatori in quota da Thoerl, nella valle di Kaprun fino alle piste. Il tragitto è lungo 3.800 metri, di cui 3.200 all'interno del tunnel. L'incendio sul treno si è sviluppato intorno alle 9,30 e, dopo avere considerato le valutazioni degli esperti, si è giunti alla conclusione che le fiamme del tunnel sotto al ghiacciaio si sono sprigionate da un radiatore difettoso: questo avrebbe perso dell'olio, che a sua volta si sarebbe infiammato.
In seguito si decise di mantenere in funzione il tunnel soltanto per il trasporto delle merci.
I turisti giungono ora alle pista di sci mediante una funivia inaugurata il 19 ottobre 2002.

domenica 10 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 novembre.
Il 10 novembre del 1995 lo scrittore e attivista dei diritti umani Ken Saro-Wiwa veniva impiccato in Nigeria dalle forze militari del Paese, nonostante le numerose richieste arrivate da tutto il mondo perché gli si concedesse la grazia.
Saro-Wiwa aveva condotto un campagna nonviolenta contro il degrado ambientale causato dalle estrazioni di petrolio nel delta del Niger, dove vivono gli Ogoni, una minoranza etnica di cui Saro-Wiwa faceva parte.
Insieme ad altri otto dissidenti, Saro-Wiwa venne portato in catene nella prigione nella città di Port Harcourt, nel sud della Nigeria. Lì furono tutti impiccati alle sette e mezzo di mattina del 10 novembre.
Le indagini condotte dalle Nazioni Unite hanno provato che il processo che ha portato alla morte di Saro-Wiwa è stato ingiusto. L’allora premier britannico John Major aveva definito le esecuzioni un “omicidio giudiziario”.
La condanna alla pena di morte arrivò 10 giorni dopo che Saro-Wiwa e gli altri furono giudicati colpevoli di quattro omicidi. Saro-Wiwa continuò però a sostenere che il vero motivo della condanna fosse la protesta condotta contro l’industria del petrolio, fondamentale per l’economia nigeriana.
A capo del Movimento per la sopravvivenza degli Ogoni, Saro-Wiwa aveva combattuto l’impatto ambientale delle grandi aziende petrolifere sul delta del Niger.
Il 90 per cento dei ricavi prodotti dalle esportazioni nigeriane è costituito dalla vendita del petrolio all’estero. Questo ha portato il paese a opporsi alle proteste ambientaliste come quella di Saro-Wiwa e a continuare a collaborare con le aziende petrolifere.
Le estrazioni e le fuoriuscite di petrolio hanno inquinato pesantemente la terra degli Ogoni. Secondo i ricercatori, ancora nel 2015 gli abitanti di quella comunità bevevano acqua contenente una quantità di benzene 900 volte superiore al livello definito accettabile dall’Organizzazione mondiale della sanità.
“Non è cambiato nulla”, dichiarò anni fa durante un’intervista alla Bbc Lazarus Taman, il coordinatore del Movimento per la sopravvivenza degli Ogoni. “Sola la puzza [di petrolio] è così forte che non riesci a stare lì per troppo tempo. Le persone continuano a morire ogni giorno. Il problema non potrà mai essere risolto”.
Secondo Taman, Saro-Wiwa aveva “predetto la maggior parte di ciò che è effettivamente accaduto”.
Ripulire la zona dalle fuoriuscite di petrolio, a detta delle Nazioni Unite, sarebbe un processo lungo e costoso. Servirebbe quasi un miliardo di dollari solo per i primi cinque anni di lavoro, e molti altri ancora per terminarlo, in un tempo stimato di circa 30 anni.

sabato 9 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 novembre.
Il 9 novembre 1046, a seguito di un terremoto, si genera l'enorme frana dei Lavini di Marco, in Trentino.
Si tratta di un grande ammasso di blocchi calcarei caduti in epoca remota dalle pendici del monte Zugna.
L'estensione e l'imponenza della frana, disposta su un perimetro molto ampio, impressionò fortemente lo stesso Dante, che la descrisse come "la ruina che nel fianco di qua da Trento l'Adige percosse...".
Da allora la zona viene appunto chiamata -la ruina dantesca o -lavini danteschi.
A seguito della frana e dall'erosione operata dagli agenti atmosferici il calcare di origine Giurassica presente nell'area è stato riportato in superficie e questo ha permesso, nel 1990, il ritrovamento di numerose orme isolate e vere e proprie piste lasciate da dinosauri.
Con oltre mille impronte finora scoperte, in molti casi organizzate in serie fino a 24 impronte, allineate lungo decine di piste, l'associazione icnologica di Rovereto è databile a circa 200 milioni di anni fa. I dinosauri documentati da queste tracce fossili erano numerosi, a volte lunghi fino a più di dieci metri e appartenenti a gruppi disparati. Centinaia di orme sono attribuibili a carnivori teropodi di dimensioni molto variabili, quasi altrettante le piste degli erbivori, tra i quali figuravano una ventina di antichissimi sauropodi, considerate fino ad oggi le piste di sauropodi più antiche mai scoperte e alcune di erbivori primitivi di piccole dimensioni appartenenti al gruppo degli ornitischia. Ai Lavini è documentata anche la presenza di animali molto più piccoli e di incerta attribuzione, ma non dinosauri. Le loro tracce non sono facili da riconoscere, a volte conservate in luoghi impervi e di difficile accesso. Altri animali che hanno lasciato traccia di sé sono bivalvi e gasteropodi, crostacei, rettili lacertoidi e forse mammiferi primitivi.
I Lavini di Marco grazie alla loro particolarità  sono stati inseriti in area di tutela all'interno di un biotopo.
Attualmente l'area si presenta come un enorme deposito di blocchi calcarei di dimensioni medio grandi intervallati da aree detritiche e colatoi calcarei, praticamente lisci a causa dell'erosione degli agenti atmosferici (dove sono visibili le orme).
Nel complesso l'impressione, anche a causa dell'esposizione Sud, è quella di un paesaggio pressoché desertico e lunare con temperature molto elevate nel periodo estivo.

venerdì 8 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 novembre.
L'8 novembre 63 a.C. Cicerone pronuncia in Senato un'orazione contro Catilina, sventando così la sua congiura.
Al periodo che va dal 66 al 62 a.C. – gli anni nei quali Cicerone ricoprì le due più alte cariche dello Stato romano, la pretura nel 66 e il consolato nel 63 – appartengono importanti discorsi politici. Il momento più alto dell’oratoria politica ciceroniana in questo periodo è costituito dalle famose Catilinarie, quattro orazioni, due pronunciate in senato e due davanti al popolo, contro Lucio Sergio Catilina, ideatore e organizzatore di una congiura contro lo Stato.
L'antefatto: fallito per ben quattro volte il tentativo di farsi eleggere console, Catilina decise di prendere il potere con un colpo di stato. Già durante il mese di ottobre del 63 a.C., gruppi di ribelli si erano andati organizzando in varie regioni d’Italia e il Senato aveva dovuto prendere vari provvedimenti per difendere la sicurezza dello Stato. Ma nella notte tra il 6 e il 7 novembre si tenne la riunione decisiva dei congiurati, in cui furono messi a punto tutti i particolari del piano insurrezionale. Cicerone, informato da Fulvia (l’amante di Quinto Curio, uno dei congiurati), sventò l’attacco e l’8 novembre, nella seduta senatoria convocata nel tempio di Giove Statore sull’Aventino, pronunciò la prima delle quattro Catilinarie.
 La prima Catilinaria è sicuramente quella più nota; essa comincia con una delle frasi più conosciute di tutta la letteratura latina: «Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?», «Fino a quando, o Catilina, abuserai della nostra pazienza?».
Ciò che vi proponiamo, dunque, di queste quattro Catilinarie è l’exordium, ovvero l’introduzione necessaria all’oratore per conquistare il consenso e la simpatia degli uditori.
Exordium, Prima Catilinaria, 1-2
Fino a quando, o Catilina, abuserai della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora il tuo folle comportamento si farà beffe di noi? Fino a che punto si scatenerà questa tua sfrontatezza che non conosce freno? Non ti fanno nessuna impressione né il reparto armato che di notte presidia il Palatino, né le pattuglie che svolgono servizio di ronda in città, né l’ansiosa preoccupazione del popolo, né il concorde accorrere di tutti i buoni cittadini, né questa sede così ben fortificata per la seduta del Senato, né lespressione del volto dei presenti? Non ti accorgi che le tue trame sono palesi? Non vedi che la tua congiura, conosciuta com’è da tutti i presenti, è ormai tenuta strettamente sotto controllo? Chi di noi, a tuo avviso, ignora cosa hai fatto la notte scorsa e quella precedente, dove sei stato, chi hai convocato, che decisione hai presa?
Che tempi! Che costumi! E il Senato comprende bene tutto ciò, il console lo vede: eppure costui è ancora in vita. In vita? Ma non basta! Si presenta perfino in Senato, partecipa alle deliberazioni di Stato e con lo sguardo indica, destinandolo alla morte, ognuno di noi. Noi invece, da uomini pieni di coraggio quali siamo, riteniamo di compiere il nostro dovere verso la patria soltanto se riusciamo a scansare le armi al servizio della follia di costui! È a morte, Catilina, che già da tempo si sarebbe dovuto condurti per ordine del console; è contro di te che si sarebbe dovuto rivolgere quel colpo mortale che tu già da un pezzo vai macchinando contro tutti noi.
Catilina, per nulla intimorito, reagì esortando a sua volta i senatori a non prestare ascolto a un inquilinus civis urbis Romae, a un inquilino dell’Urbe. Il giorno dopo, tuttavia, Catilina decise di abbandonare Roma per raggiungere l’esercito accampato in Etruria. Cicerone, nello stesso giorno, il 9 novembre, pronunciò la seconda delle quattro Catilinarie, stavolta al popolo riunito nel foro, per informarlo dei fatti accaduti nella notte.
Qualche giorno dopo Catilina, che aveva osato recarsi in Etruria con i fasci littori e con l’insegna delle legioni romane, fu proclamato dal Senato hostis publicus, nemico pubblico. Il console Antonio ebbe l’incarico di marciare contro di lui con un esercito. Intanto a Roma Cicerone riuscì a procurarsi le prove della congiura grazie al tradimento degli ambasciatori degli Allobrogi (bellicosa tribù celtica della Gallia): due seguaci di Catilina, infatti, Lentulo e Cetego, contattarono gli Allobrogi per chiedere l’aiuto della loro cavalleria. Gli Allobrogi decisero di raccontare i fatti a Cicerone e, su consiglio del console, e per le promesse ricevute, accettarono di prestarsi al doppio gioco; fecero credere di essere disponibili e chiesero un accordo scritto.
La notte tra il 2 e il 3 dicembre Lentulo e Cetego, mentre si allontanavano da Roma per raggiungere Catilina, furono catturati e interrogati; consegnarono i documenti compromettenti con le firme dei congiurati e così Cicerone ebbe finalmente le prove da tempo ricercate.
La sera del 3 dicembre Cicerone pronunciò la terza delle quattro Catilinarie davanti al popolo, per informarlo degli ultimi eventi. Due giorni dopo, il 5 dicembre, si svolse in Senato un dibattito sulla sorte dei cinque complici di Catilina scoperti e arrestati. Il console Silano proponeva la condanna a morte, Cesare invece l’esilio a vita e la confisca dei beni.
Cicerone pronunciò a questo punto la quarta Catilinaria; sostenne anche lui la necessità della condanna a morte, ma si rimise alla volontà dei senatori. Fu risolutore poi l’intervento di Catone Uticense, pronipote di Catone il Censore, decisamente favorevole alla pena capitale.
I cinque congiurati la notte stessa furono strangolati nel carcere Mamertino. Cicerone ne diede notizia al popolo esclamando: Vixerunt, «hanno cessato di vivere».
Un mese dopo, il 5 gennaio del 62 a.C., si svolse la battaglia di Pistoia, che vide la definitiva sconfitta dei congiurati. Catilina morì combattendo valorosamente, «memore del lignaggio e dell’antica sua dignità», si legge nel capitolo 60 del Bellum Catilinae di Sallustio.

giovedì 7 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 novembre.
Il 7 novembre 1916 viene eletta alla Camera dei Rappresentanti Jeannette Rankin, prima donna in assoluto a presenziare in una delle Camere Legislative Statunitensi.
Laureata all'Università del Montana nel 1902, lavorò per vari anni come assistente sociale a Seattle ed iniziò a fare politica sostenendo le suffragette: la sua battaglia fu decisiva al fine di dare il diritto di voto alle donne nel Montana.
Il 7 novembre del 1916 fu eletta con il Partito Repubblicano alla Camera dei Rappresentanti e nuovamente nel 1941. Fu la prima donna ad essere eletta membro in uno dei due rami del Parlamento.
Fervente pacifista, fu l'unico membro del Congresso a votare contro la dichiarazione di guerra al Giappone, dopo l'attacco di Pearl Harbor. In precedenza si era anche opposta alla partecipazione degli USA alla Prima guerra mondiale e, sul finire della sua vita, quando ormai non aveva più cariche istituzionali, si oppose anche alla guerra del Vietnam.
La scelta di non appoggiare l'entrata in guerra degli Stati Uniti contro le potenze dell'Asse la rese molto impopolare tra l'elettorato repubblicano: per questo Jeannette Rankin dal 1943 in poi non si candidò più ed al termine della Seconda guerra mondiale si recò in India dove divenne una sostenitrice della nonviolenza di Mahatma Gandhi.
Ammiratrice di Martin Luther King, fu amica di sua moglie Coretta Scott King e della cantante folk Judy Collins.
La Rankin morì il 18 maggio 1973, all'età di 92 anni, a Carmel, in California. Nelle sue volontà testamentari lasciò tutti i suoi averi, inclusa la dimora di Watskinsville, in Georgia, "per aiutare le donne adulte che hanno perso il lavoro". La sua residenza in Montana, conosciuta come il Ranch Rankin, fu aggiunta nel 1976 al Registro dei Luoghi Storici. La Fondazione Jeannette Rankin (ora nota come Fondo per la scolarizzazione delle donne Jeannette Rankin) è una organizzazione no profit che ogni anno premia con una borsa di studio donne di basso reddito over 35  in tutti gli Stati Uniti. Esordì con una borsa di studio da 500 dollari nel 1978 per una singola donna, da allora ha elargito oltre 1,8 milioni di dollari a più di 700 donne.
Una statua della Rankin, con l'iscrizione "non posso votare per la guerra", venne posta nella Sala delle Statue al Campidoglio degli Stati Uniti nel 1985. Durante la sua inaugurazione lo storico Joan Hoff-Wilson la definì "una delle più controverse donne senza uguali del Montana e della storia politica americana".
Nel 1993 la Rankin fu iscritta nella National Women's Hall of Fame.

mercoledì 6 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 novembre.
Il 6 novembre 1881 viene fondata l'Accademia Navale di Livorno.
A Livorno, dove ora sorge l’Accademia Navale, in passato si trovava il lazzaretto di San Jacopo, che era stato costruito a partire dal XVII secolo per la quarantena degli equipaggi delle navi provenienti dal Medio Oriente. La struttura, collegata al più antico lazzaretto di San Rocco, fu ampliata nel 1721 e nel 1754. Poco più a sud si trovava il lazzaretto di San Leopoldo, eretto nel 1773, per volontà del Granduca di Toscana Pietro Leopoldo.
La nascita del prestigioso istituto fu auspicata dal Conte Camillo Benso di Cavour per la creazione di un’unica scuola dove formare i giovani ufficiali di Marina del neonato Regno d’Italia. Il nuovo complesso aveva lo scopo di incorporare la “Regia Scuola di Marina” del Regno di Sardegna, con sede a Genova, e l’Istituto di formazione della Marina borbonica situato a Napoli, al fine di armonizzare la preparazione dei dirigenti delle due Marine. La scuola di marineria nacque dunque a Livorno, per legge del 1868 presentata dall’allora ministro della Marina, l’ammiraglio Benedetto Brin.
L’Accademia, dalla sua fondazione, ha formato migliaia di “professionisti del mare” a partire ad esempio dall’ultimo figlio maschio di Giuseppe Garibaldi, Manlio Garibaldi, e ha attraversato buona parte della storia dell’Italia unita senza mai voltare le spalle ad un passato tanto glorioso quanto a volte scomodo, valorizzando l’azione di ufficiali che hanno scritto le pagine più eroiche e spettacolari dei due conflitti mondiali.
Il corpo principale dell’Accademia, al quale si accede percorrendo un viale alberato dall’ingresso del cancello di San Jacopo posto sul lungomare di viale Italia, è costituito da un ampio edificio a tre piani formato da tre ali perpendicolari a racchiudere un’ampia piazza d’armi interna, il così detto Piazzale. Una larga “galleria” costeggia tre dei quattro lati del Piazzale, in questa si notano da un lato i volti e i nomi degli ufficiali Medaglia d’Oro al Valor Militare con la rispettiva motivazione del conseguimento dell’onorificenza, e dall’altro le immagini di una serie di unità navali dal diciannovesimo secolo fino a Nave Cavour. La suggestione di questo ambiente è completata dai mosaici delle costellazioni sul pavimento oltre che da un grande bassorilievo del Mediterraneo su cui è segnato il naviglio italiano e alleato affondato nel corso del secondo conflitto mondiale.
Nella piazza d’armi, luogo del giuramento, è situato un brigantino interrato che serve per l’esercitazione nelle manovre delle vele e come preparazione per quella che sarà la campagna addestrativa estiva dei frequentatori della prima Classe su Nave Vespucci, al termine della quale nasce il vero e proprio corso con il nome scelto dagli allievi che sancisce il passaggio da “pivoli” ad “anziani”.
Imperante è il motto dell’Accademia Navale, “Patria e onore”, situato sul torrino della facciata interna dell’edificio, parole che devono essere il fondamento del valore e del comportamento insegnati nell’Istituto, per la formazione di uomini e futuri ufficiali pronti a rispondere alla chiamata della Nazione in modo disciplinato, con dedizione, sincero, onesto e assumendosi sempre le proprie responsabilità. A completare la serie di motti, che caratterizzano ed enfatizzano la giornata dell’allievo, ci sono quello d’annunziano “Arma la prora e salpa verso il mondo”, quello dell’allora comandante dell’Accademia Paolo Thaon di Revel “Siate senza macchia e sarete senza paura” e il motto “Ovunque tu sia, abbi un cuore ardito ed una mente audace”.
Il corpo principale della struttura, chiamato “Palazzo Allievi”, ospita le camerate delle varie classi, oltre che alla mensa e a diverse sale studio in una delle quali sono presenti le foto dei frequentatori che sono stati capo corso per almeno tre anni di fila. Molti di questi sono diventati Capo di Stato Maggiore, tra i quali c’è anche l’attuale comandante, ammiraglio Valter Girardelli.
Accanto al “Palazzo Allievi” sorge “Palazzo Studi”, costruito nel 1966 e in cui si trovano i laboratori scientifici e le aule specialistiche. Il complesso dell’Accademia Navale copre un’estensione davvero notevole e comprende, tra gli altri: piccolo porticciolo per la rimessa delle barche a vela, piscina, palestra, circuito di atletica, alcuni campetti, biblioteche, cinema, auditorium e diversi simulatori di plancia per l’addestramento a quelli che sono i compiti di un ufficiale in plancia di comando.

martedì 5 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 novembre.
Il 5 novembre 1989 muore il celebre pianista Vladimir Horowitz.
Il grande pianista Vladimir Horowitz nasce in Ucraina il giorno 1 ottobre 1903. All'età di cinque anni prende le sue prime lezioni di pianoforte dalla madre Sophie. Sembra mostrare interesse per la composizione a partire dai dodici anni. Nel 1912 inizia a studiare al Conservatorio di Kiev con Sergei Tarnovsky e Felix Blumenfeld. Nel 1914 conosce e suona per Alexander Skjabin; nel 1919 lascia il conservatorio, suonando il Concerto N.3 di Rachmaninov.
Horowitz debutta a Kiev nel 1920 e in due anni effettua concerti in tutta la Russia. Lascia il suo Paese per l'Europa occidentale nell'autunno del 1925, debuttando a Berlino nel 1926.
Nello stesso anno ha l'occasione di suonare il Concerto N.1 di Tchaikovsky con la Amburgo Philharmonic: l'enorme successo ottenuto da quell'esecuzione contribuirà molto per affermare la sua fama in Germania e nelle maggiori capitali musicali europee.
Nel 1928 Horowitz debutta a New York, con il concerto di Tchaikovsky, con la New York Philharmonic diretta da sir Thomas Beecham, seguito da un recital e da un vasto tour americano. Lo stesso anno suona il Concerto N.3 di Rachmaninov per il compositore. I due grandi pianisti rimarranno intimi amici fino alla morte di Rachmaninov, nel 1943.
Nel 1930 Horowitz efffettua la prima delle sue tre registrazioni del Concerto N.3 di Rachmaninov con la London Symphony Orchestra diretta da Albert Coates.
Ormai Horowitz aveva suonato con quasi tutti i più grandi direttori del mondo, tranne che con Arturo Toscanini. Nel mese di ottobre del 1932, durante un ciclo di concerti dedicati a Beethoven che lo stesso direttore propose per la Carnegie Hall con la New York Philharmonic, Toscanini dirige Horowitz nel Quinto Concerto di Beethoven (Imperatore). Il grande direttore italiano rimane immediatamente entusiasta dell'interpretazione di Vladimir Horowitz: sarà l'inizio di una lunga collaborazione fra i due artisti sia nei concerti che nelle registrazioni.
Il 21 dicembre 1933 Horowitz sposa Wanda, figlia di Arturo Toscanini.
Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel 1939, le famiglie di Horowitz e di Toscanini si trasferiscono in America: Horowitz tornerà a suonare in Europa fino al 1951.
Nel 1943 esegue il Concerto N.1 di Tchaikovsky alla Carnegie Hall sotto la direzione di Toscanini: nell'occasione si raccolgono oltre 10 milioni di dollari per le fatiche di guerra. Horowitz diviene cittadino americano nel 1945.
Vladimir Horowitz si ritira dall'attività concertistica nel 1953, continuando tuttavia ad effettuare registrazioni e firmando un contratto esclusivo con la CBS Masterworks nel 1962.
Il 9 maggio 1965 tiene uno storico concerto che segna il suo definitivo ritorno e l'inizio di uno straordinario periodo produttivo della sua carriera. Nel 1968 un suo concerto viene trasmesso in televisione dalla CBS, per la durata di un'ora. Continuerà a registrare per la CBS Masterworks fino al 1973, poi tornerà alla RCA.
Nel 1978 celebra il "Golden Jubilee" del suo debutto americano suonando il Concerto N.3 di Rachmaninov con la New York Philharmonic Orchestra, diretta da Eugene Ormandy. Durante lo stesso anno suona alla Casa Bianca per il presidente Carter. Del 1982 è il primo recital di Horowitz, a Londra "all'invito del principe Carlo".
Nel 1986 va per la prima volta in Russia, tenendo concerti a Mosca e Leningrado che raccolgono entusiastici successi. Nel 1989 registra la "Sonata per pianoforte in Mi maggiore" di Haydn; Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen e la trascrizione del Liebestod di Isolde di Liszt, e una selezione di musiche di Chopin per la Sony Classical.
Vladimir Horowitz muore il 5 novembre 1989 per un attacco di cuore. La sua salma è sepolta nella tomba della famiglia Toscanini, presso il Cimitero Monumentale di Milano.



lunedì 4 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 novembre.
Il 4 novembre 1925 Benito Mussolini subì il primo attentato della sua carriera politica. Ne subì quattro prima di essere ucciso il 28 aprile 1945 vicino ai cancelli di villa Belmonte nei pressi di Dongo. L’attentato fu organizzato da Tito Zaniboni, un socialista riformista appartenente al partito Socialista Unitario di Giacomo Matteotti.
Zaniboni organizzò l’attentato con l’aiuto di un gruppo di persone che in realtà conoscevano le sue intenzioni ma che non gli avevano dato un aiuto fondamentale, probabilmente solo un piccolo sostegno economico; fra questi pare che ci fosse anche il generale Luigi Capello che venne arrestato alcuni giorni dopo l’attentato e  che respinse sempre le accuse a suo carico dichiarandosi innocente.
Il luogo dell’attentato doveva essere la terrazza di palazzo Chigi da cui Mussolini si sarebbe affacciato per festeggiare il VII anniversario della vittoria italiana nella Prima guerra mondiale. Zaniboni avrebbe dovuto sparare da una camera dell’albergo Dragoni che si affacciava sul palazzo; all’interno della stanza, nascosto in un armadio, c’era un fucile austriaco di precisione che sarebbe servito per colpire il Duce mentre pronunciava il suo discorso.
Zaniboni, però, non era a conoscenza del fatto che all’interno del suo gruppo c’era un infiltrato dell’OVRA (una struttura di polizia segreta di epoca fascista  la cui denominazione non è stata mai realmente chiarita ma che dovrebbe essere “Opera di Vigilanza e di Repressione dell’Antifascismo), Carlo Quaglia, che aveva già allertato le forze dell’ordine le quali seguivano ogni movimento dell’attentatore già da alcuni giorni.
Quando Zaniboni entrò in albergo venne subito arrestato e condotto in carcere. Pochi giorni dopo il Partito Socialista Unitario e il suo giornale “La giustizia” vennero chiusi.
L’attentatore rimase in carcere quasi due anni prima di subire il processo che si svolse l’11 aprile del 1927. Tito Zaniboni fu contradditorio nelle sue dichiarazioni e anche in seguito il suo comportamento non fu limpidissimo. Durante il processo, infatti, fece due dichiarazioni differenti e contraddittorie: prima ammise di voler svolgere un’azione dimostrativa e di non voler colpire Mussolini ma, forse, solo Roberto Farinacci; in seguito invece ammise che il suo obiettivo era il Duce.
L’unico complice identificato ma che Zaniboni non riconobbe come tale fu il Generale Capello il quale venne condannato a 30 anni, una pena più severa di quella di Zaniboni, che invece fu condannato a 25 anni.
Malgrado la sua palese posizione antifascista, l’attentatore scrisse, nel 1939, una serie di dichiarazioni a favore di Mussolini, del suo governo e dell’operato fascista. Alla fine della guerra ebbe degli incarichi importanti nell’ambito della ricostruzione  e dell’epurazione del fascismo.
Ma chi era Tito Zaniboni?
Era un socialista riformista che iniziò la sua carriera politica come consigliere provinciale di Volta Mantovana, provincia di Mantova, non troppo lontano dal suo comune di nascita Monzambano dove era nato nel 1883 e di cui divenne sindaco nel 1920.
Le contraddizioni che dimostrò durante il processo contraddistinsero anche la sua vita politica. Era stato, infatti, un alpino durante la Prima guerra mondiale anche se inizialmente era stato contro l’interventismo in guerra e in seguito, invece, era passato dalla parte di coloro che volevano l’Italia fra le potenze belligeranti.
Successivamente appoggiò le posizioni di Gabriele D’Annunzio e in particolare la sua avventura di Fiume. Fu anche un massone e deputato, sempre per il Partito Socialista, prima di essere espulso con altri riformisti e di aderire al Partito Socialista Unitario di Matteotti.
Fino all’omicidio di Matteotti non aveva espresso posizioni critiche contro il fascismo ma da lì in poi ne divenne un oppositore feroce, accusando i fascisti dell’omicidio del suo amico e collega di partito. Dopo l’attentato passò 18 anni in carcere e l’8 settembre del 1943, per volontà di Pietro Badoglio, venne scarcerato e gli fu offerto un posto nel governo. Rifiutò l’offerta ma quando lo stesso Badoglio gli offrì la carica di Alto commissario per l’epurazione nazionale del fascismo accettò.
Fu una delle mosse politiche di Badoglio per cercare di ripulire la facciata del governo nazionale e della Corona e per questo fu criticata anche dal Partito Socialista.
Successivamente cambiò incarico, forse perché inadeguato, e anche perché l’Alto commissariato non epurava proprio nulla non avendo un’identità precisa e qualificata. Il nuovo incarico fu meno compromettente perché si trattava di organizzare una serie di interventi a favore dei profughi e dei reduci di guerra.
Era il 1945 e la figura di Zaniboni scompariva dalla scena politica, acquetando i malumori del Partito Socialista che non riconosceva i governi Badoglio e nel quale era rientrato, e per il quale fu eletto deputato. Tito Zaniboni morì nel 1960, cinque anni dopo il suo ritiro dalla scena politica.

domenica 3 novembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 novembre.
Il 3 novembre 1867 le truppe franco-pontificie sconfiggono i garibaldini nella Battaglia di Mentana.
La battaglia di Mentana si è svolta domenica 3 novembre 1867 dalle ore 12,30 al tramonto.
Mentana (Provincia di Roma e Diocesi Sabina-Poggio Mirteto) situata al 23 km della via Nomentana, nel 1867 aveva 700 abitanti e oggi oltre 20.000.
Le forze in campo erano da una parte i franco-pontifici e dall’altra i volontari italiani detti garibaldini. I comandanti erano rispettivamente i generali De Failly per i francesi, Kanzler per i pontifici e Giuseppe Garibaldi per i suoi garibaldini.
Dai rapporti delle parti combattenti, dagli scritti dei memorialisti e dalle ricostruzioni degli storici si assiste ad una stima di cifre in cui dalla prima parte si era in 4.913 uomini (2000 francesi, 1500 zuavi, 540 legionari romani, 520 carabinieri, 196 dragoni, 117 artiglieri, 80 genio zappatori, 50 gendarmi) e dall’altra in 4.752 volontari (tra cui veterani e finanzieri).
Il bollettino elenca tra i garibaldini: 150 morti, 220 feriti e 1057 prigionieri; tra i pontifici 30 morti (24 zuavi, 5 carabinieri, 1 artigliere) e 103 feriti; tra i francesi 2 morti e 38 feriti.
Perché questa battaglia?
La sua causa va ricercata nella definizione della « questione romana » ovvero nella definizione di Roma capitale e nel tentativo di Giuseppe Garibaldi di imprimere la svolta a motivo del ritiro del contingente francese presente nello Stato della Chiesa entro il dicembre 1866 a seguito di quanto previsto dalla "Convenzione di Settembre del 1864" stipulata tra la Francia e il Regno d’Italia.
Che cosa significa « questione romana » ?
Dopo il Congresso di Vienna nel 1815 con la politica della "restaurazione" ovvero il ritorno dei sovrani nei loro stati, l’Italia divisa in nove stati, fu attraversata dalle idee rivoluzionarie francesi che si manifestarono in moti insurrezionali e nella richiesta di statuti. Da qui inizia il cammino del movimento risorgimentale per l’unità d’Italia.
La « questione romana » rappresentò la meta di quella idea e il conflitto tra il movimento nazionale e la Santa Sede sulla legittimità del potere temporale del papato che si originò nel 756 con la fondazione del Patrimonio di San Pietro chiamato dal 1815 Stato della Chiesa.
Il tentativo di intervenire sull’argomento ebbe vari contributi per la sua definizione sia dal punto di vista diplomatico che politico mentre quello di Garibaldi fu di tipo militare con i tentativi dell’Aspromonte nel 1862 e di Mentana nel 1867.
La « breccia di Porta Pia » del 20 settembre 1870 e il plebiscito del 2 ottobre sanzionò la conquista della capitale ma non chiuse la questione che si trascinò fino a quel 11 febbraio 1929 con la conciliazione dei "Patti Lateranensi" e la creazione dello Stato della Città del Vaticano.
Quale fu l’esito e il significato della battaglia?
L’esito della battaglia fu quello della vittoria dei franco-pontifici.
Il suo fu un effetto moltiplicatore e soprattutto quello di attrarre attenzione su un problema aperto come quello dell’unità d’Italia nonostante la vittoria franco-pontificia. Se vogliamo fu una vittoria con un effetto di breve durata perché consentì lo svolgimento parziale del Concilio Vaticano I interrotto per il precipitare degli eventi che culmineranno con la « breccia di Porta Pia ».
Mentana non era un obiettivo militare ma bensì politico che accelerò la pressione sull’argomento, tanto che si dice che Mentana segnò i prodromi di Roma capitale.
Si può parlare di strategia della battaglia?
La battaglia di Mentana offre riflessioni sulle forze in campo …e sulle loro strategie.
Secondo i piani di Garibaldi l’invasione dello Stato della Chiesa, doveva procedere in tre direzioni tendenti ad accerchiare Roma: la prima o ala centrale affidata a Menotti Garibaldi (da Terni a Monterotondo), la seconda o ala destra guidata da Nicola Acerbi (da Orvieto verso Viterbo) e la terza o ala sinistra da Giovanni Nicotera (Nicotera e Salomone da Pontecorvo e Aquila verso Velletri). A Stefano Canzio spettava di organizzare una spedizione marittima da sbarcare sulle coste romane nei pressi di Montalto.
Quando si è passati il confine i volontari, disposti in battaglioni-colonne, si sono sparsi in vari centri per sfruttare la tipologia territoriale (mimetizzazione, barricate, guerriglia) ma l’assenza della logistica e dell’addestramento come della disciplina e dell’armamento adeguato si sfaldarono davanti all’altro schieramento.
I franco-pontifici che mossero inizialmente in due tronconi (salaria – nomentana) si riunirono al momento opportuno facendo valere la loro forza superiore in numero di uomini e mezzi per prendere tra due fuochi i garibaldini. Nei franco-pontifici prevaleva la sinergia, la disciplina, il movimento.
I volontari garibaldini combattevano al grido di "Viva Garibaldi", "Viva la libertà", "Roma o morte" a cui rispondevano i franco-pontifici con "Viva il Papa", "Viva l’Imperatore", "Vittoria o morte".
Non fu sufficiente la presenza del carisma di Giuseppe Garibaldi a questi volontari, indubbiamente diversi da quelli della prima ora, che "malarmati, malcalzati, malvestiti" sperimentarono l’effetto delle armi nemiche.
L’armamento dei garibaldini era antiquato, in molti casi erano i fucili requisiti alla Guardia Nazionale, più da rottamare che da mostrare, in altri casi erano armi bianche o adattate. L’armamento dei franco-pontifici era notevole: dal devastante Stutzen alla precisione del Remington, dalla lunga gittata del Miniè al nuovo modello a ripetizione dello Chassepot con dodici colpi al minuto.
Oltre a questo non va trascurata l’alimentazione (scarsa e precaria per i garibaldini) e l’organizzazione che sul campo produceva anche una percezione di forza maggiore e di motivazione psicologica perché creava collegamento e rifornimento a favore dei franco-pontifici.
Lo scontro tra le parti è stato anche alla baionetta e lo scenario della battaglia con il sangue, il piombo, la polvere, il dolore ha spento l’odore della campagna sabina che in quel tempo era dedita alla vendemmia e si preparava alla raccolta delle olive.
Altri elementi negativi hanno tuttavia pesato sui garibaldini: dalle voci politiche che invitavano a dissociarsi da Garibaldi; alle colonne di Acerbi, di Nicotera e di Paggi non presenti a fianco dell’eroe; dal ritardo della partenza di Menotti verso Tivoli; alla defezione dei volontari stessi.
Il dove della battaglia è stato casuale o mirato?
Con l’invasione dei garibaldini nel territorio dello Stato della Chiesa ci sono stati movimenti di truppe con attacchi e scontri in progressione verso Roma: Bagnoregio, 5 ottobre; Montelibretti, 13 ottobre; Nerola 18 ottobre; Farnese, 19 ottobre; Villa Glori 23 ottobre; Monterotondo, 26 ottobre; Mentana il 3 novembre.
In quella situazione Garibaldi constatata la mancata insurrezione del popolo romano, la dispersione dei suoi e la minaccia del contingente francese a Civitavecchia prese la decisione di ripiegare verso Tivoli per sicurezza. Nel procedere verso Tivoli e l’avvicinarsi dei franco-pontifici avvenne l’incontro-scontro a Mentana decisivo per la campagna che era stata intrapresa.
In questo senso le associazioni garibaldine si adoperarono per l’inserimento e il riconoscimento della campagna nel contesto della liberazione di Roma e dell’unità d’Italia per cui la battaglia di Mentana con legge del 1899 fu definita come « Campagna dell’Agro romano per la liberazione di Roma ».
Come è stata raccontata la battaglia?
Oltre ai citati rapporti dei comandanti ci sono i proclami-ordine del giorno di Garibaldi i giornali del tempo ed anche i racconti orali e scritti dei testimoni diretti.
Appartengono all’ottocento i memorialisti: Adiamoli, Bonetti, Del Vecchio,Gregorovius, Garibaldi, Guerzoni, Fabrizi, Morandi, Pozzi, Pennesi, Pearson,Vitali per i garibaldini e De Becdelievre, De Poli, Kanzler, Russell-Killough, Wibaux per i pontifici.
Nel secolo successivo ci sono ricostruzioni sotto vari profili (storico, militare, letterario, politico, culturale) di Barbarich, Cantagalli, Clozier, Coccia, Cicconetti, De Barral, De Cesare, Dalla Torre, Giovanetti, Guidotti, Giovagnoli, Guenel, Innocenti, Luzio, Loewson, Maggio, Massimiani, Olmi, Raggi, Rosati, Silvi, Severino, Tosi, Valentini.
Dallo stile patriottico ed enfatico dell’ottocento si passa a quello articolato e diversificato del novecento a seconda della visuale politico-culturale.
E la memoria?
Quando parliamo di memoria dobbiamo ricordare entrambi gli schieramenti perché la visuale sia completa e non parziale, nel senso che entrambi hanno combattuto per la libertà ma in prospettive diverse.
I volontari italiani detti garibaldini si definivano patrioti e per essi significava onorare, amare e servire l’Italia che volevano in nazione una, indipendente, libera. Ad essi si chiedeva: coraggio, impeto generoso, dovere, disinteresse personale, sacrificio, solidarietà, non privilegi, contegno degno della missione affidata, onestà, umanità.
Li formava il pensiero cavourriano (liberismo), mazziniano (repubblicano) e garibaldino (democratico). Questi volontari venivano invece definiti "bande o nuovi barbari" dai pontifici.
I volontari del beato Pio IX detti zuavi pontifici erano un gruppo di elite di ben ventisette nazioni: Austria (Tirolo), Brasile, Belgio (Fiamminghi e Valloni), Cile, Cina, Canada, Ecuador, Etiopia (Abissinia), Francia, Germania (Prussia, Bavaria, Wuttenberg, Baden, Sassonia), Grecia, Gran Bretagna, Italia, India, Irlanda,Malta, Marocco, Principato di Monaco,Olanda, Portogallo, Polonia, Perù, Russia, Svizzera, Spagna, Usa, Turchia (Ottomani).
Si definivano servitori o difensori del Papa perché per essi Roma non apparteneva soltanto all’Italia ma all’universo cattolico per cui ritenevano che senza territorio libero e indipendente la libertà del Papa spariva. Inoltre spinti da fede religiosa erano convinti di difendere , col potere temporale del Papa, la religione. Ad essi si chiedeva: purezza, fervore, sacrifico, vigilanza, meditazione, zelo, pazienza, generosità, volontà di Dio. Li formava lo studio, la preghiera e il servizio.
Gli zuavi pontifici venivano definiti dai volontari italiani come "avventurieri e mercenari".
La memoria di entrambi è celebrata da rispettive associazioni e da attestati.
Per i zuavi è stato eretto il monumento funebre al Verano di Roma, i defunti sono sepolti nelle chiese di Santo Spirito in Sassia e alla chiesa dell’Immacolata Concezione. Sono insigniti di diploma e medaglia "Fidei et Virtuti" detta "Croce di Mentana" coniata nel 1867. Si celebra messa.
Per i garibaldini è stato: eretto il monumento-ossario a Mentana nel decennale della battaglia dichiarato monumento e sacrario militare nazionale, fondato il museo nel 1905, celebrato con emissione di francobolli; intitolazione edifici, vie e premi; diplomi e medaglie celebrative. Si ricorda l’evento con raduno.
Cosa rimane oggi?
Oggi rimane la memoria documentale (libri, lettere, stampe..), artistica (disegni, foto, pitture, sculture…), celebrativa (anniversari..), storica-militare (raduni, museo, monumento, onoranze ai caduti, araldica,..), culturale-educativa (istruzione scolastica, progetto formativo e didattico, disciplina di storia del risorgimento, associazionismo, eventi..). Il monumento è anche un bene ambientale e del paesaggio di Mentana per cui va tutelato anche nell’ambito della protezione civile.
Rimane il patrimonio ideale e di pensiero che qui a Mentana in modo particolare Garibaldi ha lasciato come suo testamento: pace universale, federazione europea, abolizione della pena di morte, libero pensiero, antischiavismo, emancipazione femminile, suffragio universale, laicità, riformismo, sviluppo. E’ quello che in altre parole chiamiamo "diritti umani" che vanno tutelati e promossi.
Rimane la testimonianza del volontariato che è insieme capitale umano e sociale. Esso non è un ambito accessorio della nostra convivenza ma ne è la linfa vitale e costituisce un elemento distintivo della qualità della nostra democrazia e del nostro vivere sociale.
Dove cresce il volontariato cresce il capitale sociale, la correttezza e la ricchezza delle relazioni interpersonali oltre al rispetto delle regole condivise. Esso deve essere uno stile di vita.
Rimane il messaggio e la testimonianza di quanti sono caduti in guerra e in missione di pace perché entrambi sono patrimonio indissolubile dell’intera collettività nazionale che deve sempre consolidarsi per mantenersi unità.
Rimane nel trinomio araldico di Mentana "Dio, Patria, Umanità" il segno e il simbolo della cultura dell’Unità d’Italia che accanto a questa immagine deve raccogliersi nella sua identità per impedire il degrado morale e valoriale perché attraverso questi segni e simboli le istituzioni e le generazioni sono interpellate e possono relazionarsi.
Rimane il monito di Foscolo "A egregie cose il forte animo accendono le urne dei forti" se esse sono conservate con decoro ed ordine, quale richiamo alla libertà e alla vigilanza.
I giorni di Mentana hanno costruito la cittadinanza nazionale che oggi va completata con quella dell’Unione Europea, senza sostituirla ma integrarla con il metodo comunitario, basato su un dialogo permanente fra gli interessi nazionali e l’interesse comune che nel rispetto delle diversità nazionali sviluppa una identità propria all’Unione.

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