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venerdì 19 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 gennaio.
Il 19 gennaio 1983, in Bolivia, viene arrestato il criminale nazista Klaus Barbie, meglio noto come "il boia di Lione".
Nikolaus Klaus Barbie nacque in una piccola città situata nella Renania. Entrò nelle SS il 26 settembre 1935. Nel 1940 venne inviato a L'Aia, come responsabile per la cattura dei rifugiati politici tedeschi nei Paesi Bassi e del popolo ebraico. E' proprio per sfuggire a Klaus Barbie che Anna Frank fu costretta a vivere nascosta per mesi ad Amsterdam. Nel 1942, Klaus Barbie viene inviato a Digione e nel novembre dello stesso anno, a Lione, dove diventa il direttore della Gestapo.
Durante questo tempo, Barbie è responsabile di due degli atti più infami commessi dai nazisti in Francia. Il primo è stato l'assassinio di Jean Moulin, il braccio destro di Charles de Gaulle e facente parte della Resistenza francese. Grazie alla denuncia di un compagno, Klaus Barbie riuscì a trovare Moulin. Una volta intrappolato a Montluc, Moulin venne torturato quasi a morte da uno degli uomini di Barbie e, probabilmente, da Barbie stesso e lasciato al suo destino nel cortile della prigione. Moulin morì per le ferite una settimana più tardi. La sua morte è ancora più tragica perché senza il tradimento di un compagno non sarebbe mai stato catturato. Klaus Barbie stesso successivamente ammise che non l'avrebbe mai catturato senza l'aiuto di René Hardy.
L'altro delitto per il quale non sarà mai dimenticato Klaus Barbie è la distruzione di un campo dove erano nascosti bambini ebrei. Tutti di età inferiore ai 14 anni, 44 bambini erano rifugiati a Izieu, un piccolo villaggio nei pressi di Lione. Barbie, ligio al programma nazista della soluzione finale della questione ebraica, che consisteva nello sterminio totale del popolo ebraico e l'elevazione del popolo ariano, fece deportare i bambini ad Auschwitz, il campo di sterminio più crudele della storia della Seconda guerra mondiale. Nessuno di questi bambini è sopravvissuto.
Gli atti di Barbie più scioccanti erano le torture durante gli interrogatori. Prima gli ufficiali della Gestapo picchiavano i prigionieri per impedire loro ogni reazione. In seguito Barbie stesso li interrogava e in caso di reticenza li torturava affamandoli, amputandone dita o interi arti, o con i famigerati "bagni". Questi bagni consistevano nell'immergere nell'acqua gelata i prigionieri e tirarli fuori pochi istanti prima dell'annegamento. In caso di reiterato silenzio si procedeva a ripetere l'operazione. Le testimonianze di alcune sue vittime non lasciano dubbi circa la crudeltà e il piacere con cui eseguiva le torture.
Alla fine dell'occupazione tedesca a Lione nel settembre del 1944, Barbie, che aveva contratto una malattia venerea, fu costretto a tornare in un ospedale in Germania, non prima di aver ordinato l'uccisione di tutti i 70 prigionieri ancora nella prigione di Montluc.
Una volta guarito, Barbie lasciò l'ospedale e la sua sorte rimase sconosciuta per 40 anni.
In realtà, già nel 47 Barbie divenne un agente dei servizi segreti degli Stati Uniti, nello stesso anno in cui venne processato in contumacia in Francia per i suoi atti criminali e condannato a morte. La fuga venne organizzata dagli Stati Uniti. In seguito si stabilì in Bolivia, mettendo le sue abilità diplomatiche al servizio del dittatore Luis Garcia Meza. Grazie a un passaporto diplomatico fece frequenti viaggi in Europa sotto il nome di Klaus Altmann, con lo scopo di acquistare veicoli militari per la repressione di manifestazioni di opposizione alla dittatura.
Nel 1971 venne identificato da Serge e Beate Klarsfeld, figli di un deportato tedesco ucciso ad Auschwitz, che avevano il compito di cercare tutti i criminali nazisti della seconda guerra mondiale ancora impuniti.
Ma fu solo nel 1983, dopo la restaurazione della democrazia col governo di Hernan Siles Zuazo, che fu possibile estradarlo in Francia. Nel 1987 fu processato a Lione con l'accusa di aver commesso 177 crimini contro l'umanità, e condannato all'ergastolo. Fu riconosciuto colpevole della deportazione di almeno 843 persone.
Durante il processo non diede alcun segno di rimorso per le sue azioni, anzi affermando che la Francia gli doveva essere riconoscente per aver impedito che finisse sotto un regime socialista, pronunciando la sua frase più famosa: "quando sarò dinanzi al trono di Dio verrò giudicato innocente".
Klaus Barbie morì di leucemia nel carcere di Lione il 25 settembre 1991, quattro anni dopo il pronunciamento della pena.

giovedì 18 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 gennaio.
Il 18 gennaio 1811 Eugene Ely atterra col suo aereo sul ponte dell'incrociatore Pennsylvania al porto di San Francisco. E' l'inizio della storia delle navi portaeree.
Negli Stati Uniti la prima nave da guerra ad imbarcare una “macchina volante” fu il cacciatorpediniere Bagley.
Le prime prove avvennero nell’estate del 1910 ma furono un fallimento.
In seguito si fecero due importanti esperimenti di decollo e di atterraggio.
Un aviatore civile, Eugene Ely, fece decollare, nel novembre 1910, un biplano da una piattaforma in legno imbarcata sull’incrociatore leggero Birmingham. Per l’esperimento di atterraggio invece fu impiegata una piattaforma in legno montata sull’incrociatore corazzato Pennsylvania. Veniva usato un rudimentale sistema di arresto composto da ventidue cavi sospesi trasversalmente sulla piattaforma e fermati all’estremità da sacchetti di sabbia.
Un episodio specifico, avvenuto del gennaio 1911, viene definito l’atto di nascita della portaerei. In particolare Ely, sempre con un biplano, atterrò sull’incrociatore ormeggiato nella baia di San Francisco. Il sistema d’arresto venne rimosso ed Ely decollò dallo stesso ponte.
Procedendo con gli studi venne sviluppata la catapulta.
Questo nuovo sistema permetteva un rapido decollo dell’aereo senza dover metterlo in mare, come si doveva fare al contrario per l’idrovolante. Furono fatti vari esperimenti per perfezionarla, che durarono alcuni anni. Nel luglio 1914 fu installata sulla Navy Coal Barge No 214.
Alla fine di ottobre del 1915 il dispositivo fu montato sull’incrociatore corazzato North Carolina ed a novembre iniziarono i primi lanci d’aereo da catapulta imbarcata su una nave da guerra.
Una curiosa sperimentazione fu fatta dalla U.S. Navy all’inizio del 1918. Il comandante Mustin era rimasto impressionato dalle prove degli inglesi su dei pontoni portaerei rimorchiati. Suggerì quindi l’uso di uno scafo, realizzato nel 1911 da Hickman, che potesse essere utilizzato come piattaforma di decollo. Il risultato fu la “slitta marina Hickman – Mustin”.  Il primo mezzo di questo tipo, con un biplano Caproni a bordo, fu provato nel settembre 1918 a Boston.
Nel marzo 1919 un biplano decollò da una di queste slitte, ma il progetto non venne portato più avanti.
In Italia la storia della portaerei non è stata senza difficoltà.
Il primo idrovolante imbarcato fu quello sulla nave da battaglia Dante Alighieri. In via sperimentale vennero dotati di idrovolanti anche gli incrociatori corazzati Amalfi e San Marco.
In seguito alle esperienze fatte fu deciso di trasformare alcune unità in basi mobili per idrovolanti. Una di queste fu l’Elba, che era un incrociatore sottoposto a lavori di modifica. Poteva imbarcare 3 – 4 idrovolanti. L’aviorimessa era chiusa ai lati da teloni e poteva ospitare due aerei, mentre gli altri dovevano restare sulla piattaforma. Gli aerei venivano messi in mare e recuperati mediante due picchi di carico. L’Elba entrò in servizio nel giugno 1914 come nave appoggio idrovolanti.
Gli aerei però erano troppo pochi e non riuscivano a garantire un servizio continuato. Non era stato ricavato inoltre uno spazio sufficiente per allestire una adeguata officina.
Nel gennaio 1915 fu acquisito quindi il Quarto, che era una nave da carico, che poteva ospitare idrovolanti. A fine lavori venne ribattezzata Europa ed era in grado di imbarcare quattro idrovolanti di medie dimensioni.
Il 30 settembre 1920, con un Regio Decreto, venne istituita la forza aerea della Regia Marina. In essa veniva raggruppato tutto il personale addetto ai servizi aeronautici.
Iniziarono così gli studi indirizzati alla nave portaerei, che furono ben presto accantonati.
La prima portaidrovolanti italiana dotata di catapulte è stata una nave passeggeri: la Città di Messina. Venne impostata nel 1921 assieme alla nave gemella Città di Palermo.
Nel corso della costruzione la Città di Messina fu acquisita dalla Marina, fu chiamata Giuseppe Miraglia, e fu inquadrata come “nave portaerei”. Il Miraglia aveva due gru necessarie per il sollevamento degli aerei dall’acqua.
Il 24 gennaio 1923, con il Regio Decreto n. 62, venne istituito il commissariato per l’Aeronautica. La Marina sollevò subito delle perplessità riguardo al fatto di avere personale estraneo a bordo.
Vennero perciò chiariti, e suddivisi, i rapporti tra Marina ed Aeronautica. Fu così stabilito: “Detti Reparti, pur seguitando a far parte integrante della Regia Aeronautica, saranno per l’impiego, la disciplina e il servizio locale alla dipendenza dei superiori Comandi del R. Esercito, della R. Marina o Coloniali destinati ad impiegarli …”.
Sembrava che si potesse incominciare a pensare a questo nuovo tipo di nave, la portaerei.
La ristrettezza del bilancio e l’obsolescenza della flotta nuovamente fecero abbandonare ben presto l’idea.
La nostra Marina era fornita ancora di pochi velivoli, che erano assegnati all’aviazione navale ed erano tutti idrovolanti che quindi dovevano essere messi in mare con i picchi di carico. Queste operazioni inoltre erano penalizzanti perché si potevano fare solo se le condizioni lo consentivano. Lo stesso problema esisteva anche per il recupero a bordo.
Solo nel 1926 infatti vennero installate le prime catapulte sulle navi italiane.
Nel 1925, mentre il Miraglia si trovava in allestimento, per varie cause, tra cui le abbondanti piogge e la sfavorevole distribuzione dei pesi a bordo, la nave s’inclinò e affondò. L’incidente mostrò l’insufficiente stabilità laterale dell’unità.
In seguito all’incidente il Miraglia, pur essendo stato recuperato, entrò in servizio molto più tardi, solo nel novembre 1927, e fu impegnato a lungo in prove e collaudi.
Sull’incrociatore Ancona si eseguirono le prime esperienze di catapulte montate a bordo.
Una catapulta fissa a prora, fu installata anche sui quattro incrociatori leggeri del tipo “Condottieri” e per quattro incrociatori pesanti della classe “Zara” (inizi degli anni Trenta).
Tutti i successivi incrociatori furono dotati di catapulte.
Il 6 gennaio 1931 l’ordinamento della Regia Aeronautica pose limitazioni alla Regia Marina. Venne tolta la clausola che stabiliva che per gli aerei  imbarcati sulle grandi navi sarebbe stato consentito l’impiego del personale della Regia Marina.
All’inizio del 1934 si iniziò a ripensare alla nave portaerei e finalmente nel maggio 1935 il primo piano organico quinquennale di sviluppo della flotta, che prevedeva la costruzione di 300.000 tonnellate di naviglio, comprendeva 3 portaerei, oltre ad altre numerose navi e 54 sommergibili.
Nel settembre si concretizzò l’idea di una nave portaerei (14.000 tonnellate, velocità di 38 nodi).
Venne proposto che durante la fase di studio ci fosse una collaborazione con due ufficiali dell’Aeronautica, per agevolare le valutazioni delle caratteristiche della nave e dei tipi di aerei da imbarcare. La risposta fu però negativa. Il principio sostenuto era che il progetto dovesse essere di totale competenza della Marina.
Lo studio della portaerei andò avanti, ma si presentarono ben presto dei problemi. Uno di questi era, ad esempio, la valutazione della lunghezza del ponte di volo. Per dare una risposta era necessario che alcuni aviatori facessero delle prove, per questo furono coinvolti due ingegneri civili (uno di questi era Caproni).
L’Italia si vide costretta a fare nuove valutazioni e la convinzione era che una portaerei con i suoi 20 – 30 aeroplani sarebbe costata 270 milioni e con questa cifra si sarebbero potute costruire basi aeree dotate di 100 velivoli.
Nel contempo, alla Conferenza Internazionale del Disarmo tenutasi a Ginevra, Stati Uniti e Gran Bretagna bloccarono in Francia e in Italia la costruzione fino al 31 dicembre 1936 (data di scadenza di un precedente trattato) di portaerei e di incrociatori da 10.000 tonnellate.
Il progetto della portaerei nuovamente si arenò.
L’ordinamento dell’Aeronautica, con la legge del 22 febbraio 1937, prevedeva che all’aviazione marittima fossero assegnati soltanto idrovolanti, dislocati in parte nelle basi costiere e in parte a bordo delle navi.
I compiti dell’aviazione imbarcata, esclusivamente fatta di idrovolanti, si limitavano all’esplorazione ravvicinata, con segnalazione dei movimenti del nemico durante l’azione, alla osservazione del tiro e alla scorta antisommergibili.
Nel 1938 nel nuovo piano di costruzioni navali la portaerei non era ancora presente.
Durante la Seconda Guerra Mondiale nuovamente si tornò all’idea della portaerei. Venne valutata l’opportunità di trasformare i transatlantici Roma e Augustus.
Nel gennaio 1941 si requisì il Roma per iniziare i lavori di adattamento. Superaereo (il comando superiore dell’Aeronautica) doveva però ancora costituire un reparto da imbarcare ed inoltre comunicò di non avere velivoli adatti all’imbarco su una nave portaerei.
I progetti vennero indirizzati pertanto verso un qualcosa da realizzare in fretta, qualcosa che fosse disponibile prima della fine del conflitto.
Serviva una nave “lancia-aerei” che avrebbe fatto decollare i velivoli. A fine missione questi avrebbero dovuto raggiungere gli aeroporti terrestri.
I lavori iniziarono nel luglio 1941 e il Roma fu ribattezzato Aquila.
Questa nave aveva un’isola, posta sul lato destro, che raggruppava il complesso di comando. Alcune sue caratteristiche: equipaggio 1.165 uomini e 243 aggiuntivi per il reparto volo; lunghezza ponte di volo m 211,6, larghezza m 25,2, altezza sul mare m 23,5 ; 4 aviorimesse dove erano poste le attrezzature per agganciare gli aerei al soffitto; 51 aerei imbarcati di cui 15 sospesi al soffitto, 26 stivati e 10 sul ponte. Si stabilì che gli aerei imbarcati sarebbero stati pilotati da personale dell’Aeronautica, agli ordini diretti di un loro ufficiale coadiutore del comandante della nave. Anche il personale tecnico per la manutenzione degli aerei doveva essere dell’Aeronautica.
Sulle navi Falco e Sparviero vennero sospesi i lavori, nell’aprile 1943, e non furono più ripresi.
Nel frattempo l’Aquila subì danni durante un bombardamento, mentre era ormeggiata in banchina.
Le prove in mare erano previste per settembre 1943. Nel giugno 1943 però lo Stato Maggiore dovette ordinare la sospensione dei vari lavori, perché la maggior parte dei lavoratori venne assegnata a costruzioni ritenute più urgenti.
Era allo studio, in questo periodo, la trasformazione dell’incrociatore pesante Bolzano in nave lancia-aerei. Non era previsto però l’appontaggio degli aerei, che avrebbero dovuto raggiungere una base a terra. La situazione economico militare purtroppo era pessima e anche questo progetto dovette essere abbandonato.
Il colpo finale all’idea, e ai progetti, della portaerei italiana ci fu con il trattato di pace del 10 febbraio 1947. Con esso venne vietato all’Italia il possesso di portaerei, sommergibili, motosiluranti e mezzi d’assalto.
Nell’aprile 1949, quando l’Italia entrò nell’Alleanza Atlantica, per fortuna le limitazioni stabilite dal trattato di pace si ammorbidirono un po’. Dagli Stati Uniti arrivarono gli aerei mono motore antisom e da ricognizione. L’anno successivo alcuni piloti della Marina vennero inviati presso le scuole di volo negli Stati Uniti.
L’aviazione ad ala fissa però doveva essere gestita dall’Aeronautica, che aveva anche creato dei reparti. Per questo motivo la Marina Militare si indirizzò allora verso i mezzi ad ala rotante. Nel 1956 nacque il 1° Gruppo Elicotteri, con sede ad Augusta.
Nel dicembre 1957 fu costituita l’aviazione per la Marina.
Nel 1961 entrò in servizio la fregata “Luigi Rizzo”, classe “Bergamini”, la prima con ponte di volo. Il 15 dicembre dello stesso anno fu attivata la linea di volo con AB 47 J3, primo elicottero imbarcato della Marina Militare.
Dopo le fregate di questa classe, tutte le unità maggiori imbarcarono elicotteri.
In ambito NATO la Marina italiana aveva una serie di importanti mansioni (difesa del traffico marittimo, protezione delle coste e delle aree di pesca, attività al di fuori delle acque del Mediterraneo, attività addestrativa), pertanto venne effettuato uno stanziamento straordinario per il rinnovamento della flotta nel periodo 1975 – 1984.
Fu così che venne programmata anche la costruzione dell’incrociatore portaeromobili Giuseppe Garibaldi.
Con questi fondi straordinari, oltre che con quelli ordinari, furono ordinate altre navi tra cui una idrografica e numerose unità d’impiego locale (rimorchiatori e piccole unità portuali).
Il progetto dell’incrociatore tuttoponte Garibaldi, impostato il 20 febbraio 1978, in grado di ospitare sia gli elicotteri, sia eventuali aerei a decollo corto o verticale, riacutizzò la polemica con l’Aeronautica.
Solo la legge del 1° febbraio 1989, n. 36, autorizzò la Marina ad avere e gestire proprio velivoli da combattimento ad ala fissa. Per questo si poterono ordinare gli Harrier II, che entrarono in servizio sul Garibaldi.
Il Giuseppe Garibaldi, costruito nel cantiere della Fincantieri di Monfalcone, è entrato in servizio il 30 settembre 1985.
Ha un dislocamento a pieno carico di 13.850 tonnellate, velocità massima 30 nodi; lunghezza m 180,2 e lunghezza ponte di volo m 173,8; larghezza m 23,4 al galleggiamento e m 30,4 al ponte di volo; immersione m 6,7. La linea di volo è composta da 12 - 18 aerei.
Per anni rimase la prima ed unica nostra portaerei.
Negli anni più recenti, il 17 luglio 2001, venne impostata la portaerei Cavour, che garantisce la possibilità di alternarsi con il Garibaldi in qualsiasi missione.
Questa seconda portaerei venne impostata presso la Fincantieri di Riva Trigoso ed è stata varata il 20 luglio 2004. Il suo dislocamento è di 27.100 tonnellate; lunghezza 244 m; larghezza m 29,10 al galleggiamento e m 39 al ponte di volo; immersione m 8,70 ; velocità massima 28 nodi.

mercoledì 17 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 gennaio.
Il 17 gennaio 1650 muore Marianna De Leyva, la monaca di Monza.
La figura di Suor Gertrude è una delle più contraddittorie e affascinanti tra quelle che Alessandro Manzoni descrive nel romanzo “I Promessi  Sposi”. Il personaggio, che si incontra nel capitolo IX e viene descritto come la figlia di un influente principe di Milano, è ispirato a Marianna de Leyva, una donna realmente esistita, figlia del conte Martino di Monza, che prese i voti per volere di suo padre con il nome di Suor Virginia Maria.
La monaca, che era molto potente a causa dell’autorità feudale, veniva anche chiamata la “Signora”. Mentre si trovava in convento, dove comunque mostrava evidenti segni di apertura rispetto alle altre suore, la monaca intrecciò una relazione sentimentale piuttosto morbosa con Gian Paolo Osio, uno scapestrato dal quale ebbe pure due figli. Per mantenere segreta la loro torbida relazione, il giovane compì tre delitti, ma quando fu arrestato la tresca venne allo scoperto.
La stessa Leyva confermò di avere avuto una relazione con Osio. Mentre quest’ultimo morì ucciso in casa di un amico che lo aveva tradito, la monaca trascorse rinchiusa in convento gli ultimi anni della sua vita, e dopo aver subito un processo canonico non le restò che espiare le sue colpe auto flagellandosi.
Alessandro Manzoni, che era molto abile a farcire la realtà storica con contenuti immaginari, descrive la Monaca di Monza partendo dal personaggio reale adattato alle esigenze narrative. Il risultato è formidabile: la Monaca di Monza è di sicuro uno dei personaggi più ricordati da chiunque legga o studi approfonditamente i Promessi Sposi. Gertrude di cui parla Manzoni è anche lei figlia di un gentiluomo milanese (il cui casato però viene omesso), è una giovane di circa 25 anni, il cui comportamento si mostra poco conforme alle regole ferree del convento: sotto il velo si intravedono i capelli lunghi anziché corti, la  tonaca che indossa è più stretta del dovuto, il suo aspetto ha un qualcosa di morboso e poco trasparente.
I de Leyva erano i feudatari di Monza: Marianna appartenne dunque alle più potenti famiglie della città. La madre, Virginia Maria Marino, sarebbe morta di peste a Milano nel 1576, forse alcuni mesi dopo la nascita della figlia, che si pone nel mese di Dicembre senz'altra più precisa specificazione. Nel 1591, a sedici anni, Marianna si fece suora, probabilmente spinta o costretta dal padre per il tramite della zia paterna Marianna, marchesa Stampa-Soncino (alle cui cure, come a quelle della zia materna Clara Torniello, era stata affidata dal padre che si era trasferito in Spagna), in modo da usurparne l'eredità materna. Assunse il nome di suor Virginia ed entrò nel convento monzese di Santa Margherita, che oggi non esiste più (al suo posto sorge la chiesa di San Maurizio antistante la piazzetta di Santa Margherita).
Dopo alcuni anni ella intrecciò una relazione con il nobile monzese Giovan Paolo Osio - comunemente noto oggi come Gian Paolo Osio - la cui abitazione confinava con il monastero. Dalla relazione nacque una figlia, la cui parentela con la signora di Monza venne ufficialmente tenuta nascosta. La situazione precipitò nel 1606, quando una giovane conversa, Caterina Cassini da Meda, minacciò di rendere pubblica la relazione: Osio la uccise e la seppellì presso il convento, quindi tentò di eliminare altre due suore, Ottavia e Benedetta, che erano state precedentemente invischiate nella relazione a vario titolo e poi complici, per assicurarsi che non parlassero: affogò l'una nel Lambro e gettò l'altra in un pozzo poco distante. Quest'ultima però sopravvisse, denunciò tutto alle autorità e lo scandalo esplose.
Suor Virginia, malgrado un'animata resistenza (pare che la monaca si difendesse dall'arresto brandendo una lunga spada), fu arrestata il 15 novembre 1607 a Monza. Gian Paolo Osio invece, condannato a morte in contumacia e ricercato, si rifugiò a Milano presso i nobili Taverna suoi amici, ma essi lo tradirono e lo uccisero a bastonate nei sotterranei del loro palazzo in corso Monforte, più che per incassare la taglia, che era stata offerta per la sua cattura, per opportunità politica. La sua testa mozzata fu poi gettata ai piedi del governatore spagnolo Fuentes.
Il 15 novembre del 1607, dopo l'arresto a Monza, Suor Virginia de Leyva venne trasferita a Milano nel monastero delle Benedettine di Sant'Ulderico, dette Monache del Bocchetto. Il processo a suo carico si concluse il 18 ottobre 1608 con la condanna alla reclusione a vita in una cella murata. Ella così per ordine del cardinale Federico Borromeo fu trasferita nella casa delle Convertite di Santa Valeria a Milano nei pressi della chiesa di S.Ambrogio. Tale luogo non era un convento ma un Ritiro, inospitale e abbietto in Milano, dove veniva dato ricovero alle prostitute non più attive, per punizione e per tentare di redimerle.
Il 25 settembre 1622 avvenne la sua liberazione per volere del cardinale Borromeo. Dopo quasi quattordici anni trascorsi in una celletta di un metro e ottanta per tre, murata la porta e la finestra «...in modo che non vedesse se non tanto spiracolo bastante a pena per dire l'Ofitio...», suor Virginia fu esaminata dal cardinale Borromeo e trovata redenta: le fu quindi concesso il perdono, ma ella volle rimanere nello stesso malfamato ritiro di Santa Valeria dove aveva espiato così duramente la sua pena e dove visse per altri ventotto anni fino alla morte avvenuta il 17 gennaio 1650. Ella mantenne contatti con il cardinale Borromeo, che le affidava talora monache incerte sulla propria vocazione o vacillanti.

martedì 16 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 gennaio.
Il 16 gennaio 1860 Giuseppe Garibaldi sposa, e immediatamente dopo ripudia, Giuseppina Raimondi.
Dopo la morte dell’adorata Anita che gli aveva dato quattro figli, la vita sentimentale dell’eroe dei due mondi fu ancora molto movimentata. Garibaldi infatti si sposò altre due volte: la seconda moglie fu la comasca Contessina Giuseppina Raimondi e, di fatto, questo matrimonio durò solo un giorno, anzi molto di meno. Il rito fu celebrato a Fino Mornasco nella Cappella di villa Raimondi –Tagliaferri. All’epoca l’eroe aveva 52 anni e la contessina appena 19, si frequentavano da un anno. Ma appena dopo la celebrazione del matrimonio, qualcuno si avvicinò a Garibaldi e gli sussurrò qualcosa all’orecchio ( o gli passò un bigliettino). Fatto sta che il Garibaldi strattonò in malo modo la novella sposa e immediatamente la ripudiò. Montò a cavallo e il matrimonio appena celebrato si concluse nel giro di pochi istanti. Sembra che la contessina fosse già in cinta di un certo Luigi Cairoli e addirittura certi maligni dell’epoca ipotizzarono che la giovane, figlia illegittima del Marchese Raimondi portasse in grembo il frutto di un incestuoso rapporto con suo padre. Nonostante l’immediato ripudio, Garibaldi dovette aspettare ben 19 anni prima di avere l’annullamento di questo matrimonio e poter quindi regolarizzare il suo rapporto Con Francesca Amorosino, sua compagna da tempo e che gli aveva già dato altri tre figli. Sembra che Garibaldi volesse annullare a tutti i costi il matrimonio arrivando ad affermare, come testimoniano alcune lettere , di essere pronto a diventare protestante, turco o altro.
Fatto sta che la contessina dopo il triste evento, visse una vita molto ritirata a Moltrasio, paese sulla sponda occidentale del ramo di Como, in una casetta di proprietà della famiglia chiamata “il Casino” e probabilmente prima usata per la caccia. La Raimondi a Moltrasio era ammirata dagli abitanti del luogo per la leggiadria del suo corpo e le lunghe vesti di seta. Non ci fu mai conferma della gravidanza perché non si è mai saputo di un figlio partorito dalla contessina. Si è anche ipotizzato che la maldicenza fosse partita addirittura da Cavour che voleva evitare distrazioni a Garibaldi richiamandolo agli impegni militari. Se quel matrimonio avrebbe potuto cambiare il corso della storia non lo sapremo mai, fatto sta che l’eroe dopo quell’evento guidò la spedizione dei mille. Chi ne uscì con il nome infangato è la povera contessina Raimondi la cui figura a distanza di due secoli viene riabilitata come una donna forte che ha saputo tenere testa all’eroe dei due mondi e che quando venne ripudiata fece la seguente affermazione: “credevo d’essermi affidata ad un eroe e non siete che un soldato brutale”.

lunedì 15 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 gennaio.
Il 15 gennaio 1947 viene trovato a Los Angeles il cadavere di Elizabeth Short.
Non è facile essere una ragazza qualunque. Non è facile essere una ragazza che lavora. Magari in fabbrica, magari fino a sera, magari per una paga misera. Non è facile essere una ragazza qualunque ed Elizabeth Short lo sapeva bene. Elizabeth ha lottato per tutta la vita, per non essere una qualunque. Ha lottato per emergere, per essere ricordata. E c’è riuscita, in qualche modo.
Il suo omicidio, infatti, è ormai letteratura. Il suo delitto è quasi leggenda. A ritrovarla- il 15 gennaio del 1947- è Betty Bersinger, una madre di famiglia, una casalinga di Los Angeles che si trascina dietro la figlioletta di tre anni nel deserto della periferia. Il cielo è grigio, lo scenario desolato: Betty, quella mattina, si sente un po’ giù ma non sa che tra poco si sentirà ancora peggio. È quasi arrivata all’angolo tra la Northern Avenue e la trentanovesima quando qualcosa attira la sua attenzione: tra l’erba c’è un manichino. Il manichino d’un negozio, abbandonato così: le gambe divaricate e staccate dal busto, un rifiuto gettato all’aperto in un quartiere degradato. Che vergogna, quanta inciviltà! Poi, però, Betty guarda meglio. E guarda ancora. Quello non è un manichino, quello è il corpo di una donna. Una donna vera! Betty cerca di farsi forza e trattiene un grido di terrore. Dopotutto, insieme a lei c’è la figlia, una bambina di tre anni. Ingoia il disgusto e la paura e si dirige verso la casa più vicina, da dove – immediatamente- chiama la polizia. E, in dieci minuti, i poliziotti sono lì. La donna non mentiva: tra le erbacce, c’è davvero una donna divisa in due. Giace sulla schiena e sembra quasi che sia stata messa lì, come in una macabra posa di seduzione. Nuda, le gambe oscenamente aperte, le braccia sollevate. La sconosciuta però è tutt’altro che attraente: è piena di ferite e abrasioni e un taglio netto sulla bocca le ha deformato le labbra in un finto sorriso. Un largo sorriso di sangue, che va da un orecchio all’altro. E poi, quei segni di corda sui polsi, sul collo, sulle caviglie: qualcuno l’ha tenuta legata e l’ha torturata per giorni. Quasi sicuramente è stata uccisa altrove e altrove l’hanno tagliata in due, con millimetrica precisione, appena sopra la vita. Una scena agghiacciante, dove poco dopo camminano tutti: decine di giornalisti e poliziotti distratti, medici e curiosi calpestano e distruggono eventuali tracce. Arrivano infine anche i detective che sgombrano la scena del crimine e fanno portare via quel corpo che tanta morbosa curiosità ha suscitato: lo spediscono alla Morgue di Los Angeles, dove le prendono le impronte e le inviano all’FBI. Mentre si attendono notizie sull’identità della poverina, l’autopsia ha inizio.
 La causa della morte? Le emorragie provocate dalle numerose ferite alla testa. Le lacerazioni al volto, infatti, sono tante, anche se non suscitano il medesimo orrore del taglio all’altezza della vita. Un taglio netto, preciso, spaventoso ma non l’unico segno di terribile e sadico accanimento. La ragazza, infatti, è stata sodomizzata e seviziata e nel suo stomaco sono ritrovate delle feci umane. Quanto basta per lasciare sgomenti anche gli addetti ai lavori, per quanto abituati al sangue e alla violenza. Ѐ terribile. Ѐ un delitto feroce, per di più senza ancora un nome. Un’identità. Una famiglia da avvertire. La sconosciuta, però, non è destinata a restare tale: è già schedata e dunque l’FBI riesce ad assegnarle un nome, una città, un passato. La poveretta si chiama Elizabeth Short. Ѐ un’attrice. O meglio, un’aspirante tale. Ѐ bella, Elizabeth Short. Ha occhi azzurri, grandi e lucenti. Ha capelli nero corvino e pelle bianchissima, quasi di porcellana: un contrasto forte, che non la fa passare inosservata nemmeno ad Hollywood, il quartiere più luccicante di Los Angeles, dove la ragazza è arrivata in cerca di fortuna. Elizabeth, infatti, vuol fare l’attrice ma sa che un bel viso non basta: occorre conoscere quelli che contano, bisogna frequentare i posti giusti. E questa diventa la sua missione, il suo principale impegno: non è difficile incontrarla nei night più alla moda, intenta a sorseggiare drink e a far conversazione. La ragazza spera così di stringere nuove amicizie, che possano rivelarsi utili per la sua carriera. E pian piano, testardamente, ella riesce nel suo intento: conosce infatti Barbara Lee, un’attrice che lavora per la Paramount Pictures e che l’accompagna nei club più esclusivi e meglio frequentati, alla ricerca di contatti e produttori. Bella e seducente, Elizabeth Short anima le notti di Hollywood e non disdegna la compagnia maschile. Tuttavia, non cade nel pantano della promiscuità e non si prostituisce: ammalia e stuzzica i suoi boyfriend ma non si concede e tiene ben stretta la propria reputazione di ragazza “perbene”. Tra un long - drink e l’altro, Elizabeth conosce Mark Hansen, un uomo che possiede un night e un teatro ed è, pertanto, piuttosto vicino a importanti nomi dello show-biz. Hansen invita la Short a trasferirsi in una villa di sua proprietà, insieme ad altre aspiranti attrici e modelle: tutte giovani e belle, tutte in cerca di un posto al sole. Elizabeth (o Beth, come preferisce esser chiamata) diventa dunque una delle Hansen girls e attende – sdraiata sul bordo piscina- che il suo destino cambi, sebbene le prospettive di girare davvero un film siano quasi nulle. Beth inoltre, non ha denaro: mangia e beve solo quando qualcuno la invita fuori, si fa ospitare perché non può pagare l’affitto, chiede in prestito denaro che non rende mai. Insomma, Beth è una scroccona: bella e affascinante certo, ma pur sempre una scroccona. Nel frattempo, un film sbanca al botteghino: è The Blue Dahlia, con Veronica Lake. Alcuni amici della bella (e spiantata) Beth iniziano dunque a chiamarla Black Dahlia, soprannome che richiama il grande successo cinematografico e al tempo stesso evidenzia l’abitudine di Beth a vestirsi perennemente di nero. Il nomignolo scherzoso piace molto a Beth: le sta così bene addosso che la ragazza ne fa un vero  e proprio nome d’arte. Per tutti la brunetta dalla pelle chiara diventa quindi The Black Dahlia, donna affascinante che cerca di farsi strada nei club più fashion di Hollywood.
Le origini di Elizabeth Short, però, sono tutt’altro che glamour e poco hanno a che vedere con quell’aura di sexy vamp che la ragazza si è costruita: nata nel 1924 a Hyde Park nel Massachusetts, la piccola Elizabeth si trasferisce ben presto a Boston, con mamma Phoebe e papà Cleo. Quest’ultimo è un uomo, per così dire, piuttosto “avanti”: disegna e costruisce piste di mini golf, con discreto successo. Dietro l’angolo però, c’è la terribile crisi economica del 1929 e con la Grande Depressione, le Borse crollano trascinando con sé anche l’attività di Cleo Short. Quest’ultimo- che nel frattempo ha avuto altre figlie- proprio non sa che pesci prendere e non trova di meglio che inscenare un finto suicidio, abbandonando l’auto proprio vicino a un ponte, dal quale la polizia crede che l’uomo si sia buttato. Sola e con cinque bambine da crescere, la signora Phoebe si arrangia come può: è bibliotecaria ma anche commessa in una panetteria, tuttavia è costretta a ricorrere anche al sostegno dei servizi sociali. Un giorno, inaspettatamente, le giunge una lettera del marito: no, non è un segno dell’aldilà. Cleo è vivo, il suicidio è stato la vile messinscena di un uomo disperato ed egli ora è pronto a chiedere perdono e a tornare in famiglia. Phoebe però, non vuol saperne: il marito, per lei, è morto quel giorno di tanti anni addietro. A riallacciare i rapporti con Cleo è invece sua figlia Elizabeth che è venuta su proprio bene: bella, vivace, spensierata. Soffre d’una forma grave d’asma, è vero… ma non permette alla malattia di condizioni l’esistenza, anzi. Beth è piena di vita e vuole evadere da quella quotidianità faticosa e stentata e suo padre- redivivo- potrebbe tornarle utile: egli, infatti, vive a Los Angeles, la patria di quell’industria del cinema in cui Beth sogna di sfondare. Vuole diventare una stella, vuol fare l’attrice.
Ti ospito a casa mia, le promette il padre ritrovato. E lei non aspetta altro. Tuttavia, ben presto l’idillio familiare lascia il posto alla quotidianità di letti sfatti e piatti da lavare: le belle mani di Beth non si dedicano molto alla casa e Cleo, che mal sopporta la pigrizia della figlia,  la mette alla porta.  La ragazza però, non si perde d’animo e bussa ad un’altra porta: è quella della base militare di Camp Cook, in California. Non solo le viene aperto, ma le viene anche offerto un lavoro come cassiera grazie al quale Beth non tarda a farsi notare: è carina, è carina davvero quella nuova impiegata. Così graziosa, che gli ufficiali la eleggono reginetta del Campo e le fanno una  corte spietata, senza però comprendere quanto lei sia sola e vulnerabile, quanto desideri accasarsi con un soldato, magari un pilota. La voce però comincia a diffondersi: Miss Camp Cook è una ragazza seria, una di quelle che – al massimo – ti concedono una passeggiata mano nella mano perché vogliono metter su famiglia e preservarsi per il matrimonio. E alla fine, il principe azzurro arriva e ha addosso una divisa dell’Aereonautica militare: è il luogotenente Gordon Flicking, di cui Beth s’innamora perdutamente ed è ricambiata. Ma il sogno di una vita tranquilla e borghese si schianta contro la seconda guerra mondiale, che richiama Flicking in Europa e lascia Beth di nuovo da sola, in un mondo che non la accoglie certamente a  braccia aperte. La ragazza, infatti, tenta una maldestra carriera come modella ma ha poca fortuna e, scoraggiata, torna a casa da sua madre. Passano alcuni mesi e poi, la brunetta con gli occhi chiari è pronta per rimettersi in gioco, questa volta a Miami. Il vecchio gioco del corteggiamento ricomincia e questa volta l’aspirante diva (con tentazioni di moglie), conquista il maggiore Matt Gordon. Tra i due innamorati però, si interpone la II guerra mondiale: siamo nel 1945 e Gordon, pilota militare, è chiamato a servire la patria nella lontana India. Prima di partire tuttavia, Matt lascia alla sua ragazza un anello (impegnativo gesto d’amore) e una manciata di promesse matrimoniali, seppure senza una data o piani ben precisi. Beth si aggrappa a quell’anello come a un’ancora: il mondo del cinema è momentaneamente messo da parte, schiacciato com’è da sogni casalinghi. Beth ripete a tutti che presto si sposerà, che sarà moglie in Ottobre. E quando le arriva un telegramma dalla madre di Gordon, lo strappa in fretta, impaziente di trovarvi direttive per l’organizzazione delle nozze. Si tratta invece di una brutta notizia: Gordon è morto, il suo aereo è precipitato proprio quando si accingeva a tornare a casa…
Questa morte ­­­­­ crudele e inaspettata lascia Beth sgomenta, spaesata, senza alcun appiglio. Dapprima, la ragazza porta il lutto e racconta in giro d’esser stata sposata col povero Gordon, di aver perso il suo bambino.  Poco a poco però, la “vedova” inconsolabile inizia a rimetter assieme i pezzi della sua vita precedente, quella in cui non ricamava il suo corredo…ma si faceva chiamare Dalia Nera e sognava di diventare una star.  Svariate telefonate dopo, Beth è di nuovo al sole della California, pronta a sgomitare per un pezzettino di gloria, uno spicchio di fama, un quarto d’ora (almeno) di celebrità. Ma non è facile, proprio no. Alla cassiera dell’Aztec Theater di Los Angeles che la trova profondamente addormentata nella sala ormai deserta, Beth -per scusarsi- racconta che lei è una brava ragazza, lei è un’attrice ma purtroppo non ha un posto dove andare. È il Dicembre 1946, c’è crisi e il sindacato degli attori proclama uno sciopero dopo l’altro e lei, Beth, non riesce a trovare un impiego.
La cassiera- che di nome fa Dorothy French ed ha un cuore buono- la porta con sé a casa. Beth dorme sul divano. Tanto, è solo per una settimana.  Una settimana che si allunga, perché la crisi non è passeggera e le prospettive di lavoro sono pressoché inesistenti. Beth però non sembra preoccuparsene. Dorme sul divano della sua ospite ma non la aiuta a pulire o a tener in ordine la casa, non si preoccupa di dimostrarle gratitudine ma risparmia energie per la propria vita notturna, che riesce comunque a essere piuttosto animata. Dopo aver prima riagganciato e poi chiuso con l’ex boyfriend Gordon Flickring, conosciuto alla base militare, Beth seduce Robert Manley detto Red, un giovane marinaio di Los Angeles che - a casa- aveva una moglie incinta ad aspettarlo. I due amanti si incontrano saltuariamente fino all’8 gennaio del 1947, giorno in cui la “Dalia Nera” chiede al giovane marinaio un passaggio per Hollywood. Manley acconsente e dopo averla prelevata da casa French intorno alle otto di sera, la porta in albergo. Lì ha già pagato una stanza, sperando forse in una notte di passione ma Beth – nonostante l’audace nome d’arte- vuol conservarsi pura per l’uomo che la porterà all’altare. E dunque, racconterà il marinaio, quella sera lui dorme sul letto e lei su una sedia, lamentando strani malesseri. Il mattino dopo, Beth chiede un ultimo favore al suo Red: vuole andare al Biltmore Hotel, per incontrare sua sorella che si è appena sposata ed è venuta a Los Angeles in visita di cortesia. Manley è un gentiluomo e l’accontenta ma non attende con lei l’arrivo della sposina: ha un appuntamento di lavoro e lascia la povera Beth sola, alla reception, intenta a fare telefonate. Non s’incontreranno mai più. Robert Manley, detto Red, è l’ultima persona (insieme agli impiegati della reception) a vedere Elizabeth Short, in arte Dalia nera, ancora in vita. Poco dopo la ragazza lascia il Biltmore Hotel e scompare nel nulla. È il 9 gennaio del 1947. Per sei giorni, di Beth non si sa più nulla. Poi, il drammatico ritrovamento: quel corpo tranciato di netto all’altezza della vita, quel sorriso di sangue inciso del volto, da un orecchio all’altro.
Una scena terribile, un delitto efferato, un clamore senza precedenti. Le copertine sono tutte per Beth, anche se non esaltano né la sua bellezza né i suoi successi, ma scavano a piene mani nell’orrore della sua fine. L’attività degli investigatori poi è frenetica. Centinaia d’individui sospetti sono interrogati finché gli inquirenti non arrivano a Robert Manley. L’ultimo fidanzato, l’ultimo a parlare con la bella Elizabeth: non ci vuol molto perché il marinaio diventi l’indiziato numero uno e sia sottoposto a interrogatori lunghi, pressanti, che lo condurranno di lì a poco a un crollo nervoso. Diverse domande e due test del poligrafo dopo, Robert è rilasciato. Non è lui l’uomo che la polizia sta cercando, non è il sadico che ha tagliato a metà una giovane donna. Le indagini devono ripartire da zero, proprio mentre la madre di Beth sta per raggiungere Los Angeles: vuole riportare il corpo della sua bambina a casa, vuole una tomba su cui piangere, vuole dimenticare il modo crudele con cui le è stata annunciata la morte della sua sfortunata figliola. Non è stata la polizia, infatti, a chiamare la signora Phoebe: un reporter le ha mentito, le ha detto che la sua bella bambina aveva vinto un concorso di bellezza e le ha chiesto, pertanto, tutto su di lei. Studi, passioni, amici. Tutto su Beth. E poi, sul finire della telefonata, la verità squarcia la menzogna: no, Beth non ha vinto nessuna competizione, non è stata incoronata reginetta di bellezza. L’hanno uccisa, l’hanno tagliata in due. Mamma Phoebe ora vuole solo quel corpo martoriato. Mamma Phoebe non si aspetta più nulla: è un mondo cinico, è un mondo crudele, dove persino il padre della sua Beth- il signor Cleo Smart- si è rifiutato di riconoscere il cadavere della figlia. È un mondo crudele, un mondo che spedisce lettere anonime, un mondo che – senza firmarsi- invia gli effetti personali della povera Dalia Nera a un quotidiano di Los Angeles, avvertendo che presto, molto presto, ci saranno altre comunicazioni. Tra gli oggetti che l’anonimo mittente ha spedito, ci sono la patente di Beth, il suo certificato di nascita, il codice fiscale, fotografie. Ma è una piccola rubrica ad attirare l’attenzione degli inquirenti. Appartiene a Mark Hansen, l’uomo che aveva ospitato Beth nella sua villa, e diverse pagine sono state strappate via. Perché? Mark Hansen è convocato, insieme ad altri uomini che conoscevano la Dalia Nera, ma nulla di rilevante emerge da quegli interrogatori e non resta che sperare che su quei poveri effetti personali ci sia qualche impronta digitale utile. Ma l’assassino non è uno sciocco: eventuali tracce sono state tutte accuratamente cancellate con la benzina. Cosa resta dunque ai detective? Nient’altro che i poveri oggetti di una donna morta ammazzata, insieme alla minacciosa promessa di nuove, future lettere anonime…che però, non arrivano. È dunque un cronista dell’Herald Express, tale Aggie Underwood, a prendere in mano la situazione, ipotizzando un collegamento tra l’omicidio di Beth Short e quello di Georgette Bauerdorf, un’amica di Beth che con lei ha condiviso l’amore per i party, gli aperitivi all’Hollywood Canteen e una morte a dir poco spaventosa. Qualcuno, infatti, ha violentato la ragazza, l’ha strangolata e l’ha finita annegandola a faccia in giù in una vasca da bagno. E proprio in una vasca da bagno, gli investigatori credono che Beth sia stata fatta a pezzi. E ancora, prima di morire, Georgette aveva confidato di aver paura di un suo ex, un “soldato alto”: solo una coincidenza che anche Beth, alias Dalia Nera, avesse lavorato in una base militare? E infine, il dettaglio più inquietante: l’auto di Georgette era stata ritrovata, abbandonata, non lontano dal luogo in cui il cadavere di Beth era stato rinvenuto. Forse c’è un collegamento, forse non è solo casualità: la famiglia di Georgette però appartiene alla buona borghesia e, tramite amicizie influenti, fa in modo che Aggie Underwood sia rimosso dal pezzo. Niente più scandali, solo silenzio. E il silenzio rischia di avvolgere anche la fine della Dalia Nera finché, inaspettatamente, a metà degli anni Ottanta, un informatore porta all’ispettore John St John una cassetta registrata su cui è incisa la voce di un certo Arnold Smith che- con agghiacciante precisione- racconta di come un uomo chiamato Al Morrison- alto e zoppo- abbia prima tentato un approccio con Beth e poi, offeso dal suo rifiuto, abbia sodomizzato e in seguito ucciso la ragazza a coltellate. Tanti, tanti sono stati i fendenti: Beth ha cercato di difendersi ma, legata e con le mutandine ficcate in bocca, nulla può contro quei colpi furiosi. Poi, come in un sadico sberleffo, quel taglio da un orecchio all’altro, che allunga la bocca della ragazza in un sorriso di sangue. A quel punto però, Beth è già morta e all’assassino non resta che adagiarla nella vasca da bagno e segare il corpo in due, con l’aiuto di un coltello da macellaio per poi aspettare che il sangue coli, lentamente, goccia dopo goccia, dopo goccia. È molto tardi quando Al finalmente afferra i due pezzi del corpo di Beth, li avvolge in una tovaglia e li carica nella sua auto, che guida nella notte fino a quella desolata periferia dove avverrà il ritrovamento.
Qui termina il macabro racconto di Arnold Smith sulle gesta di Al Morrison, l’assassino zoppo. Qui termina anche la cassetta ma quel nome continua a riecheggiare nella testa del detective John St John. No, non è la prima volta che quel nome si guadagna gli “onori” di un’indagine per omicidio. Quel nome, quel nome è stato tirato in ballo anche in occasione dell’uccisione di Georgette Bauerdorf, la socialitè che con la povera Dalia Nera aveva stretto amicizia. E a quel nome risponde un tizio alto, allampanato, con una certa zoppia: si crede che sia proprio lui il “soldato alto” di cui Georgette aveva timore. Un soldato? Un reduce di guerra? Un militare in carriera? No, è semplicemente un alcolizzato. Un alcolizzato che si fa chiamare alternativamente “Al Morrison” o “Arnold Smith”, ma che in realtà risponde al nome di Jack Anderson Wilson e ha un passato di furti e aggressioni. Dopo aver riascoltato centinaia di volte quella registrazione di morte, St. John è determinato a ritrovare Wilson. Certo, tanti anni sono passati. L’ispettore si ritrova a cercare, in pieni Eighties, prove su un delitto avvenuto nel 1947 e ormai divenuto, ufficialmente, un cold case. L’ispettore però non si arrende. Nonostante sia trascorso tanto tempo, l’attenzione per quella donna tagliata a metà è ancora viva, vivissima ed è alimentata dalla costanza di un informatore, che lascia continui messaggi per Wilson in caffè e ristoranti. Dapprima, Wilson non risponde: sente sul collo il fiato della polizia. Certo,  potrebbe uscire allo scoperto e ridere di quegli sbirri di cui si è beffato per anni ma…a quale prezzo? Un bel dilemma.  Svariati messaggi dopo, il presunto killer accetta la proposta dell’informatore. I due s’incontreranno, parleranno e – puoi scommetterci- nei dintorni ci sarà anche qualche agente sotto copertura.
Ma l’incontro non avverrà mai: Wilson si addormenta con una sigaretta accesa tra le labbra e il resto della storia è solo fuoco e fiamme e un cadavere carbonizzato che non può dare più risposte. In fumo vanno anche alcuni oggetti che il “killer” sosteneva essere appartenuti a Beth Short, e con essi anche le ultime speranze di risolvere il mistero della Dalia Nera. Wilson  muore dunque da sospettato, non da colpevole: il caso resta aperto. Un vecchio caso degli anni Quaranta, un caso che trasuda sadismo e orrore, un caso che sfiora il mondo dorato di Hollywood, un caso sul quale tutti, in America, hanno un’opinione e tutti vogliono dire la loro.  È stato Wilson, il “soldato” a cui manca qualche rotella. Anzi, no: il colpevole è Mark Hansen, l’uomo della villa, dei party in piscina. No, non è stato lui: il responsabile è Red Manley, il marinaio con la faccia da bravo ragazzo. Ma la macchina della verità lo salva dalle accuse, se non dall’esaurimento, mentre molte, moltissime telefonate anonime denunciano il comportamento di due agenti di polizia un po’ troppo solerti e raccontano di un farmacista orgoglioso di saper tagliare un corpo umano in due parti.  Nonostante lo scorrere inesorabile del tempo, l’interesse per il delitto non si spegne mai del tutto ma è nel 1987 che il caso torna prepotentemente sotto i riflettori, complice il quarantesimo anniversario dell’omicidio (avvenuto nel 1947) e la pubblicazione del bel romanzo di James Ellroy, Black Dahlia, cui è ispirato l’omonimo film di Brian de Palma. Ma chi, chi ha davvero ucciso Elizabeth Short? È stato John Douglas- ex capo dell’unità di analisi comportamentale dell’FBI- a rispolverare i referti del coroner e a tracciare un interessante profilo dell’assassino della Dalia Nera. Bianco, vent’anni o poco più, discreta cultura: viveva probabilmente solo e doveva avere una cera dimestichezza con sangue e coltelli, così come con l’ambiente della prostituzione. Affetto da disturbi ossessivo - compulsivi, fortemente stressato e dipendente da alcool, l’assassino potrebbe aver trascorso qualche giorno con la sua vittima, ancora in vita e prigioniera, prima che un eccesso di rabbia lo portasse a uccidere e a infliggere ogni sorta di torture e mutilazioni. Queste ultime, oltre ad avere una finalità pratica (il cadavere, sezionato, era più facilmente trasportabile), è secondo Douglas anche il chiaro segno di una volontà ben precisa, ovvero deridere, distruggere, mortificare la femminilità di Beth. Emblematico il taglio profondo da un orecchio all’altro, come a voler disegnare un grottesco sorriso sulle labbra della ragazza, quelle labbra un tempo strumento di seduzione. E se il delitto fosse avvenuto ai giorni  nostri, cosa sarebbe accaduto? Secondo Douglas, le tecniche moderne avrebbero certamente contribuito a risolvere il caso, con l’ausilio dell’assassino stesso…che, molto probabilmente, soffriva di disturbi di tipo paranoide ed era tormentato da continue ossessioni, che lo spinsero a inviare alla polizia gli effetti personali della Dalia Nera, e diverse lettere in cui si accennava a particolari che solo il killer avrebbe potuto conoscere. Un tentativo di liberarsi di quei ricordi che lo tormentavano? Un crudele gioco al gatto col topo?
E soprattutto, perché – dopo la Dalia Nera- il killer non avrebbe più commesso altri omicidi? Forse non aveva più la forza necessaria per affrontare un nuovo, terribile stress. Forse, finì i suoi giorni in un istituto psichiatrico, in compagnia dei suoi fantasmi personali. Forse, tolse la vita anche a se stesso. Forse, semplicemente, s’incamminò lungo il sentiero del delitto perfetto, sicuro di non esser mai scoperto.

domenica 14 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 gennaio.
Il 14 gennaio 1968 ebbe inizio il terremoto del Belice, in Sicilia.
La sequenza sismica iniziò nel pomeriggio del 14 gennaio 1968 con una prima forte scossa alle ore 13:28 locali, che causò danni notevoli a Montevago, Gibellina, Salaparuta e Poggioreale, nonché lesioni in alcuni edifici a Santa Margherita di Belice, Menfi, Roccamena e Camporeale.
Meno di un’ora dopo, alle 14:15, nelle stesse località ci fu un’altra scossa molto forte, sentita anche a Palermo, Trapani e Sciacca. Due ore e mezza più tardi, alle 16:48, ci fu una terza scossa, che causò danni gravi a Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita di Belice e Santa Ninfa. Lesioni di varia entità si aprirono in molti edifici di Alcamo, Calatafimi, Camporeale, Corleone e Roccamena; a Palermo ci furono danni in edifici di vecchia costruzione. A Gibellina e Salaparuta, in particolare, tutte le scosse precedenti quella più violenta – che accadde il giorno dopo – causarono serie lesioni e compromisero la stabilità degli edifici. Dopo queste prime scosse, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, all’epoca comandante dei Carabinieri di Palermo, visitando nel pomeriggio del 14 gennaio i centri più colpiti, raccomandò alla popolazione di pernottare all’aperto.
Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio, alle ore 2:33 locali, una scossa molto violenta causò gravissimi danni e il crollo di alcuni edifici a Poggioreale, Gibellina, Salaparuta, Montevago e Santa Margherita di Belice; fu fortissima a Contessa Entellina e a Corleone, dove causò danni rilevanti, e fu sentita molto forte a Palermo, a Trapani e in tutta la Sicilia occidentale e centrale, compresa l’isola di Pantelleria.
La scossa più forte dell’intera sequenza avvenne poco dopo, alle ore 3:01, ed ebbe effetti disastrosi: crolli e distruzioni diffuse in un numero di località ben superiore a quello delle località già menzionate. Frequentissime e forti repliche non diedero tregua. I morti accertati ufficialmente furono complessivamente 231 e i feriti oltre 600. Fonti indipendenti ritennero, tuttavia, che il bilancio delle vittime fosse molto più alto: oltre 400 morti e più di 1.000 feriti. Il numero relativamente contenuto delle vittime, se paragonato all’enorme portata delle distruzioni, fu dovuto principalmente all’allerta lanciato dal generale Dalla Chiesa.
Quasi tutta la zona collinare della Sicilia sud occidentale – circa 6.200 kmq – fu coinvolta nella disastrosa sequenza sismica del gennaio 1968. L’area dei massimi effetti fu localizzata nel medio e basso bacino del fiume Belice: comprese 12 comuni delle province di Trapani, Agrigento e Palermo, per una superficie di circa 1.000 kmq. Questo territorio non figurava allora tra quelli considerati a rischio sismico.
I paesi di Gibellina, Poggioreale e Salaparuta, in provincia di Trapani, e Montevago, in provincia di Agrigento, furono quasi totalmente rasi al suolo, con effetti valutati di grado X MCS. A Gibellina fu distrutto quasi il 100% delle unità immobiliari, che era di 1.980 edifici. A Poggioreale fu distrutto il 100% delle unità immobiliari, pari a 993 edifici. A Salaparuta fu distrutto il 100% delle unità immobiliari, un migliaio di edifici. A Montevago fu distrutto il 99% delle unità immobiliari e fu danneggiato gravemente l’1% rimanente, su un totale di 1.393 edifici. In tutti questi paesi i pochi muri ancora rimasti in piedi crollarono completamente in seguito alla fortissima replica avvenuta il 25 gennaio, alle ore 10:56 locali. Dopo questa nuova scossa rovinosa che causò qualche altra vittima, le autorità proibirono l’ingresso nei paesi di Gibellina, Montevago e Salaparuta.
Gravi distruzioni, con dissesti e crolli diffusi, colpirono i paesi e i territori comunali di Santa Margherita di Belice, Santa Ninfa, Partanna e Salemi (grado IX o VIII-IX MCS). Santa Margherita di Belice aveva 3.646 edifici: le scosse distrussero il 70-80% delle unità immobiliari e lesionarono leggermente le rimanenti. Gravi lesioni danneggiarono anche il palazzo Filangeri di Cutò e la chiesa madre. La replica del 25 gennaio fece crollare un’altra decina di case.
Santa Ninfa aveva 1.928 edifici: ne fu distrutto più del 43%; il 47% fu danneggiato gravemente e solo il 9% risultò lesionato in modo più leggero. La replica del 25 gennaio causò nuovi, gravi danni agli edifici. Partanna aveva 4.345 unità immobiliari: il 30% fu completamente distrutto, il 42% danneggiato gravemente, il 19% lesionato. La replica del 25 gennaio causò il crollo di numerosi edifici.
A Salemi, su 4.402 edifici il 24% fu distrutto, il 45% danneggiato gravemente e il 29% lesionato leggermente. La replica del 25 gennaio causò il crollo di una delle torri del castello di Federico II e danneggiò la chiesa madre, la Biblioteca Civica e il Museo del Risorgimento; crollò anche il ponte della strada per Agrigento. Nelle campagne di questi comuni andarono distrutte anche molte costruzioni rurali.
In una dozzina di altre località le scosse causarono crolli totali di edifici più limitati, ma ci furono danni ingenti, gravi dissesti e crolli parziali estesi a parte del patrimonio edilizio (grado VIII MCS o appena inferiore.
Oggi la valle del Belice si è lentamente risollevata dopo decenni di interminabili lavori, gli antichi paesi della valle sono stati in gran parte ricostruiti in luoghi distanti da quelli originari interessati dal terremoto: abitazioni, infrastrutture urbanistiche e stradali hanno sì riportato condizioni di vivibilità ma hanno anche profondamente modificato il volto di quella parte della Sicilia.
Nel 2008, per l'anniversario del terremoto, è stato girato dal regista Salvo Cuccia il documentario Belìce 68, terre in moto. In esso si descrive la situazione a seguito del terremoto e la situazione attuale della valle; vi sono riportati innumerevoli filmati tratti da trasmissioni televisive dell'epoca; tra i personaggi politici intervistati nel 2008 vi è Giulio Andreotti.
Nel 2009 il giornalista Antonino D’Anna ha fatto una lunga intervista, pubblicata dalle Edizioni Grafiche Santocono col titolo I figli del terremoto, a mons. Antonio Riboldi, attuale vescovo emerito di Acerra, che fu prete nella valle del Belice proprio in quegli anni, condivise la vita nelle baracche e fu certamente la voce più limpida della protesta e del riscatto dei terremotati. In queste "memorie" mons. Riboldi rievoca anche i viaggi della speranza dei bambini dinanzi ad Aldo Moro, Sandro Pertini e Paolo VI.

sabato 13 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 gennaio.
Il 13 gennaio 1943 ha inizio la drammatica ritirata degli Alpini in Russia.
Il 9 luglio 1942 venne ufficialmente attivata l'8ª Armata italiana in Russia (ARMIR), affidata al comando del generale Italo Gariboldi. Previsto fin dal gennaio 1942, il potenziamento del CSIR (il corpo di spedizione già presente sul fronte orientale), pur avversato da molti generali del Comando Supremo, corrispondeva alle esigenze di prestigio di Mussolini ed anche alle richieste precise di Hitler che, dopo il fallimento dell'operazione Barbarossa, aveva richiesto un accresciuto impegno dei contingenti degli alleati del Terzo Reich. Le forze italiane, equipaggiate ed armate con le dotazioni migliori a disposizione del Regio Esercito, tuttavia non vennero impegnate accanto alle formazioni mobili tedesche nella grande avanzata dell'estate 1942 verso il Volga e il Caucaso ma dovettero schierarsi sul fiume Don a protezione difensiva del fianco sinistro del Gruppo d'armate.
A partire dal 31 luglio la 3ª Divisione Celere "Principe Amedeo Duca d'Aosta" entrò in combattimento per respingere una pericolosa penetrazione sovietica a Serafimovič, e nei giorni seguenti tutta l'8ª Armata, compreso il corpo d'armata alpino di cui era stato inizialmente previsto l'impiego nel Caucaso, si schierò lungo il Don tra Pavlovsk e la confluenza del Khoper. Dal 20 agosto al 1º settembre l'ARMIR dovette combattere la cosiddetta Prima battaglia difensiva del Don che mise in evidenza la vulnerabilità delle posizioni italiane di fronte agli attacchi nemici; inoltre sorsero i primi dissidi tra i comandi italiani e tedeschi sulle capacità di combattimento dell'8ª Armata. Nonostante l'entrata in linea della 3ª Armata rumena sul fianco destro dell'ARMIR, il fronte italiano rimase molto esteso e venne quindi rafforzato, su ordine diretto di Hitler, con una serie di reparti tedeschi.
L'andamento disastroso per l'Asse dell'operazione Urano che provocò il crollo del fronte rumeno e l'accerchiamento della 6ª Armata tedesca a Stalingrado, ebbe conseguenze negative anche per 8ª Armata che perse gran parte dei reparti di rinforzo tedeschi (trasferiti più a sud) e quindi divenne ancor più esposta alle possibili offensive sovietiche. Schierata su 230 km di linea lungo il Don, con modeste riserve mobili a disposizione, 8ª Armata italiana venne attaccata dall'Armata Rossa a partire dall'11 dicembre 1942 nel quadro della operazione Piccolo Saturno, la seconda fase dell'offensiva generale sovietica nel settore meridionale del fronte orientale.
Quando ingenti forze sovietiche attaccarono le nove divisioni dell'ARMIR schierate lungo il Don e rinforzate da qualche reparto tedesco, l'intero fronte meridionale era già in crisi da parecchi giorni. La « 6a Armata » tedesca era stata accerchiata a Stalingrado e si avviava al suo tragico destino. La « 4' Armata » tedesca stava ripiegando in disordine verso Rostov. Le truppe che nella estate s'erano spinte verso il Caucaso si ritiravano rapidamente verso Kersc per cercare una via di scampo in Crimea. Infine, quel che più conta, agli effetti di quanto accadde alle nostre truppe, la « 3a Armata » romena che si trovava sul fianco destro dell'ARMIR, era stata scompaginata da una violenta offensiva ed aveva praticamente cessato di essere una unità combattente. La situazione dell'ARMIR, quindi, era già prima dell'attacco tutt'altro che rosea. Quanto era accaduto sul suo fianco destro, ove erano schierate la « Sforzesca », la « Celere » e la « Torino », lo minacciava di avvolgimento da est, mentre sarebbe bastata una penetrazione nel settore tenuto dalla « Ravenna » e dalla « Cosseria » perché una grande tenaglia chiudesse le divisioni che abbiamo nominato e la «Pasubio » (che con la «298° » divisione germanica costituiva il «2° Corpo d'Armata») in una morsa senza scampo. Data la situazione strategica e la conformazione del terreno, era proprio la mossa naturale, per i sovietici: suggerita loro prima che dalla fantasia operativa, dalla realtà stessa delle cose. E la manovra a tenaglia venne puntualmente non appena i russi, che si erano accuratamente preparati all'offensiva, disposero di quella superiorità schiacciante di effettivi e di mezzi ritenuta indispensabile per ottenere risolutivi e durevoli risultati. Il primo colpo fu portato al «2° Corpo d'Armata», il più debole, il più esposto, quello che risentiva maggiormente della mancanza di riserve e che presidiava, purtroppo, il settore più importante del fronte. Fu una settimana di lotta asperrima sostenuta bravamente dalle nostre divisioni « Ravenna » e « Cometa », le quali sacrificarono gran parte dei loro effettivi per contrastare il passo al nemico e per mantenere, secondo gli ordini ricevuti, le posizioni lungo il corso del fiume. Ma alla fine la superiorità, che era veramente schiacciante (79 battaglioni contro 19), ebbe ragione del disperato valore delle nostre truppe. « Cosseria » e « Ravenna », semidistrutte, dovettero iniziare il ripiegamento, fra il dilagare dei carri armati nemici. Quasi nello stesso momento crollava anche l'ala destra del fronte, ove la « Sforzasca », rimasta senza collegamento con i romeni, doveva sfuggire all'accerchiamento con una rapida ritirata. Il fronte italiano si metteva in movimento. Ma non era ancora una rotta. I reparti mantenevano la loro efficienza bellica, i loro organici, la loro combattività. Ripiegavano combattendo duramente, infliggendo sensibili perdite al nemico, spesso contrattaccando. Solo più tardi, quando lo sfinimento per le interminabili marce, il gelo, le bufere di neve, gli attacchi sui fianchi delle unità carriste nemiche, le incursioni dei partigiani fiaccarono i nostri soldati, venne il disordine, lo scoramento, l'ansia di portarsi in salvo. Bisogna dire peraltro che tutto questo fu conseguenza degli errori di valutazione del comando germanico, dal quale l'ARMIR dipendeva, che invece di affidare le sorti dell'armata ad una difesa manovrata aveva deciso la resistenza ad oltranza sulle posizioni di partenza. Così le nostre truppe s'erano esaurite senza speranza sul Don ed avevano incominciato a ripiegare, in base ad ordini tardivi e spesso contradditori, quando era troppo tardi. Quando cioè nelle retrovie c'era già il nemico a creare sacche, a lanciare attacchi sui fianchi, a tormentare e distruggere. La ritirata fu quindi un dramma inenarrabile che costò migliaia di morti e la distruzione di tutta l'armata la quale, se riuscì a portare in salvò circa il cinquanta per cento degli effettivi, perse lungo la via del ripiegamento quasi tutto il suo materiale pesante, migliaia di autocarri, di quadrupedi, di cannoni e pressoché, al completo i propri magazzini. L'errore di ordinare la resistenza ad oltranza fu purtroppo ripetuto anche nei confronti del Corpo d'Armata Alpino che, al contrario del « 2° », del « 35° e del « 29° », aveva retto agli attacchi sferrati dai sovietici fra il 10 e il 18 dicembre ed era rimasto sulla linea del Don, in collegamento a nord con l'Armata ungherese e a sud con alcune unità germaniche che erano corse a tamponare la falla aperta dalla distruzione della divisione « Cosseria ». Queste magnifiche truppe da montagna, erano ancora sulle proprie posizioni alla metà di gennaio, quando tutto il fronte era un caos di reparti in ritirata. Solo quando gli ungheresi, vedendo la malasorte, cominciarono a ritirarsi su linee arretrate e quando da sud videro irrompere sulle loro retrovie i carri armati sovietici, gli alpini iniziarono il ripiegamento. Ma era, anche qui, troppo tardi. La manovra di sganciamento che ancora qualche giorno prima sarebbe stata possibile senza eccessive perdite, divenne una tragedia collettiva, resa ancor più fatale dalle continue bufere di neve che imperversavano nella steppa. Della « Julia », della « Cuneense », della « Tridentin » e della divisione di fanteria « Vicenza» che a effettivi ridotti era giunta in linea a dare manforte agli alpini, dopo un mese di ripiegamento rimanevano poche migliaia di uomini esausti. Tutti gli altri erano caduti combattendo per ritirarsi un varco o, rimasti senza munizioni e senza viveri, avevano dovuto arrendersi ai sovietici. Questo, è, in sintesi, il dramma della nostra « 8' Armata », vittima di errori non suoi e una inferiorità numerica e di armamento che s'era andata aggravando sempre di più con la crisi alleata e per l'aumentare delle forze sovietiche. Quella della ritirata di Russia non è dunque una pagina ingloriosa. Nell'ora sfortunata rifulsero infatti, ancora una volta, le virtù eroiche della nostra stirpe. Cento e cento episodi dimostrano che anche nelle situazioni più avverse il nostro soldato sa tenere fede al giuramento e sacrificarsi e morire per l'onore della bandiera. Interi reparti, come il. Raggruppamento CONN « gennaio » si fecero annientare piuttosto che cedere la posizione. Altri, come il « 5° » e il « 8° reggimento alpini, rimasti senza munizioni, andarono all'attacco alla baionetta. E tutti, comandanti e gregari, furono pari al compito. Dal generale Reverberi, che a Nikolajewska, dall'alto al carro armato guidò i suoi alpini contro il cerchio nemico, al bersagliere Berardino Leoni che, rimasto senza proiettili per la propria mitragliatrice, si gettò sul nemico a colpi di pietra, fino a quando una raffica non lo stroncò nel gesto sublime.
Rotto il fronte del Don fra il 10 e 17 dicembre 1942, le, truppe dello ARMIR dovettero, come abbiamo visto, aprirsi le vie della ritirata in mezzo al dilagare delle formazioni corazzate nemiche mobilissime e onnipresenti, che ormai avevano il controllo di tutte le retrovie. Le nostre unità, che già prima della battaglia scarseggiavano di mezzi motorizzati e di artiglierie avevano perso anche quel poco che possedevano nella prima fase della ritirata. A questo si aggiunse la scarsità di carburante e l'atteggiamento non sempre cameratesco degli alleati tedeschi, i quali spesso sottraevano ai nostri autocarri, viveri e rifornimenti, ignorando sempre i bisogni delle truppe italiane che pure avevano duramente combattuto per proteggere il loro ripiegamento. Ma più di tutto quel che contribuì a trasformare in un penoso dramma la marcia delle nostre unità superstiti fu il gelido inverno russo. A temperature proibitive, su strade quasi sempre impraticabili e più spesso ancora in mezzo alla campagna, per sfuggire alla caccia dei carri armati sovietici, i nostri soldati, con un equipaggiamento inadeguato, dovettero compiere marce di trenta, quaranta chilometri al giorno, sostando la notte nelle case dei contadini, in rifugi improvvisati o, più spesso all'addiaccio.
La ritirata italiana continuò per giorni e giorni dal Don al Donetz, in una atmosfera di tragedia. Man mano i reparti s'andavano assottigliando, mietuti dallo sfinimento, dai congelamenti, dagli attacchi dei carri armati, dagli agguati dei partigiani. La confusione aumentava. In molti casi non esistevano più reparti organici; non esistevano più comandi, non esistevano nemmeno più divisioni di nazionalità. Alpini marciavano frammisti a soldati ungheresi, bersaglieri spalla a spalla con « panzer grenadieren » tedeschi. E tutti erano ridotti alla situazione del fante, tranne i pochi fortunati che disponevano di una slitta, di un cavallo, di un autocarro con una scorta di benzina. Tuttavia la ritirata non fu ingloriosa. Pur nel caotico disordine di quei tragici giorni, il valore italiano rifulse in mille e mille episodi, individuali e collettivi. Così ad esempio, ad Arbusow, in quello che fu definito il vallone della morte, ove dopo due giorni di tenace resistenza, martellati senza posa dalle artigliere nemiche, alcune migliaia di italiani infransero alla fine il ferreo cerchio nemico seguendo un semplice carabiniere della « Torino » che, come un eroe antico, era montato su un cavallo e, agitando una bandiera tricolore, s'era avventato verso il nemico. Così a Millerowo, così a Cercovo, ove caddero quasi diecimila uomini della divisione « Torino ».
Uno dei momenti più tragici della ritirata dal Don fu la marcia su Nikitowka delle divisioni alpine. Quei magnifici reparti dovettero aprirsi la via combattendo quasi di continuo contro grosse formazioni sovietiche appoggiate da numerosi carri armati e contro insidiosi nuclei di partigiani. Però solo la « Tridentina » ebbe fortuna e riuscì a raggiungere la nuova linea, portandosi dietro quasi quarantamila ungheresi e tedeschi che ad essa s'erano aggregati. Le altre divisioni, uno dopo l'altra, furono accerchiate , dopo durissimi combattimenti, e pressoché annientate. Dopo il combattimento prima ancora di iniziare le terribili, spesso mortali marce verso i campi di prigionia, le brutalità delle truppe sovietiche si accanì contro uomini inermi. Un solo esempio vale per i numerosi casi identici. Il 21 gennaio 1943, circa 400 alpini, tutti feriti, del «9° Rgt. », Divisione «Julia », furono passati per le armi nel « Kolkoz Stanno », un gruppo di fattorie nelle quali i nostri eroici soldati avevano opposto una leggendaria resistenza ai sovietici. I superstiti, salvo rarissime eccezioni, finirono nei famigerati campi di concentramento sovietici. Le battaglie più sanguinose furono combattute a Nikolajewska, fortemente tenuta dai russi, ove il « 5° » e il « 6° » reggimento alpini si aprirono un varco con le sole bombe a mano e con incessanti assalti alla baionetta, poiché le munizioni erano finite.
Le perdite delle divisioni italiane durante la ritirata furono durissime e raggiunsero in qualche caso il sessanta per cento degli effettivi. Ancora più gravi le perdite materiali, poiché quasi tutto il materiale e l'armamento pesante dovette essere abbandonato. Tuttavia, per le condizioni in cui fu compiuta e soprattutto per l'errore tedesco di aver ordinato il ripiegamento quando già le nostre truppe erano accerchiate, è già un miracolo che l'ARMIR non sia stato completamente annientato da un nemico tanto superiore. Il miracolo è dovuto in gran parte all'eroismo di alcuni reparti che si sacrificarono quasi al completo per rendere possibile il salvataggio dell'Armata e al valore, alla tenacia, allo spirito combattivo di tutte le unità che in situazioni pressoché disperate, non si persero mai d'animo e lottarono contro il nemico anche quando sarebbe stato follia sperare salvezza.
L'odissea dell'ARMIR finì ai primi di febbraio quando i superstiti della ritirata raggiunsero le nuove linee costituite dai tedeschi davanti a Charkov e di qui, riordinati e rifocillati, furono avviati, con diecine e diecine di tradotte, verso la Patria. Ma migliaia e migliaia di bravi soldati, centinaia di ufficiali, diecine di ufficiali superiori e quattro generali erano caduti in mano al nemico. Per loro l'odissea continuò feroce, più spietata, più amara della guerra. Sono morti certamente per gli stenti, per le malattie, per le inenarrabili brutalità dei carcerieri sovietici, nei campi di concentramento o addirittura prima dì arrivarvi. Per gli altri rimane il tragico dubbio che siano ancora, pochi o molti, in qualche angolo della Russia o della Siberia. Ma neanche ai morti è stata data pace, in terra sovietica. Dei cimiteri di guerra amorevolmente, pietosamente composti dai cappellani militari non esiste più nulla. Già nei primi giorni dopo la riconquista, come hanno raccontato testimoni oculari, i carri armati con la stella rossa sono passati sulle tombe a stroncare le croci e le lapidi del ricordo.

venerdì 12 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 gennaio.
Il 12 gennaio 1709 ebbe inizio in Europa un'ondata di gelo che attanagliò il continente per due mesi.
Cominciò con un forte vento di tramontana che causò un improvviso calo della temperatura. A Venezia i canali della laguna si ghiacciarono, i fiumi divennero strade su cui si passava con i carri. Seguirono sessanta giorni di temperatura glaciale, ci furono morti e danni gravissimi.
Il grande freddo giunto in Europa Occidentale e nel Bacino del Mediterraneo fa risultare ancora oggi l’inverno del 1709 come il più gelido degli ultimi cinque secoli per molte regioni. Un inverno mitico, definito come “Il grande inverno” o “l’invernone”, dalla durata eccezionalmente lunga: in alcune aree europee si ebbe un timido riscaldamento del clima solo dopo la prima metà di marzo. Per circa un mese, dopo l’ondata di gelo dei primi giorni di gennaio, la temperatura dell’aria rimase, anche a quote basse, costantemente sottozero, con punte minime notturne anche di -20°C.
Il rigore estremo del gelo fu dovuto alla presenza di un anticiclone di tipo siberiano, localizzato sul mar Baltico, il quale dirigeva sul suo fianco meridionale un flusso d’aria polare proveniente da Est e diretto su gran parte del continente europeo, Spagna inclusa. Gli effetti del gelo si fecero sentire fino a Napoli e Cadice, si congelò anche l’Ebro e il Bacino del Mediterraneo non fu risparmiato dai rigori del freddo, ma soffrì di un inverno rude in maniera simile all’Europa continentale. Mentre restarono escluse da questa incredibile ondata di freddo l’Islanda e la Groenlandia all’estremo Nord-Ovest e la Turchia a Sud-Est.
 Lasciò profonda impressione nei contemporanei, mai a memoria d’uomo si ricordava un gelo tanto pungente, e disastrosi furono i suoi effetti, tanto da diventare la pietra di paragone per tutti i successivi episodi di inverni gelidi. Moltissimi sono i frammenti, i ricordi che si ritrovano nelle cronache e nella letteratura del tempo.
Un vento polare arrivò a spazzare le coste orientali italiane nella notte dell’Epifania e già nella mattina del 7 gennaio i veneziani al loro risveglio trovarono i canali della laguna ghiacciati. Nei tre giorni successivi continuò a nevicare incessantemente rendendo le strade impercorribili, i trasporti erano bloccati e la normale vita cittadina sconvolta. L’intera pianura padana risultava sommersa dalla neve. Ancora il 26 gennaio Venezia lamentava il proseguire di temperature particolarmente rigide. Ben presto cominciarono a scarseggiare le provviste e le cronache riportano che contadini e altre persone della Terraferma portavano a piedi sui canali ghiacciati pane e generi alimentari alla città su richiesta del Governo Serenissimo.
 A Verona si ghiacciò l’Adige e ancora il 28 febbraio le strade erano impraticabili e il freddo definito eccessivo. Cominciava a scarseggiare anche la legna da ardere per riscaldarsi. Molti fiumi gelarono, compreso il Po e il freddo era così acuto che lo strato di ghiaccio sulla superficie del fiume raggiunse i 70 cm e sopra vi potevano transitare uomini, cavalli e carri. Nelle campagne gli alberi si spaccavano letteralmente per il freddo e le coltivazioni di maggior pregio come viti, ulivi e noci furono gravemente danneggiate risultando praticamente annientate in molte zone. Ad esempio in Francia meridionale, in Toscana e lungo le pendici dei laghi pedemontani le coltivazioni di ulivo, vite e agrumi si presentarono, al termine dell’ondata di gelo, fortemente modificate in quantità e qualità. In molti casi le estensioni coltivate precedenti al 1709 non vennero mai più recuperate, spesso anche perché sostituite da nuove coltivazioni più remunerative economicamente come il gelso per la produzione della seta, o dai cereali.
La morsa di gelo proveniente da Est strinse l’intera Europa Occidentale. I porti di Genova e Livorno erano bloccati per le mareggiate e i venti fortissimi, molte furono le imbarcazioni danneggiate. Le cronache provenienti dalle città del Centro-Europa, Lucerna, Amburgo, Bruxelles, Vienna registrano ovunque fatti analoghi. Il freddo gelava i fiumi e i porti (il Reno a Colonia, l’Elba ad Amburgo, la maggior parte dei porti del Baltico), le strade impraticabili, la popolazione pativa il freddo all’interno delle proprie abitazioni in cui molti rimanevano forzatamente bloccati. A Londra, la regina provvide all’acquisto di carbone da distribuire ai poveri. L’incubo della carestia si affacciava pericolosamente. A Napoli, il 12 febbraio, periodo di Carnevale, la città decise di prorogare la novena di San Gennaro per impetrare l’arrivo delle imbarcazioni con grani e olio; il freddo aveva danneggiato le colture e si avvertiva la scarsità di alimenti.
La carestia divenne reale nel corso di febbraio; i raccolti dell’estate precedente erano risultati scarsi ovunque, mentre i trasporti rimanevano paralizzati per il gelo che non accennava a diminuire. I prezzi dei generi alimentari schizzarono alle stelle e cominciò un periodo di elevatissima mortalità.
Letteralmente si moriva di freddo. Le malattie bronco-polmonari dovute al gelo si trasformavano in epidemie e si avvertivano forti anche gli stenti della fame. Le Roy Ladurie stima per la sola Francia un deficit demografico, nel biennio 1709-1710, di 800.000 persone, 600.000 i morti e 200.000 le mancate nascite. Nella Francia d’oggi corrisponderebbero a 1.800.000 decessi, un numero maggiore anche di quelli registrati nel corso del primo conflitto mondiale del 1914-18.
L’inverno del 1709 si abbatté come un flagello sulle popolazioni dell’Europa Occidentale, un’ondata di freddo mai vista a memoria d’uomo e mai più ripetutasi in quelle dimensioni nei successivi cinque secoli. Per molti storici del clima viene fatta coincidere con l’apice massimo della Piccola Età Glaciale. Solo una primavera tardiva, e l’arrivo dei nuovi raccolti pose fine alla coltre di gelo e alla carestia che avvolse l’Europa per tre lunghissimi mesi tra il gennaio e il marzo 1709.  Ma fu certo di oltre un milione di morti il pedaggio che dovette pagare l’Europa ai rigori del terribile inverno.

giovedì 11 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 gennaio.
L'11 gennaio 1944 Galeazzo Ciano, insieme a Emilio De Bonbo, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi, viene fucilato, reo di aver sfiduciato Mussolini nel 43.
Galeazzo Ciano, conte di Cortellazzo, nasce a Livorno il 18 marzo del 1903. Diplomatico, uomo politico, è passato alla storia per essere stato uno dei personaggi più influenti del ventennio fascista e per aver sposato Edda, la figlia di Benito Mussolini.
La sua giovinezza è all'insegna della disciplina, orientata ai dettami della patria e dell'onore. Suo padre infatti, è l'Ammiraglio Costanzo Ciano, medaglia d'onore nella Prima Guerra Mondiale, marito di Carolina. Proprio nel periodo bellico, in cui Galeazzo è ancora un ragazzo, mentre suo padre è in guerra, la famiglia deve trasferirsi prima a Genova e poi a Venezia. Qui, intorno al 1920, a guerra ormai conclusa, Galeazzo ottiene la maturità classica. Forte di questa preparazione, il futuro genero di Mussolini si interessa soprattutto di giornalismo, passione che non abbandona anche durante gli anni di governo, diventando anzi il capoufficio stampa del Regime.
Il 1921 è una data importante per Galeazzo Ciano. Si iscrive al partito fascista e, spinto anche dagli impegni paterni, si trasferisce a Roma. Sono gli anni dell'Università e il giovane intellettuale livornese fa pratica da giornalista in diverse testate, come "Nuovo Paese", "La Tribuna" e "L'Impero". Si interessa di teatro, scrive alcuni drammi, ma senza successo. Nel 1922 partecipa con le milizie fasciste alla "Marcia su Roma". Tre anni dopo, nel 1925, laureatosi in giurisprudenza presso l'Università capitolina, decide definitivamente di entrare in politica, rifiutando la carriera di avvocato.
La diplomazia, in ogni caso, sembra essere sin da subito il suo campo d'elezione. Il Duce gli affida alcuni incarichi all'estero, prima a Rio de Janeiro, in qualità di viceconsole, e poi a Buenos Aires. Nel 1927 invece, in veste di Segretario di legazione, viene inviato a Pechino. Da questo momento in poi, Galeazzo Ciano comincia a legare la propria fortuna anche alla relazione che intrattiene con Edda Mussolini, ritagliandosi spazio e considerazione all'interno del Gran Consiglio Fascista. Nel 1930 è nominato console generale a Shanghai e poi, subito, ministro plenipotenziario con poteri straordinari in Cina. Sempre in questo stesso anno pertanto, si lega definitivamente al Duce, sposando Edda e diventando uno degli uomini più importanti del Regime.
Tornato definitivamente in Italia nel giugno del 1933, è tra i componenti della delegazione italiana alla Conferenza economica di Londra, con ormai un seggio fisso all'interno del Gran Consiglio Fascista. Nello stesso anno viene nominato Capo dell'ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, curando personalmente la promozione e la vigilanza su stampa, editoria, radio e cinema. Da qui al ministero il passo è breve e Galeazzo Ciano riesce ad ottenerlo solo due anni dopo, intuendo le grandi potenzialità della propaganda di Stato e trasformando quindi, quello che era un semplice sottosegretariato, in un vero e proprio Ministero. È, nella fattispecie, il cosiddetto Min. Cul. Pop.
Sono però questi gli anni della Campagna d'Africa, in cui l'Italia fascista si prepara a dare vita all'Impero, almeno nelle intenzioni di Benito Mussolini. Ciano intuisce che il momento è propizio e, all'occorrenza, non lesina la sua generosità, partecipando come volontario della quindicesima squadriglia di bombardieri detta "La Disperata" allo scoppio della guerra in Etiopia, nel 1935. Per i suoi meriti, viene decorato con due medaglie d'argento al valore di guerra e, al suo ritorno, riceve l'incarico di ministro per gli affari esteri, esattamente nel 1936. Galeazzo ha trentatré anni ed è, forse questo, il suo momento più esaltante, in termini di carriera politica e diplomatica. L'influenza che ha sul Duce, lo testimonia. Da lui viene nominato, sempre nel 1936, Conte di Cortellazzo, e incaricato di gestire i rapporti con la Germania, curando gli interessi italiani nella zona del Danubio e dei Balcani e sostenendo la politica imperialista nel Mediterraneo.
Durante questi incontri in terra tedesca, Ciano si fa portavoce ed esecutore di una evidente scelta di campo. Dal 21 al 23 ottobre del 1936 infatti, a colloquio con il parigrado tedesco von Neurath, nella località di Berchtesgaden, Galeazzo Ciano consegna praticamente nelle mani di Hitler, con una prassi inusitata in diplomazia, un dossier antitedesco preparato dal ministro degli esteri inglese Anthony Eden per il suo gabinetto e inviato a Roma dall'ambasciatore Dino Grandi. In quell'occasione, esattamente il 22 ottobre del 1936, Ciano e Neurath concordano un atteggiamento comune riguardo alla Spagna e agli aiuti ai patrioti Franchisti, coinvolti nella guerra civile proprio in quel preciso anno.
Sono questi gli anni in cui Ciano cerca anche di ritagliarsi un proprio spazio di libertà all'interno del Regime, forte anche della sua posizione di parente stretto del Duce. Si ritiene un dissidente all'interno del Gran Consiglio, con una propria autonomia, ma secondo molti a partire da questo periodo fino al culmine del 1939, non fa altro che eseguire passivamente i voleri del suocero. L'invasione dell'Albania, che di fatto segna l'ingresso dell'Italia al fianco della Germania e del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, è il chiaro esito di questa sottomissione del Conte di Cortellazzo ai dettami di Mussolini, in questo momento al culmine della sua popolarità. Eppure, pur dopo aver firmato il 22 maggio del 1939 con il ministro Ribbentrop il "Patto d'Acciaio" tra l'Italia e la Germania, Ciano dimostra proprio in questo periodo una certa diffidenza nei riguardi di Hitler e della sua politica, manifestandola anche al Duce e riuscendo, anche se solo per breve tempo, a convincerlo a dichiarare lo stato di "non-belligeranza". La neutralità italiana però, lascia il tempo che trova.
Ben presto Ciano deve preparare una sua offensiva in Grecia. L'Italia, di fatto, è entrata in guerra ed è al fianco della Germania, contro quegli imperi definiti all'epoca dalla nomenclatura fascista come plutocratici, ossia l'Inghilterra e la Francia. Nella riunione del 15 ottobre del 1940 Ciano, insieme a Mussolini e ai generali Badoglio, Soddu, Jacomoni, Roatta e Visconti Prasca, mette a punto i particolari dell'offensiva greca. L'operazione fallisce in poco tempo e si rivela una disfatta, segnando definitivamente la politica e la guerra italiana come pienamente dipendente dai voleri e dalle forze tedesche.
È l'inizio dell'assoluta subalternità del Duce alla guerra hitleriana e ai suoi dettami. Ed è anche, per quanto in maniera più privata che ufficiale, l'inizio dello scetticismo di Galeazzo Ciano nei confronti delle linee guida tedesche, pur nonostante le prime vittorie, le quali fanno sperare in una guerra rapida e facilmente risolvibile in favore italiana.
Tutto il 1942 si rivela un anno di assoluta dipendenza da parte dell'Italia alla Germania e, dunque, anche da parte del ministro Ciano. Pur partecipando a tutti i summit bilaterali, il genero di Mussolini non prende mai una decisione univoca, nel pieno dei propri poteri. Nel febbraio del 1943, nel corso del sesto governo Mussolini, viene sollevato dall'incarico di ministro e nominato ambasciatore presso la Santa Sede. È l'inizio del capitolare degli eventi bellici, che porta alla fine del Regime e in cui Galeazzo Ciano si rivela sempre più un oppositore di Mussolini e, soprattutto, del totale asservimento italiano alla Germania. Questa, d'altro canto, comincia ad incassare sonore sconfitte in campo militare, anche con l'ingresso delle nuove forze alleate, gli Stati Uniti su tutti.
Nella seduta del Gran Consiglio del 24 luglio 1943 poi, Ciano vota l'ordine del giorno proposto da Grandi e inteso, praticamente, a sfiduciare Mussolini. Il Regime cade e l'ex ministro degli esteri si rifugia in Germania. È la fine, praticamente, anche per lui. Anche se non se ne rende pienamente conto.
Colto alla sprovvista dal colpo di stato del generale Badoglio, chiede aiuto proprio ai tedeschi con il fine di ottenere un passaporto con un permesso per la Spagna, dove gli era stato assicurato asilo politico. Dopo l'armistizio di Cassibile e la successiva costituzione della Repubblica Sociale di Salò, il nome di Galeazzo Ciano viene incluso nella lista dei traditori. In questi giorni di tumulto, la moglie Edda Ciano Mussolini cerca di intercedere per il marito, ma con poca fortuna.
Il 19 ottobre Ciano viene trasferito da Monaco a Verona, consegnato alla polizia di Salò e rinchiuso nel carcere degli Scalzi. Nonostante altri vani tentativi da parte di Edda, la mattina dell'11 gennaio del 1944 Ciano viene fucilato alla schiena nel poligono di tiro della fortezza di San Procolo, a Verona, dove muore. L'accusa è quella di Alto tradimento in occasione della firma della mozione presentata da Grandi nel suo ordine del giorno, mirata di fatto a spodestare Benito Mussolini.
Dopo l'esecuzione Edda fuggì in Svizzera portando con sé i diari del marito, nascosti sotto la camicetta. Il corrispondente di guerra Paul Ghali del Chicago Daily News apprese del suo segreto internamento in un convento svizzero e organizzò la pubblicazione dei diari. Essi rivelano la storia segreta del regime fascista dal 1937 al 1943 e sono considerati una fonte storica primaria (i diari sono strettamente politici e contengono poco della vita privata di Ciano). Il corpo di Ciano oggi riposa nel Cimitero della Purificazione, a Livorno.

mercoledì 10 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 gennaio.
Il 10 gennaio 1863 apre al pubblico la prima metropolitana al mondo, a Londra, da Paddington a Farringdon Street.
La stazione di London Paddington è una delle principali stazioni ferroviarie di Londra sita nel quartiere di Paddington da cui prende il nome.
Stazione storica, è stata capolinea dal 1838 della Great Western Railway.
Molte delle Stazioni presenti oggi  risalgono alla metà del 1800, e vennero progettate da Isambard Kingdom Brunel.
Questa fu anche la prima stazione capolinea della Metropolitana di Londra nel 1863, quando era il terminal  della Metropolitan and Metropolitan District Railways, la prima metropolitana costruita nel mondo.
Nonostante la sua storia e architettura, recentemente c'è stata la necessità di ristrutturarla con metodologie e stili moderni ed è divenuta così il terminal della linea Heatrow Express, che offre un servizio di linea diretto con il Heathrow Airport.
Il complesso della stazione di Paddington è composto da un isolato lungo e sottile delimitato da Praed Street nella parte anteriore e Bishop's Bridge Road in quella posteriore. Il lato ovest è parallelo alla Eastbourne Terrace mentre quello est è delimitato dal ramo di Paddington del Grand Union Canal. La stazione delle linee principali è ubicata in una trincea poco profonda oscurata dal complesso alberghiero posto di fronte ad essa, ma può facilmente essere vista dagli altri tre lati.
La stazione è ubicata in una strada molto stretta e nessuna delle strade che le sono intorno è una via di grande comunicazione. L'area circostante è essenzialmente residenziale ed in essa sono ubicati molti degli alberghi di Londra. Fino a poco tempo fa essa aveva pochi edifici adibiti ad uffici e gran parte del traffico pendolare orbitante sulla stazione veniva smistato sulle stazioni della Metropolitana di Londra.
Oggi le Stazioni sulle linee della Metropolitana relative alla District, Circle e Bakerloo, sono collegate alla sala biglietteria da un corridoio sotterraneo che attraversa Praed Street. Esse possono essere considerate come una singola stazione e sono indicate in tale maniera sulle mappe della Metropolitana.
Le piattaforme della Hammermth & City Line sono separate dalle altre stazioni ed indicate come stazione separata sulla mappa, anche se siete accanto a quelle della stazione principale e quindi intercomunicanti con le altre. L'intercambio fra le linee District, Circle e Bakerloo e al Hammersmith& City, obbliga i viaggiatori a percorrere un corridoio di collegamento per raggiungere la stazione principale, anche se il viaggio viene effettuato mediante il pagamento di un solo biglietto.
E' in corso di costruzione una nuova stazione Crossrail sotto la stazione di Paddington, che collegherà questo nuovo servizio sia alle linee principali che alla Metropolitana. Il servizio dovrebbe entrare in funzione tra il 2017 e il 2018.
Il personaggio della letteratura per bambini Paddington Bear, ha preso il nome dalla stazione di Paddington. Nella serie di libri che lo riguardano, egli è stato trovato appunto in questa stazione da una famiglia Inglese. Lui proveniva dal Perù ed aveva un'etichetta legata al braccio su cui c'era scritto “ per favore aiutate quest'orso, grazie”.
Nella  hall della stazione di Paddington  esiste realmente una statua di Paddington Bear che gli appassionati della storia possono ammirare quando vogliono.
La stazione è inoltre servita da bar, ristoranti e negozi di ogni genere per accontentare la moltitudine di utenti che si incrociano ogni giorno in questo luogo ricco di storia e modernità e che vede ed ha visto passare tra le sue mura tante storie di vita vissuta.

martedì 9 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 gennaio.
Il 9 gennaio 1768 debutta il primo spettacolo circense come lo consideriamo oggi.
Quando noi parliamo di «circo», pensiamo solitamente ad uno spettacolo che amalgami giocolieri, equilibristi, illusionisti ed animali addestrati. Questo tipo di intrattenimento popolare, anche se nasce in Inghilterra alla fine del Settecento, in realtà vanta origini molto più antiche.
Infatti, si hanno notizie di esibizioni di giocolieri e danzatori fin dai tempi degli antichi Egizi. Le pratiche circensi erano legate soprattutto ai riti magici e religiosi, mistici e sciamanici. Le prime testimonianze sono state rinvenute nella tomba di Beni Hassan: risalgono al 2040 avanti Cristo e raffigurano donne e uomini intenti ad eseguire esercizi acrobatici di vario genere. La regina Hashepsowe (VI secolo avanti Cristo) possedeva uno splendido serraglio chiamato «Giardino di Ammon» (Giardino del dio Sole): qui scorrazzavano leopardi, scimmie, levrieri e giraffe. Molto più tardi, al tempo dei Tolomei, gli Egizi familiarizzarono con gli elefanti africani. Oltre che al culto delle divinità, i serragli erano destinati ai fastosi divertimenti della corte e alla caccia.
Le pitture, le sculture e le ceramiche dimostrano che già nell’antico Egitto, si esibivano antipodisti, giocolieri e cavallerizzi di volteggio come pure acrobati che eseguivano la famosa piramide umana. Un millennio più tardi nei villaggi egiziani si potevano ammirare saltatori, acrobati e giocolieri ambulanti. Nani e illusionisti erano oggetto di divertimento per i Faraoni che già dal 1500 avanti Cristo organizzavano sontuose naumachie (battaglie navali) e spettacolari corse di carri nell’ippodromo di Eltekeh.
Si deve invece ai Cretesi la costruzione dei primi anfiteatri in cui si svolgevano combattimenti di gladiatori, lotte di pugili e corse di carri e di tori.
Gli antichi Romani fecero dei «ludi circensi» una vera e propria scienza, tanto che l’anfiteatro costituiva uno degli elementi fondamentali delle loro città. Nelle arene, come il Colosseo, si tenevano giochi che comportavano, oltre alla lotta tra gladiatori, anche l’esibizione di fiere esotiche, e terminavano con la lotta tra queste ultime e gli schiavi. Gli Imperatori Romani inoltre tenevano nei propri giardini dei bestiari privati, tanto più ricchi quante più fiere contenevano, giacché queste costituivano sia un pregiato bottino di guerra, sia un prezioso donativo da parte dei regnanti dei Paesi lontani.
In realtà, il circo romano era una vasta area all’aperto, di forma ovale, atta ad ospitare le corse dei cavalli e delle bighe. A Roma erano presenti ben dodici circhi! Il più importante era il Circo Massimo: situato nella valle tra il Palatino e l’Aventino, dove sarebbe avvenuto il mitico episodio del ratto delle Sabine in occasione dei giochi indetti da Romolo in onore del dio Consus, è ricordato come sede di giochi sin dagli inizi della storia della città. Vi si svolgevano le naumachie: l’arena del Circo Massimo veniva inondata con le acque del Tevere e venivano simulati combattimenti navali durante i quali due opposte squadre (composte da gladiatori o da prigionieri di guerra condannati a morte) si affrontavano riportando alla memoria vere battaglie avvenute per mare.
I giochi del circo romano erano feste sfarzose, con animali riccamente addobbati, vestiti scintillanti e musiche assordanti. Entrava un corteo di personaggi buffi e burleschi, esseri volteggianti, mangiatori di spade, funamboli, eccetera.
Nel Medioevo, al circo-ippodromo di Bisanzio fu ereditata la tradizione del circo romano e il compito di tramandarla ai futuri svaghi del Medioevo europeo. In Occidente invece il tentativo dei Merovingi di restaurare i giochi circensi, durante il VI secolo, si concluse con un fallimento. Tuttavia, grazie ai Romani che avevano edificato numerosi anfiteatri in Italia, Gallia e Spagna, i serragli non scomparvero del tutto. Era inoltre abbastanza usuale la presenza di animali selvaggi in cattività nei castelli; il primo a seguire la tradizione di tenere animali rari in cattività, fu Carlo Magno. L’Oriente non cessò mai di rifornire di animali selvatici, rari o feroci, i serragli dell’Occidente.
Le fiere di paese, fenomeno economico e sociale tipico del Medioevo, erano il rifugio di una moltitudine di individui che cercavano di affogare la monotonia e la miseria di ogni giorno in piaceri volgari ma pieni di vivacità, in mezzo a mercanzia giunta da terre lontane. Ma, mentre i mercanti e i banchieri erano viaggiatori privilegiati, i saltimbanchi (così detti perché si esibivano sopra i banchi delle fiere), gli illusionisti, gli ammaestratori di animali («orsanti» e «scimmiari») erano i «barboni» di questi periodici spostamenti: le fiere erano la loro ultima speranza, il loro solo rifugio, il loro unico mezzo di sopravvivenza.
Il circo come lo intendiamo noi nacque in Inghilterra all’inizio del XVII secolo come spettacolo itinerante che si avvaleva di alcune attrazioni; ma fu solo nel 1770 che venne fondato a Londra il primo circo stabile, dedicato soprattutto ad esercizi di equitazione dai quali prese il nome, ancora in uso, di circo equestre. Il suo creatore fu Philip Astley, un ex ufficiale dei dragoni a cavallo che pensò di utilizzare a scopo professionale la sua abilità equestre ed acrobatica affinata durante la guerra dei Sette Anni: aveva capito che cavalcando in cerchio a gran velocità, si riusciva a stare in piedi sulla sella grazie alla forza centrifuga (per questo la pista del circo è… circolare).
Philip Astley nacque l’8 gennaio 1742 a Newcastle-under-Lyme, in Inghilterra, figlio di Edward Astley, un ebanista. Il padre lo avviò alla sua professione all’età di nove anni, ma il suo sogno era quello di lavorare con i cavalli. All’età di diciassette anni, Philip lasciò la casa dopo una delle molte controversie con il padre e si iscrisse nei dragoni, un reggimento di cavalleria di recente formazione ad opera del colonnello Granville Elliott. Qui mostrò il suo talento equestre e la capacità di usare la spada.
Nel 1761, Astley e il suo reggimento si imbarcarono alla volta del continente americano per combattere a fianco del Re Federico II di Prussia nella Guerra dei Sette Anni (1756-1763). Astley combatté valorosamente, tra l’altro salvando il duca di Brunswick, che era caduto dietro le linee nemiche, e tornò in Inghilterra con il grado di Sergente Maggiore. Ottenne il congedo il 21 giugno 1766; in quell’occasione, Elliott, promosso generale, gli diede un bianco destriero, di nome Gibilterra. Si sposò ed ebbe un unico figlio, John Philip Astley Conway (1767-1821).
Le mostre di cavalli erano molto popolari nella seconda metà del XVIII secolo. L’Inghilterra era diventata una monarchia costituzionale nel 1688, e il potere d’acquisto dei nobili era stato frenato considerevolmente. I reggimenti privati stavano scomparendo; i divertimenti di corte equestre (come i caroselli), avevano cessato di essere accessibili; i maneggi privati non se la cavavano molto meglio.
Dal 1768, Astley si era assicurato un pezzo di terra a Sud di Londra, tra il Blackfriars e il ponte di Westminster, dove aveva aperto una scuola di equitazione all’aperto durante la stagione estiva. Presentava le sue «prodezze sull’equitazione» su Gibilterra, ed esponeva il «Cavallino Militare», un piccolo cavallo che aveva addestrato a sommare e sottrarre numeri (o, meglio, a fingere di farlo), a simulare la morte al fuoco di una pistola, e ad eseguire la «lettura della mente». Astley si esibiva in un’arena circolare: per il pubblico, era più facile guardare un cavaliere volteggiare in una ben definita zona, più che vederlo precipitarsi avanti e indietro in un vasto spazio aperto (contrariamente a quanto si dice spesso, però, Philip Astley non ha «inventato» la pista del circo).
L’anno seguente, nel 1769, Astley firmò un contratto di locazione su un terreno limitrofo ai piedi del ponte di Westminster, all’angolo di Stangate Street e Westminster Bridge Road. Anche se senza tetto, la Casa di Equitazione di Astley era una struttura permanente in legno, e il pubblico era protetto dalle intemperie. L’arena della Casa di Equitazione (chiamata sia il «cerchio» che il «circo») aveva inizialmente un diametro di circa diciannove metri e mezzo. Qui, al suono di pifferi e tamburi, Astley e alcuni dei suoi allievi offrivano prestazioni di carattere esclusivamente equestre.
Le sue prime due stagioni a Londra ebbero molto successo. Eppure Astley sapeva che se avesse voluto creare un luogo permanente per poter attirare il pubblico anche da fuori Londra, avrebbe dovuto cambiare il formato del suo spettacolo.
In seguito alla scomparsa dei divertimenti di corte, Londra aveva visto lo sviluppo di un teatro puramente commerciale, non sovvenzionato dalla nobiltà, ma dalla vendita dei biglietti. I teatri non potevano però sopravvivere contando solo su una manciata di appassionati, dovevano attirare il più vasto pubblico possibile: pertanto, dovevano soddisfare una diversità di gusti. Con questo in mente, Astley osservò i teatri di successo di Londra per scoprire ciò che attirava il loro pubblico. Tutti loro, scoprì, si basavano su esibizioni di giocolieri e acrobati, seguiti da pantomime (spettacoli umoristici con colpi di scena ed effetti speciali).
Pertanto, lo spettacolo offerto da Philip Astley nella sua Scuola di Equitazione per la sua stagione 1770 era un misto di numeri equestri e acrobatici, seguiti da una pantomima. La sua nuova formula godette di un successo immediato.
Dopo aver costruito il primo maneggio che fece accorrere l’aristocrazia inglese (negli spettacoli, Astley era l’unica attrazione e il suo numero consisteva nell’alzarsi su un cavallo in corsa con un piede sulla sella e l’altro sulla testa dell’animale, brandendo una spada al vento), egli volle rendere il suo spettacolo sempre più popolare: eresse pertanto un circo stabile, lo Astley’s Royal Amphitheatre of Arts, comprendente una pista circolare e un piccolo palcoscenico (in realtà, un soppalco) sul quale avevano luogo le esibizioni di funamboli, giocolieri e le pantomime dei pagliacci inseriti insieme a dei musicisti, un uomo forte, dei cani ammaestrati, degli acrobati in piramide e dei pezzi comici; c’erano inoltre orchestra, palchi e galleria.
Gli intermezzi comici servivano (e servono ancor oggi) ad intrattenere il pubblico tra un numero equestre e l’altro, allentando la tensione dello spettacolo ed offrendo ai cavallerizzi adeguati tempi di recupero. Protagonisti degli intermezzi comici erano artisti di strada abituati ad esibirsi nelle fiere di paese, personaggi certo buffi e rozzi, ma anche, il più delle volte, dotati di abilità tecniche notevoli: a queste figure venne dato nel mondo anglosassone il nome di clown (termine che in inglese significa «contadino rozzo», dal latino colonus, «colono») e in Francia quello di grotesque. I tratti caratteristici della comicità del clown, che associa virtuosismo tecnico a gesti goffi e rozzi, sono riconoscibili già in alcune figure del teatro più antico, come i buffoni e gli attori nomadi della Grecia, i menestrelli del Medioevo e i commedianti dell’arte del Rinascimento.
Questa origine paramilitare del circo determina alcune connotazioni dei costumi dei domatori, dell’orchestra e degli inservienti di pista, tutti ancora oggi in uniforme con alamari.
Partendo da Parigi nel 1772, Astley diffuse il circo in tutte le maggiori città europee, fondando anche sedi stabili; costruì anfiteatri di legno in tutto il Regno Unito: il primo fu eretto nel 1773 a Dublino, in Irlanda.
Già nel 1772, l’impresario Charles Hughes ideò uno spettacolo che era praticamente una copia carbone di quello di Astley, e la concorrenza divenne presto feroce, generando interesse e, di conseguenza, buoni affari. Catturò anche l’attenzione dei magistrati del Surrey County, che chiusero entrambi gli spettacoli nel luglio dell’anno successivo, perché nessuno dei due aveva la licenza corretta.
Nel 1774, Philip Astley eseguì le sue «gesta di equitazione» per la prima volta a Parigi, all’Hotel de Manège Razade, rue des Tuileries Vieilles. L’evento è di una certa importanza, dal momento che negli anni a venire Parigi sarebbe diventata una seconda casa per lui e una prima casa per il figlio.
All’età di trentotto anni, Astley si ritirò dagli spettacoli, rimanendo solo come Direttore Equestre.
Nel 1781, Charles Hughes, tornato a Londra dopo otto anni di tour in Europa, insieme a Charles Dibdin (un prolifico compositore e librettista) e con l’aiuto di un sindacato di sostenitori, cominciò a costruire un nuovo anfiteatro, questa volta in pietra, su un pezzo di terreno situato all’incrocio delle tre strade che conducono ai tre ponti che servono Londra (Westminster, Blackfriars e London Bridge). Il luogo, noto come Circo di San Giorgio, aveva al centro un obelisco che era un noto punto di riferimento. Ancora una volta, Hughes aveva trasferito la sua opera in prossimità dell’Astley’s Royal Amphitheatre of Arts.
Il Circo Reale Equestre e Accademia Filarmonica, come fu pomposamente chiamato (sarebbe stato poi conosciuto semplicemente come Hughes Royal Circus) fu aperto il 4 novembre del 1782. Era il primo anfiteatro moderno a portare il titolo «circus»: si trattava di una struttura elegante, che includeva un palcoscenico completamente attrezzato e una pista di undici metri e quindici centimetri. Il palco e la struttura ad anello divennero lo standard per quasi tutti gli edifici del circo fino alla seconda metà del XIX secolo.
Astley aveva perso il suo monopolio, dovendo anche fare i conti con una seria concorrenza. Fortunatamente per lui, né Dibdin né Hughes erano fiscalmente competenti, e il loro gruppo si rivelò incredibilmente disfunzionale. Hughes morì alla fine del 1797: il suo circo, afflitto da problemi di licenze e quasi fallimenti, gradualmente cadde in uno stato di abbandono; nel 1804, un incendio danneggiò gravemente l’edificio. Dopo una lunga ristrutturazione, il Royal Circus si focalizzava principalmente sulle offerte teatrali. Nel 1810, fu trasformato in un teatro vero e proprio.
Durante questo periodo, Astley non ebbe difficoltà a mantenere la sua supremazia nel nascente circo. Il 5 luglio 1782, aprì la Anglais Manège, un recinto a cielo aperto sul Boulevard du Temple a Parigi. Lasciò la capitale francese alla fine di agosto, dopo aver incontrato un notevole successo grazie in gran parte a suo figlio, John, che era diventato il vero protagonista dello spettacolo. Tornò l’estate successiva, per esibirsi alla corte della Regina Maria Antonietta a Versailles (il successo portò all’emissione di un privilegio reale che gli permise di aprire un anfiteatro permanente). L’Anfiteatro des Anglais Sieurs Astley, père et fils aprì le sue porte il 16 ottobre del 1783; poiché la normativa vietava di esibire prodezze e acrobazie su un palco (consentendole solo sui cavalli), l’astuto inglese montò una grande piattaforma sopra alcuni cavalli per presentare ugualmente i propri spettacoli.
Gli anni successivi gli portarono gioie come dolori. Il lavoro svolto in precedenza cominciava a dare i suoi frutti (oltre ai circhi in Inghilterra e Francia, ne stava per costruire uno in Irlanda), purtroppo funestati da guerre e rivoluzioni. Il suo circo parigino fu rilevato nel 1791 dall’Italiano Antonio Franconi, il «padre» del circo francese. Scoppiata la guerra tra il Regno Unito e la Francia rivoluzionaria nel 1793, Philip Astley, che aveva cinquantun anni, si riarruolò tra i dragoni. Il 16 agosto 1794 (anno in cui ricevette per la sua popolarità il patronato del principe di Galles e del duca di York), mentre era in servizio, a Londra il suo anfiteatro venne raso al suolo. Era stato ristrutturato nel 1786, e battezzato Grove Royal Astley.
Astley ottenne rapidamente il congedo dall’esercito e tornò a Londra per ricostruirlo. Ciò fu fatto a tempo di record: il Nuovo Anfiteatro Astley delle Arti era pronto per la stagione del 1795, iniziata, come di consueto, il Lunedì di Pasqua.
Nel 1802, dopo la pace di Amiens, Astley tornò a Parigi e riprese possesso del suo anfiteatro in rue du Faubourg du Temple.
L’anno seguente, il suo nuovo anfiteatro di Londra fu ancora una volta consumato da un incendio, che causò anche la morte di alcuni suoi familiari. L’anfiteatro fu ricostruito l’anno stesso, questa volta seguendo l’ormai classico modello del Royal Circus. Philip Astley fu anche incaricato di progettare i fuochi d’artificio sul Tamigi per il compleanno di Re Giorgio III.
Nel 1805, ottenne una licenza per costruire un altro circo, a Londra, all’angolo tra Newcastle e Street Wych, sullo Strand. Il Padiglione Olimpico fu inaugurato il 18 settembre 1806. Era dotato di una pista equestre più ampia delle precedenti e di un palcoscenico teatrale completo. Ma non ebbe fortuna; Astley, che aveva perso una notevole quantità di denaro in quest’ultima impresa, lo vendette nel 1813.
Philip Astley morì per disturbi di stomaco nella sua casa di Parigi il 20 ottobre 1814. Aveva settantadue anni. Fu sepolto al cimitero di Père Lachaise, a Parigi, dove la sua tomba, purtroppo, non è più visibile. Chiese che tutte le sue proprietà di Parigi fossero vendute e il ricavato andasse a suo figlio John, che ereditò anche l’anfiteatro a Stangate Street. John Philip Astley Conway sopravvivrà al padre solo sette anni.
La fine del XVIII secolo aveva dunque visto la nascita, nelle principali capitali europee, di molti circhi permanenti che presentavano spettacoli equestri. Fiorirono inoltre circhi più piccoli, itineranti, i cui artisti vivevano in carrozzoni al seguito della carovana. Gli spettacoli erano semplici: un giocoliere, qualche funambolo, alcuni acrobati, i clown. Nel 1792 il circo venne introdotto negli Stati Uniti da John Bill Ricketts (allievo di Charles Hughes), un cavallerizzo inglese che, dopo aver debuttato a Philadelphia, tenne spettacoli a New York e a Boston.
Questa nuova formula ha goduto di successo immediato: era stata creata una nuova forma di intrattenimento – il circo come lo conosciamo oggi.

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