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sabato 31 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 marzo.
Il 31 marzo 2005 Terri Schiavo, tenuta artificialmente in vita per quindici anni, muore.
Il 25 febbraio 1990 Terri Schindler, coniugata Schiavo, ha un collasso in casa per uno squilibrio del potassio: le si ferma il cuore, quanto basta per provocare al cervello danni che molti medici, successivamente, giudicheranno irreparabili.
Il marito Michael Schiavo intenta una causa contro i medici che avrebbero curato male Terri, ottenendo nel 1992 un risarcimento di un milione di dollari.
A questo punto iniziano i dissidi tra Michael Schiavo e i genitori di Terri - i coniugi Schindler - sul tipo di assistenza da fornire a Terri e sul modo di utilizzare i soldi del risarcimento (che i genitori vorrebbero destinare interamente alle cure). Michael Schiavo si fa forte di una legge della Florida, che assegna la tutela legale al coniuge del malato incapace di assumere decisioni, e nel 1993 fa interrompere le cure riabilitative. I coniugi Schindler chiedono la revoca della tutela legale a Michael, vedendo però respinta tale loro richiesta.
La battaglia legale si protrae negli anni successivi. Il marito di Terri continua a impedire le cure riabilitative, facendosi forte di alcuni pareri medici che ritengono lo stato vegetativo irreversibile, e raccontando inoltre che Terri gli avrebbe confidato di preferire, qualora si fosse trovata in una situazione simile, la morte. Nel 1998 chiede anche di rimuovere il tubo dell’alimentazione artificiale. I genitori oppongono altre perizie mediche secondo le quali in questa materia non esistono certezze assolute, evidenziando l'esistenza di casi simili - se non uguali - in cui si è verificato un risveglio inaspettato anche dopo molti anni, e lamentando il fatto che a Terri non sono state prestate tutte le cure normalmente in uso con i cerebrolesi.
Il movimento americano delle associazioni (laiche e religiose di ogni confessione) dei disabili e dei loro familiari diffonde informazioni da cui si evince che Terri non è una donna tenuta in vita in modo artificiale. E' una grave cerebrolesa, cosciente e reattiva al di là dei semplici riflessi. Come è stato dimostrato dalla sua abilità di seguire con gli occhi, è in grado di rispondere ai comandi verbali dei medici che l'hanno esaminata e di reagire - con uno splendido sorriso - alle persone care. E' in grado di deglutire la propria saliva e potrebbe potenzialmente essere svezzata dal tubo di alimentazione e recuperare parte del linguaggio, in modo da poter indicare direttamente i propri desideri. In sostanza, ciò di cui si discute non è se prendere atto della morte di una persona, ma se dare la morte, praticare l'eutanasia ad un portatore di handicap.
Sui comportamenti del marito si addensano ombre. Una perizia di parte, prodotta dai genitori, ritiene che il danno riportato da Terri sia compatibile non solo con uno strano "squilibrio del potassio", ma anche con eventuali maltrattamenti subìti. Inoltre, si sottolinea da più parti che Michael Schiavo ha ricordato i presunti desideri di Terri solo dopo che gli è stato riconosciuto l'indennizzo, destinato all'assistenza sanitaria di Terri (ricordarlo prima avrebbe reso inutile un risarcimento per assistere una persona alla quale si voleva dare la morte...). Oltre la metà dell'indennizzo è stata spesa per la battaglia legale per ottenere il distacco del tubo di alimentazione; oltre 200 mila dollari Michael li ha pagati al suo legale. Infine, Michael Schiavo si è rifatto una vita con un'altra donna: per cui abbiamo assistito al paradosso di un uomo che si comporta come l'ex marito di una donna che ritiene morta, e però esercita la tutela legale su quella stessa donna viva.
I giudici continuano a dar ragione a Michael, perché la legge della Florida (negli USA la Corte Suprema federale ha decretato che si tratta di materia di competenza statale e non federale), oltre ad individuare nel coniuge la persona cui affidare la tutela legale, individua come criteri per decidere: "la prova chiara e convincente che la decisione presa sarebbe stata anche quella del paziente" o, in mancanza, "gli interessi del paziente". Ebbene, il dramma di una giurisprudenza che si va consolidando negli Stati Uniti - e non solo -, suscitando lo sdegno di larga parte dell'opinione pubblica e della classe politica americane, è che l' "interesse" della persona è ritenuto qualcosa di incerto: tra la vita (o anche solo - per chi fosse ancorato al criterio della "qualità" della vita -  la possibilità della vita, legata ad una pur faticosa riabilitazione) e la morte, i giudici non sanno scegliere. Per cui tutta la vicenda giuridica si è imperniata solo sull'altro criterio, la presunta volontà di Terri, e sull'attendibilità delle rivelazioni in merito fatte dal marito.
L'indignazione dell'opinione pubblica si esprime in maniera plateale, trasformando la vicenda in un caso politico nazionale. Il Governatore e il Parlamento della Florida intervengono più volte: con decreti che ordinano di riattaccare il tubo dell’alimentazione ogni volta che il giudice Greer ne ordina il distacco; con una legge che la Corte Suprema della Florida però ritiene incostituzionale. Anche il Congresso federale e il Presidente esercitano pressioni sui giudici, inascoltate. Alla fine il potere giudiziario prevarrà su quelli esecutivo e legislativo: ed anche questo aspetto è stato da molti ritenuto una preoccupante espropriazione della volontà popolare.
Manifestazioni continue di cittadini si tengono di fronte al Woodside Hospice di Pinellas Park, dove è ricoverata Terri, chiedendo che sia alimentata e curata. Manifestazioni spesso “colorate”, come è uso degli americani: ad esempio un tale si reca ogni giorno davanti all'ospedale con il suo pappagallo, al quale ha insegnato a ripetere: “date da magiare a Terri!”
Anche molti esponenti della cultura liberal (di sinistra) americana denunciano l'enormità di quello che sta succedendo, come ha riportato una cronaca di Cristian Rocca su Il Foglio.
Ralph Nader, il candidato-bandiera della sinistra radicale americana, in un’intervista concessa a CitizenLink ha detto che quello di Terri è un “omicidio imposto da un tribunale”. Nader ha posto dei dubbi sulle intenzioni del marito e ha detto che “non c’è alcun modo di sapere se lei voglia o no che le sia fatto quello che le stanno facendo né se abbia cambiato idea rispetto alla posizione che forse, o forse no, aveva espresso quando era giovane”. Il difensore dei consumatori ha denunciato la presenza della polizia nella stanza di Terri e l’assurdità di una situazione che porterebbe all’arresto dei genitori se porgessero alla figlia un cucchiaino di zucchero: “Ecco fino a che punto è diventata barbarica la vicenda”. Nat Hentoff, ateo patentato e uno dei giornalisti d’America più attenti ai diritti civili, ha scritto sul più radicale dei giornali di New York, il Village Voice, che “abbiamo guardato la storia di una donna, il cui unico crimine è quello di essere disabile, torturata a morte dai giudici, da tutti i giudici fino alla Corte suprema”. Secondo una delle icone liberal di Manhattan, si tratta “della più lunga esecuzione pubblica nella storia dell’America”. Eleanor Smith, lesbica, atea, di sinistra, porta al petto la spilletta “Feed Terri”, date da mangiare a Terri, e alla Reuters ha detto che “a questo punto vorrei un militante cristiano di destra a decidere del mio destino, non un iscritto alla Aclu”, la potente associazione di sinistra che difende i "diritti civili" degli americani.
Il 18 marzo 2005 il giudice della Florida Greer dispone in via definitiva il distacco del tubo che alimenta Terri. Comincia una lenta agonia, che durerà quattordici giorni, a ulteriore dimostrazione che Terri Schindler Schiavo non era artificialmente tenuta in vita da una macchina, che non bastava "staccare la spina". Agenti presidiano il suo letto, per impedire a genitori e volontari ogni tentativo di dare a Terri cibo ed acqua. Una volontaria insistente viene arrestata: per cui abbiamo anche potuto assistere al paradosso moderno dell' "arresto del buon samaritano".
Il 31 marzo 2005 Terri muore; il suo calvario è forse arrivato alla fine e almeno i suoi resti possono riposare, e soprattutto far riposare noi, nella certezza del suo stato vegetativo irreversibile.
Come i quaranta giudici che avevano esaminato il suo caso avevano già concluso, così la prova finale dell´autopsia finalmente pubblica ha detto che Terri era in morte cerebrale, che il suo cervello aveva subito devastazioni ‟massicce e irreversibili” e persino quelle sequenze strazianti dei suoi occhi che sembravano seguire il volto della madre erano un´illusione, puro riflesso. Perché Terri era ormai ‟cieca”, i centri cerebrali della vista distrutti.
Si è chiuso il caso di questa disgraziata donna uccisa tre volte, abbattuta una prima volta nel 1990 da un collasso cardiocircolatorio che tagliò ossigeno al suo cervello, poi biologicamente uccisa per "disidratazione" il 31 marzo 2005 e in seguito certificata in morte cerebrale sul tavolo dell´autopsia, risparmiando alla sua memoria le offese delle speculazioni politiche e del sensazionalismo da tabloid. L´autopsia condotta dal medical examiner con la consulenza di specialisti e l´ausilio di 270 immagini, campioni e vetrini prelevati dal suo corpo, non portava sospetti di parte, non aveva tesi da difendere né ideologie da sventolare, ma soltanto constatazioni obbiettive da condurre.
E il suo esito non ha confermato soltanto quello che tutti gli altri medici avevano concluso prima del 31 marzo 2005, che Terri non era più ‟in alcun modo recuperabile a una vita cosciente”, come scrive secco il referto, ma che le accuse di sevizie e di maltrattamenti lanciate contro il marito Michael erano infondate. ‟Il corpo della signora Schiavo - scrive il referto autoptico dell´examiner ufficiale, il dottor John Thogmartin - non presenta tracce di lesioni esterne o interne” né segni di ‟sostanze tossiche che possano avere provocato la sua crisi cardiaca o il deterioramento del suo stato”.
Rimangono, e rimarranno fino a quando i campioni delle guerre culturali e di religione intenderanno riesumarla come simbolo, i dubbi su che cosa provocò il collasso nel 1990 di una giovane sposa di 26 anni e i brividi che in tutti ha provocato il modo della morte, così apparentemente disumano, per sottrazione della sonda che la alimentava. Chi si rassegnò, come i giudici di vario ordine e di diverse convinzioni politiche e morali, alla sua fine, potrà trovare qualche modesta consolazione nel pensiero che l´esistenza di Terri era ormai incosciente e nessuna speranza di recupero esisteva. Chi la eresse a simbolo di una battaglia per difendere la vita a ogni costo, nel nome di principi trascendenti, non si rassegnerà alla logica umana e dunque relativa della legge sopra l´assolutismo della Fede.
Terri Schindler, sposata Schiavo, sarebbe scivolata verso la propria fine biologica, come scivolano nel silenzio dei media e dei crociati contro la morte migliaia di altre Terri che ogni giorno, in ogni ospedale del mondo, vengono lasciate per pietà, per mancanza di fondi, per scelte sussurrate o implicite di parenti e sanitari, se la donna non fosse divenuta un perfetto emblema per condurre, sinceramente o cinicamente, la "guerra dei valori" che il revival ideologico-religioso in atto in Occidente sta cavalcando. Quando la resistenza offerta da Jeb Bush, il governatore della Florida, si esaurì per mancanza di altri strumenti legali, essendo escluse ipotesi idiota di blitz militari per strapparla all´ospizio dove languiva, fu il fratello Presidente, George W., a montare sul cavallo della "guerra culturale" e ottenere dal Congresso una legge d´emergenza per riaprire i ricorsi. Il giorno dopo il presidente ha fatto ripetere dai suoi portavoce ‟io non cambio idea, rimango con la famiglia”: quella di allora fu una legge inutile e puramente dimostrativa che Bush firmò con voluta spettacolarità interrompendo le ferie texane. Ma anche la corte d´appello federale, l´ennesima istanza giudiziaria alla quale arrivò il caso grazie a Bush, diede ragione a Michael il marito e ai tribunali inferiori, autorizzando la fine. La Corte Suprema, dove pure cinque dei nove giudici avevano portato Bush alla Casa Bianca nel 2001, rifiutò di esaminare il caso, segno che non videro nulla che giustificasse il loro intervento.
Ma la guerra tra la legge, dalla parte del marito che chiedeva di porre fine all´alimentazione forzata di una donna ‟irreversibilmente” morta nello spirito, e la croce, impugnata dai genitori di Terri per difendere quello che restava della figlia, non si fermò davanti alle 40 sentenze, come ha calcolato la Associated Press, né davanti alle diagnosi dei neurologi. Processioni di sacerdoti veri e di bizzarri frati improvvisati, di fedeli sinceri e di speculatori da talk show serale si raccolsero attorno al cronicario di Pinella County, in Florida, per strapparsi la loro libbra di Terri e venderla sul mercato dell´audience e delle tirature. Bambini furono inviati come cresimandi, con ampolle d´acqua per dissetare Terri che impiegò dieci giorni per morire di disidratazione, nonostante i medici e poi l´autopsia in maniera definitiva, spiegassero che lei non sarebbe stata in grado di deglutire e quindi di reidratarsi.
La disumanità di quell´agonia toccava anche i cuori più duri, induceva a chiedersi perché, quale senso avesse quella morte biologica, cercando nella malvagità del marito, Michael, ansioso di risposarsi con la donna che gli aveva nel frattempo dato due figli, la sola spiegazione logica e mostruosa. Brevi video sequenze di Terri con gli occhi vuoti e una smorfia simile a un sorriso che sembrava implorare pietà dalla mamma giravano su ogni teleschermo del mondo, ripetute dai cacciatori di lacrime.
Ora, con il referto del dottor Thogmartin, la scienza ha detto quello che la scienza può dire, ma neppure la gelida verità di un´autopsia potrà consolare suo padre e sua madre, che in quelle visite ai resti della figlia trovavano il tepore confortante della routine del parente in ospedale. Né potrà calmare le ansie di coloro che il barcollare a tentoni della ricerca ai due estremi dell´esistenza umana, tra embrioni ed eutanasia, si rifugiano, smarriti come tutti siamo, nel tabernacolo del Mistero.

venerdì 30 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 marzo.
Il 30 marzo 1981, a 70 giorni dall'insediamento, il presidente degli Stati Uniti d'America Ronald Reagan viene colpito al petto da un attentatore.
L'attentato è "un classico": all'uscita da un hotel di Washington un uomo si avvicina al presidente e spara sei colpi di rivoltella, conficcandogli un proiettile in un polmone e ferendo gravemente l'addetto stampa Jim Brady. L'attentatore è John Hinckley, uno psicopatico che vuole attirare l'attenzione del suo idolo, l'attrice Jodie Foster. Reagan, ricoverato al George Washington Hospital, viene operato, si salva e guarisce rapidamente. Resterà famosa la battuta ai chirurghi che stanno per operarlo: «Vi prego, ditemi che siete repubblicani!»
Hinckley, figlio dei ricchi proprietari della Hinckley Oil Company, nasce in Oklahoma e cresce in Texas e studia presso la Highland Park High School di Dallas. Tra il 1972 e il 1980, frequenta la Texas Tech University. Nel 1975 si trasferisce a Los Angeles con l'intento di diventare cantautore, ma i suoi sforzi non vengono premiati. Nelle lettere inviate alla famiglia, racconta la sua frustrazione e manifesta il bisogno impellente di denaro, inoltre racconta di una ragazza di nome Lynn Collins, che in seguito si rivelò essere frutto della sua fantasia.
Nel 1976 uscì il film Taxi Driver, con Robert De Niro nel ruolo di Travis Bickle; il film raccontava il tentativo di Bickle di assassinare un senatore candidato alla presidenza. Nel film recitava una giovane Jodie Foster nel ruolo di una prostituta adolescente, della quale Hinckley ne rimase molto colpito, tanto da rivedere più volte la pellicola e rileggendo ossessivamente il libro da cui era tratto.
Agli inizi degli anni ottanta, quando la Foster frequentava l'Università Yale, Hinckley si trasferì nel Connecticut per starle vicino, inviandole poesie e lettere d'amore, e arrivando al punto di infilargliele sotto la porta di casa e di cercarla più volte al telefono.
Non riuscendo ad avere contatti significativi con l'attrice, Hinckley pensò addirittura di pianificare un dirottamento aereo, pronto a suicidarsi di fronte a lei, solo per attirare la sua attenzione. Durante il climax della propria follia, Hinckley, al fine di entrare nella storia, progettò di assassinare un'importante figura politica. Per far questo raccolse informazioni su Lee Harvey Oswald, l'assassino di John F. Kennedy e iniziò a seguire, di stato in stato, la campagna elettorale di Jimmy Carter e Ronald Reagan, registrandosi negli alberghi come "Travis Bickle" e venendo arrestato a Nashville per il possesso illegale di tre pistole. Tornò a casa dove venne sottoposto a un trattamento psichiatrico per curare la depressione, ma la sua salute mentale non migliorò.
Il 30 marzo 1981 Hinckley sparò all'allora presidente degli Stati Uniti, ferendo gravemente quattro persone, tra cui il Presidente, mentre stavano uscendo dal Washington Hilton Hotel. Il proiettile della calibro 22 di Hinckley perforò il polmone sinistro di Reagan mancando di due centimetri il cuore. Hinckley non sparò direttamente a Reagan; il presidente rimase ferito da un proiettile deviato dal vetro della limousine presidenziale. Hinckley non cercò di fuggire e fu subito arrestato sul luogo degli eventi.
Oltre a Reagan, nella sparatoria rimasero feriti il segretario James Brady, l'ufficiale di polizia Thomas Delahanty e l'agente del Secret Service (il corpo preposto alla sicurezza del presidente) Timothy McCarthy. Tutti sono sopravvissuti alla sparatoria, anche se Brady, che è stato colpito nel lato destro della testa, ha avuto un lungo periodo di recupero ed è rimasto paralizzato nella parte sinistra del corpo ed è stato costretto su una sedia a rotelle fino alla sua morte, avvenuta nel 2014.
Il processo iniziò nel 1982 con tredici capi d'accusa pendenti su Hinckley. La difesa, con l'ausilio delle perizie psichiatriche, sostenne che Hinckley era malato di mente; l'accusa invece sostenne il contrario, che era lucido e sano di mente. Il processo si concluse il 21 giugno 1982 e Hinckley fu riconosciuto non colpevole per incapacità di intendere e volere e rinchiuso al St. Elizabeths Hospital, un manicomio criminale di Washington D.C..
Sconcerto e indignazione suscitò il verdetto nell'opinione pubblica. Un sondaggio della ABC rivelò che l'83% degli intervistati era del pensiero che giustizia non era stata fatta. Le contestazioni suscitate portarono il Congresso degli Stati Uniti e alcuni Stati a riscrivere le leggi in materia di imputabilità. Stati come Idaho, Kansas, Montana e Utah hanno abolito del tutto la legge.
Rinchiuso nel manicomio criminale St. Elizabeths, Hinckley dichiarò che la sparatoria è stata la più grande offerta di amore nella storia del mondo, e rimase deluso dal fatto che Jodie Foster non ricambiasse i suoi sentimenti. Dopo essere stato rinchiuso, i test ai quali fu sottoposto dimostrarono che era un uomo pericoloso per se stesso, per l'attrice e per altre persone.
In un'intervista rilasciata nel 1983, Hinckley descrisse la sua giornata tipo: vedere la propria terapista, suonare la chitarra, ascoltare musica, guardare la TV e prendere farmaci.
Nel 1999 gli fu concesso di lasciare l'ospedale per visite sorvegliate con i genitori, mentre dal 2000 gli fu concesso un periodo di visite più lungo. Questi privilegi gli furono tolti quando venne riscontrato che la sua ossessione per Jodie Foster era ancora presente. Dal 2004 si tennero varie udienze per valutare la sua pericolosità, se fosse in grado di avere un normale rapporto con una donna e fosse un pericolo per la società.
Nel 2005 un giudice federale concesse delle visite, sotto il controllo dei genitori, al di fuori dell'area di Washington D.C.. Alcuni esperti governativi hanno convenuto che la sua depressione e psicosi erano in fase di recupero. Ma il 6 giugno 2007 il giudice distrettuale degli Stati Uniti, Paul L. Friedman, ha negato la richiesta sostenendo che Hinckley non era ancora guarito.
Dopo la morte di Brady nell'agosto del 2014, l'autopsia ha rivelato che essa fu causata dal ferimento nell'81, tuttavia il procuratore ha ritenuto di non dover procedere per omicidio nei confronti di Hinckley.
Il 10 settembre 2016 è stato rilasciato dall'ospedale psichiatrico Saint Elizabeth di Washington avendo, secondo il giudice federale, completato il suo percorso di riabilitazione. John Hinckley è andato a vivere con la madre, non può parlare con i giornalisti e non può allontanarsi più di 50 km dalla sua residenza.

giovedì 29 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 marzo.
Il 29 marzo 2014 si è svolta l'ottava edizione dell'"ora della Terra".
La grande "ola" di buio che si propaga in ogni angolo del Pianeta, facendo il giro della Terra, torna ogni anno l'ultimo sabato di marzo: dall’Amazzonia fino all’Artico si spengono per un'ora le luci dei più importanti monumenti, sedi istituzionali, imprese e abitazioni di tutto il mondo, per sensibilizzare le popolazioni al risparmio energetico e contrastare il surriscaldamento del pianeta.
Earth hour, la grande mobilitazione del WWF, inizia nelle isole Samoa (alle 20.30 ora locale, circa le 8.30 del mattino in Italia) concludendosi a Tahiti.
Negli anni l’iniziativa, inaugurata nel 2007 nella città di Sidney, ha lasciato al buio centinaia di attrazioni mondiali. Dal Cristo Redentore di Rio alla Tour Eiffel, l’Earth Hour – questa la definizione inglese – ha toccato anche l’Italia coinvolgendo il Colosseo, Piazza Navona e molti altri simboli del tricolore. Nel 2014 a spegnersi è stata addirittura la facciata della Cupola di San Pietro, un regalo suggestivo e romantico per tutti gli abitanti di Roma e dintorni, a cui si sono aggiunte centinaia di altre città. Si tratta di un evento particolarmente importante e sentito, perché in quell’ora mondiale di consapevolezza – scandita dai vari fusi locali – permette di salvare grandi quantità di energia.
L’Ora della Terra, che ha visto partecipare oltre 2 miliardi di persone in 7.000 città e 154 Paesi del mondo, è il più potente strumento mai creato per coinvolgere il mondo intero, a tutti i livelli della società, nel cambiamento di cui la vita sul pianeta e il nostro futuro hanno bisogno.
Ognuno di noi è parte del problema e allo stesso tempo parte della soluzione, a partire dalla riduzione delle emissioni di gas serra nelle abitudini quotidiane fino allo stimolo nei confronti dei governi affinché si adottino politiche energetiche a favore delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica.
Ridurre le emissioni di gas serra responsabili del cambiamento climatico significa anche intervenire sui nostri consumi di energia: tutte le persone, istituzioni, comunità, aziende, devono unirsi  per avviare un grande cambiamento.

mercoledì 28 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 marzo.
Il 28 marzo 1985 muore il pittore bielorusso Marc Chagall.
A dispetto della francesizzazione del suo nome, Marc Chagall è stato il pittore più importante che la Bielorussia abbia avuto. Nato a Liosno, presso Vitebsk il 7 luglio 1887, il suo vero nome è Moishe Segal; il nome russo sarebbe stato Mark Zakharovic Sagalov, abbreviato in Sagal, che secondo la trascrizione francese sarebbe poi diventato Chagall.
Nato in una famiglia di cultura e religione ebraica, figlio di un mercante di aringhe, è il maggiore di nove fratelli. Dal 1906 al 1909 studia prima a Vitebsk, quindi all'accademia di Pietroburgo. Tra i suoi insegnanti c'è Léon Bakst, pittore e scenografo russo, studioso dell'arte francese (nel 1898 avrebbe fondato assieme all'impresario teatrale Diaghilev il gruppo d'avanguardia "Il mondo dell'arte").
Questo è un periodo difficile per Chagall in quanto gli ebrei potevano vivere a Pietroburgo solo con un permesso apposito e solo per breve periodi. Nel 1909, nei suoi frequenti ritorni a casa, incontra Bella Rosenfeld, che diverrà in futuro sua moglie.
Nel 1910 Chagall si trasferisce a Parigi. Nella capitale francese conosce le nuove correnti in auge. In modo particolare si approccia al Fauvismo e al Cubismo.
Inseritosi negli ambienti artistici d'avanguardia, frequenta numerose personalità che in Francia mantengono frizzanti gli ambienti culturali: tra questi vi sono Guillaume Apollinaire, Robert Delaunay e Fernand Léger. Marc Chagall espone le sue opere nel 1912 sia al Salon des Indépendants, che al Salon d'Automne. Delaunay lo presenta al mercante berlinese Herwarth Walden, che nel 1914 gli allestisce una personale presso la sua galleria "Der Sturm".
L'avvicinarsi dell'inizio del conflitto mondiale fa rientrare Marc Chagall a Vitebsk. Nel 1916 nasce Ida, la sua primogenita. Nella sua città natale Chagall fonda l'Istituto d'Arte, di cui sarà direttore fino al 1920: suo successore sarà Kazimir Malevich. Chagall si trasferisce quindi a Mosca, dove crea le decorazioni per il teatro ebraico statale "Kamerny".
Nel 1917 partecipa attivamente alla rivoluzione russa tanto che il ministro sovietico della cultura nomina Chagall Commissario dell'arte nelle regione di Vitebsk. Non avrà però successo in politica.
Nel 1923 si trasferisce in Germania, a Berlino, per tornare infine a Parigi. In questo periodo pubblica le sue memorie in lingua Yiddish, scritte inizialmente in russo e poi tradotte in francese dalla moglie Bella; il pittore scriverà anche articoli e poesie pubblicati in diverse riviste e raccolti - postumi - in forma di libro. A Parigi riallaccia i contatti con il mondo culturale che aveva lasciato e conosce Ambroise Vollard, il quale gli commissiona l'illustrazione di vari libri. Passa poco tempo e nel 1924 ha luogo un'importante retrospettiva di Chagall presso la Galerie Barbazanges-Hodeberg.
In seguito l'artista bielorusso viaggia molto, in Europa ma anche in Palestina. Nel 1933 viene organizzata una grande retrospettiva in Svizzera, presso il Museo d'arte di Basilea. Mentre in Europa si assiste all'ascesa del nazismo al potere, tutte le opere di Marc Chagall in Germania vengono confiscate. Alcune di queste figurano nell'asta tenuta alla Galerie Fischer di Lucerna nel 1939.
Lo spettro della deportazione degli ebrei porta Chagall a decidere di rifugiarsi in America: il 2 settembre 1944 muore Bella, compagna amatissima, soggetto frequente nei dipinti dell'artista. Chagall torna a Parigi nel 1947 per stabilirsi a Vence due anni più tardi. Molte mostre, alcune molto importanti, gli vengono dedicate un po' ovunque.
Si risposa nel 1952 con Valentina Brodsky (detta "Vavà"). Inizia in questi anni una lunga serie di decorazioni di grandi strutture pubbliche: nel 1960 crea una vetrata per la sinagoga dell'ospedale Hadassah Ein Kerem in Israele. Nel 1962 disegna le vetrate per la sinagoga dello Hassadah Medical Center, presso Gerusalemme, e per la cattedrale di Metz. Nel 1964 realizza le pitture del soffitto dell'Opéra di Parigi. Nel 1965 realizza le grandi pitture murali sulla facciata della Metropolitan Opera House di New York. Nel 1970 disegna le vetrate del coro e del rosone del Fraumünster di Zurigo. Di poco successivo è il grande mosaico a Chicago.
Marc Chagall muore a Saint-Paul de Vence il 28 marzo del 1985, alla veneranda età di novantasette anni.
Chagall nei suoi lavori si ispirava alla vita popolare della Russia europea e ritrasse numerosi episodi biblici che rispecchiano la sua cultura ebraica. Negli anni sessanta e settanta, si occupò di progetti su larga scala che coinvolgevano aree pubbliche e importanti edifici religiosi e civili.
Le opere di Chagall si inseriscono in diverse categorie dell'arte contemporanea: prese parte ai movimenti parigini che precedettero la prima guerra mondiale e venne coinvolto nelle avanguardie. Tuttavia, rimase sempre ai margini di questi movimenti, compresi il cubismo e il fauvismo. Fu molto vicino alla Scuola di Parigi e ai suoi esponenti, come Amedeo Modigliani.
I suoi dipinti sono ricchi di riferimenti alla sua infanzia, anche se spesso preferì tralasciare i periodi più difficili. Riuscì a comunicare felicità e ottimismo tramite la scelta di colori vivaci e brillanti. Il mondo di Chagall era colorato, come se fosse visto attraverso la vetrata di una chiesa.
Marc Chagall si è occupato anche di Mail art (vedi il volume Il recupero della memoria del milanese Eraldo Di Vita).
Durante il suo primo soggiorno a Parigi rimane colpito dalle ricerche sul colore dei Fauves e da quelle di Robert Delaunay (definito il meno cubista dei cubisti). Il suo mondo poetico si nutre di una fantasia che richiama all'ingenuità infantile e alla fiaba, sempre profondamente radicata nella tradizione russa. La semplicità delle forme di Marc lo collega al primitivismo della pittura russa del primo Novecento e lo affianca alle esperienze di Natal'ja Sergeevna Gončarova e di Michail Fedorovič Larionov. Con il tempo il colore di Chagall supera i contorni dei corpi espandendosi sulla tela. In tal modo i dipinti si compongono di macchie o fasce di colore, sul genere di altri artisti degli anni Cinquanta appartenenti alla corrente del Tachisme (da tache, macchia). Il colore diventa così elemento libero ed indipendente dalla forma.

martedì 27 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 marzo.
Il 27 marzo 1861 Cavour dopo il voto favorevole del Parlamento, pronuncia il discorso sullo spostamento della capitale di Italia da Torino a Roma.
Nel celebre discorso tenuto alla Camera dei deputati il 27 marzo 1861, Cavour espose le ragioni storiche, intellettuali e morali che esigevano che Roma – Roma sola - fosse designata capitale del Regno.
“Roma – sosteneva - è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato”.
La questione romana non rappresentava solamente un problema di annessione territoriale: oltre che essere “di vitale importanza” per l’Italia, il destino di Roma riguardava anche i “200 milioni di cattolici sparsi su tutta la superficie del globo”: la sua liberazione avrebbe comportato l’abbattimento del secolare potere temporale dei papi e alimentato il nuovo Stato di nuovi orientamenti ideali, ma essa si sarebbe potuta attuare solo con il consenso della Francia e garantendo al pontefice la più ampia indipendenza.
Con il principio di “libera Chiesa in libero Stato”, Cavour delineò i fondamenti su cui si sarebbero basate le future relazioni tra lo Stato e la Chiesa: piena libertà per la Chiesa da qualunque forma di ingerenza dello Stato nelle proprie attività e nella vita spirituale e nel contempo rinuncia a qualsiasi privilegio nel campo civile e politico.
La fede liberale di Cavour si esprimeva nella convinzione che la piena separazione del potere temporale e di quello religioso fossero indispensabili per il progresso civile. “La storia di tutti i secoli, come di tutte le contrade, - osservava - ci dimostra che, ovunque questa riunione ebbe luogo, la civiltà quasi sempre immediatamente cessò di progredire, anzi sempre indietreggiò; il più schifoso despotismo si stabilì; e ciò, o signori, sia che una casta sacerdotale usurpasse il potere temporale, sia che un califfo od un sultano riunisse nelle sue mani il potere spirituale”.
E aggiungeva: “Noi riteniamo che l’indipendenza del pontefice, la sua dignità e l’indipendenza della Chiesa, possono tutelarsi mercé la separazione dei due poteri, mercé la proclamazione del principio di libertà applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa”.
La separazione dei due poteri, secondo Cavour, avrebbe garantito l’indipendenza della Chiesa in modo più solido che per il passato e avrebbe dato maggiore efficacia alla sua autorità spirituale proprio in quanto la liberava da tutti i vincoli derivanti dall’esercizio del potere temporale.
Quello stesso giorno la Gazzetta ufficiale, già giornale del Regno di Sardegna, ma d'ora in poi del Regno d'Italia, promulga la legge approvata dal Senato e dalla Camera.
La notizia si sparge in tutta Italia grazie a giornali e gazzettini, molti dei quali in forma di manifesto. Così sono salve di cannone, bande e tricolori a Firenze, dove, in particolare, «la campana di Palazzo Vecchio annuncia al mattino l'avvenuta proclamazione di Vittorio Emanuele II re d'Italia. Subito le vie si adornano di tricolori e di arazzi e la popolazione scende nelle strade. Le salve del cannone del forte di San Giovanni Battista si fanno sentire a mezzogiorno e verso sera. Nel pomeriggio corso di gala con carrozze sfarzose e bande musicali. Poi festa ancora fino a notte fonda, nella città splendidamente illuminata». Ed è anche festa nei piccoli centri. Come Borgo e Mozzano, in Toscana, dove «un bellissimo arco trionfale intessuto a verdura frastagliata da bene imitate camelie bianche e rosse, formando così l'insieme dei nostri colori, sorgeva presso il palazzo municipale, terminando ai lati in due guglie, in cima delle quali sventolava la nostra bandiera». A Roma, invece, alle manifestazioni fanno seguito gli arresti di «uomini e donne d'ogni ceto che affollano la passeggiata tra il Campidoglio e la piazza di San Giovanni in Laterano. Il governo papale interviene con severità: molti cittadini vengono perquisiti, alcuni arrestati, altri fuggono.
Animatissima la manifestazione all'accademia di San Luca, con centinaia di coccarde, programmi, stemmi, tricolori». Gli eventi, com'è noto, portano poi il 20 settembre 1870 alla presa di Roma e alla caduta del regno papale, ma la data fatidica resta quella del 17 marzo, destinata ad essere commemorata fino ad oggi nel susseguirsi degli anniversari, a cominciare dal 1911, ovvero dal 50° anniversario. Che viene esaltato, tra i mesi di marzo ed aprile, con una serie di mostre a Roma, Firenze e Torino. In quest'ultima città si tiene l'Esposizione internazionale dell'Industria e del Lavoro. Nella capitale, il cui sindaco a quel tempo è Ernesto Nathan, vengono organizzate l'Esposizione Etnografica delle Regioni e la Rassegna Internazionale d'Arte Contemporanea, e vengono inaugurati il Vittoriano, il ponte Vittorio Emanuele II e, sul Gianicolo, il Faro degli italiani d'Argentina. A Firenze si tiene da marzo a luglio la "Mostra del ritratto italiano dalla fine del XVI secolo al 1861" e l'Esposizione internazionale di Floricoltura.
Nel 1961 per il 100º anniversario dell'Unità d'Italia, a Torino vengono organizzate tre rassegne: la Mostra Storica dell'Unità d'Italia, la Mostra delle Regioni Italiane e l'Esposizione Internazionale del Lavoro. Ma l'8 novembre 2012 il Senato approva in maniera definitiva l'istituzione della "Giornata nazionale dell'Unità, della Costituzione, dell'inno e della bandiera" a cadenza annuale. Pur rimanendo un giorno lavorativo, il 27 marzo viene considerato "Giornata dell'Unità nazionale, della Costituzione, dell'inno e della bandiera", per ricordare e promuovere, nell'ambito di una didattica diffusa, «i valori di cittadinanza, fondamento di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e di consolidare l'identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica».
Dopo la liberazione di Roma, la legge delle guarentigie, varata nel 1871, fu modellata sul principio della separazione tra Stato e Chiesa, sostenuto con tanta energia da Cavour.

lunedì 26 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 marzo.
Il 26 marzo 2012 James Cameron, il regista tra gli altri di Titanic e Avatar, raggiunge in solitaria il fondo della fossa delle Marianne, in un batiscafo costruito apposta per questo scopo.
L’esplorazione dei fondali oceanici è un’affascinante storia di uomini e mezzi, iniziata ufficialmente nel 1872 dalla corvetta H.M.S Challenger, della Marina Reale britannica. Alla piccola nave in legno si sono sostituiti, in tempi moderni, batiscafi, robot sottomarini e navi oceanografiche equipaggiate con ecoscandagli e nel 1968 è stato avviato il programma di perforazione del fondale oceanico "Ocean Drilling Program". Recentemente sono stati messi in orbita satelliti studiati appositamente per il rilievo dei fondali oceanici, capaci di misurare minimi cambiamenti del livello del mare indotti dalla variazione di gravità prodotta dalla topografia e dalla composizione del fondale sottostante.
Quali forze elevarono le catene montuose sottomarine e fecero sprofondare le fosse? Come si spiega il vulcanismo sottomarino lungo le dorsali? E come si spiegano le tracce vulcaniche nei “punti caldi”. Ebbene, furono le risposte a queste domande, e dunque lo studio dei fondali oceanici e non dei continenti, a far nascere la moderna teoria della tettonica delle placche.
Sotto gli oceani vi sono delle enigmatiche catene montuose: si estendono, come la cucitura di un pallone da rugby, per più di 60.000 km su tutto la superficie del pianeta; larghe da 1000 a 4000 Km s’innalzano fino a 2700 m sopra le piane abissali oceaniche, tra i 2500-2700 metri di profondità: sono le dorsali medio-oceaniche. Si trovano al centro degli oceani, lungo i confini di quelle placche che si allontanano l’una dall’altra, dai quali sgorgano i magmi che ne costituiscono l’ossatura. E’ lungo le dorsali medio-oceaniche che il pianeta rinnova la sua pelle, ovvero la litosfera, riversando ogni anno sui fondali qualche kilometro quadrato di nuova crosta oceanica; per questa continua effusione di lave l’oceanografo Bruce C. Heezen definì le dorsali come “La ferita che non cicatrizza mai”. Man mano che ci si allontana dalla dorsale l’età delle rocce aumenta: in altre parole le dorsali medio oceaniche sono formate da rocce giovanissime che diventano sempre più vecchie avvicinandosi alle coste dei continenti.
Questo perché le giovani rocce, consolidate dai magmi che risalgono lungo le dorsali, si muovono verso i continenti traportate dai moti convettivi del mantello nel corso di milioni di anni. Pertanto, avvicinandoci ai margini continentali, troviamo gli stessi materiali che milioni di anni fa sgorgavano dalle dorsali medio-oceaniche, solo molto più vecchi.
L'asse centrale della dorsale è percorso da una fossa tettonica, larga una decina di chilometri e profonda 2000-3000 m, chiamata Rift-Valley, dal quale sgorgano i magmi che giungono dal mantello. Sul suo fondo si trovano colate di basalto e sorgenti idrotermali dovute all'acqua di mare che, penetrata nelle fratture, giunge a contatto con i materiali caldi e riaffiora con temperature dell'ordine dei 380 C.
I margini della Rift-Valley, frastagliati e interessati da intrusioni magmatiche, sono inarcati verso l’alto per il calore proveniente dal materiale in risalita e degradano lentamente in direzione dei margini continentali.
La dorsale, disarticolata e dislocata da una serie di faglie trasversali (faglie trasformi), assume un percorso a zig-zag; lungo queste faglie si verificano intensi terremoti, provocati dallo scivolamento di una placca rispetto all'altra.
In alcune luoghi del pianeta, sotto gli oceani, in corrispondenza di margini continentali o archi di isole, si trovano profondissime depressioni. Collocate lungo i confini dell’oceano Pacifico, Indonesia, Antille, mar Egeo, non sono presenti al centro degli oceani. Sono le fosse oceaniche, profonde fino a 11.000 metri e hanno caratteristiche geologiche singolari messe in luce dalle indagini geofisiche.
Nelle fosse la crosta terrestre, o sarebbe meglio dire la litosfera, si inabissa fino a 700 chilometri di profondità. Sono i luoghi dove la litosfera sprofonda nel mantello terrestre (subduzione).L’attività vulcanica è dovuta alle alte pressioni e temperature raggiunte dai materiali che sprofondano nel mantello. Qui le rocce fondono e grandi quantità di magma risalgono verso la superficie, dando vita ad un vulcanismo di tipo esplosivo che forma archi insulari di isole vulcaniche, o cordigliere formate da successioni vulcaniche e intrusioni magmatiche (Ande).
Le isole Hawaii sono di origine vulcanica e, curiosamente, sono allineate in una linea continua lungo la quale l’età dei vulcani aumenta, da quelli ancora attivi a quelli spenti ed erosi da moltissimo tempo.
Qual è il fenomeno che ha prodotto questo curioso accidente geografico sul nostro pianeta?
Nel 1963 John Tuzo Wilson suppose che una colonna di magma del diametro di 100-250 km risalisse dal mantello (hot spot o punti caldi), provocando attività vulcanica in un preciso punto della crosta terrestre. Siccome però le zolle si muovono, e la Placca Pacifica si muove di 1 cm/anno sul punto caldo in direzione nord-ovest, il vulcano si spostava di conseguenza, abbandonando ogni volta le vecchie eruzioni per dare luogo a eruzioni più giovani in un nuovo punto dell’oceano (William Jason Morgan, 1971).
Ecco così che, nel corso di 70 milioni di anni, mentre nuovi vulcani “si accendevano” lungo il percorso dell’ hot spot, le vecchie isole, oramai spente, andavano incontro a un lento processo di erosione e disfacimento.
L’allineamento delle isole Midway prosegue con la Catena dell’Imperatore, che devia decisamente dal precedente allineamento, putando verso nord. Questo cambiamento di direzione, avvenuto 40 milioni di anni fa, testimonierebbe un cambiamento di direzione del moto della Placca del Pacifico, da nord a nord-ovest.
Gli hot spot potrebbero essere il risultato dei moti convettivi del mantello terrestre, ma, alcuni studi, suggeriscono che potrebbero provenire dalle parti più profonde del mantello, al di sotto della fascia rimescolata efficacemente dalla convezione e, addirittura, potrebbero provenire dalla zone di confine tra nucleo e mantello.
Harry Hammond Hess (1906-1969), professore di geologia alla Princeton University e pioniere nell’esplorazione dei fondali oceanici, contribuì in maniera determinante alla nascita della teoria della tettonica delle placche. Negli anni ’30 partecipò ad alcuni studi sulla gravità sottomarina dell’arco insulare delle Indie Occidentali e più tardi estese questi studi alle Piccole Antille, utilizzando i sottomarini della Marina Militare.
Nel 1941, come ufficiale di riserva, fu chiamato ad un compito operativo a New York City: rilevare il posizionamento dei nemici nel Nord Atlantico. Durante le sue missioni sviluppò un efficace sistema per stimare la posizione dei sottomarini tedeschi ed al fine di ottenere un primo test sull’efficacia del suo programma di rilevamento, partecipò, su sua stessa richiesta, ad una pericolosa missione sulla nave civetta USS Big Horn. Successivamente, prese parte a quattro importanti sbarchi nel Pacifico come comandante della nave da attacco USS Cape Johnson e utilizzando la strumentazione di bordo, poté scandagliare 100 miglia di profondità che lo condussero alla scoperta di monti marini dalla cima piatta (vecchie isole sommerse) che più tardi chiamò "guyots" in onore di un geografo svizzero Arnold Guyot, fondatore del Dipartimento di Geologia di Princeton.
Dopo la guerra continuò le ricerche dei guyots e delle dorsali oceaniche e con la scoperta, nel 1953, della Great Global Rift, una valle vulcanica che corre lungo le dorsali oceaniche, Hess riconsiderò i dati acquisiti durante la guerra.
Nel 1962, le sue teorie furono pubblicate in un documento intitolato "History of ocean basins" che divenne uno dei più importanti contributi nello sviluppo della tettonica a placche. Nel documento, Hess attribuiva all’espansione dei fondali oceanici la causa del movimento dei continenti e proponeva un meccanismo geologico in supporto alla teoria di Wegener riguardo al loro movimento; secondo la sua interpretazione, il magma fuso, da sotto la crosta terrestre, fuoriesce attraverso le zolle nella Great Global Rift, si raffredda a contatto con le acque oceaniche, si espande e spinge le placche dall’altro lato rispetto ad essa; in questo modo il Nord e il Sud America sarebbero spinte verso Ovest ed Eurasia e Africa verso Est.

domenica 25 marzo 2018

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il il 25 marzo.
La Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa celebrano l'Annunciazione del Signore il 25 marzo di ogni anno.
Nella tradizione cristiana con Annunciazione si intende l'annuncio del concepimento verginale e della nascita di Gesù Cristo (incarnazione) che venne fatto a sua madre Maria (Vangelo di Luca) e al padre 'putativo' Giuseppe (Vangelo di Matteo) dall'angelo Gabriele.
L'Annunciazione è narrata con modalità differenti da Luca e Matteo.
Vangelo secondo Luca:
L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei. (Luca 1,26-37)
Vangelo secondo Matteo:
Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. (Matteo 1,18-25)
La data esatta in cui avvenne l'Annunciazione è ignota, come pure quella della nascita di Gesù. La sua ricorrenza è convenzionalmente fissata al 25 marzo, nove mesi esatti prima del Natale, in quanto la dottrina cristiana fa coincidere l'Annunciazione con il momento del concepimento miracoloso di Gesù.
Una tradizione antichissima identifica la casa di Maria, in cui avvenne l'Annunciazione, con la grotta che oggi si trova nella cripta della Basilica dell'Annunciazione a Nazareth. La casa era costituita da una parte scavata nella roccia (la grotta) e una parte costruita in muratura. Quest'ultima rimase a Nazareth fino alla fine del XIII secolo, quindi venne trasferita prima a Tersatto (Trsat, Croazia) e dopo a Loreto, nelle Marche, in quanto la rioccupazione della Terrasanta da parte dei musulmani faceva temere per la sua conservazione.
Secondo la tradizione, essa fu miracolosamente portata in volo da alcuni angeli (perciò la Madonna di Loreto è venerata come patrona degli aviatori). Dai documenti dell'epoca risulta che in realtà il trasporto, avvenuto per nave tra il 1291 e il 1294, fu opera della famiglia Angeli Comneno, un ramo della famiglia imperiale bizantina. La Santa Casa, come essa è chiamata, si trova tuttora all'interno della Basilica di Loreto, ed è continuamente visitata da numerosi pellegrini.

sabato 24 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 marzo.
Il 24 marzo 1973 uscì “The dark side of the moon”, disco storico del rock che portò ai Pink Floyd una fama che continua a resistere nonostante il passare degli anni e delle generazioni.
Si presenta con un titolo intrigante e con una copertina con un’immagine molto semplice, molto minimalista, ma ricca di significati : come la celebre bocca con la lingua fuori dei Rolling Stones, anche il prisma rimane bene impresso nella memoria, e ogni volta che lo si vede non si può fare a meno di pensare ai Pink Floyd. L’album sembra creato per raggiungere un pubblico più vasto di quello che lo seguiva già dai tempi psichedelici di Syd Barret e poi delle lunghissime suites. Proprio per renderlo più popolare ripiegarono sulla semplice canzone e utilizzarono voci femminili che danno un’impronta più dolce e ingenua al loro sound.
Il disco fu curato sin nei minimi particolari, è legato da un regolare battito cardiaco ad aprire e chiudere: questo filo che collega tutte le canzoni le rende un tutt'uno organico. La prima canzone, “Speak to me”, è un pezzo strumentale, una delle sperimentazioni per cui sono celebri i Floyd. L’utilizzo di strumenti elettronici non determina automaticamente una svalutazione musicale (anche se spesso, soprattutto nel rock, si è portati a credere il contrario), l’importante è saperli utilizzare e riuscire a controllarli. I Pink Floyd riuscirono a servirsi di tutti gli strumenti a quel tempo esistenti in maniera artistica, senza lasciarsi trasportare da eccedenze nelle quali invece incorrono e si perdono alcuni musicisti odierni . “Breathe” è una piacevole canzone malinconica e suggestiva, grazie al sussurrato iniziale sembra veramente di percepire i respiri che si diffondono per l’aria. Si passa poi a “On the run” altro pezzo strumentale innovativo e incalzante dall’intensità sempre crescente, che sfocia, nel finale, in un’esplosione. Il quarto brano è aperto dal suono di diversi orologi. infatti “Time” tratta uno dei temi che stanno più a cuore a tutti i poeti, dai lirici greci a un più recente Leopardi, la fugacità della vita. Quest'ultimo termina con la ripresa di “Breathe”. “The great gig in the sky” è una delle tracce migliori del tastierista Richard Wright, ed è tra le ultime composizioni fatte all’interno dei Pink Floyd, con il suono del pianoforte accompagnato da una struggente voce femminile. Un brano evocativo e potente.
Si arriva così a uno dei brani più celebri del gruppo, “Money”, secondo come notorietà forse solo a “Another brick in the Wall”. Waters parla in modo sarcastico dei soldi, di come molti spesso li disprezzino ma poi non ne possono fare assolutamente a meno. Uno sguardo ironico sul capitalismo moderno. Poi arriva il momento della liturgica epicità corale di “Us and them”, brano composto da Wright e precedentemente scartato dalla colonna sonora di “Zabriskie Point” di Antonioni. Ultimo pezzo strumentale è “Any colour you like” che introduce uno dei brani più toccanti del disco, “Brain Damage”, pezzo sulla follia che richiama inevitabilmente alla mente la tragica storia dell’ex-componente del gruppo Syd Barrett.
Intimamente legato a questa è l’ultima canzone dell’album, “Eclipse”, che si conclude con il pulsare del cuore. I motivi che hanno portato quest’album alla storia sono molti: le musiche suggestive, i testi profondi e a momenti quasi filosofici (del padre-padrone Roger Waters), l’originalità e la creatività (durante alcune canzoni si sentono in sottofondo parti di interviste fatte a dei conoscenti), l’elaboratezza e una compattezza d'insieme che ne faranno un bestseller da quaranta e passa milioni di copie.
Ha affascinato e continuerà ad affascinare diverse generazioni perché, come le più grandi opere d’arte, si fa portatrice di temi universali. Parla della società, parla dell’uomo, del suo lato luminoso e del suo lato oscuro.

venerdì 23 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 marzo.
Il 23 Marzo 1848 Carlo Alberto dichiara guerra all'Austria: è l'inizio della prima guerra di indipendenza.
La prima Guerra d'Indipendenza italiana scoppiò in seguito alle sollevazioni di Venezia e Milano. Nelle due città del Lombardo-Veneto, il popolo insorse in corrispondenza dei moti contro il governo scoppiati a Vienna e che costarono il licenziamento di Metternich. A Venezia la sollevazione (17 marzo) portò alla liberazione dal carcere di Niccolò Tommaseo e Daniele Manin che istituirono un governo democratico. A Milano si ebbero le 5 giornate (18-23 marzo) che culminarono nella cacciata degli austriaci comandati dal maresciallo Radetzky: essi si rifugiarono nel quadrilatero compreso tra le fortezze di Verona, Mantova, Legnago e Peschiera. A questo punto decise di intervenire Carlo Alberto, spinto a ciò da manifestazioni popolari, dal desiderio di non vedere trionfare i repubblicani e dalla convinzione che fosse giunta l'ora di istituire quel Regno dell'Alta Italia, obiettivo tradizionale della dinastia sabauda.
Il 23 marzo entrò in guerra, le sue truppe entrarono in una Milano già liberatasi da sola il 26. Intanto, più per la pressione dell'opinione pubblica che per intima convinzione, i sovrani di Granducato di Toscana, Regno delle Due Sicilie e Stato della Chiesa schierarono i propri eserciti al fianco dei Piemontesi. Un'ondata di entusiasmo patriottico percorse la penisola, ma l'atteggiamento di Carlo Alberto, che intese assurgere a leader della coalizione, e il timore di una poderosa reazione austriaca fecero sciogliere l'alleanza come neve al sole. Così, visti gli irrilevanti successi militari di Pastrengo e Goito, e la minaccia di scisma religioso da parte asburgica, il papa si ritirò dal conflitto (29 aprile 1848), seguito da Leopoldo II e da Ferdinando II alle prese con una grave rivolta interna. Per quanto reali fossero i pretesti, non c'è dubbio che la vera ragione per cui la coalizione si disgregò fu nell'intenzione dei sovrani italiani di ostacolare i sogni egemonici di Carlo Alberto. Intanto la guerra proseguiva.
Volontari toscani rallentarono gli Austriaci a Curtatone e Montanara (29 maggio), mentre l'esercito piemontese si impose a Goito ed espugnò la fortezza di Peschiera (30 maggio). I Ducati e Milano (29 maggio), nonché Venezia (4 giugno), furono annessi al Piemonte.
Poco dopo, però, gli Austriaci di Radetzky, ottenuti rinforzi, reagirono ed a Custoza sconfissero duramente le forze sabaude (23-25 luglio). Il 9 agosto fu siglato l'armistizio. Per l'opposizione austriaca a ogni concessione durante le trattative di pace e per il timore che nelle città di Roma e Firenze, dove nell'autunno 1848 si erano insediati governi democratici cacciando i sovrani (a Roma sorse una Repubblica capeggiata da un triumvirato il cui membro più influente era Mazzini), i repubblicani avessero il sopravvento, nel marzo 1849 Carlo Alberto ruppe la tregua.
Il 23 marzo i Sabaudi furono sconfitti a Novara; la sera stessa Carlo Alberto abdicò in favore del figlio, Vittorio Emanuele II (1849-'78). Il giorno dopo fu firmato l'Armistizio di Vignale: parte del Piemonte fu occupata dagli Austriaci, ma, almeno, il re riuscì a salvare lo Statuto Albertino.
Il fallimento bellico suscitò un'insurrezione a Brescia; a Roma (dove il governo dal febbraio era in mano al triumvirato Mazzini, Saffi e Armellini) e Venezia la resistenza agli austriaci fu strenua. Roma si arrese il 4 luglio sotto i colpi francesi e napoletani, Venezia — stremata dall'assedio austriaco — il 23 agosto seguente. In Toscana il governo retto da Domenico Guerrazzi e Giuseppe Montanelli era caduto per contrasti interni. Pio IX e Leopoldo II tornarono sui rispettivi troni.
La Prima Guerra d'Indipendenza si concluse con la sconfitta definitiva dei piemontesi a Custoza e l'armistizio di Salasco.
Anche nel resto d'Italia tutti i moti vennero soffocati, ma furono comunque un primo importante passo verso l'Unità d'Italia.

giovedì 22 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 marzo.
Il 22 marzo 1831 viene creata la legione straniera francese.
Al museè de l’Armee di Parigi, sulla spianata degli Invalides, tra spade, archibugi e cannoni, l’inconfondibile divisa è ancora tra le più ammirate. Il simbolo di un soldato entrato di diritto nella storia dei costumi e dell’iconografia, persino del cinema. Il tipico copricapo bianco, il « kepi », la camicia di tela kaki (la stessa che fu adottata dall’esercito britannico di Sua Maestà nel 1935), i pantaloncini corti – il ‘Bombay Bloomer’ memore delle esperienze coloniali inglesi in India – la fondina e le cinture di cuoio, la borraccia di due litri ed il fucile MAS, di fabbricazione francese. Un’uniforme entrata nel mito. È stata immortalata in decine di documentari d’epoca o in film come « March or Die» (con Gene Hackman, Catherine Deneuve e Max Von Sydow) o « Il Legionario » (con Jean-Claude Van Damme) e addirittura cantata dalla ‘môme’ Edith Piaf e da Serge Gainsbourg. Nella Legione straniera hanno servito personalità come il nipote di Garibaldi, il re di Serbia, il ministro dell’istruzione fascista Bottai o scrittori come Arthur Koestler e Curzio Malaparte. Ancora oggi, dopo più di 180 anni, sono i legionari a chiudere la tradizionale parata militare del 14 luglio. Sfilando orgogliosi sugli Champs Elysèes di Parigi, sotto lo sguardo vigile e rassicurante del Presidente della Repubblica.
Creata nel 1831 dal re di Francia Luigi Filippo per accogliere stranieri che volevano servire la Francia senza creare reggimenti in funzione delle diverse nazionalità, la Legione Straniera si è nel tempo consolidata all’interno dell’esercito francese come corpo d’élite per i teatri di guerra e le operazioni più difficili. Nella storia di questo reggimento militare centinaia di reclute, facendo prova di coraggio, hanno spesso valicato, anche illegalmente, frontiere fuggendo da persecuzioni, guerre civili, processi pur di oltrepassare la soglia di Aubagne, la Maison Mère sede del Comando Centrale dove nel 2013, nel 150esimo anniversario della battaglia di Camerone in Messico (in cui un pugno di legionari tennero testa per 10 giorni a 800 ribelli), è stato anche inaugurato un Museo della Legione in un vasto edificio che s’estende su 1.200 metri quadrati. Dal Messico all’Indocina, passando per il Ruanda e l’Afghanistan, la Legione Straniera ha operato, nei suoi quasi 190 anni di storia, nei teatri di guerra più disparati. La Legione Straniera era in Marocco, Siria e Libano durante la Prima Guerra Mondiale, in Norvegia nel 1940, in Indocina nel 1945, in tutta l’Africa del Nord negli anni ’50, in Madagascar, Guyana francese e Djibouti negli anni ’60 fino all’Afghanistan, il Ciad, il Libano, la Costa d’Avorio ed il Mali di oggi.
Ma l’origine del fascino che sempre ha esercitato la Legione Straniera, oltre al képi bianco, il forte spirito di cameratismo di stampo internazionale e gli esotici scenari di guerra, è radicata nel mito su cui si fonda la Legione stessa. Siamo nel 1831, la conquista dell’Algeria è ai suoi inizi. La Legione viene creata appositamente per fornire sostegno militare alle truppe francesi. La prima Legione si forma a partire da soldati professionisti disoccupati dopo le varie guerre imperiali francesi ma anche da rivoluzionari provenienti da tutta Europa che avevano trovato rifugio in Francia, dissidenti che lasciavano clandestinamente il proprio paese per motivi politici, economici o giuridici. Per facilitare il reclutamento la Legione Straniera autorizzava le nuove reclute ad arruolarsi su semplice dichiarazione d’identità. Questa disposizione, che all’inizio era stata adottata per semplificare le procedure, permise in realtà alle reclute che fuggivano da guerre, persecuzioni, processi, di nascondere la propria vera identità e cominciare una nuova vita nella legione dietro il motto «Legio Patria Nostra» (La Legione la nostra Patria ndr) e, dopo 3 anni di servizio, anche poter, in via teorica, ottenere la naturalizzazione francese. È questa «seconda chance» che la Legione offriva a coloro che ne accettavano le regole a costituire parte del mito su cui si fonda ancora oggi la storia della Legione. In cambio dell’anonimato e di una nuova identità, la Legione chiedeva sacrificio, una vita di solitudine lontano da casa e famiglia e una quotidianità fatta di dura disciplina militare. Ad oggi più di 35.000 stranieri sono caduti servendo la “patria” che costituiva in sé la Legione. Tra questi tanti, tantissimi italiani.
Dal 1831 ad oggi si calcola che oltre 60.000 italiani hanno servito nei ranghi della Legione. Dopo i vicini tedeschi, il gruppo di stranieri più corposo in tutta la storia della Legione sono stati dunque gli italiani (tale da provocare, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la formazione, all’interno della Legione, di una Legione Garibaldina composta esclusivamente da repubblicani, mazziniani e sindacalisti italiani). Ma cosa spingeva gli italiani, agli inizi del ‘900, ad arruolarsi per un esercito di un paese straniero? «La prima motivazione che spingeva gli italiani immigrati in Francia negli anni della Prima Guerra Mondiale – spiega Stéphanie Preziosi, professore associato presso l’Istituto di Storia Economica e Sociale della Facoltà di Scienze Politiche di Losanna e specialista della questione del reclutamento collegato all’immigrazione italiana – è quella di sfuggire alle conseguenze disastrose di una partecipazione dell’Italia dal lato sbagliato della guerra, cosa che avrebbe provocato l’arresto, la cattura. Un’altra motivazione è ottenere facilmente la nazionalità francese, vitale per coloro che erano in fuga dall’Italia per motivazioni politiche. L’altra è la povertà estrema. Zone depresse come il Friuli, l’Emilia Romagna, le Marche già dagli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento funsero da basi a partire dalle quali migliaia di migranti approdarono in Francia, spesso con le loro famiglie, per installarsi e cominciare una nuova vita. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, per lottare contro i sentimenti anti-italiani che si manifestavano nella popolazione francese e dimostrare l’attaccamento al loro paese d’adozione, molti italiani scelsero dunque di arruolarsi». 
Ed oggi? La Legione Straniera ha perso quell’aura che aveva un tempo - basti pensare che  dall’epoca gloriosa questo corpo scelto di soldati di tutte le nazionalità è passato da 40.000 effettivi a poco più 7.700 effettivi - ma resta un corpo d’élite che attira sempre candidati di tutto il mondo. I criteri di selezioni sono estremamente rigidi anche se in via teorica non servono particolari caratteristiche per entrare a far parte della Legione Straniera: forma fisica e psicologica idonea e un’età tra i 17 e i 40 anni non compiuti. La prima ‘ferma’ dura 5 anni, con possibilità di reingaggio. «La parte fisica non è importante – racconta un ex legionario italiano il cui nome di battaglia è Vittorio Augenti – certo devi dimostrare che ce la metti tutta ma in fondo il fisico te lo forgiano loro. È la parte psichica ad essere più difficile. Nei colloqui psicoattitudinali non ti mollano finché non sei realmente sincero sul perché hai deciso di arruolarti. Scavano fino a sincerarsi che non sei un bandito che cerca di scappare da qualcosa. Oggi non c’è più spazio per i dannati. Non più. Vogliono essere sicuri che sarai un buon soldato. In fondo la Legione è uno dei migliori eserciti al mondo».
L’arruolamento avviene in uno dei due centri di preselezione (a Parigi/Fontenay sous Bois o Aubagne) e consiste in un colloquio con uno specialista per testare le reali motivazioni e in una visita medica. Superata la preselezione, l’aspirante legionario viene inviato al Comando Centrale di Aubagne, dove nei dieci giorni che seguono svolge test psicoattitudinali e visite mediche più approfondite. In questa fase le prove fisiche sono la corsa cadenzata, le trazioni alla sbarra, la salita alla fune di 5 metri, le flessioni addominali ed il test “Luc lèger” (per determinare la velocità aerobica del candidato). Se supera questi test il legionario può finalmente firmare il contratto di arruolamento e iniziare il suo percorso di formazione, che dura quindici settimane, prima di integrare uno dei reggimenti della Legione Straniera. «Io ho fatto il corso a Djibuti – ci racconta Vittorio Augenti - poi in Burkina Faso e dopo mi hanno spedito nella base aerea militare di Bagram, in Afghanistan. Quello che ho vissuto in Legione mi è rimasto dentro. Spirito di corpo, una certa fratellanza e soprattutto l’assenza di paura, un’assenza di paura tale che rasenta quasi la follia».

mercoledì 21 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 marzo.
Il 21 marzo 2010 viene approvata in USA la riforma sanitaria fortemente voluta da Barack Obama, che è entrata in vigore, dopo la sentenza di costituzionalità del 2012, il primo gennaio 2014.
Fra i molti provvedimenti contenuti nella legge, il più importante obbliga tutti i cittadini americani a possedere una copertura sanitaria attraverso un’assicurazione. Allo stesso tempo, però, la riforma garantisce molti sgravi fiscali e sussidi ai meno abbienti, allarga la copertura del Medicaid, il programma federale per i più poveri e fornisce aiuti alle società private che forniscono copertura sanitaria a chi fin qui non era assicurato. La riforma proibisce inoltre che le condizioni sanitarie pregresse di un paziente gli impediscano di contrarre un’assicurazione. Questo era uno dei punti più controversi del sistema americano: le persone sopravvissute a un cancro (che spesso sono anche le più esposte ad una recrudescenza della malattia) vengono sistematicamente rifiutate dalle compagnie assicurative, indipendentemente dalla propria condizione economica.
Non c’è atto politico dei sei anni di Barack Obama alla Casa Bianca che sia stato più criticato, attaccato, vilipeso dai repubblicani della riforma sanitaria passata nel marzo 2010. Presentata come una legge che avrebbe affossato il bilancio USA, corrotto lo spirito americano, rafforzato la presa del governo centrale sulla vita dei singoli, l’Obamacare era diventato per i conservatori l’emblema di un presidente detestato. “Quando riprenderemo il potere, l’Obamacare verrà cancellato”, era la promessa di molti repubblicani. Ora che i repubblicani hanno riconquistato il Senato, nessuno parla più della legge sanitaria. E chi lo fa, come il leader repubblicano Mitch McConnell, dice: “Avere la maggioranza al Senato, non significa far fuori l’Obamacare”.
Il fatto è che la riforma sanitaria di Barack Obama è sparita dal dibattito politico perché, a dispetto di tutti i dubbi e le accuse, ha sostanzialmente funzionato e rispettato buona parte delle promesse del presidente. Anzitutto, l’Obamacare ha significato una brusca riduzione del numero di americani senza un’assicurazione sanitaria. Sono tra gli otto e gli undici milioni (i numeri non sono ancora facili da recuperare e arrivano soprattutto da ricerche private), i cittadini che quest’anno per la prima volta hanno avuto accesso a qualche forma di copertura sanitaria. In aumento anche quelli coperti dal Medicaid, l’assistenza sanitaria per i redditi più bassi, mentre altre milioni di persone sono pronte, secondo molte statistiche, a dotarsi di un’assicurazione sanitaria nei prossimi mesi.
La riforma ha dunque centrato l’obiettivo principale esposto da Barack Obama nel 2010: e cioè rendere la sanità più accessibile. Non è la sola promessa realizzata. L’85% dei 7,3 milioni di americani che hanno acquistato un’assicurazione attraverso i mercati on line, nella prima fase della riforma, ha anche goduto di sussidi federali; ciò che ha significato una diminuzione dei premi assicurativi da pagare. Non c’è stato nemmeno il disastro che alcuni preconizzavano per l’industria sanitaria. Più volte in questi mesi analisti di Wall Street ed esperti hanno dimostrato che l’Obamacare ha significato più clienti per le assicurazioni e nuovi pazienti paganti per gli ospedali.
Nascosta dalle tante “cadute” della politica di Obama, dalle crisi internazionali e dal senso di paura e incertezza che domina la vita di molti americani, la riforma sanitaria è stata dunque un successo – almeno nel quadro e secondo gli standard della società americana. Non è stata la riforma “socialista” contro cui i conservatori hanno polemizzato, ma ha significato un oggettivo miglioramento nelle condizioni di vita per milioni di persone. Per questo, dopo un iniziale fuoco di sbarramento, i repubblicani hanno preferito stendere un velo di silenzio e attaccare Obama per l’insieme delle sue politiche. E va a discredito di molti democratici – peraltro ora in grave difficoltà – non avere rivendicato i numeri positivi dell’Obamacare, accettando al contrario la retorica repubblicana e giocando tutta la campagna sulla difensiva e sulla presa di distanza dal presidente.
Donald Trump nella sua campagna elettorale ha tra le altre cose promesso di affossare la riforma sanitaria di Obama, e ne ha fatto un cavallo di battaglia.
Nel maggio 2017 il neo-presidente Donald Trump ha fatto approvare alla Camera dei Rappresentanti (con 217 sì e 213 no) la richiesta di abrogazione dell'Obamacare. Tale proposta però, nonostante la maggioranza repubblicana all'interno del senato, fu respinta (con 55 no e 45 si). Successivamente, sempre sotto l'amministrazione Trump, è stata anche proposta un'abrogazione parziale dell'Obamacare ma l'iniziativa venne declinata al senato (con 51 no e 49 si).


martedì 20 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 marzo.
Sono le 8 del mattino del 20 marzo 1986. Voghera è avvolta da una sottile nebbia.
Al carcere di massima sicurezza, quinto reparto, è l`ora della colazione: isolato da porte blindate, controllato da telecamere a circuito chiuso, sorvegliato da 15 guardie divise in cinque turni in continua rotazione, c`è dal 22 ottobre ` 84, da quando l`hanno estradato dagli Stati Uniti, un detenuto speciale: Michele Sindona.
Da due giorni è stato condannato all`ergastolo come mandante dell`omicidio di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della sua Banca privata italiana, dichiarata fallita il 28 settembre `74.
Come tutte le mattine, il caffè e il latte per Sindona vengono messi in thermos sterilizzati e chiusi a chiave in un contenitore di metallo. Ad aprirli sono cinque agenti. E' lo stesso finanziere siciliano a miscelare la colazione sulla soglia della cella sotto lo sguardo dei suoi custodi. Sindona porta il caffè alla bocca, voltandosi verso il bagno.
Gli agenti richiudono la porta e lo osservano dallo spioncino. E' l`attimo fatale: vedono Sindona prima barcollare, poi stramazzare a terra gridando: « Mi hanno avvelenato... » . Nel caffè c`è cianuro. Sindona morirà  dopo un`agonia di 54 ore.
Per i magistrati che analizzeranno il caso, è stato « un suicidio attraverso la simulazione di un omicidio » .
Dai contorni troppo strani, però, per non entrare di diritto tra i tanti misteri d`Italia.
In molti, dai palazzi della politica e dei servizi segreti ai circoli della mafia, dalle logge della Massoneria alle stanze del Vaticano, avevano di che temere da un Sindona che, vistosi condannato e abbandonato, poteva vuotare il sacco per vendicarsi. Trame e veleni riempivano l`Italia. E tanti sospetti: era Sindona a passare le informazioni riservate che venivano puntualmente riportate da « O. P. » di Mino Pecorelli? Il giornalista, piduista con tessera 1750, ucciso a Roma in un agguato il 21 marzo 1979, aveva pubblicato documenti sui finanziamenti di Sindona alla Dc di Giulio Andreotti e la lista di 496 esportatori di valuta, tutti clienti della Finabank, l`istituto di credito ginevrino di Sindona. Ricatti e minacce sullo sfondo di un delitto nel cuore dello Stato, mai ben chiarito: quello di Aldo Moro nel maggio ` 78. E, guarda caso, una morte del tutto bizzarra farà  tacere per sempre anche William Aricò, il killer prezzolato che aveva freddato sotto casa Ambrosoli: il gangster morirà  cadendo dal muro del carcere di Manhattan mentre tentava un`improbabile evasione.
Estate di sangue e di scirocco quella del ` 79. Non erano passate quarantott`ore dall`omicidio di Ambrosoli che a Roma viene assassinato per mano delle Brigate rosse Antonio Varisco, il comandante del Nucleo traduzioni di Piazzale Clodio, che era in confidenza con Pecorelli. E il 21 luglio viene eliminato il capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, che collaborava con Ambrosoli per dipanare la ragnatela mafiosa che copriva gli affari di Sindona. Ambrosoli era solo, con i suoi pochi ma fedelissimi collaboratori. Se n`era reso conto fin dai primi giorni della sua nomina a commissario liquidatore della Bpi. Minacciato da telefonate anonime, osteggiato dai poteri forti del Palazzo; ad appoggiarlo c`era solo la Banca d`Italia di Paolo Baffi, una solidarietà  pagata a caro prezzo dal Governatore, costretto di lì a poco a dimettersi.
Il Corriere della Sera, dove ormai la P2 faceva da padrona, sul delitto Ambrosoli ricamò un ventaglio di ipotesi, quasi scartando quella che pareva la più logica: che il mandante fosse Sindona. Da tempo, per la solidarietà  massonica, via Solferino stava dalla sua parte, tanto da scatenare una delirante serie di articoli a tutta pagina siglati C. S. contro chi come Agnelli non aderiva ai piani della loggia e dei suoi affiliati. Sindona, nei giorni dell`omicidio su commissione, era ancora negli Stati Uniti in libertà  provvisoria, in attesa della sentenza sul fallimento della Franklin Bank, la sua banca americana finita in rovina per le speculazioni sul dollaro, innescando un disastroso effetto a catena in tutto il suo impero finanziario.
« La vendetta è un piatto che si serve freddo » , aveva minacciato Sindona. A cinque anni quasi dal suo fallimento, Sindona si era di fatto vendicato.
Era scomparso Ambrosoli, l`avvocato che non si era lasciato intimidire e che aveva osato scoperchiargli la Fasco (il crocevia lussemburghese dei raggiri e dei conti fiduciari di Sindona): il suo nemico giurato. Ma Sindona vuole restare impunito. Allora s`inventa uno pseudo rapimento: si eclissa improvvisamente dagli Usa il 2 agosto ` 79 per poi ricomparire il 16 ottobre con una ferita alla coscia sinistra. Due mesi e mezzo in cui fece di tutto e di più per tornare in sella giocando le carte più torbide, in un intreccio terribile di mafia e finanza. Con un passaporto falso intestato a Joseph Bonamico, messogli a disposizione da Cosa Nostra, era sbarcato in Europa. Da Atene era poi arrivato a Palermo. Gli investigatori americani avevano, nel frattempo, ricevuto una lettera contenente una foto di Sindona con appeso al collo un cartello che diceva: « Il giusto processo lo faremo noi » . Cominciava a circolare la voce che fosse stato rapito da un fantomatico « Gruppo eversivo per una giustizia migliore » .
Ma qual era la verità ? Il finto sequestro venne gestito dalla mafia siculo americana. Negli Usa il bancarottiere frequentava i Gambino, esponenti di una delle cinque famiglie più potenti di Cosa Nostra. Giunto a Palermo fu aiutato molto dalle cosche nella ricerca di alcuni documenti. In testa il famoso `` tabulato dei 500``, un elenco di nominativi di personaggi italiani che sarebbero ricorsi al suo intervento per esportare illecitamente capitali all`estero. Per rendere credibile il sequestro, chiese a Joseph Miceli Crimi, massone italo americano nonché suo medico personale, una strana prestazione. Dopo essersi sottoposto ad anestesia locale alla gamba sinistra, si fece sparare a bruciapelo. C`era una componente ricattatoria tra le molle che spingevano Sindona alla messinscena, al suo viaggio in Europa e in particolare al suo soggiorno in Sicilia.
Aspirava a diventare l`uomo della saldatura di un fronte reazionario piduista, mafioso, capace di sbarrare il cammino alle forze di rinnovamento. L`odore e la voglia di golpe era connaturata nell`Italia di quei decenni.
Ma per Sindona i tempi stavano cambiando.
Roberto Calvi e l`Ambrosiano l`avevano di fatto soppiantato nei rapporti con lo Ior del Vaticano e con i partiti. La sua stella stava frettolosamente precipitando. Non gli restava che brandire l`arma del ricatto e della minaccia, contro Ambrosoli, contro Enrico Cuccia, contro lo stesso Calvi che non lo volle aiutare. Per mettere a punto il suo piano, il 10 ottobre Sindona va a Vienna. Ma qui deve essere andato storto qualcosa. Una telefonata intercettata avrebbe allertato l`Fbi. Sta di fatto che Sindona si decise a salire sul primo aereo per New York, forse così consigliato da Rosario Gambino che lo accolse all`aeroporto Kennedy. Erano le sue ultime ore di libertà .
Venne condannato a 25 anni dai giudici americani. Fece di tutto per evitare l`estradizione in Italia.
Ma non ce la fece. Intorno a lui c`era terra bruciata.
Era crollato l`Ambrosiano, ma soprattutto era esploso il bubbone marcio della P2. Alla quale pervennero i magistrati indagando proprio sul falso sequestro di Sindona. Lui aveva ormai più nemici che amici. Di lui cominciò a diffidare anche Licio Gelli, il leader della P2, che solo qualche anno prima aveva inviato ai giudici Usa un affidavit pro Sindona assieme a Paolo Spagnuolo, giudice di Cassazione ( piduista, tessera 545), e John Mc Caffery, uomo della Hambros Bank in Italia, vicino all`Opus Dei. Da burattinaio si sentì burattino, quello di cui si erano serviti per eliminare un personaggio scomodo come Ambrosoli. Sindona, piduista in disgrazia, era bruciato. Suicidio od omicidio? Se fosse rimasto in vita avrebbe prima o poi potuto svelare i tanti misteri che la sua morte lasciava irrisolti nell`Italia delle trame e dei servizi segreti deviati. Dove la scia di sangue è costellata di morti, che si legano una con l`altra, in un tragico effetto domino, cadenzate da un`abile regia di depistaggio, utilizzando la manovalanza più disparata: dalla malavita comune alla mafia fino alle Brigate rosse e ai Nar neri.
Quando muore, Sindona ha 65 anni. Era nato l'8 maggio 1920 a Patti in provincia di Messina (coetaneo di Calvi, con cui entrerà  in affari nel ` 70). Fiscalista di successo, negli anni 50 tesse una ragnatela di amicizie importanti anche all`estero, in particolare in Usa: con Jocelyn Hambro; con il presidente della Continental Illinois Bank, David M. Kennedy; con Richard Nixon, avvocato emergente; ma soprattutto con Joe Adonis e Vito Genovese, i due boss mafiosi che gli affidano le più spericolate operazioni per riciclare il denaro sporco del commercio della droga.
Il che non gli impedì di diventare il finanziere di fiducia di Giovanni Battista Montini, il cardinale di Milano che quando diventò Papa Paolo VI gli affidò le cure degli interessi temporali della Chiesa: dai palazzi dell`Immobiliare Roma alle finanze dello Ior, la banca vaticana di Paul Marcinkus, il prelato americano, più carne che spirito, nato a Cicero, sobborgo di Chicago, feudo di Al Capone. Fu appunto con i capitali della Curia che Sindona acquisì anche la Banca privata finanziaria di via Verdi a Milano. Nel ` 71, forte del blitz nella Centrale finanziaria, Sindona lanciava la sfida al `` salotto buono`` (e laico) di Enrico Cuccia con l`Opa su Bastogi. Venne sconfitto. E da quel giorno la stella di Sindona cominciò a decadere anche se fece in tempo a essere incoronato da Giulio Andreotti come il `` salvatore della lira``. La Centrale passò sotto il controllo della Compendium di Calvi. Sindona tentò un rilancio in Usa acquisendo la Franklin Bank. Ma fu l`ultimo sussulto. La crisi petrolifera mise in crisi il dollaro, la cui caduta affondò la Franklin, fallita nel maggio ` 74.
E' l`inizio della fine. Anche in Italia Sindona comincia a tremare. Il ministro del Tesoro Ugo La Malfa blocca l`aumento di capitale di Finambro a 160 miliardi che avrebbe ridato ossigeno a Sindona. Il quale allora gioca l`ultima carta: fonde le sue due banche, Unione e Privata, dando vita alla Bpi, ma l`istituto nasce morto. Inizia la corsa al ritiro dei depositi. Né basta l`aiuto del Banco di Roma che concede un prestito di 100 milioni di dollari, ottenendo in pegno la maggioranza dell`Immobiliare che a sua volta controllava la Ciga. A fine settembre la Bpi viene messa in liquidazione. Comincia il lavoro in solitudine di Ambrosoli, l`eroe borghese del libro di Corrado Stajano. Che smaschera conti paralleli e fiduciari che giravano il mondo da un paradiso fiscale all`altro, tra un carosello di società  fantasma e tanti personaggi arroganti e minacciosi. Un lavoro che Ambrosoli stesso a un certo punto capì che avrebbe pagato con la vita.
Se ne parlava da tempo, ma i suoi personaggi avevano volti sfumati e imprecisi. Quando la sera del 20 maggio 1981 il Tg Rai annunciò che la presidenza del Consiglio (c`era Arnaldo Forlani a Palazzo Chigi) aveva dato il via libera alla pubblicazione dell`elenco degli appartenenti alla P2, la loggia massonica di Licio Gelli, l`Italia venne attraversata da una scossa violenta.
Si scopriva uno Stato dentro lo Stato, emergeva un Governo parallelo.
Politici, affaristi, ex eredi al trono, manager, giudici, giornalisti, agenti dei servizi segreti, alti ufficiali dell`esercito e dei carabinieri: 962 nomi e cognomi, tutta l`Italia che tramava allora, ma anche mezza Italia che poi è andata al potere, se è vero che con tessera 1816 del 26 gennaio 1978 c`era anche Silvio Berlusconi.
A scoperchiare le carte segrete della P2 furono due magistrati, Giuliano Turone e Gherardo Colombo.
Un ``ritrovamento`` del tutto fortuito: il loro obiettivo era far luce sullo strano sequestro di Michele Sindona. Strano quel «Gruppo eversivo per una giustizia migliore», che aveva rivendicato il rapimento; strani quegli affidavit a favore di Sindona fatti pervenire al giudice americano che processava il finanziere per bancarotta. Uno di questi era di Licio Gelli: «Nella mia qualità  di uomo d`affari sono conosciuto come anticomunista e sono al corrente degli attacchi dei comunisti contro Michele Sindona. L`odio verso di lui trova origine nel fatto che ha sempre appoggiato la libera impresa in un`Italia democratica». Da tempo correvano voci che da Gelli si riunisse la ``crema`` del potere italiano. Il Gran Maestro a Roma viveva in una suite dell`Excelsior.
I giudici che indagano su Sindona scoprono che il rapimento è una messinscena. Che è sempre lui, Sindona, a trattare con Andreotti il salvataggio delle sue banche, a minacciare Enrico Cuccia, a far uccidere Giorgio Ambrosoli con tre colpi di Magnum 357. A ospitare Sindona in Sicilia fu, tra gli altri, Joseph Miceli Crimi, massone, medico italoamericano, specialista in chirurgie plastiche. Fu lui a sparare alla gamba del finanziere per rendere più credibile la tesi dell`agguato. I giudici restano incuriositi da questo personaggio.
Ordinano un sequestro nel suo studio, e tra le carte trovano un biglietto ferroviario Palermo Arezzo dell`estate ` 79. Gli chiedono come mai. «Per andare dal dentista», risponde Crimi. Una motivazione troppo strampalata perché i giudici abbocchino. Messo alle strette, Crimi rivela di esser stato ad Arezzo da un certo Licio Gelli per conto di Sindona. Lo stesso Gelli dell`affidavit, quello di cui si vocifera sia a capo di una loggia, quello che il Corriere della Sera ha intervistato in pompa magna.
I magistrati ordinano il blitz nelle proprietà  di Gelli, agli indirizzi trovati in un`agenda di Sindona. La sera del 16 marzo `81 gli agenti perquisiscono la suite romana all`Excelsior; villa Wanda, l`abitazione aretina; e le sedi delle due aziende del `` Venerabile`` a Frosinone e alla Giole di Castiglion Fibocchi. Con l`elenco di tutti gli affiliati, trovano una montagna di documenti sui misteri d`Italia: dal caso Eni Petromin ai rapporti Calvi Bankitalia, all`operazione Rizzoli.
A oltre trent`anni di distanza, dopo processi e inchieste parlamentari, quelli che pagarono furono davvero pochi (ad esempio, Franco Di Bella, tessera 655, si dimise da direttore del Corriere); rare le ammissioni (la più nota, quella di Maurizio Costanzo, tessera 1819); i più fecero finta di niente, come se la P2 fosse solo un club di bontemponi.

lunedì 19 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 marzo.
Il 19 marzo 1994 a Casal di Principe Don Giuseppe Diana viene freddato dalla camorra mentre si accingeva a recitare messa.
Giuseppe Diana nasce il 4 luglio 1958 a Casal di Principe, provincia di Caserta e diocesi di Aversa, da una famiglia di proprietari terrieri. Nel 1968 entra in Seminario: medie, liceo, teologia, licenzia in Biblica e laurea in Filosofia II.
Nel marzo 1982 è ordinato sacerdote e dal 19 settembre 1989 è parroco di San Nicola di Bari nella natia Casal di Principe, dominio di clan camorristici potenti e sanguinari. Diventa subito l’emblema della vita e della fede, dell’impegno e della gioia. In quegli anni l’epi­scopato campano, stimolato dal vescovo di Acerra monsignor Antonio Riboldi, si schiera contro ­la camorra che miete decine di vittime ogni anno e, il 29 giugno 1982, i vescovi diffondono il documento «Per amore del mio popo­lo non tacerò»: indica la forza liberante del Vangelo come risposta concreta al male, non nasconde le responsabilità della comuni­tà ecclesiale «a causa della carenza o insufficienza, anche nell'azione pa­storale, di una vera educazione sociale, quasi che si possa formare un cristiano maturo senza formare l'uo­mo e il cittadino maturo. Non intendiamo limitarci a denunciare queste situa­zioni e, nell’ambito delle nostre competenze e possibilità, intendia­mo contribuire al loro superamento, anche mediante una revisione e inte­grazione dei contenuti e metodi della pastorale».
La malavita diventa ogni giorno più invadente con efferati omicidi e, a fine settembre 1987, con un assalto armato alla caserma dei Carabinieri di San Cipriano d’Aversa.
La reazione della comunità civile non si fa attendere. Don Peppe organizza il convegno «Liberiamo il futuro» che si trasforma in marcia contro la violenza. Puntuale arriva l’intimidazione: colpi di pistola con­tro le finestre della canoni­ca. Si rompe con l’acquiescenza del passato. Si decide che la festa patro­nale sia celebrata solo in chiesa eliminando le manifestazioni esterne – processioni, spettacoli, banda, fuochi d'artifi­cio - finanziate dai «capobastone». Un segnale forte che sancisce la fine dei rapporti ambigui o acquiescenti. Nelle omelie don Beppe alza la voce e il suo grido di allarme risuona forte e chiaro quando, nel luglio 1991, un giovane è ucci­so per sbaglio perché capita in auto in mezzo a un conflitto a fuoco. Sollecita dal ministero dell’Interno un au­mento dei controlli, particolarmente sgraditi ai camorristi. Il Consiglio comu­nale è sciol­to per infiltrazioni mafiose.
Nel Natale 1991 i sette parroci firmano il documento «Per amore del mio popolo», scrit­to da don Diana e distribuito in tutte le chiese. Messaggio di rara intensità e di grande attualità, coraggiosa testimonianza di impegno civile e pastorale nella lotta alla criminalità e nella costruzione della giustizia sociale, grido di dolore e di amore per la sua terra, atto d’accusa contro l’atroce violenza dei prepotenti e l’indolenza dei pavidi: «Siamo preoccupati e assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno nella nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Coscienti che come Chiesa dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà. La camorra è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. Il no­stro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno». Constata don Beppe: «Il nostro documento ha smosso le coscienze e ha fatto alzare altre grida nel deserto che ora può diventare terra fertile». Dopo due anni di commissariamento, nel novembre 1993 si vota per il nuovo Consiglio comunale. L’appello «Una religione della responsabilità» invita i cittadini a far sentire la loro voce e a partecipare alla costruzione di una città a dimensione umana. I camorristi sono invitati «a tenersi in disparte, a non inquinare e a non affossare ancora una volta questo nostro caro paese, che ha solo bisogno di risurrezione».
Nel ballottaggio la lista civica «Alleanza democratica», appoggiata dai sacerdoti, ottie­ne la maggioranza, ma riesce a governare solo pochi mesi e poi va di nuovo in crisi. La Procura di Napoli convoca i sacerdoti per avere notizie e riscontri sull’appoggio dei camor­risti ai candidati nelle elezioni polit­iche del 1992.
Don Peppe si present­a il 15 marzo 1994: all’uscita nota alcuni giovani di Casal di Principe, in odore di camorra, che con ostentazione osservano i suoi movimenti. Quattro giorni dopo, il 19 marzo, suo onomastico, alle 7 esce dall’abit­azione dei genitori e si reca nella chiesa di San Nicola. Venti minuti più tardi in sacrestia indossa i paramenti e si avvia a celebrare la Messa: un uomo gli spara quattro colpi di pistola 7,65 e fugge in auto con due complici. Dopo il suo assassinio scatta il tentativo della «damnatio memoriae» con cui pervicacemente la camorra cerca di infangare il ricordo del prete ucciso, ma il meschino calcolo fallisce: la limpidezza di questo testimone del Vangelo e pala­dino del suo popolo è sancita dall'inchiesta giudiziaria e dall’autorità ecclesiastica.
Nunzio De Falco, difeso da Gaetano Pecorella, allora presidente della commissione Giustizia della Camera, è stato condannato in primo grado all'ergastolo il 30 gennaio 2003 come mandante dell'omicidio. Inizialmente De Falco tentò di far cadere le colpe sul rivale Schiavone, ma il tentativo fallì perché Giuseppe Quadrano, autore materiale dell'omicidio, consegnatosi alla polizia, iniziò a collaborare con la giustizia e per questo ricevette una condanna a 14 anni.
Il 4 marzo 2004 la Corte di Cassazione ha condannato all'ergastolo Mario Santoro e Francesco Piacenti come coautori dell'omicidio. Il primo dicembre 2010 la condanna di De Falco all'ergastolo come mandante dell'omicidio è diventata definitiva.
Parafrasando il versetto evangeli­co: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se inve­ce muore, produce molto frutto» (Giovanni 12,24), sulla tomba di Giuseppe Diana c’è scritto: «Dal seme che muore fiorisce una messe nuova di giustizia e di pace».

domenica 18 marzo 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 marzo.
Il 18 marzo 1968 il Congresso degli Stati Uniti abolisce definitivamente la necessità che una riserva aurea supporti la valorizzazione del dollaro, decretando così la morte definitiva del Sistema Aureo, detto "Gold Standard".
Il "gold standard" è il sistema monetario in cui l'oro svolge le funzioni di equivalente generale e viene usato in modo diffuso come moneta corrente. Con questo sistema le monete nazionali erano convertibili in oro. La coniazione era libera e l’oro, sia in forma di moneta o di oro grezzo, poteva essere liberamente importato ed esportato. Il tasso di cambio fra le monete di diversi paesi si manteneva stabile, in quanto poteva variare solo entro una parità fissa che, oltre alla stabilità dei cambi, assicurava l’equilibrio degli scambi internazionali.
L'epoca di "gold standard" comincia nel 1816-21, quando l'Inghilterra, dopo le guerre napoleoniche, decise di stabilire la convertibilità della cartamoneta in oro. Successivamente fu seguita da altri paesi, come la Germania nel 1872 e gli Usa nel 1900.
A dir il vero molti grandi paesi consideravano l'argento la moneta principale, con o senza quella d'oro, e quest'ultima divenne la forma prevalente di denaro mondiale solo intorno agli anni '60 del XIX sec. (formalmente nel 1867, in una conferenza tenutasi a Parigi). Questa scelta non fu condivisa da molti paesi asiatici, che rifiutarono di estromettere l'argento con l'oro.
Nel 1913 Usa, Gran Bretagna e Francia detenevano il 62% della circolazione monetaria mondiale aurifera (3.500 tonnellate), seguite da Germania e Russia (quest'ultima era sul 7%). Nello stesso anno le tre maggiori potenze mondiali incidevano per il 51% sulle riserve centralizzate mondiali, di cui la più cospicua era quella degli Usa (1.900 tonnellate), seguiti da Russia (1.200) e Francia (1.000). Come quantitativi annuali di oro estratto i primi paesi erano Sudafrica, Usa, Australia e Russia.
Lo scambio di tutti i tipi di denaro con l'oro al valore mondiale era assicurato dalle banche centrali, che detenevano le riserve aurifere nazionali, che, sempre nel 1913, ammontavano, a livello mondiale, a 6,8 miliardi di dollari. Queste Banche non disponevano di riserve reali in dollari; quasi tutte le riserve erano in sterline, giacenti nelle banche londinesi.
A dir il vero solo alcune monete furono dichiarate direttamente convertibili in oro (sterlina, dollaro, franco, marco...); altre (p.es. la lira italiana) non erano direttamente convertibili in oro, ma in monete pregiate che potevano essere subito riconvertite.
Sino alla I guerra mondiale gran parte del metalli aurifero veniva impiegata per battere moneta circolante, mentre una quantità identica finiva nei depositi delle banche centrali e del Tesoro, coprendo sia i crediti che le banconote, passando continuamente dalle riserve alla circolazione e viceversa.
Il contenuto aureo di ogni moneta, fissato per legge, restava invariato per molto tempo: quello della sterlina era di 7,322 gr. d'oro puro; quello del dollaro 1,505 gr., per cui la parità della sterlina in dollari era di 4,867. Una moneta d'oro del valore di 5 rubli, nella Russia zarista, conteneva 87,12 parti d'oro puro, cioè 3,871 gr.
Esisteva una reciproca libera convertibilità della valute in base ai corsi di mercato, che differivano dalle parità ufficiali di circa l'1%. L'import-export dell'oro non era soggetto a limitazioni di sorta, anche se nella fattispecie l'oro interveniva solo per chiudere il saldo della bilancia dei pagamenti, in quanto la stragrande maggioranza dei pagamenti avveniva con semplici trasferimenti di valuta tra banche. P.es. la circolazione mondiale dei pagamenti nel 1894 fu stimata a 20 miliardi di dollari, mentre il movimento effettivo dell'oro fra i vari paesi fu soltanto di 0,7 miliardi di dollari. Per garantire il cambio ininterrotto di banconote furono approvate leggi che obbligavano le banche centrali a tenere sempre nei loro forzieri un quantitativo d'oro non inferiore ad una certa percentuale di banconote da loro stesse emesse.
Come sistema completo e sviluppato il "gold standard" cessò di esistere nel 1914. Tuttavia gli Usa lo conservarono fino al 1933, allorché Roosevelt impose la soppressione della convertibilità del dollaro in oro, mentre Francia, Inghilterra e altri paesi cercarono di ripristinarlo in forma incompleta dopo la I guerra mondiale. Solo negli anni '30 del XX sec. fu soppresso in tutti i paesi capitalistici e nella circolazione monetaria interna non sarà più ripristinato.
Durante la I guerra mondiale l'Inghilterra aveva soppresso il "gold standard" e lo Stato stava concentrando tutto l'oro del paese nelle proprie casse. Non più convertibile in oro, la sterlina si stava deprezzando sia verso l'oro che verso le merci e le valute estere stabili.
I magnati della finanza e i politici conservatori, convinti che la sterlina-oro fosse il principale simbolo dell'impero britannico, decisero di affidare a Churchill la restaurazione del "gold standard" nel 1925. Per poterlo fare bisognava ridurre il livello dei prezzi del paese, elevare il corso della sterlina sul mercato mondiale, migliorare la bilancia dei pagamenti, incrementare l'afflusso di oro e limitare l'emissione di banconote. Ma per ottenere la parità ufficiale della sterlina con l'oro e il vecchio rapporto col dollaro, il prezzo che venne pagato fu la disoccupazione di massa, forti decrementi salariali, sensibili riduzioni dei servizi pubblici e inflazione.
Il corso della sterlina risultava artificiosamente elevato e l'export diventava molto difficile; i prezzi delle merci erano molto più alti di quelli americani, per cui il deficit della bilancia commerciale e dei pagamenti cominciava a diventare insostenibile. Nel 1926 la produzione industriale era del 30% inferiore al livello del 1913 e la disoccupazione interessava il 12% degli abili al lavoro. Si era praticamente costretti a ridurre drasticamente l'import di materie prime. In pochi anni la Gran Bretagna degli anni '20 era diventata l'anello debole dell'economia occidentale. L'intero mercato monetario mondiale diventava instabile e si pensa che tutto ciò abbia sicuramente avuto un certo peso sul crollo della borsa di New York nel 1929.
E questo nonostante che l'unico vero "gold standard" che si riuscì a realizzare nell'Inghilterra degli anni '20 fu soltanto quello del lingotto, poiché quello della sterlina-oro era praticamente inesistente: le Banche centrali cambiavano le banconote solo contro lingotti d'oro di peso standard (circa 12,5 kg), per cui il diritto reale di permuta spettava unicamente alle banche private e ai grandi capitalisti. La sterlina comunque conobbe un forte crollo nel 1931, sotto i colpi della crisi finanziaria mondiale, nonostante che la riserva aurea inglese superasse di alcune volte quella pre-bellica. L’Inghilterra fu costretta a sospendere la convertibilità e nel 1934 gli USA dichiararono che i privati non potevano convertire più i dollari in oro.
In Francia, dove il "gold standard" resistette sino al periodo 1928-36, i piccoli tesaurizzatori a volte acquistavano un lingotto del genere attraverso un gioielliere di fiducia e se lo dividevano con lui. La Francia soppresse il "gold standard" quando la borghesia lottava duramente contro il governo di sinistra del Fronte popolare, guidato dal socialista Léon Blum, per evitare che si continuassero ad esportare ingenti capitali all'estero.
Da notare che se mentre prima della "grande guerra" l'univa vera riserva valutaria era la sterlina, negli anni '20 il dollaro americano era diventato un forte concorrente, tant'è che quando le banche centrali dei vari paesi capitalisti cambiavano le loro rispettive banconote contro valuta estera permutabile in oro, lo facevano sulla base di ingenti riserve valutarie che non erano più solo in sterline ma anche in dollari.
Tutte queste forme di "gold standard" non facevano che togliere l'oro dalla circolazione dei mercati nazionali, concentrandolo invece nelle mani degli Stati come moneta mondiale, per i pagamenti finali della bilancia commerciale.
Insomma, col primo conflitto mondiale la maggioranza dei paesi capitalisti smise di coniare monete d'oro e limitò il cambio delle banconote in oro, cambio che venne meno definitivamente con la crisi economica mondiale del 1929-33. L'oro cessò di essere "denaro" nell'economia interna di questi paesi e andò sempre più accumulandosi nei forzieri degli Stati e delle banche centrali, che lo usavano come mezzo di pagamento dei debiti internazionali.
Il "gold standard" venne meno nel momento stesso in cui il capitalismo industriale stava uscendo dalla sua fase pre-monopolistica, caratterizzata dal dominio di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, per entrare, agli inizi del XX sec., nella fase monopolistica vera e propria, in cui i paesi di recente industrializzazione come la Germania, l'Italia, il Giappone e gli stessi Stati Uniti avevano bisogno di rivedere il loro ruolo nell'ambito dell'economia mondiale.
Non a caso proprio nel periodo migliore del "gold standard", cioè dalla seconda metà del XIX sec. sino agli inizi del XX, si formano i grandi imperi industriali e finanziari del mondo capitalistico: Rockefeller, Dupont, Rothschild, Lazard, Krupp, Stinnes...
In Germania lo Stato nazista subordinò nettamente l'oro e la valuta alla preparazione della guerra, al punto che, dopo aver congelati i conti esteri in marchi e limitato rigidamente ogni pagamento estero, spese praticamente tutte le proprie riserve auree.
Nel settembre 1938 la Germania aveva una riserva di circa 26 tonnellate d'oro, cioè circa 17 milioni di vecchi dollari-oro, mentre gli Usa erano a quota 8.126 milioni di dollari e l'Inghilterra si attestava sui 2.396 milioni di dollari (circa 3.600 tonnellate d'oro).
All'inizio del secondo conflitto mondiale, temendo per le proprie riserve auree, molti Stati europei portarono il loro oro negli Usa, vendendolo contro dollari o depositandolo p.es. nei sotterranei della Banca di riserva federale di New York.
Nonostante questo, i nazisti, con la guerra lampo, riuscirono a impadronirsi delle riserve di Austria, Jugoslavia, Grecia, e in parte anche di Francia, Belgio, Cecoslovacchia e di altri paesi ancora che non avevano fatto in tempo a trasferire tutto l'oro all'estero.
Nel complesso il saccheggio le fruttò qualcosa come 1.300 tonnellate d'oro. E questo nonostante che la Germania avesse fatto di tutto per screditare l'uso dell'oro e per incentivare quello del marco, anche nelle relazioni estere.
Oggi le riserve auree sono identificate universalmente anche come gradiente di ricchezza implicita di un paese: una sorta di ultimo salvadanaio a cui attingere prima di andare a colpire coattivamente il patrimonio dei contribuenti.
Le riserve auree italiane ammontano a 2452 tonnellate, e rappresentano la terza riserva aurea al mondo, dopo quelle di Stati Uniti e Germania, quarta se consideriamo anche la dotazione del FMI. Tale ammontare è rimasto pressoché invariato negli ultimi dieci anni, vale a dire che non si sono verificate operazioni di smobilizzo che ne hanno ridimensionato il montante.

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