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martedì 14 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 agosto.
Il 14 agosto 1880 viene completata la costruzione del Duomo di Colonia.
La Cattedrale di Colonia è uno dei massimi esempi di purezza, armonia e perfezione dell’arte gotica, ma anche il cuore vivo e pulsante di una metropoli, che tramite essa innalza al cielo la sua invocazione.
Questo grandioso tempio in stile francese, che si ispira alle grandi chiese di Amiens e di Beauvais, fu iniziato nel 1248: fu allora che l’arcivescovo Konrad von Hochstaden posò la prima pietra. L’idea di innalzare una cattedrale a Colonia aveva preso corpo più di ottant’anni prima, quando l’arcivescovo Reinald di Dassel aveva sottratto a Milano le presunte reliquie dei Re Magi, lì portate dall’imperatore Costantino e da sua madre sant’Elena dopo averle recuperate in Oriente.
Giunti a Colonia, i resti mortali di Melchiorre, Gaspare e Baldassarre erano stati collocati nel Duomo carolingio di San Pietro; ma i sapienti Re che per primi avevano onorato Gesù Bambino meritavano una dimora più consona: una maestosa cattedrale. Dal 1248 i lavori proseguirono fino al 1560 - il Petrarca, in visita a Colonia, scrisse: «Ho visto in mezzo alla città un tempio bellissimo, sebbene incompleto, che non immeritatamente chiamano sommo» - dopodiché subirono una lunghissima interruzione fino all’Ottocento, sia a causa della mancanza di mezzi finanziari, sia per la posizione «infelice» di Colonia, avamposto del Cattolicesimo nella protestante Germania.
Per più di tre secoli l’imponente struttura con la sua torre meridionale monca dominò la città; e bisognò aspettare il Romanticismo tedesco e il suo interesse per tutto ciò che parlasse di Medio Evo perché qualcuno si prendesse di nuovo a cuore il destino della cattedrale incompiuta. Inaugurati i lavori da Federico Guglielmo IV, nel 1880 la chiesa fu terminata. Intitolata ai santi Pietro e Maria, la cattedrale si innalza nel medesimo luogo un tempo occupato dal Duomo di San Pietro, a sua volta costruito nei pressi di un luogo di culto pagano dedicato a Mercurio.
Nel corso della Seconda guerra mondiale subì ingenti danni a causa dei ripetuti bombardamenti: basta pensare che nel solo 29 giugno del 1943 furono sganciate sulla città 1.614 tonnellate di bombe, e il 2 marzo 1945 tremila tonnellate. Fra l’altro un ordigno penetrato nel transetto distrusse l’organo; ma nonostante tutto e a differenza di altre importanti chiese della Germania, rimase in piedi. La sua facciata aerea evoca alla mente le parole che Johann Wolfgang Goethe scrisse dopo aver visitato una cattedrale gotica:
«Quando mi (ci) diressi per la prima volta, avevo la testa piena di nozioni sul buon gusto… Sotto la voce gotico, come in un articolo del vocabolario, accumulavo tutte le nozioni sinonime e erronee che mi erano state inculcate: imprecisione, disordine, affettazione, eterogeneità, rattoppo, sovraccarico… Camminando tremavo in anticipo all’idea di vedere un mostro informe, confuso, arruffato. Quanto fu inattesa la sensazione che mi assalì quando scoprii l’edificio! Il mio animo era penetrato da una fortissima impressione, che potevo certamente gustare e assaporare, ma non definire o spiegare, poiché essa proveniva da mille dettagli che si armonizzavano».
È proprio questo l’effetto a cui aspiravano i costruttori di cattedrali, depositari di un sapere che affondava le sue radici nella storia, di segreti tramandati di generazione in generazione: il messaggio scritto su pietre e marmi è un invito a percorrere un cammino di iniziazione, che porta ai misteri della natura e di Dio, e a quel mistero ancor più fitto che è l’uomo. Lo scopo della Cattedrale di Colonia non era di appagare il senso estetico, bensì di risvegliare l’uomo totale, universale. Ecco allora che la Cattedrale si trasforma in un simbolo, in un ritratto interiore, in una rivelazione dove ogni forma è vivificata dallo spirito. Essa è la città di Dio, la Gerusalemme celeste dove tutti i Giusti troveranno posto. Sono concetti difficili da comprendere appieno, ma che è facile percepire non appena si mette piede nella Cattedrale di Colonia. La più bella chiesa tedesca parla direttamente al cuore, ma lo fa sotto forma di simboli, con parole che non designano, ma alludono.
Mentre quasi tutte le costruzioni di oggi sono di facile decifrazione, in una cattedrale gotica ogni particolare è carico di significati pregnanti. Tutto risponde a un progetto preciso, ideato dal maestro d’opera affinché la pietra si tramutasse in poesia, e la Scrittura diventasse Architettura. Questo è appunto il Duomo di Colonia. Se osservare dal basso le sue torri, che toccano i 157 metri di altezza, procura un senso di vertigine, l’interno lascia a bocca aperta: cinque splendide navate, con quella centrale che supera i 40 metri di altezza e nella quale ogni colonna, ogni venatura del marmo, si protende verso il cielo. Proprio come i 1.350 metri quadrati di vetrate colorate che incombono sul coro, con le loro storie dell’Antico Testamento che sembrano scritte nel cielo e i cui colori rispondono a precisi significati: il bianco è simbolo di purezza e di verità, il blu di castità, il rosso di amore e il nero di errore e dannazione. O come gli splendidi, trecenteschi stalli del coro - i più grandi della Germania - e le pregevoli statue che rappresentano Gesù, Maria e i dodici Apostoli.
Persino l’Ara dei Re Magi, dietro l’altare principale, sembra rivendicare con le sue dimensioni l’ambizione della cattedrale di colpire il visitatore ispirandogli sentimenti di grandezza: in legno e argento, pesante trecento chili, alta più di un metro e mezzo e lunga più di due metri, è il più grande sarcofago d’Europa. Impossibile stabilire se le ossa in essa ritrovate appartengano veramente ai tre Santi Re; quello che è certo, invece, è che contiene le reliquie dei patroni della città: san Felice, san Nabor e san Gregorio da Spoleto.
509 gradini conducono alla piattaforma panoramica della torre meridionale: un «volo» su Colonia, che non finisce di stupire per l’audacia di chi eresse simili meraviglie.
Più in alto ancora, dalla cella campanaria vegliano su Colonia 8 campane, fra le quali spicca «Peter der Grosse» (il Grande Pietro), che con i suoi 24.000 kg è la più grande campana a battaglio del mondo.
 

lunedì 13 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 agosto.
Il 13 agosto 1624 Re Luigi XIII nomina il Cardinale Richelieu primo ministro di Francia.
Il padre François du Plessis, signore di Richelieu, discendente da una famiglia nobile ma decaduta, è un valoroso ufficiale dell'esercito francese che, dopo aver servito fedelmente Enrico III, prima, ed Enrico IV, subito dopo, viene investito di importanti funzioni di alta magistratura (Gran prevòt). Padre di cinque figli, avuti dalla moglie Susanna de La Porte, morendo prematuramente lascia alla vedova l'onere di crescere i ragazzi, tutti in tenera età. Non avrà quindi modo di assistere alla grande riabilitazione di cui il nome della sua famiglia potrà godere grazie al suo terzogenito, Armand-Jean, che da bambino povero ed orfano di padre (ha soltanto cinque anni quando perde il genitore), saprà trasformarsi in una figura di così grande spessore da incutere rispetto e soggezione nelle diplomazie di mezza Europa.
Armand-Jean, nato a Parigi il 9 settembre 1585, grazie ai meriti paterni può studiare nel collegio di Navarra e, subito dopo, intraprendere la vita militare, ma un fatto nuovo interviene a mutarne le prospettive di vita e di carriera: suo fratello Alphonse, che ha preso i voti per divenire vescovo di Lucon - in funzione di un antico privilegio della famiglia - si ammala gravemente al punto da non poter più occuparsi di nulla. Per non perdere quel beneficio Armand deve precipitosamente spogliarsi della divisa e, con qualche forzatura ad opera del Papa e del sovrano, va a sostituire il fratello vestendo gli abiti religiosi.
Ad appena 21 anni, dunque, viene ordinato vescovo e, nonostante la giovane età, riesce a distinguersi per il rigore che impone subito al clero della sua diocesi. Si impegna inoltre nel dare nuovo impulso alle missioni ed avvia una proficua campagna di conversione degli ugonotti, com'erano detti i protestanti calvinisti francesi.
Otto anni dopo, nel 1614, con la nomina a delegato agli Stati generali riesce a farsi apprezzare per le doti diplomatiche intervenendo a stemperare i tesissimi rapporti fra nobiltà e clero ed entrando così nelle grazie di Maria de' Medici, vedova di Enrico IV e reggente per conto del figlio Luigi XIII, e del suo braccio destro Concini. Grazie ad essi nel 1616 Richelieu è nominato segretario di Stato per la guerra e gli affari esteri. Ma la regina madre ed il suo fiduciario sono molto invisi alla nobiltà ed allo stesso Luigi XIII che, impossessatosi del potere nel 1617, fa assassinare l'uomo ed allontanare la donna da Parigi.
Richelieu la segue a Blois e le rimane vicino riuscendo, nel 1620, a farla riconciliare con il re, suo figlio. Rientrati a Parigi, Maria lo segnala caldamente al sovrano il quale gli fa ottenere, nel 1622, la nomina di cardinale e, due anni dopo, lo chiama a far parte del suo consiglio come primo ministro: da questo momento il suo prestigio sarà un crescendo continuo, fino a divenire arbitro della politica francese.
Deciso a restituire alla Francia un ruolo egemone in Europa attraverso il ridimensionamento degli Asburgo, comprende che è necessario innanzitutto consolidare il potere interno, eliminando quindi ogni resistenza all'assolutismo monarchico. E nel 1628 riesce ad avere ragione sugli ugonotti con la vittoria di La Rochelle, loro capitale, ed a neutralizzare le cospirazioni di Gastone d'Orleans, fratello del re, e di sua moglie Anna d'Austria; in questa opera di repressione il Cardinale Richelieu non esita a far decapitare alcuni nobili ribelli e costringe la stessa regina madre, ormai in aperto dissenso con le politiche del cardinale, a fuggire dalla Francia.
Sbaragliati i nemici interni, nel 1629 si pone personalmente a capo dell'esercito ed interviene nella guerra di successione di Mantova e del Monferrato, ponendo sul trono ducale un francese, Nevers, e dando in tal modo un primo smacco al Sacro Romano impero, oltre che alla Spagna. Nel 1635 entra nella "guerra dei Trent'anni" trasformandola da conflitto religioso fra cattolici e protestanti in guerra per l'egemonia europea tra l'impero asburgico e la Francia. Tredici anni dopo, nel 1648, le ostilità cesseranno con la Pace di Vestfalia: l'impero degli Asburgo ne uscirà demolito, trasformato in vari Stati indipendenti, ed il successo pieno dei piani di Richelieu, deceduto già da alcuni anni, sarà palesemente sancito.
Il genio, ma anche il fermo cinismo di Richelieu nel perseguire le supreme ragioni dell'assolutismo, lo rendono negli ultimi anni fra gli uomini più temuti ed odiati tanto in Francia quanto all'estero.
Il Cardinale Richelieu mupre all'età di 57 anni a Parigi, il 4 dicembre 1642.
Oggi riposa in una tomba monumentale scolpita da Francois Girardon nella Cappella della Sorbona, a Parigi.
Fondatore dell'Accademia di Francia, mecenate, lungimirante statista, poco prima del suo decesso, si raccomanda al re perché scelga come suo successore il cardinale Mazarino, al quale ha già impartito tutta una serie di direttive grazie alle quali il nuovo re Luigi XIV potrà regnare su una Francia rinnovata, militarmente ed economicamente salda, e con un ruolo politico internazionale di tutto prestigio guadagnandosi l'appellativo di "Re Sole".

domenica 12 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 12 agosto.
Il 12 agosto 1730 Vittorio Amedeo II di Savoia sposa segretamente in seconde nozze Anna Canalis di Cumiana.
Anna Carlotta Teresa nacque il 23 aprile 1680, a Torino, nel palazzo sito in via Bogino angolo via Principe Amedeo, da Francesco Maurizio Canalis di Cumiana e da Monica Francesca San Martino d'Agliè di San Germano. I padrini furono Carlo Ludovico d'Agliè e Anna Cumiana (probabilmente la nonna paterna). Fu educata dalle monache della Visitazione di Torino, come era d’uso, poi nel tredicesimo anno di età fece ritorno in famiglia, dividendo il suo tempo fra Torino e Cumiana; forse fu in occasione della battaglia di Marsaglia che Vittorio Amedeo II visitando di quando in quando il palazzo dei Cumiana la conobbe giovinetta. Nel 1695 Giovanna Battista di Savoia Nemours la nominò damigella d'onore a Corte e da questo momento in poi gli storici non sono più concordi sulla sua biografia, salvo che sull’indubbia avvenenza.
Gaudenzio Claretta, Domenico Carutti, P. Balan e altri sostengono che Anna Carlotta, sedicenne, bruna, ben fatta, vivace e leggiadra (oggi diremmo civetta) fece invaghire di sé, con sottili arti femminili, il Duca (compito certo non troppo arduo conoscendone la fama di donnaiolo); Resa madre dall’augusto amante fu data in sposa, in fretta e furia, a Francesco Ignazio Novarina conte di San Sebastiano.
Altri documenti smentiscono invece questa ipotesi: Anna Carlotta si maritò effettivamente col Novarina, ma sette anni più tardi, precisamente il 21 aprile 1703; probabilmente vero, invece, che Vittorio Amedeo ne fosse innamorato e avesse cercato di sedurla, e Anna, giovane, inesperta e forse lusingata gli concedesse le sue grazie, non immaginando in che vespaio si sarebbe cacciata. Documenti che avvalorino questa ipotesi non ne esistono, ma l'ipotesi è verosimile.
Anna Carlotta rimase damigella di Madama Reale fino al 21 aprile 1703, data delle legittime nozze con Francesco Ignazio Novarina, Primo Scudiero di Madama Reale. Dai Registri matrimoniali della Cattedrale di Torino risulta l’atto con il nome dei testimoni: Giovanni Battista Tana Marchese di Entraque, Marchese Tommaso Pallavicino (suocero di Lodovico Canalis fratello di Anna) e Antonio Maurizio Turinetti Conte di Pertengo. Risulta anche il carattere d’urgenza dello sposalizio (dispensa dalle pubblicazioni prematrimoniali dell’Arcivescovo Vibò). Non risulta invece che il Novarina riconoscesse come suo il piccolo Paolo Federico (futuro e misconosciuto eroe dell’Assietta), che infatti nacque solo nel 1710 e non fu il primogenito. A questo riguardo si narra in famiglia che un suo discendente Alberto Miglioretti di San Sebastiano, a un signore che gli chiedeva se si sentisse fiero di essere discendente da un grande monarca, rispose: "In famiglia preferiamo essere conti legittimi che Reali bastardi", e lo sfidò a duello.
Liquidata con ciò la possibilità di avere sangue Reale nelle vene, resta curioso il fatto che una damigella bella, di famiglia ricca e illustre, fosse andata sposa a un parvenu (il titolo comitale di San Sebastiano risale al 1665), brutto e di vent’anni più vecchio di lei.
Altra stranezza è che, pur sposa nel 1703, Anna ebbe la prima figlia Paola nel 1708, poi Paolo Federico (l’eroe della battaglia dell’Assietta) il 25 gennaio 1710, Carlo nel 1711, Giacinta nel 1712, Clara nel 1714, Pietro nel 1715, Luigi nel 1718 e Biagio nel 1722.
Nei ventun anni di matrimonio con il conte Novarina non risultano fatti salienti sul suo conto, anzi la si descrive madre e sposa felice, accorta padrona di casa, e di costumi irreprensibili. Francesco Ignazio muore il 25 settembre 1724 lasciando la vedova e i sette figli ancora in tenera età. Nel 1724 fu dame d’antour della Nuora di Vittorio Amedeo, Polissena d’Assia Rheinfels. Forse si riaccese l’antica fiamma o forse non si era mai spenta, considerato che Anna C., da maritata, spesso abitava il suo palazzo di via Santa Chiara a Torino partecipando volentieri alla vita di Corte come si addiceva a una dama del suo rango. Era, oltre che elegante naturalmente, ancora bellissima, come fa fede il ritratto della Clementina che la ritrae già quarantacinquenne. Il Barone Carutti scrive: “...era presso al decimo lustro, bruna, ben fatta, occhio nero e vivace, bellezza ribelle agli anni, pericolosa all’età prima e alla matura”.
Anche Edmondo De Amicis rimase colpito ammirandone un ritratto conservato al monastero della Visitazione di Pinerolo: “bella...bella cioè non so. Seducente senza dubbio. Una testina, un visetto pieno di grazia, di grilli, di vezzi, di sorrisi sfuggevoli, di sottintesi arguti...”. Per Carlo Denina era donna bella, spiritosa e amabile; giudizio avvalorato da Cesare Balbo. Il Conte Blondel si dilunga sul suo conto e giudica il matrimonio col Sovrano “un comique mariage”. Forse gli era giunta notizia di una fatto curioso: a Parigi il 29 settembre 1739, avvenne la prima rappresentazione de “La Reine d’un jour”, òpera comique musicata da Charles Adam su libretto di Eugène Scrube, la cui protagonista era la nostra Marchesa.
Il Re Vittorio Amedeo, rimasto vedovo nel 1728, la sposò in segreto (con dispensa papale di Benedetto XIII perché un Cavaliere di San Maurizio e Lazzaro potesse sposare una vedova) il 12 agosto 1730, nella cappella del Palazzo Reale di Torino; i testimoni furono Lanfranchi e il cameriere Barbier. Abdicò il 3 settembre 1730 in favore di Carlo Emanuele nel castello di Rivoli. Quindi si stabilì con Anna Carlotta a Chambéry e il 18 gennaio 1731 la investì del titolo e del territorio del Marchesato di Spigno.
Passato il primo anno, durante il quale la vita coniugale felice pose in secondo piano la politica, Vittorio si pentì dell’abdicazione e il 25 agosto 1731 partì alla riconquista del Regno. Dopo svariate vicende, la sera del 28 settembre 1731 Carlo Emanuele, mal consigliato dal Marchese d’Ormea, firmò l’ordine di arresto per suo padre, tratto dal letto con la forza da dodici ufficiali comandati dal Conte di Perosa, che in più trascinarono via la Marchesa seminuda sopraggiunta in aiuto al Re.
Domenico Carutti ci lascia una descrizione suggestiva della penosa vicenda. Vittorio Amedeo fu condotto nel Castello di Rivoli dove rimase prigioniero per tredici mesi, spirò poi nel Castello di Moncalieri il 31 ottobre 1732. La Marchesa fu tradotta nella prigione del castello di Ceva in compagnia di donne di malavita e solo l'11 dicembre 1731, dopo le accorate suppliche del Re, le fu permesso di raggiungerlo a Rivoli. Alla morte di Vittorio Amedeo le fu imposto di ritirarsi in convento ed ella scelse il monastero della Visitazione di Pinerolo, ove condusse una vita ritiratissima per trentasei anni, senza tuttavia vestire l’abito di monaca. Una sorella e una nipote monache nel medesimo monastero le furono compagne negli ultimi anni. Morì a 89 anni l’11 aprile 1769 e, per suo espresso volere, fu sepolta nella cripta del monastero senza alcuna lapide.
Il più acerrimo nemico della Marchesa fu di sicuro il Marchese Ferrero d’Ormea che la accusò brutalmente di spingere l’ex Sovrano alla riconquista del Regno per soddisfare le sue ambizioni di regina. Carlo Botta si unisce a molti altri che la accusarono di influenzare negativamente le decisioni del marito. Che i devoti a Carlo Emanuele si accanissero contro di lei è comprensibile, tenendo conto di quanto ella fosse invisa al Sovrano, sempre geloso di suo Padre.
Diverso l’intento di monsignor Carlo Arborio di Gattinara, arcivescovo di Torino che durante il Consiglio di Stato convocato a Torino il 28 settembre 1731 si espresse in tono acceso contro:
“la cattiva furia che stava a fianco del Re Vittorio, istigandolo da donna ambiziosa che purché una corona sul suo capo investa, nulla del decoro, nulla della quiete pubblica, nulla dei destini del Regno, si cura” e conclude:
“conservi Carlo il seggio che in coscienza il può e il debbe”.
Carlo Emanuele aveva convocato il Consiglio di Stato il 28 settembre 1831, onde valutare la possibilità di una Revoca dell’abdicazione paterna; furono solo l’abilità adulatoria del d’Ormea e dei Consiglieri e l’invettiva dell’Arcivescovo contro Anna Carlotta che lo indussero ad ordinare infine l'arresto del Re Vittorio. I motivi del Marchese e dei Consiglieri li abbiamo già esaminati; quelli dell’Arcivescovo sono da ricercare nella vicenda del Concordato del 1727 stipulato fra Vittorio Amedeo e Benedetto XIII. Il nuovo papa Clemente XII reputava il concordato ignominioso e ingiusto nei confronti della Santa Sede, ma, da quel fine politico che era, capì subito che Vittorio Amedeo sarebbe stato irremovibile. Secondo l’abate Magnani, che svelò i documenti relativi dell’Archivio segreto Vaticano, ci fu una precisa volontà della Santa Sede di appoggiare Carlo Emanuele, confidando erroneamente nella sua immaturità e arrendevolezza. Si spiega così la ferocia dell’invettiva dell’Arcivescovo Gattinara dei confronti della Spigno.

sabato 11 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 agosto.
L'11 agosto 1902 nasce a Cittiglio (VA) Alfredo Binda.
Tra gli sportivi che hanno dato prestigio all'Italia nel corso del XX secolo, ad Alfredo Binda deve essere riservato -senza ombra di dubbio- un posto in prima fila. Nato l'11 agosto del 1902 in quel di Cittiglio, ameno borgo del varesotto, si distinse per le strabilianti vittorie conseguite negli anni venti e trenta e per il ruolo di commissario tecnico dei Coppi e dei Bartali che moltiplicavano i trionfi in terra di Francia. Come corridore, Binda ha una storia inimitabile. Persino Gianni Brera riconobbe in uno scritto: "Alfredo è stato per me il maggior prodotto del ciclismo italiano. Debbo tenere a bada la mia anima coppiana per far posto una volta alla ratio".
Cinque Giri d'Italia stravinti: un dominio assoluto, al punto che nel 1930 venne pagato dagli organizzatori (22.500 lire) per starsene a casa ed evitare l'esito scontato della corsa. Per tre volte Campione del Mondo, col suo nome che apre l'albo d'oro del Mondiale essendo sua la vittoria nella prima edizione del campionato (Adenau 1927).  Alfredo Binda ha conquistato tutte le classiche più famose, rendendosi protagonista di record statistici e record agonistici (come il primato mondiale dei 50 km.). Una carriera piena di storie, di avventure: la più famosa la galoppata per dominare il Lombardia del '26 dopo aver trangugiato ventotto uova e lasciando il secondo classificato a ventinove minuti. L'ex trombettiere di Cittiglio, emigrato diciassettenne a Nizza per fare lo stuccatore, ha occupato il proscenio dello sport sfidando (e battendo) un Girardengo sulla via del tramonto e un Guerra nel vigore delle forze. Vinceva senza apparente fatica, mulinando le gambe senza strappi. I giornalisti inventarono allora, osservandolo in fuga solitaria, l'espressione "pedalata rotonda". Binda potrebbe essere ricordato soltanto per queste imprese. Invece vogliamo pensare a lui anche come a un grande dirigente sportivo e a un uomo ammirevole. Sapiente, pacato, teso a risolvere problemi e ad appianare le asprezze delle grandi rivalità. Uno stratega benvoluto da tutti e stimato in Italia e all'estero. Con lui sull'ammiraglia (camiciola, foulard, megafono in mano), Bartali vinse il leggendario Tour del '48 e Coppi s'aggiudicò i Tour del '49 e del '52. Binda era alla guida anche del Coppi vittorioso al Mondiale di Lugano del '53, di Baldini al Mondiale del '58 e di  Nencini il Tour del '60.
La terza fase della vita di Alfredo Binda è non meno interessante delle precedenti: amato padre di due figlie e nonno, affrontò incarichi di rappresentanza in organismi sportivi nazionali e internazionali con spirito di servizio. Pur continuando a risiedere a Milano, volle  dedicare del tempo anche al proprio paese d'origine impegnandosi come consigliere comunale. Mito e maestro dello sport, Binda fu punto di riferimento per il ciclismo intero e per i giovani che vedevano in lui l'interprete dei valori autentici dello sport. Dopo la morte, avvenuta nel 1986,  il ricordo è mantenuto vivo dal Museo, voluto dall'amministrazione comunale di Cittiglio e dalla famiglia e da manifestazioni e iniziative, oltre che da gare, che continuano a essere organizzate nel suo nome.  Ora, dopo anni e anni, si potrebbe immaginare che la figura del grande Alfredo risulti un po' sfocata, che piano piano dimenticanza e oblio prendano piede. Eppure recenti sondaggi, realizzati anche in campo nazionale, testimoniano che il suo nome è ancora molto considerato dal pubblico degli sportivi e che nella classifica dei più grandi italiani di tutti i tempi lui è ancora presente. Si aggiunga poi che il Museo attira centinaia e centinaia di visitatori ogni anno.
Vivere in modo sereno l'agonismo, rispettare gli avversari, mai esasperare i toni della sfida, saper comprendere uomini e situazioni: questi gli insegnamenti che Binda consegna al mondo di oggi, allo sport del XXI secolo.  Principi e comportamenti sempre più rari.

venerdì 10 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 agosto.
Il 10 agosto 1492 Rodrigo Borgia assurge al soglio di Pietro col nome di Alessandro VI.
Roderic Llançol Borja y Borya, italianizzato Rodrigo Borgia, nasce a Xativa vicino Valencia il giorno 1 gennaio 1431. Sale al soglio pontificio con il nome di Alessandro VI nel 1492 ed è il 214° Papa della Chiesa di Roma. Probabilmente si tratta del Papa più controverso della storia cattolica, che peraltro di figure controverse ne ha avute parecchie in passato.
Si trasferisce in Italia giovanissimo e studia giurisprudenza all'università di Bologna. Rodrigo Borgia ha avuto la fortuna di essere nipote di Alonso Borgia ovvero Papa Callisto III, fratello di sua madre Isabella. Rodrigo è il protetto di suo zio che lo nomina cardinale alla giovanissima età di 25 anni.
Fin dalla giovane età ha una condotta di vita dissoluta, infatti quando arriva a Roma ha già almeno un figlio illegittimo; dal 1457 è Cancelliere della Santa Sede, carica che gli permette di diventare il secondo cardinale più ricco di Roma. Anche se suo zio Callisto III muore nel 1458, conserva la sua importante carica con i quattro pontefici a venire, prima di diventare lui stesso Papa. Continua la sua vita licenziosa avendo numerose amanti; dal 1460 si concede un'amante fissa, la nobildonna romana Giovanna Cattanei detta Vannozza, dalla quale avrà addirittura quattro figli, naturalmente illegittimi, Giovanni, Cesare, Lucrezia e Goffredo.
Alessandro VI avrà anche un'altra figlia, Laura, anche questa da una nobildonna (Giulia Farnese) e numerosi altri figli da donne sconosciute.
Originaria dell'alto Lazio, dotata di un fascino tale da valerle fra i contemporanei l'appellativo di Giulia la Bella, la Farnese è descritta come una donna dalla statura media, le forme proporzionate, la carnagione perlacea e grandi occhi neri in un viso aggraziato e rotondo, incorniciato da una lunga capigliatura corvina che ella soleva schiarire secondo i canoni della moda del tempo. Fu proprio la sua avvenenza ad aprire a lei e alla sua famiglia la via del potere e della ricchezza, dando inizio alle tante fortune che segneranno il destino di casa Farnese.
La sua descrizione fisica ci è giunta grazie a dei frammenti di lettere scritte dai suoi contemporanei. Per esempio, un corrispondente di Cesare Borgia dalla corte di Pesaro ci parla di niger oculos. Lorenzo Pucci, marito della sorella Gerolama scrive al fratello “ha la più bella capigliatura che possa immaginarsi”. Le sue dame di corte raccontavano che per evidenziare la sua carnagione chiara era solita dormire in lenzuola di seta nera.
Rodrigo trama per diventare Papa fino a riuscirci nel 1492, anno della scoperta dell'America, corrompendo un numero spropositato di cardinali e promettendo promozioni e favori. Una volta eletto Papa, Alessandro VI si premura velocemente di onorare gli impegni che aveva preso durante il conclave con i cardinali che avevano contribuito alla sua nomina; per esempio al cardinale Ascanio Sforza, che tanto si era prodigato per la sua elezione, dona il palazzo padronale della famiglia Borgia, oltre a nominarlo Vicecancelliere.
Ai numerosi altri cardinali suoi alleati non lesina doni in quantità. Il Papa Borgia si ritrova all'inizio del suo mandato a fronteggiare egregiamente il caos in cui era caduta Roma durante il periodo dopo la morte di Innocenzo VIII e compie importanti riforme.
Rodrigo non disdegna la simonia e in quanto a nepotismo riesce a fare addirittura meglio di quanto suo zio Alonso avesse fatto con lui, infatti nomina cardinale all'età di diciotto anni suo figlio Cesare, che dopo cinque anni però dismette la porpora cardinalizia e sposa la cugina del re di Francia diventando il Duca del Valentinois.
Già nel 1493, dopo solo un anno di pontificato, Alessandro VI si trova a fronteggiare una notevole crisi politica in Italia: Carlo VIII, re di Francia, avanza diritti sul Regno di Napoli e questo preoccupa il Papa che non vuole un nemico così potente al confine con lo Stato Pontificio, pertanto si allea con gli Aragonesi, legittimi regnanti di Napoli.
Il Re francese è infastidito dal comportamento del pontefice e scende in Italia a capo del suo esercito; il Papa è costretto a scendere a patti e concede ai Francesi il passaggio in cambio di un giuramento di obbedienza. E' il 22 febbraio del 1495 quando l'esercito francese entra a Napoli.
Questa facile conquista scatena la reazione antifrancese della Lega Santa, una coalizione che comprende la Spagna, il Papa, gli Asburgo, Milano e Venezia. Il 6 luglio a Fornovo avviene la battaglia tra le forze della coalizione e i Francesi: Carlo VIII ne esce sconfitto ma riesce a ripiegare in Francia; gli Aragonesi riprendono il Regno di Napoli.
Il pontefice spagnolo è anche responsabile della bolla papale Inter Caetera per regolare la contesa territoriale tra Spagna e Portogallo sui territori del Nuovo Mondo. Tale bolla stabilisce che tutte le terre a 100 leghe dall'isola di Capo Verde siano spagnole, escludendo di fatto il Portogallo dall'America; questa decisione a favore della Spagna è facilmente comprensibile essendo il Papa spagnolo. La bolla, troppo penalizzante per i portoghesi, viene cambiata in seguito dal Trattato di Tordesillas che sposta molto più ad ovest la linea di confine, permettendo così al Portogallo il dominio sul Brasile.
Un'altra grana per Alessandro VI è rappresentata dal suo ambiziosissimo figlio Cesare (magistralmente descritto da Niccolò Machiavelli), che dopo aver sposato la cugina del nuovo Re di Francia (Luigi XII) si mette in testa di creare un proprio ducato in Romagna. Per realizzare questa impresa servono molti soldi e il Valentino (soprannome di Cesare dopo l'investitura a Duca di Valentinois) si rivolge al suo potente padre, il quale non esita a vendere ben dodici titoli di cardinale ricavandone una quantità molto cospicua di denaro con il quale finanzia i progetti del figlio.
Cesare riesce a conquistare parecchie città della Romagna tra cui Pesaro, Urbino, Forlì, Rimini e viene effettivamente investito della carica di Duca di Romagna dal padre. I progetti di potere di Cesare Borgia comprendono anche la Toscana, ma la morte improvvisa del padre ne ferma irrimediabilmente l'ascesa.
Papa Alessandro VI Borgia muore il 18 agosto del 1503 a Roma, probabilmente a causa della malaria, ma un'altra plausibile versione parlerebbe di avvelenamento per errore; i Borgia sono storicamente noti per essere molto avvezzi all'uso del veleno per eliminare gli avversari politici. Si pensa che il veleno fosse destinato al cardinale Adriano Castellesi durante un banchetto, ma per sbaglio sarebbe stato bevuto dal Papa Borgia; a conferma di tale fatto vi sono testimonianze dell'epoca che parlano di evidenti segni di avvelenamento sul cadavere del pontefice.

giovedì 9 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 agosto.
Il 9 agosto 1991 il giudice Antonino Scopelliti viene ucciso da Cosa Nostra a Campo Calabro. E' l'inizio della stagione delle stragi di mafia.
Lo chiamavano il “giudice solo”, e da solo morì nella sua Calabria, vittima di un agguato mafioso, mentre era in auto, da solo e senza scorta, che riteneva uno status symbol. Antonino Scopelliti era nato a Campo Calabro il 20 gennaio 1935 ed era entrato in magistratura a 24 anni, diventando pubblico ministero prima a Roma e poi a Milano. Con una carriera di prim’ordine, diventò prima procuratore generale della Corte d’Appello e poi numero uno dei sostituti procuratore generale in Cassazione.
La sua attività di magistrato si è incrociata con i grandi misteri d’Italia: fu lui a rappresentare la pubblica accusa durante il primo Processo Moro, poi nel processo per la Strage di Piazza Fontana, per il sequestro dell’Achille Lauro e infine per quello sulla strage del Rapido 904. In questo processo, Scopelliti dimostrò il collegamento tra i gruppi eversivi che portavano avanti la strategia della tensione e la criminalità organizzata, rappresentata dai boss mafiosi Pippo Calò e Guido Cercola. Riuscì a ottenere la condanna, ma la prima sezione della Cassazione, guidata dal giudice “ammazzasentenze” Corrado Carnevale annullò tutto.
Nel 1991, Scopelliti stava preparando il rigetto dei ricorsi in Cassazione avanzati dagli avvocati di alcuni dei maggiori boss mafiosi condannati al Maxiprocesso contro Cosa Nostra istruito dal pool antimafia di Palermo e dai giudici Falcone e Borsellino. Per questo, la ‘ndrangheta e Cosa Nostra prima tentarono di corrompere il giudice offrendogli 5 miliardi di lire, poi al suo rifiuto organizzarono l’attentato, portato a termine da almeno due persone a bordo di una moto, che spararono a Scopelliti con fucili calibro 12.
Ai funerali di Scopelliti, a Campo Calabro, arrivò un uomo baffuto dall'altra parte dello Stretto, un magistrato, si chiamava Giovanni Falcone. Furono emblematiche quelle parole sorde, cupe, nette, lapidarie. Quattro parole quattro pronunciate a fianco della bara del suo collega ed amico ucciso: “il prossimo sono io”. Profetico: il 23 maggio del '92, a Capaci, viene fatto saltare in aria assieme agli uomini della sua scorta. Sono trascorsi appena nove mesi dall'omicidio Scopelliti. Per il “giudice solo” la Calabria fu protagonista di una settimana di lutti e strette di mano, poi il nulla.
Le indagini hanno portato a due processi, il primo contro Riina e il secondo contro Provenzano e altri boss di primo piano, ma in appello le condanne di primo grado sono state annullate. Solo nel 2012 il pentito di ‘ndrangheta Antonino Fiume è tornato a parlare dell’omicidio Scopelliti portando alla riapertura delle indagini, pur non facendo i nomi dei killer.

mercoledì 8 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 agosto.
L'8 agosto 1963 Ronnie Biggs compie la rapina del secolo, assaltando il treno postale Glasgow-London.
Bottino record oltre 2,5 milioni di sterline, quasi 35 milioni di euro di oggi. Sono le tre di notte dell’8 agosto 1963: il treno postale partito la sera prima da Glasgow in Scozia e diretto a Londra viene fatto fermare in aperta campagna presso il ponte ferroviario di Bridego, a nord della capitale inglese. Un semaforo stranamente dà segnale rosso. Uno dei macchinisti scende per capire cosa sta succedendo e nell’oscurità viene aggredito e fatto cadere lungo una scarpata. Nello stesso istante un altro individuo mascherato sale nella locomotrice e colpisce l’altro macchinista rendendolo incosciente.
Il treno è in mano ai rapinatori. In tutto una quindicina. Nel secondo vagone ci sono banconote usate per oltre 2,5 milioni di sterline. Normalmente quel postale trasporta valori ben più bassi, ma i giorni precedenti sono stati festivi in Scozia, a banche chiuse, e le somme in circolazione sono state maggiori. L’informazione in mano ai banditi era corretta.
Il convoglio è staccato e diviso in due. Le prime due carrozze restano attaccate alla locomotrice. Il piano è di far ripartire il treno e portarlo in più avanti di qualche miglio, davanti ad un rifugio sicuro. Ma da subito qualcosa non funziona. Tra i malviventi c’è un ex ferroviere in pensione che però non riesce nell’intento, perché abituato a lavorare su treni più piccoli, tanto che viene fatto rinvenire il vero macchinista e, sotto minaccia, obbligato a portare il treno al punto giusto.
Si forma una catena umana di rapinatori che passa di mano in mano i sacchi, almeno un centinaio, con il prezioso carico di banconote. Prima di abbandonare il treno viene ordinato ai ferrovieri di non avvisare la polizia per almeno trenta minuti. Un indizio che si rivelerà importante perché significava che la banda aveva un rifugio nel raggio di mezz’ora.
Durante le indagini nei giorni successivi la polizia scopre un casolare, la Letherslade Farm nella contea di Oakley Buckinghamshire, dove hanno soggiornato diverse persone con grandi quantità di cibo di scorta. Hanno anche giocato a Monopoli con soldi veri. Troppe le impronte digitali lasciate in ogni parte per non risalire a quasi tutti i componenti della banda che sono arrestati uno ad uno.
Sfugge una delle menti, Ronald Biggs, Ronnie (34 anni). Ci vogliono cinque anni per prenderlo ma alla fine è catturato anche lui. Del denaro rubato però nessuna traccia. Il cerchio sembra chiuso, ma Biggs riesce ad evadere e a restare latitante per ben 36 anni. Si rifugia a Parigi dove da un chirurgo compiacente si fa cambiare i connotati, quindi fugge in Australia con la moglie.
Scotland Yard lo insegue ma quando l’investigatore Jack Slipper sta per arrestarlo, Biggs è già scappato in Brasile, dove mette incinta una spogliarellista di 19 anni, assicurandosi così l’impossibilità ad essere estradato perché padre di un bambino. Nel 2001, le autorità inglesi gli consentono – all’età di 71 anni – il rientro a Londra per motivi umanitari. Viene arrestato e incarcerato ma nel 2009 messo definitivamente in libertà per le sue precarie condizioni di salute. Ronnie è morto il 18 dicembre 2013 a Londra all'età di 84 anni.
Ronnie Biggs ha speso tutti i suoi soldi della rapina ed è diventato una celebrità, anche per il film girato nel 1966 sulla rapina («L’assalto al treno Glagow-Londra» con Horst Tappert il futuro ispettore Derrick della celebre serie televisiva) e per aver cantato con il gruppo rock Sex Pistols.
C’è chi guarda al «colpo del secolo» ancora con ammirazione, perché portato avanti con abilità e astuzia, nonostante il rapido epilogo. Ma soprattutto perché non venne fatto uso di nessuna arma da fuoco, che probabilmente i rapinatori non avevano neppure.

martedì 7 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 agosto.
Il 7 agosto 1819 Simon Bolivar sconfigge gli spagnoli nella celebre battaglia di Boyacà.
Simon Bolivar viene spesso chiamato "il George Washington del Sud America" per la parte avuta nella liberazione di cinque paesi sudamericani (Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù e Bolivia) dalla dominazione spagnola. Pochi personaggi politici hanno avuto un ruolo importante come il suo, che ha cambiato la storia di un intero continente.
Nacque nel 1783 a Caracas, in Venezuela, da una famiglia aristocratica di origine spagnola. Rimase orfano all'età di nove anni, e durante il periodo della sua formazione fu fortemente influenzato dalle idee e dagli ideali dell'Illuminismo francese.
Tra le sue letture preferite, le opere di John Locke, Rousseau, Voltaire e Montesquieu.
Da giovane, visitò diversi paesi europei; a Roma, nel 1805, sull'Aventino, formulò il suo famoso voto: non avrebbe trovato requie finché la sua patria non fosse stata liberata dalla Spagna.
Nel 1808 Napoleone Bonaparte invase la Spagna e mise il fratello a capo del governo spagnolo: allontanando la famiglia reale dal potere politico effettivo, Napoleone fornì alle colonie del Sud America un'occasione d'oro per tentare di conquistare l'indipendenza politica.
In Venezuela, la rivoluzione contro la dominazione spagnola cominciò nel 1810, quando fu deposto il governatore.
La formale dichiarazione d'indipendenza risale al 1811, anno in cui Bolivar divenne ufficiale dell'esercito rivoluzionario.
L'anno successivo l'esercito spagnolo riguadagnò il controllo sul Venezuela: il leader della rivoluzione, Francisco Miranda, fu imprigionato, e Bolivar lasciò il paese.
Gli anni seguenti furono testimoni di una serie di guerre, nel corso delle quali a vittorie temporanee fecero seguito schiaccianti disfatte; ma il fermo proposito di Bolivar non venne mai meno.
La svolta si verificò nel 1819, quando guidò il suo piccolo esercito mal in arnese attraverso i fiumi, le pianure e gli alti passi andini allo scopo di attaccare le truppe spagnole in Colombia. Qui vinse la cruciale battaglia di Boyaca (7 agosto 1819), momento decisivo della lotta: il Venezuela fu liberato nel 1821, e l'Ecuador nel 1822.
Nel frattempo il patriota argentino José de San Martin aveva liberato Argentina e Cile dalla dominazione spagnola, e aveva intrapreso la liberazione del Perù.
I due liberatori si incontrarono a Guayaquil, in Ecuador, nell'estate del 1822, ma non riuscirono ad accordarsi per cooperare e coordinare i loro sforzi contro gli spagnoli.
San Martin non desiderava affatto essere coinvolto in una lotta per il potere con l'ambizioso Bolivar come avversario (cosa che avrebbe comunque fatto il gioco degli spagnoli), e decise di ritirarsi dal comando e dal Sud America in generale.
Nel 1824 gli uomini di Bolivar avevano ultimato la liberazione dell'odierno Perù, e nel 1825 le truppe spagnole che occupavano l'attuale Bolivia furono sbaragliate.
Negli anni seguenti Bolivar riportò minori successi: l'esempio degli Stati Uniti d'America lo aveva molto colpito, e si dedicò alla realizzazione di una federazione dei nuovi Stati sudamericani. In effetti, il Venezuela, la Colombia e l'Ecuador avevano già dato vita a una Repubblica della Grande Colombia, con Bolivar come presidente.
Sfortunatamente le tendenze centrifughe in Sud America erano molto più forti di quanto non fossero state nelle colonie del Nord America, e quando Bolivar convocò un congresso degli stati ispano-americani nel 1826, soltanto quattro risposero all'appello; invece di veder aumentare il numero dei propri Stati membri, la Repubblica della Grande Colombia si disgregò. Scoppiò la guerra civile, e nel 1828 ci fu un attentato contro lo stesso Bolivar.
La secessione del Venezuela e dell'Ecuador avvenne nel 1830 e Bolivar, rendendosi conto di rappresentare un ostacolo alla pace, si dimise nell'aprile del 1830. Quando morì, nel dicembre di quello stesso anno, era ormai un uomo scoraggiato, caduto in miseria, ed esiliato dal natio Venezuela.
Fu ovviamente un uomo dotato di grande ambizione che, spinto dalle vicende dei tempi, talvolta assunse poteri dittatoriali; tuttavia, quando si trovò a dover effettuare una scelta, subordinò sempre le sue ambizioni personali al benessere pubblico e agli ideali della democrazia, abbandonando ogni velleità di totalitarismo. Quando gli fu offerto un trono, lo rifiutò; senza dubbio era convinto che l'appellativo "El Libertador" (il liberatore) che gli era stato dato rappresentava un onore maggiore di qualsivoglia titolo regale.
Certamente Bolivar è stata la figura di maggior spicco nella liberazione del Sud America dal regime coloniale spagnolo. Contribuì a dare al movimento di liberazione il suo contenuto ideale scrivendo articoli, fondando un giornale, pronunciando discorsi, redigendo missive; instancabile nella raccolta di fondi per sostenere la lotta, fu anche il principale leader militare delle forze rivoluzionarie.
Sarebbe tuttavia un errore considerarlo un grande generale: gli eserciti da lui sconfitti non erano numerosi né ben capeggiati, e lo stesso Bolivar non aveva grandi doti di tattico o di stratega (la cosa non sorprende, dal momento che non aveva ricevuto alcun addestramento, militare).
Ma sopperì ad ogni sua carenza con l'indomabile coraggio di cui diede prova di fronte alle avversità; dopo ogni sconfitta ad opera degli spagnoli, quando chiunque altro avrebbe abbandonato la lotta, metteva insieme un nuovo esercito, e risolutamente proseguiva sul suo cammino.
Un paragone interessante è quello tra Bolivar e George Washington: entrambi ebbero sotto il loro comando eserciti poco numerosi e mal addestrati; i fondi scarseggiavano, e spesso era necessaria una figura carismatica che tenesse unite le truppe.
Diversamente da Washington, Bolivar liberò tutti i suoi schiavi mentre era in vita e, attraverso proclami e misure costituzionali, cercò di abolire la schiavitù nelle terre da lui liberate. Non sempre i suoi tentativi ebbero successo, e al momento della sua morte la schiavitù esisteva ancora.
Aveva una personalità complessa e affascinante: emozionante, audace e romantica. Era di bell'aspetto, e visse numerose storie d'amore.
Era un idealista lungimirante, ma era meno abile di Washington come amministratore, a detrimento dei territori da lui liberati.
D'altra parte, non si interessava affatto al denaro: era ricco quando cominciò ad occuparsi di politica, e povero quando si ritirò dalla scena pubblica.
Bolivar liberò un territorio considerevolmente più ampio di quello che costituiva il nucleo originale degli Stati Uniti; tuttavia è evidente che la sua importanza è stata inferiore a quella di Washington, non fosse altro perché gli Stati Uniti hanno avuto nella storia un ruolo più importante di quello delle nazioni da lui liberate.

lunedì 6 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 agosto.
Il 6 agosto 1791 viene aperta al traffico la porta di Brandeburgo, a Berlino.
 La Porta di Brandeburgo è il simbolo di Berlino. È stata al centro di vittorie, sconfitte e sconvolgimenti politici, dalle guerre napoleoniche attraverso le guerre mondiali, il nazismo, la guerra fredda fino alla riunificazione della Germania.
Alla fine del '700, quando la Prussia, con la sua capitale Berlino, era al culmine del suo potere la porta di Brandeburgo si presentava come un piccolo posto di controllo che non faceva assolutamente capire che si stava entrando in una delle metropoli dei grandi poteri europei.
L'architetto Langhans, incaricato dal re della Prussia a costruire una nuova porta più grande e più rappresentativa era ispirato dalle idee dell'illuminismo: prese come modello i templi dell'acropoli di Atene . La nuova porta non doveva chiudere la città, ma tenerla aperta e far entrare lo spirito democratico dell'antica Grecia. La nuova porta fu inaugurata solennemente nel 1794, pochi anni dopo la rivoluzione francese.
Pochi anni dopo, nel 1806, Napoleone conquistò l'Europa e anche la Prussia dovette cedere al suo potere. Napoleone e i soldati francesi entrarono a Berlino attraversando la Porta di Brandeburgo. Napoleone sapeva come rendere le sue vittorie ancora più gloriose: tolse la quadriga (che rappresenta la dea della vittoria con quattro cavalli) dalla cima della Porta di Brandeburgo e la portò come trofeo a Parigi.
La sconfitta sul campo di battaglia era dura, ma ancora sopportabile. Ma togliere alla capitale della Prussia la quadriga, il suo simbolo, fu percepita dalla popolazione di Berlino come una umiliazione ancora più forte. Così, la gioia fu enorme quando, nel 1806, dopo la sconfitta di Napoleone, la quadriga fu riportata da Parigi a Berlino e rimessa nel suo posto.
Da quel momento, la Porta di Brandeburgo, divenne un luogo carico di simbolismo e di ideologie. Dopo l'unione della Germania nel 1871, fu l'imperialismo tedesco ad impossessarsi del luogo: lo fece diventare il posto preferito per innumerevoli parate militari. Solo l'imperatore e la sua famiglia avevano invece il permesso di attraversare il passaggio centrale della porta.
Dopo la vittoria nella battaglia di Sedan, nella prima guerra mondiale, l'imperatore fece appendere uno striscione alla Porta di Brandeburgo: "Welch eine Wendung durch Gottes Führung" (Che svolta, grazie alla guida di Dio). Un trionfo prematuro: alla fine la Germania fu sconfitta, l'imperatore costretto a dimettersi e la Germania divenne una repubblica.
Dopo il breve intermezzo democratico della Repubblica di Weimar (1919-1933) Hitler arrivò al potere e cominciò subito a trasformare la Germania in un paese capace di affrontare la sua folle guerra che doveva portare la "razza ariana" alla guida del mondo.
Un altro striscione appeso alla Porta di Brandeburgo, questa volta dai seguaci di Hitler, doveva esprimere la cieca fiducia del popolo tedesco in Hitler: "Führer befiehl, wir folgen!" (Ordina, Führer, noi seguiamo!). Una fiducia che doveva costare, solo ai tedeschi, 6,3 milioni di morti. A tutto il mondo invece più di 55 milioni di morti e 35 milioni di feriti.
La Porta di Brandeburgo nel 1945, alla fine della guerra, quando la Germania firma la capitolazione incondizionata, si affaccia su una Berlino ridotta a un campo di macerie. Tre anni di continui bombardamenti hanno totalmente distrutto le città tedesche fino a trasformarle in paesaggi lunari.
La tragedia della Germania alla fine della guerra era terribile. Ma le atrocità degli altri certamente non attenuano la responsabilità della Germania. Tutto questo era soltanto un riflesso di quello che il nazismo aveva fatto ai popoli dell'Europa, era soltanto l'ultimo atto di una guerra che Hitler aveva fortemente voluto, che aveva, fin dall'inizio della sua carriera politica, preparato ideologicamente e materialmente, di una guerra che nessun altro in Europa aveva voluto o cercato.
Appena finita la guerra che gli alleati avevano combattuto insieme contro la Germania scoppiò la Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti che si sarebbe trascinata in forme più o meno aspre fino agli anni ottanta. E al centro della Guerra fredda c'era Berlino, la città divisa in due.
Negli anni '50 il confine tra est ed ovest non era ancora insuperabile e centinaia di migliaia di persone fuggivano ogni anno dall'est all'ovest, quasi la metà di loro erano giovani con meno di 25 anni e spesso persone con una buona formazione professionale, laureati, operai specializzati e artigiani, che all'ovest si aspettavano un futuro più redditizio e più libero. Questo continuo dissanguamento stava diventando un pericolo serio per la Germania dell'est.
Così, nelle prime ore del 13 agosto del 1961 le unità armate della Germania dell'est interruppero tutti i collegamenti tra Berlino est e ovest e iniziarono a costruire, davanti agli occhi esterrefatti degli abitanti di tutte e due le parti, un muro insuperabile che attraversava tutta la città, che divideva le famiglie in due, e tagliava la strada tra casa e posto di lavoro, scuola e università.
i tedeschi dell'est eliminarono la Croce Prussiana e voltarono la quadriga verso Ovest, a sottolineare la vittoria del comunismo sull'occidente. Solo dopo la caduta del Muro la croce venne ripristinata e la quadriga di nuovo orientato verso il "Mitte". Negli anni della guerra fredda, la Porta perse la sua funzione di simbolo di apertura per ritrovarsi nella Terra di Nessuno tra Est e Ovest, a metà strada tra libertà e dittatura.
Nel 1989 gli stati dell'Europa dell'est cominciarono a liberarsi dagli opprimente regimi pseudo-socialisti. Prima c'erano le riforme interne nell'Unione Sovietica, volute da Gorbaciov che incoraggiavano anche l'opposizione nella DDR. Poi la decisione, sempre di Gorbaciov, di lasciare che ogni paese dell'est trovasse da solo il proprio destino diede un'ulteriore spinta a tutti quelli che chiedevano la libertà.
L'anno 1989 fu un anno drammatico: i cambiamenti democratici, le piccole rivoluzioni nell'economia e nella politica in Polonia, in Ungheria e nell'Unione Sovietica riempivano ogni giorno i giornali in tutta l'Europa, una notizia sensazionale dall'Europa dell'est seguiva l'altra.
Nell'ottobre del 1989 anche gli eventi nella DDR precipitarono: sotto la pressione delle manifestazioni di massa e del flusso sempre crescente di persone che lasciavano il paese attraverso l'Ungheria, che aveva aperto le frontiere verso l'ovest, molte amministrazioni comunali della DDR si sciolsero e furono sostituite da organi ai quali parteciparono per la prima volta anche gruppi di opposizione. Quando la sera del 9 novembre un portavoce del governo della DDR annunciò una riforma molto ampia della legge sui viaggi all'estero, la gente di Berlino est lo interpretò a modo suo: il muro doveva sparire. Ma il muro c'era ancora e i soldati che lo sorvegliavano in quella notte non sapevano cosa fare. Migliaia di persone stavano all'est davanti al muro, ancora sorvegliato dai soldati, ma migliaia di persone stavano anche aspettando dall'altra parte del muro, all'ovest, con ansia e preoccupazione. Nell'incredibile confusione di quella notte, qualcuno, e ancora oggi non si sa esattamente chi sia stato, aveva dato l'ordine ai soldati di ritirarsi e, tra lacrime ed abbracci, migliaia di persone dall'est e dall'ovest, scavalcando il muro, si incontravano per la prima volta dopo 40 anni.
Immagini indimenticabili: migliaia di persone scavalcarono il muro che poco prima era ancora un confine insuperabile dove si sparava a chiunque si avvicinava. Era stato un confine che spaccava in due non solo Berlino ma tutta l'Europa. Pochi giorni dopo si cominciò a rimuovere l'odiato muro.
La Porta di Brandeburgo oggi è un monumento alla ritrovata unità della Germania, ma anche un monumento alla pace in Europa.

domenica 5 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 agosto.
Il 5 agosto 1948, dopo 20 anni di dedizione e due mondiali di calcio vinti, Vittorio Pozzo lascia la panchina della nazionale italiana di calcio.
Vittorio Pozzo nasce a Torino, il 2 marzo del 1886. Calciatore degli albori di questo sport, che sarebbe diventato il più seguito d'Europa, è famoso per aver regalato, da allenatore, tuttora l'unico della storia del calcio, ben due Coppe del Mondo alla nazionale azzurra, nel 1934 e nel 1938. Negli anni '10, è stato tra i fondatori di una delle società calcistiche più importanti di sempre, il Torino Football Club. Terminata l'attività di allenatore, si è felicemente riciclato commentatore e giornalista, pur dopo aver pagato un severo dazio sportivo nell'immediato dopoguerra, a causa di più o meno veritiere compromissioni con il partito Fascista.
Sia quest'ultimo, che, successivamente, la retorica antifascista, hanno cercato in tutti i modi di far proprio questo personaggio dello sport nazionale e mondiale, in realtà allenatore e uomo di sport modernissimo per il suo tempo. Ad ogni modo, è un fatto che Pozzo non si sia mai iscritto al partito di Mussolini pur aderendovi, nella sostanza, durante tutte le manifestazioni sportive, le quali erano una delle parti principali della retorica e della propaganda di potere fascista. Alla sua nazionale del 1938 resta anche legata l'immagine della vittoria dell'Italia ai quarti di finale contro la Francia, disputata nell'unica volta della sua storia in un completo interamente di colore nero.
La vera origine di Vittorio Pozzo è legata alla cittadina di Biella, per la precisione alla piccola frazione di Ponderano, luogo natìo della sua famiglia. I suoi genitori appartengono ad una bassa borghesia, di modeste condizioni economiche e fanno di tutto per iscrivere il piccolo Vittorio al Liceo Cavour di Torino.
Tuttavia, ben presto le attitudini del futuro allenatore azzurro si rivelano per quelle che sono: ama le lingue, ama viaggiare, ama apprendere da altri paesi i segreti del lavoro e, soprattutto, in campo sportivo. Si sposta in Francia e in Svizzera, successivamente in Inghilterra, dove studia dai maestri che hanno inventato il calcio moderno, quello che diventa subito il suo grande amore: il calcio.
Intanto, appena diciottenne, fa i primi passi nel calcio professionistico, se così si può chiamare all'epoca, lavorando e giocando in Svizzera, nella stagione 1905-1906, nelle fila del Grasshoppers. Subito però, torna in Italia, nella sua Torino e contribuisce alla fondazione del Football Club Torinese, poi Torino Football Club, squadra nella quale milita per ben cinque stagioni, sino al ritiro dall'attività agonistica, nel 1911.
Dal 1912 al 1922 allora, Vittorio Pozzo si dedica alla direzione tecnica della società, studiando nuovi metodi tattici e contribuendo alla creazione di una vera e propria tradizione calcistica, la quale successivamente farà scuola in Italia. Il 1912 però, è importantissimo, perché segna anche l'inizio del suo rapporto con la Nazionale Italiana di calcio, con la nomina a commissario unico degli azzurri, ruolo che ricoprirà a più riprese nel corso degli anni '10 e '20, durante le varie esibizioni, ancora del tutto dilettantistiche, della squadra italiana, spesso però coadiuvato da altri tecnici e allenatori.
Alle due principali manifestazioni, le olimpiadi di Stoccolma e quelle francesi, le selezioni da lui guidate non raggiungono gli esiti sperati, e vengono eliminate subito, rispettivamente al primo turno e ai quarti di finale.
Nel frattempo viene assunto alla Pirelli, dove diventa dirigente, non prima di prendere parte alla Guerra Mondiale che scoppia nel 1914, come tenente degli alpini. Esperienza importante questa, se è vero, come si racconta, che il futuro allenatore della nazionale due volte campione del mondo racconterà ai suoi giocatori, durante i ritiri e per caricarli al meglio, della resistenza del Piave, oltre che di altre imprese belliche da lui realmente vissute.
L'anno di svolta però, è il 1929, quando Pozzo viene convocato dal capo del calcio fascista, Leandro Arpinati, il quale lo vuole come direttore unico della Nazionale. Non è un fascista, ma è un uomo che ama vincere e, soprattutto, un militare. Pozzo inventa il ritiro, impone uno stile di vita spartano ai suoi e al contempo, lavora ad una serie di schemi tattici di grande valore, modernissimi per quei tempi, pur senza sacrificare l'estro di alcuni ottimi giocatori di quegli anni, come il grande Giuseppe Meazza. È, forse, il grande iniziatore del cosiddetto metodo all'italiana: difesa rocciosa, mediani instancabili e attaccanti veloci, per favorire il contropiede.
Il primo trionfo mondiale è quello del 1934, in Italia, quando i gerarchi fascisti si godono lo spettacolo della vittoria dalle tribune. Non sono partite però, sono battaglie all'ultimo sangue, come la partitissima prima della semifinale vinta dopo il "replay" contro i cugini spagnoli, letteralmente massacrati dai giocatori azzurri (lo stesso arbitro dell'incontro, il signor Mercet, verrà successivamente sospeso dalla Federcalcio svizzera, a causa del suo comportamento troppo "casalingo").
Ad ogni modo, dopo una semifinale altrettanto equivoca quanto ad episodi (un gol sospetto per gli azzurri), vinta ai danni dell'Austria davanti ai quarantacinque mila spettatori di San Siro, arriva anche la vittoria in finale contro la Cecoslovacchia, per 2-1 ai supplementari, questa sì regolare e senza polemiche. Il gol decisivo è di Schiavio, il quale sviene in campo, dopo averlo realizzato.
Quattro anni dopo, vinte anche le Olimpiadi dai cugini tedeschi, nel 1936, Pozzo compie il miracolo e vince anche in Francia, dove il grande Jules Rimet è riuscito a fare organizzare il campionato mondiale di calcio. A trascinare la nazionale, apparentemente più povera tecnicamente ma molto più squadra, è la giovane punta Silvio Piola, lanciato nella mischia dall'allenatore torinese e memorabile proprio nella partita contro i francesi. L'Italia batte anche il forte Brasile, per 2-0, e in finale supera i magiari dell'Ungheria, guidati dal grande attaccante Sarosi, con un perentorio 4-2.
Insieme con le due Coppe Internazionali (l'allora Coppa Europea) vinte, e con i due Mondiali e le Olimpiadi del '36, Vittorio Pozzo mette la firma su un decennio calcistico straordinario, che la Seconda Guerra Mondiale va ad interrompere.
Alla ripresa, pertanto, nel 1948, l'allenatore biellese viene indotto a dare le dimissioni, su pressioni della Federcalcio italiana, la quale non ha mai sopportato le sue presunte connivenze con il fascismo, pur restando sempre sulla carta, come detto, indimostrate.
Pozzo dà le dimissioni dopo ben 6.927 giorni di incarico: un primato ineguagliabile. L'anno dopo, nel 1949, deve riconoscere, in modo ufficiale, i corpi dei calciatori del Grande Torino, morti durante la tragedia di Superga: ci sono amici ed ex allievi.
Fino al 1958, il maestro piemontese si pone come consigliere di lusso alla direzione del comitato tecnico che, proprio in quegli anni, dà vita al Centro Federale di Coverciano.
All'età di ottantadue anni, dieci anni dopo, Vittorio muore: è il 21 dicembre 1968.
Dopo il rifiuto di dedicargli lo stadio di Torino, in occasione dei Mondiali di Italia '90, nel giugno del 2008 gli viene dedicato e intitolato l'impianto di Biella.

sabato 4 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 agosto.
Il 4 agosto 2010 viene finalmente chiusa la falla della piattaforma "deepwater horizon", che per 106 giorni ha inondato il mare al largo del Golfo del Messico di petrolio.
La Deepwater Horizon era una piattaforma petrolifera, dal valore di circa 560 milioni di dollari, di proprietà dell'azienda svizzera Transocean, la più grande compagnia del mondo nel settore delle perforazioni off-shore; affittata alla multinazionale British Petroleum per 496.000 dollari al giorno. Estraeva circa 9000 barili di petrolio al giorno, era grande quanto 2 campi da calcio e si trovava a circa 80 km dalla Louisiana, nel Golfo del Messico, e poteva ospitare circa 130 persone. Il 2 settembre 2009 la Deepwater Horizon ha trivellato il pozzo di idrocarburi più profondo al mondo, lungo 10 685 metri di cui 1259 di acqua, nel giacimento di Tiber, sempre nel Golfo del Messico. La trivella della Deepwater Horizon era una delle più grandi al mondo, lunga 121 metri per 78 metri di larghezza, poteva operare in acque profonde fino a 2400 metri e scavare pozzi profondi fino a 9100 metri.
Il 20 aprile 2010, mentre la trivella della Deepwater Horizon stava completando il Pozzo Macondo su un fondale profondo 400 metri al largo della Louisiana, un'esplosione sulla piattaforma ha innescato un violentissimo incendio; 11 persone sono morte all'istante, incenerite dalle fiamme, mentre 17 lavoratori sono rimasti feriti.
In seguito all'incendio la flotta della BP ha tentato invano di spegnere le fiamme, oltre a recuperare i superstiti.
Nei giorni successivi all'esplosione della piattaforma il contrammiraglio di Guardia Costiera Mary Landry intervistato dall'ABC escludeva un'emergenza ambientale significante.
Due giorni dopo la piattaforma Deepwater Horizon si è rovesciata, affondando e depositandosi sul fondale profondo 400 metri a circa mezzo chilometro più a nord-ovest del pozzo. Le valvole di sicurezza presenti all'imboccatura del pozzo sul fondale marino non hanno funzionato correttamente e il petrolio greggio, spinto dalla pressione del giacimento petrolifero ha iniziato a uscire senza controllo, in parte risalendo in superficie per via della minor densità rispetto all'acqua. Il 7 maggio 2010 la BP ha poi tentato col progetto Top Kill di arginare la falla utilizzando una cupola di cemento e acciaio dal peso di 100 tonnellate, ma la perdita non si è arrestata ed il tentativo di ridurre il danno è fallito.
In attesa di trovare una strategia risolutiva la BP ha poi approntato il progetto Lower Marine Riser Package (LMRP), con la posa in opera di un imbuto convogliatore sospeso sopra al pozzo e collegato a una nave cisterna in superficie, volto a recuperare almeno in parte il petrolio che fuoriusciva senza controllo dal pozzo sul fondo del mare.
In contemporanea la BP iniziava a trivellare due pozzi sussidiari in previsione di riuscire a giungere per fine agosto 2010 al condotto del pozzo che perdeva, intercettandolo in profondità, per cementarlo definitivamente.
Il 10 luglio 2010 - quando ormai l'entità della perdita era stimata da un minimo dai 35000 ai 60000 barili (tra i 5 e 10 milioni di litri) di idrocarburi al giorno, di cui solo la metà riusciva in qualche modo ad essere recuperata - veniva effettuato un secondo tentativo con un nuovo tappo per ridurre drasticamente, e l'obiettivo di fermare interamente le perdite entro una decina di giorni, non cessando comunque di lavorare anche a quella che viene considerata dalla BP essere la soluzione definitiva del problema: ossia la trivellazione dei due pozzi collaterali di emergenza.
Dopo 86 giorni dall'inizio dello sversamento di petrolio, il 15 luglio 2010 la BP dichiarava di essere riuscita a tappare la perdita del greggio, per la prima volta dal 20 aprile, giorno dell'esplosione, pur non essendo ancora sicura di quanto tempo avrebbe potuto resistere quest'ultima soluzione. Secondo le stime della BP stessa erano già stati riversati in mare, al 15 luglio, tra i 3 e i 5 milioni di barili di petrolio, ovvero tra i 506 e gli 868 milioni di litri (che, convertiti con un fattore di 0,920 che rappresenta in media il peso specifico del greggio, fanno 460.000-800.000 tonnellate).
Dopo 100 giorni dall'inizio delle perdite - e a due settimane dal nuovo tappo che chiude il pozzo in attesa di una soluzione definitiva - presumibilmente grazie alla tempesta tropicale che si è abbattuta sulla zona per più giorni, la macchia di petrolio che prima galleggiava sull'acqua è praticamente scomparsa. Rimane visibile solo il catrame spiaggiato sulle coste. Quanto manca - a eccezione di quanto aspirato nelle operazioni di pulizia (circa 800.000 barili - corrispondenti a 127 milioni di litri) o date alle fiamme in incendi controllati - si presume sia in parte evaporato, in parte dissolto (sono stati impiegati 7 milioni di litri di solventi rovesciati sulla macchia nera nelle prime settimane dell'emergenza), in parte digerito dai batteri; ma si ipotizza che la maggior parte sia finita sul fondale marino formando laghi di petrolio destinato a solidificarsi. Un terzo delle acque degli stati USA che si affacciano sul Golfo del Messico sono state chiuse, la pesca sta morendo e il turismo registra la chiusura del 20% delle spiagge.
Il 3 agosto 2010 inizia l'operazione Static Kill, con la quale la BP si propone di tappare definitivamente il pozzo mediante un'iniezione di fango e cemento attraverso i pozzi sussidiari, così da deviare il greggio in un bacino sicuro posto a 4 km di profondità.
Il 19 settembre 2010 viene terminata la cementificazione definitiva del pozzo.
Nel tentativo di porre rimedio al disastro gli ingegneri hanno adottato almeno cinque strategie:
veicoli sottomarini operanti in remoto allo scopo di chiudere le valvole di sicurezza sul fondo del mare;
spargimento di agenti disperdenti attraverso robot sommergibili, aerei e navi di supporto, allo scopo di legare chimicamente il petrolio e farlo precipitare sul fondo del mare, dove dovrebbe rimanere inerte nei confronti dell'uomo;
trivellazione adiacente al punto di fuoriuscita del petrolio, allo scopo di raggiungere con un tubo di perforazione il canale di comunicazione fra il giacimento petrolifero e il fondale marino per potervi iniettare del cemento, questa operazione è stata denominata "Top Kill";
piattaforme galleggianti aspiranti il petrolio che raggiunge la superficie;
camera di contenimento calata al di sopra della perdita primaria del tubo di perforazione danneggiato.
Il disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon avrà nel breve e medio periodo effetti sulla popolazione locale in termini di intensificazione di malattie respiratorie e patologie della pelle (follicoliti cutanee) e, nel lungo periodo, gravi effetti in termini di aumento statistico dell'incidenza di tumori. Gli effetti nel lungo periodo comprendono anche aumenti statistici degli aborti spontanei, neonati di basso peso alla nascita o pretermine.
Il petrolio e le sostanze chimiche disperdenti rilasciate sul luogo del disastro contamineranno la popolazione locale nel breve e medio termine per via inalatoria; nel lungo termine per via orale, come conseguenza dell'accumulo degli idrocarburi nella catena alimentare.
Le prime specie animali vittime del disastro sono state quelle di dimensioni più piccole e alla base della catena alimentare, come ad esempio il plancton. Sono seguite le specie di dimensioni via via maggiori che sono state contaminate direttamente (dagli idrocarburi e dalle sostanze chimiche dispersanti) oppure indirettamente (per essersi alimentate di animali contaminati). Fra le specie coinvolte: numerose specie di pesci, tartarughe marine, squali, delfini e capodogli, tonni, granchi e gamberi, ostriche, menhaden, varie specie di uccelli delle rive, molte specie di uccelli migratori, pellicani.
Gli agenti disperdenti (fra i quali il prodotto commercializzato come corexit), cioè le sostanze chimiche utilizzate per disperdere gli idrocarburi in parti più piccole e per farli precipitare sul fondale del mare hanno consentito di nascondere la marea nera della superficie; tuttavia tali sostanze non hanno ridotto la quantità di greggio ma l'hanno solo nascosta alla vista, ad oltre 1600 metri di profondità, dove continua ad esercitare i suoi effetti nefasti sulla catena alimentare a tutti i livelli, uomo compreso.
Di grande importanza anche i timori che si concentrano sulle specie già a rischio per le quali l'estinzione potrebbe essere accelerata.
I danni del disastro ambientale sono impossibili da calcolare, tuttavia è possibile farne una stima.
I danni diretti, cioè quelli immediatamente visibili ed evidenti sono:
il valore, non stimabile né riparabile, della perdita di 11 vite umane;
il valore, non stimabile né riparabile, del danno ambientale procurato;
il valore economico della piattaforma (equivalente a circa 560 milioni di dollari), degli investimenti per la trivellazione del pozzo (andati in fumo), la perdita azionaria della British Petroleum, della Transocean e della Cameron International;
il costo dei primi soccorsi, per lo spegnimento dell'incendio ed il salvataggio del personale della piattaforma e la ricerca dei dispersi, il costo dell'operazione per la calata della cupola più il costo della cupola da 100 tonnellate, il costo delle operazioni per arginare o tappare la fuoriuscita dal pozzo;
il costo per il tentativo di arginare l'area sul mare dove si è sparso il petrolio fuoriuscito;
il costo per limitare il danno tentando la bonifica delle acque e delle coste e la pulizia degli animali.
Fra quelli indiretti, cioè quelli correlati ma non strettamente conseguenti al disastro, vi sono:
il danno all'industria locale della pesca;
il danno all'industria del turismo;
l'aumento del prezzo del petrolio.
Il presidente Barack Obama è deciso a far pagare una grossa somma alla Bp come risarcimento del disastro ambientale. Il presidente è stato criticato dai repubblicani che ritengono abbia gestito male il disastro. Al 28 giugno 2010 la Bp annuncia di aver già versato 2,65 miliardi di dollari.
A dicembre 2011, per rientrare delle perdite, Bp ha chiesto un risarcimento da 20 miliardi di dollari all'americana Halliburton, accusandola di avere intenzionalmente cancellato delle prove chiave dopo il disastro.

venerdì 3 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 agosto.
Il 3 agosto 1778 viene inaugurato il Teatro alla Scala di Milano.
La storia della Scala di Milano inizia nel 1776 quando un incendio distrusse il Regio Ducal Teatro, ospitato nel cortile di Palazzo Reale. Un decreto dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria affidò a Giuseppe Piermarini l’incarico di costruirne uno nuovo. Il luogo prescelto fu quello della Chiesa di Santa Maria alla Scala, che fu demolita per fare posto al teatro. Il Piermarini, per il suo progetto, si ispirò alla Reggia di Caserta. Il Nuovo Regio Ducal Teatro alla Scala fu inaugurato il 3 agosto 1778 con la prima assoluta de L’Europa Riconosciuta di Salieri.
La costruzione del teatro fu finanziata da un gruppo di famiglie milanesi che continuavano a sostenerlo e ne detenevano la proprietà attraverso le quote dei palchi. A quel tempo il teatro era usato non solo come luogo di spettacolo, ma anche per gestire la propria vita sociale. I proprietari dei palchi vi ospitavano invitati, mangiavano e, nel ridotto, giocavano d’azzardo. Tutto questo mentre sul palco si svolgevano gli spettacoli. Il che lascia capire con quale attenzione venissero seguiti!
Le prime stagioni del Teatro alla Scala di Milano, fino agli anni Venti dell’800, videro rappresentate le opere dei migliori compositori dell’epoca. Nel 1839 iniziò la stagione di Verdi, che però dal 1845, per vent’anni, non presenterà più opere al Teatro alla Scala a causa dei suoi contrasti con gli impresari che non venivano incontro alle sue richieste.
Nel 1898 la Scala di Milano divenne una Società Anonima presieduta da Guido Visconti di Modrone. La direzione artistica fu affidata ad Arturo Toscanini, che portò Wagner, Berlioz ma anche compositori contemporanei come Mascagni e Boito.
Nel 1920, grazie alla rinuncia del diritto di proprietà sia da parte dei palchettisti che del Comune, venne fondato l’Ente Autonomo Teatro alla Scala e fu costituita l’Orchestra del Teatro alla Scala, formata da musicisti selezionati con criteri rigorosissimi e assunti a tempo indeterminato. Alla direzione musicale tornò ancora Toscanini. Nel 1929 il governo fascista si assunse il potere di nomina del Presidente dell’Ente. Per questa ragione, e per essere stato schiaffeggiato dopo il rifiuto a suonare Giovinezza, Toscanini rinunciò nuovamente all’incarico e si trasferì a New York.
Nell’agosto del 1943 la Scala fu demolita in buona parte da un bombardamento. La ricostruzione fu avviata subito e terminò nell’immediato dopoguerra, nel 1946. L’inaugurazione della nuova sala fu affidata a Toscanini, che fu accolto trionfalmente, e il “Concerto della Ricostruzione” rimase nella storia di Milano. Gli anni ’50 vanno ricordati per il pubblico diviso tra i partigiani della Callas e della Tebaldi e per il debutto di Herbert Von Karajan.
Nel 1967 il Teatro alla Scala di Milano diventa, per volere dello stato italiano, Ente Lirico Autonomo, con un sovrintendente nominato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Nel 1986 arriva Riccardo Muti che promuoverà riscoperte di autori come Cherubini e Willibald, con regie di ricerca e di rinnovamento.
Nel 1996 una legge dello Stato italiano ha trasformato l’Ente Autonomo nella Fondazione Teatro alla Scala, una fondazione di diritto privato senza scopo di lucro. Tra il 2002 e il 2004 il Teatro è stato profondamente ristrutturato con un progetto innovativo dell’architetto Mario Botta. Per l’inaugurazione Riccardo Muti ha voluto riportare sul palcoscenico L’Europa Riconosciuta di Antonio Salieri, che aveva inaugurato il Teatro nel 1776. Attualmente la sovrintendenza è affidata a Alexander Pereira  e la direzione musicale a Riccardo Chailly.

giovedì 2 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 agosto.
Il 2 agosto 1990 Saddam Hussein invade il vicino Kuwait, scatenando da lì a poco la prima guerra del golfo.
La prima guerra del Golfo (definita così dal 2003, anno in cui è scoppiato un nuovo conflitto in Iraq) durò poco più di un mese. Sotto l'egida dell'ONU, il contingente internazionale, con a capo gli Stati Uniti, costrinse Saddam Hussein a ritirare le truppe irachene dal Kuwait. La Guerra Fredda ormai era cosa del passato. L'URSS andava man mano sgretolandosi, e un'altra minaccia allertava la Comunità Internazionale.
Il Rais (dittatore) iracheno, a capo di un regime laico, di ispirazione socialista, rappresentava una minaccia per la stabilità di un'area geografica così importante come il Golfo Persico, ricco di giacimenti di petrolio. All'epoca il presidente USA era George Bush senior, che in passato aveva fatto fortuna soprattutto nel settore petrolifero e, per sua stessa ammissione, molto più interessato alla politica estera che a quella interna.
Il 2 agosto 1990, Saddam Hussein, presidente iracheno, invase il vicino stato del Kuwait. Il rais rivendicava i territori kuwaitiani come antichi possedimenti dell'Iraq, risalenti alla caduta del Sultanato ottomano. Inoltre, il rais accusò il piccolo emirato di aver abbassato il prezzo del greggio estraendone più di quanto concordato in sede OPEC. Subito dopo l'invasione, l'ONU riunì il proprio Consiglio di Sicurezza e lanciò un ultimatum a Saddam per il ritiro delle truppe irachene. Il 27 novembre 1990 le Nazioni Unite approvarono la risoluzione numero 678, in cui l'ultimatum fu stabilito per il 15 gennaio 1991.
Nonostante una serie di sanzioni economiche contro il regime di Baghdad, e il massiccio dispiegamento di forze militari statunitensi nella regione (l'operazione inizialmente prendeva nome di Desert Shield, lo scudo del deserto, a protezione dell'Arabia Saudita da una eventuale invasione irachena), il 17 gennaio 1991, le truppe della Coalizione internazionale dichiararono guerra a Saddam. Le forze in campo, però, erano del tutto sbilanciate in favore della Coalizione, a cui presero parte ben 32 paesi (compresi quelli arabi e l'URSS). Il contingente internazionale era composto di 540.000 unità, con circa 100.000 soldati turchi dispiegati lungo il confine tra Turchia e Iraq. Di contro le truppe del rais erano giovani, con scarse risorse e un addestramento inadeguato.
In pochi giorni, dopo una serie di bombardamenti, l'avanzata delle forze di terra conquistò il suolo iracheno, costringendo, il 26 febbraio 1991, il rais ad ordinare il ritiro delle truppe dal Kuwait, che fu liberato definitivamente due giorni dopo. Durante le operazioni di ritirata, le truppe irachene incendiarono tutti i campi petroliferi che trovarono lungo la strada. Intanto, proprio il 26 febbraio, lungo l'autostrada che congiungeva l'Iraq al Kuwait si formò un lungo ingorgo composto dal contingente iracheno in ritiro.
Le milizie internazionali bombardarono pesantemente il convoglio. Il risultato fu una vera strage. I giornalisti che andarono sul luogo dopo la battaglia, la ribattezzarono l'Autostrada della Morte. Dopo i primi scontri, l'esercito iracheno fu accusato di aver versato in mare 40 milioni di galloni di petrolio, per bloccare lo sbarco dei Marines. Anche se il governo di Saddam rigettò ogni accusa, la guerra nel Golfo ebbe ripercussioni devastanti per tutto l'ecosistema dell'intera area del Golfo Persico. Gli accordi postbellici restrinsero molto il raggio d'azione del Rais. Le Nazioni Unite imposero a Baghdad di rinunciare alla costruzione delle famigerate armi di distruzione di massa (cioè, armi chimiche, biologiche o nucleari).
Dal 1991 al 1998, infatti, furono mandati i primi ispettori ONU per verificare il disarmo iracheno. Inoltre, i paesi del Golfo, confinanti con l’Iraq, acconsentirono ad ospitare basi statunitensi in cui aerei USA e britannici avevano il compito di sorvegliare le due no-fly zones (spazi aerei, uno al nord e uno al sud dell’Iraq, interdetti ai velivoli militari iracheni).
Le sanzioni imposte nel 1990 subito dopo l'invasione del Kuwait non furono abrogate. In seguito alle devastanti conseguenze che queste stavano avendo sulla popolazione civile, però, le sanzioni furono trasformate nel programma Oil for Food, che permetteva all'Iraq di vendere petrolio in cambio di generi di prima necessità. Secondo le previsioni della Casa Bianca, la guerra avrebbe rappresentato un esempio della più avanzata tecnologia bellica. I missili impiegati, i famigerati BGM-109 Tomahawk, le cosiddette bombe intelligenti (destinate esclusivamente a target militari) lanciate dagli aerei "invisibili" Lockheed F-117 Nighthawk avrebbero dovuto impedire "inutili" massacri della popolazione civili.
Ma come in tutte le guerre, la stima dei morti è imprecisa e dipende da chi fa la conta dei cadaveri. Di sicuro, la guerra intelligente non risparmiò vittime civili. Mentre si stima che le perdite irachene ammontarono a circa 20.000 militari e quelle della Coalizione furono 213 di cui 148 statunitensi, i morti civili iracheni furono circa 4.000. Circa il 30% delle 700.000 persone che servirono nelle forze statunitensi durante la guerra soffrono attualmente di gravi sintomi le cui cause sono da attribuire all'utilizzo di uranio impoverito e altri elementi tossici utilizzati nelle operazioni militari. La maggior parte delle vittime della Coalizione, inoltre, furono vittime del cosiddetto "fuoco amico", cioè di colpi accidentali da parte di forze amiche.
Dei 147 statunitensi morti in battaglia, il 24% fu uccisa proprio da pallottole sparate da altri militari del contingente internazionale. Secondo le stime del Dipartimento di Difesa statunitense, la prima Guerra del Golfo costò 61 miliardi di dollari, anche se altre fonti parlano di 71 miliardi. Più di 53 miliardi di dollari furono offerti dai paesi della Coalizione, in particolare dal Kuwait, l'Arabia Saudita. la Germania e il Giappone.
La guerra del Golfo fu la prima ad irrompere nelle case degli spettatori di tutto il mondo. Le immagini dei bombardamenti di Baghdad vennero trasmesse in diretta dalla televisione americana all-news CNN. La CNN, attraverso la presenza massiccia di giornalisti e teleoperatori, trasformava in maniera definitiva la percezione che il mondo aveva del conflitto, sempre più simile a videogames e film d'azione.

mercoledì 1 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo agosto.
Il primo agosto 1912 nasce a Calcara di Crespellano, provincia di Bologna, Gabriella degli Esposti.
Originaria di una famiglia contadina di idee socialiste, dopo l'8 settembre del 1943 Gabriella - assieme al marito Bruno Reverberi, cascinaio comunista di cui condivideva le idee - aveva trasformato la propria casa in una base della Quarta Zona della Resistenza. La giovane donna aveva anche partecipato ad azioni di sabotaggio e, soprattutto, si era molto impegnata (benché avesse due bambine piccole e fosse in attesa di un terzo figlio), nell'organizzazione dei primi "Gruppi di Difesa della Donna". Fu proprio grazie all'opera di convincimento dei GDD che, nelle giornate del 13 e del 29 luglio del 1944, centinaia di donne scesero in piazza a Castelfranco Emilia per protestare contro la scarsità di alimenti e per manifestare contro la guerra. In quelle occasioni, essendo Gabriella a capo delle manifestazioni, fu minacciata di morte dall'impiegato comunale fascista Reggiani. Per contrastare l'irrobustirsi delle organizzazioni della Resistenza nella zona, nel dicembre del '44 i fascisti locali, in accordo con i tedeschi, sfruttarono le indicazioni di alcuni delatori e, avvalendosi dell'intervento diretto delle SS, attuarono un grande rastrellamento. Nel primo pomeriggio del 13 dicembre, Gabriella Degli Esposti è catturata, nella sua stessa casa, da un gruppo di SS comandato dall'ufficiale Schiffmann. Benché incinta, viene prima picchiata sotto gli occhi di Savina (una delle due figlie), poi è minacciata di morte perché non dice dove si trova il marito (uno tra i primi organizzatori del movimento partigiano locale), quindi viene portata via. Il giorno successivo, il 14 dicembre, quattro gruppi di SS, agendo contemporaneamente nelle campagne circostanti e nel paese, arrestano una settantina di persone. I rastrellati sono trasportati nella casa di Enea Boni, in località Corona di Castelfranco. Le SS sono collegate telefonicamente con l'Ostkommandatur di Castelfranco, che si è installato in casa Monti, in via Emilia Ovest. Da casa Boni a casa Monti i tedeschi trasmettono le generalità dei fermati, che spie fasciste si premurano di identificare se considerati antifascisti. Sono questi che vengono trasferiti nei locali dell'"Ammasso canapa" di Castelfranco Emilia. Per alcuni giorni i prigionieri sono sottoposti a stringenti interrogatori e a torture. Il 17 dicembre, Gabriella Degli Esposti e nove suoi compagni di martirio sono trasportati sul greto del Panaro a San Cesario e uccisi (i corpi di altri due vennero trovati in un'altra località). Prima di essere fucilata, Gabriella era stata seviziata orrendamente. Il suo cadavere viene ritrovato privo degli occhi, con il ventre squarciato e i seni tagliati. Il supplizio di Gabriella, che è stata proclamata Eroina della Resistenza, induce molte donne della zona a raggiungere i partigiani. È così che si costituisce il distaccamento femminile "Gabriella Degli Esposti", forse l'unica formazione partigiana formata esclusivamente da donne.
La motivazione della Medaglia d'oro concessa a Gabriella Degli Esposti Reverberi dice: "Due tenere figliolette, l'attesa di una terza, non le impedirono di dedicarsi con tutto lo slancio della sua bella anima alla guerra di liberazione. In quindici mesi di lotta senza quartiere si dimostrava instancabile ed audacissima combattente, facendo della sua casa una base avanzata delle formazioni partigiane, eseguendo personalmente numerosi atti di sabotaggio e contribuendo alacremente alla diffusione della stampa clandestina. Accortasi di un rastrellamento, riusciva ad allontanare gli sgherri dalla propria casa per breve tempo e, incurante della propria salvezza, metteva al sicuro le figliole ed occultava armi e documenti compromettenti. Catturata, fu sottoposta alle torture più atroci per indurla a parlare, le furono strappati i seni e cavati gli occhi, ma ella resistette imperterrita allo strazio atroce senza dir motto. Dopo dura prigionia, con le carni straziate, ma non piegata nello spirito fiero, dopo aver assistito all'esecuzione di dieci suoi compagni, affrontava il plotone di esecuzione con il sorriso sulle labbra e cadeva invocando un'ultima volta l'Italia adorata. Leggendaria figura di eroina e di martire."
Il 22 aprile 2006, sul greto del Panaro, in località Ca'nova di San Cesario - dove furono ritrovati i corpi di Gabriella Degli Esposti e dei suoi compagni di lotta e di martirio - è stato inaugurato un monumento, realizzato con una pietra tipica della zona dai ragazzi dell'Istituto "Pacinotti" di San Cesario sul Panaro.
I giornalisti tedeschi Udo Guempel e René Althammer hanno realizzato un filmato dedicato alla ricerca dei colpevoli dell'uccisione di Gabriella.

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