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martedì 16 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 luglio.
Il 16 luglio 1965, presenti Giuseppe Saragat e Charles De Gaulle, viene inaugurato il tunnel del Monte Bianco.
Sono passati oltre cinquant’anni da quando il 16 luglio 1965 Giuseppe Saragat e Charles De Gaulle – i presidenti della Repubblica dell’Italia e della Francia – inaugurarono il traforo del Monte Bianco, un tunnel autostradale che da allora ha permesso di mettere in comunicazione Courmayeur, in Valle d’Aosta, e Chamonix, comune francese nel dipartimento dell’Alta Savoia. Quando fu inaugurato, era il tunnel stradale più lungo d’Europa: era – ed è – lungo 11 chilometri e 600 metri e per realizzarlo furono usate 1.500 tonnellate di esplosivo, 200mila metri cubi di calcestruzzo e 235mila bulloni. Dal 1965 a oggi il traforo del Monte Bianco è stato attraversato da più di 60 milioni di veicoli e ha reso molto più semplice, veloce ed economico il collegamento tra Italia e Francia. «Il Monte Bianco era il nome di una montagna che ci separava. Da domani sarà il nome di un tunnel che ci riunisce», disse il 16 luglio 1965 Valéry Giscard d’Estaing, all’epoca ministro delle Finanze e in seguito presidente della Repubblica francese. Il traforo del Monte Bianco permette oggi di andare dalla Francia all’Italia in poco più di 10 minuti passando sotto alla montagna più alta d’Europa.
I lavori per realizzare un tunnel che attraversasse il Monte Bianco iniziarono nel 1959, circa sei anni dopo che i governi di Italia e Francia firmarono la convenzione in cui si impegnavano a realizzarlo. Il ritardo fu dovuto alle molte polemiche che ci furono in Francia dopo la firma della convenzione: si temeva infatti che il traforo del Monte Bianco avrebbe avvantaggiato l’Italia mettendo invece in crisi l’economia del sud-est della Francia. I lavori dal lato italiano iniziarono l’8 gennaio 1959, quelli sul versante francese il 30 maggio. Come spiega la STIMB, la società italiana che gestisce il traforo:
Ciascuna delle due imprese esecutrici, l’italiana Società Condotte d’Acqua e la francese André Borie, aveva il compito di realizzare 5800 metri di galleria. I francesi incontrarono rocce di migliore qualità ed ebbero meno imprevisti durante le operazioni di scavo. Invece dalla parte italiana, perforati i primi 368 metri importanti getti d’acqua a forte pressione uscirono dal fronte dello scavo e costrinsero a sospendere ogni attività dal 20 febbraio al 21 marzo.
Nonostante i problemi iniziali e anche grazie ai mesi di anticipo con cui iniziarono i lavori, gli italiani furono i primi a completare la loro metà di tunnel: arrivarono il 3 agosto 1962 e – undici giorni dopo – arrivarono anche i francesi. Giulio Cesare Meschini oggi ha 88 anni e durante gli anni in cui fu realizzato il traforo del Monte Bianco fu il direttore dei lavori dal lato italiano. Intervistato da Repubblica Meschini ha detto: «I francesi avevano fatto i furbi, erano in vantaggio di un paio di mesi e proclamarono che sarebbero arrivati prima. Ci salì il sangue agli occhi».
Proponemmo ai nostri operai di lavorare senza un secondo di sosta in quattro turni quotidiani di sei ore l’uno, però pagate come otto. E poi un premio speciale per ogni mezzo metro di scavo in più al giorno. Inventammo i cambi turno a macchine accese, e i francesi furono fregati come polli.
A prescindere dalla sfida tra i due gruppi di minatori, il loro incontro fu un importante evento, celebrato, spiega Meschini, con quattro bottiglie di champagne che i francesi passarono agli italiani. Dall’incontro tra i due gruppi di minatori all’inaugurazione del tunnel passarono tre anni, necessari per “completare le opere interne, per realizzare la carreggiata, per dotare la galleria di tutti gli impianti tecnologici necessari e per allestire i due piazzali di ingresso al tunnel”. Il sito del giornale francese Le Figaro per ricordare il cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione, presentò l'articolo che un suo giornalista scrisse quel giorno. L’articolo racconta che quel giorno su uno dei cartelloni si poteva leggere «Vive Saragat! Vive Poulidor! Vive de Gaulle! Vive Gimondi!»: i nomi dei due presidenti della Repubblica e dei due ciclisti – Poulidor e Gimondi – che fino a pochi giorni prima si erano contesi il Tour de France (vinse Gimondi).
L’articolo di Le Figaro citò anche Horace-Bénédict de Saussure, un naturalista francese, considerato il fondatore dell’alpinismo. Nel 1787 Saussure raggiunse la cima del Monte Bianco e proprio in quei giorni scrisse: «Giorno verrà che sotto il Monte Bianco si scaverà una strada carrozzabile e queste due vallate, quella di Chamonix e quella di Aosta, saranno unite». Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha parlato del traforo del Monte Bianco come di una «grande opera ingegneristica, un’impresa per tanti aspetti eroica, una prova straordinaria di maestria e di generosità da parte di migliaia di lavoratori». Riccardo Sessa, presidente di STIMB, ha invece fatto riferimento alla corsa allo spazio e all’allunaggio, avvenuto nel 1969, quattro anni dopo la realizzazione del traforo del Monte Bianco.
Le gallerie, come i ponti, contribuiscono ad annullare gli ostacoli che si frappongono all’incontro, alla reciproca conoscenza, allo scambio di culture e alla collaborazione tra popoli. Costruito in un’epoca in cui i Paesi sembravano maggiormente interessati a primeggiare nella gara per la conquista dello spazio interplanetario, il Traforo del Monte Bianco si pone ora come allora quale esempio della capacità e della volontà degli uomini di superare tutti gli ostacoli sulla strada della convivenza pacifica.
I lavori per la realizzazione del traforo del Monte Bianco causarono la morte di 17 operai, tre dei quali uccisi da una valanga che il 5 marzo 1962 travolse le case in cui abitavano durante i lavori. La più grande tragedia del Monte Bianco è però stata quella del 24 marzo 1999: quel giorno un TIR belga entrò nel traforo con un principio d’incendio al motore, causando un più grande incendio che causò la morte di 39 persone. Scrive la Stampa:
Nel rogo morirono 39 persone, decine di camion e auto vennero sciolti […] I vigili del fuoco di entrambi i Paesi impiegarono due giorni prima di spegnere le fiamme. Due anni più tardi, nel cuore del traforo incenerito, si respirava ancora a fatica.
Il tunnel autostradale del Monte Bianco fu riaperto nel 2002, dopo lavori costati 380 milioni di euro: fu messo in sicurezza con radar che misurano la velocità dei veicoli (il limite è di 70 chilometri orari), telecamere, rifugi termici e sensori che misurano la distanza tra i veicoli.

lunedì 15 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 luglio.
Il 15 luglio 1943 nasce Susan Jocelyn Bell.
La scoperta delle radio pulsar, uno dei risultati più alti della fisica del XX secolo, resterà associata per sempre al nome di Jocelyn Bell: Dame Susan Jocelyn Bell, sposata con Martin Burnell nel 1968 e madre di Gavin, nato nel 1973.
Le radio pulsar sono oggetti celesti dalle proprietà molto diverse rispetto alle stelle comuni. Tutta la loro materia, tanta almeno quanta ne contiene il Sole, è confinata entro un raggio di solo una decina di chilometri. Inoltre questa materia è principalmente composta da neutroni. Infine, esse ruotano a velocità elevatissima emettendo onde radio in uno (o due) fasci grosso modo conici. Ne deriva una sorta di effetto-faro: un radiotelescopio posto a Terra riceve un impulso di onde radio solo quando i fasci conici sono diretti verso l’antenna, ossia una (o due volte) per ogni rotazione della pulsar. A livello di osservazione, il segnale di una pulsar è dunque percepito come una sequenza regolare di impulsi radio.
Questo naturalmente è quanto sappiamo oggi, ma fino al 1967 erano state formulate solo previsioni teoriche, considerate oltremodo ardite, su eventuali stelle costituite da neutroni: nessuno aveva la minima idea della esistenza delle pulsar. In tale quadro va letta la scoperta di Jocelyn Bell e del suo supervisore di dottorato, Antony Hewish.
Su indicazione di Hewish Jocelyn passò un paio di anni a costruire, con cacciavite e martello, un nuovo radiotelescopio presso l’Università di Cambridge, in Inghilterra. Ciò richiese la posa di oltre 200 chilometri di cavi, su un area grande come 57 campi da tennis. Lo scopo era di studiare la cosiddetta “scintillazione” delle onde radio nel mezzo interplanetario. A partire dal luglio 1967, Jocelyn Bell divenne l’unica analizzatrice dei dati prodotti da questo strumento e presto fu in grado di riconoscere in essi il fenomeno ricercato della scintillazione e di distinguerlo dalle interferenze, il nemico quotidiano del lavoro di ogni radioastronomo. Un paio di mesi dopo l’inizio delle osservazioni, Jocelyn notò però un segnale dall’aspetto diverso dagli altri, che osservazioni successive rivelarono provenire sempre dalla stessa direzione in cielo e che nel novembre 1967 essa riconobbe come una sequenza di impulsi di onde radio spaziati di 11/3 di secondo. Cominciò cosi la “caccia” al responsabile. Nelle settimane successive furono via via scartate varie ipotesi, compresa quella di un segnale inviato da una civiltà extraterrestre… ma era davvero troppo difficile da credere e da pubblicare e infatti Hewish continuò le osservazioni nel periodo natalizio, facendo in modo che la notizia fosse custodita entro una ristretta cerchia di astrofisici di Cambridge. Il fatto decisivo avvenne al ritorno di Jocelyn dalle vacanze, quando, consultando i dati presi nel frattempo, confermò l’esistenza di una seconda sorgente con le stesse caratteristiche della prima e poco dopo una terza e una quarta… Chiaramente si trattava di una nuova classe di stelle. «Quello fu l’istante meraviglioso, l’autentica dolcezza, il momento di dire Eureka!», commenterà Jocelyn Bell 39 anni dopo in una intervista radiofonica alla BBC.
L’annuncio della scoperta, pubblicata su «Nature» nel febbraio 1968, mise a rumore tutta la scienza mondiale: era la prima prova della esistenza di materia ultradensa e in particolare delle stelle di neutroni. Ampia eco ci fu sui giornali, sia per la scoperta, sia per il ruolo decisivo svolto in quella ricerca da una giovane donna. Non a caso, il nome stesso dei nuovi oggetti celesti – pulsar – fu coniato dal «Daily Telegraph».
Con costernazione di gran parte della comunità astrofisica, però, l’Accademia Svedese delle Scienze decise nel 1974 di conferire il premio Nobel per questa scoperta soltanto al professor Antony Hewish. Il punto di vista di Jocelyn (che accolse la notizia mantenendo sempre quella serenità che è parte del suo carattere) è stato ribadito in tempi recenti nella già citata intervista alla BBC: «Io ero una studentessa di dottorato, e in quei tempi si credeva, si percepiva, si dava per assodato, che la scienza fosse fatta e guidata da grandi uomini – propriamente uomini – probabilmente in camici bianchi. E che questi uomini avessero una pattuglia di servi che facevano ogni cosa su indicazione, senza pensare». Poco prima dell’assegnazione del Nobel ad Hewish, Jocelyn Bell ebbe suo figlio Gavin: «E stavo combattendo per trovare qualcuno che potesse aiutarmi nel badare a mio figlio e così proseguire la carriera – tutte quelle cose con cui la mia generazione dovette lottare prima che ci fossero asili sui posti di lavoro, prima che fosse accettabile l’idea che una donna lavorasse. E così constatai con me stessa che “Gli uomini vincono i premi e le giovani donne badano ai bambini”». Qualcosa sta per fortuna mutando nella scienza, da allora («Ora la si guarda molto di più come uno sforzo di squadra, con persone diverse che forniscono contributi diversi al lavoro»), ma le difficoltà nel conciliare la carriera con la famiglia sono tuttora acutissime per le donne: «Non così brutto come un tempo, ma il problema resta tale».
Dopo la scoperta del 1967, Jocelyn Bell ha proseguito con successo la sua carriera scientifica in altri settori dell’astrofisica: dapprima ricercatrice all’Università di Southampton, poi presso l’University College di Londra, quindi al Royal Observatory di Edimburgo, per poi diventare professore di Fisica alla Open University e professore in visita a Princeton, nonché Preside di Scienze della Università di Bath e poi ancora professore in visita alla Università di Oxford. Nel frattempo, il mondo scientifico le attribuiva pubblicamente quei meriti che l’Accademia Svedese aveva negato. Negli Stati Uniti la medaglia Michelson (1973), il premio Oppeheimer (1978), il premio Beatrice Tinsley (1987), la lezione magistrale Jansky (1995), il premio Magellanic (2000), oltre a un dottorato ad honorem della Università di Harvard (2007). Nel Regno Unito, la medaglia Herschel (1989), la presidenza della Royal Astronomical Society (2002-2004), un dottorato ad honorem alla Università di Durham (2007) nonché, nel 2007, la nomina a “Dame” dell’Ordine dell’Impero Britannico da parte della regina Elisabetta II.
Invece di fare del Nobel ingiustamente mancato un motivo di risentimento verso il mondo scientifico, Jocelyn Bell si è profusa per la più ampia divulgazione della cultura scientifica. Centinaia le conferenze pubbliche per non addetti ai lavori, e ancora maggior impegno nell’avvicinare la scienza ad una generazione di adulti ai quali era stato preconizzato in giovane età – come del resto capitò a lei stessa quando aveva solo 11 anni – che non avevano alcun futuro negli studi scientifici.
A completare il quadro della sua personalità, il suo impegno nella Società Religiosa dei Fratelli (i Quaccheri), nel cui contesto educativo condusse quasi tutta la sua adolescenza, e di cui è stata Clerk del Comitato Esecutivo Centrale mondiale fino al 2012. Infine, i mille hobby ai quali colleghi e amici la vedono dedicarsi: le camminate in montagna, il giardinaggio e il nuoto in cima alla lista.

domenica 14 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 luglio.
Il 14 luglio 1969 l'esercito di El Salvador invade l'Honduras. Inizia la cosiddetta "guerra del calcio".
Un pallone che rotola, ventidue persone che gli corrono dietro, tre legni per ogni lato del campo, diversi esagitati che si dannano l’anima nel guardarli. Per alcuni, il calcio si riduce essenzialmente a questo. Parecchie altre volte, però, il calcio può anche essere molto, decisamente molto di più.
Può diventare qualcosa di terribilmente importante. E, certo non da solo ma insieme a un numero imprecisato di circostanze, diventare addirittura casus belli. Motivo dello scoppio di una guerra, che farà morti, feriti, e cambierà per sempre storia e geografia di un continente. E’ successo nell’estate del 1969, l’estate in cui El Salvador e Honduras, due piccoli stati di quel lembo di terra che unisce Nordamerica e Sudamerica, si dichiararono guerra dopo essersi giocati tre partite di spareggio per andare ai Mondiali messicani del 1970.
Prima, però, bisogna fare un passo indietro di qualche anno. Un piccolo flashback per spiegare per quale motivo El Salvador-Honduras, quell’estate, non era un semplice spareggio tra due piccole nazionali che volevano guadagnarsi il diritto di essere prese a pallonate dalle grandi del calcio mondiale un anno più tardi. El Salvador-Honduras, in quell’estate del 1969, si trasformò in uno di quei duelli da film western in cui i due protagonisti, non per forza un buono ed un cattivo, si guardano dritti negli occhi con le loro Colt in attesa di sparare il proiettile decisivo.
Bisogna tornare indietro fino al 1967, o forse fino al giorno in cui Honduras e El Salvador si sono scoperte confinanti in un fazzoletto di terra tra Nicaragua e Guatemala, strette tra Messico da una parte e Colombia dall’altra. Da queste parti transitano i traffici americani nel continente, dagli Stati Uniti vengono a coltivare per esportare in Sudamerica. Negli anni ’60 del Novecento l’El Salvador diventa partner privilegiato per le coltivazioni statunitensi, vive un boom demografico che fa crescere la popolazione fino a livelli insostenibili. E una popolazione così ampia in un paese così piccolo come El Salvador può significare solo una cosa: disoccupazione alle stelle. Una situazione di pressione sociale che rischia di diventare insopportabile in un territorio così piccolo.
Così, nel 1967, El Salvador e Honduras stringono un patto che ha del clamoroso: la Convenzione Bilaterale stabilisce che i contadini salvadoregni in cerca di lavoro possono varcare il confine e trasferirsi in Honduras. Ecco, l’Honduras non è che sia il Paradiso in terra. Anche lì, non c’è tutto questo lavoro, soprattutto se ci si mettono anche oltre 300.000 nuovi arrivi da El Salvador. Facile capire che questa storia non finirà bene. Infatti, prevedibilmente, ci mette davvero molto poco a deragliare. Nel 1969, Osvaldo Lopez Arellano, il dittatore che era a capo dell’Honduras, decide che ha visto abbastanza. Tutti i contadini salvadoregni arrivati in Honduras vengono espulsi ed espropriati delle loro terre. La tensione sale alle stelle, con i cittadini honduregni che chiedevano a gran voce questo provvedimento, e il governo di El Salvador che denuncia l’illegalità e la disumanità della decisione del dittatore honduregno. E’ il maggio del 1969, e il calcio sta per entrare di prepotenza in questa storia.
Nel 1970 si giocheranno i Mondiali in Messico, e, proprio il fatto che la Trìcolor sia già qualificata, apre le porte ad un altro posto per una squadra della CONCACAF. Dopo il primo girone, sono rimaste in quattro, che, dopo semifinali e finale, si giocheranno l’ultimo posto disponibile. E queste quattro nazionali sono Stati Uniti, Haiti, Honduras, El Salvador. Ora, uno sceneggiatore sadico e impaziente di assistere a quella scena da film western con le Colt spianate, non esiterebbe un attimo. E, puntualmente, il sorteggio sceglie che sarà così. Honduras ed El Salvador si affronteranno, nel maggio del 1969, in un doppio spareggio. I due paesi, in stato di agitazione e di insurrezione, sembravano non aspettare altro. E’ l’occasione perfetta per regolare quei maledetti conti e provare a farli tornare.
L’8 giugno si gioca la semifinale di andata. L’Estadio Nacional di Tegucigalpa, Honduras, ha l’onore di ospitare il primo atto di quella che si preannuncia come una vera e propria tragedia. Nei giorni precedenti alla gara il paese è attraversato da ondate di scioperi e manifestazioni, in attesa del nemico salvadoregno. La notte che precede il match, è un inferno per i calciatori di El Salvador. L‘albergo che li ospita viene praticamente circondato. Alle finestre arrivano, senza sosta, quando va bene uova, quando va male sassi. Quando va peggio, qualche colpo di pistola. Allo stadio, il giorno dopo, ci arrivano per un pelo. Le gomme dell’autobus che avrebbe dovuto trasportarli sono state ovviamente squartate con i coltelli. La polizia, forse a malincuore, accompagna la nazionale ospite allo stadio. La partita, ovviamente tesa e piena di calcioni, viene vinta dall’Honduras per 1-0, grazie al gol del difensore Leonard Wells nei minuti finali.
La delusione dei calciatori salvadoregni è tanta, ma c’è anche la consapevolezza che, una settimana dopo, c’è in programma la gara di ritorno. Non deve pensarla così la diciottenne Amelia Bolaños, figlia di un generale dell’esercito di El Salvador. Che, al triplice fischio finale, prende la pistola del padre e si spara un colpo dritto al petto. Diventerà un’eroina, le saranno tributati i funerali di stato e la sua morte sarà il pretesto per rendere ancora più infuocata la partita di ritorno che si disputerà il 15 giugno a San Salvador.
I salvadoregni, memori dell’accoglienza ricevuta a Tegucigalpa, fanno di tutto per rendere il favore agli ospiti. L’albergo dove alloggia l’Honduras viene cinto d’assedio. Non basta nemmeno l’intervento dell’esercito per placare gli animi della folla urlante, che reclama vendetta per la sconfitta e per la morte di Amelia. L’accompagnatore -salvadoregno- della nazionale dell’Honduras, si affaccia dal terrazzo dell’albergo per chiedere una tregua. Non fa a tempo a finire di parlare; viene sepolto da una sassaiola infinita, viene praticamente lapidato sul momento. Non si può fare altro che raccogliere il suo cadavere e sperare che questa partita finisca subito.
I calciatori honduregni vengono accompagnati allo stadio dai carri armati dell’esercito. E, all’ Estadio de la Flor Blanca, non trovano certo un’accoglienza migliore. L’inno viene fischiato, la bandiera dell’Honduras bruciata, i calciatori malmenati sotto lo sguardo vigile dei mitra spianati dell’esercito salvadoregno. La partita finisce 3-0, e, fuori dallo stadio, nei nuovi e scontati disordini che seguono il match, muoiono altri due tifosi dell’Honduras. E non è nemmeno finita qui, perché, nel 1969, non esiste la regola dei gol segnati fuori casa. Un maligno scherzo del destino costringe a mettere in scena anche il terzo atto di questa tragedia.
Di giocare in casa di una delle due contendenti, non se ne parla nemmeno. Si gioca, infatti, allo stadio Azteca di Città del Messico, il 27 giugno del 1969, di fronte a 5000 soldati messi in campo dai messicani, che non bastano a tenere a freno la rabbia e l’orgoglio dei tifosi di Honduras ed El Salvador, che sembrano non desiderare nient’altro che potersi mettere liberamente le mani addosso. I disordini cominciano fuori dallo stadio Azteca e proseguono all’interno, prato verde incluso. E’ una partita bellissima e tesissima. Passa in vantaggio l’El Salvador, pareggia immediatamente l’Honduras. Torna in vantaggio l’El Salvador, pareggia nuovamente l’Honduras, in un botta e risposta che sembra davvero come un match di pugilato o, in questo caso, una guerra. I supplementari sono l’epilogo naturale e scontato di questa partita che è ormai diventata una saga.
L’eroe diventa Mauricio Rodriguez, un anonimo attaccante salvadoregno che mette dentro il gol del 3-2. Al fischio finale, come è logico che fosse, si scatena una rissa in campo che nemmeno l’esercito può fermare. Le strade di Città del Messico diventano un inferno, le relazioni diplomatiche tra El Salvador e Honduras si rompono praticamente sul momento. Non c’è nemmeno bisogno di dichiarare formalmente guerra. La guerra era già cominciata al fischio d’inizio della partita d’andata.
Il 14 luglio l’esercito salvadoregno bussa alla porta di casa dell’Honduras. La guerra tra El Salvador e Honduras durerà un centinaio di ore, fino al 18 luglio, e farà 6.000 vittime e 50.000 sfollati. L’intervento delle organizzazioni internazionali stabilirà la pace e permetterà ai contadini salvadoregni di tornare in Honduras a cercare lavoro. Ci andranno, saggiamente, in pochi, comunque. El Salvador, l’anno successivo, parteciperà ai Mondiali del 1970, dove perderà 3-0 contro il Belgio, 4-0 contro il Messico, 2-0 contro l’Unione Sovietica.

sabato 13 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 luglio.
Il 13 luglio 1814 nasce l'Arma dei Carabinieri.
La nascita dell’Arma dei Carabinieri si deve a Vittorio Emanuele I, sovrano del Regno Sardo-Piemontese, che il 13 luglio 1814 - con la promulgazione delle Regie Patenti - istituì a Torino il Corpo dei Carabinieri Reali.
A tal proposito, nel preambolo delle Regie Patenti si legge che per contribuire sempre di più alla prosperità dello Stato - “che non può essere disgiunta dalla protezione e difesa dei buoni e fedeli sudditi” - è stato deciso di affidare la difesa del territorio ad un Corpo di militari i quali si sarebbero dovuti distinguere per condotta e saggezza, chiamati appunto Carabinieri Reali. Il nome ha origine dall’arma che venne data in dotazione a questi soldati, la carabina.
A questi venne assegnata quindi una duplice funzione: da una parte la difesa dello Stato, mentre dall’altra la tutela della sicurezza pubblica.
Si trattava di una novità assoluta poiché era la prima volta che allo stesso organo veniva affidata sia la sicurezza dei confini dello Stato che della sicurezza pubblica; da allora l’Arma dei Carabinieri è stata al centro di tutti gli eventi fondamentali della storia del Regno Sabaudo prima e d’Italia unificata poi, ponendosi come insostituibile presidio della sicurezza pubblica e privata e mantenendo la propria fedeltà nei confronti delle istituzioni.
Ad esempio nella Prima Guerra Mondiale si distinsero nella battaglia di Podgora del 19 luglio 1915 e per il contributo offerto al Paese l’Arma dei Carabinieri venne insignita della prima medaglia d’oro al valore militare. Presero parte però anche alla guerra d’Etiopia del 1936, per poi distinguersi nella Seconda Guerra Mondiale nelle battaglie di Culquaber e Klisura.
Una volta firmato l’armistizio di Cassibile, però, molti appartenenti ai Carabinieri entrarono tra le fila della resistenza italiana prendendo parte alla liberazione del Paese dall’invasione tedesca; a tal proposito come non ricordare il vice brigadiere Salvo D’Acquisto che il 23 settembre del 1943 venne ucciso dai tedeschi per aver confessato di essere l’autore - seppur fosse innocente - dell’attentato avvenuto ai danni di due militari germanici. Il tutto per salvare 22 condannati a morte.
Ma non è il solo; si stima che circa 2.700 Carabinieri subirono la deportazione per essersi rifiutati di soggiacere alle forze naziste.
Negli anni ‘60 probabilmente i Carabinieri vissero la fase più buia della loro storia. Era il 1962, infatti, quando il generale Giovanni De Lorenzo venne nominato comandante generale dell’Arma, lui che nel 1964 ha tentato il golpe Piano Solo con l’obiettivo - fallito - di instaurare un regime militare in Italia.
Dopo questa parentesi l’Arma dei Carabinieri si pone in prima fila nella lotta al terrorismo politico degli anni ‘70-’80; è proprio per far fronte a questa sfida che nacque il nucleo speciale antiterrorismo.
È bene ricordare però che fino agli anni 2000 i Carabinieri erano parte integrante dell’Esercito italiano, dopodiché - con la legge 78/2000 vennero elevati a una “collocazione autonoma” nell’ambito del Ministero della Difesa, con il rango di forza armata, e forza militare di polizia a competenza generale.
Per la prima volta quindi il Corpo dei Carabinieri poté avere un comandante generale proveniente dai propri ranghi e non da quelli dell’Esercito; a tal proposito il primo fu l’ufficiale di corpo d’armata Luciano Gottardo.
È bene precisare, però, che nonostante ciò un ufficiale generale dei Carabinieri non può essere nominato Capo di Stato Maggiore della Difesa, ruolo riservato agli ufficiali di Esercito, Marina e Aeronautica.
Ultima tappa -probabilmente la più contestata - della storia dei Carabinieri è quella risalente al 2016, quando venne disposto l’accorpamento del Corpo Forestale e la conseguente nascita del “Comando unità per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare” che però non è alle dipendenze del Ministero della Difesa bensì a quelle delle risorse agricole e forestali.

venerdì 12 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 luglio.
Il 12 luglio 1928 Re Vittorio Emanuele III inaugura il monumento alla Vittoria di Bolzano.
Il monumento è un complesso marmoreo celebrativo della vittoria italiana nella prima guerra mondiale sull’Austria-Ungheria, progettato dall’architetto Marcello Piacentini (forse su bozzetto di Benito Mussolini) e costruito tra il 1926 ed il 1928.
Si trova in piazza della Vittoria (Siegesplatz), a pochi passi dal ponte sul torrente Talvera, nel punto di convergenza delle valli che sfociano nella conca di Bolzano, sul luogo ove in epoca austro-ungarica sorgeva il Talferpark (“parco del Talvera”). Il regime fascista lo creò a proprio simbolo, accesso alla Bolzano italiana e razionalista che si andava erigendo a ovest del torrente. Fu costruito demolendo quanto era stato fino ad allora edificato del Monumento ai Kaiserjäger caduti in guerra (Kaiserjägerdenkmal) – ideato e iniziato ad erigere dopo la battaglia di Caporetto – che era rimasto incompiuto dopo la fine del primo conflitto mondiale e si trovava in posizione antistante l’attuale monumento.
Secondo lo storico inglese John Foot il monumento rappresenta bene la visione nazionalista e fascista della guerra e del passato, basata sull’eroismo, sul sacrificio, sulla “bella morte” e sui “caduti per la patria”, in profonda contrapposizione con gli ideali del pacifismo e del socialismo.
Nel 2014 è stato istituito presso il Monumento un percorso espositivo permanente, dal titolo “BZ ’18–’45: un monumento, una città, due dittature”.
Dopo l’annessione all’Italia dell’allora Tirolo meridionale fino al Brennero, e in seguito alla presa di potere da parte di Mussolini nel 1922, il governo italiano iniziò a rimuovere molti dei monumenti celebrativi che il governo asburgico aveva precedentemente eretto nei nuovi territori. A Bolzano, in particolare, vennero rimossi i monumenti che erano stati recentemente innalzati dal borgomastro (nazionalista) Julius Perathoner, per celebrare la germanicità della città.
Per contro, come in tutto il Regno, si cominciarono a costruire monumenti celebrativi della vittoria e/o del fascismo.
La decisione di costruire a Bolzano un monumento commemorativo della vittoria nella Grande guerra venne presa dalla Camera dei deputati il 10 febbraio 1926. Lo stesso giorno, Mussolini, parlando nell’aula della Camera attaccò duramente il ministro degli Esteri tedesco Gustav Stresemann e il presidente bavarese Heinrich Held, i quali avevano apertamente criticato la politica italiana nei confronti della minoranza germanofona.
L’idea originaria di Mussolini era quella di erigere un monumento dedicato a Cesare Battisti. Tale proposito riscontrò grandi consensi nelle organizzazioni fasciste in Italia ed all’estero; le federazioni provinciali indissero una sottoscrizione, alla quale aderirono anche associazioni di italiani all’estero. In breve tempo si raggiunsero i 3 milioni di lire necessari. Il marmo fu offerto dagli industriali lucchesi.
Il 17 marzo si riunì la commissione che doveva approvare il progetto. I componenti furono nominati da Mussolini in persona: fra gli altri ne fecero parte il nazionalista Ettore Tolomei, il segretario di stato Giacomo Suardo e il ministro della pubblica istruzione Pietro Fedele. In primo luogo, si accolse la proposta di Tolomei di far sorgere il monumento nei pressi del ponte sul Talvera, dove poco prima della prima guerra mondiale l’amministrazione austriaca aveva cominciato la costruzione di un monumento ai Kaiserjäger.
Il progetto venne affidato all’architetto Marcello Piacentini, che a giugno lo presentò. Si trattava di un tempio/arco, adornato con alte colonne portanti che il periodo vuole impreziosito da alti fasci littori su consiglio del duce. La scultura sul timpano, la Vittoria sagittaria, è di Arturo Dazzi.
La posa simbolica della prima pietra ebbe luogo il 12 luglio 1926 (nel decimo anniversario del martirio di Cesare Battisti e di Fabio Filzi), alla presenza del re Vittorio Emanuele III, dei marescialli d’Italia Luigi Cadorna, Pietro Badoglio e di alcuni ministri. Durante la cerimonia vennero in realtà poste tre pietre (una dal monte Corno Battisti, una dal monte San Michele, una dal monte Grappa), legate da una calce ottenuta con l’acqua del Piave, versata dal re.
Durante la costruzione, visto anche il significato politico dell’opera, il prefetto subì pressioni affinché questa venisse terminata al più presto. Nel dicembre del 1927 Piacentini comunicò la fine vicina dei lavori. Il ministro Fedele dettò l’iscrizione, in lingua latina che si può leggere ancora oggi. L’epigrafe evoca l’immaginario dialogo tra un legionario romano della “X Legio” di Druso (15 a.C.) e un fante del Piave (1918). La frase fu da alcuni interpretata in modo offensivo, intendendosi una missione civilizzatrice dell’Italia verso gli altoatesini.
Sul retro invece si trovano tre medaglioni raffiguranti la Nuova Italia, l’Aria e il Fuoco, di Pietro Canonica. Il lato sud del monumento recò la consueta scritta con riferimento all'”era fascista”, tolta dopo la liberazione del 1945. Alla fine, la data dell’inaugurazione venne confermata, ma la signora Battisti non vi presenziò. Fu tenuta invece una grande cerimonia in perfetto stile fascista. Vennero precettate 23 bande di paese da tutto l’Alto Adige, si schierarono le truppe di stanza in città e furono imbandierate le finestre. Parteciparono in forma ufficiale rappresentanti dei grandi invalidi, ufficiali della MVSN, dei forestali e delle guardie confinarie.
L’inaugurazione era prevista per il 12 luglio 1928. Considerata la ferma opposizione della moglie di Battisti Ernesta Bittanti e della figlia Livia all’utilizzo a fini propagandistici della figura dell’irredentista trentino da parte del regime, Mussolini (che era stato compagno di partito di Battisti), decise di cambiare l’intestazione e di dedicare il monumento alla Vittoria. All’interno rimasero però il busto di Battisti, insieme a quello di Fabio Filzi e di Damiano Chiesa, opere dello scultore Adolfo Wildt.
Stando alle cronache del giornale locale, La Provincia di Bolzano, dei giorni successivi, il convoglio reale arrivò alle 8.30, annunciato dai colpi di un cannone sulla strada del Colle. Con Vittorio Emanuele III, giunsero il duca d’Aosta, il duca degli Abruzzi, Costanzo Ciano, Italo Balbo, Giovanni Giuriati. Quest’ultimo tenne il lungo discorso di inaugurazione, che fece seguito alla breve cerimonia religiosa di benedizione officiata dall’arcivescovo di Trento (della cui diocesi Bolzano faceva allora parte) Celestino Endrici.
Nel giorno dell’inaugurazione si tenne una manifestazione di protesta a Innsbruck, sul monte Isel, con circa 10.000 partecipanti, fra cui diversi rappresentanti sudtirolesi.
Il nome del monumento e l’iscrizione vennero sentiti dalla popolazione germanofona come provocazione, dato che avevano lingua, arte e cultura propria già prima dell’annessione e un tasso di alfabetizzazione maggiore che nel resto d’Italia, anche se il ministro Fedele addolcì la versione originariamente prevista, ove compariva il termine barbaros al posto del meno offensivo ceteros, poi utilizzato.
Il monumento divenne luogo per le celebrazioni del regime fascista. La celebrazione organizzata il 28 ottobre 1932 per festeggiare il decennale della marcia su Roma, vide la partecipazione non ufficiale del partito nazista NSDAP tedesco con 30 uomini delle SS in uniforme guidati dal nazista ultraradicale Theodor Eicke, tuttavia questa presenza fu contestata soprattutto dal NSDAP austriaco che vedeva nel monumento un simbolo della vittoria sull’Austria e la Germania. Pertanto fu richiesto un provvedimento disciplinare da parte del NSDAP contro Eicke.
Nel corso degli anni si sono registrate proposte da parte di rappresentanti dell’etnia tedesca, fra cui Alexander Langer, per demolire o perlomeno rinominare/ridedicare il monumento. Langer intervenne in merito ben due volte, la prima nel 1968, quando assieme a Josef Schmid e Siegfried Stuffer, a nome del cosiddetto Brücke-Kreis di Bolzano, un’associazione interetnica, protestò in nome del pacifismo contro le solite celebrazioni della vittoria del 4 novembre presso il monumento. Nel 1979 Langer, divenuto nel frattempo consigliere provinciale per la Nuova Sinistra-Neue Linke, in una mozione chiese di fare del Monumento «un segno di monito e di memoria autocritica», riprendendo un’idea già di Livia Battisti, figlia del martire socialista.
Nel 1977 i deputati di Südtiroler Volkspartei, Democrazia Cristiana, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano e alcuni indipendenti presentarono un disegno di legge, in cui si chiedeva di eliminare dalla città di Bolzano le costruzioni inneggianti al fascismo. Da allora però non se ne parlò più.
Al giorno d’oggi, rappresentanti dei partiti di destra dell’ex Alleanza Nazionale (confluito nel PDL nel 2008), Unitalia e associazioni commemorano il 4 novembre con una deposizione di una corona davanti al monumento. Il giorno ha un grande potere simbolico, dato che è l’anniversario della fine della Grande guerra e della sconfitta dell’impero austro-ungarico con la conseguente annessione al Regno d’Italia del Trentino Alto-Adige. Nel 2008 invece anche le Forze Armate hanno depositato una corona davanti al monumento, su diretta richiesta del ministro alla difesa Ignazio La Russa.
Nel giugno 1990 è iniziato un primo restauro del monumento da parte del Ministero per i beni e le attività culturali, affidato alla Soprintendenza di Verona, e finanziato dallo Stato con 400 milioni di lire. Nonostante le proteste da parte degli Schützen che erano contrari al restauro del monumento, ma fu altrettanto ferma la difesa dell’operazione da parte del MSI locale.
Nel dicembre 2001, la giunta comunale di Bolzano decise di cambiare il nome alla piazza antistante il monumento, da piazza della Vittoria (Siegesplatz) a piazza della Pace (Friedensplatz). In seguito al referendum popolare, richiesto da molti cittadini di madrelingua italiana che disapprovavano la decisione, nell’ottobre 2002 il nome di piazza della Vittoria è stato ripristinato dopo una consulta democratica che vide vincitori i “Sì” in maniera netta con il 61,94%. Dopo l’esito, caroselli di auto per le vie di Bolzano hanno festeggiato il ritorno dello storico toponimo. La giunta comunale di Bolzano ha reintrodotto la denominazione precedente, ma ha voluto anche apporre sotto la targa toponomastica “Piazza della Vittoria” la scritta “Già della Pace”.
Il 22 febbraio 2005, sono state apposte dai rappresentanti del comune di Bolzano delle targhe commemorative che contestualizzano il significato del monumento. Queste sono state montate a circa 50 m di distanza, dato che l’installazione in prossimità del monumento è stato proibita dal Ministero della Cultura, dopo massicce proteste dei partiti italiani di destra.
Il 9 novembre 2008 ha avuto luogo una manifestazione nazionalista tirolese degli Schützen contro i monumenti di epoca fascista presenti a Bolzano, compreso il monumento alla Vittoria, percepita però come manifestazione antiitaliana dalla maggioranza italofona. La manifestazione è partita da piazza Walther e terminata in piazza Tribunale con un comizio conclusivo da parte di alcuni esponenti del gruppo tirolese. Nella mattinata alcuni esponenti di Alleanza Nazionale hanno voluto manifestare a difesa degli storici monumenti bolzanini, depositando 2000 ceri nel piazzale e nel perimetro antistante il monumento alla Vittoria. Anche Unitalia ha organizzato un picchetto con fiaccole davanti allo stesso, prima, e durante il passaggio degli Schützen.
Il 23 novembre 2009 partono nuovamente lavori di restauro del monumento, a cura del Ministero per i beni e le attività culturali ed eseguiti dalla Soprintendenza di Verona, alla quale il monumento compete. In una mozione del 1º dicembre 2009 il consiglio provinciale di Bolzano, con un voto a maggioranza, ha protestato contro l’iniziativa, considerandola di stampo revisionista e non consona allo spirito europeo. Contestualmente è stato chiesto dall’Assessorato provinciale alla cultura di cogliere l’occasione del restauro per “trasformare il monumento in una testimonianza contro il fascismo”.
Il 21 maggio 2010, l’Archivio storico della città di Bolzano ha rivolto un appello a storicizzare, depotenziare e musealizzare i monumenti dell’era fascista a Bolzano, con al centro il monumento alla Vittoria, creando una memoria condivisa e condivisibile da parte della società civile. Il progetto chiamato «Bolzano città di due dittature» vorrebbe ricordare entrambi i fascismi europei, quello italiano e quello tedesco, il nazionalsocialismo, che hanno così fortemente condizionato il Novecento bolzanino, affrontando una scomoda eredità e al contempo sfruttando al meglio le grosse opportunità di rielaborazione democratica ed europea del bellicismo e dei nazionalismi del passato.
Il 26 gennaio 2011, in occasione di un voto di fiducia parlamentare, il ministro alla cultura Sandro Bondi ha dato il via libera, tramite un impegno scritto, alla Südtiroler Volkspartei di storicizzare i monumenti dell’era fascista, in primis il monumento alla Vittoria, fermando il restauro in atto. L’inaspettata decisione del governo è stata aspramente criticata dalla stampa locale di lingua italiana che lo ha definito “un tradimento ai cittadini”, mentre ha riscontrato i favori dell’opinione pubblica di lingua tedesca.
Per consentire una riflessione più pacata sulla problematica della monumentalistica d’epoca fascista a Bolzano, il 5 febbraio 2011 un nutrito gruppo di storici e storiche di lingua tedesca e italiana e di varia nazionalità, legati in larga parte all’associazione “Geschichte und Region/Storia e regione”, pubblicò un appello nel quale chiese un’efficace storicizzazione dei manufatti, evitandone lo smantellamento o la rimozione, ma facendo sì che venissero messe in chiara evidenza il carattere totalitario e il messaggio di violenza dei monumenti stessi, al fine di impossibilitare ogni forma di revisionismo nostalgico.
Contro la storicizzazione del monumento e “per la difesa degli italiani”, l’associazione d’estrema destra CasaPound, il 5 marzo 2011 organizzò un corteo partito da piazza della Vittoria e terminato nella stessa piazza con un lancio di rose al monumento di Giuseppe Mazzini. I manifestanti, giunti anche da altre città, hanno sfilato con in testa uno striscione in lingua tedesca con la scritta “Gegen eure Arroganz. Für das Zusammenleben” (“Contro la vostra arroganza. A favore della convivenza”).
Nel gennaio 2012 venne approvata la creazione di un percorso espositivo nei locali al di sotto del monumento alla Vittoria destinato a completare ed ampliare i lavori di ristrutturazione e a documentare la storia del monumento e le vicende cittadine dal 1918 al 1945 correlate alle due dittature fascista e nazista che in quel periodo si avvicendarono nella città e in regione, la cui apertura avvenne il 21 luglio 2014, presente il ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini.
La Giuria internazionale del European Museum Award of the Year del 2016 decise di assegnare al percorso espositivo BZ ’18–’45 una «special commendation» per avere «la mostra documentaria reintegrato un monumento controverso, che a lungo ha generato battaglie politiche, culturali e di identità regionale; il progetto rappresenta un’iniziativa altamente coraggiosa e professionale per promuovere valori umanitari, di tolleranza e democratici.»
Nel giugno del 2016, il presidente austriaco Heinz Fischer venne in visita ufficiale al percorso espositivo, apprezzandone impostazione e contenuti.

giovedì 11 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 luglio.
L'11 luglio la religione cristiana celebra San Benedetto da Norcia, patrono d'Europa.
Benedetto da Norcia nasce nell'anno 480 nell'omonima città umbra. Grazie al buon livello economico della sua famiglia di origine - la madre è contessa di Norcia - viene inviato a studiare a Roma quando ha solo dodici anni. L'impatto con la vita dissoluta della capitale lo induce ad abbandonare gli studi umanistici per timore di essere coinvolto nella medesima dissolutezza dei suoi compagni. L'abbandono degli studi coincide in realtà con la nascita della sua vocazione religiosa. Così a soli 17 anni si ritira ad Eufide nella valle dell'Aniene insieme alla sua vecchia nutrice Cirilla, appoggiandosi saltuariamente ad una vicina comunità di frati.
La sua idea di vita religiosa diventa però sempre più vicina all'eremitismo e alla meditazione solitaria. Lascia quindi la nutrice e si dirige verso Subiaco, dove, grazie al contatto con un monaco di un monastero vicino, scopre una inospitale grotta presso il Monte Teleo. Ed è proprio nella grotta che rimane in eremitaggio per tre anni.
Terminata l'esperienza di eremitaggio, nel 500 si dirige verso un monastero nei pressi di Vicovaro, ma è costretto ad abbandonarlo quasi subito a seguito di un tentativo di avvelenamento perpetrato ai suoi danni dai monaci. Ritorna così a Subiaco, che rimane la sua dimora per circa trent'anni.
Durante questo periodo Benedetto si sottopone ad una serie di prove, fondamentali secondo lui per diventare il portavoce di un nuovo ordine monastico. Tenta dunque di forgiare il suo carattere di religioso resistendo alla tentazione dell'auto-affermazione e dell'orgoglio, alla tentazione della sensualità e a quelle della rabbia e della vendetta. Superato questo difficile percorso, fonda una serie di comunità di monaci, circa tredici, formate ognuna da dodici monaci e da un abate, considerato alla stregua di una guida spirituale.
Nel 529 lascia Subiaco, secondo alcune fonti per contrasti con un ecclesiastico locale, secondo altre per un nuovo tentativo di avvelenamento subito in monastero. Si dirige quindi verso Cassino e fonda il famoso monastero. Proprio nel monastero di Montecassino elabora nel 540 la sua regola, che nasce proprio come forma di regolamentazione della vita monastica. Lui stesso la definisce: "minima, tracciata solo per l'inizio". In realtà, la regola contiene molte utili indicazioni per l'organizzazione della vita dei monasteri. Quando Benedetto la elabora i monaci non hanno una dimora stabile, ma vivono in maniera vagabonda. Nella sua regola, che poi è una sintesi del contenuto dei Vangeli, stabilisce che ciascun frate deve scegliere un unico monastero presso il quale soggiornare fino al momento della morte.
Stabilisce inoltre che la giornata all'interno dei monasteri deve essere scandita da momenti di preghiera, studio e lavoro secondo il motto "ora et labora" (prega e lavora). La preghiera è il momento più importante della vita di un monaco, e, secondo Benedetto, deve essere prima di tutto un atto di ascolto da tradurre in azioni concrete e reali. Egli teorizza, dunque, l'importanza di una salda fusione della contemplazione e dell'azione.
La regola stabilisce poi che ciascuna comunità monastica debba essere diretta da un abate, che non è considerato un superiore, ma una sorta di padre amoroso e di guida spirituale: abate deriva infatti dal termine siriaco "abba", padre. In effetti l'abate svolge all'interno del monastero le veci di Cristo in uno scambio continuo con gli altri confratelli, come Cristo con i suoi dodici discepoli.
A Montecassino, Benedetto da Norcia trascorre gli ultimi anni della sua vita, e qui muore il 21 marzo del 547, dopo sei giorni di forti febbri. Secondo le fonti muore in piedi, sostenuto dai suoi confratelli ai quali infonde le ultime parole di coraggio.
Dopo la sua morte, il corpo e poi le reliquie diventano oggetto di culto. Come spesso accade in epoca medievale, molte diverse città si contendono il possesso delle reliquie. Per Benedetto in particolare lo scontro è tra Montecassino e la cittadina francese di Fleury sur Loire. Secondo il processo tenutosi nel 1881 la vera reliquia, tranne una mandibola e un altro osso del cranio, è quella custodita nella cittadina francese. Al di là delle dispute, il culto del santo persiste a Montecassino dove lui stesso ha vissuto ed operato e dove se ne celebra la festa ogni 11 luglio, giorno a lui dedicato dopo che il pontefice Papa Paolo VI gli ha attribuito il titolo di Santo patrono d'Europa.

mercoledì 10 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 luglio.
Il 10 luglio 1943 le forze alleate sbarcano in Sicilia. Ha inizio l'offensiva per conquistare le terre occupate dall'Asse.
Dopo la vittoria alleata in Africa settentrionale del 1942-43, Roosevelt e Churchill decisero a Casablanca che i tempi per l'invasione del territorio europeo governato dall'Asse fossero ormai maturi. Il ponte per il cuore del vecchio continente era certamente l'Italia, considerata il "ventre molle" d'Europa.
L'invasione della penisola avrebbe determinato in tempi brevi la caduta del fascismo e assicurato il controllo pressoché totale delle operazioni nel Mediterraneo.
L'operazione nota con il codice "Husky" fu preceduta da un'operazione diversiva messa a punto dai servizi segreti britannici (codice "Mincemeat"- carne trita). Sulle coste spagnole fu fatto rinvenire il corpo di un ufficiale dei Royal Marines, in realtà un senzatetto che si era suicidato qualche giorno prima. I tedeschi che recuperarono il cadavere trovarono piani dettagliati riguardo alla imminente invasione alleata di Corsica e Sardegna. Il piano funzionò alla perfezione tanto che fu creduto veritiero dallo stesso Hitler, che arrivò a spostare truppe verso le due isole tirreniche (compresa l'intera brigata aerea della Luftwaffe, la Luftflotte II, del nipote del Barone Rosso Wolfram Von Richtofen) togliendo risorse e difese alla Sicilia.
L'invasione dell'isola dalle spiagge sudorientali fu anticipata nei mesi precedenti da violentissimi e continui bombardamenti sui principali porti (Messina e Palermo), sulle infrastrutture e sugli aeroporti della Sicilia (Castelvetrano, Trapani-Milo, Trapani-Chinisia, Sciacca, Palermo-Boccadifalco e Catania-Gerbini). Palermo fu inoltre la prima città italiana a subire massicci bombardamenti a tappeto, che devastarono gran parte dell'abitato causando migliaia di morti tra la popolazione civile. Stessa sorte subì Messina, la città maggiormente colpita in tutta la durata della guerra in Italia. La caduta di Pantelleria "fortezza del mediterraneo" e orgoglio di Mussolini, rasa al suolo da 6,200 kg di bombe e occupata l'11 giugno 1943, fece da preambolo alla grande operazione anfibia programmata per la prima metà del mese successivo.
Le operazioni di sbarco iniziarono prima dell'alba del 10 luglio 1943 ed impiegarono 150.000 uomini, 3.000 navi e 4,000 velivoli tra caccia e bombardieri pesanti e medi. L'area di sbarco interessava il litorale siciliano da Licata a Siracusa.(oltre 160 km di coste). La 7a Divisione americana del generale Patton si concentrò nelle spiagge tra Gela e Licata, mentre l'8a Armata britannica di Montgomery tra Capo Passero e Capo Murro di Porco, area che comprendeva tutto il golfo di Noto. Alla 1a Divisione Canadese furono assegnate le spiagge tra Pozzallo e Pachino.
Le operazioni di sbarco furono precedute da lancio di truppe aviotrasportate (82nd Airborne americana e la 1st Airborne britannica). I lanci dagli alianti furono disastrosi per il fortissimo vento che si era alzato in quelle ore. Gli Americani finirono per lo più lontani dai punti di atterraggio previsti, mentre agli Inglesi andò anche peggio in quanto molti alianti finirono in mare causando l'annegamento dei paracadutisti.
Anche le operazioni anfibie furono difficoltose a causa dei cavalloni alzati dal vento, in particolar modo lungo le spiagge meridionali. Generalmente la resistenza italiana fu debole, fatta eccezione per alcuni reparti che combatterono efficacemente come la 429a Batteria Costiera a difesa di Gela attaccata dai Ranger americani oppure come nel caso della difesa del ponte di Malati sul fiume Simeto (Catania) dove vecchi riservisti del Gruppo Tattico Carnito sbarrarono la strada ai Marines britannici. La 246a Batteria Costiera impedì temporaneamente la presa del porto di Augusta. Nel settore di Gela il contrattacco italo-tedesco (Brigata Livorno e Panzer Division Hermann Goering) fu respinto dall'artiglieria navale statunitense. La mattina del 10 luglio 1943 gli Americani occupavano il porto di Licata, mentre all'estremo opposto della zona di sbarco gli Anglo-canadesi occupavano il porto di Siracusa. Nelle prime ore dallo sbarco entrò in azione quello che rimaneva della forza aerea dell'Asse (Luftwaffe e Regia Aeronautica) che inflisse danni soprattutto al naviglio anglo-americano ancorato presso le teste di ponte, mentre la Divisione Livorno iniziava a coprire la ritirata strategica verso Catania dei panzer della Divisione Goering.
Augusta cadde in mano britannica tra il 13 e il 14 luglio, mentre i Canadesi occupavano l'aeroporto di Pachino e sull'altro fianco si mossero verso ovest per incontrarsi con gli Americani nella zona di Ragusa, dove la 45a Divisione di Fanteria dell'Us Army aveva occupato l'aeroporto di Comiso prima di fare ingresso nella città iblea.
Tra il 14 e il 16 luglio iniziò la seconda fase dell'invasione della Sicilia, quando il Feldmaresciallo Albert Kesselring ordinò l'accorciamento della linea del fronte attorno alla piana di Catania con i rinforzi delle Divisioni paracadutisti appena giunte sull'isola, al fine di organizzare una strenua difesa dell'area nord-orientale della Sicilia. Il 16 luglio fu ordinato ai velivoli superstiti della Regia Aeronautica di abbandonare l'isola dopo la perdita in combattimento di oltre 150 velivoli. Gli americani proseguirono la marcia verso l'entroterra in direzione del capoluogo Palermo. Nei giorni successivi sarà combattuta la fase più dura della battaglia per la Sicilia contro i tedeschi asserragliati attorno all'Etna. Il 27 luglio i comandi tedeschi decisero per una prossima ritirata verso la Calabria. Due giorni prima il fascismo era caduto proprio come la Sicilia nelle mani degli Alleati.
Gli Americani avevano perduto oltre 8.700 uomini (2,300 i morti, il resto feriti). Peggio andò agli Inglesi e ai Canadesi che ebbero ad affrontare le bocche delle divisioni corazzate tedesche: Quasi 12.000 vittime, di cui oltre 7.000 i feriti e oltre 2,000 i prigionieri). Gli Italiani ebbero oltre 4,500 morti e ben 116.000 prigionieri, oltre a più di 30.000 feriti. I tedeschi 4,300 morti e 13,500 feriti.

martedì 9 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 luglio.
Il 9 luglio 1540 Enrico VIII annulla il matrimonio con la quarta moglie, Anna di Cleves.
Su Enrico VIII gli storici e gli scrittori hanno versato fiumi d’inchiostro. Colto e raffinato esponente della dinastia Tudor, ma anche sovrano dispotico e sanguinario con il procedere degli anni, Enrico VIII è ricordato per un evento che cambiò il corso della storia in Inghilterra e nel mondo: lo scisma religioso che sancì il distacco dalla chiesa cattolica di Roma. Enrico viene certamente ricordato anche per la sua turbolenta vita privata, segnata da sei matrimoni e da una lista senza fine di amanti e di figli illegittimi, tempestosa con le donne quasi quanto quella di un suo famoso contemporaneo, Ivan il Terribile.
La lunga serie di matrimoni, celebratisi tra il 1509 ed il 1543, costò la vita a ben tre consorti su sei, e si snodò attraverso il divorzio da Caterina d’Aragona, la decapitazione di Anna Bolena, la morte per complicanze da parto di Jane Seymour, il ripudio di Anna di Clèves e la decapitazione di Katherine Howard. Solo l’ultima moglie accompagnò, da sposata, la salma di Enrico, anche perché il re era stanco e malato e Katherine Parr fu per lui più un’infermiera che una coniuge.
Tra i tanti matrimoni di Enrico VIII finiti tragicamente, uno si distinse per la particolarità dei rapporti che legarono il sovrano inglese alla consorte, il quarto matrimonio, quello con Anna di Cleves. Curiosamente, una delle ragioni del fallimento dell’unione del sovrano fu dovuta al pittore di corte Hans Holbein il Giovane, il celebre artista tedesco riparato a Londra per sottrarsi alla Riforma Luterana, che divenne ritrattista ufficiale della corte inglese nel 1536.
Spedito in avanscoperta in vista del matrimonio del suo sovrano, Holbein fu incaricato di dipingere il ritratto della duchessa di Clèves, secondogenita di Giovanni III, duca di Jülich-Kleve-Berg, e della principessa Maria di Jülich-Berg, signori di un ducato attualmente situato tra la Germania ed i Paesi Bassi. Nel ritratto la giovane, riccamente vestita secondo l’uso della sua terra di origine, appare nel fiore degli anni e la sua bellezza è appena offuscata dal velo di malinconia presente nello sguardo. Le mani, affusolate ed eleganti, quasi abbandonate sul grembo, risaltano contro il carminio e l’oro dell’abito. Ciò che Enrico non poteva sapere tuttavia, è che il pittore di cui aveva tanta stima aveva fortemente idealizzato la sua modella. L’effetto finale del ritratto fu tuttavia così convincente, che il sovrano, rapito ed entusiasta, acconsentì immediatamente alle nozze.
Certo, alla base della scelta c’era soprattutto la ragion di stato: Anna, sorella del duca di Clèves, feudatario imperiale, doveva infatti suggellare l’alleanza della Germania con l’Inghilterra, isolata dopo la Riforma e canzonata anche da strane armature, ma è innegabile anche che Enrico desiderasse al contempo una consorte avvenente e che ravvisasse questa caratteristica nella giovane.
Nonostante avesse ormai 49 anni, quasi il doppio dell’età della futura sposa, e fosse ormai in sovrappeso e lontano dall’aspetto da rubacuori della gioventù, le pretese del re in fatto di donne restavano ancora alte e, essendo vanitoso, interpretò come un affronto personale il fatto che Anna non lo riconobbe quando, sotto mentite spoglie, si recò a Rochester ad accoglierla.
Il primo incontro tra i due si rivelò del resto, secondo tutte le fonti dell’epoca, un vero e proprio disastro: la giovane sapeva leggere e scrivere in Dutch, il dialetto germanico dei Paesi Bassi, sapeva cucire, ricamare e giocare a carte, ma i suoi talenti non andavano oltre. Non conosceva né il latino, né l’inglese, né il francese, non sapeva suonare o cantare e la sua prima conversazione con il raffinato sovrano d’oltremanica consistette in poche, stentate parole con forte accento straniero.
Ma fu soprattutto l’aspetto fisico a lasciare a bocca aperta per il disappunto il monarca inglese: completamente diversa dalle leggiadre sembianze del ritratto di Holbein, la giovane che Enrico VIII incontrò a Rochester si rivelò alta e sgraziata, con il volto deturpato dal vaiolo. Ritiratosi in fretta e furia nelle sue stanze, Enrico dichiarò pubblicamente che l’aspetto della “cavallona fiamminga” lo disgustava e chiese ai suoi consiglieri di essere immediatamente liberato dalla promessa di matrimonio. Ebbe ad affermare:
Se non fosse già arrivata fin qua in Inghilterra, se non fosse per il rischio di spingere suo fratello tra le braccia del re di Francia o dell’Imperatore, non vorrei saperne di prendere in moglie “quella cavallona fiamminga”
Tutte le possibili scappatoie al matrimonio vennero però esaminate invano dalla diplomazia inglese, che considerò improponibile l’eventualità di rimandare indietro la promessa sposa. Così, il 6 gennaio 1540 un riluttante Enrico VIII, in scandaloso ritardo e con la fronte aggrottata, fu costretto a sposare Anna di Clèves.
Ai cortigiani che, con la brutale disinvoltura dell’epoca, chiesero al loro sovrano se trovasse la moglie più attraente dopo la prima notte di nozze, Enrico replicò tetro che la vicinanza della fiamminga lo aveva privato di qualsiasi desiderio di intimità con lei, aggiungendo imbarazzanti particolari circa i seni cascanti ed il ventre flaccido di Anna, dettagli che, assicurò, non gli consentivano di consumare il matrimonio.
La curiosa coppia seguitò comunque a condividere il letto reale per sei mesi. Nel frattempo il Consiglio del Re, con il pretesto ufficiale che un precedente contratto di fidanzamento tra Anna ed il duca Francesco I di Lorena fosse valido, annullò le nozze contratte in Inghilterra. Holbein e coloro che avevano consigliato al sovrano le nozze con la straniera, inutile dirlo, caddero in disgrazia.
Chi se la cavò meglio di tutti fu l’imperturbabile Anna.
Il re, soddisfatto della sua mansuetudine, le attribuì una rendita di 4000 sterline annue, con diritto di precedenza su ogni altra dama d’Inghilterra, oltre alle proprietà di Richmond Palace e del Castello di Hever, già appartenute alla famiglia di Anna Bolena.
Dopo il divorzio i rapporti tra Enrico VIII ed Anna rimasero sempre cordiali e la ex regina fu ricevuta a corte con ogni riguardo, stabilendo ottimi rapporti con le figlie del sovrano, Maria ed Elisabetta, e con la diciottenne Katherine Howard, sua ex dama di compagnia e nuova regina, incoronata solo venti giorni dopo il divorzio da Anna.
Lo sfortunato ritratto di Anna eseguito da Holbein venne rapidamente alienato da Enrico VIII e finì, nel 1671, acquistato dal Luigi XIV, il Re Sole. Oggi lo si può ammirare al Louvre, nella sezione dei pittori fiamminghi.

lunedì 8 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 luglio.
L'8 luglio 1934 nasce Marty Feldman.
Marty Feldman, grande comico anglosassone, è nato nell'East End di Londra, figlio di un sarto ebreo. Lasciata la scuola a soli quindici anni, segue inizialmente la vocazione di trombettista jazz, che in quel momento sentiva di possedere.
Solo più tardi scopre in realtà di provare una forte attrazione per il palcoscenico e per la recitazione. Prende parte allora ad alcune commedie, dove comincia a farsi strada la sua vena comica arguta e surreale, sulla scia dei suoi maestri ideali, Buster Keaton e i fratelli Marx in testa.
Il suo primo ingaggio nel mondo dello spettacolo avviene grazie ad una commedia comica creata insieme a due amici, gli stessi con cui forma un trio chiamato "Morris, Marty and Mitch", trio comico estremamente influenzato da quello che nello stesso periodo stavano appunto facendo i già ricordati fratelli Marx (Grouche, Harpo, Chico e Zeppo), e che ricalcava, più o meno, lo stesso tipo di comicità stralunata.
Nel '54 incontra Barry Took, un altro umorista di talento. L'uno rimane colpito, in un singolare gioco incrociato, dal pazzo umorismo dell'altro, simpatizzano, e decidono di creare un sodalizio professionale. Cominciano dunque a scrivere soggetti di tutti i generi e in gran quantità per programmi radiofonici di vario tipo fino a che Marty, sul finire degli anni cinquanta, entra a far parte di un vero e proprio team di sceneggiatori assoldati per trovare idee divertenti per i radio show. In particolare, il team si applica, con lodevoli risultati di ascolto, ad uno dei programmi più in voga all'epoca "Educating Archie".
Fortunatamente Marty e Barry, che rischiavano di prendere strade separate a causa dei sopravvenuti impegni del primo, vengono chiamati ad unire i loro sforzi per realizzare altri due programmi radiofonici "We're in Business" e il clamoroso, in termini di ascolto, "The Army Game". Due di quei popolari show danno vita ad altre esperienze, nate più o meno sulla base delle caratterizzazioni create per lo show precedente (quindi utilizzando gli stessi personaggi, modificati o arricchiti con altre trovate). Uno di questi è "Bootsie and Snudge", per il quale Feldman diventa lo sceneggiatore responsabile. Indubbiamente un passaggio di carriera non indifferente. Ma l'aspetto più importante è che questo tipo di produzioni cominciano a sbarcare anche in televisione, raggiungendo una massa più imponente di spettatori, rispetto alla sola radio.
Inoltre, ora non è più uno scribacchino che si deve adattare ad integrare o modificare quello che scrivono altri, ma è l'ideatore diretto di tutti i programmi che gli vengono affidati. Naturalmente, si prende di converso anche la responsabilità delle battute e degli andamenti degli ascolti. Di certo l'artista non delude le aspettative, visto che gli spettacoli da lui ideati diventano tra i più visti della televisione inglese.
Alla metà del 1961, il comico scopre di essere affetto da una grave forma degenerativa di natura ipertiroidea. Gli effetti di questa malattia si ripercuotono soprattutto sull'apparato oculare, che subisce gravi modificazioni. Questo "difetto", e l'immagine dell'attore che di conseguenza ha impresso, è uno dei motivi iconografici per cui oggi è così ricordato, tanto che il suo volto è quasi diventato un'icona. In effetti, è difficile dimenticare quello sguardo, espressamente accentuato dallo stesso Feldman per renderlo il più caricaturale possibile (com'è facilmente osservabile nelle numerose foto che lo ritraggono anche fuori dal set).
Fortunatamente dunque, anche grazie al suo grande spirito reattivo, la carriera non subisce grandi scossoni e anzi per tutti gli anni sessanta intensifica le sue collaborazioni con la BBC nella realizzazione di programmi televisivi, fino a creare show poi diventati fucina di talenti comici. Ricordiamo, fra gli altri, alcuni dei futuri Monty Python come Michael Palin, Terry Jones e John Cleese.
In uno di questo show, inoltre, dette vita ad uno dei suoi più fortunati personaggi, entrati poi anche nel costume del popolo britannico con i suoi tormentoni. In questo periodo avvenne la consacrazione ufficiale di Feldman e di conseguenza si verificò un'ulteriore spinta in avanti della carriera: il simbolo tangibile della stima che la BBC provava per lui fu l'offerta di realizzare proprie commedie sul secondo canale per gli anni a venire, commedie in cui fosse il protagonista assoluto.
Restava però, in questa fulgida ascesa, ancora un territorio da conquistare, e stavolta nel vero senso della parola, ossia l'America. Ancora sconosciuto negli Stati Uniti, Feldman decise di farsi conoscere anche in quel grande continente. Il suo debutto televisivo sugli schermi statunitensi risale alla fine degli anni sessanta, quando appare in alcuni sketch del popolarissimo "Dean Martin Show". La riuscita è buona, l'accoglienza più che lusinghiera. Il ghiaccio sembra rotto e allora eccolo negli anni settanta regolarmente ospite di numerosi show così come di repliche estive. Negli stessi anni progetta e mette in piedi un altro spettacolo basato su di lui che infatti prenderà il nome di "The Marty Feldman Comedy Machine".
In Italia, invece, Feldman non ha avuto moltissime occasioni per essere conosciuto. L'immagine più dirompente che tutti ricordano è infatti legata ad un film di diffusione internazionale e di enorme successo, tanto da diventare un classico ed essere annoverato come uno dei tributi più divertenti al cinema in bianco e nero e alle pellicole ingenuamente horror del passato. Stiamo parlando di "Frankestein junior", indubbiamente uno degli exploit più clamorosi della carriera di Feldman, basata fino a quel momento più che altro sul rapporto diretto con il pubblico, in una sorta di dimensione cabarettistica. Invece, in quel caso, Mel Brooks lo sceglie per il cast del film avendo la brillante idea di assegnargli il personaggio di Igor, l'assistente tanto funereo quanto spassoso del Dr. Frankenstein, incarnato con esiti altrettanto memorabili da un altro istrione della cinematografia umoristica, Gene Wilder.
Dopo il film di Brooks, vennero a seguire altre partecipazioni, fra cui quella alle "The Adventure of Sherlock Holmes' Smarter Brother", e all'altra pellicola di Mel Brooks dal titolo "Silent Movie". Molti di questi film, purtroppo, non sono stati distribuiti in Italia.
Tale, comunque, è il successo dei film e il riscontro personale di Feldman presso il pubblico che il comico prende il coraggio di cimentarsi in prima persona con il lavoro registico. L'esordio è con " Io, Beau Geste e la legione straniera", scherzoso rifacimento di un film del '39 di Wellman, in cui due fratelli, uno bellissimo e l'altro bruttissimo, finiscono nella legione straniera. In seguito, dirige "In God We Trust", dopo il quale torna comunque davanti alla macchina da presa nei più congeniali panni dell'attore.
Durante la lavorazione del picaresco "Yellowbeard in Mexico", il quarantanovenne Feldman viene colto da un grave malore di origine cardiaca, morendo il 2 dicembre del 1982 a Mexico City, nella sua stanza d'albergo. Viene seppellito al cimitero "Forest Lawn" di Los Angeles, vicino alla tomba del suo idolo, Buster Keaton, al quale si era sempre ispirato, malgrado gli esiti diversissimi della sua comicità.
Marty Feldman, fu un personaggio più unico che raro nel panorama della comicità anglosassone, riuscendo a riassumere in sé diverse figure: comico, regista, scrittore e commediante. Il suo stile fu del tutto unico e personale, contrassegnato in modo indelebile dalla sua indimenticabile fisionomia. Impersonificò il vero spirito della commedia, motivo per cui sarà ricordato molto a lungo.

domenica 7 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 luglio.
Il 7 luglio 1960 ebbe luogo la cosiddetta "Strage di Reggio Emilia".
La strage di Reggio Emilia è un fatto di sangue avvenuto il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione sindacale durante la quale cinque operai reggiani, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI furono uccisi dalle forze dell’ordine.
Nota anche con il termine di “fatti di Reggio Emilia”, la strage fu l’apice di un periodo di alta tensione in tutta  l’Italia , in cui avvennero scontri con la polizia. I fatti scatenanti furono la formazione del governo Tambroni,  governo monocolore  democristiano  con il determinante appoggio esterno del MSI, e l’avallo della scelta di Genova (città “partigiana”, già medaglia d’oro della resistenza) come sede del congresso del partito missino. Le reazioni d’indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare.
L’allora Presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, diede libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza” ed alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo Tambroni.
La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione, proclamò lo sciopero cittadino. La prefettura proibì gli assembramenti e le stesse auto del sindacato invitarono con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare durante la manifestazione. L’unico spazio consentito, la Sala Verdi che aveva una capienza di 600 posti, era troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti. Un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decise quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta.
Alle 16.45 del pomeriggio una carica di un reparto di 350 poliziotti al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico, investe la manifestazione pacifica. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dai getti d’acqua e dai lacrimogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, per poi barricarsi letteralmente dietro ogni sorta di oggetto trovato, seggiole, assi di legno, tavoli del bar e rispondendo alle cariche con lancio di oggetti. Respinte dalla disperata resistenza dei manifestanti, le forze dell’ordine impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare.
Sul selciato della piazza caddero:
Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino.
Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti.
Marino Serri (1919), pastore di 41 anni, partigiano della 76a, primo di sei fratelli.
Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, partigiano della 76a SAP, è il quinto di otto fratelli.
Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi era commissario politico nel distaccamento “G. Amendola”.
I fatti furono cantati in una celebre canzone di Fausto Amodei, dal titolo Per i morti di Reggio Emilia, ripresa anche dal gruppo degli Stormy Six nel loro album “Guarda giù dalla pianura” e, più recentemente, alla base del romanzo di Paolo Nori del 2006 Noi la farem vendetta.
I caduti non ebbero pace nemmeno dopo la morte. Dapprima si vietò di depositare fiori sul luogo ove uno di essi era caduto (il selciato antistante la chiesa di San Francesco), perché si trattava di proprietà privata! In seguito le autorità fecero la guerra al cippo marmoreo emettendo ordinanze su ordinanze per imporne la rimozione.
Le ordinanze tuttavia non bastarono e nessuno ebbe il coraggio di rimuoverlo. Solo  nottetempo, non identificati, infransero la primitiva lapide ricordo. Fu subito sostituita con una grossa pietra di granito, con incisi i nomi dei caduti, che rimase al suo posto fino al 7 luglio 1972, data in cui, a cura del Comitato Provinciale Antifascista, venne scoperta la Stele (opera dello scultore concittadino Giacomo Fontanesi) che rimarrà a perenne ricordo dei martiri nella piazza che la Città ha dedicato loro.

sabato 6 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 luglio.
Il 6 luglio 1988 si ebbe il disastro della Piper Alpha.
La Piper Alpha era una piattaforma petrolifera che operava nel Mare del Nord, installata a circa 200 chilometri dalla cittadina scozzese di Aberdeen, e di proprietà della compagnia petrolifera americana Occidental Petroleum (Caledonia) Ltd.
Un tizzone fumante, in un mare di desolazione, è tutto quello che resta della piattaforma Piper Alpha, mentre tutt' intorno le navi impegnate nella ricerca di qualche altro superstite sembrano contemplare il relitto di quello che in un tempo non lontano era stato definito il gigante del Mare del Nord. Ogni tanto, i battelli che setacciano le acque portano su qualcosa: un sacco di caffè, uno scatolone di sigarette, tute, caschi protettivi, indumenti, tanti indumenti. Ma dei 167 dispersi nessuna traccia, spariti, polverizzati nello stesso rogo che ha come liquefatto i tre quarti della piattaforma. Ed è proprio la facilità, se così si può dire, con cui si è consumata la tragedia, al centro degli interrogativi e delle polemiche. Nell' arco di poche ore 35 mila tonnellate di acciaio si sono completamente fuse. Il tratto di mare circostante è come entrato in ebollizione. La nube di fumo che si è sprigionata dalle fiamme, alte fino a 200 metri, ha impedito di sorvolare la zona in un raggio di 15 miglia. L' ondata di calore, a detta degli elicotteristi che hanno prestato i primi soccorsi (gli unici autorizzati ad avvicinarsi) era tale che la si avvertiva, dall' interno del velivolo, a 700 metri di distanza. Basta scorrere i rapporti dei soccorritori per avere minuto per minuto il quadro di un inferno che ha preso piede in brevissimo tempo, senza incontrare ostacoli e mandando in tilt un sistema di sicurezza che pure appariva collaudato. Ore 9.31: preceduta da un sibilo violentissimo e inodore, una prima esplosione innesca l' incendio del modulo B, quella parte della piattaforma in cui si trova la camera di compressione del gas dove, verosimilmente, si è verificata la fuga. Parte un Sos che però non viene ricevuto dalla Guardia costiera di Aberdeen. Il primo allarme Ore 9.58: la nave appoggio Lowland Cavalier lancia il mayday: Esplosione sulla Piper Alpha. Scatta lo stato di emergenza. Ore 10.02: una richiesta di soccorso parte dalla piattaforma e viene ricevuta dalla radio costiera dell' isola Wick: c' è un incendio nella sala radio!, dice l' Sos. Dal tono della voce riferirà più tardi il marinaio che ha ricevuto il messaggio sembrava che la situazione sulla Piper Alpha doveva già essere praticamente orrenda. Ore 10.05: un radioamatore capta il seguente messaggio: Stiamo abbandonando la piattaforma. Gesù Cristo, dobbiamo andar via di qui. Non c' è più tempo, dobbiamo andar via. Ore 10.09: la Guardia costiera di Aberdeen riceve: Piper Alpha completamente abbandonata. Ore 10.10: il primo dei 64 superstiti viene raccolto da un battello di salvataggio della nave Tharos ancorata ad un miglio dalla piattaforma. Ore 11.20: la nave Nimrod, che si è mossa da Kinloss, arriva in prossimità della Piper Alpha e riferisce che la piattaforma è totalmente immersa nelle fiamme dal livello del mare al top (103 metri). Il suo destino è ormai segnato, come quello dei 167 dispersi, la maggior parte dei quali sono stati colti nel sonno. Bloccata fin dal primo scoppio la centralina computerizzata da cui dipendono le misure di emergenza, la gente, a bordo, è rimasta imprigionata dalla fiamme. Ma neanche le esercitazioni frequenti e le manovre di sopravvivenza imparate a memoria sono valse a molto. Anzi, si è salvato chi ha seguito il proprio istinto: anziché raggiungere i posti di ritrovo, saltare giù, cercare l' acqua, abbandonare quella fornace infernale. Ero nell' acqua, mi sono girato e ho visto la piattaforma sciogliersi come plastica sotto una fiamma ossidrica, racconta Derek Ellington, nel salotto della sua villetta unifamiliare con i tetti a spiovere, il portoncino rosso e le piante ben allineate sui davanzali. Gli occhi mi bruciavano continua ma in lontananza vedevo delle ombre che agitavano le mani, completamente avvolte dal fumo e dalle fiamme, proprio nel punto più alto dove posano gli elicotteri. Ma l' elicottero non poteva avvicinarsi e qualche istante dopo tutto è sprofondato. Ron Carey si è lanciato dall' altezza di 60 piedi (18 metri). Si può dire che se la sia cavata. Ero sull' angolo nord della piattaforma, uno dei punti di raccolta. Uno scoppio mi ha bruciato gli occhi. Mi sono ritrovato dentro una campana di fumo così spessa da non riuscire più a respirare. Non ho avuto tempo per pensarci: ho intravisto sotto di me l' acqua chiara e sono saltato. Il mare era rosso e caldissimo. Ho pensato che la mia testa stava cuocendo. Mi dispiace dire che c' erano intorno a me altri due-tre corpi a testa in giù. Non ho potuto far nulla. Mentre mi tiravano sul battello e guardavo le fiamme pensavo che non avevamo più neanche un secchiello. C' era tutta l' acqua del Mare del Nord intorno a noi ma non potevamo prenderne neanche una goccia. Ora come è possibile che un gioiello della tecnologia si sia trasformato in quella che l' Independent ha definito una bomba atomica? Come è potuto accadere che dalla verifica ministeriale sull' agibilità della piattaforma conclusa appena dieci giorni prima (il 28 giugno, per l'esattezza) non sia emerso nulla di anormale nel funzionamento della complessa struttura?
L'indagine fu ostacolata dalla mancanza di prove fisiche. Sulla base di testimonianze oculari si concluse che l'incidente fu causato da una fuga di idrocarburi gassosi avvenuta a seguito del riavvio di una pompa che era stata sottoposta a manutenzione.
All'insaputa degli operatori che riavviarono la pompa, durante la manutenzione venne rimossa una valvola di sicurezza. Al posto della valvola, fu lasciata (non correttamente) una flangia cieca in posizione non facilmente identificabile in prossimità della pompa.
Quando la pompa tu avviata questa flangia cieca iniziò a perdere producendo una nube infiammabile, che successivamente trovò una fonte di accensione. La pompa fu riavviata alle ore 22.00 e alle ore 01.00, cioè tre ore più tardi, la piattaforma era stata completamente distrutta e la maggior parte dei lavoratori presenti su di essa erano rimasti uccisi dall'esplosione.

venerdì 5 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 luglio.
Il 5 luglio 1946 nasce il Bikini.
Il bikini compie oggi 73 anni, il costume da bagno che nel ’46 fu simbolo di coraggio ed emancipazione delle donne e che oggi resta ancora il preferito di molte. Che sia colorato, a vita alta, con inserti in pizzo, con i fiocchetti, con le coppe push up o a triangolino, anno dopo anno il bikini ha seguito le tendenze, sin dall’epoca dei romani. Già a livello iconografico esistono testimonianze del due pezzi, indossato dalle ragazze che vediamo mentre fanno sport nei celebri mosaici della Villa Romana del Casale a Piazza Armerina in Sicilia. Ma come è nato il bikini?
L’invenzione del due pezzi arriva nel 1946, creata da Louis Reard che lo paragonò per l’importanza che ebbe –  alla bomba atomica che pochi giorni prima era stata testata dagli americani nell’atollo di Bikini – da cui poi prese il nome. Inizialmente creò scandalo, per cui Louis fu costretto a chiamare una spogliarellista a indossarlo durante la presentazione.
Nei primi anni del Novecento, il due pezzi era una tunica abbinata a un paio di pantaloni attillati che gradualmente, con il passare del tempo, lasciano scoprire gambe e braccia. Nel corso degli anni le donne iniziano a sperimentare anche altri modelli: pantaloncini più corti e scollature più ampie sulla schiena.
Più gli anni passano e più le misure si riducono. Negli anni ’20 si comincia ad esibire le gambe, grazie soprattutto all’influenza internazionale di Hollywood che, grazie al suo anticonformismo, cambia il dictat della moda da bagno.
In questo periodo la stilista Coco Chanel lancia i pantaloncini sopra al ginocchio e décolleté bene in vista, non solo un’evoluzione nel mondo della moda ma anche un invito ad abbronzarsi – cosa fino a questo momento poco apprezzata.
Più elastici e definitivamente più corti i costumi da bagno degli anni ’30, ma è nel 1946, che si concede finalmente alle donne la libertà di poter mettere in mostra il proprio fisico, le proprie curve e anche le proprie imperfezioni.
Negli anni ‘50, il trionfo delle pin up, caratterizzate dalle forme morbide e dagli inconfondibili costumi a vita alta, decreta il costume da bagno come abito elettivo per modellare e valorizzare il fisico curvy. Icona di quegli anni la vulcanica Marilyn Monroe, indimenticabile nel suo costume intero bianco.
Immensa e affascinante anche Brigitte Bardot che nel 1957 nel film “E Dio creò la donna” incoraggia molte ragazze, ancora restie, a sfoggiare il bikini. Negli stessi anni il bikini inizia a prendere piede anche in Italia, grazie alla bellissima Sofia Loren, che nel 1950 vinse il titolo di Miss Eleganza.
Tra le altre icone più celebri del bikini nel cinema, Ursula Andress nei panni della Bond girl Honey Ryder nel 1962 con il suo bikini a due pezzi bianco, con cintura e piccoli inserti dorati.
Nei decenni successivi il costume da bagno è declinato in innumerevoli forme, colori e fantasie differenti. Vengono utilizzati, infatti, materiali molto diversi e tagliati in maniera originale.
E’ proprio da queste sperimentazioni che nasce in questo periodo il due pezzi crochet. Negli anni ‘70 i costumi all’uncinetto prendono il sopravvento, realizzati con una tecnica di lavorazione artigianale molto versatile.
Negli anni ‘80 invece trionfa il bikini sgambato, accompagnato da un top a triangolo, come quello indossato dalla top model Cindy Crawford  a stelle e strisce USA.
Il costume intero invece è il vero protagonista negli anni ’90, grazie alla serie TV Baywatch e alla bagnina più famosa del mondo, Pamela Anderson.  Oggi, invece, la nuova tendenza è quella di non avere tendenze, si mixano colori, forme e tessuti diversi, si mescola sport e chic

giovedì 4 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 luglio.
Il 4 luglio 1879 termina la guerra Anglo-Zulù.
Quando venne sparato l’ultimo colpo nella battaglia di Ulundi il 4 luglio del 1879, l’esercito zulù, che aveva vissuto un grande momento di gloria con la vittoria di Isandlwana all’inizio del conflitto, subito offuscato dalla bruciante sconfitta di Khambula, si rassegnò ad accettare la sconfitta e la fine della guerra. Quell’ultimo colpo fu anche il punto culminante di due anni di una frenetica attività politica che mirava ad eliminare un grave ostacolo all’avanzata dell’imperialismo britannico nell’Africa del Sud.
Lo Zululand, ovvero la terra degli zulù, era diventata un regno forte e aggressivo sotto il re Shaka kaSenzangakhona, all’inizio del XIX secolo. Tuttavia i primi coloni bianchi arrivarono proprio quando sul trono c’era Shaka; già nel 1870 lo Zululand si trovò stretto dalla rapida espansione delle comunità coloniali europee: a sud gli inglesi nel Natal, e a ovest i boeri della Repubblica del Transvaal. Non sempre l’arrivo dei bianchi era stato pacifico, e lo Zululand si era ritrovato coinvolto in un buon numero di conflitti, anche rovinosi, che avevano danneggiato la forza economica e militare dello stato. Ciononostante, nel 1873 un nuovo re zulù, Cetshwayo kaMpande, diede inizio a un programma di riforme interne allo scopo di rivitalizzare l’apparato statale. Non era il momento più opportuno: nello stesso periodo, infatti, i suoi vicini stavano cominciando a considerare l’esistenza del suo regno come una minaccia ai loro stessi interessi nella regione. Così fu solo questione di tempo prima che le aspirazioni di due nazioni, quella inglese e quella zulù, portassero prima a uno stato di rivalità, e infine al confronto.
Gli inglesi, che avevano preso il controllo del Capo nel 1806 per ragioni strategiche durante le guerre napoleoniche, si erano accorti che si trattava di un possedimento eccessivamente dispendioso. Le continue dispute tra inglesi, boeri (discendenti dei primi coloni olandesi) e i vari gruppi africani avevano portato a un’incessante serie di piccole guerre che avevano prosciugato sia le casse del Tesoro sia quelle del Ministero della Guerra. Nel 1870 si era cercato di risolvere i conflitti adottando una politica passata alla storia con il nome di Confederazione, che si riproponeva di unificare i vari gruppi rivali, neri e bianchi, sotto un’unica autorità: quella britannica.
Nel 1877 Sir Henry Bartle Frere fu designato Alto Commissario per il Sudafrica con l’espresso intento di attuare la cosiddetta Confederazione. Frere si convinse immediatamente che il regno dello Zululand rappresentava la minaccia maggiore al disegno confederale. La sua ossessione divenne Cetshwayo che, secondo lui, era l’ultimo responsabile dell’instabilità che stava attraversando le popolazioni di colore in tutto il Sudafrica. Fu questo il motivo per cui si lanciò in una campagna propagandistica, per preparare il terreno a un intervento militare. Cetshwayo veniva descritto come un «despota irresponsabile, sanguinario e traditore», mentre i suoi guerrieri erano «macchine assassine». Tuttavia a quell’epoca il governo britannico era impantanato nella crisi balcanica e in un’impegnativa guerra in Afganistan, e si opponeva all’idea di intraprendere un altro conflitto in Africa. A Frere venne ordinato di trattare gli zulù con «spirito di tolleranza». Ma la sua politica ormai si era spinta troppo in avanti per essere modificata, e così l’Alto Commissario continuò secondo i suoi piani.
Nel marzo del 1878 il tenente generale, onorevole Sir Frederic Thesiger (destinato a diventare Lord Chelmsford alla morte del padre, nell’ottobre dello stesso anno) prese il comando delle forze imperiali in Sudafrica. Chelmsford riteneva inevitabile la guerra con gli zulù, in completo accordo con Frere, che disponeva di tutti gli strumenti necessari per dichiarare una guerra contro gli zulù. A questo punto gli serviva solo una scusa. Sfruttando l’inefficienza del sistema di comunicazioni tra Città del Capo e Londra, sperò di mettere il governo della madrepatria di fronte al fatto compiuto.
Frere trovò il pretesto che andava cercando nei rapporti su alcune violazioni di frontiera di scarsa importanza. Gli incidenti di per sé non avevano grande rilievo politico: un gruppetto di zulù aveva inseguito alcuni fuggiaschi attraverso il fiume Mzinyathi, entrando così nel Natal; in un altro caso dei funzionari coloniali che si erano smarriti in territorio zulù erano stati temporaneamente trattenuti con l’accusa di spionaggio. Frere, però, colse l’occasione e si servì di questi incidenti per dimostrare le intenzioni aggressive del re zulù.
L’11 dicembre i rappresentanti di re Cetshwayo furono convocati a un raduno presso il Lower Drift (uno dei guadi principali – N.d.C.) sul fiume Thukela per ricevere i referti di una Commissione di Frontiera che stava arbitrando una disputa in atto tra boeri e zulù relativamente a una fetta di territorio lungo il fiume Ncome (chiamato anche Blood River, Fiume del Sangue) . Nel 1877 l’Inghilterra aveva annesso la repubblica boera del Transvaal, in bancarotta, suscitando il malcontento di gran parte della popolazione, e la disputa era stata un momento importante nel modellare l’atteggiamento di Frere nei confronti della “minaccia” zulù. Contrariamente alle sue aspettative, le conclusioni della commissione erano state favorevoli agli zulù; ma l’Alto Commissario aveva colto l’occasione per condizionare quel responso all’accettazione da parte zulù delle sue richieste. Tra l’altro, si chiedeva una multa per gli incidenti di confine e, cosa più grave, l’abbandono del sistema militare zulù. Se gli zulù non avessero ottemperato entro trenta giorni, sarebbe stata dichiarata guerra. Le richieste erano impossibili da accettare, dal momento che andavano a colpire il cuore della vita zulù, e questo Frere lo sapeva perfettamente. Per quanto re Cetshwayo volesse placare gli inglesi, la società zulù non poteva accettare l’idea di abbandonare improvvisamente il proprio sistema militare. Il dado era tratto.

mercoledì 3 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 luglio.
Il 3 luglio 1883 nasce Franz Kafka.
Scrittore boemo di lingua tedesca, nasce a Praga nel 1883. Figlio di un agiato commerciante ebreo, ebbe con il padre un tormentato rapporto, notevolmente documentato nella celebre e commovente "Lettera al padre" nella quale si configurano in modo netto le caratteristiche della complessa personalità dello scrittore e le origini familiari di molti dei suoi tormenti, non agevolati neanche dai rapporti con la madre e le tre sorelle, difficili anch'essi. Nella lettera, Kafka dà la colpa della propria inettitudine al padre e ai suoi metodi educativi troppo autoritari. Quella figura severa e pragmatica, dai comportamenti distanti, lo schiaccia e non gli permette di crescere in modo sereno e conforme alla sua sensibilità. Ad ogni buon conto, Franz, primo di sei figli, riceve un'ottima e regolare educazione e formazione nelle scuole tedesche, anche grazie alle buone disposizioni economiche paterne.
Nel 1906 si laurea per così dire controvoglia all'odiata facoltà di Legge, dopo un percorso di studi caldeggiato più che altro dai genitori che lo volevano Dottore. Intanto, sul piano sentimentale, si profila il tormentato rapporto con Felice Bauer, più volte sciolto e poi ripreso, fino alla definitiva rottura avvenuta nel 1914. Finalmente dottore, insomma, trova un impiego presso una banca, dopo aver sperimentato i disagi del praticantato. Fin da subito, si profila per lui una carriera di funzionario, del tutto opposta alle sue più intime inclinazioni; sul lavoro è apprezzato per la sua solerzia e per la sua coscienziosità, anche se dentro di sé vive l'esistenza di impiegato scrittore in un conflitto spesso esasperato. A fronte di questa insoddisfacente collocazione lavorativa non fa purtroppo da contrappeso un'analoga situazione sentimentale. L'amore con Milena Jesenka è tormentato, così anche la relazione con Dora Dyamant, con cui convisse dal 1923.
Il suo rapporto di lavoro con la banca si chiude nel 1922 con richiesta di pensionamento, quando la tubercolosi, manifestatasi nel 1917, irrompe in tutta la sua gravità. La sua vita, tranne brevi viaggi il più delle volte compiuti per salute, si svolge a Praga, nella casa paterna e, nonostante due fidanzamenti, rimane scapolo. Legato da amicizia, all'università, con coetanei introdotti in ambienti letterari, tra cui l'importantissimo, anche per la storia letteraria, Max Brod. Infatti, i sette volumi che pubblicò, curandoli di persona (Meditazione (1913), Il fuochista (1913), La metamorfosi (1915), La condanna (1916), Nella colonia penale (1919), Un medico in campagna (1919-20) ed Un digiunatore (1924), rappresentano una piccola percentuale di quello che, sfuggito a distruzioni di manoscritti da lui compiute, ad incuria di corrispondenti, a persecuzioni politiche, è stato pubblicato postumo grazie all'interessamento ed all'abnegazione dell'amico Brod, che non tenne conto delle disposizioni testamentarie dell'amico, secondo le quali avrebbe dovuto distruggere tutti gli scritti da lui lasciati. Questi scritti possono considerarsi, di fatto, la parte emergente di un'opera che si sottrae a tracciati e recinzioni, in particolare quella legata ai tre tentativi di romanzo. Pubblicati postumi, rispettivamente nel 1927, nel 1925 e nel 1926, "America", "Il processo" ed "Il castello" sono le stazioni principali di una ricerca fatta unica ragione di vita ed identificata con la letteratura.
Lo scavo kafkiano, insieme agli esiti di tutta la letteratura novecentesca e in specie mitteleuropea, aggrava ulteriormente quella crisi di certezze che si era già manifestata alla fine del 1800. In quel secolo avevano dominato gli ideali tipici della scienza e del progresso, condensati e diffusi nella filosofia e nella mentalità del positivismo. Già alla fine del 1800, e poi con sempre maggior forza agli inizi del 1900, invece, si viene infatti manifestando nella cultura europea un movimento di reazione al positivismo, movimento che influenza la filosofia, la letteratura e i vari campi artistici. Si rimprovera al positivismo di coltivare troppa fiducia nel progresso, di essere ingenuamente meccanicista nel coniugare fiducia nella trasformazione intima dell'uomo, progresso morale e mero progresso materiale, economico o tecnologico che fosse.
Questi smottamenti "ideologici" portarono alla ricerca di nuove forme espressive, insieme alla presa di coscienza da parte degli scrittori, di nuove funzioni. Essi capiscono che non possono più limitarsi alla semplice descrizione della realtà, ma cercare le ragioni più profonde dell'agire umano. In questo clima acceso si sviluppa una forte polemica antiborghese, manifestata anche con l'adozione di nuove forme di vita originali e sregolate, con le provocazioni lanciate contro il pubblico e la società dei "benpensanti" . La rivolta contro la mediocrità e l'ipocrisia della vita borghese è un tema ricorrente in tutta la cultura europea di questo periodo, a cui Kafka si inscrive a pieno diritto. Vengono alla ribalta, insomma, nuovi temi letterari: lo scavo nell'interiorità dell'individuo, la valorizzazione degli aspetti inconsci della personalità, la riflessione sulla condizione esistenziale del singolo, in cui dominano l'inquietudine, lo smarrimento, l'angoscia.
"Il motivo fondamentale dell'opera di Kafka è quello della colpa e della condanna. I suoi personaggi, colpiti improvvisamente dalla rivelazione di una colpa apparentemente sconosciuta, subiscono il giudizio di potenze oscure e invincibili, vengono per sempre esclusi da un'esistenza libera e felice, che intuiscono realizzata in un'altra dimensione del mondo, in un'altra realtà [...]. Kafka non va considerato soltanto una delle più profonde espressioni poetiche della situazione esistenziale contemporanea, ma anche un originale mediatore tra la cultura occidentale a sfondo razionalistico e gli impulsi mistici dell'ebraismo" [Enciclopedia Garzanti di Letteratura]. Franz Kafka muore nell'estate del 1924, il giorno 3 giugno, prima di compiere quarantuno anni, in una clinica nei pressi di Vienna.
La causa della morte sembra essere la fame: la condizione della faringe di Kafka gli rese l'alimentazione troppo dolorosa e dal momento che la nutrizione parenterale non era ancora stata messa a punto, non c'era modo di nutrirlo. Sul letto di morte, Kafka stava modificando "Un digiunatore" (letteralmente "Un artista del digiuno").
Il suo corpo fu riportato a Praga, dove venne cremato l'11 giugno 1924 e sepolto nel nuovo cimitero ebraico di Praga a Žižkov. Una lapide alla base della stele funeraria commemora le tre sorelle dello scrittore, morte nei lager nazisti fra il 1942 e il 1943. Sul muro di fronte un'altra lapide ricorda l'amico Max Brod, colui che aveva curato la pubblicazione postuma di buona parte delle opere di Kafka. Kafka, sconosciuto durante la sua vita, divenne famoso subito dopo la sua morte.

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