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mercoledì 31 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 gennaio.
Il 31 gennaio 1930 la 3M mette in commercio il nastro adesivo, chiamandolo Scotch.
Non c’era verso di pitturarle a regola d’arte le auto negli anni Venti del secolo scorso. Il problema erano le rifiniture: impossibile evitare sbavature della tintura. Peggio ancora se le macchine avevano più colori; se non si stava attenti si rischiava di dover ricominciare continuamente. Fino a quando l’ingegnere Richard Drew, nel 1925, trovò una soluzione: un nastro di carta con un lato adesivo, da applicare con una leggera pressione ai bordi della zona da colorare e che, una volta finito il lavoro, si poteva tirare via lasciando tutto pulito.
Quel nastro (tecnicamente per mascherature) era l’antenato dello scotch, la pellicola di cellophane con un lato adesivo che lo stesso Drew mise a punto pochi anni dopo. A lanciarlo sul mercato, il 31 gennaio 1930, fu l’azienda per cui il giovane Drew lavorava, quella delle  3M: Minnesota Mining and Manufacturing Company, fino ad allora solo grande produttrice di carta vetrata.
Il nome l’avevano suggerito a Drew le sue prime cavie. Durante uno dei tanti test, frustrato perché quel nastro non ne voleva sapere di appiccicarsi alle macchine, uno dei ragazzi delle officine esclamò: “Take this tape back to those Scotch bosses of yours and tell them to put more adhesive on it!” (“ Riporta questo nastro ai tuoi capi scozzesi e dì loro di metterci più adesivo!”). Perché scozzesi? Era un modo come tanti per dire avari, e il popolo del kilt era famoso per questo.
Il consiglio funzionò: con più adesivo quel nastro si poteva attaccare da qualsiasi parte: in un officina, ma anche in una pasticceria, e perché no anche in un forno, dove lo scotch serviva per chiudere pacchi e pacchettini di zucchero, farina e quant’altro. Così, nel 1930 la compagnia delle 3M decise di dare il via alla vendita del primo vero scotch, trasparente e resistente all’umidità.
Fu un clamoroso successo. Complice anche l’epoca: erano gli anni della grande depressione economica in negli Stati Uniti e per risparmiare si usava ogni espediente. I cittadini americani scoprirono presto che con quel rotolino di cellophane potevano fare di tutto, dall’aggiustare giocattoli rotti al riparare le pagine di un libro, fino ad accomodare un paralume o un vetro, evitando molte e inutili spese.
Nel 1932 arriva la prima miglioria al prodotto. John Borden firma l’invenzione del dispenser per lo scotch, un supportino per il nastro con tanto di lametta per facilitarne il taglio. I primi modelli erano in ghisa e piuttosto pesanti, ma ben presto vennero sostituiti con quelli a chiocciola, di plastica e quindi più leggeri e maneggevoli. Solo nel 1945 compare, però, il famoso plaid scozzese a rivestire lo scotch. Da allora è la  mascotte del nastro che nel 1985 gli americani consacreranno come il prodotto casalingo più indispensabile.

martedì 30 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 gennaio.
Il 30 gennaio 1649 Re Carlo I d'Inghilterra viene decapitato.
Carlo I Stuart fu re d’Inghilterra, Scozia e Irlanda (1625-1649). Secondogenito e successore di Giacomo I d’Inghilterra (Giacomo VI di Scozia), della dinastia Stuart, divenne l’erede al trono nel 1612, alla morte del fratello Enrico, e nel 1625 salì al trono. Nello stesso anno sposò la principessa francese Enrichetta Maria di Borbone.
Appena eletto, Carlo dovette subito affrontare l’ostilità del Parlamento, che gli negò i finanziamenti per rafforzare la flotta militare e condurre una guerra in Europa; nel corso della guerra dei Trent’anni, infatti, i territori che appartenevano alla figlia di Giacomo, Elisabetta di Boemia, sposata con un elettore del Palatinato, erano stati conquistati dall’imperatore del Sacro romano impero, Ferdinando II, e adesso Carlo si proponeva di riscattarli.
Per riuscire a ottenere i fondi necessari, il sovrano sciolse più volte il Parlamento e fece arrestare i deputati che gli si opponevano.
Negli anni tra il 1625 e il 1630 l’Inghilterra fu in guerra contro la Spagna e la Francia; l’andamento sfavorevole delle battaglie, però, aumentò il malcontento in patria. Nel 1628 Carlo fu costretto dal Parlamento ad accettare la Petition of Rights, che limitava le prerogative reali e imponeva una riduzione delle tasse.
Nel 1629 il Parlamento fu nuovamente sciolto e il sovrano diede inizio a undici anni di governo assoluto durante i quali, per riempire le casse dello stato, fece ricorso a ogni forma di tassazione.
Il clima di tensione raggiunse il culmine nel 1637, quando Carlo tentò di imporre la religione anglicana alla Scozia presbiteriana: la nobiltà scozzese, i feudatari e i ministri presbiteriani, riuniti nel Covenant, scatenarono una rivolta contro l’Inghilterra.
Carlo, incapace di tenere testa ai ribelli e messo alle strette dalla mancanza di fondi, fu costretto a convocare il cosiddetto Parlamento Corto (Short Parliament, 13 aprile – 5 maggio 1640), dal quale però non riuscì a ottenere gli sperati aiuti economici.
In seguito, nel novembre del 1640, Carlo convocò il cosiddetto Parlamento Lungo (Long Parliament), guidato dal presbiteriano John Pym. Il re dovette accettare pesanti limitazioni al proprio potere e fu costretto a ratificare la condanna a morte dei suoi principali consiglieri, fra cui il conte di Strafford. Nell’ottobre del 1641 i cattolici irlandesi insorsero e Carlo si rivolse al Parlamento al fine di organizzare un esercito con cui sedare la rivolta.
I Lord temettero però che il sovrano volesse usare l’esercito contro di loro e risposero con la Grand Remonstrance, una petizione che concedeva al Parlamento il potere di ratificare le nomine dei ministri. Il re si eresse a difensore del vecchio ordine e riuscì a radunare un esercito, alla testa del quale si presentò in Parlamento con l’intenzione di arrestare Pym.
L’atto scatenò una sollevazione popolare che segnò l’inizio della guerra civile, durante la quale le truppe realiste si scontrarono con l’esercito (i cosiddetti Roundheads, “teste rotonde”) costituito dai parlamentaristi e guidato da Oliver Cromwell. Nel 1643 i parlamentaristi si allearono con gli scozzesi del Covenant; Carlo fu sconfitto una prima volta nella battaglia di Marston Moor e, nel giugno 1645, subì una nuova e clamorosa disfatta nella battaglia di Naseby. Nella primavera del 1646 si arrese agli scozzesi, che lo consegnarono al Parlamento inglese.
Sebbene fosse stato militarmente sconfitto e non avesse più alcun seguace, il re non si diede per vinto: tentò alleanze e fomentò intrighi con i diversi partiti, optando alla fine per l’offerta di sostegno militare che gli giunse dai realisti scozzesi. Questo accordo segreto portò a una seconda invasione dell’Inghilterra da parte degli Scozzesi. Tuttavia, l’esercito di Cromwell era sufficientemente forte per reprimere l’insurrezione; alla fine della seconda guerra civile, nel 1648, Cromwell istituì un tribunale per sottoporre a giudizio il re, che fu ritenuto colpevole.
Carlo fu giustiziato per decapitazione il 30 gennaio del 1649. In Inghilterra fu proclamata la repubblica, con a capo Oliver Cromwell, il protagonista della rivoluzione inglese.

lunedì 29 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 gennaio.
Il 29 gennaio 1944 il Teatro Anatomico dell'Archiginnasio di Bologna viene quasi completamente distrutto durante un bombardamento della città.
La sala, chiamata Teatro per la caratteristica forma ad anfiteatro, fu progettata nel 1637 per le lezioni anatomiche dall'architetto bolognese Antonio Paolucci detto il Levanti, scolaro dei Carracci.
Venne costruita in legno d'abete e decorata con due ordini di statue raffiguranti in basso dodici celebri medici (Ippocrate, Galeno, Fabrizio Bartoletti, Girolamo Sbaraglia, Marcello Malpighi, Carlo Fracassati, Mondino de' Liuzzi, Bartolomeo da Varignana, Pietro d'Argelata, Costanzo Varolio, Giulio Cesare Aranzio, Gaspare Tagliacozzi) e in alto venti dei più famosi anatomisti dello Studio bolognese.
Il soffitto a cassettoni, realizzato nel 1645 da Antonio Levanti, è decorato con figure simboliche rappresentanti quattordici costellazioni e al centro Apollo, nume protettore della medicina.
La cattedra del lettore, che sovrasta quella del dimostratore, è fiancheggiata da due statue dette "Spellati", scolpite nel 1734 su disegno di Ercole Lelli, famoso ceroplasta dell'Istituto delle Scienze. Sopra al baldacchino una figura femminile seduta, allegoria dell'Anatomia, riceve come omaggio da un putto alato non un fiore, ma un femore.
La sala anatomica ha subito gravissimi danni nel bombardamento che il 29 gennaio 1944 distrusse quest'ala dell'edificio ed è stata ricostruita nell'immediato dopoguerra riutilizzando le sculture lignee originali, fortunatamente recuperate dalle rovine.
La scelta del tema astrologico per il soffitto a cassettoni risale alla tradizione di consultare gli astri prima di procedere alle operazioni o di somministrare farmaci, secondo una concezione della medicina che risente dell'influsso esercitato in tutt'Europa dalla scienza diffusa dagli Arabi fin dai tempi della conquista della Spagna. L'astrologia veniva associata alla medicina, ed ogni parte del corpo era posta sotto la tutela di un segno zodiacale, del resto l'Astrologia continuò ad essere materia di studio anche all'università bolognese fine a tutto il secolo XVII. La decorazione del soffitto riflette un certo modo di concepire l'uomo e la sua vita biologica in rapporto con la natura e il cosmo.
Recentemente i problemi conservativi del legno d'abete che riveste la sala hanno indotto l'Amministrazione Comunale di Bologna a programmare un intervento di restauro per la salvaguardia della struttura delle pareti e del soffitto, esteso a tutte le decorazioni e le statue, minacciate dallo scorrere inesorabile del tempo e dall'inquinamento ambientale. Alla pulitura dei legni è seguito un esame del loro stato di conservazione per procedere poi a trattamenti preventivi contro l'attacco di parassiti, disinfestazione e trattamento con sostanze antitarlo, idrorepellenti e ignifughe.
L'intervento, costato 68.000 euro, è stato finanziato in gran parte grazie ai proventi del Gioco del Lotto: il restauro del Teatro Anatomico è risultato vincitore nell'anno 2003 del concorso "Lotto per l'arte" indetto da Lottomatica, che aveva messo al primo posto questo monumento fra i tre indicati per le iniziative a favore dell'arte nella regione Emilia Romagna. Il Comune di Bologna ha potuto così ricevere un contributo di 50.000 euro.
I lavori hanno avuto una durata di sei mesi, rispettando i tempi programmati per restituire il più presto possibile alla città e ai suoi numerosissimi visitatori, dall'Italia e dall'estero, un gioiello storico ed artistico.

domenica 28 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 gennaio.
Il 28 gennaio 1918 ebbe inizio la guerra civile finlandese.
Sotto la pressione delle poderose armate germaniche, l’allora piccolo Granducato di Finlandia, parte integrante del morente Impero russo, proclamò la sua indipendenza. Era il 6 dicembre 1917. Lo zar Nicola II era stato collocato agli arresti da pochi mesi e Kerenskij era succeduto al principe L’vov in qualità di Capo del Governo provvisorio russo. Tale cambiamento, dovuto più che altro alla caduta dello zar, collante dell’unione personale con il Granducato, aveva spinto la giovane dieta scandinava a dichiarare unilateralmente l’indipendenza dalla Russia. Il Granducato, a differenza degli altri territori amministrati dai Romanov, non era retto da un sistema autocratico, bensì da una monarchia costituzionale, la quale, nel 1903, fu affiancata da un moderno parlamento – la Eduskunta – che consentiva anche, per la prima volta in Europa, il suffragio universale (esteso anche alle donne) per l’elezione diretta dei membri della Camera Bassa. Un vero e proprio laboratorio progressista posto ai confini occidentali del vasto impero zarista.
Ma se da un lato la volontà di scindersi dalla Russia era univoca e riscontrava una vasto appoggio, dall’altro le elezioni politiche dell´ottobre 1917 avevano consegnato al paese un risultato ambiguo: la vittoria, almeno numerica, del Partito Socialdemocratico finlandese (a trazione bolscevica) che, ovviamente, fu estromesso ed isolato dalle leve del potere. La parallela sollevazione bolscevica contro il governo provvisorio di Russia creò poi i presupposti per un successivo scontro tra forze democratiche, liberali e conservatrici contro i “Rossi”, sfociato nella guerra civile finlandese che sarà il preludio, in piccola scala, di ciò che accadde in Russia pochi mesi più avanti. Le armate comuniste di Finlandia, foraggiate e direttamente appoggiate dai bolscevichi, riuscirono a cingere d’assedio Helsinki fino a costringere lo stesso governo di unità nazionale e anti-bolscevico a rifugiarsi nella città di Vaasa, situata poco più a nord sul Golfo di Botnia. La guerra interna si andava così a sommare al problema istituzionale, molto dibattuto nella Finlandia dell’epoca: monarchia o repubblica. A partire dal 15 gennaio 1918, il nuovo capo del governo provvisorio finlandese, Pehr Evind Svinhufvud, di concerto con l’abilissimo ex-ufficiale di cavalleria zarista e futuro eroe nazionale, Carl Gustav Mannerheim, organizzò il nuovo esercito, composto quasi unicamente dai membri della milizia della Guardia Bianca anti-bolscevica.
Contrariamente alla Guardia Rossa – la milizia che aveva preso Helsinki e aveva proclamato la Repubblica Socialista dei Lavoratori di Finlandia – , parte degli effettivi dei controrivoluzionari “bianchi” godeva di un’ottima preparazione militare e di efficienti armamenti . Gli Jager finlandesi, una piccola fetta di volontari, addestrati nelle fila dell’esercito imperiale tedesco, erano partiti nel 1914 per combattere contro l’oppressore russo sul Fronte Orientale. Oltre a ciò, il nuovo esercito di Finlandia poteva contare su contingenti zaristi in rotta dopo la Rivoluzione, alcune migliaia di volontari svedesi e dall’appoggio diretto dell’esercito del Kaiser. Quest’ultimo fu l’elemento decisivo che, il 16 maggio 1918, condusse rapidamente i Bianchi alla vittoria e costrinse la fiaccata Russia bolscevica a riconoscere ufficialmente l’indipendenza finlandese.
Con la fine delle ostilità e le truppe tedesche presenti sul territorio finlandese – praticamente padroni dell’Est Europa dopo la capitolazione russa – il presidente provvisorio Svinhufvud propose al parlamento di dare continuità all´istituto monarchico, precedentemente vigente nel Granducato. Opzione questa molto gradita ai tedeschi che, non paghi, alzarono la posta in gioco “consigliando” al presidente finlandese, divenuto in quei giorni reggente, di proporre in parlamento uno dei vari principi tedeschi legati con la famiglia imperiale. La scelta cadde su Federico Carlo di Assia-Kassel, cognato del Kaiser, al quale rapidamente venne offerta la corona il 9 ottobre dello stesso anno.
Il tentativo di germanizzare la Finlandia – de facto divenuta un protettorato tedesco – fu solo il primo passo per una serie di stati, pur di breve durata, filo-tedeschi (come il Ducato Unito dei Paesi Baltici, la Repubblica ucraina o il Regno di Polonia) nati dalle ceneri dei possedimenti occidentali dell’Impero russo, sui quali i tedeschi avevano avuto mano libera dopo la firma del trattato di Brest-Litovsk nel marzo del 1918. Il sistema egemonico istituito dalla Germania nell’Est Europa ebbe però vita breve: la firma dell’Armistizio di Compiègne sopraggiunta l’11 novembre 1918 e la fine della monarchia in Germania fecero cadere uno dopo l’altro tutti gli avamposti germanici in oriente. Nessuno degli Alleati avrebbe tollerato la presenza di un principe tedesco sul trono finlandese o di qualsiasi altro stato sorto sotto i colpi di obice tedeschi. Il 14 dicembre 1918, concordata l’abdicazione “a distanza” – Federico Carlo non prese mai effettivamente possesso del trono – con il parlamento, il novello re formalizzò la rinuncia al trono di Finlandia. I poteri di capo dello stato passarono così al generale Mannerheim che, nel 1919, proclamò la Repubblica di Finlandia.
La breve parentesi monarchica (indipendente) volgeva così al termine, anche se, bisogna ricordarlo, qualcuno, nei tumultuosi giorni che seguirono la proclamazione della giovane repubblica scandinava, tentò addirittura di convincere il barone Mannerheim a prendersi la corona e divenire re. Il barone declinò, salvo poi subire una tremenda débâcle alle elezioni presidenziali del luglio del 1919 e ritirarsi, temporaneamente, a vita privata. Almeno fino alla nuova minaccia sovietica.

sabato 27 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 gennaio.
Il 27 gennaio 1932 Enzo Ferrari pone per la prima volta il simbolo del cavallino rampante su una sua auto. Gli era stato donato come portafortuna 9 anni prima dalla famiglia di Francesco Baracca, l'asso della prima guerra mondiale nativo di Lugo, che lo aveva dipinto sul suo aeroplano.
Enzo Ferrari nasce a Modena il 18 febbraio 1898. All'età di dieci anni il padre Alfredo, dirigente di una locale fabbrica di lavorazione dei metalli, lo porta assieme al fratello Alfredo Jr. a Bologna, ad una gara automobilistica. Dopo aver assistito ad altre gare, Enzo Ferrari decide che vuole diventare un pilota automobilistico.
La formazione scolastica di Enzo Ferrari è abbastanza lacunosa, cosa che sarà motivo di rimpianto nei suoi ultimi anni. Il 1916 è un anno tragico che vede la morte, a breve distanza l'una dall'altra, del padre e del fratello.
Durante la prima guerra mondiale si occupa di zoccolare i muli dell'esercito e, nel 1918, rischia la vita a causa della terribile epidemia influenzale che colpì in quell'anno l'intero globo.
Viene assunto alla CMN, una piccola fabbrica di automobili riconvertita dalla fine della guerra. I suoi compiti includono test di guida che svolge con gioia. E' in questo periodo che si avvicina seriamente alle corse e nel 1919 partecipa alla Targa Florio arrivando nono. Attraverso il suo amico Ugo Sivocci lavora all'Alfa Romeo che ha introdotto alcune vetture di nuova concezione per la Targa Florio del 1920. Ferrari guida una di queste vetture ed arriva secondo.
Mentre è all'Alfa Romeo, diventa uno dei protetti di Giorgio Rimini, uno dei principali aiutanti di Nicola Romeo.
Nel 1923 gareggia e vince sul circuito di Sivocci a Ravenna, dove incontra il padre del leggendario asso italiano della prima guerra mondiale Francesco Baracca che rimane colpito dal coraggio e dall'audacia del giovane Ferrari e si presenta al pilota con il simbolo della squadra del figlio, il famoso cavallino rampante su di uno scudo giallo.
Nel 1924 agguanta la sua più grande vittoria vincendo la coppa Acerbo.
Dopo altri successi viene promosso a pilota ufficiale. La sua carriera nelle corse continua però solo in campionati locali e con macchine di seconda mano; ha finalmente l'occasione di guidare una vettura nuova alla più prestigiosa gara dell'anno: il Gran Premio di Francia.
In questo periodo si sposa e apre una concessionaria Alfa a Modena. Nel 1929 apre la sua azienda, la Scuderia Ferrari. Viene sponsorizzato in questa impresa dai ricchi industriali tessili di Ferrara, Augusto ed Alfredo Caniano. L'obiettivo principale dell'azienda è quello di fornire assistenza meccanica e tecnica ai ricchi acquirenti di Alfa Romeo che utilizzano queste vetture per le competizioni. Stringe un accordo con l'Alfa Romeo con il quale si impegna a fornire assistenza tecnica anche ai loro clienti diretti.
Enzo Ferrari stringe contratti simili anche con Bosch, Pirelli e Shell.
Per incrementare la sua "scuderia" di piloti amatoriali, convince Giuseppe Campari ad aderire alla sua squadra, al quale segue un altro bel colpo con la firma di Tazio Nuvolari. Nel suo primo anno la Scuderia Ferrari può vantare 50 piloti sia a tempo pieno che part-time.
Il team compete in 22 gare e totalizza otto vittorie e parecchie ottime prestazioni.
La Scuderia Ferrari diventa un caso di studio, forte anche del fatto che è il più grande team messo insieme da una persona sola. I piloti non ricevono un salario ma una percentuale sui premi delle vittorie, anche se qualsiasi richiesta tecnica o amministrativa dei piloti viene esaudita.
Tutto cambia quando l'Alfa Romeo annuncia la sua decisione di ritirarsi dalle gare a partire dalla stagione 1933 a causa di problemi finanziari. La Scuderia Ferrari può fare il suo vero ingresso nel mondo delle corse.
Nel 1935 firma per la Scuderia Ferrari il pilota francese Rene Dreyfus che prima guidava per la Bugatti. Egli è colpito dalla differenza tra il suo vecchio team e la Scuderia Ferrari e ne parla così: "La differenza tra il far parte del team Bugatti rispetto alla Scuderia Ferrari è come tra il giorno e la notte. [...] Con Ferrari ho imparato l'arte degli affari nelle corse, perché non c'è dubbio che Ferrari è un grandissimo affarista. [...] Enzo Ferrari ama le corse, su questo non ci piove. Ciononostante riesce a stemperare tutto per la persecuzione del suo fine che è quello di costruire un impero finanziario. Io sono sicuro che un giorno diventerà un grand'uomo, anche se le vetture che dovesse mandare in pista un giorno non portassero più il suo nome".
Negli anni la Scuderia Ferrari può vantare grandissimi piloti quali Giuseppe Campari, Louis Chiron, Achille Varzi ed il più grande di tutti, Tazio Nuvolari. Durante questi anni il team si deve confrontare con la potenza delle squadre tedesche Auto Union e Mercedes.
Dopo la guerra, Enzo Ferrari costruisce la propria prima vettura e, al Gran Premio di Monaco del 1947, fa la sua comparsa la Tipo125 con motore da 1,5 litri. La vettura è concepita dal suo vecchio collaboratore Gioacchino Colombo. La prima vittoria di Ferrari in un Gran Premio è nel 1951 al GP di Gran Bretagna dove l'argentino Froilan Gonzales porta alla vittoria la vettura della scuderia modenese. Il team ha una possibilità di vincere il Campionato del Mondo, possibilità che sfuma nel GP di Spagna quando la scuderia opta per i pneumatici Pirelli: il risultato disastroso consente a Fangio di vincere la gara ed il suo primo titolo mondiale.
Le vetture sportive diventano un problema per Ferrari le cui vittorie agonistiche non riescono a soddisfarlo pienamente. Il suo mercato principale, ad ogni modo, è basato sulle macchine da corsa dell'anno precedente vendute a privati. Le vetture Ferrari diventano quindi comuni in tutti i principali eventi sportivi tra cui Le Mans, Targa Florio e la Mille Miglia. Ed è proprio alla Mille Miglia che Ferrari agguanta alcune delle sue più grandi vittorie. Nel 1948 Nuvolari, già in pessime condizioni di salute, è iscritto per parteciparvi, anche se il suo fisico non può reggere ad un simile sforzo. Alla tappa di Ravenna Nuvolari, da quel grande campione che è stato, è già in testa ed ha addirittura un vantaggio di più di un'ora rispetto agli altri piloti.
Purtroppo Nuvolari viene "battuto" dalla rottura dei freni. Esausto, è costretto a scendere dalla vettura.
In questo periodo Ferrari comincia a produrre la famosissima Gran Turismo disegnata da Battista "Pinin" Farina. Le vittorie a Le Mans ed a altre gare sulla lunga distanza rendono famoso il marchio modenese in tutto il mondo.
Nel 1969 Ferrari deve far fronte a gravi sforzi finanziari. Le vetture sono ora ricercatissime ma non riesce a produrne a sufficienza per soddisfare le richieste e contemporaneamente a mantenere i propri programmi sul fronte agonistico. In aiuto arriva la FIAT e la famiglia Agnelli. E' a causa dell'accordo con l'impero della FIAT che la Ferrari viene criticata per non riuscire a dominare i ben più piccoli team inglesi.
Nel 1975 la Ferrari giunge ad una rinascita nelle mani di Niki Lauda che vince due titoli di Campione del Mondo e tre titoli di Campione Costruttori in tre anni.
Ma quella è l'ultima vittoria importante. Enzo Ferrari non riuscirà più a vedere la sua squadra campione del mondo; muore il 14 agosto 1988 all'età di 90 anni. La scuderia continua comunque nell'intento anche grazie a due grandi nomi, Alain Prost e Nigel Mansell. Nel 1993 entra Todt come Direttore Sportivo direttamente dalla direzione del team Peugeot che ha vinto la 24 ore di Le Mans e si porta dietro Niki Lauda come consulente tecnico.
L'arrivo nel 1996 del due volte campione del mondo Michael Schumacher e, nel 1997, di Ross Brawn e Rory Byrne dalla Benetton completano uno dei più grandi team della storia della Formula Uno.

venerdì 26 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 gennaio.
Il 26 gennaio 1925 nasce in Ohio Paul Newman.
Nato a Shaker Heights, Ohio, Paul Newman si laurea in Scienze al Kenyon College e negli anni '40 entra a far parte di una compagnia teatrale. Qui incontra Jakie Witte che diverrà sua moglie nel 1949. Dal matrimonio nascono tre figli, il più piccolo, Scott, morirà tragicamente per overdose nel 1978.
Negli anni '50 si iscrive alla scuola di recitazione "Actor's Studio" di New York e debutta sul palcoscenico di Broadway con lo spettacolo "Picnic" di William Inge. Dopo avere incantato intere platee decide che la nuova strada da intraprendere è quella del cinema: nel 1954 si incammina per Hollywood debuttando nel film "Il calice d'argento".
In quel periodo il cinema americano è ricco di attori belli, dannati e osannati da pubblico e critica - un esempio su tutti è Marlon Brando con il suo "Fronte del porto" - e per Newman non sembra facile affermarsi ed entrare a far parte dello star system. Ma il fato è in agguato e il giovane James Dean muore tragicamente. Al suo posto, per interpretare il ruolo del pugile italo-americano Rocky Graziano, viene chiamato Paul Newman.
Nel 1956 esce quindi nelle sale "Lassù qualcuno mi ama" ed arriva il successo di pubblico e critica. In breve tempo, con il suo sguardo languido dai profondi occhi blu e con la sua attitudine viene riconosciuto come uno dei sex symbol del cinema americano.
Nel 1958, dopo il divorzio dalla Witte, sposa l'attrice Joanne Woodward conosciuta sul set del film "La lunga estate calda" e con la quale è rimasto sposato fino alla morte. Dalla loro unione nascono tre figlie.
Nel 1961 compie il grande passo e decide di cimentarsi dietro la macchina da presa con il cortometraggio "On the harmfulness of tabacco"; il suo primo film da regista è "La prima volta di Jennifer" con il quale Newman dirige la moglie.
La sua carriera di regista prosegue con i film "Sfida senza paura" (1971), "Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilde" (1972), "Lo zoo di vetro" (1987).
Nel 1986 finalmente l'Addemy si accorge di lui e arriva l'Oscar per la sua interpretazione nel film "Il colore dei soldi" di Martin Scorsese, al fianco di un giovane Tom Cruise.
Durante gli anni '70 una sua grande passione sono le corse automobilistiche e nel 1979 prende parte alla 24 ore di Le Mans arrivando secondo al volante della sua Porsche. Negli anni '90 nasce la Newman's own, un'azienda alimentare specializzata in produzioni biologiche, i cui ricavati vengono devoluti in beneficenza.
Nel 1993 riceve il premio "Jean hersholt Humanitaria" dall'Accademy per le sue iniziative benefiche. In ricordo del figlio Scott, Newman dirige "Harry & son" nel 1984, storia di padre e figlio allontanati da mille incomprensioni.
La classe di Paul Newman la si ritrova in numerosissime pellicole, da quei capovalori che sono "La gatta sul tetto che scotta" (1958, con Elizabeth Taylor) e "La stangata" (1973, con Robert Redford) fino agli ultimi film ("Le parole che non ti ho detto" - 1998, con Kevin Costner, "Era mio padre" - 2003, con Tom Hanks) dove sebbene anziano la sua presenza fa ancora la differenza.
Alla fine del mese di luglio del 2008 gli viene diagnosticato un cancro ai polmoni. Trascorre gli ultimi mesi della sua vita con la famiglia: il 26 settembre 2008 muore nella sua casa di Westport, nello stato del Connecticut.

giovedì 25 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 gennaio.
Il 25 gennaio 1890 Nellie Bly completa il suo giro del mondo in 72 giorni.
A Washington, il Wall Street Journal l' ha chiamata "la madre di tutte le giornaliste".
è stata la prima, grande inviata della storia, una Barzini senior in gonnella, una antesignana di Oriana Fallaci, senza averne peraltro le doti di scrittrice. Il modello di intere generazioni di "girl reporters", come venivano dette a cavallo del secolo. Una femminista ante litteram e una riformatrice sociale. Una rivoluzionaria di straordinari intraprendenza e coraggio. La personificazione del giornalismo della "belle epoque", arrischiato ma con un forte contenuto politico.
Il suo "nome de plume" era Nellie Bly, tratto da una ballata di Stephen Collins Foster sulle donne nere, quello vero era Elisabeth Jane Cochran, la tredicesima di quindici figli di un ricco giudice della Pennsylvania.
Per quasi mezzo secolo, fu una protagonista della scena americana: i contemporanei le dedicarono canzoni, saggi, persino giochi di società . Non demeritò nulla. Le sue imprese entrarono nel folclore popolare, dal giro del mondo in settantadue giorni, suggeritole dal romanzo di Jules Verne, all' internamento volontario in un manicomio, per poterne denunciare le storture.
Se il giornalismo è una realtà viva, lo si deve anche a Nellie Bly. Fu lei a creare il moderno reportage: l'inchiesta sulla corruzione, l'intervista al ricercato, la vita tra le prostitute, e così di seguito, spesso rischiando l'incolumità e la reputazione. E ad aprire alle donne un'attività che era monopolio degli uomini, fino ad affiancarli come inviata di guerra nelle trincee dell'Europa. I giornali se la disputarono con cifre favolose, e i colleghi la idolatrarono e temettero. A lei Brooke Kroeger, una delle migliori giornaliste americane d'oggi, ha dedicato una biografia, "Nellie Bly", editore Times Books, che ha il ritmo del romanzo. Hollywood pensa già di farne un film: la figura di Nellie Bly, iconoclasta e provocatoria, è più attuale che mai. Per i lettori è una riscoperta, la prova che anche nell'età vittoriana, età di puritanesimo e di conformismo, esplosero fermenti irrefrenabili. E che spesso la funzione di rottura spettò alle donne, come Alessandra Kollontai nella rivoluzione bolscevica.
Elisabeth Jane Cochran nasce ad Apollo, in Pennsylvania, il 5 maggio del 1864, in piena guerra civile. Il padre giudice è anche un piccolo industriale: la avvia agli studi, e la destina all'insegnamento, iscrivendola all'istituto magistrale dell'Indiana. La sua morte nell'81 riduce la famiglia in povertà in pochi anni. Elisabeth è costretta ad abbandonare il college e a trasferirsi con i fratelli e le sorelle a Pittsburgh, il massimo centro industriale della zona. Nell'85 è alla disperata ricerca di un lavoro. Una "column", un editoriale di Erasmus Wilson sul Pittsburgh Dispatch, farà la sua fortuna. Wilson è un noto letterato e conservatore, e teorizza che la casa è il posto della donna. Elisabeth scrive al giornale una lettera furente: "è facile per Wilson sdottorare, ma io come mangio?", e firma "un'orfanella abbandonata". La lettera è scritta con passione totale e Wilson la mostra al direttore del Dispatch, George Madden. Questi ne rimane impressionato, e mette un' inserzione sul giornale: "Orfanella abbandonata, vieni a visitarci". Elisabeth corre ed è assunta su due piedi: cinque dollari alla settimana per inchieste traumatiche nel mondo femminile. Nellie Bly, lo pseudonimo le viene affibbiato dallo stesso Madden, si butta a capofitto dove nessuna donna reporter è ancora stata, dalle fabbriche di tessuti alle acciaierie. E porta alla luce una realtà angosciante: il lavoro nero infantile, la prostituzione, l'alcolismo. Desta scalpore la sua inchiesta sulle donne operaie, donne sole, che per divertirsi alla sera danno la caccia ai maschi, le "man masher", le mangiatrici d'uomini.
In capo a sette mesi, Nellie Bly ha la sua "column" come Erasmus Wilson, e attacca tutti, la Chiesa, il governo, il matrimonio. Un trionfo per una ventiduenne. Ma a lei non basta. Chiede e ottiene di essere mandata come corrispondente a Città del Messico, con la madre come chaperon. Ci resterà sei mesi: il "porfiriato", il regime di Porfirio Diaz, la disgusta. "è la peggiore delle monarchie", scrive. Rientra, pubblica un libro sulle sue esperienze messicane, e si fa mandare a New York. Ha una sfrenata ambizione e un progetto segreto: il passaggio a uno dei quotidiani della grande mela, il Tribune, il Sun o il New York World di Joseph Pulitzer (in quegli anni, il Times è ancora considerato serie B).
Entrare in uno dei tre "bigs" non è facile neppure per Nellie Bly. Ma con una serie di espedienti, e sfruttando la propria bellezza, riesce a intervistare i direttori per il Pittsburgh Dispatch. E quello del New York World accetta di metterla alla prova: la assumerà se riuscirà a farsi internare nel più famigerato manicomio newyorchese. Joseph Pulitzer, il magnate della carta stampata del tempo, crede nel cosiddetto nuovo giornalismo. E quel manicomio, il Backwell Asylum, è stato immortalato nel '40 da un visitatore illustre, Charles Dickens, nei suoi "Appunti americani". L' inchiesta di Nellie Bly è un capolavoro. Sotto falso nome, la giovane giornalista si sistema presso un affittacamere, in capo a una settimana simula continui attacchi di pazzia, e viene ricoverata d'urgenza in preda a presunta amnesia. Tutti i giornali ne parlano: chi è l' affascinante sventurata? La grande mela lo scopre dopo dieci giorni, quando l' avvocato del New York World va letteralmente a liberarla. Gli articoli suscitano un entusiasmo tale che vengono raccolti in un volume, il bestseller dell'anno. L'ambiziosa Nellie Bly è una superstar.
Oggi che le donne formano il sessanta per cento degli iscritti ai corsi di giornalismo delle università americane, carriere del genere non possono ripetersi. Diventare la più famosa giornalista d'America a ventiquattro anni è pressoché impossibile. Ma più che per la fulmineità della sua ascesa, spiega Brooke Kroeger, Nellie Bly va presa a modello per la sua costanza e la sua coerenza. Non spreca infatti i suoi trionfi, se ne serve per migliorare il suo lavoro e per praticare i principi in cui crede. Nel corso di un decennio, Nellie Bly lega il suo nome alla prima tangentopoli, la denuncia dei lobbisti del Parlamento dello Stato di New York. Alla riforma delle carceri, dove ripete l'exploit del Blackwell Asylum. Alla sconfitta del commercio dei neonati (ne comprerà uno per avere delle prove). E al viaggio intorno al mondo in settantadue giorni, in cui farà la conoscenza sia di Jules Verne sia dell'Italia, che percorrerà in treno da Torino a Brindisi. Ma le sfuggono, come confesserà , "due delle cose più importanti della vita", l'amore e il successo letterario. Fallisce il tentativo di trasformarsi in un autore di gialli, i "Nellie Bly's misteries". E una serie di relazioni sbagliate la conduce al matrimonio con un miliardario più anziano di lei di quarant'anni, Robert Seaman. Alla sua morte, Nellie Bly lascia il giornalismo per fare l'industriale. Un industriale illuminato, che costruisce una clinica per i dipendenti, gli dà la pensione, li rende azionisti delle sue fabbriche, mette i bambini negli asili. Ma anche un industriale ingenuo, che si lascerà derubare dai suoi dirigenti e finirà in bancarotta. Nellie Bly torna a scrivere dalle trincee dell'Europa nella Prima guerra mondiale, ma è una rentrèe controversa, troppo filotedesca. E la sua ultima campagna, per l' infanzia abbandonata, viene stroncata dalla morte nel 1922. Paradossalmente, per oltre ottanta anni, Nellie Bly verrà ricordata quasi esclusivamente nei libri per bambini. Fino alla sua riscoperta.

mercoledì 24 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 gennaio.
Il 24 gennaio 1997 viene istituita la Commissione Bicamerale per le Riforme Costituzionali.
Dieci giorni più tardi D’Alema, all’epoca segretario del Pds, ne assume la presidenza. Lo votano la sinistra, quelli di Forza Italia e l’ala centrista del Polo. Fanno 52 voti su 70 disponibili. I lavori procedono a ritmo regolare, né troppo di fretta né a passo di lumaca. Parecchie sedute vengono dedicate alla discussione generale.
L’organizzazione del lavoro prevede quattro sotto-comitati. Devono occuparsi della forma di Stato, con relatore il senatore D’Onofrio, della forma di Governo, relatore Cesare Salvi, del Parlamento e delle fonti normative, relatrice la senatrice Dentamaro e il suo collega Natale D’Amico per la partecipazione dell’Italia all’UE, e del sistema delle garanzie dove, a sorpresa, viene indicato relatore Marco Boato. Vanno menzionati i tre vice-presidenti (Leopoldo Elia, Giuseppe Tatarella e Giuliano Urbani). Mentre quattro sono, ovviamente, i presidenti dei comitati (i tre vice della commissione ai quali si aggiunge Ersilia Salvato, all’epoca vice-presidente del Senato).
La Bicamerale, come noto, aveva ricevuto un mandato preciso e vincolante: la riscrittura della seconda parte della Costituzione, quella ordinamentale. E ciò fu quanto essa realizzò. Con alcuni momenti topici. A partire dalla seduta del 4 giugno 1997 quando, dopo alterne alleanze, la commissione in seduta plenaria adottò il testo base sul semipresidenzialismo, bocciando il premierato grazie a un’improvvisa e imprevista sortita della Lega nella sala della Regina. Molto più nota, ma estranea al contesto parlamentare, la cena (o patto) della crostata, consumata in casa di Gianni Letta il 18 giugno dello stesso anno e che produsse un accordo di massima per una legge elettorale a doppio turno.
Nel frattempo la commissione aveva lavorato seriamente. Per dire, solo attraverso le audizioni, si erano interpellati sul merito della riforma i rappresentanti di Confindustria, Confapi, Unioncamere. I professori Giovanni Sartori ed Enzo Cheli. I delegati della Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, CNA, Coldiretti, CIA, Copagri, Confagricoltura, della Lega nazionale delle cooperative e mutue e della Confcooperative, i rappresentanti del Forum permanente del terzo settore, della Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità e quelli dell’Azione cattolica. E ancora, il vicepresidente del Csm, il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione, il presidente del Consiglio di Stato, il presidente e il procuratore generale della Corte dei conti, il procuratore generale militare presso la Corte di cassazione, il presidente del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, l’avvocato generale dello Stato e il presidente del Consiglio nazionale forense. I vertici dell’Associazione nazionale magistrati, dell’Organismo unitario dell’Avvocatura italiana, dell’Unione nazionale delle Camere civili e dell’Unione Camere penali.
Invece, inaspettatamente, il primo febbraio 1998, Silvio Berlusconi con una piroetta delle sue si converte al proporzionale e al premierato. Insomma, detta le premesse per far saltare il banco di una riforma faticosamente incollata. Il banco salterà poi con effetto definitivo a fine maggio e lo strappo verrà certificato il 9 giugno quando Luciano Violante, in qualità di presidente della Camera, trasmetterà all’Aula il comunicato del presidente D’Alema: la “Commissione ha preso atto del venire meno delle condizioni politiche per la prosecuzione della discussione”. Finisce lì. E noi siamo ancora qui.

martedì 23 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 gennaio.
Il 23 gennaio 1910 la Senna esonda e invade la città di Parigi.
Fu la più importante inondazione del nostro secolo che la regione parigina abbia conosciuto e sconvolse drammaticamente la vita dei parigini.
Fotografie, documenti, cartoline, opere letterarie e spezzoni di film hanno contribuito a scolpire la gravità di quella catastrofe nella memoria collettiva.
La città fu duramente colpita e i simboli della sua modernità e del progresso subirono un duro colpo.
Priva d’elettricità e acqua potabile, Parigi rimase oscurata e paralizzata e le linee della metropolitana e del treno furono completamente allagate.
All’origine di quella che è passata alla storia come una “settimana terribile” vi furono delle condizioni meteorologiche eccezionali.
A un’ estate 1909 particolarmente piovosa seguì un inverno caratterizzato da abbondanti precipitazioni e lunghe nevicate che fecero salire rapidamente il livello della Senna.
Alcuni souvenir della piena del 1910 sono ancora disseminati nel tessuto urbano di Parigi: si trovano indicazioni dell’altezza raggiunta dalla piena della Senna nella rue de bellechasse, rue des ursins e rue Mazarin.
In dieci giorni la forza dell’inondazione distrusse 20.000 palazzi, lasciando senza casa 200.000 persone. Dei 20 arrondissement di Parigi, 12 furono devastati e, secondo le misurazioni, la Senna raggiunse un’altezza di 9.5 metri, mentre i danni ammontarono a 400 milioni di Franchi (più di 1 miliardo di Euro attuali).
Non si può negare, devastazione a parte, l’effetto “artistico” che l’alluvione ebbe su Parigi: artisti e fotografi scesero a frotte sulla città e alcuni  ne approfittarono per fare un giro in barca in una città  quasi aliena: il poeta Guillaume Apollinaire, infatti, scrisse che “in Avenue Montaigne la gente organizzava crociere di piacere;  potevi anche passare accanto agli hotel più eleganti e farti scattare una foto come una vittima dell’alluvione per 50 centesimi”. Vi fu anche chi mise in  giro voci di coccodrilli scappati per una vacanza tra le strade inondate della città.

lunedì 22 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 gennaio.
Il 22 gennaio 1506 viene istituito il corpo delle guardie svizzere del Papa.
A Roma, sono popolarissime.  Attirano lo sguardo. Non c’è turista, pellegrino, viandante che, passando davanti ad un ingresso del Vaticano, non si fermi incuriosito a osservare le famose “Guardie Svizzere” che, immobili come statue, presidiano ogni entrata. Vengono fotografate e filmate. Sono guardie belle, giovani, prestanti, aitanti, di statura superiore alla media. Ma anche un po’ buffe con quelle loro divise colorate, dalle fogge cinquecentesche, gli elmi piumati, armate di antiche alabarde: sembrano esseri inventati, piovuti nel nostro tempo da un altro pianeta.
Eppure, quelle “guardie” formano l’esercito di uno Stato: lo Stato del Vaticano. Stato molto piccolo geograficamente. Infatti, ha una superficie di appena 44 ettari, corrispondenti a meno di mezzo chilometro quadrato.
L’esercito di questo singolare Stato è costituito da appena un centinaio di soldati, che vengono chiamati “Guardie svizzere” perché, per tradizione, provengono tutti dalla Confederazione elvetica. E’ un esercito piccolissimo, ma antico. Il più piccolo esercito del mondo e il più antico. Infatti, vanta già 500 anni di vita.  Le Guardie Svizzere arrivarono a Roma il 21 gennaio 1506. Il giorno dopo, 22 gennaio, presero servizio e iniziò la loro storia.
Nel Medioevo e nel Rinascimento, la Svizzera era un paese molto povero. Per vivere, gli uomini facevano i mercenari. I soldati elvetici, per la loro forza d’animo, i nobili sentimenti e la fedeltà proverbiale, erano ritenuti invincibili. Erano i migliori soldati del tempo e per questo erano richiesti dalle varie nazioni. Senza cavalleria e con poca artiglieria, avevano inventato una tattica di movimento superiore a tutte le altre. In battaglia erano delle muraglie semoventi, irte di ferro e impenetrabili. Già nel 13° e 14° secolo, un gran numero di soldati svizzeri militavano in Germania e in Italia. Alla fine del 1400, scesero in Italia con l’esercito di Carlo VIII per una guerra contro Napoli. Con l’esercito di Carlo VIII c’era anche il generale Giuliano Della Rovere, che era cardinale ma anche valoroso uomo d’arme e, vedendo questi mercenari svizzeri in battaglia, ne rimase conquistato. Qualche anno dopo, divenuto Papa con il nome di Giulio II, volle, come sua guardia del corpo, un manipolo di soldati svizzeri.
In occasione del sacco di Roma (1527) da parte delle truppe imperiali di Carlo V, le guardie svizzere dimostrarono la loro devozione al pontefice combattendo eroicamente in sua difesa: ne morirono 147; soltanto 42 poterono salvarsi rifugiandosi con il papa Clemente VII in Castel Sant’Angelo.
Con la conquista di Roma da parte delle truppe italiane nel 1870, le guardie svizzere rimasero a difesa personale del papa nei suoi alloggi, e papa Pio X nel 1914 decise di fissare il numero dei militi che compongono questo speciale corpo a 100, più sei ufficiali, tra cui il comandante che ha il grado di colonnello. Durante la Seconda guerra mondiale papa Pio XII ampliò temporaneamente il corpo delle guardie svizzere che fu portato a oltre 300 effettivi, sia per dare rifugio ai molti sfollati sia per dare una maggiore stabilità alla Città del Vaticano.
Il costume a righe oro, blu e rosso è attribuito dalla tradizione a Raffaello e a Michelangelo, ma sembra che Raffaello abbia solo ispirato la manica rigonfia e che Michelangelo non se ne sia mai occupato.

domenica 21 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 gennaio.
Il 21 gennaio 1968 un aereo militare americano con quattro bombe nucleari a bordo si schianta in Groenlandia. Una delle bombe non venne mai ritrovata.
Un incidente aereo sui ghiacci della Groenlandia, quattro bombe nucleari Usa perse, tre recuperate e una caccia serrata per trovare l'ultima. Sembra la trama di un giallo da guerra fredda ma è un fatto realmente accaduto nel 1968. Con un inquietante interrogativo: che fine ha fatto la bomba mancante?
La cosa è venuta a galla sulla base di documenti desecretati grazie al Freedom of Information Act, la legge statunitense sulla libertà di informazione. E' stato possibile  raccogliere la testimonianza dei due piloti che erano alla guida del bombardiere B-52 che si schiantò a pochi chilometri dalla base aerea di Thule sulla costa nord-occidentale della Groenlandia (territorio danese).
Costruita all'inizio degli anni '50, la postazione era la base più settentrionale delle forze armate americane, centro nevralgico del sistema di radar che durante la guerra fredda scandagliava i cieli a caccia dei missili eventualmente lanciati dall'Unione Sovietica. La base era continuamente sorvolata dai B-52 con testate nucleari, pronti a puntare verso Mosca. Ma il 21 gennaio del 1968 qualcosa andò storto e un aereo precipitò.
L'operazione per recuperare i quattro ordigni nucleari a bordo del bombardiere fu spettacolare: per mesi il personale militare, insieme a operai locali e danesi, perlustrarono i ghiacci, recuperano migliaia di minuscoli frammenti e tonnellate di ghiaccio, parte del quale contenente detriti radioattivi. Il Pentagono sostenne che tutte e quattro le bombe erano andate distrutte: il che probabilmente è vero da un punto di vista tecnico, sostiene la Bbc, anche perché gli ordigni non erano stati ancora completati. Ma i nuovi documenti rilevano che, nelle settimane successive all'incidente, i tecnici cercarono di rimettere insieme i pezzi raccolti e, alla fine, tornarono all'appello solo tre bombe.
Alla fine la 'caccia' fu abbandonata, anche perché i tecnici si resero conto che era praticamente impossibile perlustrare l'intera area per recuperare l'infinita quantità dei rottami. E gli esperti conclusero che il materiale radioattivo si era dissolto nella grande massa d'acqua e di fatto era diventato innocuo.

sabato 20 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 gennaio.
Il 20 gennaio 1986 Parigi e Londra siglano l'accordo per la costruzione del Tunnel sotto la Manica.
L’ultima volta che Francia e Inghilterra erano state unite, letteralmente, era accaduto ottomila anni prima, durante l’ultima era glaciale. Lo erano state fino a quando, complice il cambiamento climatico, le correnti d’acqua che arrivavano dallo scioglimento progressivo dell’allora ghiacciato Mare del Nord si ricavarono prepotentemente un passaggio verso l’Atlantico, sommergendo quel territorio e separando la Gran Bretagna dal resto d’Europa. Nasceva il Canale della Manica.
Le due terre sarebbero tornate a unirsi il 1 dicembre 1990, quando gli operai francesi e britannici si incontrarono nei sotterranei del tunnel della Manica (o Eurotunnel, Channel tunnel o Tunnel sous la Manche, a seconda che vi troviate in Inghilterra o in Francia). Quel giorno, gli operai Philippe Cozette (portabandiera francese) e Graham Fagg (per l’Inghilterra) furono i primi a solcare il tunnel della Manica, dopo che ebbero abbattuto l’ultimo pezzo di muro che ancora li separava. Sarebbero stati due dei quindicimila lavoratori che avrebbero prestato le loro braccia alla costruzione dell’opera, smuovendo milioni di tonnellate di terra, a partire dal dicembre del 1987, quando finalmente, dopo più di cento anni dai primi scavi, erano cominciate le trivellazioni. Prima dal lato inglese, e subito dopo anche da quello francese.
In realtà l’idea di un canale sotterraneo, un cordone che unisse di nuovo il continente alle isole britanniche era un’idea vecchia quasi di due secoli. E come per il canale di Suez, anche qui ci fu lo zampino di Napoleone, o meglio di uno dei suoi ingegneri, Albert Mathieu-Favier. Suo infatti fu il primo progetto di una galleria, che nelle originali intenzioni avrebbe dovuto essere costruita su due livelli: uno per permettere il passaggio delle carrozze (i treni non si vedevano ancora), illuminato e areato da aperture che arrivavano fino in superficie, e l’altro invece per permettere il flusso di acqua nei sotterranei.
Nella metà dell’Ottocento un altro ingegnere francese, Aimé Thomé de Gamond, lavorò all’idea di un tunnel. Dei vari progetti che egli elaborò per la ferrovia che avrebbe aumentato il traffico di merci e persone tra l’Inghilterra e la Francia, quello sottomarino venne scelto come il più valido. Solo nel 1880 la Beaumont & English cominciò gli scavi su entrambi i fronti, ma dopo appena un chilometro tutto venne abbandonato. La mancanza di finanziamenti, la paura diffusa che quel ponte con il continente rendesse la Gran Bretagna un facile bersaglio per invasioni straniere e le difficoltà tecniche congelarono i lavori fino alla metà del secolo successivo.
Il progetto del più lungo tunnel sottomarino, più simile a come è oggi, cioè con tre canali - due per il tragitto dei treni, ciascuno in una sola direzione, e uno al centro per le macchine addette alla manutenzione con collegamenti regolari agli altri due- risale agli anni Sessanta. Ma i lavori vennero inaugurati solo a ridosso degli anni Novanta. Pochi anni dopo sarebbe finalmente nato il tunnel sottomarino più lungo del mondo, che corre per 38 dei 50 km di lunghezza totali sott’acqua, collegando Folkestone (UK) e Coquelles (Francia).
Dalla sua messa in servizio nel maggio 1994, il tunnel è stato utilizzato da 177 milioni di utenti, che corrisponde a 3 volte la popolazione totale dei paesi collegati, da un lato la Francia e dall'altro il Regno Unito.
Questa cifra tiene conto dei passeggeri imbarcati a bordo delle navette dell'eurotunnel, turisti (automobili, camper, moto), o anche in pullman o in autocarro, ma anche i passeggeri dei treni eurostar che lo attraversano.
Sono le navette eurotunnel a portare il maggior numero di persone, circa 108 milioni, seguiti dall'Eurostar (69 milioni di persone).
Ciò rappresenta una media di circa 47.000 clienti al giorno che percorrono la galleria.

venerdì 19 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 gennaio.
Il 19 gennaio 1983, in Bolivia, viene arrestato il criminale nazista Klaus Barbie, meglio noto come "il boia di Lione".
Nikolaus Klaus Barbie nacque in una piccola città situata nella Renania. Entrò nelle SS il 26 settembre 1935. Nel 1940 venne inviato a L'Aia, come responsabile per la cattura dei rifugiati politici tedeschi nei Paesi Bassi e del popolo ebraico. E' proprio per sfuggire a Klaus Barbie che Anna Frank fu costretta a vivere nascosta per mesi ad Amsterdam. Nel 1942, Klaus Barbie viene inviato a Digione e nel novembre dello stesso anno, a Lione, dove diventa il direttore della Gestapo.
Durante questo tempo, Barbie è responsabile di due degli atti più infami commessi dai nazisti in Francia. Il primo è stato l'assassinio di Jean Moulin, il braccio destro di Charles de Gaulle e facente parte della Resistenza francese. Grazie alla denuncia di un compagno, Klaus Barbie riuscì a trovare Moulin. Una volta intrappolato a Montluc, Moulin venne torturato quasi a morte da uno degli uomini di Barbie e, probabilmente, da Barbie stesso e lasciato al suo destino nel cortile della prigione. Moulin morì per le ferite una settimana più tardi. La sua morte è ancora più tragica perché senza il tradimento di un compagno non sarebbe mai stato catturato. Klaus Barbie stesso successivamente ammise che non l'avrebbe mai catturato senza l'aiuto di René Hardy.
L'altro delitto per il quale non sarà mai dimenticato Klaus Barbie è la distruzione di un campo dove erano nascosti bambini ebrei. Tutti di età inferiore ai 14 anni, 44 bambini erano rifugiati a Izieu, un piccolo villaggio nei pressi di Lione. Barbie, ligio al programma nazista della soluzione finale della questione ebraica, che consisteva nello sterminio totale del popolo ebraico e l'elevazione del popolo ariano, fece deportare i bambini ad Auschwitz, il campo di sterminio più crudele della storia della Seconda guerra mondiale. Nessuno di questi bambini è sopravvissuto.
Gli atti di Barbie più scioccanti erano le torture durante gli interrogatori. Prima gli ufficiali della Gestapo picchiavano i prigionieri per impedire loro ogni reazione. In seguito Barbie stesso li interrogava e in caso di reticenza li torturava affamandoli, amputandone dita o interi arti, o con i famigerati "bagni". Questi bagni consistevano nell'immergere nell'acqua gelata i prigionieri e tirarli fuori pochi istanti prima dell'annegamento. In caso di reiterato silenzio si procedeva a ripetere l'operazione. Le testimonianze di alcune sue vittime non lasciano dubbi circa la crudeltà e il piacere con cui eseguiva le torture.
Alla fine dell'occupazione tedesca a Lione nel settembre del 1944, Barbie, che aveva contratto una malattia venerea, fu costretto a tornare in un ospedale in Germania, non prima di aver ordinato l'uccisione di tutti i 70 prigionieri ancora nella prigione di Montluc.
Una volta guarito, Barbie lasciò l'ospedale e la sua sorte rimase sconosciuta per 40 anni.
In realtà, già nel 47 Barbie divenne un agente dei servizi segreti degli Stati Uniti, nello stesso anno in cui venne processato in contumacia in Francia per i suoi atti criminali e condannato a morte. La fuga venne organizzata dagli Stati Uniti. In seguito si stabilì in Bolivia, mettendo le sue abilità diplomatiche al servizio del dittatore Luis Garcia Meza. Grazie a un passaporto diplomatico fece frequenti viaggi in Europa sotto il nome di Klaus Altmann, con lo scopo di acquistare veicoli militari per la repressione di manifestazioni di opposizione alla dittatura.
Nel 1971 venne identificato da Serge e Beate Klarsfeld, figli di un deportato tedesco ucciso ad Auschwitz, che avevano il compito di cercare tutti i criminali nazisti della seconda guerra mondiale ancora impuniti.
Ma fu solo nel 1983, dopo la restaurazione della democrazia col governo di Hernan Siles Zuazo, che fu possibile estradarlo in Francia. Nel 1987 fu processato a Lione con l'accusa di aver commesso 177 crimini contro l'umanità, e condannato all'ergastolo. Fu riconosciuto colpevole della deportazione di almeno 843 persone.
Durante il processo non diede alcun segno di rimorso per le sue azioni, anzi affermando che la Francia gli doveva essere riconoscente per aver impedito che finisse sotto un regime socialista, pronunciando la sua frase più famosa: "quando sarò dinanzi al trono di Dio verrò giudicato innocente".
Klaus Barbie morì di leucemia nel carcere di Lione il 25 settembre 1991, quattro anni dopo il pronunciamento della pena.

giovedì 18 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 gennaio.
Il 18 gennaio 1811 Eugene Ely atterra col suo aereo sul ponte dell'incrociatore Pennsylvania al porto di San Francisco. E' l'inizio della storia delle navi portaeree.
Negli Stati Uniti la prima nave da guerra ad imbarcare una “macchina volante” fu il cacciatorpediniere Bagley.
Le prime prove avvennero nell’estate del 1910 ma furono un fallimento.
In seguito si fecero due importanti esperimenti di decollo e di atterraggio.
Un aviatore civile, Eugene Ely, fece decollare, nel novembre 1910, un biplano da una piattaforma in legno imbarcata sull’incrociatore leggero Birmingham. Per l’esperimento di atterraggio invece fu impiegata una piattaforma in legno montata sull’incrociatore corazzato Pennsylvania. Veniva usato un rudimentale sistema di arresto composto da ventidue cavi sospesi trasversalmente sulla piattaforma e fermati all’estremità da sacchetti di sabbia.
Un episodio specifico, avvenuto del gennaio 1911, viene definito l’atto di nascita della portaerei. In particolare Ely, sempre con un biplano, atterrò sull’incrociatore ormeggiato nella baia di San Francisco. Il sistema d’arresto venne rimosso ed Ely decollò dallo stesso ponte.
Procedendo con gli studi venne sviluppata la catapulta.
Questo nuovo sistema permetteva un rapido decollo dell’aereo senza dover metterlo in mare, come si doveva fare al contrario per l’idrovolante. Furono fatti vari esperimenti per perfezionarla, che durarono alcuni anni. Nel luglio 1914 fu installata sulla Navy Coal Barge No 214.
Alla fine di ottobre del 1915 il dispositivo fu montato sull’incrociatore corazzato North Carolina ed a novembre iniziarono i primi lanci d’aereo da catapulta imbarcata su una nave da guerra.
Una curiosa sperimentazione fu fatta dalla U.S. Navy all’inizio del 1918. Il comandante Mustin era rimasto impressionato dalle prove degli inglesi su dei pontoni portaerei rimorchiati. Suggerì quindi l’uso di uno scafo, realizzato nel 1911 da Hickman, che potesse essere utilizzato come piattaforma di decollo. Il risultato fu la “slitta marina Hickman – Mustin”.  Il primo mezzo di questo tipo, con un biplano Caproni a bordo, fu provato nel settembre 1918 a Boston.
Nel marzo 1919 un biplano decollò da una di queste slitte, ma il progetto non venne portato più avanti.
In Italia la storia della portaerei non è stata senza difficoltà.
Il primo idrovolante imbarcato fu quello sulla nave da battaglia Dante Alighieri. In via sperimentale vennero dotati di idrovolanti anche gli incrociatori corazzati Amalfi e San Marco.
In seguito alle esperienze fatte fu deciso di trasformare alcune unità in basi mobili per idrovolanti. Una di queste fu l’Elba, che era un incrociatore sottoposto a lavori di modifica. Poteva imbarcare 3 – 4 idrovolanti. L’aviorimessa era chiusa ai lati da teloni e poteva ospitare due aerei, mentre gli altri dovevano restare sulla piattaforma. Gli aerei venivano messi in mare e recuperati mediante due picchi di carico. L’Elba entrò in servizio nel giugno 1914 come nave appoggio idrovolanti.
Gli aerei però erano troppo pochi e non riuscivano a garantire un servizio continuato. Non era stato ricavato inoltre uno spazio sufficiente per allestire una adeguata officina.
Nel gennaio 1915 fu acquisito quindi il Quarto, che era una nave da carico, che poteva ospitare idrovolanti. A fine lavori venne ribattezzata Europa ed era in grado di imbarcare quattro idrovolanti di medie dimensioni.
Il 30 settembre 1920, con un Regio Decreto, venne istituita la forza aerea della Regia Marina. In essa veniva raggruppato tutto il personale addetto ai servizi aeronautici.
Iniziarono così gli studi indirizzati alla nave portaerei, che furono ben presto accantonati.
La prima portaidrovolanti italiana dotata di catapulte è stata una nave passeggeri: la Città di Messina. Venne impostata nel 1921 assieme alla nave gemella Città di Palermo.
Nel corso della costruzione la Città di Messina fu acquisita dalla Marina, fu chiamata Giuseppe Miraglia, e fu inquadrata come “nave portaerei”. Il Miraglia aveva due gru necessarie per il sollevamento degli aerei dall’acqua.
Il 24 gennaio 1923, con il Regio Decreto n. 62, venne istituito il commissariato per l’Aeronautica. La Marina sollevò subito delle perplessità riguardo al fatto di avere personale estraneo a bordo.
Vennero perciò chiariti, e suddivisi, i rapporti tra Marina ed Aeronautica. Fu così stabilito: “Detti Reparti, pur seguitando a far parte integrante della Regia Aeronautica, saranno per l’impiego, la disciplina e il servizio locale alla dipendenza dei superiori Comandi del R. Esercito, della R. Marina o Coloniali destinati ad impiegarli …”.
Sembrava che si potesse incominciare a pensare a questo nuovo tipo di nave, la portaerei.
La ristrettezza del bilancio e l’obsolescenza della flotta nuovamente fecero abbandonare ben presto l’idea.
La nostra Marina era fornita ancora di pochi velivoli, che erano assegnati all’aviazione navale ed erano tutti idrovolanti che quindi dovevano essere messi in mare con i picchi di carico. Queste operazioni inoltre erano penalizzanti perché si potevano fare solo se le condizioni lo consentivano. Lo stesso problema esisteva anche per il recupero a bordo.
Solo nel 1926 infatti vennero installate le prime catapulte sulle navi italiane.
Nel 1925, mentre il Miraglia si trovava in allestimento, per varie cause, tra cui le abbondanti piogge e la sfavorevole distribuzione dei pesi a bordo, la nave s’inclinò e affondò. L’incidente mostrò l’insufficiente stabilità laterale dell’unità.
In seguito all’incidente il Miraglia, pur essendo stato recuperato, entrò in servizio molto più tardi, solo nel novembre 1927, e fu impegnato a lungo in prove e collaudi.
Sull’incrociatore Ancona si eseguirono le prime esperienze di catapulte montate a bordo.
Una catapulta fissa a prora, fu installata anche sui quattro incrociatori leggeri del tipo “Condottieri” e per quattro incrociatori pesanti della classe “Zara” (inizi degli anni Trenta).
Tutti i successivi incrociatori furono dotati di catapulte.
Il 6 gennaio 1931 l’ordinamento della Regia Aeronautica pose limitazioni alla Regia Marina. Venne tolta la clausola che stabiliva che per gli aerei  imbarcati sulle grandi navi sarebbe stato consentito l’impiego del personale della Regia Marina.
All’inizio del 1934 si iniziò a ripensare alla nave portaerei e finalmente nel maggio 1935 il primo piano organico quinquennale di sviluppo della flotta, che prevedeva la costruzione di 300.000 tonnellate di naviglio, comprendeva 3 portaerei, oltre ad altre numerose navi e 54 sommergibili.
Nel settembre si concretizzò l’idea di una nave portaerei (14.000 tonnellate, velocità di 38 nodi).
Venne proposto che durante la fase di studio ci fosse una collaborazione con due ufficiali dell’Aeronautica, per agevolare le valutazioni delle caratteristiche della nave e dei tipi di aerei da imbarcare. La risposta fu però negativa. Il principio sostenuto era che il progetto dovesse essere di totale competenza della Marina.
Lo studio della portaerei andò avanti, ma si presentarono ben presto dei problemi. Uno di questi era, ad esempio, la valutazione della lunghezza del ponte di volo. Per dare una risposta era necessario che alcuni aviatori facessero delle prove, per questo furono coinvolti due ingegneri civili (uno di questi era Caproni).
L’Italia si vide costretta a fare nuove valutazioni e la convinzione era che una portaerei con i suoi 20 – 30 aeroplani sarebbe costata 270 milioni e con questa cifra si sarebbero potute costruire basi aeree dotate di 100 velivoli.
Nel contempo, alla Conferenza Internazionale del Disarmo tenutasi a Ginevra, Stati Uniti e Gran Bretagna bloccarono in Francia e in Italia la costruzione fino al 31 dicembre 1936 (data di scadenza di un precedente trattato) di portaerei e di incrociatori da 10.000 tonnellate.
Il progetto della portaerei nuovamente si arenò.
L’ordinamento dell’Aeronautica, con la legge del 22 febbraio 1937, prevedeva che all’aviazione marittima fossero assegnati soltanto idrovolanti, dislocati in parte nelle basi costiere e in parte a bordo delle navi.
I compiti dell’aviazione imbarcata, esclusivamente fatta di idrovolanti, si limitavano all’esplorazione ravvicinata, con segnalazione dei movimenti del nemico durante l’azione, alla osservazione del tiro e alla scorta antisommergibili.
Nel 1938 nel nuovo piano di costruzioni navali la portaerei non era ancora presente.
Durante la Seconda Guerra Mondiale nuovamente si tornò all’idea della portaerei. Venne valutata l’opportunità di trasformare i transatlantici Roma e Augustus.
Nel gennaio 1941 si requisì il Roma per iniziare i lavori di adattamento. Superaereo (il comando superiore dell’Aeronautica) doveva però ancora costituire un reparto da imbarcare ed inoltre comunicò di non avere velivoli adatti all’imbarco su una nave portaerei.
I progetti vennero indirizzati pertanto verso un qualcosa da realizzare in fretta, qualcosa che fosse disponibile prima della fine del conflitto.
Serviva una nave “lancia-aerei” che avrebbe fatto decollare i velivoli. A fine missione questi avrebbero dovuto raggiungere gli aeroporti terrestri.
I lavori iniziarono nel luglio 1941 e il Roma fu ribattezzato Aquila.
Questa nave aveva un’isola, posta sul lato destro, che raggruppava il complesso di comando. Alcune sue caratteristiche: equipaggio 1.165 uomini e 243 aggiuntivi per il reparto volo; lunghezza ponte di volo m 211,6, larghezza m 25,2, altezza sul mare m 23,5 ; 4 aviorimesse dove erano poste le attrezzature per agganciare gli aerei al soffitto; 51 aerei imbarcati di cui 15 sospesi al soffitto, 26 stivati e 10 sul ponte. Si stabilì che gli aerei imbarcati sarebbero stati pilotati da personale dell’Aeronautica, agli ordini diretti di un loro ufficiale coadiutore del comandante della nave. Anche il personale tecnico per la manutenzione degli aerei doveva essere dell’Aeronautica.
Sulle navi Falco e Sparviero vennero sospesi i lavori, nell’aprile 1943, e non furono più ripresi.
Nel frattempo l’Aquila subì danni durante un bombardamento, mentre era ormeggiata in banchina.
Le prove in mare erano previste per settembre 1943. Nel giugno 1943 però lo Stato Maggiore dovette ordinare la sospensione dei vari lavori, perché la maggior parte dei lavoratori venne assegnata a costruzioni ritenute più urgenti.
Era allo studio, in questo periodo, la trasformazione dell’incrociatore pesante Bolzano in nave lancia-aerei. Non era previsto però l’appontaggio degli aerei, che avrebbero dovuto raggiungere una base a terra. La situazione economico militare purtroppo era pessima e anche questo progetto dovette essere abbandonato.
Il colpo finale all’idea, e ai progetti, della portaerei italiana ci fu con il trattato di pace del 10 febbraio 1947. Con esso venne vietato all’Italia il possesso di portaerei, sommergibili, motosiluranti e mezzi d’assalto.
Nell’aprile 1949, quando l’Italia entrò nell’Alleanza Atlantica, per fortuna le limitazioni stabilite dal trattato di pace si ammorbidirono un po’. Dagli Stati Uniti arrivarono gli aerei mono motore antisom e da ricognizione. L’anno successivo alcuni piloti della Marina vennero inviati presso le scuole di volo negli Stati Uniti.
L’aviazione ad ala fissa però doveva essere gestita dall’Aeronautica, che aveva anche creato dei reparti. Per questo motivo la Marina Militare si indirizzò allora verso i mezzi ad ala rotante. Nel 1956 nacque il 1° Gruppo Elicotteri, con sede ad Augusta.
Nel dicembre 1957 fu costituita l’aviazione per la Marina.
Nel 1961 entrò in servizio la fregata “Luigi Rizzo”, classe “Bergamini”, la prima con ponte di volo. Il 15 dicembre dello stesso anno fu attivata la linea di volo con AB 47 J3, primo elicottero imbarcato della Marina Militare.
Dopo le fregate di questa classe, tutte le unità maggiori imbarcarono elicotteri.
In ambito NATO la Marina italiana aveva una serie di importanti mansioni (difesa del traffico marittimo, protezione delle coste e delle aree di pesca, attività al di fuori delle acque del Mediterraneo, attività addestrativa), pertanto venne effettuato uno stanziamento straordinario per il rinnovamento della flotta nel periodo 1975 – 1984.
Fu così che venne programmata anche la costruzione dell’incrociatore portaeromobili Giuseppe Garibaldi.
Con questi fondi straordinari, oltre che con quelli ordinari, furono ordinate altre navi tra cui una idrografica e numerose unità d’impiego locale (rimorchiatori e piccole unità portuali).
Il progetto dell’incrociatore tuttoponte Garibaldi, impostato il 20 febbraio 1978, in grado di ospitare sia gli elicotteri, sia eventuali aerei a decollo corto o verticale, riacutizzò la polemica con l’Aeronautica.
Solo la legge del 1° febbraio 1989, n. 36, autorizzò la Marina ad avere e gestire proprio velivoli da combattimento ad ala fissa. Per questo si poterono ordinare gli Harrier II, che entrarono in servizio sul Garibaldi.
Il Giuseppe Garibaldi, costruito nel cantiere della Fincantieri di Monfalcone, è entrato in servizio il 30 settembre 1985.
Ha un dislocamento a pieno carico di 13.850 tonnellate, velocità massima 30 nodi; lunghezza m 180,2 e lunghezza ponte di volo m 173,8; larghezza m 23,4 al galleggiamento e m 30,4 al ponte di volo; immersione m 6,7. La linea di volo è composta da 12 - 18 aerei.
Per anni rimase la prima ed unica nostra portaerei.
Negli anni più recenti, il 17 luglio 2001, venne impostata la portaerei Cavour, che garantisce la possibilità di alternarsi con il Garibaldi in qualsiasi missione.
Questa seconda portaerei venne impostata presso la Fincantieri di Riva Trigoso ed è stata varata il 20 luglio 2004. Il suo dislocamento è di 27.100 tonnellate; lunghezza 244 m; larghezza m 29,10 al galleggiamento e m 39 al ponte di volo; immersione m 8,70 ; velocità massima 28 nodi.

mercoledì 17 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 gennaio.
Il 17 gennaio 1650 muore Marianna De Leyva, la monaca di Monza.
La figura di Suor Gertrude è una delle più contraddittorie e affascinanti tra quelle che Alessandro Manzoni descrive nel romanzo “I Promessi  Sposi”. Il personaggio, che si incontra nel capitolo IX e viene descritto come la figlia di un influente principe di Milano, è ispirato a Marianna de Leyva, una donna realmente esistita, figlia del conte Martino di Monza, che prese i voti per volere di suo padre con il nome di Suor Virginia Maria.
La monaca, che era molto potente a causa dell’autorità feudale, veniva anche chiamata la “Signora”. Mentre si trovava in convento, dove comunque mostrava evidenti segni di apertura rispetto alle altre suore, la monaca intrecciò una relazione sentimentale piuttosto morbosa con Gian Paolo Osio, uno scapestrato dal quale ebbe pure due figli. Per mantenere segreta la loro torbida relazione, il giovane compì tre delitti, ma quando fu arrestato la tresca venne allo scoperto.
La stessa Leyva confermò di avere avuto una relazione con Osio. Mentre quest’ultimo morì ucciso in casa di un amico che lo aveva tradito, la monaca trascorse rinchiusa in convento gli ultimi anni della sua vita, e dopo aver subito un processo canonico non le restò che espiare le sue colpe auto flagellandosi.
Alessandro Manzoni, che era molto abile a farcire la realtà storica con contenuti immaginari, descrive la Monaca di Monza partendo dal personaggio reale adattato alle esigenze narrative. Il risultato è formidabile: la Monaca di Monza è di sicuro uno dei personaggi più ricordati da chiunque legga o studi approfonditamente i Promessi Sposi. Gertrude di cui parla Manzoni è anche lei figlia di un gentiluomo milanese (il cui casato però viene omesso), è una giovane di circa 25 anni, il cui comportamento si mostra poco conforme alle regole ferree del convento: sotto il velo si intravedono i capelli lunghi anziché corti, la  tonaca che indossa è più stretta del dovuto, il suo aspetto ha un qualcosa di morboso e poco trasparente.
I de Leyva erano i feudatari di Monza: Marianna appartenne dunque alle più potenti famiglie della città. La madre, Virginia Maria Marino, sarebbe morta di peste a Milano nel 1576, forse alcuni mesi dopo la nascita della figlia, che si pone nel mese di Dicembre senz'altra più precisa specificazione. Nel 1591, a sedici anni, Marianna si fece suora, probabilmente spinta o costretta dal padre per il tramite della zia paterna Marianna, marchesa Stampa-Soncino (alle cui cure, come a quelle della zia materna Clara Torniello, era stata affidata dal padre che si era trasferito in Spagna), in modo da usurparne l'eredità materna. Assunse il nome di suor Virginia ed entrò nel convento monzese di Santa Margherita, che oggi non esiste più (al suo posto sorge la chiesa di San Maurizio antistante la piazzetta di Santa Margherita).
Dopo alcuni anni ella intrecciò una relazione con il nobile monzese Giovan Paolo Osio - comunemente noto oggi come Gian Paolo Osio - la cui abitazione confinava con il monastero. Dalla relazione nacque una figlia, la cui parentela con la signora di Monza venne ufficialmente tenuta nascosta. La situazione precipitò nel 1606, quando una giovane conversa, Caterina Cassini da Meda, minacciò di rendere pubblica la relazione: Osio la uccise e la seppellì presso il convento, quindi tentò di eliminare altre due suore, Ottavia e Benedetta, che erano state precedentemente invischiate nella relazione a vario titolo e poi complici, per assicurarsi che non parlassero: affogò l'una nel Lambro e gettò l'altra in un pozzo poco distante. Quest'ultima però sopravvisse, denunciò tutto alle autorità e lo scandalo esplose.
Suor Virginia, malgrado un'animata resistenza (pare che la monaca si difendesse dall'arresto brandendo una lunga spada), fu arrestata il 15 novembre 1607 a Monza. Gian Paolo Osio invece, condannato a morte in contumacia e ricercato, si rifugiò a Milano presso i nobili Taverna suoi amici, ma essi lo tradirono e lo uccisero a bastonate nei sotterranei del loro palazzo in corso Monforte, più che per incassare la taglia, che era stata offerta per la sua cattura, per opportunità politica. La sua testa mozzata fu poi gettata ai piedi del governatore spagnolo Fuentes.
Il 15 novembre del 1607, dopo l'arresto a Monza, Suor Virginia de Leyva venne trasferita a Milano nel monastero delle Benedettine di Sant'Ulderico, dette Monache del Bocchetto. Il processo a suo carico si concluse il 18 ottobre 1608 con la condanna alla reclusione a vita in una cella murata. Ella così per ordine del cardinale Federico Borromeo fu trasferita nella casa delle Convertite di Santa Valeria a Milano nei pressi della chiesa di S.Ambrogio. Tale luogo non era un convento ma un Ritiro, inospitale e abbietto in Milano, dove veniva dato ricovero alle prostitute non più attive, per punizione e per tentare di redimerle.
Il 25 settembre 1622 avvenne la sua liberazione per volere del cardinale Borromeo. Dopo quasi quattordici anni trascorsi in una celletta di un metro e ottanta per tre, murata la porta e la finestra «...in modo che non vedesse se non tanto spiracolo bastante a pena per dire l'Ofitio...», suor Virginia fu esaminata dal cardinale Borromeo e trovata redenta: le fu quindi concesso il perdono, ma ella volle rimanere nello stesso malfamato ritiro di Santa Valeria dove aveva espiato così duramente la sua pena e dove visse per altri ventotto anni fino alla morte avvenuta il 17 gennaio 1650. Ella mantenne contatti con il cardinale Borromeo, che le affidava talora monache incerte sulla propria vocazione o vacillanti.

martedì 16 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 gennaio.
Il 16 gennaio 1860 Giuseppe Garibaldi sposa, e immediatamente dopo ripudia, Giuseppina Raimondi.
Dopo la morte dell’adorata Anita che gli aveva dato quattro figli, la vita sentimentale dell’eroe dei due mondi fu ancora molto movimentata. Garibaldi infatti si sposò altre due volte: la seconda moglie fu la comasca Contessina Giuseppina Raimondi e, di fatto, questo matrimonio durò solo un giorno, anzi molto di meno. Il rito fu celebrato a Fino Mornasco nella Cappella di villa Raimondi –Tagliaferri. All’epoca l’eroe aveva 52 anni e la contessina appena 19, si frequentavano da un anno. Ma appena dopo la celebrazione del matrimonio, qualcuno si avvicinò a Garibaldi e gli sussurrò qualcosa all’orecchio ( o gli passò un bigliettino). Fatto sta che il Garibaldi strattonò in malo modo la novella sposa e immediatamente la ripudiò. Montò a cavallo e il matrimonio appena celebrato si concluse nel giro di pochi istanti. Sembra che la contessina fosse già in cinta di un certo Luigi Cairoli e addirittura certi maligni dell’epoca ipotizzarono che la giovane, figlia illegittima del Marchese Raimondi portasse in grembo il frutto di un incestuoso rapporto con suo padre. Nonostante l’immediato ripudio, Garibaldi dovette aspettare ben 19 anni prima di avere l’annullamento di questo matrimonio e poter quindi regolarizzare il suo rapporto Con Francesca Amorosino, sua compagna da tempo e che gli aveva già dato altri tre figli. Sembra che Garibaldi volesse annullare a tutti i costi il matrimonio arrivando ad affermare, come testimoniano alcune lettere , di essere pronto a diventare protestante, turco o altro.
Fatto sta che la contessina dopo il triste evento, visse una vita molto ritirata a Moltrasio, paese sulla sponda occidentale del ramo di Como, in una casetta di proprietà della famiglia chiamata “il Casino” e probabilmente prima usata per la caccia. La Raimondi a Moltrasio era ammirata dagli abitanti del luogo per la leggiadria del suo corpo e le lunghe vesti di seta. Non ci fu mai conferma della gravidanza perché non si è mai saputo di un figlio partorito dalla contessina. Si è anche ipotizzato che la maldicenza fosse partita addirittura da Cavour che voleva evitare distrazioni a Garibaldi richiamandolo agli impegni militari. Se quel matrimonio avrebbe potuto cambiare il corso della storia non lo sapremo mai, fatto sta che l’eroe dopo quell’evento guidò la spedizione dei mille. Chi ne uscì con il nome infangato è la povera contessina Raimondi la cui figura a distanza di due secoli viene riabilitata come una donna forte che ha saputo tenere testa all’eroe dei due mondi e che quando venne ripudiata fece la seguente affermazione: “credevo d’essermi affidata ad un eroe e non siete che un soldato brutale”.

lunedì 15 gennaio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 gennaio.
Il 15 gennaio 1947 viene trovato a Los Angeles il cadavere di Elizabeth Short.
Non è facile essere una ragazza qualunque. Non è facile essere una ragazza che lavora. Magari in fabbrica, magari fino a sera, magari per una paga misera. Non è facile essere una ragazza qualunque ed Elizabeth Short lo sapeva bene. Elizabeth ha lottato per tutta la vita, per non essere una qualunque. Ha lottato per emergere, per essere ricordata. E c’è riuscita, in qualche modo.
Il suo omicidio, infatti, è ormai letteratura. Il suo delitto è quasi leggenda. A ritrovarla- il 15 gennaio del 1947- è Betty Bersinger, una madre di famiglia, una casalinga di Los Angeles che si trascina dietro la figlioletta di tre anni nel deserto della periferia. Il cielo è grigio, lo scenario desolato: Betty, quella mattina, si sente un po’ giù ma non sa che tra poco si sentirà ancora peggio. È quasi arrivata all’angolo tra la Northern Avenue e la trentanovesima quando qualcosa attira la sua attenzione: tra l’erba c’è un manichino. Il manichino d’un negozio, abbandonato così: le gambe divaricate e staccate dal busto, un rifiuto gettato all’aperto in un quartiere degradato. Che vergogna, quanta inciviltà! Poi, però, Betty guarda meglio. E guarda ancora. Quello non è un manichino, quello è il corpo di una donna. Una donna vera! Betty cerca di farsi forza e trattiene un grido di terrore. Dopotutto, insieme a lei c’è la figlia, una bambina di tre anni. Ingoia il disgusto e la paura e si dirige verso la casa più vicina, da dove – immediatamente- chiama la polizia. E, in dieci minuti, i poliziotti sono lì. La donna non mentiva: tra le erbacce, c’è davvero una donna divisa in due. Giace sulla schiena e sembra quasi che sia stata messa lì, come in una macabra posa di seduzione. Nuda, le gambe oscenamente aperte, le braccia sollevate. La sconosciuta però è tutt’altro che attraente: è piena di ferite e abrasioni e un taglio netto sulla bocca le ha deformato le labbra in un finto sorriso. Un largo sorriso di sangue, che va da un orecchio all’altro. E poi, quei segni di corda sui polsi, sul collo, sulle caviglie: qualcuno l’ha tenuta legata e l’ha torturata per giorni. Quasi sicuramente è stata uccisa altrove e altrove l’hanno tagliata in due, con millimetrica precisione, appena sopra la vita. Una scena agghiacciante, dove poco dopo camminano tutti: decine di giornalisti e poliziotti distratti, medici e curiosi calpestano e distruggono eventuali tracce. Arrivano infine anche i detective che sgombrano la scena del crimine e fanno portare via quel corpo che tanta morbosa curiosità ha suscitato: lo spediscono alla Morgue di Los Angeles, dove le prendono le impronte e le inviano all’FBI. Mentre si attendono notizie sull’identità della poverina, l’autopsia ha inizio.
 La causa della morte? Le emorragie provocate dalle numerose ferite alla testa. Le lacerazioni al volto, infatti, sono tante, anche se non suscitano il medesimo orrore del taglio all’altezza della vita. Un taglio netto, preciso, spaventoso ma non l’unico segno di terribile e sadico accanimento. La ragazza, infatti, è stata sodomizzata e seviziata e nel suo stomaco sono ritrovate delle feci umane. Quanto basta per lasciare sgomenti anche gli addetti ai lavori, per quanto abituati al sangue e alla violenza. Ѐ terribile. Ѐ un delitto feroce, per di più senza ancora un nome. Un’identità. Una famiglia da avvertire. La sconosciuta, però, non è destinata a restare tale: è già schedata e dunque l’FBI riesce ad assegnarle un nome, una città, un passato. La poveretta si chiama Elizabeth Short. Ѐ un’attrice. O meglio, un’aspirante tale. Ѐ bella, Elizabeth Short. Ha occhi azzurri, grandi e lucenti. Ha capelli nero corvino e pelle bianchissima, quasi di porcellana: un contrasto forte, che non la fa passare inosservata nemmeno ad Hollywood, il quartiere più luccicante di Los Angeles, dove la ragazza è arrivata in cerca di fortuna. Elizabeth, infatti, vuol fare l’attrice ma sa che un bel viso non basta: occorre conoscere quelli che contano, bisogna frequentare i posti giusti. E questa diventa la sua missione, il suo principale impegno: non è difficile incontrarla nei night più alla moda, intenta a sorseggiare drink e a far conversazione. La ragazza spera così di stringere nuove amicizie, che possano rivelarsi utili per la sua carriera. E pian piano, testardamente, ella riesce nel suo intento: conosce infatti Barbara Lee, un’attrice che lavora per la Paramount Pictures e che l’accompagna nei club più esclusivi e meglio frequentati, alla ricerca di contatti e produttori. Bella e seducente, Elizabeth Short anima le notti di Hollywood e non disdegna la compagnia maschile. Tuttavia, non cade nel pantano della promiscuità e non si prostituisce: ammalia e stuzzica i suoi boyfriend ma non si concede e tiene ben stretta la propria reputazione di ragazza “perbene”. Tra un long - drink e l’altro, Elizabeth conosce Mark Hansen, un uomo che possiede un night e un teatro ed è, pertanto, piuttosto vicino a importanti nomi dello show-biz. Hansen invita la Short a trasferirsi in una villa di sua proprietà, insieme ad altre aspiranti attrici e modelle: tutte giovani e belle, tutte in cerca di un posto al sole. Elizabeth (o Beth, come preferisce esser chiamata) diventa dunque una delle Hansen girls e attende – sdraiata sul bordo piscina- che il suo destino cambi, sebbene le prospettive di girare davvero un film siano quasi nulle. Beth inoltre, non ha denaro: mangia e beve solo quando qualcuno la invita fuori, si fa ospitare perché non può pagare l’affitto, chiede in prestito denaro che non rende mai. Insomma, Beth è una scroccona: bella e affascinante certo, ma pur sempre una scroccona. Nel frattempo, un film sbanca al botteghino: è The Blue Dahlia, con Veronica Lake. Alcuni amici della bella (e spiantata) Beth iniziano dunque a chiamarla Black Dahlia, soprannome che richiama il grande successo cinematografico e al tempo stesso evidenzia l’abitudine di Beth a vestirsi perennemente di nero. Il nomignolo scherzoso piace molto a Beth: le sta così bene addosso che la ragazza ne fa un vero  e proprio nome d’arte. Per tutti la brunetta dalla pelle chiara diventa quindi The Black Dahlia, donna affascinante che cerca di farsi strada nei club più fashion di Hollywood.
Le origini di Elizabeth Short, però, sono tutt’altro che glamour e poco hanno a che vedere con quell’aura di sexy vamp che la ragazza si è costruita: nata nel 1924 a Hyde Park nel Massachusetts, la piccola Elizabeth si trasferisce ben presto a Boston, con mamma Phoebe e papà Cleo. Quest’ultimo è un uomo, per così dire, piuttosto “avanti”: disegna e costruisce piste di mini golf, con discreto successo. Dietro l’angolo però, c’è la terribile crisi economica del 1929 e con la Grande Depressione, le Borse crollano trascinando con sé anche l’attività di Cleo Short. Quest’ultimo- che nel frattempo ha avuto altre figlie- proprio non sa che pesci prendere e non trova di meglio che inscenare un finto suicidio, abbandonando l’auto proprio vicino a un ponte, dal quale la polizia crede che l’uomo si sia buttato. Sola e con cinque bambine da crescere, la signora Phoebe si arrangia come può: è bibliotecaria ma anche commessa in una panetteria, tuttavia è costretta a ricorrere anche al sostegno dei servizi sociali. Un giorno, inaspettatamente, le giunge una lettera del marito: no, non è un segno dell’aldilà. Cleo è vivo, il suicidio è stato la vile messinscena di un uomo disperato ed egli ora è pronto a chiedere perdono e a tornare in famiglia. Phoebe però, non vuol saperne: il marito, per lei, è morto quel giorno di tanti anni addietro. A riallacciare i rapporti con Cleo è invece sua figlia Elizabeth che è venuta su proprio bene: bella, vivace, spensierata. Soffre d’una forma grave d’asma, è vero… ma non permette alla malattia di condizioni l’esistenza, anzi. Beth è piena di vita e vuole evadere da quella quotidianità faticosa e stentata e suo padre- redivivo- potrebbe tornarle utile: egli, infatti, vive a Los Angeles, la patria di quell’industria del cinema in cui Beth sogna di sfondare. Vuole diventare una stella, vuol fare l’attrice.
Ti ospito a casa mia, le promette il padre ritrovato. E lei non aspetta altro. Tuttavia, ben presto l’idillio familiare lascia il posto alla quotidianità di letti sfatti e piatti da lavare: le belle mani di Beth non si dedicano molto alla casa e Cleo, che mal sopporta la pigrizia della figlia,  la mette alla porta.  La ragazza però, non si perde d’animo e bussa ad un’altra porta: è quella della base militare di Camp Cook, in California. Non solo le viene aperto, ma le viene anche offerto un lavoro come cassiera grazie al quale Beth non tarda a farsi notare: è carina, è carina davvero quella nuova impiegata. Così graziosa, che gli ufficiali la eleggono reginetta del Campo e le fanno una  corte spietata, senza però comprendere quanto lei sia sola e vulnerabile, quanto desideri accasarsi con un soldato, magari un pilota. La voce però comincia a diffondersi: Miss Camp Cook è una ragazza seria, una di quelle che – al massimo – ti concedono una passeggiata mano nella mano perché vogliono metter su famiglia e preservarsi per il matrimonio. E alla fine, il principe azzurro arriva e ha addosso una divisa dell’Aereonautica militare: è il luogotenente Gordon Flicking, di cui Beth s’innamora perdutamente ed è ricambiata. Ma il sogno di una vita tranquilla e borghese si schianta contro la seconda guerra mondiale, che richiama Flicking in Europa e lascia Beth di nuovo da sola, in un mondo che non la accoglie certamente a  braccia aperte. La ragazza, infatti, tenta una maldestra carriera come modella ma ha poca fortuna e, scoraggiata, torna a casa da sua madre. Passano alcuni mesi e poi, la brunetta con gli occhi chiari è pronta per rimettersi in gioco, questa volta a Miami. Il vecchio gioco del corteggiamento ricomincia e questa volta l’aspirante diva (con tentazioni di moglie), conquista il maggiore Matt Gordon. Tra i due innamorati però, si interpone la II guerra mondiale: siamo nel 1945 e Gordon, pilota militare, è chiamato a servire la patria nella lontana India. Prima di partire tuttavia, Matt lascia alla sua ragazza un anello (impegnativo gesto d’amore) e una manciata di promesse matrimoniali, seppure senza una data o piani ben precisi. Beth si aggrappa a quell’anello come a un’ancora: il mondo del cinema è momentaneamente messo da parte, schiacciato com’è da sogni casalinghi. Beth ripete a tutti che presto si sposerà, che sarà moglie in Ottobre. E quando le arriva un telegramma dalla madre di Gordon, lo strappa in fretta, impaziente di trovarvi direttive per l’organizzazione delle nozze. Si tratta invece di una brutta notizia: Gordon è morto, il suo aereo è precipitato proprio quando si accingeva a tornare a casa…
Questa morte ­­­­­ crudele e inaspettata lascia Beth sgomenta, spaesata, senza alcun appiglio. Dapprima, la ragazza porta il lutto e racconta in giro d’esser stata sposata col povero Gordon, di aver perso il suo bambino.  Poco a poco però, la “vedova” inconsolabile inizia a rimetter assieme i pezzi della sua vita precedente, quella in cui non ricamava il suo corredo…ma si faceva chiamare Dalia Nera e sognava di diventare una star.  Svariate telefonate dopo, Beth è di nuovo al sole della California, pronta a sgomitare per un pezzettino di gloria, uno spicchio di fama, un quarto d’ora (almeno) di celebrità. Ma non è facile, proprio no. Alla cassiera dell’Aztec Theater di Los Angeles che la trova profondamente addormentata nella sala ormai deserta, Beth -per scusarsi- racconta che lei è una brava ragazza, lei è un’attrice ma purtroppo non ha un posto dove andare. È il Dicembre 1946, c’è crisi e il sindacato degli attori proclama uno sciopero dopo l’altro e lei, Beth, non riesce a trovare un impiego.
La cassiera- che di nome fa Dorothy French ed ha un cuore buono- la porta con sé a casa. Beth dorme sul divano. Tanto, è solo per una settimana.  Una settimana che si allunga, perché la crisi non è passeggera e le prospettive di lavoro sono pressoché inesistenti. Beth però non sembra preoccuparsene. Dorme sul divano della sua ospite ma non la aiuta a pulire o a tener in ordine la casa, non si preoccupa di dimostrarle gratitudine ma risparmia energie per la propria vita notturna, che riesce comunque a essere piuttosto animata. Dopo aver prima riagganciato e poi chiuso con l’ex boyfriend Gordon Flickring, conosciuto alla base militare, Beth seduce Robert Manley detto Red, un giovane marinaio di Los Angeles che - a casa- aveva una moglie incinta ad aspettarlo. I due amanti si incontrano saltuariamente fino all’8 gennaio del 1947, giorno in cui la “Dalia Nera” chiede al giovane marinaio un passaggio per Hollywood. Manley acconsente e dopo averla prelevata da casa French intorno alle otto di sera, la porta in albergo. Lì ha già pagato una stanza, sperando forse in una notte di passione ma Beth – nonostante l’audace nome d’arte- vuol conservarsi pura per l’uomo che la porterà all’altare. E dunque, racconterà il marinaio, quella sera lui dorme sul letto e lei su una sedia, lamentando strani malesseri. Il mattino dopo, Beth chiede un ultimo favore al suo Red: vuole andare al Biltmore Hotel, per incontrare sua sorella che si è appena sposata ed è venuta a Los Angeles in visita di cortesia. Manley è un gentiluomo e l’accontenta ma non attende con lei l’arrivo della sposina: ha un appuntamento di lavoro e lascia la povera Beth sola, alla reception, intenta a fare telefonate. Non s’incontreranno mai più. Robert Manley, detto Red, è l’ultima persona (insieme agli impiegati della reception) a vedere Elizabeth Short, in arte Dalia nera, ancora in vita. Poco dopo la ragazza lascia il Biltmore Hotel e scompare nel nulla. È il 9 gennaio del 1947. Per sei giorni, di Beth non si sa più nulla. Poi, il drammatico ritrovamento: quel corpo tranciato di netto all’altezza della vita, quel sorriso di sangue inciso del volto, da un orecchio all’altro.
Una scena terribile, un delitto efferato, un clamore senza precedenti. Le copertine sono tutte per Beth, anche se non esaltano né la sua bellezza né i suoi successi, ma scavano a piene mani nell’orrore della sua fine. L’attività degli investigatori poi è frenetica. Centinaia d’individui sospetti sono interrogati finché gli inquirenti non arrivano a Robert Manley. L’ultimo fidanzato, l’ultimo a parlare con la bella Elizabeth: non ci vuol molto perché il marinaio diventi l’indiziato numero uno e sia sottoposto a interrogatori lunghi, pressanti, che lo condurranno di lì a poco a un crollo nervoso. Diverse domande e due test del poligrafo dopo, Robert è rilasciato. Non è lui l’uomo che la polizia sta cercando, non è il sadico che ha tagliato a metà una giovane donna. Le indagini devono ripartire da zero, proprio mentre la madre di Beth sta per raggiungere Los Angeles: vuole riportare il corpo della sua bambina a casa, vuole una tomba su cui piangere, vuole dimenticare il modo crudele con cui le è stata annunciata la morte della sua sfortunata figliola. Non è stata la polizia, infatti, a chiamare la signora Phoebe: un reporter le ha mentito, le ha detto che la sua bella bambina aveva vinto un concorso di bellezza e le ha chiesto, pertanto, tutto su di lei. Studi, passioni, amici. Tutto su Beth. E poi, sul finire della telefonata, la verità squarcia la menzogna: no, Beth non ha vinto nessuna competizione, non è stata incoronata reginetta di bellezza. L’hanno uccisa, l’hanno tagliata in due. Mamma Phoebe ora vuole solo quel corpo martoriato. Mamma Phoebe non si aspetta più nulla: è un mondo cinico, è un mondo crudele, dove persino il padre della sua Beth- il signor Cleo Smart- si è rifiutato di riconoscere il cadavere della figlia. È un mondo crudele, un mondo che spedisce lettere anonime, un mondo che – senza firmarsi- invia gli effetti personali della povera Dalia Nera a un quotidiano di Los Angeles, avvertendo che presto, molto presto, ci saranno altre comunicazioni. Tra gli oggetti che l’anonimo mittente ha spedito, ci sono la patente di Beth, il suo certificato di nascita, il codice fiscale, fotografie. Ma è una piccola rubrica ad attirare l’attenzione degli inquirenti. Appartiene a Mark Hansen, l’uomo che aveva ospitato Beth nella sua villa, e diverse pagine sono state strappate via. Perché? Mark Hansen è convocato, insieme ad altri uomini che conoscevano la Dalia Nera, ma nulla di rilevante emerge da quegli interrogatori e non resta che sperare che su quei poveri effetti personali ci sia qualche impronta digitale utile. Ma l’assassino non è uno sciocco: eventuali tracce sono state tutte accuratamente cancellate con la benzina. Cosa resta dunque ai detective? Nient’altro che i poveri oggetti di una donna morta ammazzata, insieme alla minacciosa promessa di nuove, future lettere anonime…che però, non arrivano. È dunque un cronista dell’Herald Express, tale Aggie Underwood, a prendere in mano la situazione, ipotizzando un collegamento tra l’omicidio di Beth Short e quello di Georgette Bauerdorf, un’amica di Beth che con lei ha condiviso l’amore per i party, gli aperitivi all’Hollywood Canteen e una morte a dir poco spaventosa. Qualcuno, infatti, ha violentato la ragazza, l’ha strangolata e l’ha finita annegandola a faccia in giù in una vasca da bagno. E proprio in una vasca da bagno, gli investigatori credono che Beth sia stata fatta a pezzi. E ancora, prima di morire, Georgette aveva confidato di aver paura di un suo ex, un “soldato alto”: solo una coincidenza che anche Beth, alias Dalia Nera, avesse lavorato in una base militare? E infine, il dettaglio più inquietante: l’auto di Georgette era stata ritrovata, abbandonata, non lontano dal luogo in cui il cadavere di Beth era stato rinvenuto. Forse c’è un collegamento, forse non è solo casualità: la famiglia di Georgette però appartiene alla buona borghesia e, tramite amicizie influenti, fa in modo che Aggie Underwood sia rimosso dal pezzo. Niente più scandali, solo silenzio. E il silenzio rischia di avvolgere anche la fine della Dalia Nera finché, inaspettatamente, a metà degli anni Ottanta, un informatore porta all’ispettore John St John una cassetta registrata su cui è incisa la voce di un certo Arnold Smith che- con agghiacciante precisione- racconta di come un uomo chiamato Al Morrison- alto e zoppo- abbia prima tentato un approccio con Beth e poi, offeso dal suo rifiuto, abbia sodomizzato e in seguito ucciso la ragazza a coltellate. Tanti, tanti sono stati i fendenti: Beth ha cercato di difendersi ma, legata e con le mutandine ficcate in bocca, nulla può contro quei colpi furiosi. Poi, come in un sadico sberleffo, quel taglio da un orecchio all’altro, che allunga la bocca della ragazza in un sorriso di sangue. A quel punto però, Beth è già morta e all’assassino non resta che adagiarla nella vasca da bagno e segare il corpo in due, con l’aiuto di un coltello da macellaio per poi aspettare che il sangue coli, lentamente, goccia dopo goccia, dopo goccia. È molto tardi quando Al finalmente afferra i due pezzi del corpo di Beth, li avvolge in una tovaglia e li carica nella sua auto, che guida nella notte fino a quella desolata periferia dove avverrà il ritrovamento.
Qui termina il macabro racconto di Arnold Smith sulle gesta di Al Morrison, l’assassino zoppo. Qui termina anche la cassetta ma quel nome continua a riecheggiare nella testa del detective John St John. No, non è la prima volta che quel nome si guadagna gli “onori” di un’indagine per omicidio. Quel nome, quel nome è stato tirato in ballo anche in occasione dell’uccisione di Georgette Bauerdorf, la socialitè che con la povera Dalia Nera aveva stretto amicizia. E a quel nome risponde un tizio alto, allampanato, con una certa zoppia: si crede che sia proprio lui il “soldato alto” di cui Georgette aveva timore. Un soldato? Un reduce di guerra? Un militare in carriera? No, è semplicemente un alcolizzato. Un alcolizzato che si fa chiamare alternativamente “Al Morrison” o “Arnold Smith”, ma che in realtà risponde al nome di Jack Anderson Wilson e ha un passato di furti e aggressioni. Dopo aver riascoltato centinaia di volte quella registrazione di morte, St. John è determinato a ritrovare Wilson. Certo, tanti anni sono passati. L’ispettore si ritrova a cercare, in pieni Eighties, prove su un delitto avvenuto nel 1947 e ormai divenuto, ufficialmente, un cold case. L’ispettore però non si arrende. Nonostante sia trascorso tanto tempo, l’attenzione per quella donna tagliata a metà è ancora viva, vivissima ed è alimentata dalla costanza di un informatore, che lascia continui messaggi per Wilson in caffè e ristoranti. Dapprima, Wilson non risponde: sente sul collo il fiato della polizia. Certo,  potrebbe uscire allo scoperto e ridere di quegli sbirri di cui si è beffato per anni ma…a quale prezzo? Un bel dilemma.  Svariati messaggi dopo, il presunto killer accetta la proposta dell’informatore. I due s’incontreranno, parleranno e – puoi scommetterci- nei dintorni ci sarà anche qualche agente sotto copertura.
Ma l’incontro non avverrà mai: Wilson si addormenta con una sigaretta accesa tra le labbra e il resto della storia è solo fuoco e fiamme e un cadavere carbonizzato che non può dare più risposte. In fumo vanno anche alcuni oggetti che il “killer” sosteneva essere appartenuti a Beth Short, e con essi anche le ultime speranze di risolvere il mistero della Dalia Nera. Wilson  muore dunque da sospettato, non da colpevole: il caso resta aperto. Un vecchio caso degli anni Quaranta, un caso che trasuda sadismo e orrore, un caso che sfiora il mondo dorato di Hollywood, un caso sul quale tutti, in America, hanno un’opinione e tutti vogliono dire la loro.  È stato Wilson, il “soldato” a cui manca qualche rotella. Anzi, no: il colpevole è Mark Hansen, l’uomo della villa, dei party in piscina. No, non è stato lui: il responsabile è Red Manley, il marinaio con la faccia da bravo ragazzo. Ma la macchina della verità lo salva dalle accuse, se non dall’esaurimento, mentre molte, moltissime telefonate anonime denunciano il comportamento di due agenti di polizia un po’ troppo solerti e raccontano di un farmacista orgoglioso di saper tagliare un corpo umano in due parti.  Nonostante lo scorrere inesorabile del tempo, l’interesse per il delitto non si spegne mai del tutto ma è nel 1987 che il caso torna prepotentemente sotto i riflettori, complice il quarantesimo anniversario dell’omicidio (avvenuto nel 1947) e la pubblicazione del bel romanzo di James Ellroy, Black Dahlia, cui è ispirato l’omonimo film di Brian de Palma. Ma chi, chi ha davvero ucciso Elizabeth Short? È stato John Douglas- ex capo dell’unità di analisi comportamentale dell’FBI- a rispolverare i referti del coroner e a tracciare un interessante profilo dell’assassino della Dalia Nera. Bianco, vent’anni o poco più, discreta cultura: viveva probabilmente solo e doveva avere una cera dimestichezza con sangue e coltelli, così come con l’ambiente della prostituzione. Affetto da disturbi ossessivo - compulsivi, fortemente stressato e dipendente da alcool, l’assassino potrebbe aver trascorso qualche giorno con la sua vittima, ancora in vita e prigioniera, prima che un eccesso di rabbia lo portasse a uccidere e a infliggere ogni sorta di torture e mutilazioni. Queste ultime, oltre ad avere una finalità pratica (il cadavere, sezionato, era più facilmente trasportabile), è secondo Douglas anche il chiaro segno di una volontà ben precisa, ovvero deridere, distruggere, mortificare la femminilità di Beth. Emblematico il taglio profondo da un orecchio all’altro, come a voler disegnare un grottesco sorriso sulle labbra della ragazza, quelle labbra un tempo strumento di seduzione. E se il delitto fosse avvenuto ai giorni  nostri, cosa sarebbe accaduto? Secondo Douglas, le tecniche moderne avrebbero certamente contribuito a risolvere il caso, con l’ausilio dell’assassino stesso…che, molto probabilmente, soffriva di disturbi di tipo paranoide ed era tormentato da continue ossessioni, che lo spinsero a inviare alla polizia gli effetti personali della Dalia Nera, e diverse lettere in cui si accennava a particolari che solo il killer avrebbe potuto conoscere. Un tentativo di liberarsi di quei ricordi che lo tormentavano? Un crudele gioco al gatto col topo?
E soprattutto, perché – dopo la Dalia Nera- il killer non avrebbe più commesso altri omicidi? Forse non aveva più la forza necessaria per affrontare un nuovo, terribile stress. Forse, finì i suoi giorni in un istituto psichiatrico, in compagnia dei suoi fantasmi personali. Forse, tolse la vita anche a se stesso. Forse, semplicemente, s’incamminò lungo il sentiero del delitto perfetto, sicuro di non esser mai scoperto.

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