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domenica 31 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 dicembre.
Il 31 dicembre 192 l'imperatore Commodo viene assassinato.
 Marco Aurelio, l'imperatore filosofo, fu un monarca saggio ed equilibrato, il suo regno considerato illuminato. Rispettato e benvoluto dal popolo e temuto dalle popolazioni barbare. Penultimo esponente della famiglia degli "Antonini" i cui imperatori passarono alla storia per la loro saggezza ed equilibrio nell'esercizio del potere. Nel 177 associò a se stesso sul trono suo figlio naturale Marco Aurelio Commodo e mai scelta fu più infausta di questa. Padre e figlio, nell'anno 180 "D.C." , erano impegnati nella difesa dei confini settentrionali quando Marco Aurelio morì lasciando il figlio alla solitaria guida del vasto impero. Commodo, contrariamente al padre, non era attratto dagli studi; prediligeva gli spettacoli e gli esercizi fisici. Era crudele e indolente e poco propenso a dedicarsi alla cura e alla crescita di Roma. Inizialmente, nei primi anni di governo, Commodo sembrava voler continuare l'opera del padre, ma ben presto venne fuori la vera natura del personaggio.
Concluse una frettolosa pace con i "Marcomanni" e altre tribù barbare che gli permisero di tornare a Roma dove fu accolto da trionfatore. Una volta a Roma si disinteressò della conduzione politica e militare dell'impero e delegò questi compiti ad elementi, di dubbia fama, attenti più al loro tornaconto personale che alle esigenze dello Stato e del popolo. I più famosi furono Saotero, Tarrutieno Paterno e Figidio Perenne che l'imperatore nominò prefetto del pretorio. Alla morte di quest'ultimo, salì al potere un liberto originario della Frigia: Cleandro. Questi, uno dei protetti di Commodo, diventato addirittura console, era un uomo avido e astuto. Ma le liti all'interno della corte dell'imperatore posero presto termine al suo governo e Cleandro finì assassinato come molti nemici di Commodo.
La politica di Commodo, ammesso che abbia avuto una politica, fu quella di "Ridimensionare" il potere dei senatori rompendo così una armonia che costoro avevano raggiunto con la stirpe degli "Antonini" . Ai senatori, ad esempio, fu tolto il comando degli eserciti che furono affidati ad esponenti della "Classe Equestre" . Anche a causa di questa politica nacquero congiure che più di una volta minacciarono la vita dell'imperatore. Ma, visto che non si occupava della vita politica e dell'amministrazione dello Stato, quali erano i passatempi preferiti di Commodo? Come detto aveva una predilezione per gli esercizi fisici e quindi per la lotta, la caccia e, soprattutto, i giochi gladiatori. Spesso e volentieri scendeva nel Colosseo e si cimentava in lotte con gli animali o in scontri con altri gladiatori. Grazie alla sua possente corporatura era convinto di essere la reincarnazione di Ercole e pretendeva di essere trattato come una divinità. Era addirittura arrivato a cambiare il nome dell' "Urbe" in "Colonia Commodiana" . La continua umiliazione della figura imperiale, la disastrosa situazione economica, le rivalità interne alla corte e l'aspro scontro con il senato, erano tutti segnali di un imminente epilogo drammatico del regno di Commodo Dopo alcuni tentativi a vuoto il complotto riuscì e il gladiatore Narcisso, uno dei suoi favoriti, riuscì a passare le maglie della sicurezza e a strangolare l'imperatore nella vasca da bagno. Dopo 12 anni di regno finì uno dei più feroci e depravati imperatori della storia romana.
Il giorno successivo, 1º gennaio, i congiurati sparsero la voce dell'improvvisa e provvidenziale morte dell'Imperatore per un colpo apoplettico e di come quel fortuito evento avesse evitato appena in tempo il piano di Commodo per assassinare i consoli designati, Quinto Pompeio Sosio Falcone e Gaio Giulio Erucio Claro Vibiano, per poi recarsi in Senato, accompagnato da un gladiatore e vestito egli stesso in abiti da arena, per essere assieme a questi acclamato console per l'ottava volta. Leto ed Eletto si recarono quindi dal Praefectus Urbi Publio Elvio Pertinace, generale e console in carica e collega dell'imperatore defunto, offrendogli la porpora imperiale. Questi, temendo dapprima per la propria vita, si convinse ad accettare solo quando, condotto al Palatino, vide il corpo di Commodo privo di vita.
A Roma, la notizia della morte del Principe spinse il Senato ed il popolo a chiedere che il cadavere fosse trascinato con un uncino e precipitato nel Tevere, così come voleva un'antica usanza per i nemici della Patria.
Pertinace diede tuttavia incarico affinché Commodo fosse segretamente sepolto nel mausoleo di Adriano. Avutane notizia, il Senato dichiarò allora Commodo hostis publicus e ne decretò la damnatio memoriae: venne ripristinato il nome corretto delle istituzioni, mentre le statue e gli altri monumenti eretti dall'Imperatore defunto venivano abbattuti.
Appena due anni dopo tuttavia, nel 195, l'imperatore Settimio Severo, cercando di legittimare il proprio potere ricollegandosi alla dinastia di Marco Aurelio e in aperta contrapposizione con il Senato, riabilitò la memoria di Commodo, ordinando che ne fosse decretata l'apoteosi. Commodo passò quindi dall'essere un nemico dello Stato alla condizione di divus, con un apposito flamine preposto al proprio culto.
Nel 2000 compare il film Il gladiatore, ispirato molto liberamente alla vita di Commodo, in quanto rimane ben poco fedele alle fonti antiche. Lì il ruolo dell'imperatore è impersonato da Joaquin Phoenix. Nella finzione cinematografica la morte di Marco Aurelio avviene per mano di Commodo stesso: Marco morì, invece, molto probabilmente di peste. Per l'aspetto fisico (completamente sbarbato, durante il suo regno aveva invece la barba al pari di suo padre) e alcuni aspetti (ad esempio l'attrazione incestuosa per la sorella) il personaggio di Commodo appare ispirato più alla iconografia di Caligola che a quella che ci è nota tramite statue e monete. Infine, al contrario di come si vede nel film, Commodo non morì nel Colosseo, dopo circa un anno di regno, ma fu assassinato nel suo palazzo dopo dodici anni di principato, dal suo maestro gladiatore.

sabato 30 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 novembre.
Il 30 novembre 1979 esce nei negozi di dischi l'album doppio "The Wall" dei Pink Floyd.
La solitudine, immensa solitudine. The Wall è forse il disco più aggressivo dei Pink Floyd, ma in realtà tratta di un argomento fragile, che non può lasciare indifferente nessuno, perché tutti lo hanno, a proprio tempo, desiderato e temuto. A tratti claustrofobico, oscuro, e spigoloso; in altri punti invece morbido e con un fare quasi consolatorio. La psichedelia viene abbandonata quasi totalmente in questo disco, per far spazio a un baratro sonoro e concettuale, sul cui orlo si viene a trovare l'ascoltatore.
Richiesto inizialmente per risanare i debiti dei Floyd e per alleggerire la pressione del fisco inglese, The Wall è il secondo doppio album dei Pink Floyd dopo Ummagumma. All'uscita scatenò (e continua ad agitare ancora oggi) discussioni contrastanti riguardo alla sua fattura: tra chi lo considerava il migliore tra gli album floydiani e chi invece lo dipingeva non solo come di livello minore dei precedenti, ma anche la fine dei veri Pink Floyd. The Wall non è né l'una né l'altra cosa; esso fu percepito come album diverso, sia in meglio che in peggio, per la forte assenza delle "tastiere a tappeto" di Richard Wright, estromesso durante la realizzazione del disco per diverbi con Roger Waters e che partecipò all'album come session man, le quali nei dischi precedenti contribuivano a creare una musica straniante ed onirica. Esse furono sostituite parzialmente da pianoforte classico ed orchestra. Certo The wall non è un album esente da difetti, ma la sua struttura di concept da grande rilievo e la forza dirompente ne hanno fatto un pilastro del rock.
The Wall narra la storia della rockstar Pink (in gran parte ispirata alla vita dello stesso Roger Waters), segnata da avvenimenti tragici come la morte del padre quando il protagonista era ancora in fasce, la scuola disumanizzante, una madre iperprotettiva, le groupies, gli eccessi, il divorzio. Non reggendo il peso di tutto ciò, Pink si chiude dietro ad un muro (il "wall" del titolo) che lo isola dal mondo esterno facendolo però diventare completamente solo e accompagnandolo allo stesso tempo alla follia (richiamo a Syd barret, mai dimenticato dai Pink Floyd successivamente al suo abbandono). Tutto questo sfocia in sbotti di rabbia a volte violenti (The Thin Ice) a volte compressi (One Of My Turns), ma anche in ballate delicate e strazianti (Nobody Home).
La novità si avverte fin dai primi brani del disco, con le quartine suonate sul rullante da Nick Mason che rievocano un suono più heavy dei dischi precedenti e richiamano anche sonorità belliche (è ancora la batteria di Mason a richiamare sventagliate di mitragliatrice), come pure l'elicottero di Another Brick In The Wall Part II. Il tema dominante del primo disco è un possibile rapporto tra la massificazione dei giovani, subita in un rigido quanto alienante sistema scolastico, e l'inquadramento militare, temi raccontati durante l'infanzia e l'adolescenza di Pink. Another Brick In The Wall è ripresa tre volte: la prima parte è più rilassata ed evidenzia il basso pulsante di Waters, la terza è veloce e pesante nel suo rock pieno, e la seconda parte è la canzone più famosa dei Pink Floyd, seconda forse solo a Money, con un incedere coinvolgente e il coro dei bambini che ribatte alla voce principale. Un cult è diventato anche il video di questo brano che mostra i bambini del coro rinchiusi all'interno del muro di copertina e la celebre marcia dei martelli. Ci sono momenti di leggerezza (Mother), ma per la maggior parte tutto è malfermo ed inquieto come gli ideali e le speranze adolescenziali: Empty Spaces evoca suoni e minacce lontane con la chitarra che dipinge trame inquietanti su una percussione ossessiva, Young Lust è un hard rock che nasconde la nevrosi.
Nel secondo disco si passa alle esperienze successive di Pink, al suo difficile rapporto con la madre, alla fama di rockstar, fino a che anche il rapporto con la moglie si spezza per l'incomunicabilità: è l'ultimo mattone che chiude il muro, dentro al quale il personaggio si rifugia per non subire il dolore progressivo che sta cozzando contro la sua vita e che però lo riduce in completa solitudine. Tenta di vincere il proprio isolamento, ma inutilmente (Is There Anybody Out There? , Nobody Home) mentre è in balia dei suoi produttori che lo salvano da un overdose solo per sbatterlo di nuovo sul palco a proprio uso e consumo in Comfortably Numb. Questo pezzo procede stupendo tra atmosfere stranianti e quasi da sogno febbrile, scandito da due degli assoli più belli della storia del rock, magistralmente eseguiti da David Gilmour.
Già l'inizio aveva graffiato con Hey You, sospesa tra chitarre ricamate e distorte ed elettronica deformata, il resto non è da meno: Run Like Hell, inizialmente concepito come "brano da discoteca" dai produttori e pulsante però del dramma della storia e Waiting For The Worms, dilaniata tra dolcezza e violenza difformi, rappresentazione ideale dello stato d'animo e mentale di Pink. Si apre poi un processo (The Trial) il cui esito è la condanna, forse dolorosa, ma liberatoria, ad abbattere il muro, ad esporsi senza difese precostruite ai proprio simili. Il doppio album si conclude con Outside The Wall, poetica ed introspettiva (Soli o a coppie/ Quelli che davvero ti amano/ Camminano su e giù fuori dal muro/ Qualcuno mano nella mano/ Qualcuno si riunisce in band/ I cuori sanguinanti e gli artisti/ fanno la loro comparsa/ E quando hanno dato tutto ciò che potevano/ Alcuni barcollano e cadono/ Dopo tutto non è facile/ Sentire il tuo cuore contro un muro di pazzi). Conclude la riflessione di Waters, incentrata sulla massificazione giovanile e sulla perdita di identità degli adolescenti, spesso favorita e anche sfruttata dalle rockstar.
Durante la canzone Empty Spaces si può udire chiaramente un messaggio registrato al contrario (il suddetto messaggio è nell'album in studio, ma non nel live e nel film). Se si ascolta la canzone al contrario, rallentando la velocità, si sente: "Any better: congratulations! You've just discovered the secret message. Please, send your answer to "Old Pink", care of the "Funny Farm", Chalfont." (Niente di meglio: congratulazioni! Hai appena scoperto il messaggio segreto. Per favore, spedisci la tua risposta al "Vecchio Pink", presso la "Funny Farm", a Chalfont). Funny Farm è un termine in slang inglese con il quale si indicano gli ospedali psichiatrici. Il messaggio, evidente parodia dei messaggi subliminali, è anche un chiaro riferimento al mai dimenticato Syd Barrett, fondatore ed ex-leader dei Pink Floyd, allontanato dal gruppo per problemi comportamentali causati principalmente dall'assunzione di droghe psicotrope.
Alcuni anni dopo Alan Parker dirigerà il film Pink Floyd The Wall, trasposizione cinematografica dell'album. L'attore protagonista sarà l'allora semisconosciuto leader dei Boomtown Rats, Bob Geldof.
Il film Pink Floyd The Wall fu presentato, in anteprima, al 35esimo festival di Cannes, il 22 maggio 1982, a mezzanotte. Nel film vengono mostrati circa venti minuti delle animazioni originali di Gerald Scarfe create per i concerti. La pellicola è dotata di un'incisiva violenza psicologica: basti pensare alla sequenza dei bambini gettati nel tritacarne o quella dei bombardamenti di Goodbye Blue Sky.
The Wall può essere considerato come un punto d'arrivo della complessa esperienza musicale dei Pink Floyd, ed è un capolavoro per il connubio tra liriche, musica ed esecuzione dal vivo. Forse non è stato il loro miglior disco, di sicuro è una gran bella prova del fatto che di un gruppo come i Pink Floyd oggi si sente la mancanza e riascoltando anche "The Wall" si capisce che questo gruppo è riuscito a far risplendere il grande diamante presente nell'anima di ognuno di noi.

venerdì 29 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 dicembre.
Il 29 dicembre 1998 due capi dei Khmer rossi chiedono pubblicamente scusa per il genocidio cambogiano degli anni settanta, che si stima abbia provocato oltre un milione di vittime.
Il regime dei Khmer rossi è considerato come uno dei più sanguinari del XX secolo.
Dal 1975 al 1979, in soli 3 anni e 8 mesi di governo, il Partito Comunista di Kampuchea provocò la morte di un numero imprecisato di persone; certamente più di un milione, qualche storico arriva ad ipotizzarne quasi tre, considerando esecuzioni, carestie e morti per mancanza di cure mediche. Se consideriamo che la popolazione cambogiana allora arrivava a 7 milioni, è possibile affermare che il regime dei Khmer rossi è quello che ha causato più morti tra tutti quelli del XX secolo, non solo a causa delle esecuzioni politiche, ma anche a causa dei lavori forzati, dell’evacuazione delle città attraverso la giungla compiuta senza alcun mezzo di trasporto e delle pessime condizioni igieniche nelle quali i cambogiani erano costretti a sopravvivere.
Il fine del Partito Comunista di Kampuchea era “purificare” la Cambogia da ogni contaminazione occidentale. Per fare questo, i Khmer rossi non si limitarono a isolare la Cambogia dal resto del mondo, ma decisero di cancellare ogni aspetto della Cambogia pre-rivoluzione che poteva contenere “tracce” della cultura occidentale. Abolirono la moneta, collettivizzarono l’economia, desertificarono la capitale Phnom Penh, e tutte le altre città. Smantellarono religione, sistema scolastico e abolirono tutte le professioni borghesi. Imposero ai cambogiani una nuova identità, in nome dell’uguaglianza esplicitata da una sorta di divisa imposta a tutti: un “sampot” nero.
Con i Khmer rossi assistiamo al tentativo di materializzare un’utopia che contiene in sé l’idea del genocidio. Nella Cambogia dei Khmer rossi c’è il completo rigetto della civiltà urbana più siamese, più cinese, più occidentale che puramente Khmer; il rigetto dell’antico ordine assimilato all’ordine straniero. Fare “tabula rasa” attraverso “qualsiasi mezzo” è l’intento del “partito dei puri” in questione, quello dei Khmer rossi. Per sopperire a qualsiasi mancanza di “consenso rivoluzionario” si ricorreva alla violenza più estrema.
La tragedia del popolo cambogiano è rimasta per lungo tempo in secondo piano nel panorama internazionale. Solo nel 1997, un anno prima della morte di Pol Pot, il Khmer Rouge Trial Task Force stabilì di creare una struttura legale e giudiziaria con lo scopo di processare i leader rimanenti dei Khmer rossi per crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità.
Il primo processo a carico di uno dei responsabili del genocidio in Cambogia si è svolto a Phnom Pen nel febbraio 2009. Il primo dirigente del Partito Comunista di Kampuchea a sedere sul banco degli imputati fu Kaing Guek Eav, conosciuto anche col nome di guerra Deuch.
Deuch fu considerato direttamente responsabile della morte di 15-20 mila persone che sono transitate tra il 1975 ed il 1979 dalla prigione di Tuol Sleng o S-21, della quale era il direttore, e per questo fu condannato a 35 anni di carcere.
Il 27 giugno 2011 è cominciato il processo ad altri quattro leader membri del Kena Mocchim , il Comitato Centrale dei Khmer rossi:
-Nuon Chea, il “Fratello Numero 2”, Vice-Capo dell'Alto Comando dei Khmer Rossi;
-Khieu Samphan, il “Fratello Numero 4”, Capo di Stato della Kampuchea Democratica e Primo Ministro del governo Khmer;
-Ieng Sary, il “Fratello Numero 3”, cognato di Pol Pot e Ministro degli Affari Esteri della Kampuchea Democratica, fu responsabile di alcuni dei cosiddetti campi di rieducazione;
-Ieng Thirith, moglie di Ieng Sary, responsabile della “Alleanza della Gioventù democratica Khmer”, formata da ragazzini totalmente devoti al regime, usata da Pol Pot nel controllo dell’apparato del Partito.

giovedì 28 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 dicembre.
Il 28 dicembre 1879 si ebbe il cosiddetto "disastro del Tay Bridge".
Il disastro del Tay Bridge fu un catastrofico evento causato da un cedimento strutturale che avvenne il 28 dicembre 1879, quando il primo ponte sul Tay, sul Firth of Tay, tra Dundee e Wormit in Scozia, cedette durante un violenta tempesta di pioggia e vento mentre passava un treno.
Il ponte, all'epoca il più lungo del mondo, era stato progettato dal noto ingegnere ferroviario Thomas Bouch. Lungo 2 miglia (oltre 3 km) era stato inaugurato neppure 19 mesi prima, il 1° giugno 1878, con una grande e pomposa cerimonia. Durante una violenta tempesta la sera del 28 dicembre 1879, la sezione centrale del ponte, conosciuta come "travate alte", collassò, trascinando nel crollo un treno con 6 carrozze che percorreva la sua linea unica e che finì con tutto il suo carico umano nelle fredde acque dell'estuario del Tay. Vi furono 75 vittime, ovvero tutti coloro che erano a bordo tra passeggeri ed equipaggio. Solo 48 corpi furono recuperati.
La tempesta di vento della sera del 28 dicembre 1879 vide raffiche fino a forza 10, forse anche fino a forza 11, da ovest/sudovest investire il ponte perpendicolarmente scendendo lungo il corso del Tay. I venti quella sera furono così violenti che l'alta torre del Kilchurn Castle, sul Loch Awe, crollò mentre centinaia di scozzesi videro i tetti delle loro case scoperchiati.
Gli investigatori determinarono subito molti difetti nella progettazione del Tay Bridge, nei materiali e nei processi che contribuirono al crollo. Bouch dichiarò di aver ricevuto informazioni errate riguardo il carico del vento, ma le sue dichiarazioni successive indicarono che in realtà non prese nessun accorgimento per il carico del vento. Fu consigliato a Bouch che non era necessario calcolare il carico del vento per travate più corte di 200 piedi (61 metri), e non procedette al calcolo per il nuovo progetto (problemi tecnici costrinsero infatti a rivedere la progettazione quando già si era iniziata la costruzione del manufatto) con travature più lunghe. La sezione centrale del ponte, dove la ferrovia correva all'interno delle travature alte invece che al di sopra di quelle inferiori, per permettere un passaggio alto abbastanza per l'alberatura navale, era invece, con il suo baricentro alto, potenzialmente molto vulnerabile a venti in quota.
Sembra che né Bouch né gli appaltatori abbiano regolarmente visitato la fonderia sul posto dove veniva riciclato il ferro del precedente ponte parzialmente costruito. La ghisa cilindrica delle colonne che sostenevano la tredicesima campata del ponte, lunga 75 metri, era di scarsa qualità. Le indagini permisero di stabilire che le colate imperfette venivano contraffatte ai collaudi, anche essi successivamente valutati come inadeguati.
La tesi che gli ultimi vagoni vennero sbalzati dalla linea e colpirono le travature, causando il collasso, fu avanzata da Bouch in sua difesa. Fu rigettata dall'inchiesta ufficiale che ritenne che tale ipotesi non potesse spiegare come un ponte potesse essere così debole da collassare a causa di un solo deragliamento. Tale ipotesi non fu inoltre neanche in grado di fornire una spiegazione per il collasso di un tratto di quasi mezzo chilometro.
La locomotiva NBR 224, costruita da Thomas Wheatley presso le fonderie Cowlairs, sopravvisse al disastro, fu recuperata dal fiume e riparata. Rimase in servizio fino al 1919, con il soprannome di "The Diver" (la Tuffatrice). A causa del disastro nel quale fu coinvolta molti conducenti superstiziosi si rifiutarono in seguito di guidarla attraverso il nuovo ponte ricostruito. Thomas Bouch morì, a soli 58 anni, 10 mesi dopo la tragedia, il 30 ottobre 1880.
Già nel 1883 iniziarono i lavori per il nuovo ponte, questa volta a doppio binario, che fu costruito a breve distanza dal primo e inaugurato il 13 luglio 1887. Questo ponte è tuttora in esercizio. Il 28 gennaio 2002, per la prima volta, la circolazione dei treni sul ponte fu interrotta precauzionalmente a causa dell'imperversare di una violenta tempesta di vento, con raffica massima a 105 miglia orarie.

mercoledì 27 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 dicembre.
Il 27 dicembre 537 viene consacrata a Istambul, allora Costantinopoli, la chiesa di Santa Sofia.
Istanbul è una città con un'ineguagliabile patrimonio storico ed architettonico, lo si deve ad  alcuni monumenti in particolare, tra cui quello di  Santa Sofia. Riduttivo chiamarla basilica, moschea o museo, perché come dimostrano i nomi con cui è oggi conosciuta nel mondo, è questo un luogo che raccoglie in sé molto più e che nella storia ha conosciuto una moltitudine di esperienze.
Arrivati nel quartiere di Sultanahmet, si rimane estasiati da tanta grandezza e bellezza,  tanto che ci viene in mente l'antico proverbio di un anonimo “l'intensità della vita non si misura con il numero dei respiri ma in base ai luoghi e ai momenti che ci hanno fatto mancare il fiato...”. Letteralmente, questa antica struttura che fu basilica e sede patriarcale, poi moschea e che ora è un museo, emoziona talmente tanto da togliere il fiato, che non viene di certo ripreso, quando girato lo sguardo, nella grande piazza esterna, ci si ritrova davanti l'altro venerabile monumento della città, la Moschea Blu. Annoverata come tra le più grandi opere architettoniche del mondo, la celeberrima chiesa di Santa Sofia è conosciuta con diversi altri nomi, quasi a voler caratterizzare la sua molteplice natura: Haghia Sofia o Hagia Sophia in greco (Άγια Σοφία), Aya Sofia in turco (Ayasofya), basilica della Santa Sapienza o appunto Santa Sofia dal latino (Sancta Sophia).
La struttura attuale, conosciuta come la terza chiesa, venne edificata da Giustiniano nel VI secolo. Per secoli fu questa la basilica più importante di tutto il cristianesimo, rimanendo per quasi un millennio la cattedrale più grande del mondo (venne poi sostituita da quella di Siviglia nel 1520). La sua storia pare tuttavia andare ancora più indietro nel tempo, arrivando fino al grande  Costantino, nel 337; egli tuttavia mai ebbe modo di vedere terminata la sua costruzione. L'imperatore Teodosio II nei primi anni del V secolo fece riedificare la chiesa di Costantino, la seconda chiesa, che poi venne semidistrutta in un incendio durante la rivolta di Nika nel 532 (venne risparmiata la piccola sacrestia).
La terza chiesa di Giustiniano venne costruita immediatamente dopo l'incendio, con grande passione e dispendio economico: vennero impiegati i materiali più preziosi; la cupola, la prima del genere per potenza architettonica ed ingegneristica, venne rivestita di mosaici d'oro e pietre preziose. Due gli architetti che ebbero modo di riportare alla luce l'antica chiesa di Costantinopoli, i greci Antemio di Tralle (che curò la parte ingegneristica) e Isidoro di Mileto (detto il vecchio), che fu anche un noto matematico. Ad essi nel tempo si susseguirono diversi altri architetti, tra cui Mileto il giovane e il grande architetto ottomano Sinan. I favolosi mosaici che un tempo ne decoravano la cupola furono gravemente danneggiati dal terremoto del 558, dai successivi crolli parziali del soffitto nel 989 e 1346, dai saccheggi dei crociati e alle varie trasformazioni religiose avvenute nel tempo. Un gioiello di raro successo architettonico nella storia antica, il primo capolavoro dell'architettura bizantina. Ha influenzato nel tempo il mondo ortodosso, cattolico e musulmano, dando a tutti la stessa carica e significato spirituale. Per oltre 900 anni Santa Sofia è stata sede del patriarca ortodosso di Costantinopoli e principale luogo cerimoniale ecclesiastico ed imperiale.
Per mano dei crociati, mandati da Roma nel 1204 (IV crociata), la chiesa venne saccheggiata e dissacrata; il patriarca sostituito con un vescovo latino. Evento questo che come è noto confermò l'avvento del Grande Scisma d'Oriente, già avvenuto nel 1054 e con il quale venne cementata la divisione tra la chiesa greco-ortodossa e la chiesa romano-cattolica. Importante sapere che infatti parte del patrimonio un tempo contenuto all'interno della chiesa di Santa Sofia può oggi essere ammirato nella Basilica di San Marco a Venezia. Secondo la cronaca (ancora oggi molto dibattuta) lasciataci dal crociato Robert de Clari nel 1208, con la razzia dei crociati  furono portati via e depositati nelle chiese d'Occidente diversi tesori sacri di immane importanza, tra cui la Sacra Sindone (si narra infatti che la reliquia passò di mano in mano, tra cui Otto de la Roche, duca d'Atene e i cavalieri templari prima di arrivare a Torino).
Quando nel 1453 gli Ottomani di Mehmet II conquistarono Costantinopoli non poterono non erigere questa sacra struttura al livello del loro Dio, trasformandola in una moschea imperiale. Vi andarono aggiunti i minareti, le tombe imperiali e le fontane che oggi tutti ammiriamo.
La struttura e le decorazioni degli  interni, sembrano proprio raggiungere lo scopo che fu dei suoi padri cristiani e musulmani: l'immagine terrestre del paradiso. Ammirarle significa regalare al visitatore sensazioni sacre, divine quasi. Santa Sofia può dirsi divisa in tre parti principali: il piano terra, il piano superiore (che comprende le cupole e le pareti alte) e le gallerie. La planimetria è quella classica di una basilica, che al piano terra è di forma rettangolare (con misure di 70x75). L'intera area è coperta da una cupola centrale di 31 metri di diametro (un pochino più piccola della cupola del Pantheon di Roma). Sono inoltre presenti, tre navate formate da arcate divisorie di doppio ordine e un'abside, opposta alla porta d'ingresso.
 La Porta Imperiale è l'ingresso alla grande struttura, un tempo usata solo dagli imperatori. Sopra l'arcata vi troviamo uno dei primi grandi mosaici bizantini datato IX secolo: quello del Cristo seduto al trono, con vicino l'imperatore inginocchiato (che si suole identificare in Leone VI il saggio, imperatore bizantino nell'866). Ad essa si aggiungono, al lato opposto, le grandi opere ottomane, come il Mihrab che aiutava i musulmani a dirigere le preghiere verso la Mecca, la grande scala sulla destra, il Minbar, che impressiona per la finezza delle decorazioni dorate e che porta al pulpito dal quale veniva dato il sermone, la Loggia del Sultano costruita dagli italiani fratelli Fossati all'atto della loro restaurazione del XIX secolo. La Piazza dell'Incoronazione è invece il luogo in cui ergeva il trono dell'imperatore di Bisanzio, la troviamo tra i quattro müezzin in marmo e la biblioteca di Mahmut I del 1739. Tra una colonna e l'altra (alte circa 20 metri) e i piccoli recinti di cultura ottomana (come i maqsura, dove gli anziani usavano leggere il corano), è bene andare alla ricerca di quella di San Gregorio Taumaturgo, all'angolo sinistro subito dopo l'entrata, che la tradizione vuole possedere dei poteri curativi.
 Dal piano terra, e ancora meglio dalle gallerie, si ha modo di ammirare gli splendidi mosaici di Santa Sofia, risalenti al periodo bizantino e cristiano successivo e raffiguranti il Cristo, la Vergine Maria, Santi, imperatori e imperatrici. I più noti e meglio conservati sono quello della Porta Imperiale di cui sopra e quello dell'entrata sud-occidentale, scoperto durante la restaurazione dei fratelli Fossati e raffigurante la Vergine Maria con il bambino Gesù, affiancata dall'imperatore Costantino che le mostra una modello della città e Giustiniano che a lei offre la stessa basilica (il significato dei monogrammi alla destra e alla sinistra della Madonna? “Madre di Dio”).
 Tra gli altri mosaici si ammirano anche quello della Vergine con bambino dell'abside di Theotolos, notabile in alto, nella parete della cupola superiore e classificato come uno dei primi ad essere creati (venne inaugurato nell'867, nonostante pare sia una ricostruzione di quello che andò precedentemente distrutto). Si accompagnano ad esso, il mosaico dell'imperatore Alessandro III e il mosaico dell'imperatrice Zoe, con nel mezzo il Cristo e l'imperatore Costantino IX Monomaco. Del 1122 è il mosaico di Comnenus (nella parete est della galleria meridionale), raffigurante la Vergine Maria vestita di blu, con in grembo il bambin Gesù e affianco lo stesso imperatore Giovanni II Comnenus e imperatrice ungherese Irene, mentre del 1261 è il cosiddetto mosaico di Deisis (che deriva cioè dal tema iconografico bizantino) raffigurante appunto la Vergine Maria, Giovanni Battista e Cristo Pantocratore (Onnipotente).
 Oltre ai mosaici, Santa Sofia emoziona anche per i grandi medaglioni di calligrafia turca presenti, in totale sono otto, tutti riproducenti i nomi sacri musulmani: Allah, califfo Abu Bakr, Umar, Uthman e Ali, Mohammed, Hasan Husayn. Li troviamo nella più pura espressione arabo-islamica, grandi e circolari, appesi alle alte pareti delle gallerie superiori (quello di Allah accanto all'abside, sotto il mosaico raffigurante l'Arcangelo Gabriele). Furono aggiunte nel XIX secolo durante la restaurazione della moschea. In aggiunta, non si ha di certo modo di non notare le splendide piastrelle di Iznik, decoranti l'antico mausoleo di Selim II, edificato nel 1577 sotto progetto dell'architetto Sinan e la fontana delle abluzioni, costruita in stile roccoco turco.
Nel 1935 il presidente della nuova Repubblica turca, Mustafa Kemal Ataturk, trasformò la Santa Sofia in un museo aperto a tutte le culture del mondo. Dal 2006 sono sempre più numerose le celebrazioni di rito islamico che pare abbiano luogo all'interno della struttura.

martedì 26 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 dicembre.
Il 26 dicembre 1933 viene brevettata la radio a modulazione di frequenza, che consentì di avere un segnale molto più pulito e trasmissibile a maggiori distanze rispetto alla modulazione di ampiezza.
Dalle colline bolognesi alla selva del Messico: la radio nella sua ormai lunga storia ha svolto un ruolo importante nella comunicazione tra persone appartenenti alla stessa comunità così come a popolazioni di paesi lontani.
Utilizzando le ricerche di Hertz, Branly e Lodge e dell’italiano Righi, che avevano dimostrato l’esistenza delle onde elettromagnetiche descritte da Maxwell, Guglielmo Marconi sperimentò per la prima volta il telegrafo senza fili nel 1895 nella villa di campagna della sua famiglia, vicino a Bologna, mandando il segnale al di là della collina dei Celestini, di fronte al suo laboratorio.
Sperimentare la trasmissione del segnale radio a distanza divenne l’ossessione di Marconi, che si trasferì in Inghilterra per brevettare la sua invenzione e nel 1901, alle ore 12.30 del 12 dicembre, realizzò lo storico esperimento di trasmissione del segnale oltre Oceano. Intuendo il ruolo geopolitico strategico di questo servizio, i governi degli Stati Uniti e di alcuni paesi europei diedero vita a grandi corporation nazionali per la gestione del traffico telegrafico-radiofonico, come la Rca americana (Radio Corporation of America), che già nel 1923 controllava un terzo del traffico transatlantico e la metà di quello transpacifico.
Lo stesso Marconi vedeva nel carattere pubblico della trasmissione del segnale un difetto e non un pregio della propria invenzione. Proprio per il pericolo di interferenza e di disturbo alle comunicazioni commerciali e militari, le attività amatoriali vennero proibite negli Stati Uniti con l’entrata in guerra nel 1917, per riprendere poi nel periodo post bellico.
E’ del 1916, a opera di David Sarnoff, un impiegato dell’azienda americana di Marconi, l’idea di produrre una radio come oggetto domestico, che consisteva principalmente di un ricevitore, che permetteva di ascoltare suoni, concerti e opere trasmesse da un unico trasmettitore.
Le parole di Sarnoff descrivono bene la sua intenzione: “Ho in mente un piano che potrebbe fare della radio uno strumento domestico, come il grammofono o il pianoforte. Il ricevitore sarà progettato nella forma di una scatola radiofonica musicale adatta a ricevere diverse lunghezze d’onda che si potranno cambiare a piacimento spingendo un bottone.
La scatola musicale avrà un amplificatore e un altoparlante telefonico incorporati al suo interno. Sarà tenuta in salotto e si potrà ascoltare musica, conferenze, concerti.”
Una radio come mezzo di comunicazione di massa, dunque, che però dovette attendere ancora qualche anno per affermarsi.
E’ solo verso la fine del secondo decennio, una volta finita la prima guerra mondiale, che nacquero le prime società di radiodiffusione: sistemi pubblici in Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia, e network privati e commerciali negli Stati Uniti.
Il primo servizio regolare trasmesso alla radio, di due ore al giorno per due settimane, fu mandato in onda dalla stazione Marconi di Chelmsford in Cornovaglia, dal 23 febbraio 1920. In Europa la radio da subito fu controllata da una gestione pubblica, con scopi educativi e informativi, oltre che di intrattenimento. Nel 1922 nacque la British Broadcasting Company, una corporation sotto stretto controllo statale. Nel 1924 in Italia fu fondata l’Uri, l’Unione Radiofonica Italiana, che nel 1928 si trasformò in Eiar, l’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, concessionario e monopolista delle diffusioni fino al 1944, quando assunse la denominazione Rai, Radio Audizioni Italia.
Diversa è la strada che la radiofonia prese negli Stati Uniti, dove la prima trasmissione regolare quotidiana andò in onda da Detroit, il 31 agosto 1920. Nel novembre 1922 in tutto il territorio nordamericano esistevano solo cinque stazioni radio. Nel giro di pochi mesi esse passarono a 450 grazie alla diffusione e alla passione degli americani per il jazz. Fin dall’inizio, grazie anche al Radio Act del 1912 che stabiliva che qualunque cittadino americano potesse ottenere una licenza, entrarono nel settore grandi corporation commerciali, come il gigante della telefonia At&T, la General Electric, la Westinghouse.
Alla moltiplicazione di radio istituzionali, che trasmettevano dai campus universitari e dalle scuole, si affiancarono così numerosissime radio commerciali che da subito inaugurarono il modello di finanziamento dei programmi con la vendita di pubblicità. Queste puntavano sul ruolo che la radio ricopriva di "orecchio sul mondo", cosa che permetteva di raccogliere le voci e i suoni delle grandi città del pianeta e di portarli nel salotto di casa.
In epoca Fascista in Italia la radio svolse un ruolo strategico nella costruzione del mito dell’impero e della figura di Mussolini, abile comunicatore che entrava grazie ad essa in tutte le case con i suoi discorsi.
La Bbc diventò nel corso della seconda guerra mondiale la  voce simbolo del mondo libero che numerosi italiani e tedeschi ascoltavano in clandestinità per capire cosa stesse accadendo al di fuori dei propri confini. La radio svolgeva così una doppia funzione: quella di propagandare il messaggio del regime e quella di portare voci e informazioni dall’esterno.
A fine anni ’50 esplose il fenomeno delle radio pirata (Radio Merkur, Radio Caroline, Radio Nord), che trasmettevano da stazioni poste in acque internazionali e che proponevano una programmazione musicale innovativa, rispondente ai gusti e alle aspettative delle giovani generazioni.
Le radio pirata misero a rischio la popolarità delle grandi radio pubbliche, soprattutto per l’immediato successo ottenuto tra le band più popolari del momento, come i Beatles e i Beach boys, che volevano essere presenti nei loro programmi. Le prime trasmissioni pirata arrivavano dalle coste dei mari del nord, in Danimarca, Svezia, Germania e Inghilterra.
Nel decennio degli anni ’60 la radio accompagnò i movimenti di contestazione giovanile. Grazie alla sua leggerezza, accoppiata al telefono, e all’evoluzione tecnologica che l’aveva resa più accessibile ed economica anche nella fase di emissione, diventò lo strumento privilegiato per diffondere le idee dei movimenti, la loro propaganda politica e le contestazioni; dalla primavera di Praga alle manifestazioni studentesche in tutta Europa fino alle proteste in America contro la guerra del Vietnam.
Le radio libere erano radio povere, spesso avevano sede in appartamenti privati o in stabili occupati, e raggiungevano soprattutto la popolazione locale.
Tra esse rimane storica l’esperienza di Radio Alice di Bologna, chiusa con la forza dalla polizia il 12 marzo 1977, dopo i giorni delle manifestazioni di piazza.
Oggi, nella maggior parte dei paesi europei e negli Stati Uniti, convivono tipicamente tre tipologie di radio: le radio pubbliche, le radio commerciali e le radio comunitarie, queste ultime più legate al territorio, spesso gestite da volontari e inserite in progetti a natura sociale e culturale.
Le radio web hanno anche permesso, nel corso delle guerre dei nostri giorni, di ascoltare la voce e le testimonianze delle popolazioni coinvolte. Nei paesi del Sud del mondo, invece, la radio tradizionale rimane il principale mezzo di comunicazione e svolge tuttora un ruolo importante di informazione ma anche di educazione, come dimostrano numerosissime esperienze di radio africane, asiatiche e sudamericane.
La radio ha giocato, in molti casi di guerra civile e di ribellione nei confronti di regimi e di governi autoritari, un ruolo nel mantenere in contatto le popolazioni che si riconoscevano in quegli ideali e che potevano così partecipare alle azioni e alle dimostrazioni proposte. Un esempio per tutti, quello di Radio Rebelde del Chiapas, che da anni racconta le esperienze, le parole e le proposte delle popolazioni indigene zapatiste del Sud del Messico da un luogo non meglio precisato della Selva Lacandona.

lunedì 25 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 dicembre.
Il 25 dicembre 1065 viene consacrata a Londra l'abbazia di Westminster.
 Capolavoro dell’architettura gotica inglese e patrimonio UNESCO, Westminster Abbey è una pagina unica della storia di Londra: racchiude circa 600 monumenti ed è la cattedrale gotica più alta del Regno Unito. Le navate si elevano per 31 metri e l’abbazia è stata costruita tra il 1200 e il 1500, sul luogo in cui sorgeva un monastero benedettino. L’abbazia è sotto la giurisdizione della Corona, che ancora oggi controlla le nomine del clero. Dal 1066 ospita le incoronazioni di re e regine d’Inghilterra, e fin dalla fondazione custodisce i resti e i monumenti di almeno cinquemila personaggi importanti del Paese: Santi e Sovrani, Poeti e uomini di Stato.
Il nome “Westminster” deriva dalla prima chiesa sorta qui, e dedicata a San Pietro: fu fondata nel 1065 da Re Edoardo, ultimo dei re anglosassoni, che fece ampliare un monastero benedettino. Re Edoardo chiamò la chiesa “West Minster”, abbazia occidentale, per distinguerla dalla“East Minster”, la Cattedrale di St.Paul. Oggi, tracce del monastero normanno si trovano negli archi rotondi e nelle massicce colonne che sostengono la volta sotterranea. Nel Natale del 1066, qui fu incoronato Guglielmo il Conquistatore, e nel 1161 furono trasferite le spoglie di Re Edoardo in un nuovo sepolcro, oggi sotto l’altare centrale. L’abbazia sopravvisse per due secoli, fino al 1245, quando Enrico III decise di costruirvi un edificio in stile gotico. Sotto il decreto del Re d’Inghilterra, l’Abbazia di Westminster fu progettata non soltanto per essere un grande monastero e luogo di fede, ma anche un luogo di incoronazione e sepoltura dei monarchi: da Guglielmo il Conquistatore in poi, con l’eccezione di Eduardo V e Edoardo VIII, mai incoronati, tutti i re sono stati incoronati qui. Verso il 1376, Enrico VII fece realizzare la navata maggiore, mentre due secoli dopo furono aggiunte le due torri occidentali. Il risultato di questi lavori è oggi un ricco mausoleo, dominato da grandi vetrate, sculture vittoriane ed elementi tardo-gotici.
Dopo il Big Ben e le cabine telefoniche rosse, la facciata sull’ingresso ovest dell’abbazia è una delle immagini celebri di Londra. La parte gotica inferiore dell’ingresso fu completata nel 15° secolo e le torri sono dell’inizio del 1700. Dal 1995, dopo un restauro di 23 anni, le nicchie ai lati ospitano quattro figure allegoriche: Pietà, Verità, Giustizia e Pace. In alto, sopra il portale, dieci statue di martiri hanno i volti di eroi del nostro tempo, tra cui Martin Luther King, e rappresentano tutti coloro che sono morti e che continuano a morire a causa di oppressioni e persecuzioni. L’abbazia ha tre navate e si estende in altezza, offrendo uno spettacolo impressionante soprattutto nella navata centrale, su cui si aprono le bifore, il coro e i finestroni. Alla morte di Enrico III, nel 1272, la costruzione dell’abbazia non era completa, e quindi parte della navata normanna rimase all’inizio dei nuovi lavori. La navata attuale fu iniziata nel 1376 e terminata due secoli dopo, con l’aggiunta delle vetrate istoriate. Gli elementi più sfarzosi sono anche i più recenti: il coro, per esempio, è del 1848, e la balaustra del 1839. Ai lati del coro, il monumento di Isaac newton e quello di Lord Stanhope, segretario di Stato. Ad Enrico VII, primo Re della dinastia Tudor, si deve la costruzione della Lady Chapel: sovrastata da un soffitto a volte realizzato dallo scultore italiano Torrigiano, la cappella ospita gli scranni dei Cavalieri dell’Ordine di Bath, mentre ad est c’è la Vetrata su cui è illustrata la Battaglia d’Inghilterra, di Hugh Easton. Dietro l’altare c’è un monumento rinascimentale con le spoglie di Enrico VII e sua moglie, Elisabetta di York. Il Sanctuary, anche chiamato the Confessor’s Chapel, è il luogo in cui avviene l’incoronazione dei sovrani da quasi mille anni. Qui ci sono le spoglie di Edoardo il Confessore. Al centro del Santuario si apre l’Altare Maggiore: qui avvengono le cerimonie di incoronazione. Sul soffitto, un magnifico mosaico dell’Ultima Cena, di Antonio Salviati; di fronte all’altare, un prezioso pavimento di marmo del 1268, decorato secondo il metodo Cosmati: disegni piccoli e intricati, fatti con minuscoli pezzetti di marmi colorati. Nel transetto sud c’è il Poets’Corner, una delle aree più famose dell’abbazia. Il primo ad essere seppellito qui fu Geoffrey Chaucer, l’autore dei Canterbury Tales. Nei 150 anni successivi, quest’angolo è diventato la memoria letteraria di Londra: oggi qui sono sepolti o commemorati tutti i rappresentanti della letteratura inglese, da Shakespeare a Kipling, da Dickens alle sorelle Bronte.

domenica 24 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 dicembre.
Il 24 dicembre 1865 viene fondato il Ku Klux Klan da alcuni veterani confederati della guerra civile americana.
Il termine Ku Klux Klan viene utilizzato per indicare le organizzazioni nate negli Stati Uniti per propugnare la superiorità della razza bianca. La storia del movimento americano si può suddividere in 3 periodi: dal 1865 al 1874 quando si sviluppa come una confraternita di ex militari dell'esercito degli Stati Confederati d'America; dal 1915 al 1944 quando diventa un vero e proprio movimento; dal dopoguerra ad oggi quando il movimento si trasforma in una serie di piccole organizzazioni. Il Ku Klux Klan è stato creato a Pulaski, nel Tennessee, nella notte del 24 dicembre 1865 da un gruppo di giovani della buona società locale, reduci dell'esercito della Confederazione. Nessuno di loro immaginava che il gruppo sarebbe diventato una delle principali organizzazioni del razzismo americano.
Il gruppo ha assunto maggiore importanza dopo la convention di Nashville, che si è svolta nell'estate del 1867, durante la quale il generale Nathan Bedford Forrest ha ottenuto il titolo di “Grande Mago". L'organizzazione voleva da un lato aiutare le vedove e gli orfani di guerra e dall'altro opporsi all'estensione del diritto di voto ai neri. Nel 1869 Forrest ha poi sciolto la confraternita, perché pensava che si fosse allontanata troppo dagli obiettivi iniziali. Nel 1871 il presidente americano Ulysses Simpson Grant ha firmato il “Klan Act and Enforcement Act”, con il quale l'organizzazione veniva dichiarata un gruppo terroristico illegale. L'atto inoltre autorizzava l'uso della forza per sconfiggere le attività della confraternita. Il documento è poi stato dichiarato incostituzionale nel 1882, anche se in quegli anni era servito ad eliminare l'organizzazione da molti paesi degli Stati Uniti.
La seconda fase del Ku Klux Klan si è sviluppata durante la prima guerra mondiale, quando molti bianchi hanno iniziato a pensare che le persone di colore, i banchieri ebrei e le altre minoranze fossero la causa principale dei problemi economici del paese. Fondatore di questa seconda fase è stato nel 1915 William J. Simmons, che ha anche introdotto il nuovo simbolo dell'organizzazione: la croce che brucia. Questa seconda fase dell'organizzazione ha iniziato a perdere consensi nel corso degli Anni Trenta e nel 1944 l'organizzazione è stata di nuovo sciolta. Negli anni Venti e Trenta si è diffusa anche una sottosezione dell'organizzazione, chiamata Black Legion, che ha operato nel Midwest ed è ricordata per la violenza dei suoi attacchi, soprattutto contro socialisti e comunisti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti gruppi hanno ripreso il nome Ku Klux Klan per indicare la loro opera di opposizione al Movimento per i diritti civili. Alcuni di questi gruppi sono ancora attivi.
A partire dal 1915, gli appartenenti al Ku Klux Klan si potevano riconoscere per le tuniche bianche che indossavano. Oltre alla tunica si utilizzava anche un cappuccio bianco di forma conica, per nascondere la faccia, con dei buchi per gli occhi. Secondo alcune spiegazioni, questa “divisa” era stata scelta per intimorire i neri, che consideravano quelle maschere come la materializzazione degli spiriti dei soldati sudisti morti durante la guerra di secessione, tornati sulla terra per vendicarsi e punire i propri nemici. Secondo altre spiegazioni la tunica era il simbolo di umiltà perché il compito che dovevano svolgere gli era stato assegnato direttamente da Dio e dovevano svolgerlo nel migliore dei modi mantenendo l'anonimato.

sabato 23 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 dicembre.
Il 23 dicembre 1961 si ebbe, sulla ferrovia Cosenza-Catanzaro, il disastro della Fiumarella.
Quel giorno gli studenti calabresi del Catanzarese, come ogni mattina, si alzano prestissimo per prendere il treno che dai loro paesini dell’interno – partenza alle 6,43 da Soveria Mannelli (Sila piccola), poi Decollatura, Serrastretta, San Pietro Apostolo, Cicala e Gimigliano, con termine al capolinea Catanzaro Centro – li farà arrivare, procedendo verso sud-est, alle scuole del capoluogo di provincia. Quel mattino stanno già pregustando le prossime vacanze natalizie. È l’ultimo giorno di scuola, poi il via a presepi, preghiere a Gesù bambino, regali, giochi, dolci, scorpacciate, tutte a base delle tradizionali pietanze calabresi.
Il treno è composto dall’automotrice Breda M2 123 e dal rimorchio Breda RA 1006. Al suo interno viaggiano 99 passeggeri (molti dei quali, appunto, studenti). Un’ora dopo la partenza dalla stazione di Soveria Mannelli, il convoglio transita sopra il viadotto del torrente Fiumarella, in curva. Sono le 7,45, proprio lassù il rimorchio esce dal binario e, dopo aver rotto l’asta di trazione (un gancio di tipo tranviario), precipita nel torrente, 40 metri più giù. Il disastro è terribile. Segue il caos delle sirene, i corpi straziati, il sopraggiungere dei parenti…
Settantuno viaggiatori muoiono subito, gli altri rimangono gravemente feriti. Trentuno risiedevano a Decollatura, la comunità più colpita. I sogni di un futuro migliore grazie allo studio scolastico, di una vita ancora tutta da scoprire, svaniscono per tanti, insieme alle speranze delle loro famiglie. Si tratta del più grave incidente ferroviario per numero di vittime avvenuto in Italia. In effetti, un altro massacro era avvenuto qualche decennio prima, un po’ più a nord, ma sempre nel profondo Sud.
Infatti a Balvano (Potenza), il 3 marzo 1944, si era verificata la sciagura del treno 8017, con un numero maggiore di morti, mai realmente calcolato (600?). Ma quella tragedia non fu dovuta a incidenti o deragliamenti meccanici, come quella del torrente Fiumarella, bensì all’avvelenamento da monossido di carbonio dei passeggeri entro la galleria delle Armi, a causa dello slittamento delle ruote delle locomotive a vapore, con conseguente arresto del convoglio e letali fumi che avvolsero i passeggeri.
Tornando al viadotto della Fiumarella, la causa meccanica diretta fu, come detto, la rottura del gancio di trazione di tipo tranviario. In realtà, le condizioni della rete ferroviaria in questione erano molto precarie. Si trattava di una linea che era stata studiata per carichi di 8-9 tonnellate delle locomotive, ma, con l’avvento di nuovi mezzi più pesanti e veloci, tutta la rete si era via via degradata, risultando pericolosa in più punti.
Sebbene, dunque, la linea ferroviaria non versasse in ottime condizioni, nel processo per stabilire le responsabilità della tragedia fu imputato sostanzialmente il conducente del treno, Ciro Miceli, che, disperato, ammise onestamente le proprie colpe. Il convoglio viaggiava a 60-65 km orari, invece che ai previsti 30 con cui andava affrontata la curva. Inoltre, pare che nella cabina di comando vi fossero più persone del dovuto e che la frenata improvvisa, provocata dall’allarme di uno dei presenti, avesse peggiorato le cose, agevolando la rottura del gancio e la conseguente caduta del rimorchio nel precipizio. Il macchinista fu quindi condannato a una decina di anni di carcere per omicidio colposo. Le vittime furono interamente risarcite in fase istruttoria, per cui non si costituirono nel processo penale.
Dopo varie polemiche e un acceso dibattito parlamentare, il Governo si avvalse della facoltà riconosciutagli dalla Concessione per il riscatto delle ferrovie concesse. Così, con la legge n. 1855 del 23 dicembre 1963, venne approvato il riscatto, si revocò la concessione alla Mediterranea Calabro Lucane e si posero le nuove Ferrovie Calabro Lucane sotto la gestione commissariale governativa. Il traffico ferroviario rimase interrotto per alcuni anni e sostituito tra Soveria Mannelli e Catanzaro da autoservizio. Quindi, con decreto ministeriale n. 1044 del 20 maggio 1969, redatto secondo gli indirizzi della legge n. 369 del 18 marzo 1969, furono stanziati 16 miliardi di lire al fine di porre la rete delle nuove ferrovie nelle condizioni di soddisfare in modo sicuro e conveniente le esigenze del traffico locale.
Vari monumenti in ricordo delle vittime del disastro ferroviario sono stati innalzati nel territorio dei comuni più colpiti. Altri si progettano. Eppure, come ha detto un residente in quei luoghi, pure lui bambino all’epoca dei fatti: «Moltissimi familiari ancora oggi si rifiutano di parlare di quella strage, quasi come se non fosse passato, ormai, mezzo secolo. Superstiti e testimoni “non se la sentono” di fornire la propria disponibilità a parlare, neanche per realizzare filmati o iniziative di commemorazione».
È bene precisare che non si tratta di omertà (perché mai, poi?), ma di pudore. E, soprattutto, dolore: «Più di trenta morti, quasi tutti giovani o giovanissimi – continua il testimone – è un peso troppo grande per una piccola comunità. Lo è ancora oggi. Ancora oggi, a 50 anni di distanza, il dolore di questa piccola comunità è molto forte, fino al punto che è difficile ottenere delle testimonianze che consentirebbero di ricostruire quella vicenda, farla conoscere e far conoscere il vissuto del paese anche per capire come quella strage lo ha colpito, lo ha cambiato… Qualcuno racconta di come da ragazzo andava con suo padre a lavorare nei campi e di come questo lavoro fosse ritmato dai canti: “Ma dopo di allora, non abbiamo più cantato!”».

venerdì 22 dicembre 2017

#Almananacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 dicembre.
Il 22 dicembre è il primo giorno di inverno, dopo il solstizio invernale che ha avuto luogo ieri.
Il Solstizio d'inverno è il momento in cui il Sole raggiunge, nel suo moto apparente lungo l'eclittica (l'orbita della terra giace su un piano immaginario, dove si trova anche il Sole, che prende il nome di piano dell'eclittica. L'eclittica è il cammino apparente che il Sole traccia nel cielo durante l'anno), il punto di declinazione (è quindi l'angolo al centro sotteso da un arco di meridiano celeste compreso fra l'equatore celeste e il parallelo passante per l'oggetto, analogo alla latitudine terrestre) minima o massima.
Nel nostro emisfero, quello boreale, la declinazione raggiunge il valore massimo positivo in corrispondenza del solstizio d'estate, mentre raggiunge il massimo negativo nel Solstizio d'Inverno. Tuttavia l'orario preciso in cui tale fenomeni si verifica ritarda di anno in anno di circa 6 ore, per poi ritornare indietro negli anni bisestili, ed è per questo che il Solstizio d'inverno può cadere tra il 21 ed il 22 Dicembre. Quest'anno si è verificato il 21 Dicembre alle ore 16:28 (ora di Greenwich).
Contrariamente a quanto si pensi non è stata Santa Lucia (il 13) il giorno più corto dell'anno. In realtà in prossimità del 13 dicembre si è verificato il periodo in cui il Sole è tramontato più presto: per le prime due settimane di dicembre l'orario del tramonto si mantiene quasi costante, tra le 16.41 e le 16.42. Il giorno più breve dell'anno in realtà è proprio il 21 dicembre, quando il Sole è tramontato un po' più tardi, circa 3 minuti dopo, alle 16.44, ma anche il suo sorgere è stato ritardato di alcuni minuti, avendo luogo alle 7.36 (il 13 dicembre sorge alle 7.31): in definitiva, il Sole resta sopra l'orizzonte circa 2 minuti in meno rispetto al giorno 13. Quindi in effetti il giorno più corto dell'anno è il 21 dicembre. L'errore del noto proverbio è dovuto al calendario giuliano in uso prima del 1582, che non considerando i giorni bisestili aveva perso una decina di giorni rispetto all'anno astrologico. Con l'avvento del calendario gregoriano quei giorni sono stati recuperati, e il proverbio non funziona più.
Il solstizio è una data importante per molti popoli. Non dimentichiamo, inoltre, che quell’avvenimento iniziò ad essere celebrato dai nostri antenati, ad esempio presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna, di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan, in Iran, e della Val Camonica, in Italia, già in epoca preistorica e protostorica. Esso, inoltre, ispirò il “frammento 66” dell’opera di Eraclito di Efeso (560/480 a.C) e fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide). Quello stesso fenomeno, fu invariabilmente atteso e magnificato dall’insieme delle popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti lo denominarono “Alban Arthuan” (“rinascita del dio Sole”); i Germani, “Yulè” (la “ruota dell’anno”); gli Scandinavi “Jul” (“ruota solare”); i Finnici “July” (“tempesta di neve”); i Lapponi “Juvla”; i Russi “Karatciun” (il “giorno più corto”).
Per molti il Solstizio d'Inverno è il passaggio dalle Tenebre alla Luce, è da questo giorno che il sole resta progressivamente sempre più a lungo nel cielo allungando così le nostre giornate. Questa è una festa di luce, dai profondi messaggi iniziatici ed esoterici legati al risveglio interiore. 
 Secondo la tradizione le porte Solstiziali sono controllate dai due Giovanni; il Battista al solstizio estivo e l'Evangelista a quello invernale. Il solstizio stesso è chiamato "la porta", un tempo custodita dal guardiano Giano Bifronte (con l'avvento del cristianesimo il romano Giano dai due volti ha ceduto il posto ai due Giovanni) che sono il simbolo di una contemporanea esistenza di due dimensioni, che durante i solstizi si congiungono e le porte sono aperte ed è permesso il varco. 
Nelle tradizioni germanica  e celtica precristiana, Yule era la festa del solstizio d'inverno. L'etimologia della parola "Yule" (Jól) non è chiara. È diffusa (ma probabilmente errata) l'idea che derivi dal norreno Hjól ("ruota"), con riferimento al fatto che, nel solstizio d'inverno, la "ruota dell'anno si trova al suo estremo inferiore e inizia a risalire". I linguisti suggeriscono invece che Jól sia stata ereditata dalle lingue germaniche da un substrato linguistico pre-indoeuropeo. Nei linguaggi scandinavi, il termine Jul ha entrambi i significati di Yule e di Natale, e viene talvolta usato anche per indicare altre festività di dicembre. Il termine si è diffuso anche nelle lingue finniche (e indica il Natale), sebbene tali lingue non siano di ceppo germanico.
 Un simbolo solstiziale è il Vischio, pianta sacra per i druidi, che veniva recisa dall'albero su cui nasceva seguendo una solenne cerimonia. La raccolta del vischio avveniva specialmente in due momenti particolari dell'anno: a Samhain e nel Giorno di San Giovanni. Il Vischio era considerato la panacea per tutti i mali. Essa è una pianta parassita che affonda le sue radici nell'altrui forza, non tocca terra e veniva considerata una emanazione divina. Gli antichi la chiamavano anche "scopa del fulmine", pensavano che nascesse quando una folgore colpiva un albero. Per rispetto a questa sua natura divina i druidi lo tagliavano usando rispettosamente un falcetto d'oro. E' ben augurale per l'anno che viene, averne un ramoscello nelle case.

giovedì 21 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 dicembre.
Il 21 dicembre 1958 Charles De Gaulle viene eletto primo presidente della neonata Quinta Repubblica Francese.
Nel settembre del 1958 l’esito del referendum popolare con cui fu approvata la nuova Costituzione della Quinta Repubblica si tradusse in un generale e unanime voto di fiducia a favore di De Gaulle. La Costituzione conferiva il potere esecutivo a un presidente eletto con suffragio indiretto, che nominava i ministri e aveva il potere di sciogliere il Parlamento e di governare per decreto in caso di emergenza. Il potere dell’Assemblea nazionale di rovesciare il governo veniva fortemente ristretto. Nel 1962 un emendamento proposto da De Gaulle istituì l’elezione popolare diretta del presidente, il cui potere crebbe ulteriormente.
Il problema più urgente che De Gaulle si trovò ad affrontare fu la questione algerina, impossibile da risolvere militarmente. Nel 1960 egli aprì i negoziati di pace con i ribelli algerini, che perseguì – nonostante nuove rivolte di ufficiali dell’esercito, il suo tentato assassinio e la violenza terroristica – fino a giungere agli accordi di Evian e alla proclamazione dell’indipendenza dell’Algeria.
 La ferma volontà di De Gaulle di accrescere il prestigio internazionale della Francia e di riaffermarne l’indipendenza in politica estera lo condusse nel 1959 a ordinare la chiusura delle basi missilistiche statunitensi in Francia e a ritirare la flotta del Mediterraneo (e in seguito tutte le forze francesi) dal comando dell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord (NATO). Per ridurre la dipendenza dalla protezione nucleare americana sviluppò una forza nucleare francese. Posto fine al secolare contrasto con la Germania, si riavvicinò poi all’URSS, riprese le relazioni diplomatiche con i paesi arabi e riconobbe la Cina popolare (1964).
Dal punto di vista economico gli anni della sua presidenza furono un’epoca d’oro per la Francia.
Tra il 1959 e il 1970 l’indice della produzione industriale raddoppiò quasi e il prodotto nazionale lordo crebbe a una media del 5,8% annuo tra il 1960 e il 1975, un tasso superato solo da quello del Giappone. Il potere d’acquisto continuò a salire e il popolo francese raggiunse un benessere senza precedenti.
Tuttavia, verso la metà degli anni Sessanta, si manifestarono segni di un malessere acuto. La spinta inflazionistica crebbe e tornò la disoccupazione, soprattutto tra i laureati, il cui numero era fortemente aumentato in seguito alla democratizzazione dell’istruzione superiore degli anni Cinquanta. Nel maggio del 1968 scoppiò la rivolta; lo sciopero iniziato dagli studenti di Parigi, che per protesta contro la brutalità della polizia avevano occupato gli edifici dell’università, fu imitato da studenti e lavoratori in tutto il paese, ed entro la terza settimana di maggio il paese fu paralizzato da uno sciopero generale. De Gaulle sciolse l’Assemblea nazionale e indisse nuove elezioni, che diedero al suo partito una maggioranza assoluta. Nella primavera del 1969, in seguito all’esito negativo di un referendum in merito a due riforme costituzionali, De Gaulle diede le dimissioni, si ritirò definitivamente dalla vita politica e morì l’anno seguente.

mercoledì 20 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 dicembre.
Il 20 dicembre 1968 il cosiddetto "killer dello Zodiaco" uccide a Benicia, California, le prime due vittime accertate.
Il caso dello Zodiac Killer è forse uno dei più misteriosi dai tempi di Jack Lo Squartatore. Un assassino spietato, senza identità e completamente folle. Così come il suo predecessore inglese, anche lo Zodiac Killer ha intrattenuto numerose corrispondenze con polizia e stampa. Inutile aggiungere che, ancora oggi, il caso è insoluto e aperto.
Domenica, 30 ottobre 1966, lo Zodiac Killer fa, probabilmente, il suo debutto. La vittima si chiama Cheri Jo Bates, una studentessa 18enne che frequenta il Riverside City College.
L'assassino la adesca proprio nel parcheggio vicino alla libreria del College. Le ha sabotato la macchina e gentilmente si è presentato alla fanciulla in difficoltà. Insieme tentano di riavviare il motore, senza successo, quindi l'assassino le propone uno strappo a casa.
Un vicolo buio e appartato, è lì che lo Zodiac Killer compie il massacro, senza motivazioni di stupro o furto: la ragazza non subisce violenza sessuale e le sue cose rimangono intatte.
Cheri Jo viene uccisa con una brutalità senza pari, tre pugnalate al torace, una alla schiena, il coltello affonda sette volte nella sua gola, troncandole la laringe, la vena giugulare e la carotide. La troveranno quasi decapitata.
Non si può certo dire che l'assassino sia stato perfetto. Nelle vicinanze del corpo viene rinvenuto un orologio da uomo, fermo sulle 12.23, con tracce di vernice sul cinturino. C'è anche una impronta di scarpe e tracce di pelle e capelli sono rimaste sotto le unghie della povera Cheri Jo Bates.
Il fatto che l'assassino e la ragazza siano rimasti appartati al buio per più di un'ora suggerisce agli investigatori la pista dell'omicidio passionale. Le indagini vengono quindi indirizzate verso gli amici e gli ex fidanzati della ragazza. È a questo punto che il killer si presenta.
Il 29 novembre 1966, la centrale di polizia di Riverside e la sede del giornale "Enterprise" ricevono la copia carbone di una lettera battuta a macchina. Spedite da una casetta di posta sperduta nella campagna, senza francobollo e senza indirizzo del mittente, le lettere sono intitolate "La Confessione". La firma, quasi a prendersi gioco dei destinatari, è stata invece sostituita da 12 linee, come in un gioco di enigmistica.
All'interno di questa lettera lo Zodiac Killer descrive, senza risparmiare sui particolari, la dinamica dell'omicidio, dal momento dell'abbordaggio al taglio della gola. La parte più preoccupante è però il finale: "Lei era giovane e bella ma è morta. Non è la prima e non sarà nemmeno l'ultima. Passo notti insonni a pensare chi sarà la mia prossima vittima. Forse la bionda che fa la babysitter e che attraversa ogni giorno un vicolo buio verso le sette, o forse sarà la brunetta a cui ho chiesto informazioni. […] Spargerò le loro parti per la città in modo che tutti vedano. […] Guardatevi da... Io ora mi avvicino furtivamente alle vostre ragazze."
Viste le numerose contraddizioni (il killer scrive, a torto, che la ragazza non ha opposto resistenza e che il coltello si è rotto nel torace della ragazza), inizialmente la lettera non fu presa in considerazione anche se la descrizione del sabotaggio all'automobile sono informazioni che la sola polizia possiede. Le lettere sono state in mano alla F.B.I. fino agli anni '90, che insiste nel classificarle come opera di uno sciacallo.
Sei mesi dopo l'omicidio Bates, la polizia di Riverside, la stampa e il padre della ragazza ricevono nuovamente una lettera in tre copie. Questa volta le buste sono affrancate e il testo è stato scritto a matita su della carta da lettere. Al posto della firma c'è un misterioso simbolo formato da una specie di Z, unita lateralmente a una sorta di 3.
"Bates doveva morire. Altre ne verranno"
Ancora oggi l'omicidio della Bates è insoluto. L'F.B.I. e le autorità locali spingono nella direzione dell'omicidio passionale, mentre gli investigatori e i giornalisti della Bay Area di San Francisco sono praticamente sicuri che l'omicida è lo stesso che colpì negli anni successivi.
Vallejo e Benicia sono due cittadine che si affacciano sulla Baia di San Pablo, vicino allo Stretto di Carquinez, poste all'incirca a 20 miglia nord-est di San Francisco. Negli anni '60 i posti tra le due cittadine erano praticamente disabitate e ancora oggi l'autostrada che le unisce non è del tutto asfaltata.
Poco prima delle 21.00 del 20 dicembre 1968, in queste zone, viene avvistata una macchina metalizzata a quattro porte.
Nemmeno un'ora dopo, dei ragazzi vengono seguiti da questa auto, su un sentiero di ghiaia. Spaventati cambiano strada e fuggono.
Alle 23.10, David Arthur Faraday e Betty Lou Jensen non avranno la stessa accortezza. Usciti di casa con la scusa di andare a un concerto natalizio, i due si sono appartati in una radura, per amoreggiare sull'auto. Passa un'ora, poi qualcuno comincia a fare fuoco contro di loro con una calibro 22. Comincia da dietro, sfondando il vetro posteriore e forando il pneumatico sinistro. Poi l'assassino si avvicina, fino ad arrivare alla portiera di sinistra, e ricomincia a fare fuoco.
I due adolescenti, 16 e 17 anni, corrono fuori dalla portiera opposta e tentano la fuga, ma invano. Betty Lou Jensen verrà ritrovata a 10 metri dal paraurti posteriore. Uccisa da cinque colpi alla schiena, tra la quinta e la sesta costola. Per David Faraday è bastata una sola pallottola, ben piazzata alla testa.
Stella Borges, unica testimone, dirà di aver visto allontanarsi una Chevrolet metalizzata, a quattro porte, diretta verso Benicia, prima di ritrovare i corpi dei giovani.
Nonostante la taglia messa dalla polizia sull'omicida, non verrà mai trovato il colpevole.
Sei mesi più tardi, verso le 24:00 di sabato 5 luglio 1969, Darlene Elizabeth Ferrin, 22 anni, e Michael Renault Mageau, 19 anni, vengono presi di mira da degli spari, mentre sono seduti nella propria macchina nel parcheggio del Blue Rock Springs Golf Course.
Darlene Ferrin è andata a prendere il suo amico un'ora prima, quindi si sono fermati lì per mangiare qualcosa e chiacchierare. Qui una macchina marrone, si è accostata a loro, spegnendo i fari, per poi ripartire a tutto gas verso Vallejo.
Cinque minuti dopo la macchina ritorna.
Dopo aver parcheggiato a 3 metri dall'auto dei ragazzi, il conducente scende, spegnendo i fari per nascondere il proprio viso. Convinti che si tratti di un poliziotto, i ragazzi estraggono i loro documenti e si preparano alla classica ramanzina, ma il misterioso individuo comincia a sparare attraverso il finestrino del passeggero. L'arma è una 9mm con silenziatore.
Mageau viene colpito di striscio al viso e al braccio, quindi al ginocchio. Alimentato dal dolore e dall'adrenalina, il ragazzo riesce a saltare nella parte posteriore e a nascondersi. Darlene invece non ce la fa: i colpi la raggiungono alla testa e alla schiena, morirà alle 00.38.
Prima di svenire, Mageau riesce a vedere l'assassino di profilo. Lo descriverà come un uomo di media altezza, circa 1.75, e grasso. A occhio e croce sui 90 kg. Porta degli occhiali.
Secondo i più, Darlene conosceva l'omicida, forse si trattava di uno spasimante rifiutato. La descrizione del ragazzo invece non fu tenuta molto in considerazione, poiché era sotto antidolorifici.
Alle 00:40 della stessa notte, la sede centrale della polizia di Vallejo riceve una telefonata da una cabina. La voce è matura e senza accento, parla uniformemente e costantemente, come se stesse leggendo da un copione.
"Vorrei riportare alla vostra attenzione un duplice omicidio. Dirigetevi a un miglio est sul Viale di Cristoforo Colombo, verso il parco pubblico, lì troverete dei ragazzi in una macchina marrone. Gli ho sparato con una Luger da 9mm. Ho ucciso dei ragazzi anche l'anno scorso. Buona serata."
Il 31 luglio 1969, l'Examiner di San Francisco, il Chronicle di San Francisco, e il Time-Harald di Vallejo ricevono tre lettere. Allegato a ogni lettera c'è un crittogramma che il 1 agosto viene pubblicato sulla prima pagina di ognuno dei tre giornali. Le lettere sono simili, anche se con parole diverse. L'assassino dimostra di essere veramente il colpevole fornendo particolari che solo lui e la polizia potevano sapere. Aggiunge inoltre che ha già ucciso una dozzina di persone e che se non venissero pubblicato i crittogrammi farà un massacro.
"In questo crittogramma in tre parti è celata la mia identità"
Ogni lettera finisce con un simbolo molto simile a una croce celtica e uno strano simbolo cifrato che è probabilmente il vero arcano da svelare per risalire all'identità del killer.
Il crittogramma viene decifrato e risolto in meno di una settimana, da un professore di liceo e da sua moglie, ma evidentemente l'assassino non ha mantenuto la promessa. Il testo che emerge infatti non è la sua identità, bensì la confessione di un collezionista di anime: "Mi piace uccidere le persone perché è molto più divertente di ogni gioco selvaggio che si possa fare in una foresta. L'uomo è l'animale più pericoloso ed elettrizzante di tutti da uccidere […] La parte migliore è che quando morirò, rinascerò in paradiso e tutte le mie vittime saranno miei schiavi. Perciò non vi darò il mio nome o tenterete di fermare la mia raccolta di schiavi per la vita ultraterrena. Ebeorietemethhpiti."
Come per il caso Bates si ricorre alla F.B.I. e questa, come nel caso Bates, insinua che l'autore non sia il vero assassino, ma qualche sciacallo che vuole estorcere soldi facili.
Il 4 agosto l'Examiner di San Francisco riceve un'altra lettera. In essa il killer sbeffeggia gli investigatori perché non riescono a risolvere il simbolo cifrato, racconta nuovamente con accuratezza l'attentato ai due ragazzi, spiegando anche come fa a sparare con sicurezza al buio. Per la prima volta si firma "Zodiac". Tutte le lettere verranno analizzate per anni, senza rintracciare impronte utili.
Il 27 settembre 1969, sulla spiaggia occidentale del Lago Berryessa, 60 miglia a nord est da San Francisco, lo Zodiac Killer torna a colpire.
Sono le 15.00 mentre tre giovani donne da Angwin, stanno parcheggiando nell'area adibita vicino al lago. Una Chevrolet azzurra si accosta a loro, all'interno c'è un uomo che sembra intento a leggere qualcosa e le ragazze non ci danno conto.
L'uomo è alto circa 1.80, sui 90kg, occhialuto, indossa una maglia nera e blu su dei pantaloni neri. Le donne si allontanano e camminano lungo la riva del lago, prendendo il sole. Quando si accorgono che l'uomo le osserva silenziosamente, fumando sigarette, si preoccupano un po'. Passano 20 minuti così, quando l'uomo finalmente si allontana.
Lo stesso uomo viene avvistato da un dentista e suo figlio.
Di tutt'altra maniera l'incontro tra l'uomo misterioso e Cecilia Ann Shepard e Bryan Calvin Hartnell, due studenti universitari.
Poco prima di essere troppo vicino alla coppia, l'assassino si butta addosso una tunica nera, con dei fori per gli occhi. Sulla vita è disegnato il solito stemma molto simile a una croce celtica.
Alla cintura è appeso un pugnale, mentre nella mano destra l'uomo impugna saldamente una pistola.
Si presenta come un evaso dalla prigione di Deer Lodge, nel Montana, ed esige l'auto dei ragazzi per scappare nel Messico. La parlata è incredibilmente monotona e calma, senza cadenze o accenti.
Bryan Hartnell con freddezza, sperando di arrivare a una soluzione pacifica e senza danni, prova a rilassare il pazzo e i due finiscono per discutere a lungo, seduti sulla vettura dei ragazzi.
All'improvviso però l'assassino perde le staffe senza motivo apparente.
Lega Cecilia e comincia a colpire la coppia con il suo coltello, probabilmente estratto da una baionetta.
Sei pugnalate per Bryan Hartnell, dieci per Cecilia Shepard. Il ragazzo si riprenderà e riuscirà a depositare per la polizia, ma la ragazza morirà nel giro di 48 ore.
Prima di andarsene, lo Zodiac Killer impugna un gessetto nero, di quelli che si utilizzano nei riti magici, e scrive sulla portiera della macchina: "Vallejo 12-20-68, 7-4-69, Sept 27-69-6:30. Con un coltello."
Anche questa volta la polizia di Vallejo riceve una telefonata, dalla stessa cabina. Non è passata nemmeno un'ora dall'aggressione.
"Vorrei segnalare un assassinio, no, un duplice omicidio. I corpi sono a due miglia a nord della sede centrale del parco. Erano in una Volkswagen bianca. Sono stato io."
11 ottobre 1969. A cadere vittima dello Zodiac Killer è un tassista 39enne di San Francisco, Paul Stine. È appena finita la corsa. Il passeggero si è fatto portare dall'angolo tra la Mason e Geary Street all'angolo tra la Washington e Maple Streets, presso Presidio Heigths. E qui, invece di pagare, estrae una pistola da 9mm e spara alla testa di Stine.
Prima di lasciare la scena del delitto, strappa un pezzo di camicia insanguinata dalla schiena del tassista e poi sparisce nella notte.
La descrizione fornita dei testimoni è sempre la stessa, anche se inizialmente dei ragazzini si sbagliano: indicano alle pattuglie un uomo di colore, e così la fuga a piedi dello Zodiac Killer è fin troppo facile.
Sul luogo del delitto vengono rintracciate le solite impronte che non porteranno mai a nessuno.
Nei giorni successivi arrivano alla stampa le solite lettere nelle quali lo Zodiac Killer si assume la responsabilità dell'omicidio. L'indirizzo del mittente c'è, ma è rappresentato dall'ormai immancabile croce celtica. Per smentire le solite voci che non si tratterebbe di lettere autentiche, lo Zodiac Killer allega al messaggio un pezzo della camicia insanguinata del tassista. Un pezzo per volta.
Nel finale delle lettere l'assassino si vanta di aver spiazzato gli investigatori, avendo cambiato all'improvviso la tipologia delle vittime, insinuando che potrebbe rubare un pulmino della scuola e uccidere tutti i bambini che ci sono sopra.
Inutile aggiungere che a queste dichiarazioni seguirà il panico. Tutti i casi insoluti della costa ovest saranno imputati allo Zodiac Killer. Da Houston ad Atlanta, fino ad arrivare a St. Louis. Si rafforzano i controlli alle uscite delle scuole e gli autisti dei pulmini vengono armati.
Seguono altre lettere, una delle quali ha un contenuto seriamente minaccioso:
"È Zodiac che vi parla. Dalla fine di ottobre ho ucciso 7 persone. Sono piuttosto arrabbiato con la polizia che dice un sacco di bugie sul mio conto, quindi cambierò continuamente il metodo di raccolta degli schiavi. Non lo annuncerò più a nessuno, quando commetterò degli omicidi, questi vi sembreranno furti, uccisioni di rabbia o futili incidenti.. […] La polizia non mi prenderà mai perché sono più intelligente di loro: 1) l'identikit che gira corrisponde a me solo quando vado a caccia di anime, il resto del tempo sono completamente diverso. 2) Non possono avere le mie impronte come dicono perché io indosso delle coperture sulle dita, sono di cemento per aeroplani. 3) Tutte le mie armi sono state comprate per corrispondenza da paesi stranieri e non potete rintracciarmi. […] La sera dell'omicidio del tassista ero al parco, dei poliziotti si sono fermati per chiedermi se avessi visto qualcuno di sospetto.." La lettera termina con una delirante descrizione di una arma potentissima, in grado di far saltare in aria un autobus, che l'assassino avrebbe costruito con le sue mani e che terrebbe in cantina.
La lettera successiva raggiunge l'avvocato Melvin Belli il 27 dicembre 1969. È allegata a una cartolina di auguri natalizi. Il killer sembra inspiegabilmente lucido e invoca addirittura aiuto. Pentito della minaccia di attentato all'autobus di bambini, chiede aiuto a Belli perché teme di perdere nuovamente il controllo e di ricominciare a uccidere. "Per piacere mi aiuti, non manterrò il controllo ancora a lungo."
Purtroppo non contatterà più Belli in seguito, facendo perdere le proprie tracce per più di tre mesi.
Domenica 22 marzo 1970. È sera, ma da poco tempo. La 23enne Kathleen Johns sta guidando sulla Highway 132, nella Contea di San Joaquin. In auto con lei c'è la figlioletta Jennifer.
Una macchina si avvicina a lei, l'autista suona il clacson, le fa gesti e le urla che ha una ruota a terra e si propone volontariamente di aiutarla a cambiarla.
L'uomo in realtà rimuove solamente i bulloni e così, quando Kathleen si rimette in marcia, la ruota si leva del tutto. Dispiaciuto per il nuovo incidente, lo sconosciuto le offre un passaggio fino alla prossima stazione di servizio.
Il viaggio dura a lungo, nella direzione di Modesto (California), tuttavia il gentile sconosciuto pare non volersi fermare a nessuna stazione di servizio.
Kathleen capisce che è in pericolo e, agguantata la figlioletta, salta giù dalla vettura. Si nascondono tra le ombre, nell'argine prosciugato di un fiumiciattolo per l'irrigazione dei campi. Il killer prova a cercarle per circa dieci minuti, aiutandosi con i fari dell'auto e una torcia, ma alla fine abbandona l'impresa e scompare nella notte.
Raggiunta la stazione di polizia di Patterson, Kathleen si siede su una sedia, pronta a raccontare allo sceriffo la propria brutta avventura e per sporgere denuncia. Alle spalle dell'uomo c'è un tabellone con gli identikit di tutti i ricercati e, proprio tra questi, la donna riconosce il colpevole. L'identikit indicato da Kathleen Johns è quello dello Zodiac Killer.
Tra l'aprile 1970 e il marzo 1971, lo Zodiac Killer inviò almeno nove lettere, ma da esse la polizia non è riuscita a risalire a nessun ulteriore crimine. Né è riuscita a rintracciare l'omicida.
Il 30 gennaio 1974, un giornale di San Francisco ricevette la prima lettera autentica in quasi tre anni. Poche parole senza senso, la firma riportava le misteriose notazioni "Me-37" e "SFPD-0" mentre  1/3 della pagina era occupato da un'enorme croce celtica, vicino alla quale compariva la dicitura "=3".
Nel 1975, Don Striepke, uno sceriffo della Contea di Sonoma stilò un rapporto con una teoria interessante. Segnando su di una mappa una serie di 40 assassini insoluti degli Stati Occidentali, si andava a formare una gigantesca Z. Questa teoria però cadrà ben presto nel dimenticatoio, poiché nella stessa zona e negli stessi anni operava anche Ted Bundy.
Il 24 aprile 1978 è stata consegnata alla stampa la 21esima lettera dello Zodiac Killer. La lettera debutta con un inquietante "sono tornato" che ha sparso il terrore tra gli abitati della Bay Area. Nessun crimine è stato rintracciato nella zona prima o dopo la lettera e ad essa sono seguite lettere senza senso, che lodavano il lavoro della polizia. Dopo accurate analisi si è scoperto che l'autore di queste lettere sarebbe proprio Dave Toschi, ufficiale di polizia e a capo delle indagini sullo Zodiac Killer.
Altra teoria bocciata severamente è quella avanzata all'inizio degli anni '80 dallo scrittore George Oakes. L'autore disse di essere in contatto telefonico con l'assassino da anni, e di conoscere bene la sua mentalità basata sull'acqua, sugli orologi e sulle matematiche binarie. Aggiunse anche di sapere l'identità del killer. L'F.B.I. senza nessuna delicatezza ha etichettato questa teoria come "a lot of bullshit".
Molto più interessante è un libro del 1986, "Zodiac" di Robert Graysmith. In questo volume il killer viene indicato con lo pseudonimo di "Robert Hall Starr".
Residente di Vallejo, "Starr" è descritto come un fanatico di armi e come un molestatore di bambini, indicato dalla polizia come il sospetto numero uno. Graysmith accredita allo Zodiac Killer un totale di 36 possibili vittime, uccise tra ottobre 1966 e maggio 1981. Oltre ai sei omicidi noti, Graysmith incluse 15 vittime collegate ad un misterioso killer non identificato della California settentrionale, e 15 vittime di un omicida "astrologico", che colpisce cioè in prossimità di un solstizio o un equinozio. Il 99% delle vittime sono donne, e il modus operandi è incostante. Ciò riporterebbe alle parole "cambierò continuamente il metodo di raccolta degli schiavi" scritto dal killer nel '69.
Effettivamente il Robert Hall Starr di Graysmith è esistito davvero. Si chiamava Arthur Leigh Allen, ed era un insegnante incriminato per molestie sessuali nei confronti di alcuni bambini. Per anni è stato sospettato di essere lo Zodiac Killer, ed è l'unico ad aver subito interrogatori e processi su questo caso. È morto nel 1992 a 58 anni, stroncato da una malattia ai reni, ma le indagini sono proseguite sempre nella sua direzione.
Nel 2002, grazie alle moderne tecnologie, è stato estratto il DNA dalla saliva rimasta sotto alcuni francobolli utilizzati da Zodiac. Il Dna ha dimostrato che Allen non era il colpevole.
È stata la prima e unica svolta da quando, nel 2000, gli ispettori Kelly Carroll e Michael Maloney, della polizia di Vallejo, hanno riaperto il caso dello Zodiaco, e non è certo una svolta positiva.
Sempre nel 2002, nello stato di Washington, un serial killer ha firmato i propri delitti con un foglietto riportante la scritta: "Sono Dio". "Quando morirò, rinascerò in paradiso" annunciava lo Zodiac Killer, ma si tende ad escludere che si tratti di lui che colpisce ancora a distanza di 30 anni.
Riusciranno i due ispettori californiani ad svelare il mistero dello Zodiaco, o ci troviamo al cospetto di un moderno Jack Lo Squartatore?

martedì 19 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 dicembre.
Il 19 dicembre 1843 Charles Dickens pubblica "A Christmas carol".
Quando aveva cinque anni, Charles Dickens fu mandato a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe per pagare i debiti del padre: per sei mesi fu sfruttato e maltrattato dal padrone. Quest'esperienza traumatica lo portò a sviluppare una particolare sensibilità nei confronti dei più deboli e in particolare dei bambini, che furono sempre al centro della sua vita come scrittore e come uomo: ebbe infatti ben dieci figli, che certo furono i primi a godere della magia dei suoi libri. Un canto di Natale contrappone la celebrazione della solidarietà cristiana, personificata nello spirito del Natale, alle ingiustizie subite nella società da quelli che Cristo chiamava "i miei fratelli più piccoli".
Protagonista del racconto è Scrooge, personaggio dal nome parlante, che in inglese significa "Tirchio". Nomen est omen, il nome è già tutto un programma: si tratta di un vecchio arricchito burbero, antipatico e cattivo che neanche il giorno di Natale trova dentro di sé lo spazio per un po'di calore o per un sorriso. Il Natale è una perdita di tempo, lo costringe a concedere un giorno di ferie pagate al bistrattato contabile Bob Cratchitt e gli fa perdere una bella quantità di denaro. Scrooge non ha famiglia: gli rimane solo un nipote, Fred, un ragazzo buono e generoso che egli fa di tutto per allontanare. Si rifiuta di trascorrere il Natale con lui e con la sua giovane moglie: ormai, ha sposato la propria solitudine e si difende con le unghie e con i denti da qualunque possibile intrusione nella sua vita. Il cuore del vecchio è sprangato, ben protetto da una cortina di filo spinato. Solo, odioso e prigioniero della sua stessa avidità, il protagonista proprio non capisce perché il suo impiegato, che deve provvedere con un misero stipendio a una numerosa famiglia ed ha anche un bimbo storpio, abbia sul viso un'espressione gioiosa, nonostante tutto. Scrooge pensa che un bambino malato non sia che una scocciatura: tanto vale che i meno adatti muoiano e facciano spazio a chi può essere utile alla società! Non sa che a illuminare lo sguardo di Bob, come anche quello di Fred, è proprio lo Spirito del Natale, che egli rinnega, ma che ben presto avrà di conoscere molto da vicino.
Dickens fonde la tradizione del romanzo gotico con il genere fiabesco, congegnando un intreccio che sa incantare grandi e piccini: una storia allegorica e didattica che non cade mai nel moralismo ma si fa strada dentro l'anima del lettore e gli propone di avere fiducia: il giorno di Natale porta un seme di felicità a chi è povero ma ha un animo puro! Chi vive nell'aridità e nella cupidigia invece ha la possibilità di liberarsi delle catene che tengono il suo cuore inchiodato a sciocche differenze sociali, allontanandolo dagli altri. Cambiare è possibile per tutti, anche per un vecchio bisbetico che ha ricevuto poco amore e non è stato in grado di custodire nemmeno quel poco che gli è stato dato: si è consolato coi soldi, che non possono però sfamare la sete profonda di tenerezza che è in tutti, anche in lui.
Una volta che si sono aperti gli occhi, si può cambiare, si può rimediare a qualsiasi errore passato. Si può diventare un raggio di sole per gli altri! Basta poco per ritrovarsi tutti uniti e per riaccendere un fuoco che andava spegnandosi: una sorriso, un augurio sincero, un bel tacchino grasso mandato in dono...
Nel corso del '900, il Canto di Natale ispirerà alcuni simboli tradizionalmente legati al mondo del capitalismo anglosassone, come Zio Paperone (da Walt Disney chiamato Uncle Scrooge) e l'avaro Mr. Potter nel capolavoro cinematografico La vita è meravigliosa, oltre ad altri film natalizi dove il "cattivo" di turno viene miracolato e guidato sulla via dell'amore.

lunedì 18 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 dicembre.
Il 18 Dicembre del 1922 inizia quella che viene ricordata come "La strage di Torino": nelle giornate tra il 18 ed il 20, le squadre fasciste aggrediscono diversi militanti delle organizzazioni popolari, uccidendo 11 antifascisti e causando decine di feriti.
 A partire dalla marcia su Roma di un paio di mesi prima, a Torino la violenza squadrista si era già manifestata più volte con particolare ferocia.
Ad essere colpiti nelle tre giornate di Dicembre sono operai, sindacalisti, militanti comunisti.
 Tutto ha inizio la sera del 17, quando l'operaio e militante comunista Francesco Prato subisce un agguato da parte di un gruppo di tre fascisti che gli sparano ad una gamba; Prato si difende prontamente e uccide due degli squadristi, mentre il terzo riesce a mettersi in fuga.
 La rappresaglia fascista non tarda a farsi sentire: la mattina del 18 Dicembre una cinquantina di camicie nere, capitanate dal federale Pietro Brandimarte, fa irruzione all'interno della Camera di Lavoro di Torino, dove il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, Pietro Ferrero, vengono picchiati dagli squadristi e poi lasciati andare.
 Di qui ha inizio una serie di incursioni (sia nelle strade che nelle abitazioni) a danno di diversi personaggi "scomodi". Ora i fascisti attaccano con il chiaro intento di uccidere, forti della garanzia di non intervento che le autorità cittadine hanno deciso di adottare in un vertice in Prefettura che si conclude poche ore prima dell'inizio degli eccidi.
 Il primo ad essere colpito è Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, che viene caricato in una macchina e portato in aperta campagna, dove viene fatto incamminare lungo un sentiero per essere poi colpito alla schiena da diversi proiettili.
 Nel primo pomeriggio un gruppo di squadristi fa irruzione in un'osteria di via Nizza, perquisendo ed identificando tutti i presenti: Ernesto Ventura, trovato in possesso della tessera del partito Socialista, viene colpito con una revolverata, mentre il gestore del locale, Leone Mazzola, dopo aver tentato di opporsi all'attacco dei fascisti, viene colpito a coltellate e poi freddato da un colpo di pistola. Nel frattempo l'operaio Giovanni Massaro scappa dal locale ma viene rincorso fin dentro la sua abitazione e ucciso.
 In serata è il turno di Matteo Chiolero, fattorino e comunista, che, rientrato a casa propria dopo il lavoro, sente bussare alla porta, apre e viene freddato senza una parola da tre colpi alla testa, sotto gli occhi terrorizzati della moglie e della figlia di due anni.
 Il comunista Andrea Chiomo viene prelevato poco dopo da sette fascisti, trascinato in strada e massacrato di botte; con le ultime energie rimastegli riesce a scappare per pochi metri ma viene raggiunto da una fucilata alla schiena.
 Pietro Ferrero, già vittima della violenza fascista consumatasi durante la mattinata, aveva deciso di lasciare la città la mattina successiva, ma viene scoperto mentre passa di fronte alla Camera del Lavoro, assediata ormai da ore dalle camicie nere, che lo portano in una stanza dell'edificio adibita a prigione e lo picchiano selvaggiamente. Verso mezzanotte il corpo di Ferrero, incapace di muoversi ma ancora vivo, viene legato ad un camion e trascinato sull'asfalto per diversi metri per essere poi abbandonato in mezzo alla strada.
 Le ultime due vittime di quella giornata di terribile violenza sono Emilio Andreoni e Matteo Tarizzo.
 Il primo, operaio di 24 anni, viene prelevato dalla sua abitazione e ucciso poco fuori Torino; successivamente gli squadristi tornano a casa di Andreoni e, con la moglie e il figlio di un anno presenti, la devastano.
 Matteo Tarizzo, 34 anni, viene sorpreso nel sonno dall'irruzione dei fascisti, prelevato e ucciso a bastonate poco lontano da casa sua.
 Durante la giornata del 18 Dicembre molte altre persone vengono ferite, anche in modo grave.
 I vili attacchi squadristi proseguirono ancora per tutti e due i giorni successivi.
 Fu chiaro da subito che l'omicidio dei due fascisti ad opera di Francesco Prato era stato solo un pretesto per mettere in atto un piano preordinato che vedeva la connivenza delle autorità cittadine e delle forze dell'ordine, che durante diversi attacchi squadristi consumatisi nei tre giorni rimasero impassibili a guardare.
 L'obiettivo era quello di dare un segnale a tutta la città di Torino, che da subito si distinse per la sua forte resistenza al fascismo.
 Lo stesso Brandimarte dichiarerà due anni dopo che l'operazione era stata «ufficialmente comandata e da me organizzata [...] noi possediamo l'elenco di oltre tremila nomi sovversivi. Tra questi tremila ne abbiamo scelto 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia».
 Alle vittime di quei tre giorni è stata intitolata la piazza XVIII Dicembre su cui si affaccia la stazione ferroviaria di Porta Susa di Torino.

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