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martedì 23 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 23 ottobre.
Il 23 ottobre 1942 ha inizio la battaglia di El Alamein.
La battaglia di El Alamein è probabilmente la più famosa e conosciuta alla quale ha partecipato l’esercito italiano, rimasta nella memoria di molte generazioni per i racconti dei genitori o nonni che vi hanno partecipato.
L’Asse (Germania, Italia, Giappone) è al massimo dell’espansione territoriale. In Europa resiste solo la Gran Bretagna, l’Unione Sovietica indietreggia fino a Stalingrado, sul Volga e in Africa le truppe italo-tedesche arrivano in pieno Egitto travolgendo le armate inglesi. L’obiettivo dell’Asse è raggiungere il canale di Suez (bloccando una via fondamentale di rifornimento dall’India per i britannici), raggiungere i pozzi petroliferi del Medio Oriente e congiungersi con le armate tedesche che stanno per raggiungere le montagne del Caucaso in Russia. Se così fosse, la guerra sarebbe praticamente vinta.
Tuttavia l’avanzata in Africa subisce un arresto nei pressi di una piccola stazione ferroviaria, a El Alamein. Le armate italo-tedesche guidate dal feldmresciallo Erwin Rommel hanno scarsità di uomini (80.000 contro 230.000), mezzi (rapporto di aerei, cannoni e carri armati è di 1:3 per gli inglesi), gli Alleati possono disporre di quantità pressoché illimitate di carburante e rinforzi grazie all’afflusso di soldati coloniali (sudafricani, indiani, neozelandesi e australiani), greci e francesi.
Trincerati nel deserto, i soldati attendono l’assalto decisivo. Il 23 ottobre 1942 i mille cannoni inglesi contemporaneamente iniziano a fare fuoco sulle linee italiane, considerate l’anello debole. La battaglia è più dura del previsto, ma il 3 novembre il comandante tedesco Erwin Rommel ordina la ritirata. Ritirata che si concluderà sette mesi dopo, nel maggio nel 1943 in Tunisia: l’Africa a quel punto sarebbe stata tutta in mano inglese.
Tenendo conto della schiacciante inferiorità numerica e dell’irrisoria potenza dei carri armati italiani M13/40 contro i carri inglesi, degno di memoria è l’eroismo della divisione corazzata italiana Ariete, interamente distrutta e i cui uomini rifiutarono di arrendersi; e memorabile anche lo sforzo dei paracadutisti della Folgore, il fiore all’occhiello del Regio Esercito. Posizionata nella zona più interna del deserto, la Folgore resistette senza mai indietreggiare, salvo poi arrendersi dopo aver finito le munizioni: di 5.000 uomini ne restavano 304.  In totale l’Asse ebbe 10.000 morti e 34.000 prigionieri, gli Alleati 13.500 tra morti, feriti e prigionieri.
Attualmente, nei pressi dei luoghi della battaglia, si trova il sacrario militare italiano di El Alamein, con i resti di circa 5.200 soldati italiani caduti in Egitto.

lunedì 22 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 ottobre.
Il 22 ottobre 1966 per la prima volta in USA un gruppo musicale femminile raggiunge la vetta delle classifiche di vendita con un proprio album: si tratta delle Supremes.
Le Supremes — Diana Ross, Mary Wilson e Florence Ballard — si formano nel 1960 a Detroit. Inizialmente conosciute come Primettes e come quartetto (con Barbara Martin), debuttano per la Motown l’anno successivo.
Inizialmente è Flo Ballard la cantante solista, ma Diana Ross si rivela essere più adatta a cantare il pop. Berry Gordy, manager del gruppo nonché fondatore della Motown, ritiene che infatti quest’ultima possa dare delle chance migliori al gruppo, che infatti nel 1964 arriva in testa alle classifiche con "Where did our love go", mentre l’anno successivo raggiunge la vetta con "You keep me hangin' on", premiato con il Grammy nel 1966 come miglior brano pop.
Al di fuori delle scene, però, incominciano a nascere dei problemi tra Gordy e altre cantanti della casa discografica, infastidite per la troppa attenzione dedicate alla Ross; anche le altre due Supremes soffrono il fatto di essere relegate in secondo piano. Per questo motivo nel 1967 la Ballard viene sostituita da Cindy Birdsong, già nel gruppo di Patti LaBelle and the Bluebelles.
Dopo l’abbandono della Ballard il trio viene ribattezzato Diana Ross & the Supremes, alimentando le speculazioni di una carriera solista. Nello stesso periodo il team di autori Holland-Dozier-Holland – già artefice di diversi successi del gruppo – lascia la Motown e sebbene le Supremes continuino a essere molto famose, i dissensi interni continuano a lacerare il gruppo. Nel 1969 viene annunciata la partenza di Diana Ross; al suo posto arriva Jean Terrel che rimane nel trio – che ha diversi cambi - fino al 1977, anno in cui il gruppo si scioglie.
Attrice, cantante e donna d'affari (sposò il suo boss Gordy), Diana continuò a sfornare un hit all'anno, permettendosi persino nel 1981 di metter su ditta in proprio, piantando in asso Motown, marito e soul. I suoi nuovi successi, arrangiati con tanto di orchestra, fra cui la classica Ain't No Mountain High Enough (1970, di Ashford/Simpson), suo tour de force vocale, la patetica Do You Know Where Are You Going To (1975), il suo ritornello più tenero e melodrammatico (scritta da Gerry Goffin), i sette sensuali minuti di Love Hangover (1976, di Pam Sawyer-Marilyn McLeod), uno dei dischi che crearono la disco-music, e la novelty da ballo Upside Down (1980), testimoniano l'inalterata fedeltà al cliché sentimentale dell'high-school e, sommati ai precedenti, le conferiscono il primato assoluto di n. 1 in America (diciotto). Nel 1983 il Central Park di New York si riempì a dismisura (oltre il mezzo milione di persone) per un suo concerto gratuito.
Nel 2012 è uscito un film, "sparkle", che ripercorre la storia, romanzandola, della nascita del gruppo musicale, che ha visto la partecipazione di Whitney Houston (che mancava dal grande schermo dal film del 96 con Denzel Washington "Uno sguardo dal cielo"), poco prima della tragica morte.

domenica 21 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 ottobre.
Il 21 ottobre 1998 nasce il primo storico governo D'Alema, primo governo della Repubblica guidato da un appartenente all'ex partito comunista italiano.
Il 21 aprile 1996 l'Ulivo vince le elezioni politiche con il 42,1% dei voti alla Camera contro il 40,3% del Polo. Romano Prodi forma il nuovo governo e al suo fianco, come vicepresidente del Consiglio, c'è il numero due del Pds, Walter Veltroni: per la prima volta dal 1947, il maggiore partito della sinistra, direttamente discendente dal vecchio partito comunista, è al governo in Italia. La maggioranza, ampia al Senato, è invece risicata alla Camera, dove per governare sono indispensabili i voti di Rifondazione comunista. La sfida più importante affrontata nei due anni e mezzo del governo Prodi è quella del risanamento finanziario richiesto dai parametri di Maastricht per l'ingresso dell'Italia nella moneta unica europea.
Ma pochi mesi dopo la felice conclusione di questo percorso, il 9 ottobre 1998, l'opposizione di Rifondazione comunista alla Legge finanziaria fa cadere il governo: per un solo voto (312 voti favorevoli e 313 contrari) il governo Prodi manca la fiducia e deve dunque dimettersi. Nei mesi precedenti il leader del Pds, Massimo D'Alema, aveva tentato senza fortuna, come presidente della Commissione bicamerale per le riforme, di raggiungere un accordo fra maggioranza e opposizione per una grande riforma della Costituzione e delle regole della competizione politica in Italia, ivi compreso il sistema elettorale. Nel luglio del 1998, in un clima di polemica sempre più forte fra i due schieramenti, il tentativo finì nel nulla.
Al governo Prodi subentra il governo D'Alema , formato il 21 ottobre 1998 grazie ai voti dei dell'Udr di Francesco Cossiga e del Partito dei comunisti italiani di Armando Cossutta , separatosi da Rifondazione comunista proprio perché in dissenso sul voto contrario con cui il partito ha fatto cadere il governo di Romano Prodi. A pochi mesi dalla sua formazione, il governo D'Alema deve affrontare una prova estremamente delicata e impegnativa sul fronte internazionale: l'appoggio italiano alla missione della Nato in Kossovo, nella primavera del 1999. Uno scoglio superato con successo, nonostante le divisioni laceranti causate nella sinistra dall'intervento dell'Alleanza contro la Serbia di Slobodan Milosevic.
Il 18 dicembre 1999 il presidente del Consiglio rassegna le dimissioni per una crisi lampo dopo aver perduto l'appoggio della piccola pattuglia dei socialisti.
Pochi giorni dopo, il 22 dicembre, nasce il secondo governo D'Alema, appoggiato anche dai Democratici, neonata formazione di centro vicina all'ex presidente del Consiglio Prodi, con l'obiettivo di rilanciare la capacità d'azione dell'esecutivo nell'ultima parte della legislatura. Ma la secca sconfitta del centrosinistra alle elezioni regionali della primavera 2000 (che segue il risultato negativo già registrato alle europee dell'anno precedente e la traumatica perdita del sindaco di Bologna), provoca, il 19 aprile, le dimissioni di D'Alema, che si era speso con grande decisione e ottimismo per l'Ulivo durante la campagna elettorale.
A guidare il governo viene chiamato Giuliano Amato, già scelto da D'Alema a sostituire Carlo Azeglio Ciampi al ministero del Tesoro dopo l'elezione di quest'ultimo alla presidenza della Repubblica. Il suo governo ottiene la fiducia il 28 aprile 2000. Fra i suoi risultati più importanti, l'approvazione della legge di riforma costituzionale per il trasferimento di poteri dallo Stato alle Regioni. Legge poi approvata il 7 ottobre 2001 da un referendum confermativo. Amato governa un anno, fino alla fine della legislatura. Nel frattempo, il centrosinistra ha deciso di affidarsi a un diverso candidato premier per la battaglia elettorale. Non sarà lui ma Francesco Rutelli a guidare la coalizione dell'Ulivo il 13 maggio del 2001. Coalizione che verrà sconfitta dal centrodestra guidato da Silvio Berlusconi.

sabato 20 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 ottobre.
Il 20 ottobre 1910 venne varata a Belfast la Olympic, la prima delle tre navi gemelle della White Star, insieme al Titanic e al Britannic.
Il varo dell'Olympic rappresentò un enorme passo in avanti nella storia della Harland and Wolff.  Come osservò un partecipante all'evento nel 1910, “c'è qualcosa che ispira un certo timore reverenziale nelle proporzioni dell'Olympic...si resta piuttosto sbalorditi dalla sua stazza straordinaria, dalle dimensioni generali e dallo sfarzo degli interni nonché dalla completezza degli incarichi”. L'Olympic fu il più grande oggetto semovente mai costruito dall'uomo fino alla comparsa della sorella, quel Titanic che le avrebbe sottratto tale onore al varo compiuto sette mesi più tardi.  Al varo dell'Olympic erano presenti la sorella del Primo ministro, miss Asquith, il sindaco di Belfast e sua moglie, il presidente del cantiere navale, lord Pirrie, e il presidente della White Star, Bruce Ismay.
Compì il suo viaggio inaugurale il 14 giugno 1911 al comando del capitano Edward Smith, lo stesso che avrebbe condotto il Titanic nel suo unico viaggio. Il transatlantico stupì tutti arrivando a New York dopo 5 giorni, 16 ore e 42 minuti (non era il record assoluto, detenuto dal Mauretania), senza neanche accendere tutte le caldaie, cosa che sarà fatta, invece, sul Titanic). Anche questa prima traversata, però, non fu del tutto indenne da problemi: la Olympic infatti stava per affondare un rimorchiatore durante le manovre nel porto di New York.
Il 20 settembre 1911, alla partenza da Southampton dopo un pesante ritardo, la Olympic venne speronato a dritta da parte del vecchio incrociatore Hawke della Royal Navy nelle acque del Solent, causando uno squarcio nella poppa, con conseguente danneggiamento di due compartimenti stagni e la perdita di una pala dell'elica. La Olympic fu riparata nel bacino di carenaggio di Belfast, che era l'unico bacino, al tempo, capace di ospitare una nave di tali dimensioni. Lì, curiosamente, affiancherà (come durante la costruzione) il Titanic che stava per essere completato.
Dopo il disastro del Titanic, la Olympic fu richiamata immediatamente dalla compagnia. Si decise subito di intervenire aumentando la sicurezza della nave: fu così portata nel bacino di carenaggio dove passò oltre sei mesi. Subì un importante riallestimento: il doppio scafo venne esteso anche alle fiancate e fu aumentato il numero delle scialuppe di salvataggio. Con queste modifiche, inoltre, raggiunse la stazza di 46.359 tonnellate, il che significò la riconquista del titolo di nave più grande del mondo strappandolo al Titanic (46.328 t), mantenuto fino al varo, nello stesso anno, della SS Imperator.
Diversamente dalla Olympic, sulla gemella rinominata Britannic (il nome originario era Gigantic), dato che era ancora in costruzione, vennero fermati i lavori e modificato, fin dal principio, il progetto della nave. Terminati i lavori nella primavera del 1913, la Olympic riprese il mare, sempre sulle rotte del Nord Atlantico.
Durante la prima guerra mondiale la Olympic fu requisita come Nave Trasporto Truppe, con una capacità di 6000-7000 uomini: pertanto, una volta terminato il Britannic (questa invece fu reclutata come nave ospedale), fu riportata in bacino per poter essere adattata al nuovo ruolo di guerra.
Durante questa funzione, la Olympic riuscì a sfuggire ad un sottomarino nel novembre del 1915, schivò due siluri e passò indenne un bombardamento da parte di un aereo bulgaro nel gennaio del 1916. Non fu altrettanto fortunata la Britannic, affondata da una mina navale nei pressi dell'isola di Ceo.
La nave ritornò sulle rotte oceaniche nel 1920 e nei successivi quindici anni effettuò centinaia di traversate senza alcun problema. Charlie Chaplin se ne servì ogni volta che fece ritorno in Inghilterra, nel '21 e nel '31.
Il 15 maggio 1934 la Olympic sperona ed affonda la piccola nave americana Nantucket Lightship LV-117 ed uccide tutto il suo equipaggio: alcuni membri sul colpo, altri deceduti successivamente in ospedale.
Pochi mesi dopo la nave fu posta in disarmo e nel marzo del 1935 fece il suo ultimo viaggio a New York prima di essere venduta, privata degli eleganti interni che erano del tutto simili a quelli del Titanic e demolita, insieme alla nave della compagnia rivale Mauretania.

venerdì 19 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 ottobre.
Il 19 ottobre 1900 Max Planck, a casa sua, scopre la legge delle emissioni di un corpo nero, oggi detta legge di Planck.
La comprensione della meccanica quantistica sembra, a prima vista, una questione parecchio complicata. Anche ad un secondo sguardo, tuttavia, le cose non sembrano cambiare di molto.
Di certo si può dire che la meccanica quantistica riguarda il comportamento della materia a livello atomico e subatomico. Possiamo dire, in via preliminare, che con essa l’atomo perde molto della sua certezza matematica a favore di una maggiore incertezza statistica.
Pare che tutto sia cominciato con la scoperta di uno studente di fisica di nome Max Planck, il quale scoprì nel 1900 che le radiazioni emesse da un corpo caldo non sono emesse in modo continuo ma in pacchetti, ovvero in quanti (è bene sapere che scaldare la materia equivale ad agitarne gli atomi e provocare il desiderio di fuggire in alcune particelle).
Questa scoperta aprì un mondo del tutto nuovo, almeno nell’ambito della fisica. Fino a Planck si credeva che le radiazioni fossero un fenomeno costante e frazionabile a piacere, come una normale grandezza numerica, dopo Planck si dovette tener conto che l’energia (la radiazione) non viene emessa costantemente ma quantizzata in pacchetti.
In sostanza l’energia non è solamente un onda che si propaga in modo continuo e in tutte le direzioni, l’energia viene emanata a proiettili, ovvero in quanti predefiniti dello stesso valore. Per usare un altro esempio, il quanto assomiglia molto al vagone di un treno, dove il treno rappresenta la quantità di energia complessiva e ciascun vagone il quanto costante in cui è suddivisa.
La costante di Planck esprime il valore fisso e non frazionabile in cui l’energia di una radiazione è divisa. L’onda della radiazione si esprime in frequenza, maggiore è la frequenza (più corta è la lunghezza dell’onda) maggiore è l’energia racchiusa in un quanto.
L’energia cambia in quantità, ma per essere emessa viene racchiusa sempre nel medesimo quanto, della stessa dimensione (non importa quante persone vi siano in un vagone, il vagone resterà sempre della stessa lunghezza).
Molti furono gli ostacoli ad una effettiva comprensione della scoperta di Planck (ed Einstein dette una mano a Planck nel chiarirne le conseguenze), la teoria si impose molto lentamente nell’ambito scientifico e molto lentamente diede i suoi primi frutti nelle applicazioni successive.
Una prima conseguenza derivante dalla formulazione del quanto fu la scoperta che la luce, oltre a comportarsi come onda, e quindi essere soggetta a fenomeni di rifrazione (le onde di luce si intrecciano e si sovrappongono come onde nel mare), si comporta anche come particella (la particella di luce viene chiamata fotone).
Questa scoperta non mancò di suscitare perplessità e resistenze. Malgrado la sua evidenza, provata da innumerevoli esperimenti, vi sono ancora oggi fisici che non si sentono troppo sicuri di ciò.
Il punto sta nel fatto che onde e particelle, nella visione comune, sembrerebbero due entità contrapposte: le prime si irradiano a piacere e non sembrano avere problemi di frazionabilità, in quanto fenomeno costante e uniforme; le seconde sono per eccellenza entità quantizzate, nel senso che l’energia è costretta solamente in certi intervalli (non è possibile dividere un elettrone in due, l’energia emessa in modo particellare ha come valore minimo sempre e comunque quella di una particella).
Il problema del dualismo sembra in realtà non sussistere, il dualismo apparente è un problema di interpretazione: la luce, in sostanza, a seconda del tipo di esperimento, soddisfa sia la dimostrazione ondulatoria (dell’onda) sia quella particellare (della particella): quando i fisici domandano alla luce se essa sia un’onda, la luce risponde di si, quando le chiedono se essa sia una particella, anche questa volta la luce risponde di si.
Una soluzione definitiva la fornirebbe un esperimento che interroghi la luce su entrambe le questioni contemporaneamente, il problema è che a tutt’oggi sembrano sussistere limiti fisici ineludibili all’esecuzione di tale esperimento.

giovedì 18 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 ottobre.
Il 18 ottobre 1945 l'ufficiale militare e uomo politico argentino Juan Peron sposa l'attrice Eva Duarte.
Eva Maria Ibarguren Duarte nasce il 7 maggio 1919 a Los Toldos (Buenos Aires, Argentina). La madre Juana Ibarguren svolgeva le mansioni di cuoca nella tenuta di Juan Duarte, da cui ebbe quattro figlie ed un figlio (Elisa, Blanca, Erminda, Eva e Juan). "El estanciero" però (così era chiamato Duarte), non la porterà mai davvero all'altare a causa del fatto che...aveva già una famiglia. E anche molto numerosa.
Evita cresce così in questo clima un po' ambiguo con un padre che non è un vero padre a venendo a contatto giornalmente con situazioni assai equivoche sul piano dei rapporti personali con i familiari.
Fortunatamente, tutto ciò sembra non influire più di tanto sul carattere già forte della ragazzina. L'illegittimità non pesa tanto a lei, quanto alla mentalità gretta delle persone che la circondano. In paese non si fa altro che vociferare sulla strana situazione e ben presto sua madre e lei stessa diventano "un caso", materia viva su cui spettegolare. La goccia che fa traboccare il vaso si verifica a scuola. Un giorno, infatti, entrando in classe, trova scritto sulla lavagna: "Non eres Duarte, eres Ibarguren!" Parole di scherno seguite dagli inevitabili risolini degli altri bambini. Lei e la sorella, per ribellione, lasciano la scuola. Intanto, anche la madre viene abbandonata da Duarte. Per sopravvivere si arrangia allora a cucire abiti su ordinazione per conto di un negozio. In tal modo, aiutata dalle due figlie maggiori, riesce a mantenersi decorosamente. La madre di Evita, inoltre, ha un carattere di ferro e, malgrado la sostanziale povertà con cui è costretta a fare i conti, non transige su ordine e pulizia.
Evita invece è decisamente meno pragmatica. E' una ragazza sognatrice, molto romantica e portata a vivere i sentimenti con tutta la pienezza possibile. La prima volta che mette piede in una sala cinematografica, basta la visione di un film per accenderle la passione per il cinema. Nel frattempo la famiglia s'era trasferita a Junín. Qui Evita ha l'opportunità di conoscere un mondo lontano anni luce dalla sua realtà quotidiana, fatto di pellicce, di gioielli, di sprechi e di lusso. Tutte cose che accendono immediatamente la sua sfrenata fantasia. Insomma, diventa ambiziosa e arrivista. Queste aspirazioni iniziarono ben presto a condizionare la vita di Eva.
Trascura la scuola, ma in compenso si dedica alla recitazione con la speranza di diventare una grande attrice, più per essere ammirata e idolatrata che per amore dell'arte. Inoltre, come di prassi, si mette spasmodicamente alla ricerca del classico "buon partito". Dopo infruttuosi tentativi fra direttori di aziende, dirigenti delle ferrovie e grandi proprietari terrieri si trasferisce a Buenos Aires. Evita è ancora una ragazzina, ha solo quindici anni, e rimane quindi ancora un mistero perché, e con chi, si trasferisce nella capitale argentina. La versione più accreditata avalla l'ipotesi che, essendo giunto a Junín il famoso cantante di tango Augustín Magaldi, Eva abbia tentato in tutti i modi di conoscerlo e di parlargli. Dopo avergli espresso il suo desiderio di diventare attrice, l'avrebbe supplicato di portarla con lui nella capitale. A tutt'oggi, però, non sappiamo se la giovane partì con la moglie del cantante, che si trovava a fare anche da "chaperon", oppure divenne l'amate dell'artista.
Una volta a Buenos Aires, si trova ad affrontare la vera e propria giungla del sottobosco che popola il mondo dello spettacolo. Attricette, soubrette arriviste, impresari senza scrupoli e così via. Riesce però con grande tenacia ad ottenere una particina in un film, "La senora de Pérez", cui seguirono altri ruoli di secondaria importanza. Tuttavia la sua esistenza, e soprattutto il suo tenore di vita, non cambiano molto. Talvolta rimane addirittura senza lavoro, senza ingaggi, barcamenandosi in compagnie teatrali a salari da fame. Nel 1939, la grande occasione: una compagnia radiofonica la scrittura per un radiodramma in cui lei ha la parte della protagonista. E' la fama. La sua voce fa sognare le donne argentine, interpretando di volta in volta personaggi femminili dal drammatico destino con inevitabile lieto fine.
Ma il bello, come si suol dire, deve ancora venire. Tutto ha inizio con il terremoto che nel 1943 rade al suolo la città di S. Juan. L'Argentina si mobilita e nella capitale viene organizzato un festival per raccogliere i fondi destinati alle vittime della sciagura. Nello stadio, fra numerosi Vip e politici nazionali, è presente anche il colonnello Juan Domingo Perón. La leggenda vuole che sia stato un colpo di fulmine. Eva attratta dal senso di protezione che Perón, di ventiquattro anni più anziano, le suscita, lui colpito dall'apparente bontà di lei (come dichiarato in un'intervista) e dal suo carattere insieme nervoso ed insicuro.
Ma chi era e che ruolo aveva Peron all'interno dell'Argentina? Malvisto dai democratici, che lo accusavano di essere un fascista e ammiratore di Mussolini, si manteneva saldamente al potere delle forze armate. Nel 1945, però, un colpo di mano all'interno dell'esercito costringe Perón a dimettersi dalle sue cariche e viene addirittura arrestato. I vari capi sindacali ed Evita, che intanto era diventata una fervente attivista, insorgono, fino ad ottenere il suo rilascio. Poco dopo i due decidono di sposarsi. Evita però si porta ancora dentro un fardello difficile da digerire, il fatto cioè di essere una figlia illegittima. Per prima cosa, dunque, si adopera per far sparire il suo atto di nascita (sostituendolo con un documento falso che la dichiarava nata nel 1922, anno in cui morì la legittima moglie del padre), poi modifica il suo nome: da Eva Maria diventa Maria Eva Duarte de Perón, più aristocratico (la ragazze di buona famiglia, infatti, portavano il nome Maria per primo). Finalmente i due amanti si sposano. E' la coronazione di un sogno, un traguardo raggiunto. E' ricca, ammirata, agiata e soprattutto moglie di un uomo potente.
Nel 1946 Perón decide di candidarsi alle elezioni politiche. Dopo un'estenuante campagna elettorale, viene eletto Presidente. Evita esulta, soprattutto perché vede accrescere il suo potere personale, esercitato all'ombra del marito. Il ruolo di "first lady", poi, le si attaglia a perfezione. Ama farsi confezionare abiti da sogno e apparire smagliante a fianco del consorte. L'8 giugno la coppia visita, osteggiando enorme sfarzo, la Spagna del generale Francisco Franco, poi si fa ricevere nei più importanti Paesi europei, lasciando sbalordita l'opinione pubblica argentina, uscita da poco da una dolorosa guerra. Dal canto suo Evita, indifferente di fronte alle meraviglie artistiche e totalmente manchevole di tatto nei confronti degli europei (famose alcune sue indelicate uscite e "gaffe"), visita solo i quartieri poveri delle città, lasciando somme ingenti per aiutare i bisognosi. Il contrasto fra la sua immagine pubblica e questi gesti di solidarietà non può essere più eclatante. Carica di gioielli in ogni occasione, sfoggia pellicce, abiti costosissimi e un lusso davvero sfrenato.
Tornata dal viaggio si mette però al lavoro nuovamente con lo scopo di aiutare la povera gente e di difendere alcuni diritti fondamentali. Ad esempio, conduce una battaglia per il voto alle donne (che ottiene), oppure dà vita a fondazioni a beneficio di poveri e lavoratori. Costruisce case per i senzatetto e gli anziani, senza mai dimenticare le esigenze dei bambini. Tutta questa fervente attività benefica le procura grandissima popolarità e ammirazione. Spesso la domenica mattina si affaccia al balcone della casa Rosada davanti alla folla che la acclama, vestita e pettinata di tutto punto.
Purtroppo, dopo qualche anno di una vita così appagante ed intensa, si profila l'epilogo, sotto forma di banali disturbi all'addome. Inizialmente si pensa a normali scompensi dovuti ai suoi cattivi rapporti con la tavola, dato che il terrore di diventare grassa l'aveva sempre indotta a mangiare con parsimonia, fino a sfiorare l'anoressia. Poi, un giorno, durante controlli per un'appendicite i medici scoprono trattarsi in realtà di un tumore all'utero in stato avanzato. Evita, inspiegabilmente, rifiuta di farsi operare, accampando la scusa che non vuole restare confinata a letto quando intorno c'è così tanta miseria e dichiarando che la gente ha bisogno di lei.
Le sue condizioni rapidamente peggiorarono, aggravate dal fatto che ormai non tocca praticamente cibo. Il 3 novembre 1952 finalmente accetta di farsi operare, ma ormai è troppo tardi. Le metastasi tumorali riprendono a farsi vive solo pochi mesi dopo.
Come si comporta Peron in questa tragica situazione? Il loro matrimonio ormai era solo di facciata. Di più: durante la malattia il marito dorme in una stanza lontana e si rifiuta di vedere l'ammalata, perché ormai ridotta ad uno stato cadaverico impressionante. Malgrado questo, alla vigilia della morte Evita vuole comunque avere il marito accanto e stare da sola con lui. Il 6 luglio, a soli 33 anni, Evita muore, assistita solo dalle amorevoli cure della madre e delle sorelle. Perón, apparentemente impassibile, fuma nel corridoio attiguo. Il decesso viene annunciato via radio a tutta la nazione, che proclama il lutto nazionale. I poveri, i disadattati e la gente comune cadono nella disperazione. La Madonna degli umili, com'era stata soprannominata, scompariva per sempre e così la sua volontà di aiutarli.
Secondo quanto disse Perón, il desiderio di Evita era quello di non essere sotterrata poiché già sapeva, in ogni caso, che l’avrebbero esposta. Il medico spagnolo Pedro Ara mummificò il cadavere di Evita, che fu coperto da una bandiera bianca e azzurra e venne posto in una bara chiusa da un vetro trasparente ed esposto alla Segreteria del Lavoro.
La fila dei visitatori raggiunse circa i due chilometri. Le persone aspettarono anche per dieci lunghe ore pur di dare l’ultimo saluto a Evita.
Il 9 agosto la bara venne posta su un affusto di cannone, circondata da una marea di fiori e da due milioni di spettatori, portata prima al Congresso, poi alla CGT (Confederazione Generale del Lavoro) dove rimase.
Il 23 settembre 1955 scoppiò quella che venne chiamata la “Revolución Libertadora”. L’insurrezione depose Perón.
Il dottor Ara si presentò alla Casa Rosada per informare il generale Eduardo Lonardi, salito al potere, che Perón gli aveva lasciato il corpo di Eva; al colloquio partecipò anche il tenente colonnello Carlos Eugenio Moori Koenig, nominato capo del servizio informazioni dell’esercito. Nei mesi successivi Koenig cercò di elaborare nella sua mente un progetto, in seguito chiamato “Operazione Evasione”, di cui rese partecipe anche il generale Pedro Eugenio Aramburu, che il 13 novembre sostituì il generale Lonardi. Lo scopo del progetto era nascondere la salma di Eva poiché i militari della “Revolución Libertadora” temevano che qualsiasi posto destinato a ospitare quei resti si sarebbe trasformato in un luogo di culto. Tre giorni dopo della salita al potere di Aramburu, la CGT venne occupata dall’esercito e nella notte del 22 novembre venne sequestrato il cadavere di Evita. Moori Koenig mise il cadavere in un furgone, dove lo lasciò per diversi mesi: le spoglie vagarono in numerosi edifici militari sempre sotto sorveglianza, protetta e nascosta. Quando il colonnello Koenig si rese conto che non poteva continuare a spostare la salma di Evita da un luogo all'altro, la trasportò nel suo ufficio, nella sede centrale del servizio informazioni, dove rimase fino al 1957.
Il generale Aramburu, dopo aver ottenuto tutte le autorizzazioni per seppellire Evita dignitosamente, si mise in collaborazione con un prete italiano e uno argentino per trasportare la salma in Europa.
Evita fu seppellita sotto il nome di Maria Maggi de Magistris nel cimitero Maggiore di Milano.
In seguito, intorno al 1971, venne trasportata in Spagna; solo tre anni dopo Evita ritornò nella capitale argentina, nella Residenza d’Olivos, in cui rimase fino al 24 marzo 1976.
Il 22 ottobre 1976 il corpo di Evita venne sistemato al cimitero della Recoleta.

mercoledì 17 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 ottobre.
Il 17 ottobre 1968, a Città del Messico, sul podio della gara dei 200 metri piani, Tommie Smith e John Carlos alzano il pugno in un guanto nero in quella che divenne un'immagine storica.
Loro sono quelli che col pugno chiuso contro il cielo svegliarono il mondo dai gradini di un podio olimpico. 17 ottobre 1968, i giochi di Città del Messico, un pomeriggio caldo e nuvoloso. Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo nella finale maschile dei 200 metri, sollevano il pugno guantato di nero e portano il Black Power dentro il recinto sacro dello sport. Ascoltano l'inno senza scarpe, calzini neri, testa bassa. Alfieri di una razza povera e discriminata cui l'America concedeva dignità solo in cambio di successi sportivi. Con quel gesto entrarono nella storia, nella memoria e nei poster di una generazione. Icone di un'epoca di grandi cambiamenti che due atleti infiammarono pacificamente nel momento più alto della loro carriera, pagando quell'atto di coraggio civile con l'isolamento e l'ostracismo per tutta la vita.
Tommie Smith era nato a Clarksville, in Texas, il giorno dello sbarco in Normandia. Cresciuto riempiendo ceste in una piantagione di cotone, si era iscritto all'università vendendo macchine e studiando la Costituzione e i discorsi di Thomas Jefferson. Correva veloce in pista, lo chiamavano Tommie Jet e lo paragonavano a Jesse Owens, il campione afro-americano che nel '36 aveva tolto il sorriso a Hitler dominando le Olimpiadi di Berlino nonostante la pelle scura. Lui però non voleva essere come il grande Jesse, cittadino emerito quando vinceva e negro il resto dell'anno. Quando tagliò il traguardo davanti a tutti in Messico, Tommie Smith aveva 24 anni e decise di dedicare la sua medaglia d'oro ai fratelli e alle sorelle che venivano linciati, umiliati, esclusi nella terra delle pari opportunità.
John Carlos invece era nato a Harlem, il ghetto nero di New York dove lavorava nel negozio di scarpe del padre e apriva le portiere dei taxi davanti ai locali jazz che rilanciavano le note di Duke Ellington. Grazie alle sue doti atletiche, aveva vinto una borsa di studio al college e si era poi trasferito in California dove si allenavano i velocisti più forti del paese. Lì, alla San Josè State University, aveva conosciuto Tommie Smith e insieme avevano aderito al Progetto olimpico per i diritti umani, una petizione degli atleti afro-americani contro le discriminazioni razziali promossa da Harry Edwards, sociologo e attivista con un passato da lanciatore del disco, il 'Professor Protesta' di uno dei tanti campus in fermento contro la guerra del Vietnam che la tv portava nelle case americane nella seconda metà degli anni Sessanta. Quando conquistò la medaglia di bronzo a Città del Messico, John Carlos aveva 23 anni e pensò che la giustizia sociale fosse più importante di un pezzo di metallo.
Sei mesi prima a Memphis era stato assassinato Martin Luther King. Subito dopo a Los Angeles, era toccato a Robert Kennedy. Il sogno americano listato a lutto. Gli atleti riuniti attorno al Progetto olimpico per i diritti umani avevano discusso tra loro la possibilità di boicottare l'appuntamento dei giochi: non volevano essere i cavalli da corsa dei bianchi, chiedevano allenatori neri da aggregare alla squadra americana, contestavano la riammissione del Sud Africa razzista nella famiglia dei cinque cerchi. Nella primavera del '67 Muhammad Ali aveva rifiutato l'arruolamento nell'esercito per motivi di coscienza, vedendosi strappare la corona dei pesi massimi. Kareem Abdul Jabbar, che all'epoca era ancora un cestista universitario chiamato Lew Alcindor, rinunciò a un posto nella nazionale olimpica ma alla fine la proposta di boicottaggio non passò. Si decise per un gesto simbolico e rispettoso che richiamasse l'attenzione su una giusta causa e ognuno fu lasciato libero di decidere come comportarsi.
L'apertura dell'Olimpiade messicana fu preceduta di pochi giorni dalla strage degli studenti a piazza delle Tre Culture, un corteo represso nel sangue davanti ad atleti e giornalisti internazionali. Smith e Carlos non furono gli unici a sentire il vento del cambiamento soffiare alle loro spalle. Dopo di loro, i quattrocentisti Usa Lee Evans, Ron Freeman e Larry James salirono sul podio col basco nero in testa, salutando col pugno chiuso. Con un volo infinito, Bob Beamon riscrisse il libro dei record nel salto in lungo e andò a ritirare la medaglia d'oro con i calzettoni neri tirati su per protesta. La ginnasta cecoslovacca Vera Caslavska vinse quattro ori e due argenti e quando fu suonato l'inno sovietico dell'avversaria Natalia Kuchinskaya abbassò la testa in silenzio contro i carri armati che avevano invaso il suo paese un mese prima. A cambiare la storia dell'olimpismo e l'iconografia del '68 fu però il podio nero dei 200 metri sul quale, accanto a Smith e Carlos, salì anche un terzo uomo. Bianco. L'australiano Peter Norman, che a 26 anni finì secondo e capì anche di esser finito nel bel mezzo della Storia. Negli spogliatoi dopo la gara, sfinito e sudato, si avvicinò ai due rivali che confabulavano tra loro con un paio di guanti in mano, comprati dalla moglie di Smith. Fu informato da Carlos di quello che si apprestavano a fare e chiese se per caso avessero una spilletta col simbolo del loro Progetto olimpico per i diritti umani. Norman era membro dell'Esercito della salvezza, un'organizzazione della Chiesa cristiana mondiale, e a Melbourne dove era nato e cresciuto aveva visto con i propri occhi la discriminazione razziale nei confronti degli aborigeni. Fu lui a suggerire agli altri due di dividersi i guanti, uno per uno. E si appuntò la loro spilla sul petto, rendendo ancora più dirompente la protesta in mondovisione. "Quel giorno diventammo fratelli", disse 25 anni dopo Carlos quando i tre si rincontrarono per la prima volta. Norman fu duramente ripreso dai dirigenti australiani e ai giochi successivi di Montreal non fu neanche convocato nonostante avesse i tempi richiesti. A Smith e Carlos andò molto peggio.
Il pugno destro di Smith era la forza dell'America nera. Quello sinistro di Carlos la sua unità. I piedi nudi avvolti nei calzini neri lo stato di povertà in cui il loro popolo versava da sempre. La testa piegata durante l'esecuzione dell'inno un omaggio a tutti quelli che avevano perso la vita per la libertà. Il pubblico fischiò, applaudì, gridò: in pochi si resero conto sul momento di quello che stava succedendo. La reazione del Comitato olimpico internazionale fu immediata. I due atleti furono sospesi dalla squadra americana ed espulsi dal villaggio olimpico, accusati di aver ricevuto soldi sottobanco. Rispediti in patria, ricevettero pacchi di sterco e minacce di morte dal Ku Klux Klan, persero il lavoro, si disse che gli avevano ritirato pure le medaglie. Bisognava dimostrare che quel gesto li aveva distrutti affinché nessun altro ci riprovasse più. L'esercito cacciò Smith per 'attività anti-americane': volevano punirlo, lo salvarono dal Vietnam. Carlos, dopo una breve esperienza nel football americano, si ridusse a fare il buttafuori nei locali.
Quaranta anni dopo Tommie Smith è un professore di sociologia che insegna ginnastica in un piccolo college a Santa Monica. Non si è mai pentito e i suoi studenti sono soliti chiedergli 'coach ma se sei così famoso, perché stai qui con noi?'. John Carlos fa l'allenatore di atletica in un liceo di Palm Springs, si occupa di servizi sociali, è un cristiano rinato. Dopo decenni di oblio, c'è sempre qualcuno che li cerca per un'intervista sul loro indimenticabile '68. Norman invece non c'è più, se n'è andato nel 2006 per un attacco di cuore e a reggere la bara a Melbourne c'erano Tommie e John. Gli sprinter che fecero la rivoluzione con un pugno, senza far male a nessuno. Dopo di loro lo sport non sarebbe più stato così politicamente sfrontato. Ma nemmeno, più, così innocente.

martedì 16 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 ottobre.
Il 16 ottobre 1869 viene rinvenuto a Cardiff (USA), il cosiddetto "gigante di Cardiff", la sagoma di un gigante alto più di tre metri.
La scoperta, fece accorrere sul luogo migliaia di persone e di curiosi e riaprì il dibattito sull’esistenza nel passato di esseri giganti sul nostro pianeta. Dopo i primi dubbi si scoprì che si trattava solo di un falso ritrovamento ben organizzato.
Il denaro costituisce spesso lo scopo principale delle contraffazioni, ma l’interesse economico può coesistere con motivi molto più complessi. Il “Gigante di Cardiff“ sembra essere l’esempio più lampante in tal senso. Nell’ottobre del 1869 un certo Stub Newell ingaggiò alcuni uomini per scavare un pozzo nella sua fattoria a Cardiff, nello stato di New York. A circa 10 metri di profondità incontrarono un oggetto solido, perciò ampliarono il pozzo, facendo una scoperta sensazionale: la sagoma gigante di un uomo di tre metri, apparentemente pietrificato.
La voce del ritrovamento si diffuse rapidamente ed il giorno seguente giunse una folla di spettatori. Newell si mise subito all’opera, e in due giorni ottenne l’autorizzazione ad esibire il Gigante di Cardiff; eresse una tenda sopra lo scavo e fece pagare 50 centesimi d’entrata alle migliaia di visitatori. Un suo lontano cugino, George Hull, forniva cibo ed acqua per tutti. Gli uomini d’affari della vicina città di Syracuse intravidero la possibilità di lauti guadagni e fecero a Newell un’offerta che questi non poté rifiutare: acquistarono tre quarti del Gigante per l’ingente somma di 30.000 dollari. Il che si rivelò un solido investimento, poiché nelle due settimane successive i visitatori furono più di trentamila. Il gruppo decise però che la fattoria di Newell era troppo fuori mano e spostò la sua attrazione in una sala appositamente costruita a Syracuse. L’eccitazione suscitata dal Gigante di Cardiff fu tale che il famoso Phineas T. Barnum offrì 60.000 dollari per poterlo portare con sé in una tournée di tre mesi.
La bolla era destinata a scoppiare, ma iniziò con lo sgonfiarsi lentamente: i quotidiani locali riferirono che un carrozzone enorme con un carico pesante era stato visto dirigersi a Cardiff l’anno precedente. Tale accusa poté, naturalmente, essere respinta come un pettegolezzo di vicini invidiosi, ma più difficili da negare furono i commenti negativi degli scienziati che esaminarono il Gigante. Uno dei primi comparsi sulla scena fu il geologo J.F. Boynton dell’Università della Pennsylvania, che aveva visto il Gigante quando ancora si trovava nella fattoria di Newell. Fu molto franco nell’esprimere la sua condanna: “E’ del tutto assurdo considerarlo un uomo fossilizzato. Non presenta nessuno degli indizi che lo confermerebbero tale se venisse esaminato da un chimico, da un geologo o da un naturalista esperto“.
Il critico più severo fu un esperto di fossili, il professore Otheniel Marsh che definì il Gigante “eccezionale“; quando però uno dei proprietari gli chiese se poteva esprimere la sua opinione, rispose: “No, però potete dire questo: è una truffa eccezionale!“. La ferma opinione di Marsh che il Gigante fosse stato scolpito nel gesso suscitò scalpore ed i giornali di New York divennero più critici.
Ogni dubbio sulla natura del Gigante venne dissipato in dicembre, quando George Hull confessò che l’intera storia era una farsa. Nel 1866 Hull, ateo convinto, aveva avuto un violento alterco con un ministro metodista a proposito dell’interpretazione letterale della Bibbia. E aveva deciso di mettere alla prova la fede del pubblico nei giganti costruendo un Golia moderno. Ingaggiò così degli scultori di Chicago per crearne uno da un blocco enorme di pietra di gesso, poi ne forò la superficie con aghi da maglia e passò dell’acido sulla sua “pelle” per nascondere il segno degli utensili. Con Newell compiacente, Hull trasportò la statua finita a Cardiff e la seppellì nel novembre 1868.
Gli affaristi di Syracuse tentarono dapprima di far tacere Hull, ma quando testimoniarono gli scultori di Chicago, il gioco terminò. Nonostante ciò, essi mandarono il Gigante in giro per il paese; Barnum se ne fece fare una copia (un falso di un falso!) e la esibì a New York . Molte persone preferirono, tuttavia, credere che l’Uomo di Cardiff confermasse l’esistenza dei giganti biblici. Alla fine, il pubblico si stancò della statua, che oggi giace nel Museo dell’agricoltura di Cooperstown, nello stato di New York.

lunedì 15 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 ottobre.
Il 15 ottobre 1872 nasce il corpo degli Alpini.
Durante la riorganizzazione dell’esercito italiano iniziata a seguito del successo prussiano nella guerra contro la Francia, venne istituita la “riforma Ricotti” voluta dal generale e ministro della Guerra Cesare Ricotti-Magnani, che prevedeva una ristrutturazione delle forze armate condotta sul modello prussiano, basata sull’obbligo generale ad un servizio militare di breve durata, in modo tale da sottoporre all’addestramento militare tutti gli iscritti alle liste di leva fisicamente idonei, abolire la surrogazione e trasformare l’esercito italiano in un esercito-numerico, espressione delle potenzialità umane della nazione.
Nel fervore innovativo in seno alla gestione Ricotti venne affrontato anche il problema della difesa dei valichi alpini. Fino ad allora si era ritenuto che una reale difesa dei valichi fosse impossibile e che un eventuale invasore dovesse essere ostacolato dagli sbarramenti fortificati delle vallate, ma definitivamente fermato solo nella pianura Padana. Questa tattica avrebbe lasciato completamente sguarniti tutti i passi alpini dal Sempione allo Stelvio e tutto il Friuli, cioè la più diretta e potente linea d’invasione disponibile all’Impero austro-ungarico.
Nell’autunno 1871 il capitano di Stato Maggiore, ex insegnante di geografia, Giuseppe Domenico Perrucchetti, preparò uno studio dal titolo “Considerazioni su la difesa di alcuni valichi alpini e proposta di un ordinamento militare territoriale nella zona alpina” nel quale sosteneva il principio che la difesa delle Alpi dovesse essere affidata alla gente di montagna. Nato nel 1839 a Cassano d’Adda, dunque in pianura e non in montagna, Perrucchetti che non era un alpino e non lo diventò mai, fu un appassionato studioso attento alle operazioni militari condotte nei secoli precedenti nei territori alpini, e fin dall’inizio colse le contraddizioni che il sistema di reclutamento italiano comportava. A causa del complesso sistema di reclutamento concentrato nella pianura, all’atto della mobilitazione gli uomini avrebbero dovuto affluire dalle vallate alpine ai centri abitati per essere equipaggiati e inquadrati, quindi ritornare nelle vallate per sostenere l’urto di un nemico che nel frattempo avrebbe potuto organizzare e disporre al meglio le proprie forze. In questo modo si sarebbe venuta a creare una concentrazione caotica di uomini presso i distretti militari atti a rifornire il personale sceso a valle insieme a quello di stanza in pianura, il che avrebbe portato conseguenti e inevitabili ritardi. A ciò si sarebbe aggiunto – sempre secondo Perrucchetti – un altro grave limite: le esigenze di mobilitazione avrebbero portato alla creazione di battaglioni eterogenei composti da provinciali della pianura poco atti alla guerra di montagna e non pratici dei luoghi.
Nel 1872 Perrucchetti firmò un articolo per “Rivista militare”, nel quale trattava il problema della difesa dei valichi alpini e suggeriva alcune innovazioni per l’ordinamento militare nelle zone di frontiera. Nelle zone di confine sarebbero stati arruolati i montanari locali, similmente all’ordinamento territoriale alla prussiana, per il quale la zona alpina sarebbe stata divisa per vallate in tante unità difensive, costituenti ciascuna un piccolo distretto militare. In ciascuna unità difensiva le forze reclutate sarebbero state formate su un determinato numero di compagnie raggruppate attorno a un centro di amministrazione e di comando, in modo tale da avere tante unità difensive quanti erano i valichi alpini da proteggere. Secondo Perrucchetti i soldati destinati a queste unità dovevano essere abituati al clima rigido, alla fatica dello spostamento in montagna, alle insidie di un terreno accidentato e pericoloso e ai disagi delle intemperie; dal canto loro gli ufficiali dovevano essere conoscitori diretti e profondi del territorio, alpinisti ancor prima che militari. Infine, i rapporti con la popolazione civile dovevano essere stretti e spontanei, in modo tale da giovarsi della funzione di informatori e di guide che i montanari potevano svolgere a beneficio delle truppe. Il reclutamento locale, oltre a fornire uomini già abituati alla dura vita in montagna, era un forte elemento di coesione tra le truppe: riunendo nelle compagnie i giovani provenienti dalla stessa vallata, e stanziandoli nella loro terra d’origine si ottenevano grossi vantaggi senza esporsi a rischi.
Per i problemi di bilancio che affliggevano il ministero della Guerra, e quindi per paura che il voto del Parlamento fosse sfavorevole, Ricotti non presentò un progetto organico per la creazione di un nuovo corpo, ma lo inserì in una generale ristrutturazione dei distretti militari che da 54 dovevano diventare 62, unitamente alla creazione di un certo numero di compagnie alpine limitato a quindici. Il progetto fu appoggiato dal ministro della Guerra del governo di Quintino Sella, Ricotti-Magnani, che condivideva le necessità della difesa dei valichi alpini e preparò il decreto nel quale si istituiva praticamente di nascosto il nuovo corpo mascherato con compiti di fureria. Il decreto venne quindi firmato dal re Vittorio Emanuele II il 15 ottobre 1872, ironia della sorte in una città che nulla aveva a che vedere con le montagne dei confini settentrionali, cioè Napoli, nella relazione ministeriale che accompagnava il Regio Decreto n. 1056, si parlava dell’istituzione delle prime compagnie alpine. Subito dopo, in occasione della chiamata alle armi della classe 1852, iniziò la formazione delle prime quindici compagnie alpine, che si sarebbero costituite nel giro di un anno.
La rapidità con la quale il Ministero decise la costituzione ebbe come contropartita riflessi negativi nel numero e soprattutto nell’equipaggiamento. La divisa era la stessa della fanteria, con evidenti inconvenienti in rapporto alle esigenze di montagna; chepì di feltro, cappotto di panno indossato direttamente sulla camicia, ghette di tela e scarpe basse. L’armamento era costituito da un fucile di modello recente, il “Vetterli 1870″, in linea con i fucili impiegati dagli eserciti europei, ma dal peso e dalla lunghezza eccessivi per gli spostamenti su terreni impervi, mentre gli ufficiali erano invece dotati dell’obsoleta pistola a rotazione “Lefaucheaux”. Per il trasporto dei materiali ogni compagnia aveva a disposizione un solo mulo e una carretta da bagaglio, in modo tale da riempire gli zaini dei soldati non solo degli effetti personali, ma di tutto quello utile alla compagnia, dai generi alimentari, alle munizioni, alla stessa legna da ardere.
Ma le insufficienze organizzative non pregiudicarono l’affermazione del corpo, che crebbe ben presto, tanto che nel 1873 le compagnie furono portate a 24 e ripartite in sette battaglioni. Nel 1875, constatato che la zona assegnata a ciascuna compagnia era troppo vasta, i battaglioni furono aumentati a 10 per un totale di 36 compagnie con un capitano, quattro ufficiali subalterni e 250 uomini di truppa. Nel 1882 il ministro della Guerra Emilio Ferrero decise una ristrutturazione dei reparti, e con il Regio Decreto del 5 ottobre i dieci battaglioni e le trentasei compagnie furono sdoppiati e raggruppati nei primi sei reggimenti composti da tre battaglioni, che divennero sette nel 1887 e otto nel 1910.
All’evoluzione organica si accompagnava un progressivo adeguamento delle uniformi e dell’armamento. Nell’ottobre 1874 il cappotto a falde venne sostituito con una giubba grigio-azzurra, sulla quale veniva indossata una mantella alla bersagliera color turchino e le scarpe basse vennero sostituite con scarponi alti. Nell’estate 1883 l’uniforme venne caratterizzata dal colore distintivo rispetto agli altri corpi, il verde, colore che due anni più tardi venne esteso a tutte le mostreggiature e le rifiniture della divisa. L’elemento caratterizzante del corpo era però sin dal 1873 il cappello alla “calabrese” con la penna nera, ornato con fregio rappresentante un’aquila ad ali spiegate sormontata da una corona reale.
Per quanto riguarda l’armamento, il fucile Wetterli 1870 fu trasformato nel 1887 in un’arma a ripetizione ordinaria grazie al progetto del capitano d’artiglieria Giuseppe Vitali, il quale diede anche il nome alla nuova arma; “fucile mod. 70/87 Wetterli-Vitali”. Nonostante l’impegno del Vitali, la necessità di un munizionamento più leggero portò la Commissione delle armi portatili ad adottare il calibro 6,5 mm e nel settembre 1890 ad affidare alle fabbriche d’armi del Regno lo studio di un nuovo fucile. Tra i vari modelli presentati fu scelto quello della fabbrica d’armi di Torino, il “Carcano-Mannlincher mod. 1891″, più corto e maneggevole. Parallelamente al mod. 91 per la truppa, venne anche rinnovato l’armamento degli ufficiali alpini con la pistola mod. 89 a ripetizione ordinaria con tamburo girevole.
Giuseppe Perrucchetti nel 1888 diventa Colonnello e Capo di Stato Maggiore del Corpo d’Armata di Ancona. Nel 1895 viene promosso al grado Generale di Brigata e nel 1900 a quello di Tenente Generale. Nel 1904 Perrucchetti si congeda dall’esercito, successivamente diventa senatore nel 1912.
Muore nel 1916 nella sua residenza di Cuorgnè in Val d’Orco. A lui è intitolata la Punta Perrucchetti (4.020 metri), cima secondaria del massiccio del Bernina e massima altitudine della regione Lombardia.

domenica 14 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 ottobre.
Il 14 ottobre 1806 Napoleone a Jena sbaragliò l'esercito prussiano.
Nel 1806 l'esercito francese di stanza in Germania, dal Reno al Danubio, poteva contare su centosessantamila uomini, con il quartier generale situato a Monaco. Essi formavano sei corpi d'armata ed erano comandati, finché non fosse tornato Napoleone, dal generale Louis-Alexandre Berthier, uno dei migliori ufficiali dell'esercito francese.
Il 9 ottobre 1806 la Prussia, inconsapevole dell'arretratezza del suo esercito, dichiarava guerra alla Francia, potente e vittoriosa. Alla Prussia si affiancavano, come alleati, la Russia e l'Inghilterra: nasceva la Quarta Coalizione.
A questo punto la Grande Armèe francese è già sul piede di guerra, e il concentramento è fissato a Magonza. Napoleone parte, alla volta di quella città, il 24 settembre, accompagnato dall'imperatrice Giuseppina e dal principe Talleyrand. Va a prendere il comando dell'esercito.
I suoi primi ordini sono i seguenti: il corpo d'armata di Augerau raggiungerà Francoforte il 2 ottobre; quello di Bernadotte muoverà su Norimberga; quello di Ney si radunerà ad Ansbach; quello di Davout sarà a Bamberga il 3 ottobre; quello di Lefebvre a Kjonigshofen, l'artiglieria e i rifornimenti a Wurzburg. Il maresciallo Soult si troverà ad Amberg il 4 ottobre.
Inizia così la campagna napoleonica in terra di Germania. La battaglia che tolse di scena la Prussia si combatté il 14 ottobre 1806, a Jena e ad Auerstadt contemporaneamente .
Jena era una bella città della Turingia orientale, e a venti chilometri di distanza si trovava il villaggio di Auerstadt.
La battaglia di Jena inizia alle 7 del mattino, quando i prussiani del generale Hohenlohe muovono dalla città verso Weimar, temendo un accerchiamento. Verso le nove, quando finalmente la fitta nebbia comincia a levarsi, Hohenlohe si accorge di essere attaccato non soltanto da Soult alla sua sinistra, ma anche da Ney e da Lannes al centro, e da Augerau sulla destra.
Il comandante prussiano, vistosi in trappola, comincia a mandare messaggeri al generale Ruchel, invitandolo ad affrettarsi con le forze di riserva e a raggiungerlo sul campo di battaglia.
Purtroppo Ruchel tardò e quando le sue avanguardie comparvero al limite della pianura, poco dopo l'una, Hohenlohe aveva già impartito l'ordine di ritirata e le sue truppe ripiegavano in disordine. E qui avvenne il peggio. Gli uomini di Ruchel, destinati a portare aiuto ai colleghi in combattimento, vennero coinvolti nella loro fuga. Una catastrofe.
Le sorti della battaglia furono decise dall'intelligente impiego della cavalleria di Murat e dalla Guardia quando, nel primo pomeriggio, vennero lanciate a dare l'ultimo colpo al nemico.
I prussiani lasciarono sul campo quindicimila tra morti e feriti, e altrettanti furono i prigionieri. Gli ufficiali e i soldati prussiani superstiti si diedero alla fuga in direzione di Weimar inseguiti dalla cavalleria francese che ne fece una strage.
Alle 3 del pomeriggio a Jena si era già finito di combattere e l'armata di Hohenlohe, oltre a quella di Ruchel, caduto in battaglia, non esisteva più. I francesi avevano perduto solamente, tra morti e feriti, cinquemila uomini.
Napoleone verso sera tornò nel suo accampamento e solo là seppe che cosa era accaduto ad Auerstadt, e si rese conto di non aver sconfitto il grosso dell'esercito nemico, ma solo il fianco delle forze prussiane, mentre era toccato al maresciallo Davout, al comando soltanto di ventiseimila soldati, sconfiggere il grosso dell'esercito prussiano di re Federico Guglielmo III ad Auerstadt.
Davout, nonostante l'inferiorità numerica, attaccò per primo e subito, sotto i colpi dei francesi, cadde il comandante in capo prussiano Brunswick. Guglielmo avrebbe potuto prendere in mano il comando dell'esercito o sostituire il generale defunto, ma, titubante com'era, non fece né l'una né l'altra delle due cose, rendendo così esitante la manovra del suo esercito.
Alle 10 del mattino, sempre del 14 ottobre 1806, i generali prussiani Schmettau e Wartensleben contrattaccano. Il primo viene subito travolto dal fuoco francese, rimanendo morto sul terreno, mentre Wartensleben, dopo un successo iniziale, viene affrontato personalmente da Davout e costretto a ritirarsi.
Quando queste due divisioni furono sopraffatte e la destra prussiana completamente distrutta, Davout poteva considerare vinta la battaglia di Auerstadt, lo stesso giorno della vittoria di Napoleone a Jena.
Il re prussiano Federico Guglielmo, ancora convinto di trovarsi di fronte Napoleone, ordina la ritirata. Le tre divisioni del maresciallo francese intrappolarono quanto restava dell'esercito prussiano e lo eliminarono.
Alle 12 e 30, dell'armata reale prussiana non c'era più che un gruppo di fuggiaschi.
Ecco come Francois-Renè de Chateaubriand ricostruisce l'inizio della campagna napoleonica del 1806 nel libro "Napoleone".
Nel corso dell'anno 1806, scoppia la Quarta Coalizione. Napoleone parte da Saint-Cloud, arriva a Magonza, a Salisburgo si impadronisce dei magazzini del nemico. A Saalfeld è ucciso il principe Ferdinando di Prussia. Il 14 ottobre, sulla duplice battaglia di Auerstadt e di Jena, la Prussia scompare...Il bollettino prussiano dice tutto in una sola riga: "L'esercito del re è stato sconfitto. Il re e i suoi fratelli sono vivi".
Il duca di Brunswick sopravvisse di poco alle sue ferite; nel 1792, il suo proclama aveva fatto sollevare la Francia; egli mi aveva salutato lungo la strada quando, povero soldato, andavo a raggiungere i fratelli di Luigi XVI...Erfurt capitola, Lipsia è conquistata da Davout; sono forzati i passaggi dell'Elba; Spandau cede; a Potsdam, Bonaparte fa prigioniera la spada di Federico. Il 27 ottobre 1806, il grande re di Prussia, ode, nella polvere intorno ai suoi palazzi vuoti, risuonare le armi in un modo che gli rivela la presenza di granatieri stranieri: Napoleone è arrivato"

sabato 13 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 ottobre.
Il 13 ottobre 1792 viene posata a Washington la prima pietra della futura Casa Bianca.
Una delle “case” più famose e più viste al mondo è certamente la Casa Bianca, la residenza ufficiale del Presidente degli Stati Uniti e della sua famiglia. Questa bellissima villa fu voluta dal primo Presidente, George Washington, che però non l’ha mai abitata poiché morì durante il completamento del tetto. La Casa Bianca, infatti, fu costruita tra il 1792 e il 1800. Solo dal 1801 è abitata dai Presidenti degli Stati Uniti. Al tempo della sua progettazione questa villa bianca in stile neoclassico fu giudicata enorme e troppo costosa. Venne allora privata di un piano (il terzo) e di un porticato che non furono mai realizzati. Al giorno d’oggi la White House conserva un aspetto incantevole, anche per il fascino esercitato dal potere di chi la abita. Tuttavia, spesso delude molti visitatori che la vedono per la prima volta e che si aspettano qualcosa di più “grande”. In effetti, in confronto ai grattacieli e agli edifici altissimi che ormai popolano tutte le città, la Casa Bianca rischia quasi di scomparire.
Nel progetto originario dell’ingegnere francese Pierre L’Enfant che progettò la città di Washington su ordine del suo primo Presidente, la Casa Bianca era il secondo polo centrale della città, dopo il Campidoglio. I due edifici simbolo della città sono collegati tra loro da un lungo viale, Pennsylvania Ave. Proprio questa strada, e precisamente il numero 1600, è l’indirizzo civico della residenza del Presidente degli Stati Uniti.
Nel corso degli anni anche la Casa Bianca, come la maggior parte degli altri edifici governativi di Washington, subì restauri, modifiche, aggiunte e, purtroppo, anche distruzioni. La costruzione richiama le ville del Palladio e si presenta attualmente come una sorta di parallelepipedo. Al centro si trovano gli ingressi nord e sud con due porticati. Le ali laterali sono visibili solo dal lato sud. L’ingresso principale è a nord, sebbene molti di noi siano abituati a vedere il retro dell’edificio. La facciata della villa (a Nord) è distinguibile per il caratteristico colonnato che costituisce una sorta di pronao con otto colonne e frontone triangolare su cui svetta la bandiera degli Stati Uniti. Il lato sud, invece, presenta la caratteristica forma absidale, che richiama la forma del famoso Studio Ovale che si trova all’interno.
Il lato nord si affaccia su Lafayette Square, da dove si ha una splendida vista sul complesso. Questa piazza era originariamente concepita da Pierre L’Enfant come cortile anteriore della residenza. Il lato sud, invece, si affaccia sul cosiddetto Ellipse, un’ampia distesa verde dalla forma ovoidale in cui è dislocata la pietra miliare zero dalla quale vengono misurate tutte le distanze ufficiali di ogni città degli Stati Uniti rispetto a Washington. Nell’Ellipse inoltre hanno spesso luogo manifestazioni ufficiali, danze, spettacoli, celebrazioni natalizie e ricevimenti.
Dopo gli attentati dell'11 settembre, per visitare la Casa Bianca è necessario prenotare con un anticipo di almeno un mese dalla data prevista. Per assicurarsi la visita guidata, giacché le richieste sono molte, è consigliabile prenotarla anche sei mesi prima.
Bisogna tenere conto che si tratta di una visita guidata che, seppur gratuita, ha un tempo disponibile limitato e i gruppi non possono essere formati da più di dieci persone.
Le visite vengono svolte da martedì a giovedì dalle 7,30 alle 11 di mattina, i venerdì fino alle 12 e i sabati fino alle 13.
Per prenotare una visita alla Casa Bianca è necessario fare una richiesta all’Ambasciata degli Stati Uniti più vicina.

venerdì 12 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 ottobre.
Il 12 ottobre 1859 Joshua Norton, che si era autoproclamato "imperatore degli Stati Uniti e protettore del Messico", intima al Congresso di sciogliersi.
Norton non è sempre stato “Imperatore”, non ha ereditato il titolo per ragioni di sangue. Norton nasce in Sudafrica e sbarca negli Stati Uniti, a San Francisco,  all’età di trent’anni per ragioni di affari; affari che vanno decisamente bene per i primi anni, finché non incappa in un investimento sbagliato relativo a un grosso carico di riso.
Per limitare i danni il nostro eccentrico Norton intraprende una lunga battaglia legale per cercare di invalidare il contratto relativo alla compravendita del suddetto carico di riso, ma non c’è nulla da fare: Joshua rimane senza un soldo e si allontana da San Francisco per due anni.
Due anni in cui al protagonista della storia chissà cosa è successo, ma sicuramente deve essere stato un periodo molto intenso per il futuro imperatore.
Di ritorno da questi due anni di esilio, Joshua Norton, il 17 settembre 1859 scrive una lettera ai giornali locali:
«A perentoria richiesta e desiderio di una larga maggioranza di questi Stati Uniti, io, Joshua Norton, un tempo cittadino di Algoa Bay, Capo di Buona Speranza, e oggi e per gli ultimi scorsi 9 anni e 10 mesi cittadino di San Francisco, California, dichiaro e proclamo me stesso Imperatore di questi Stati Uniti; e in virtù dell’autorità in tal modo acquisita, con la presente ordino ai rappresentati dei diversi Stati dell’unione di riunirsi in assemblea presso il Music Hall di questa città, in data primo Febbraio prossimo venturo, e lì procedere alla modifica delle leggi esistenti dell’Unione al fine di correggere i mali sotto i quali questa nazione si trova ad operare, e in tal modo ripristinare la fiducia, sia in patria che all’estero, nell’esistenza della nostra stabilità e integrità.
Norton I, imperatore degli Stati Uniti»
Il proclama viene quasi completamente ignorato, ma non da tutti. Il San Francisco Bullettin pubblica la lettera con scopo satirico, ma l’effetto tra i cittadini non è sicuramente quello che era possibile prevedere: la gente inizia a rivolgersi a Norton chiamandolo “Sua Eccellenza” e il neo-imperatore inizia ad agire come se quella carica gli fosse realmente assegnata! Inizia a dispensare consigli, a fare ispezioni dei cantieri navali e delle opere pubbliche, inizia a stampare una sua moneta (regolarmente accettata nei dintorni)  e in breve si dichiara anche “protettore del Messico”.Nel corso della sua vita, la cittadinanza continuerà a trattare questo eccentrico personaggio assecondando il suo modo di fare e addirittura la sua strana autorità riuscì a fermare una potenzialmente pericolosa rivolta anti-cinese. Benvoluto e accettato dal “suo” popolo, Norton venne anche arrestato da una giovane  guardia che riteneva dovesse essere sottoposto ad accertamenti psichiatrici, ma anche in questo caso, non solo venne immediatamente rilasciato, ma addirittura scatenò lo sdegno della popolazione che costrinse le guardie a scusarsi pubblicamente.
Le avventure dell’Imperatore continuarono fino al 1880, quando alla sua morte, 30mila persone si recarono al suo funerale. Le sue spoglie mortali, seppellite nel cimitero massone, furono riesumate nel 1934 e spostate nel Woodlawn Cemetery di Colma, dove si trovano tutt’ora. A segnare la sua tomba è stata posta una grande pietra dove è stato scolpito il suo nome: Norton I, imperatore degli Stati Uniti e Protettore del Messico".
Questo singolare personaggio, ispirò scrittori come Mark Twain, Robert Luis Stevenson  e Herbert Asbury che lo citeranno nelle loro opere. In particolare Twain si ispirerà a Norton per il personaggio del “Re” ne “Le avventure di Huckleberry Finn”.

giovedì 11 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 ottobre.
L'11 ottobre è la data in cui si celebra internazionalmente il "coming out".
Il Coming Out Day, una ricorrenza internazionale in cui si riflette sull’importanza del “coming out” (espressione che deriva dalla frase inglese coming out of the closet, letteralmente “uscire dall’armadio a muro”).
L’idea del coming out fu introdotta nel 1869 dal tedesco Karl Heinrich Ulrichs, pioniere del movimento per i diritti di gay, lesbiche e transgender, che sosteneva l’importanza di “uscire allo scoperto” al fine di modificare l’opinione pubblica.
Il primo Coming Out Day si è tenuto negli USA l’11 ottobre 1988, grazie allo psicologo Robert Eichberg e al politico e attivista LGBT Jean O’Leary, i quali scelsero tale data in occasione dell’anniversario della seconda marcia nazionale su Washington per i diritti di uomini e donne omosessuali.  Da allora, ogni anno, si organizzano eventi per celebrare il coming out in ogni parte del mondo, tutti ispirati al medesimo messaggio: “Sii te stesso, non uno stereotipo”.
Da recenti dati ISTAT è emerso che nel nostro Paese le persone che si sono dichiarate omosessuali o bisessuali sono circa un milione, ovvero il 2,4% della popolazione residente in Italia. Alla domanda “Con chi avete fatto per la prima volta coming out”, queste hanno risposto di sentirsi più a loro agio a parlare con i propri amici e i colleghi piuttosto che con genitori o parenti, ad indicare ancora una profonda e radicata cultura etero-normativa che spesso è l’unica disponibile all’interno delle mura domestiche.
Il Coming Out Day si configura quindi come un evento fondamentale, in grado di promuovere e favorire una presa di coscienza di tutta la popolazione, perché solo attraverso un reale rispetto e una sincera accettazione potremmo permettere che il nostro amico, collega o figlio si possa sentire sereno e forte tanto da fare “coming out”.
Uscire allo scoperto non è facile, per via della reazione delle persone. Non lo è per le star, figuriamoci per la gente comune. Che cosa è cambiato da quando Paul Verlaine sparava tre colpi a Arthur Rimbaud fino a Tiziano Ferro che finalmente dice che l’amore è una cosa semplice? “Ogni tanto mi chiedo che vita sarebbe stata, la mia, se non lo avessi incontrato. Oggi sarei un semplice falegname, e non so in che direzione sarebbe andata questa mia “riserva senza fine di allegria”. Mi ha insegnato tutto. Mi ha insegnato a vivere, ad apprezzare le cose belle, a distinguerle da quelle brutte. Mi ha dato luce: ha come illuminato una cosa buia. Lo sogno sempre e gli dico – A Pa’, ma tu sei morto, nun ce stai più – e lui risponde – ma chi te l’ha detto, non vedi che sto qua” ha raccontato Ninetto Davoli su Pasolini.
Dai dati ISTAT del 2011 emerge che il 61% della popolazione è consapevole della discriminazione mentre il 38,7% pensa il contrario.  In che cosa il coming out può rivelarsi un problema? Gli intervistati rispondono che l’orientamento sessuale nel 49,6% dei casi può essere un intralcio per ottenere un lavoro mentre il 55% pensa che possa essere un bonus per ottenere una promozione. Il 41,8% crede che essere gay non dia possibilità di trovare un appartamento. Le persone sono solidali contro la discriminazione sul lavoro per un gay e una lesbica, ma non si dimostrano tolleranti verso i transessuali, in una percentuale dell’89,8. Il 92,3% trova ingiusto che un candidato venga scartato perché gay ma se è transessuale il dato scende al 75,2%. Il 78,4% degli italiani non ha problemi ad avere un superiore gay a patto che non diventi il maestro del figlio perché il dato scende a picco fino al 58,6%. Il 55,9% ritiene che gli omosessuali debbano essere più discreti mentre il 29,7% opta per il criterio dell’invisibilità: i gay dovrebbero nascondersi. “Se si considerano tutti i diversi ambiti in cui la discriminazione può avere luogo, il 53,7% dei rispondenti omosessuali/bisessuali è stato discriminato nel corso della propria vita in almeno uno dei contesti analizzati” afferma l’Istat e non sorprende se la maggior parte dei 3 milioni di individui omosessuali, vive un’esistenza parallela a vostra insaputa.

mercoledì 10 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 ottobre.
Il 10 ottobre a Taiwan è la festa del doppio dieci, a ricordo della rivolta di Wuchang del 1911 che portò alla separazione dalla Cina continentale e alla proclamazione della Repubblica di Cina.
Nel 1900, l'Impero della Dinastia Qing creò un esercito modernizzato chiamato il "Nuovo Esercito". A quel tempo, la città di Wuchang, sul Fiume Azzurro, nella provincia di Hubei, aveva le più moderne industrie militari. Iniziò con la fabbricazione di armi e altre forniture militari per il Nuovo Esercito. Le idee rivoluzionarie di Sun Yat-sen influenzarono ampiamente gli ufficiali e i soldati del Nuovo Esercito a Wuchang; difatti molti di essi si iscrissero in organizzazioni rivoluzionarie.
La rivolta scoppiò per caso: i rivoluzionari nella concessione russa della città costruirono alcune bombe, di cui una esplose accidentalmente. Questo portò la polizia a indagare, e furono scoperti gli elenchi delle Opere Letterarie dei membri della società dell'informazione nel Nuovo Esercito. La minaccia di affrontare l'arresto e l'esecuzione spinse il gruppo rivoluzionario ad agire promuovendo un colpo di stato. I funzionari locali, presi dal panico, fuggirono e l'esercito conquistò la città in meno di un giorno. I rivoluzionari poi telegrafarono alle altre province, chiedendo loro di dichiarare la loro indipendenza: entro sei settimane, quindici province avevano proclamato la secessione.
Il motivo di un così rapido successo fu il fatto che il governo centrale considerava la rivolta solo come l'ultima di una serie di piccoli ammutinamenti, che si erano verificati nel sud della Cina, da schiacciarsi una volta per tutte quando si sarebbe presentata l'occasione. Per tali motivi fu ritardato l'invio di un contingente militare ma ciò finì con l'avere conseguenze molto più grandi perché nacquero assemblee in molte province meridionali che dichiararono l'indipendenza dai Qing e fedeltà alla ribellione.
Sun Yat-sen stesso non svolse alcun ruolo diretto nella rivolta. Egli era in viaggio negli Stati Uniti, cercando a tamburo battente il sostegno dei cinesi d'oltremare. Scoprì della rivolta dalla lettura di un giornale di Denver, Colorado. All'interno dell'Alleanza Rivoluzionaria, Sun aveva favorito una rivolta nella sua nativa Guangdong. Il rivale di Sun all'interno dell'Alleanza, Huang Xing, favorì una rivolta nella Cina centrale e la pianificò per la fine di ottobre. I capi rivoluzionari furono così colti di sorpresa, lasciando gli ammutinati senza un leader. Li Yuanhong fu trascinato e costretto a diventare il leader della rivolta.
Tra i motivi che più influirono sulla rivolta bisogna considerare che ormai molti cinesi ritenevano che la dinastia Qing avesse perso il sostegno degli Dei, a seguito di alcune calamità naturali, come incendi e inondazioni, che venivano spesso considerati segni della divinità; inoltre il Fiume Azzurro era straripato nel 1911 uccidendo oltre 100.000 persone, tutte cose che non fecero altro che alimentare tali dicerie.
Il governo Qing, guidato dal reggente 2º principe Chun, non riuscì a intervenire nelle prime settimane cruciali. Questo diede il tempo ai rivoluzionari di dichiarare un governo provvisorio. Entro un mese, i rappresentanti delle province di secessione incontrarono e dichiararono una Repubblica di Cina.
La data della rivolta, 10 ottobre, è internazionalmente conosciuta come Double Ten Day . Si tratta di una delle festività nazionali più importanti di Taiwan. 

martedì 9 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 ottobre.
Il 9 ottobre in Corea si festeggia il giorno dell'alfabeto.
Il cinese e il giapponese sono due lingue differenti ma hanno in comune gli ideogrammi, mentre in Corea hanno ormai un utilizzo più limitato. L'alfabeto coreano fu inventato da zero di sana pianta, ed entrò in vigore il 9 ottobre 1446.
L’Hangul fu inventato durante la dinastia Choson per opera del re Sejong, considerato uno dei più grandi regnanti della storia coreana (infatti gli fu attribuito l’appellativo di “Sejong il Grande”).
Salito al trono a soli 21 anni, cercò di migliorare ogni aspetto del suo regno come la cultura e l’istruzione, l’agricoltura, l’apparato militare. Si dedicò moltissimo a molti progetti culturali, tra cui la creazione di un alfabeto coreano.
In quel periodo la Corea utilizzava la scrittura cinese, ma non era abbastanza adatta a rappresentare i suoni e le parole, non era possibile trascrivere in modo accurato la lingua coreana, molto diversa da quella cinese.
In più soltanto gli aristocratici (yangban, la classe sociale più importante composta da funzionari-studiosi confuciani) sapevano leggere e scrivere in hanja (la scrittura in ideogrammi coreana), mentre la maggior parte della popolazione era analfabeta.
Il popolo non aveva alcun mezzo per difendersi o per scrivere le proprie idee, e con l’idea di migliorare il benessere della popolazione il re Sejong decise di creare un alfabeto facilmente accessibile a tutti.
Con l’aiuto di diversi ricercatori e dopo anni di lavoro, nel 1446 nacque l’alfabeto Hangul con la pubblicazione del documento Hunmin Jeongeum (훈민정음; 訓民正音), ovvero “i suoni adatti per l’istruzione delle persone”. Era il nome originale dell’alfabeto prima di essere chiamato “Hangul“.
Questo sistema di scrittura riscosse molto successo tra il popolo, ma non era ben visto dalla classe aristocratica. I funzionari consideravano questo alfabeto come una minaccia al loro status, poiché solamente chi conosceva la scrittura hanja poteva far parte della casta ed era l’unica scrittura che consideravano legittima. Addirittura nel 1504 ne fu proibito l’utilizzo e lo studio dell’Hangul dal re Yeonsangun, rischiando quasi di farlo scomparire.
Ci fu qualche ripresa dell’alfabeto nei secoli successivi, ma solamente con l’arrivo del XX secolo diventò sempre più usato a discapito della scrittura in hanja, diventando la scrittura ufficiale della Corea.
Sicuramente Sejong è riuscito nell’intento di creare una scrittura semplice ed accessibile a tutti, si riesce ad apprendere veramente in poco tempo! Viene anche considerata attualmente una delle scritture più logiche mai create.
Secondo quanto riportato nel documento Hunmin Jeongeum per le consonanti si è voluto rappresentare graficamente i suoni secondo la forma della bocca, partendo dai suoni principali:
    ㄱ k
    ㄴ n
    ㅁ m
    ㅅ s
    ᄋ ng
Per poi ricavare tutte le altre lettere con l’aggiunta di tratti o raddoppiando le consonanti base.
Mentre le vocali hanno tre elementi principali che riflettono la filosofia dello yin/yang e l’armonia delle vocali:
    • rappresenta il cielo (yang, il pallino diventò con il tempo una linea)
    ㅡ rappresenta la terra (yin)
    ㅣ rappresenta l’uomo
Tutte le vocali sono create combinando questi elementi.
I coreani danno grande importanza a questo alfabeto, tanto da esserci un giorno dedicato: il 9 ottobre è il giorno dell’Hangul, a commemorare la sua entrata in vigore.

lunedì 8 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 ottobre.
L’8 ottobre del 1871, a Chicago divamparono le fiamme che in brevissimo tempo si sarebbero trasformate in un colossale incendio che causò la morte di almeno 300 persone e che ne lasciò 100.000 senza un tetto sulla testa. Alla vista delle fiamme la gente si rovesciò nelle strade portando con sé tutto quel che poteva, comprese le cose più stravaganti a cui, in qualche caso, fu accordata l’incredibile precedenza rispetto alle classiche “cose che contano”.
Il grande incendio di Chicago è stato un vero disastro in cui presero fuoco e furono distrutti circa 6 kmq della città. La città bruciò per 3 giorni, dall’8 ottobre al 10 ottobre 1871. L’incendio è storicamente considerata una delle catastrofi statunitensi più grandi del XIX secolo, e vi persero la vita centinaia di persone.
Lo spegnimento dell’incendio costò un impegno incredibile da parte dei cittadini e dei pompieri, ma alla fine, forse, poco o nulla si sarebbe potuto fare per arrestare il fuoco se non ci fosse stata la mano amica di un fortunale che si rovesciò sull’area.
La ricostruzione, avvenuta immediatamente dopo l’estinzione dell’incendio, avviò un processo che portò Chicago ad essere una delle più importanti città americane.
Il fuoco ebbe origine intorno alle 21:00 di lunedì 8 ottobre, in un edificio in legno adibito a stalla e granaio, di proprietà di Patrick e Catherine O’Leary, vicino alla DeKoven Street 137, allora una stretta via sterrata. Secondo la tradizione, a causare l’incendio fu una mucca che, calciando una lanterna, l’avrebbe fatta cadere sul fieno del pavimento, dando origine al disastro. Michael Ahern, il giornalista repubblicano che creò questa versione, ammise nel 1893 di aver inventato tutto per rendere la storia più colorita.
Il diffondersi del fuoco fu permesso dal massiccio uso del legno nella costruzione degli edifici, dal forte vento che soffiava verso nord-ovest, e la siccità che dominava in quei giorni. L’amministrazione cittadina ha compiuto a sua volta i propri errori, non reagendo con la dovuta velocità, con esiti fatali.
I vigili del fuoco non risposero alla prima segnalazione, mandata da una farmacia verso le 21:40, pensando che la nuvola di fumo nel cielo provenisse da un incendio del giorno prima. Solo quando il fuoco guadagnò territorio i vigili del fuoco realizzarono che si trattava di un nuovo incendio, e mandarono le pompe, ma nella direzione sbagliata.
Seguirono vari tentativi di fermare le fiamme, ma tutti fallirono, contrastati dal clima, caldo e secco, ed il forte vento che aiutava la diffusione delle fiamme. Il sindaco di Chicago arrivò addirittura al punto di chiedere aiuto alle città limitrofe, ma a quel punto l’incendio era troppo vasto da contenere. Dal momento che l’incendio distrusse anche l’acquedotto, i pompieri rinunciarono allo spegnimento delle fiamme, e il disastro continuò ad espandersi attraversando anche il fiume di Chicago, il Chicago River.
Presi dal panico, i cittadini cominciarono a scappare e di conseguenza il sindaco, per calmare il clima che si era formato, mise la città sotto legge marziale. Inoltre, in molti fuggirono in direzione del braccio più largo del Chicago River, sperando di attraversarlo e di essere finalmente al sicuro. Ma allora l’incendio aveva raggiunto tali proporzioni da permettere il formarsi di una cosiddetta ruota, ovvero una parte di esso che si stacca e si sposta indipendentemente, che “scavalcò” il fiume piombando sull’altra riva. Il fuoco alla fine si estinse, aiutato dai venti in diminuzione e una lieve pioggia che cadde lunedì notte.
Più di 120 km di strade vennero distrutte, 190 km di marciapiedi, 2000 lampioni, 17500 edifici, e 222 milioni di dollari di proprietà, circa un terzo del valore dell’intera città. Di 300.000 abitanti, 90.000 restarono senza abitazione. Si disse che il fuoco superò addirittura in potenza distruttiva l’incendio di Mosca del 1812. Dopo lo spegnimento, furono recuperati 125 corpi, per un totale stimato di 200-300 vittime (che, considerata la portata del disastro, è un numero piuttosto piccolo).
Il disastro divenne un'opportunità per far piazza pulita di vaste aree occupate da abitazioni cadenti e malsane e di creare uno spazio per moderne strutture industriali e commerciali. Nella ricostruzione che seguì, venne costruito in città il primo grattacielo della storia, l'Home Insurance Building, successivamente demolito.

domenica 7 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 ottobre.
Il 7 ottobre del 1571 ha luogo la celebre battaglia di Lepanto.
Lo scontro navale che ebbe luogo il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto, segna una svolta epocale nella storia del Mar Mediterraneo e di tutti quei paesi che, fino ad allora, erano stati coinvolti nella lotta per arginare la minaccia turca sul mare.
Fino ad allora, i tentativi di arginare la potenza turca sulla terraferma si erano dimostrati assai vani (vedi la battaglia di kosovo-polje o la caduta di Costantinopoli). Le ripetute sconfitte cristiane di quegli anni, sono dovute alla preparazione di alcuni corpi scelti turchi , ai mezzi, ma soprattutto all'enorme quantità di forze, che i sultani avevano la possibilità di schierare ad ogni "appuntamento" militare.
Se nei Balcani l'opposizione agli invasori era stata comunque assai vasta, sul versante navale in pochi potevano controllare l'espansione islamica nel mediterraneo. La sola potenza che aveva i mezzi per tentare l'impresa era la repubblica di Venezia, ma da soli, i veneziani non erano abbastanza. Nel 1499 persero Lepanto stessa, e col tempo perderanno anche Naupatto, Chio e soprattutto l'isola di Cipro difesa strenuamente dal comandante Marcantonio Bragadin.
L'unica vera speranza di vittoria, contro gli uomini del sultano, era rappresentata dall'unione di tutte le maggiori flotte cristiane dell'area mediterranea.
L'ultima roccaforte del mediterraneo orientale che rimase in mano agli europei era l'isola di Cipro. La difesa veneziana dell'isola era stretta attorno alla fortezza di Famagosta, ma schierava solo 7.000 difensori, guidati da Marcantonio Bragadin, contro i 20.000 turchi al comando di Mustafa Pascià. I turchi mostrarono in questo assedio di quali mezzi disponessero e la crudeltà che li distingueva. Sulla fortezza piombarono almeno 170.000 colpi di cannone e innumerevoli furono le mine piazzate sotto le mura della città. I veneziani, da parte loro, ressero per 72 giorni ai turchi, ma neanche l'estremo sacrificio del capitano Roberto Malvezzi (fattosi saltare in aria insieme a migliaia di turchi in un deposito sotterraneo) fu abbastanza per la vittoria. Rimasto con 700 uomini, Bragadin accettò di trattare la resa con Mustafà Pascià, che offriva ai lagunari la salvezza, il rispetto dei beni, della popolazione civile e gli onori militari. Ma i turchi non rispettarono i patti. Appena fuori dalla fortezza, l'intendente Tiepolo e il generale Baglioni furono impiccati, tutti i civili furono venduti come schiavi a Costantinopoli, mentre il Governatore Bragadin fu scuoiato vivo. L'estremo sacrificio di Famagosta e dei suoi difensori non furono mai dimenticati. Nel frattempo l'Europa cristiana era divisa da molti anni in conflitti di potere temporale (vedi la lotta tra Francia e Spagna), ed in conflitti di natura spirituale (cattolici schierati contro i luterani). Ma con la pace di Cateau-Cambresis(1559) e il concilio di Trento (1545-1563), si creò una situazione di breve stabilità politica necessaria al Papa Pio V per stringere nell'alleanza della Lega Santa la Spagna, Venezia e lo stato Pontificio.
Apparentemente improponibile come legame, vista l'alleanza che legava Venezia con la Francia, la Lega Santa creata dall'astuzia diplomatica del Papa, univa la migliore flotta del mediterraneo occidentale alla giovanile irruenza di Don Giovanni d'Austria, fratellastro del re di Spagna Filippo II. E' nota la preoccupazione con cui gli spagnoli vedevano l'avanzata islamica ad occidente, in particolare, l'espansione turca sulle coste settentrionali del Maghreb, fece arrivare voci a Madrid secondo cui era in atto un preparativo navale ottomano contro la stessa penisola iberica.
Fu con tali premesse che, nel 1571, la flotta cattolica venne riunita a Messina e al comando di Don Giovanni d'Austria salpò verso le coste della Grecia.
Il termine darsena, ossia il luogo reputato per eccellenza alla costruzione marinara, proviene dall'arabo dar as-sina, ossia "casa della costruzione".
Una delle più famose e produttive "case della costruzione" navale in Europa risulta l'Arsenale di Venezia, seguito immediatamente da quello spagnolo di Barcellona. Entrambe gli arsenali avevano la caratteristica peculiare della costruzione specifica di navi da guerra, e la Repubblica di Venezia in particolare, aveva nei dintorni altri "distaccamenti" nei quali venivano costruite altre imbarcazioni di stampo mercantile, come i porti di Candia e di Canea.
Ma la produttività del cantiere veneto era sicuramente senza eguali in Europa. Basta pensare che in un'annata sola era in grado di lavorare 18 galeazze, 10 galere "bastarde" e 138 galere "sottili" per un totale di 60.00 tonnellate di legname!
Il legname era una delle discriminanti maggiori per la qualità di una imbarcazione. Tra i legnami dedicati alle parti più delicate della nave (gli alberi, le antenne, il fasciame e le pulegge) venivano prediletti il legno di noce, abete e quercia, mentre per altre parti (come ad esempio paratie, ponti e scale) si utilizzavano pioppo, olmo e faggio.
Tutti coloro che lavoravano nei cantieri navali veneziani (calafati, maestri d'ascia fonditori e calatori), avevano l'uso di tramandare alle generazioni successive la propria arte, il cui perfezionamento creava il divario di qualità tra le flotte cristiane e quelle musulmane. Quando l'unione occidentale verrà messa ancor più in discussione con la divisione tra protestanti e cattolici, molti ingegneri olandesi ed inglesi, grazie agli alti stipendi promessi, andarono a realizzare opere navali nei cantieri di Istanbul.
Nonostante questo, il "gap" qualitativo tra le flotte da guerra veneziane e quelle turche non fu mai veramente colmato dagli islamici.
Le forze erano così divise: 210 imbarcazioni per i cristiani, per un totale di 80.000 uomini, di cui 30.000 combattenti e 50.000 tra marinai e rematori. Le imbarcazioni erano di varia nazionalità, proprio per rappresentare al meglio le forze della Lega Santa. Vi erano infatti galere spagnole, genovesi, pontificie e sabaude, oltre alle prime galeazze veneziane, dotate dell'artiglieria che avrebbe influenzato le battaglie navali del futuro.
I turchi rispondevano con una flotta da 265 navi, con 221 galere, 38 galeotte e 18 fuste al comando di Mehmet Alì Pasha.
Va notato come la "propulsione" delle navi turche fosse composta esclusivamente da schiavi cristiani, ai quali non venivano risparmiati torture e maltrattamenti prima delle battaglie. Differente fu il comportamento di Don Giovanni D'Austria, il quale, dopo aver distribuito elmi, corazze ed armi a tutti i rematori, aveva astutamente promesso loro la libertà in caso di vittoria.
Il ruolo dei rematori non può essere dimenticato assai facilmente, particolarmente in un conflitto dove erano protagonisti d'obbligo anche loro. Sta di fatto che, durante le fasi più dure della battaglia, alcuni gruppi di schiavi, liberatisi dalle catene, presero di mira i propri aguzzini turchi. Su alcune navi attaccarono gli islamici alle spalle, mentre su altre, sparsero del sego sui ponti per far scivolare i turchi quando tentavano gli arrembaggi alle navi cristiane.
Nelle acque di Lepanto (nel golfo di Patrasso) le flotte si divisero in grossi gruppi. Il comandante generale prendeva posizione nella più grande galera della flotta (detta reale), per farsi riconoscere meglio dalle proprie forze e manovrare con più cura. Vi erano comunque anche altre navi di importanza fondamentale, quelle dette "capitane", sulle quali stazionavano gli ufficiali responsabili di ognuno dei gruppi della flotta.
Le flotte avversarie si schierarono in direzione nord-sud per una lunghezza di circa 7 chilometri.
L'ala sinistra dei cristiani, la più vicina alla costa, era composta da 64 galee venete al comando di Agostino Barbarigo. Sull'ala destra, quella spostata verso il mare aperto, vi erano le 54 galee genovesi comandate da Giannandrea Doria. La posizione centrale era occupata da altre 64 galee ai comandi di Don Giovanni D'Austria per gli spagnoli, Sebastiano Venier per i veneziani e Marcantonio Colonna per i pontifici. In testa ad ogni settore, le galeazze veneziane avevano il compito di aprire lo scontro e di "disordinare" le linee avversarie con le loro artiglierie.
La disposizione Turca era praticamente speculare a quella cristiana. Alla destra si pose Mehemet Soraq (detto "Scirocco") con 52 galee e 2 galeotte; alla destra Uluch Alì con 61 galee e 32 galeotte; al centro l'ammiraglio Alì con 87 galee e 2 galeotte.
La retroguardia cristiana, posizionata dietro il blocco centrale, era composta da 30 galee agli ordini del Marchese di Santa Cruz; mentre le retrovie turche erano formate da 8 galee.
L'intenzione ottomana era quella di sfruttare la superiorità numerica della propria ala sinistra (quella di Uluch Alì), nei confronti della destra cristiana (quella dei genovesi guidati dal Doria), per aggirare la flotta della Lega.
Sta di fatto che la prima parte dello schieramento turco che si mosse fu l'ala destra guidata da Mehemet Soraq, che tentò di incunearsi tra i veneziani del Barbarigo e la costa, per aggirare la sinistra nemica. La contromanovra veneta, che prenderà le imbarcazioni turche sul fianco, costerà la vita dello stesso capitano veneziano Barbarigo, ma distruggerà tutta l'ala dello "Scirocco" che verrà anche catturato.
Mentre la parte destra dello schieramento turco cade, le galeazze veneziane aprono il fuoco contro le navi turche, costrette ad accorciare le distanze, per non venire massacrate dall'artiglieria veneta. La nave ammiraglia turca dell'ammiraglio Alì, avanzò così tanto da speronare quella dello stesso Don Giovanni D'Austria, inaugurando un putiferio di imbarcazioni che giungevano, da ambo i lati, in soccorso dei propri comandanti.
Ma nonostante l'ardore profuso dai 400 giannizzeri che tentarono di conquistare la nave "reale" cristiana, gli archibugieri spagnoli ebbero la meglio. In aggiunta, con l'arrivo delle galee "Capitane" del Venier e di Colonna, la nave ammiraglia dei turchi fu presa e la testa dello stesso Alì fu issata sul pennone come monito per gli islamici. Senza più guida, il blocco centrale turco cede e viene sbaragliato. In queste fasi d'abbordaggio si copre di gloria il 75enne veneziano Venier, che combatte come un giovane leone ed è tra i primi a sfidare i dardi nemici.
Quando la battaglia è in corso le galee genovesi compiono una manovra che poteva mettere a repentaglio l'intero esito della battaglia. Trascinati forse dal vento o dalle correnti, le galee genovesi si allargarono ulteriormente verso il mare aperto, lasciando un varco dove Uluch Alì doveva affrontare solo le poche galee maltesi per poi ritrovarsi ad attaccare alle spalle l'intera flotta cristiana.
Ma proprio quando l'aggiramento era in dirittura d'arrivo, l'azione turca venne bloccata dall'estremo sacrificio del valorosissimo don Giovanni di Cadorna e delle sue galee siciliane, che si immolarono per dare il tempo alle galee di retrovia di accorrere.
A questo punto Uluch, per non rischiare di venir stretto in una morsa dal Doria e dalle galee del centro che stavano accorrendo, decide di ritirarsi con le navi superstiti.
Il bilancio finale dello scontro di Lepanto è nettamente a favore dei remi cristiani.
Le perdite turche ammontarono a 25.000 morti, 30 galere affondate e 100 catturate. Sul fronte opposto, i cristiani, persero 7.500 uomini e 15 navi.
Le cifre danno la dimensione di quanto netta fosse stata la vittoria occidentale, ma forse non rendono ancora bene l'idea di quanto ampio fosse il divario tecnologico tra le due parti in conflitto.
Se infatti da una parte, quella turca, venivano ancora utilizzati gli archi e le protezioni per i membri armati dell'equipaggio erano piuttosto leggere, sul fronte cristiano la metallurgia proteggeva gli uomini con corazze ed elmi resistenti, e li dotava di armi da fuoco che avevano una efficacia sicuramente maggiore di quella turca.
Il conflitto, e la vittoria cristiana di Lepanto, risulteranno di vitale importanza per tutta la cantieristica europea. Ne è piena dimostrazione il fatto che, nei secoli successivi, le battaglie sul mare non saranno più combattute da scafi a remi, ma solo da scafi esclusivamente a vela.
La vittoria cristiana di Lepanto fu decisiva per l'intera comunità mediterranea dell'Europa. Se la fine ufficiale dell'impero Ottomano è databile al 1918, l'inizio della regressione dell'espansionismo islamico parte proprio dal 7 ottobre 1571.
Qualora le imponenti flotte turche fossero riuscite ad avere la meglio su quelle cristiane, gran parte dell'Italia (esclusa Venezia) sarebbe passata sotto l'egida ottomana, e col tempo anche il traffico marittimo che collegava la Spagna ai suoi domini imperiali si sarebbe fermato, portando la potenza turca ad un'espansione che nemmeno gli Asburgo sarebbero stati in grado di fermare. Francia e Principi luterani e calvinisti non sarebbero stati in grado di reggere l'urto da soli, la barriera del Danubio sarebbe stata facilmente superata, e l'intera storia europea dei secoli XVI-XX sarebbe stata mutata in maniera inimmaginabile.
In conclusione, Lepanto rappresenta lo scontro che decise il futuro di due culture incapaci di convivere pacificamente, ma soprattutto una delle poche occasioni storiche in cui, buona parte della comunità europea occidentale si è riunita sotto un'unica forza per sconfiggere un'avversario comune e garantirsi un futuro indipendente.

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