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domenica 22 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 ottobre.
Il 22 ottobre 1934 Charles Arthur Floyd, un famoso rapinatore di banche, viene ucciso dagli agenti dell'FBI.
Conosciuto anche con gli pseudonimi di Choc Floyd o Pretty Boy Floyd, il più famoso bandito dell'Oklahoma divenne anche uno dei criminali più celebri d'America, immortalato in una canzone di Woody Guthrie, nel romanzo di John Steinbeck "The grapes of Wrath" (furore in italiano) e nell'omonimo film di John Ford tratto dal romanzo.
Questa sorta di Robin Hood, amato dai disperati figli della Grande Depressione, era soprattutto un rapinatore di banche e J. Edgar Hoover lo inserì nelle sue liste come "nemico pubblico numero uno".
Nato il 3 febbraio 1904 ad Adairsville, in Georgia, Floyd era il secondo dei sei figli di Walter Lee Floyd e Mamie Helena Echols Floyd. I Floyd abbandonarono le colline della Georgia nordoccidentale nel 1911, alla ricerca di opportunità più ad Ovest, stabilendosi nella contea di Sequoyah, in Oklahoma vicino al confine con l'Arkansas.
Il giovane Charley dimostrava uno spirito intelligente e divenne subito popolare tra gli amici. Lavorava duro con la famiglia nei campi di cotone e mais. Si distraeva da questa dura vita nei campi leggendo storie di figure eroiche e di fuorilegge famosi, specialmente del bandito Jesse James. Imparò anche a fare il liquore di mais e divenne ghiotto della birra Choctaw, una popolare birra fatta in casa (da cui il soprannome Choc).
A sedici anni iniziarono i primi problemi con la legge. Stancatosi presto del faticoso lavoro dei campi, fu coinvolto in varie attività illegali. Nel Wichita Floyd trovò il suo mentore criminale in John Callahan, un banditucolo del Midwest.
Tuttavia nel 24 Floyd tornò dalla famiglia in Oklahoma e sposò Ruby Hardgraves, la figlia di un fattore del luogo. Nello stesso anno nacque Jack Dempsey Floyd, il cui nome fu dato in onore al campione del mondo dei pesi massimi di boxe.
Floyd amava la moglie e il figlio, ma non riusciva a rassegnarsi a una vita da contadino. Scambiò cinque galloni di whiskey di mais con una pistola dall'impugnatura in madreperla. Con un amico nel 25 montò su un treno diretto ad est. L'11 settembre del 1925 una rapina fruttò quasi 12000 dollari e una pena di cinque anni nel Penitenziario del Missouri a Jefferson City.
Il 4 gennaio 1929 la moglie Ruby chiese il divorzio, accusando il marito carcerato di negligenza. Floyd non si oppose e la moglie ottenne la custodia del figlio di quattro anni.
All'uscita dal carcere, nel marzo del 29, Floyd si diresse a Kansas City, desideroso di mettere in pratica tutti gli insegnamenti avuti dietro le sbarre da altri carcerati più esperti. In una partita a carte Floyd conobbe la sua futura fidanzata, Beulah Baird, che gli diede il soprannome Pretty Boy.
Appena lasciata la prigione e fino alla data della sua morte nel 1934, Floyd con l'aiuto di complici mise a segno più di 30 rapine a banche tra l'Ohio e l'Oklahoma. La polizia lo accusò anche di parecchi omicidi avvenuti nelle varie sparatorie durante le rapine, tuttavia fu in seguito chiarito che non commise affatto molti dei crimini che gli erano stati attribuiti.
Il 9 aprile 1932 Floyd sparò e uccise Erv Kelley, un ex poliziotto dell'Oklahoma divenuto un cacciatore di taglie, durante una fallita imboscata vicino a Bixby, Oklahoma. Quello stesso anno Floyd mise a segno uno dei suoi colpi in banca più famosi, quando insieme a George Birdwell assaltò e derubò la Sallisaw State Bank in pieno giorno e sotto gli occhi di parenti e amici.
Il vento nella carriera di bandito di Floyd girò il 17 giugno 1933, quando insieme ad Adam Richetti divenne il massimo sospettato nel tremendo massacro di Kansas City. Il bagno di sangue alla Union Station fu di quattro poliziotti morti e ciò portò al coinvolgimento di J. Edgar Hoover e dell'FBI nelle indagini. Sebbene sia Floyd che Richetti pagarono con la vita le conseguenze di questo episodio, fu in seguito chiarito che nessuno dei due era in realtà implicato nel brutale assassinio.
Il 22 ottobre 1934 la polizia locale e gli agenti dell'FBI guidati da Melvin Purvis spararono e uccisero Floyd in un campo di mais vicino a East Liverpool, Ohio. Aveva 30 anni. Il suo corpo fu riportato nelle colline dell'Oklahoma, e venne sepolto nel cimitero di Akins. Una folla stimata di oltre ventimila persone rese il suo funerale il più seguito della storia dell'Oklahoma.


sabato 21 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 ottobre.
Il 21 ottobre del 63 a.C. Cicerone utilizza il Senatus Consultum Ultimum per fronteggiare Catilina.
Com’è noto, col termine di Senatus Consultum Ultimum o anche "senatus consultum de re publica defendenda" si suole individuare un provvedimento straordinario con cui il senato romano, dovendo fronteggiare una situazione di emergenza e di impellente pericolo per lo Stato, promanante sia da agenti esterni che interni, affidava ai sommi magistrati in carica il compito di salvare la res publica, conferendo loro i più ampli poteri di agire, anche in via sommaria, senza processo e con il ricorso alle armi, contro chi stesse cospirando contro lo stato o attentando alle istituzioni repubblicane.
Se è ancora oggi disputato se possa rettamente definirsi tale, la delibera assunta nel 133 a. C. nei confronti dei seguaci di Tiberio Sempronio Gracco, declarati "hostes populi romani", ma non estesa al celebre tribunus plebis per la ferma opposizione di Publio Mucio Scevola, che ancora a quella data era riuscito a far accettare il principio che la sua natura fosse estranea ai mores su cui si fondava l’Ordo Iuris Romanorum, si annoverano in toto 14 di tali deliberati che, dal primo emesso nei confronti di Gaio Sempronio Gracco nel 121 a.C., all’ultimo deliberato avverso Quito Rufo Salvio nel 40 a. C., scandiscono, nell’arco di pressochè un secolo, i momenti più significativi di quel turbolento periodo di crisi politica che prelude all’instaurazione e al consolidamento del principato.
Resta certo che pur nel variegato, e talora anche cruento, dispiegarsi del confronto politico di quegli anni, le concitate diatribe che preludono all’emissione di un senatus consultum ultimum giungono non di rado a stagliarsi su livelli di pregio giuridico, e anche letterario, difficilmente eguagliabili.
Basta citare le Catilinarie, pronunciate nel 63 a. C. da Marco Tullio Cicerone per indure i senatori ad assumere provvedimenti straordinari nei confronti del cospiratore, che ancor oggi, oltre duemila anni dopo, sono annoverate come uno dei vertici più elevati, e celebrati, dell’Ars Oratoria forense.
E’ pure rimarchevole, sotto il profilo di una ricostruzione storica improntata a una quale vitalità, come questo istituto, ben lungi dal sottintendere una valenza giuridica astratta, assunse invece da subito una rilevanza concreta, segnando il destino di molti dei protagonisti dell’agone politico romano di quell’ultimo e tumultuoso secolo dell’età repubblicana, le cui vicende umane, sovente non scevre da esiti drammatici e spesso esiziali, furono spesso determinate proprio dall’attuazione manu militari di un deliberato di siffatta straordinaria ed assoluta efficacia.
Gaio Sempronio Gracco, Marco Emilio Lepido, Marto Celio Rufo, per non dire poi degli stessi Lucio Cornelio Silla, Caio Giulio Cesare e, in momenti diversi, se pur con esiti opposti, entrambi gli ultimi disputanti dell’era repubblicana, Antonio e Ottaviano, ne furono i più illustri destinatari.
A tacere poi del provvedimento emesso per volere dei fautores di Antonio nei confronti dello stesso Cicerone, a dispetto del vano tentativo d’opposizione di Ottaviano, che se non un senatus consultum de re publica defendenda in termini stretti può definirsi, di certo non vi si discosta di molto.
In ogni caso, se pur preordinato a mantenere, nella conservazione di uno status quo istituzionale, le prerogative e la centralità dell’assembla senatoria, esso ne rappresenta invece il canto del cigno.
Introdotto infatti dai patres per fronteggiare le poderose spinte personalistiche, che sovrapponendosi al risalente contrasto tra optimates e populares, non esitavano a strumentalizzarlo per bieche finalità di affermazione e successo personale, finisce però per sancire in maniera conclamata e irreversibile, l’impotenza della vecchia classe senatoria e del consesso da essa espresso, a frenare le scelte di natura autoritaria che una politica sempre più improntata al culto della personalità e alle storture di una vocazione clientelare, ahimè, fino ad oggi, mai sopita, stava progressivamente imponendo.


venerdì 20 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 ottobre.
Il 20 ottobre 1977, tre anni dopo aver inciso il loro maggior successo, Sweet home Alabama, il gruppo rock dei Lynyrd Skynyrd precipitò con l’aereo che aveva affittato per spostarsi durante il loro tour. Nell’incidente morirono il cantante, Ronnie Van Zant, il chitarrista Steve Gaines, la corista Cassie Gaines, il manager e due piloti. Anche se altri sei membri del gruppo sopravvissero, i Lynyrd Skynyrd si sciolsero fino al 1987, quando il fratello minore del cantante, Johnny Van Zant, riunì alcuni vecchi membri sotto lo stesso nome.
Quando precipitò, il gruppo si trovava su un vecchio aereo bimotore CV-300 e si stavano dirigendo verso Baton Rouge, in Louisiana, dopo cinque date di un tour che aveva avuto un grosso successo: i Lynyrd Skynyrd stavano attraversando uno dei loro momenti migliori. Lo stesso aereo su cui si imbarcarono era stato scartato proprio poche settimane prima dai manager degli Aerosmith, perchè gli era sembrato che né l’equipaggio né l’aereo stesso rispettassero gli standard di sicurezza. Sembra che, durante quell’ispezione, i due piloti si passassero di frequente una bottiglia di Jack Daniel’s.
L’aereo precipitò perché aveva terminato il carburante. L’equipaggio tentò un atterraggio di emergenza, senza riuscirci, e l’aereo si schiantò su una zona paludosa coperta di alberi. Secondo la commissione d’inchiesta che indagò sul caso, la caduta fu causata dalla disattenzione dell’equipaggio nel rifornire adeguatamente i serbatoi per il piano di volo previsto, oltre che da un problema al motore. A quanto pare i piloti avevano in programma di far riparare un piccolo guasto una volta arrivati a Baton Rouge, ma non si erano accorti che quel guasto causava un consumo anomalo di carburante. Sembra anche che, a causa del panico, quando i motori cominciarono a rallentare, uno dei piloti abbia scaricato per sbaglio il carburante di riserva, invece che dirottarlo verso i motori.
Quando precipitarono, i Lynyrd Skynyrd erano arrivati all’apice della loro fama. Erano stati il primo gruppo a rendere popolare il Southern rock, un misto di rock, blues e musica country nato nel sud degli Stati Uniti. Il gruppo venne fondato in Florida, nel 1964, e divenne famoso nel 1973, quando aprì i concerti degli Who durante il tour Quadrophenia. Il successo mondiale arrivò l’anno successivo, quando uscì il disco Second Helping, che conteneva quella che ancora oggi è la loro canzone più famosa: Sweet home Alabama.
Nella canzone, come nel resto del disco, ci sono molti degli elementi che diedero il successo al gruppo. Il suo suono era caratterizzato da tre chitarre elettriche, da una forte sezione ritmica e da un coro. Ciascun membro del gruppo, composto da una decina di persone, aveva una sua parte e il risultato era uno stile senza fronzoli, assoli o primedonne. Uno stile che veniva definito a volte con l’etichetta di redneck – “collo rosso”, l’appellativo dispregiativo con cui vengono indicati gli abitanti del sud degli Stati Uniti- tutto l’opposto del progressive rock che andava di moda in quegli anni.
La scelta di intitolare una delle loro canzoni all’Alabama, uno degli stati simbolo del deep south, e quella di cantare in concerto davanti a grandi bandiere degli stati Confederati avevano all’epoca un significato politico. In quegli anni infatti, negli stati del sud, era ancora in vigore la segregazione tra bianchi e afroamericani, mentre il movimento per i diritti civili aveva cominciato le sue manifestazioni. L’altro elemento – presente nella canzone come in quasi tutta l’opera del gruppo – fu una certa ambiguità per cui non era facile distinguere da quale parte si fossero schierati.
All’inizio i Lynyrd Skynyrd furono subito arruolati nel campo dei conservatori, caso quasi unico per un gruppo rock di quegli anni – Sweet home Alabama è stata recentemente inserita nella lista delle 50 più importanti canzoni dei conservatori americani. Nel testo, infatti, ci sono diversi riferimenti che fanno pensare che il gruppo avesse scelto come parte politica la destra conservatrice. Una strofa recita:
Ho sentito il signor Young cantare di lei [l'Alabama]
Ho sentito il vecchio Neil mortificarla,
Spero che il vecchio Neil Young si ricordi
che un uomo del sud non ha bisogno di averlo intorno.
Con queste parole Van Zant voleva rispondere a Neil Young, un cantante molto liberal e vicino al movimento per i diritti civili, che in un paio di canzoni aveva parlato proprio dell’Alabama e degli uomini del sud, criticando entrambi per le loro scelte segregazioniste. In un’altra strofa, i Lynyrd Skynyrd sembrano apprezzare l’allora governatore dell’Alabama, l’ultraconservatore George Wallace (che di certo si sentì apprezzato visto che nominò i componenti del gruppo colonnelli onorari della milizia dello stato). In un’altra strofa ancora, infine, sembrava che il gruppo esprimesse il suo disinteresse per lo scandalo Watergate che aveva appena colpito il presidente repubblicano Nixon.
Poco tempo tempo dopo, quando queste interpretazioni avevano già conquistato al gruppo una grossa base di fan tra i cosiddetti redneck e i conservatori degli stati del sud, Van Zant e gli altri membri del gruppo cominciarono a spiegare che alcune strofe della canzone non erano state comprese. Tra Van Zant e Neil Young non c’era nessun problema: Van Zant fu spesso fotografato con magliette di Young, il quale scrisse una canzone (poi mai registrata) per il gruppo. La strofa incriminata fu spiegata da Van Zant come una risposta alla generalizzazione fatta da Young: non tutti gli uomini del sud hanno bisogno della morale di Young, perché non tutti sono razzisti.
Per quanto riguarda il governatore Wallace, il gruppo spiegò che nessuno aveva notato come dopo la strofa in cui si diceva che a Birmingham (sede di molte manifestazioni di diritti civili e di un attentato in cui morirono quattro bambini afromericani) “amano il governatore”, seguiva un coro di «boo boo boo». A proposito del Watergate spiegarono che non intendevano dire che non si sentivano toccati dallo scandalo, ma solo che non giudicavano tutti gli yankees – il nomignolo per gli americani del nord – da quel caso e quindi chiedevano di non essere giudicati per la scelta segregazionista di alcuni abitanti del sud.
Ma su questi temi il gruppo rimase sempre ambiguo. Un giorno i musicisti dichiaravano di non approvare le scelte del governatore Wallace a proposito degli afroamericani, ma poco dopo dicevano di rispettarlo e che era un uomo di solidi principi (e d’altro canto non rifiutarono mai il grado di colonnelli della milizia). L’ambiguità era probabilmente fondamentale per il gruppo: essere apertamente segregazionisti li avrebbe trasformati in intoccabili per il circuito musicale dell’epoca, che era assolutamente liberal, mentre prendere posizioni di sinistra gli avrebbe tenuto lontano il loro pubblico. Inoltre, come disse in un’intervista Van Zant: «Io di politica non capisco proprio un cazzo».
L’ambiguità, la qualità delle canzoni, la fine tragica e il forte legame con la cultura del sud hanno mantenuto fino ai giorni nostri il successo del gruppo. Da qualche anno, ad esempio, sulle targhe delle automobili registrate in Alabama, lo stato fa incidere la scritta Sweet home Alabama. Mentre l’altra famosissima canzone del gruppo, Freebird, per una curiosa tradizione viene richiesta dal pubblico anche ai concerti di gruppi che con i Lynyrd Skynyrd non hanno niente a che fare.

giovedì 19 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 ottobre.
Il 19 ottobre 1913 nasce a Firenze Vasco Pratolini.
La sua famiglia è di estrazione operaia e il piccolo Vasco perde la madre quando ha solo cinque anni; finisce così per trascorrere la sua infanzia con i nonni materni. Una volta tornato dal fronte, il padre si risposa, ma Vasco non riesce ad inserirsi nella nuova famiglia. Compie studi irregolari e ben presto è costretto ad andare a lavorare. Lavora come operaio in una bottega di tipografi, ma anche come cameriere, venditore ambulante e rappresentate.
Questi anni, apparentemente sterili, saranno fondamentali per il suo apprendistato letterario: gli daranno infatti la possibilità di osservare la vita di quelle persone comuni che poi diventeranno le protagoniste dei suo romanzi. A diciotto anni lascia il lavoro e si dedica ad una intensa preparazione da autodidatta.
Negli anni compresi tra il 1935 e il 1937 gli viene diagnosticata la tubercolosi e viene ricoverato in sanatorio. Tornato a Firenze nel 1937 comincia a frequentare la casa del pittore Ottone Rosai che lo spinge a scrivere di politica e letteratura sulla rivista "Il Bargello". Fonda con l'amico poeta Alfonso Gatto la rivista "Campo di Marte", e viene in contatto con Elio Vittorini che lo induce a focalizzarsi più sulla letteratura che sulla politica.
Vasco Pratolini si trasferisce intanto a Roma dove nel 1941 pubblica il suo primo romanzo "Il tappeto verde". Partecipa attivamente alla resistenza e, dopo un breve periodo a Milano dove lavora come giornalista, si trasferisce a Napoli dove rimane fino al 1951. Qui insegna all'Istituto d'arte e intanto scrive "Cronache di poveri amanti" (1947). L'idea del romanzo risale addirittura al 1936. Lo spunto, come racconta lo stesso Pratolini, è la vita degli abitanti della via del Corno, dove ha abitato insieme ai nonni materni. Una via lunga cinquanta metri e larga cinque che è una sorta di oasi, di isola protetta dall'infuriare della lotta fascista e antifascista. Nel 1954 Carlo Lizzani trarrà dal romanzo l'omonimo film.
Il periodo napoletano è particolarmente prolifico da un punto di vista letterario; Pratolini scrive i romanzi: "Un eroe del nostro tempo"(1949) e "Le ragazze di San Frediano" (1949), portato sul grande schermo da Valerio Zurlini nel 1954.
I suoi romanzi vengono definiti neorealisti per la capacità di descrivere la gente, il quartiere, il mercato e la vita fiorentina con perfetta aderenza alla realtà. Con il suo stile semplice, Pratolini descrive il mondo che lo circonda, rievoca i ricordi della sua vita in Toscana e i drammi familiari come quello della morte del fratello, con il quale instaura un vero e proprio dialogo immaginario nel romanzo "Cronaca familiare" (1947). Dal romanzo Valerio Zurlini trae un film nel 1962.
Spesso i protagonisti dei romanzi di Pratolini sono ritratti in condizioni di miseria e di infelicità, ma sono tutti animati dalla convinzione e dalla speranza di potersi affidare alla solidarietà collettiva.
Torna definitivamente a Roma nel 1951 e pubblica "Metello" (1955), primo romanzo della trilogia "Una storia Italiana" con la quale si prefissa di descrivere diversi mondi: quello operaio con Metello, quello borghese con "Lo scialo" (1960) e quello degli intellettuali in "Allegoria e derisione" (1966). La trilogia ha un'accoglienza non molto calorosa da parte dei critici che la definiscono ancora troppo fiorentina e non ancora italiana.
Con la storia del manovale Metello lo scrittore desidera superare i confini ristretti del quartiere, che fino ad ora è stato il protagonista dei suo i romanzi. Pratolini tenta di fornire un affresco più completo della società italiana a partire dalla fine dell'Ottocento. In Metello, infatti, le vicende del protagonista abbracciano un arco di tempo che va dal 1875 al 1902.
Si dedica anche all'attività di sceneggiatore partecipando alle sceneggiature di: "Paisà" di Roberto Rossellini, "Rocco e i suoi fratelli" di Luchino Visconti, e "Le quattro giornate di Napoli" di Nanni Loy.
Alla pubblicazione della trilogia fa seguito un lungo periodo di silenzio, interrotto solo nel 1981 dalla pubblicazione de "Il mannello di Natascia" contenente testimonianze e ricordi risalenti agli anni Trenta.
Vasco Pratolini muore a Roma il 12 gennaio del 1991 all'età di 77 anni.

mercoledì 18 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 ottobre.
Il 18 ottobre la liturgia cristiana festeggia San Luca, evangelista.
San Luca è il patrono delle località di Praiano, Impruneta, Castel Goffredo, Capena, Motta d’Affermo e San Luca, oltre che protettore dei notai, degli artisti (viene ritenuto l’iniziatore dell’iconografia cristiana), dei chirurghi, dei medici (questa era la sua professione), degli scultori e dei pittori. Il suo simbolo è un toro alato, perché il primo personaggio che introduce nel suo Vangelo è il padre di Giovanni Battista, Zaccaria, sacerdote del tempio e quindi responsabile del sacrificio di tori.
Nato nel 10 dopo Cristo ad Antiochia da una famiglia pagana, Luca lavora come medico, prima di conoscere Paolo di Tarso, giunto in città per intervento di Barnaba allo scopo di educare alla fede la comunità di pagani ed ebrei convertiti alla religione cristiana. Dopo l’incontro con Paolo, diventa discepolo degli apostoli.
Contraddistinto da un’ottima cultura (conosce in maniera eccellente la lingua greca), amante della letteratura e dell’arte, sente parlare di Gesù per la prima volta intorno al 37 dopo Cristo: ciò significa che non ha mai avuto modo di conoscerlo direttamente, se non attraverso i racconti trasmessigli dagli apostoli e da altre persone, tra cui Maria di Nazareth.
Luca si occupa della scrittura del Vangelo tra il 70 e l’80 dopo Cristo: la sua opera è dedicata a un tale Teofilo, nome in cui si è riconosciuto un eminente cristiano (visto che abitudine degli scrittori classici è quella di dedicare i propri testi a personaggi di chiara fama), o più probabilmente a chiunque ami Dio (visto che Teofilo vuol dire, appunto, amante di Dio). Luca è l’unico evangelista che parla dell’infanzia di Gesù in maniera approfondita, e inoltre racconta episodi riguardanti la Madonna non citati dagli altri tre. Egli si dedica, tra l’altro, alla narrazione dei primi passi compiuti dalla comunità cristiana in seguito alla Pentecoste.
Dopo la morte di San Paolo, non si hanno notizie certe a proposito della vita di Luca. Morto all’età di ottantaquattro anni (non si sa se per cause naturali o se da martire, impiccato a un olivo) senza aver mai avuto figli e senza essersi sposato, viene sepolto in Beozia, nella capitale Tebe.
Le sue ossa vennero trasportate nella celebre Basilica dei Santi Apostoli a Costantinopoli; in seguito le sue spoglie arrivarono a Padova, dove si trovano ancora oggi nella Basilica di Santa Giustina. La sua testa nel XIV secolo è stata trasferita a Praga, nella Cattedrale di San Vito, mentre una sua costola, nel 2000, è stata donata alla Chiesa greco-ortodossa di Tebe. Un’altra reliquia  (parte della testa) di San Luca è conservata nella Basilica di San Pietro in Vaticano, nel Museo Storico Artistico “Tesoro”.
Una tradizione cristiana piuttosto antica individua in San Luca il primo iconografo, autore di quadri che ritraggono Pietro, Paolo e la Madonna. La leggenda che lo vuole pittore, e quindi iniziatore dell’intera tradizione artistica del cristianesimo, si diffuse durante il periodo della controversia iconoclastica, nell’VIII secolo dopo Cristo: Luca fu scelto dai teologi dell’epoca in quanto ritenuto il più preciso nella descrizione dei diversi personaggi sacri. Non solo: nella tradizione tardo-antica la pittura veniva considerata come strettamente connessa alla professione di medico (quella esercitata da Luca) in quanto ritenuta fondamentale per la riproduzione di piante officinali nei repertori illustrati, oltre che per la competenza necessaria in ambito botanico al fine di confezionare i colori.

martedì 17 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 ottobre.
Il 17 ottobre del 589 d.C. ha luogo la cosiddetta "Rotta della Cucca", una inondazione di così vasta portata, secondo il racconto di Paolo Diacono, da cambiare radicalmente il profilo idrografico del Veneto dandogli l'aspetto che ha oggi.
Il nome deriva dalla località di Cucca, vicino a Veronella, dove l'Adige sarebbe uscito dagli argini. Paolo Diacono, nelle sue cronache, data la rotta al 17 ottobre 589, ma questa datazione è spesso messa in discussione dagli studiosi.
La descrizione del disastro è tutta compresa nel capoverso 23 del libro III dell'Historia Langobardorum di Paolo Diacono.
In Veneto ed in altre parti d'Italia nel 589 vi fu "un diluvio d'acqua che si ritiene non ci fosse stato dal tempo di Noè"; a seguito di queste piogge l'Adige esondò il 17 ottobre, e il livello delle acque a Verona salì fino a raggiungere le finestre superiori della basilica di San Zeno fuori le mura.
L'alluvione causò grosse perdite di vite umane e animali, e distrusse parte delle mura di Verona oltre a spazzare via strade, sentieri e gran parte della campagna in quelli che oggi sono il basso Veneto e la bassa ferrarese.
A seguito della rotta l'Adige abbandonò il suo antico corso (che passava per Bonavigo, Minerbe, Montagnana, Este, Sant'Elena e Solesino) per assumere grossomodo l'attuale percorso molto più a sud e che corrispondeva all'antico alveo del Tartaro; da allora l'Adige attraversa Legnago, lambisce Villa Bartolomea e Castagnaro e sfocia nel mare Adriatico dopo aver attraversato Cavarzere.
In seguito all'eccessiva frammentazione del territorio, nessun governo si prese carico di riparare il guasto e la campagna inondata si tramutò in palude per secoli; le acque del Tartaro si unirono a quelle dell'Adige in questa devastazione. Il termine Polesine nacque in quel periodo e venne ad indicare l'attuale provincia di Rovigo e parte dell'attuale provincia di Ferrara, in quanto il corso principale del Po all'epoca passava più a sud e corrispondeva all'attuale Po di Volano.
Il Mincio, che fino a quel momento passava per Adria ed era una via navigabile dal mare Adriatico al lago di Garda, abbandonò il suo alveo e divenne un affluente del Po; questo portò alla definitiva decadenza di Adria e del suo porto.
Quando il corso dell'Adige si assestò, il ramo principale attraversava Badia Polesine e su questo ramo nasceranno in seguito i borghi di Lendinara, Villanova, Rovigo e Villadose; questo ramo divenne poi di scarsa importanza dopo la rotta del 1438 e corrisponde all'attuale corso dell'Adigetto (da non confondere con l’omonimo corso d’acqua che anticamente tagliava l’ansa dell’Adige a Verona).
Secoli dopo, quando la terra ricominciò ad emergere dalla palude, l'uomo canalizzò, col nome di Canal Bianco, le acque del Tartaro in quello che fu l'antico alveo del Mincio, facendolo passare presso Adria e sfociare nel mare Adriatico.
Anche il fiume Brenta modificò il suo percorso, abbandonando quello relativo al ramo più ad ovest (che passava per San Pietro in Gu) in favore di quello minore.
Anche l’idrografia di Vicenza venne modificata: precedentemente alla rotta i fiumi che attraversavano la città erano l’Astico ed il Retrone. In seguito allo sconvolgimento idrografico l’Astico venne sostituito dall’attuale Bacchiglione.
Una curiosità: è  noto che per indicare uno sciocco, a Verona, si dice: “no se imbarca cucchi”. Forse questo detto si riferisce proprio alla rotta della Cucca del 589, quando gli abitanti della Cucca (i Cucchi) annunciarono ai Veronesi che l'Adige non passava più dal loro paese ma, dopo Ronco, andava verso Legnago. Fatto impossibile da pensare in quei lontanissimi anni, perciò gli abitanti della Cucca presero la nomea di essere tutti sciocchi. Stanchi di questo detto, i Cucchi pensarono bene di cambiare il nome al loro paese e, dopo il 1866, lo ribattezzarono Veronella.
Oggi si ritiene poco plausibile che, per quanto disastroso, un singolo evento come quello narrato da papa Gregorio I e Paolo Diacono possa aver causato lo sconvolgimento improvviso del corso di tutti i fiumi che sfociavano nella laguna di Venezia; piuttosto, un tale sconvolgimento sarebbe il risultato di una serie di eventi, avvenuti nell'arco di più secoli, collegabili sia alla scarsa manutenzione dei fiumi, dovuto al progressivo abbandono delle terre che erano state bonificate in epoca classica, iniziato durante gli ultimi secoli dell'Impero romano d'Occidente, sia a un generale peggioramento delle condizioni climatiche avvenuto a livello mondiale tra il VI e l'VIII secolo, che portò al parziale scioglimento dei ghiacciai e un aumento delle precipitazioni con conseguente progressivo e drammatico incremento della portata dei fiumi.

lunedì 16 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 ottobre.
Il 16 ottobre 1973 Henry Kissinger, riceve il premio nobel per la pace.
Henry Heinz Alfred Kissinger nasce a Fürth, città della Franconia (regione a nord della Baviera), il 27 maggio 1923. Sebbene di origini tedesche il suo nome rimane nella storia moderna per la sua attività di politico statunitense; segretario di stato sotto la presidenza sia di Richard Nixon che di Gerald Ford, a lui è stato intitolato il premio Nobel per la pace nel 1973.
Nasce da una famiglia di origini ebraiche: nel 1938, in seguito alle persecuzioni antisemite dei nazisti, la famiglia lascia la Germania e si stabilisce a New York. Kissinger lavora di giorno come operaio e studia la sera: otterrà la cittadinanza statunitense nel 1943. Viene assoldato da un organismo di controspionaggio come traduttore dal tedesco all'americano. Pare che abbia operato in qualità di spia anche per i sovietici.
Nel 1950 ottiene la laurea a pieni voti; continua poi a perfezionare gli studi fino al 1954.
In seguito si avvicina a Nelson Rockefeller, che lo introduce alla politica. Nel 1968 Richard Nixon appare come il più probabile vincitore delle elezioni presidenziali e Kissinger diventa suo personale consigliere. Viene nominato Segretario di Stato e il suo operato è volto ad allentare la tensione con l'Unione Sovietica; sarà lui a negoziare il trattato SALT (Strategic Arms Limitation Talks, Trattato per la limitazione degli armamenti strategici) e l'ABM (Trattato Anti Missili Balistici).
Nel 1971 compie in Cina due viaggi segreti in preparazione del viaggio di Nixon dell'anno successivo, avviando così la normalizzazione delle relazioni tra USA e Repubblica Popolare Cinese.
Nel 1973 viene assegnato a Kissinger e a Le Duc To il premio Nobel per la pace per il "fermate il fuoco" del conflitto vietnamita; Le Duc To rifiuterà il premio per il protrarsi del conflitto che successivamente si aggraverà ulteriormente.
Esiste anche una grave macchia nella carriera di Kissinger, che viene accusato di aver avuto un ruolo di sostegno per Augusto Pinochet e il suo colpo di stato militare in Cile, contro il presidente socialista Salvador Allende (11 settembre 1973). Molti anni più tardi, nel 2001, vengono formalizzate precise accuse e aperte diverse inchieste, tanto che porteranno Kissinger a dover comparire presso la magistratura francese a Parigi, per testimoniare sulla sparizione di cinque cittadini francesi nei primi giorni della dittatura di Pinochet.
Negli USA dopo lo scandalo Watergate che porta Nixon alle dimissioni, Kissinger continua a risultare popolare tanto che Gerald Ford gli chiede di rimanere alla segreteria di Stato durante la sua amministrazione.
Alla fine del 1975 Ford e Kissinger incontrano a Giacarta Suharto, presidente indonesiano: pare che in quell'occasione sia stata data l'approvazione all'invasione di Timor Est, triste e tragico evento che porterà al massacro di oltre 200.000 abitanti di quel territorio a maggioranza cattolica.
Dopo il termine del mandato di Ford, Kissinger non ricoprirà più alti incarichi di stato: partecipa comunque ad attività di gruppi politici e svolge attività di consulente e conferenziere oltre che scrittore.
Nel 2000 è stato eletto membro onorario del Comitato Olimpico Internazionale.
Nel 2002 il presidente George W. Bush lo nomina presidente della commissione incaricata di chiarire gli eventi dell'11 settembre 2001, fatto che suscita aspre critiche e polemiche, considerate le posizioni poco chiare di Kissinger nei confronti dei crimini di guerra di cui è accusato: Kissinger si dimette presto dalla commissione.
Nel 2006 Papa Benedetto XVI lo ha invitato a far parte del suo gruppo di consulenti di politica estera.
Il figlio David Kissinger è presidente del gruppo mediatico statunitense NBC.
Una curiosità: pare che Stanley Kubrick, per il suo celebre film "Il dottor Stranamore", abbia preso ispirazione dalla vita di Henry Kissinger (oltre che di altre persone dell'epoca come Edward Teller e Wernher von Braun).

domenica 15 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 ottobre.
Il 15 ottobre 1970 muore nel manicomio di Pozzuoli Leonarda Cianciulli, detta la saponificatrice di Correggio.
Ci sono storie, vicende umane, che sembrano in qualche modo segnate sin dalla nascita; storie che ineluttabilmente appaiono indirizzate verso finali già scritti, quasi che un’oscura nemesi abbia in qualche modo deciso percorsi di vita, azioni e conclusioni delle vite dei protagonisti. La storia di Leonarda Cianciulli è una di queste; una storia terribile, sia a livello personale sia per l’impatto che ebbe sulla vita di altre tre persone, ma non solo.
Una storia che inizia in un paesino dell’avellinese, Montella, verso il finire del 1800, precisamente il 14 novembre 1893 quando Leonarda viene alla luce. Sua madre non la vuole; la donna, Emilia Marano, ha subito uno stupro da Mariano Cianciulli; nel sud questo significa avere una colpa, aggravata se la vittima non accetta il matrimonio riparatore. Così Emilia e Mariano convolano a nozze, nozze non di certo felici, con quelle premesse.
Leonarda così cresce guardata con disprezzo dalla madre, tanto che, nel suo famoso memoriale "Le confessioni di un’anima amareggiata" scritto in carcere e che costituisce la parte più importante per comprenderne il carattere prima e la natura dei suoi gesti poi, racconta di come Emilia fosse rimasta indifferente ai suoi tentativi di suicidio, avvenuti quand’era poco più che una bambina. Tentativi originati da quel suo sentirsi odiata dalla propria madre, priva di punti di riferimento soprattutto dopo la morte del padre e le nuove nozze della madre. Se è vero che l’infanzia di Leonarda è triste, la bambina cresce e si trasforma in un’adolescente testarda, intelligente. Tanto da guadagnarsi se non l’affetto almeno il rispetto di coloro che la conoscono.
A 21 anni Leonarda si sposa; nel secolo scorso era un’età avanzata, particolarmente per la mentalità meridionale, e lo fa in aperto contrasto con la sua famiglia, soprattutto con sua madre che la voleva sposa ad un giovane che aveva scelto lei. I rapporti già difficili tra Leonarda e sua madre si interrompono bruscamente e fungeranno da ulteriore motivazione nelle successive gesta della Cianciulli. Per 15 anni la donna e suo marito vivono in un paese del confine lucano, Lauria, dove Leonarda sforna gravidanze una dietro l’altra. Ma quell’oscuro destino al quale accennavo all’inizio del racconto, sembra non debba darle pace. Nel corso del matrimonio saranno ben 17 le gravidanze iniziate da Leonarda, ma saranno solo 4 quelle portate a termine con la nascita di figli.
Una vicenda, quella dei figli, che avrà un’importanza capitale nell’economia della sua storia, con la donna che difenderà con le unghie l’unica cosa a cui tenne veramente nella vita. Nel 1930 il disastroso terremoto che sconvolse la Lucania costrinse la famiglia Pansardi (il cognome del marito) a trasferirsi in Emilia, alla ricerca di miglior sorte.
Leonarda si adatta immediatamente alla nuova vita, mentre suo marito si lascia andare, diventando un alcolizzato, e contribuendo ancor più al percorso di compimento dell’oscuro destino di Leonarda. Che è costretta a rimboccarsi le maniche per dar da mangiare ai suoi figli, che ama sopra ogni cosa. Si inventa commerciante d’abiti, si improvvisa combinatrice di matrimoni, fa la cartomante e la chiromante; così riesce in qualche modo a sopperire all’assenza del marito, che alla fine la donna caccia di casa e del quale non si saprà più nulla. La donna quindi porta avanti la sua famiglia, che ora è composta da Norma, l’unica femmina, da Bernardo e Biagio, che studiano, e dal più grande dei figli, Giuseppe, quello che ama di più. Lo scoppio della seconda guerra mondiale manda in tilt l’equilibrio tanto faticosamente raggiunto dalla donna; il figlio tanto amato, Giuseppe, è in età per essere chiamato al fronte, così Leonarda inizia uno strano percorso.
Come racconterà nelle sue memorie, inizia a interessarsi di stregoneria, spiritismo, magia nera, nel tentativo di salvare quel suo figlio che considera vitale per lei. Così matura in lei l’insana decisione di offrire altre vite umane in olocausto per salvare quella di suo figlio; ma è credibile questo percorso umano degno di una mente malata, folle? Il primo delitto è antecedente all’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania; probabilmente questa sua confessione, affidata al famoso memoriale, altro non è che cercare una giustificazione alle sue terribili gesta.
Ma riprendiamo il racconto. Leonarda è conosciuta, a Correggio; ha fatto molte amicizie e una di queste è la signora Faustina Setti, una signora anziana di oltre settant’anni, che le si è affezionata. Leonarda la individua come vittima, e la circuisce con la promessa di trovarle un marito; la donna ingenuamente cade nel trabocchetto, le affida i suoi beni. La attira in casa, la uccide e la fa a pezzi usando un’ascia; ma deve far scomparire il cadavere così decide di smembrarlo, mette le parti del corpo in un pentolone e vi aggiunge della soda caustica, mescola il tutto e ne ottiene una sostanza orribile, che la donna getta a secchi nel pozzo nero della casa. La cosa più orribile che compie però è raccogliere il sangue in un bacile, lo fa coagulare e alla fine, mescolandolo a farina e cioccolato ne ottiene dei dolci che servirà alle amiche che la andranno in seguito a trovare.
La sua descrizione degli avvenimenti è agghiacciante, perchè raccontata con dovizia di particolari. E’ attendibile? Difficile a dirsi. La donna potrebbe aver escogitato il trucco di rendere orribile il suo racconto per invocare l’infermità mentale. Chissà. La seconda vittima è Francesca Soavi, insegnante in un asilo, che Leonarda attira nella sua tela di ragno con la promessa di trovarle un lavoro meglio retribuito. Le raccomanda di non raccontare nulla a nessuno della cosa, la uccide e segue il percorso del primo delitto. Per sviare i parenti e i conoscenti della donna, invia cartoline ai famigliari della donna scritte antecedentemente alla morte e le fa imbucare dal figlio. Si impossessa dei pochi beni di Francesca e si prepara a colpire ancora.
La terza vittima è Virginia Cacioppo, soprano di discreta fama, che al momento della morte ha 60 anni; ripete il copione, attirando la donna con la promessa di un ingaggio per il suo lavoro, la spoglia dei suoi beni e la uccide. Questa volta con il corpo non fa dolci, ma saponette, allungate con eau de toilette per renderle profumate.
Ma Leonarda ha superato i limiti, ed è diventata imprudente; Virginia è una donna conosciuta, e non ha mantenuto la promessa di non rivelare nulla a nessuno. Ha scritto a sua cognata Albertina Fanti per raccontarle, eccitata, quella che crede una nuova avventura; quando Albertina non riceve più notizie da Virginia, si insospettisce e contatta le amiche delle altre due scomparse. Il commissario Serrao, di fronte alle denunce di sparizione delle tre donne inizia delle indagini; scopre così che Leonarda ha ricevuto somme di denaro proprio dalle tre scomparse, ricostruisce le vicende personali delle tre donne, indaga sulla Cianciulli, scoprendo che la stessa ha a suo carico denunce per truffa, che la stessa madre della donna ha elevato denuncia contro di lei. A questo punto il passo successivo è la perquisizione della casa di Leonarda; qui vengono ritrovati oggetti personali appartenuti alle tre donne. Le prove sono abbastanza per un’incriminazione per omicidio volontario; Leonarda viene arrestata, con suo figlio Giuseppe. La donna ammette le sue responsabilità, ma fa di tutto per scagionare suo figlio. Si batte come una belva, sopratutto al processo che inizia a Reggio Emilia nel 1946.
La corte nutre seri dubbi sulla versione della donna, perchè Leonarda non ha una corporatura tale da permetterle una gran forza, quella necessaria a trasportare giù in cantina le sue vittime. C’è anche il particolare dei corpi smembrati che sembra suggerire l’aiuto del figlio nella macabra operazione. La donna al processo dichiara: “ Sono venuta a pagare il mio debito; torturatemi, fucilatemi, sarebbe il più bel giorno della mia vita” La corte, pur dubitando sulla effettiva sequenza degli avvenimenti, così come descritti da Leonarda, accetta la tesi difensiva, così come giudica parzialmente inferma di mente la donna, che così viene condannata a 30 anni di carcere, oltre a tre anni di ricovero in un manicomio criminale.
La Cianciulli ha 53 anni, quando entra in carcere; salvo imprevisti, dovrebbe uscire quando avrà superato gli 80 anni. Anche suo figlio è stato condannato, ma la sua pena è leggera; 5 anni di carcere per aver spedito le lettere. Una pena esagerata, per una complicità minima nell’omicidio, che genera il sospetto che la corte abbia comunque ritenuto l’uomo come implicato in misura maggiore di quanto raccontato dalla madre. Per Leonarda si spalancano le porte del carcere, dove vivrà fino al giorno della morte. Scrive le sue memorie, Le confessioni di un’anima amareggiata, settecento pagine in cui ripercorre la propria vita, raccontando la sua infanzia difficile e il suo rapporto tempestoso con la madre, il suo matrimonio e l’amore per i figli, la decisione di affidare alle potenze delle tenebre la vita di suo figlio fino alla descrizione particolareggiata dei tre omicidi.
In una parte del memoriale racconta:
“La notte, quando tutti dormivano, io chiamavo la morte. La chiamavo per 8, 10 volte; le dicevo che era bella, che volevo venisse a prendermi. Le parlavo da buone amiche,la imploravo, le promettevo che quando ero lassù, la aiutavo in tutto, le facevo da schiava. La dinoccolata, la scheletrita,la ladra, la spolpata consunta dai bachi: non venne, non volle venire. E’ la morte che ha paura di me: non mi vuole.”
Un memoriale drammatico, nel quale appare chiaro il tentativo della donna di tener fuori dalla sua orribile storia il figlio maggiore. Rinchiusa nel manicomio di Aversa, Leonarda si comporta da detenuta modello; sarà la sua condotta futura, quasi volesse espiare, anche con il comportamento, le sue colpe. Non uscirà più dal carcere; il 15 ottobre del 1970, all’età di 77 anni Leonarda Cianciulli, colpita da una devastante emorragia cerebrale si spegne. Una donna, come detto all’inizio, con un destino segnato; non bella, molto gracile di costituzione, che riuscirà a rivalersi sulla vita solo con le sue gesta criminali.
Una donna intelligente, anche, dai modi gentili, che riuscì in qualche modo a sconfiggere la miseria, allevando i suoi figli e facendoli studiare, la piccola dalle suore, i due maschi più giovani al liceo classico, il più grande all’università.
Ma anche una donna dalla personalità contorta, con problemi evidenti, manifestati dalla freddezza con cui soppresse le sue tre amiche, distruggendone i corpi e sopratutto usando i loro poveri resti per creare dolci e saponi che utilizzò sia personalmente, come da lei raccontato nel memoriale, sia servendoli alle sue compagne e amiche. Leonarda Cianciulli spesso figura tra i serial killer.
Probabilmente la sua carriera in questo triste “ mestiere” sarebbe continuata non fosse stato per Albertina Fanti, che al processo testimoniò contro di lei. Una donna anche furba, che riuscì ad evitare l’ergastolo grazie al quel suo crudo memoriale, all’aver raccontato i suoi dialoghi con la morte, grazie a quei dettagli macabri dei pasticcini mangiati da lei e dalle sue amiche. Una storia terribile, la sua. Storie di un’Italia di provincia che nasconde belve travestite da esseri umani.

sabato 14 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 ottobre.
Il 14 ottobre 1944 Erwin Rommel, accusato di alto tradimento, si suicida.
Erwin Johannes Eugen Rommel, appartenente ad una borghese famiglia sveva, nasce il 15 novembre 1891 ad Heidenheim, presso Ulm, sul Danubio, nel Wurttenberg. Il padre, che portava lo stesso nome del figlio, era un maestro, figlio a sua volta di un maestro. Erwin cresce dunque in una famiglia dove indubbiamente si amano i bambini, anche considerando i quattro fratelli che i genitori metteranno poi al mondo.
La sua infanzia la trascorre fra la casa e lo studio, affrontato per la verità con scarso impegno.
Divenuto adolescente, si manifesta in lui la passione per le armi e frequenta la scuola militare di Danzica. Nel 1910, a diciannove anni, è arruolato nel 124° Reggimento di fanteria a Wiengarten col grado di aspirante colonnello; l'anno dopo conoscerà la ragazza che diventerà sua moglie: è Lucie Maria Mollin, figlia di un proprietario terriero della Prussia Occidentale.
La Grande Guerra, porta Rommel sul fronte francese ed a Varennes, col battesimo del fuoco riceve la sua prima ferita, ora non è più lo studente svogliato, il ragazzo timido: la guerra lo rivela quello che il suo biografo, Desmond Young, definirà "un perfetto animale da combattimento, freddo, instancabile, inflessibile, rapido nelle decisioni, incredibilmente valoroso". Nel 1915 ha la Croce di Ferro di prima classe, diventa tenente, viene poi trasferito sul fronte rumeno.
Durante una licenza, il 27 Novembre 1916 a Danzica sposa Lucie, mentre l'anno dopo è sul fronte italiano per un'importante azione. Viene promosso capitano e riceve la medaglia pour le Mérite.
Nel 1918, finita la guerra, Rommel è senza professione e senza soldi. Convinto che ormai non vi sia più posto per lui nell'esercito è ormai rassegnato all'abbandono della carriera militare ma, per una serie di fortunate coincidenze, viene notato dal Generale Von Epp, che lo inserisce nei 4.000 ufficiali atti a costituire il nuovo esercito tedesco. Sono anni tranquilli, pur con una Germania in difficoltà e stremata economicamente dalle devastazioni della Prima Guerra Mondiale. Nel 1928, dopo undici anni di matrimonio, nasce il suo unico figlio, Manfred.
In seguito, divenuto colonnello nel 1937, è al comando del battaglione addetto alla incolumità del Fuhrer Adolf Hitler. Viene poi promosso Generale e, allo scoppio nel 1939 della Seconda guerra mondiale, presta servizio, durante la campagna polacca, al quartier generale del Führer. Successivamente gli viene affidato il comando della settima divisione corazzata del XV corpo, che costituisce la colonna di punta dell'esercito tedesco nelle operazioni sul fronte occidentale.
La settima divisione combatte sulla Mosa, ad Arras, a Lilla, sulla Somme, ed è la prima a raggiungere la Manica. Il 6 febbraio 1941 Rommel è a casa in licenza da due giorni, quando un aiutante del quartier generale del Führer bussa alla porta e gli consegna un messaggio urgente: Hitler vuole vederlo subito. Ha deciso di mandare in soccorso di Graziani due divisioni della Wehrmacht. Rommel dovrà assumere il comando generale di questo corpo africano e recarsi immediatamente in Libia.
Sul finire del 1940 Hitler affida dunque a Rommel il comando dell' Afrikakorps, la nuova armata costituita per contrastare in Africa Settentrionale lo strapotere britannico ed aiutare appunto gli alleati italiani, allora in gravi difficoltà. L'Afrikakorps, sbarca in Libia nei primi mesi del 1941, il 1° Aprile, Rommel dà il via al primo attacco contro gli inglesi.
In breve, Rommel grazie a nuove strategie rivoluzionarie ed ai suoi ingegnosi piani, riesce a raccogliere numerose vittorie ed a ribaltare la situazione sul fronte africano a favore dell'Asse (per questo si meritò il soprannome di "volpe del deserto"). Il 28 Giugno 1942, dopo aver espugnato il campo trincerato di Marsa Matruh, viene nominato da Hitler Feldmaresciallo. Grande stratega, infligge agli inglesi gravi perdite. Di lui Churchill dice davanti alla Camera dei Comuni: «Abbiamo di fronte a noi un avversario molto audace e abile e, se posso dirlo al disopra delle stragi di guerra, un grande generale». A fronteggiarlo si succedono i migliori generali britannici: Wavell, Auchinleck, Cunningham, Ritchie e infine Montgomery, colui che riuscirà a piegarlo.
Anche il suo genio tattico, infatti, è alla fine sconfitto dalla superiorità di uomini e mezzi del generale Montgomery nella lunga e terribile battaglia di El Alamein (ottobre 1942), che sancì la definitiva perdita dell'Africa del Nord per le forze dell'Asse Roma-Berlino.
Hitler, benevolmente, non lo ritiene responsabile di queste sconfitte ma anzi gli offre altri incarichi. Viene così richiamato in Patria, dove gli viene affidato il comando delle Armate B in Normandia.
Agli inizi del 1944, però, resosi conto che la guerra era ormai perduta, Rommel inizia a porsi delle domande sul come evitare al suo paese ulteriori, inutili perdite, ma, fedele al Reich e al suo Fuhrer, continua a combattere fino a che non viene gravemente ferito in Francia nel luglio 1944, proprio pochi giorni prima dell'attentato a Hitler compiuto dal conte Claus von Stauffenberg. Terminato in un bagno di sangue il complotto contro Hitler (persero la vita sia il conte che i suoi complici), anche Rommel fu indagato dalla Gestapo e, ritenuto ingiustamente colpevole di avervi partecipato, venne indotto al suicidio.
La sua morte fu ufficialmente attribuita a cause naturali (data la grande popolarità di cui godeva nel paese) e gli furono tributati solenni funerali di stato a Ulma. Nemmeno un anno dopo, la guerra finisce con la dissoluzione del Reich e la vittoria degli Alleati, fermando così il progetto di Hitler di erigere un ipocrita monumento al "grande condottiero caduto in disgrazia".
Rommel è attualmente tumulato nel cimitero di Herrlingen.

venerdì 13 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 ottobre.
Il 13 ottobre 1307 il re di Francia Filippo il Bello,  con una concertata e scrupolosa azione di polizia,  fa arrestare su tutto il territorio francese i Templari  disponendo altresì il sequestro di tutti i beni dell’ordine.
Per anni seguiranno processi,  torture ed uccisioni;  tutto culminerà con l’arresto  e la morte sul rogo.
Si chiuse così una parentesi storica durata quasi due secoli, dal 1119 al 1307, durante la quale i Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone, passando da Hugh de Payns a De Molay, erano stati fra gli  attori principali della vita militare, politica ed economica del mondo cattolico.
Già la loro nascita era stata salutata con fervore ed enfasi da San Bernardo di Chiaravalle che rivolse il seguente passo ai cavalieri laici per spingerli ad abbracciare il nuovo modus vivendi di una nuova milizia, appunto quella templare  “ Voi appesantite i vostri cavalli con tessuti di seta, coprite le vostre cotte di maglia con chissà quali stoffe, dipingete le vostre lance, i vostri scudi e le vostre selle, tempestate d’oro, d’argento e di pietre preziose i finimenti dei vostri cavalli. Vi adornate sontuosamente per la morte e correte alla vostra perdizione con una furia senza vergogna e una insolenza sfrontata. Gli orpelli sono degni dell’abito di un cavaliere oppure della vanità di una donna? Credete che le armi dei nemici temano l’oro, risparmino le gemme, non trapassino la seta? D’altronde, ci è stato spesso dimostrato che tre cose principali sono necessarie in battaglia: che il cavaliere sia pronto a difendersi, rapido in sella, sollecito nell’attacco. Ma voi, invece, vi acconciate come delle femmine, avvolgete i piedi in tuniche lunghe e larghe, nascondete le mani delicate e tenere in maniche ampie e svasate. E così infagottati vi battete per le cose più vane, come un corruccio ingiustificato, la brama di gloria o la cupidigia di beni temporali.”
La ragione della fine dell’ordine templare va attribuita a più di una causa; la storiografia moderna cita quattro fattori fondamentali che avrebbero portato alla distruzione del tempio:
1) sussisteva da parte della corona di Francia un fortissimo interesse a sbarazzarsi del potere dei Templari ;
2) la debolezza mostrata durante la cattività avignonese dai papi residenti in Francia fu un fenomeno eclatante;
3) l’opinione pubblica era molto avversa ai Templari e in questo suo giudizio il popolo fu confermato e manipolato dalla propaganda di Filippo di Nogaret (inquisitore al servizio di Filippo il Bello);
4) l’ordine, dopo il ritiro dalla Terra Santa, aveva perduto la sua energia interiore.
Gli studi compiuti da Marie Bulst-Thiele nel 1974 richiamano l’attenzione sul fatto che i Templari, nel 1291, con la caduta di Acri, persero la loro posizione in Terra Santa e restarono privi di ulteriori prospettive essendo l’ordine monastico cui appartenevano soprattutto un ordine militare, senza compiti “caritativi” come ad esempio gli Ospitalieri che sussistono ancora oggi.
Gli Ospitalieri sopravvissero anche perché attuarono una politica diversa con la conquista di Rodi e con la scelta di fare dell’ordine una grande potenza navale nel Mediterraneo ( Folco di Villaret eletto Gran Maestro nel 1305).
E’ incontestabile il fatto che gli ordini monastico-militari che avevano una dimensione internazionale costituissero un ostacolo allo sviluppo delle monarchie centralizzate (Demurger, 1985) e che tali ordini non avrebbero avuto un ruolo in uno stato moderno; l’alternativa era o sottomettersi o sparire.
Il Tempio ne è stato il capro espiatorio; Filippo il Bello perseguì con volontà ferrea e determinata la distruzione dell’ordine templare: i Templari furono infatti condannati e perseguiti in Francia e nello Stato della Chiesa.
 Fra gli storici è opinione diffusa che solo delle circostanze occasionali abbiano impedito a Filippo il Bello di continuare la sua politica di distruzione degli ordini militari; nei suoi progetti c’era sicuramente anche la distruzione dell’ordine degli Ospitalieri. Non possiamo dimenticare che le preferenze del re di Francia andavano alla creazione di un ordine nuovo del quale vagheggiava di essere a capo e che avrebbe potuto controllare.
Il motivo principale che viene riconosciuto come primo motore della vicenda era per Filippo quello economico: impadronirsi delle ricchezze del Tempio, ma non solo; egli era un convinto uomo di fede, nipote di quel Luigi IX il santo morto durante la settima crociata (1248-1254) ed è presumibile che egli credesse davvero insieme ai suoi inquisitori di essere un “campione di Cristo” in lotta contro il demonio. Si identificava infatti nella figura di un “re cristianissimo”.
Di poco precedente allo sterminio dei Templari vi fu in Francia un altro sterminio che fece epoca: la crociata contro gli Albigesi (Catari) promulgata da papa Innocenzo III nel 1208. Di fatto servì all’unificazione della Francia mediante l’annessione delle regioni del sud sotto il dominio della Francia del nord.
I capi di accusa contro i Templari possono essere raggruppati in sette categorie:
1) i Templari rinnegano Cristo che definiscono falso profeta (sputano sulla croce, la calpestano);
2) adorano gli idoli: gatti e teste a tre facce che sostituiscono al Salvatore;
3) non credono ai sacramenti ed i sacerdoti dell’ordine “dimenticano” le formule di consacrazione durante la messa;
4) i maestri dignitari dell’ordine, anche se laici, assolvono i peccati dei confratelli;
5) esercitano pratiche oscene e praticano la sodomia;
6) hanno il dovere di contribuire con qualsiasi mezzo all’arricchimento dell’ordine;
7) si riuniscono segretamente la notte e ogni rivelazione fatta all’esterno sui capitolo tenuti è severamente punita.
I Cavalieri templari in seguito alla loro scomparsa cessarono ben presto di fare notizia: già alla fine del XIV secolo ci si era dimenticati di loro e della loro triste fine. Solo molti secoli dopo, durante l'Illuminismo, il tema dei templari tornò in auge e la fama degli antichi cavalieri fu sommersa da leggende riguardanti segreti e misteri che si vogliono tramandati da prescelti fin dai tempi antichi. Forse i più noti sono quelli riguardanti il Santo Graal, l'Arca dell'Alleanza e i segreti delle costruzioni. Alcune fonti dicono che il Santo Graal sarebbe stato ritrovato dall'ordine e portato in Scozia nel corso della caduta dell'ordine nel 1307, e che ciò che ne rimane sarebbe sepolto sotto la Cappella di Rosslyn. Altre voci sostengono che l'ordine avrebbe ritrovato anche l'Arca dell'Alleanza, lo scrigno che conteneva gli oggetti sacri dell'antico Israele, compresa l'"asta di Aronne" e le tavole di pietra scolpite da Dio con i Dieci comandamenti.
Questi miti sono connessi con la lunga occupazione, da parte dell'ordine, del Monte del Tempio a Gerusalemme come loro quartier generale. Alcune fonti sostengono che avrebbero scoperto i segreti dei maestri costruttori che avevano costruito il tempio originale e il secondo tempio, nascosti lì assieme alla conoscenza che l'Arca sarebbe stata spostata in Etiopia prima della distruzione del primo tempio. Viene fatta allusione a questo in rappresentazioni nella Cattedrale di Chartres (considerata con le cattedrali di Amiens e di Reims come uno degli esempi migliori di gotico), sulla cui costruzione ha avuto grande influenza Bernardo di Chiaravalle, che fu egualmente influente nella formazione dell'ordine. Ulteriori collegamenti sia sulla ricerca da parte dell'ordine dell'Arca che della relativa scoperta degli antichi segreti del costruire sono suggeriti dall'esistenza della chiesa monolitica di San Giorgio (Bet Giorgis) a Lalibela in Etiopia, tuttora esistente, la cui costruzione è erroneamente attribuita ai templari. Vi è allo stesso modo una chiesa sotterranea che risale allo stesso periodo ad Aubeterre in Francia. Si stanno poi sviluppando speculazioni sulla possibilità che i Cavalieri templari avessero intrapreso viaggi in America prima di Colombo.
Alcuni ricercatori e appassionati di esoterismo ed ermetismo hanno sostenuto che l'ordine sarebbe stato depositario di "conoscenze segrete". Secondo costoro, nei 200 anni della loro storia i monaci-militari si sarebbero rivelati anche un'organizzazione sapienziale esoterica e occultistica, custode di conoscenze iniziatiche. Inoltre, in quest'ottica, i templari sono stati collegati ad altri argomenti leggendari o fortemente controversi come Rosacroce, Priorato di Sion, Rex Deus, Catari, Ermetismo, Gnosi, Esseni e, infine, a reliquie o supposti insegnamenti perduti di Gesù tra cui la Sacra Sindone o il "testamento di Giuda". Alcuni ipotizzano che i Cavalieri del Tempio avrebbero avuto legami, oltre che con la tradizione esoterica di ispirazione cristiana ed ebraica, anche con organizzazioni mistico-esoteriche ispirate all'Islamismo.
La grande quantità di testi non rigorosi su questo tipo di teorie ha portato Umberto Eco ad affermare che "l'unico modo per riconoscere se un libro sui Templari è serio è controllare se finisce col 1314, data in cui il loro Gran Maestro viene bruciato sul rogo."
Forse l'unico mistero di cui si debba fare approfondimento è come un ordine di guerrieri esperti con un esercito senza precedenti si sia lasciato distruggere senza abbozzare la più timida reazione, benché le avvisaglie di cospirazioni nei loro confronti da parte di Filippo il Bello ci fossero e fossero note. Con ogni probabilità, non si ribellarono perché il papa aveva tolto loro il suo appoggio ed essi, essendo un ordine cristiano e il simbolo della lotta per la fede, non vollero opporsi alla decisione di Clemente V, di cui rispettavano e riconoscevano l'autorità papale.

giovedì 12 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 ottobre.
Il 12 ottobre 1946 l'Italia adotta l'Inno di Mameli come inno nazionale provvisorio.
Nell’autunno del 1847, Goffredo Mameli (morto a 22 anni nel 1849), forse a seguito di espressa richiesta di Giuseppe Mazzini, scrisse il testo de “Il Canto degli Italiani” (titolo originale di Fratelli d’Italia).
La richiesta rivolta a Mameli fu, probabilmente, quella di creare un Inno con la forza popolare della Marsigliese, ma con chiari richiami alla Massoneria e all’idea repubblicana, oltre che all’Italia unita. Da qui, il “figli della patria” francesi diventano i “fratelli d’Italia”.
Dopo aver scartato l’idea di adattarlo a musiche già esistenti, il 10 novembre lo inviò al maestro Michele Novaro, che scrisse di getto la musica, cosicché l’inno poté debuttare il 10 dicembre, quando sul piazzale del Santuario della Nostra Signora di Loreto a Oregina fu presentato, ai cittadini genovesi e a vari patrioti italiani, in occasione del centenario della cacciata degli austriaci suonato dalla Filarmonica Sestrese C. Corradi G. Secondo, allora banda municipale di Sestri Ponente “Casimiro Corradi”.
Era un momento di grande eccitazione: mancavano pochi mesi al celebre 1848, che era già nell’aria. Era stata abolita una legge che vietava assembramenti di più di dieci persone, così ben in 30.000 ascoltarono l’Inno e l’impararono.
Nel frattempo, Nino Bixio, sulle montagne, organizzava i falò della notte dell’Appennino.
Dopo pochi giorni, tutti conoscevano l’Inno, che veniva cantato senza sosta in ogni manifestazione (più o meno pacifica).
Durante le Cinque giornate di Milano, gli insorti lo intonavano a squarciagola: Il canto degli italiani era già diventato un simbolo del Risorgimento.
Gli inni patriottici come l’Inno di Mameli (sicuramente, fra tutti, il più importante) furono un grandioso strumento di propaganda degli ideali del Risorgimento e di incitamento all’insurrezione, che contribuì significativamente alla svolta storica che portò all’emanazione dello Statuto Albertino ed all’impegno del Re nel rischioso progetto di riunificazione nazionale.
Proprio perché il loro principale scopo era questo, in questi inni assumevano un’importanza prevalente i testi rispetto alla musica, che fondamentalmente doveva solo essere orecchiabile per favorirne la memorizzazione e, quindi, la diffusione delle parole. Per tali ragioni molti di questi inni sono solo delle semplici “marcette” (come “Fratelli d’Italia”), per cui il valore artistico e la qualità musicale diventano elementi secondari.
Quando l’Inno si diffuse, le autorità cercarono di vietarlo, considerandolo eversivo per via dell’ispirazione repubblicana e anti-monarchica del suo autore.
Visto il totale fallimento, tentarono di censurare almeno l’ultima parte, estremamente dura con gli Austriaci, al tempo ancora formalmente alleati: ma neppure in questo si ebbe successo.
Dopo la dichiarazione di guerra all’Austria, persino le bande militari lo suonarono senza posa, tanto che il Re fu costretto a ritirare ogni censura del testo, così come abrogò l’articolo dello Statuto Albertino secondo cui l’unica bandiera del regno doveva essere la coccarda azzurra, rinunciando agli inutili tentativi di reprimere l’uso del tricolore verde, bianco e rosso (sino ad allora, bandiera della Cispadania), anch’esso impostosi come simbolo patriottico dopo essere stato adottato clandestinamente, nel 1831, come simbolo della Giovine Italia di Mazzini.
In seguito, fu proprio intonando l’Inno di Mameli che Garibaldi, con i “Mille”, intraprese la conquista dell’Italia meridionale e la riunificazione nazionale.
Mameli era già morto da parecchio tempo, ma le parole del suo Inno, che invocava un’Italia unita, erano più vive che mai.
Anche l’ultima tappa di questo processo, la presa di Roma del 1870, fu accompagnata da cori che lo cantavano accompagnati dagli ottoni dei bersaglieri.
Anche più tardi, per tutta la fine dell’Ottocento e oltre, Fratelli d’Italia rimase molto popolare come in occasione della guerra libica del 1911/1912, che lo vide ancora una volta il più importante rappresentante di una nutrita serie di canti patriottici vecchi e nuovi.
Lo stesso accadde durante la prima guerra mondiale: l’irredentismo che la caratterizzava, l’obiettivo di completare la riunificazione, trovò facilmente ancora una volta un simbolo nel Canto degli italiani.
Una delle prime registrazioni del Canto degli italiani fu quella che fece, il 9 giugno 1915, il cantante lirico e di musica napoletana Giuseppe Godono.
L’etichetta per cui il brano venne inciso fu la Phonotype di Napoli.
Una seconda antica incisione, pervenuta ad oggi, è quella della Banda del Grammofono, registrata a Londra per la casa discografica His Master’s Voice (La Voce del Padrone), il 23 gennaio 1918.
Dopo la Marcia su Roma, assunsero grande importanza, oltre all’inno ufficiale del regno, che era sempre la Marcia Reale, i canti più prettamente fascisti, che, pur non essendo degli inni ufficiali, erano diffusi e pubblicizzati molto capillarmente.
I canti risorgimentali furono comunque incoraggiati, tranne quelli “sovversivi” di stampo anarchico o socialista, come l’Inno dei lavoratori o l’Internazionale, oltre a quelli di popoli stranieri non simpatizzanti col fascismo, come La Marsigliese.
Anche gli altri canti furono rinvigoriti, e a esempio La canzone del Piave veniva cantato nell’anniversario della vittoria, il 4 novembre.
Fu istituito il Sindacato Nazionale Fascista dei Musicisti, con ampie competenze a livello nazionale, da cui dipendeva il Fondo Nazionale di Assistenza, ed infine nacque la Corporazione dello Spettacolo, posta sotto la giurisdizione del Ministro delle Corporazioni.
Queste erano le principali strutture che governavano la vita musicale italiana. Il fascismo giunse a governare le attività di tutte le istituzioni musicali, dalle scuole ai conservatori, ai teatri, ai festival ed ai concorsi.
La politica fascista non modificò i programmi di istruzione scolastica e professionale dei musicisti. Spesso l’Inno di Mameli viene erroneamente indicato come l’Inno nazionale della Repubblica Sociale Italiana: invece, è documentata la mancanza di un inno nazionale ufficiale. Nelle cerimonie veniva cantato l’Inno di Mameli oppure Giovinezza.
Nella seconda guerra mondiale, indicibilmente più dura della prima, non ci fu lo spazio nemmeno per i canti che avevano invece caratterizzato la Grande Guerra, nascendo molto spesso dal basso.
Solo dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Inno di Mameli e molti altri vecchi canti, assieme a quelli nuovi dei partigiani, risuonarono per tutta Italia (anche al Nord, dove erano trasmessi dalla radio), dando coraggio agli italiani.
In questo periodo di transizione, sapendo che la monarchia sarebbe stata messa in discussione e che la Marcia Reale sarebbe stata perciò provocatoria, il Governo adottò provvisoriamente come inno nazionale La canzone del Piave.
Nel 1945, dopo la fine della guerra, a Londra, Arturo Toscanini diresse l’esecuzione dell’Inno delle Nazioni, composto da Verdi e comprendente anche l’Inno di Mameli, che vide così riconosciuta l’importanza che gli spettava.
Il Consiglio dei Ministri, il 12 ottobre 1946, acconsentì all’uso provvisorio dell’Inno di Mameli come Inno nazionale, limitandosi così a non opporsi a quanto decretato dal popolo, anche se alcuni volevano confermare La canzone del Piave e altri avrebbero preferito il Va’ pensiero (celebre aria dall’opera lirica Nabucco) di Giuseppe Verdi.
Altri ancora avrebbero voluto bandire un concorso per trovare un nuovo inno che sottolineasse la natura repubblicana della nuova Italia: ciò forse non era necessario, perché Mameli e il suo Inno erano già accoratamente repubblicani (proprio per questo, come si è precedentemente detto, all’inizio erano stati banditi dal Regno sabaudo).
La Costituzione Italiana sancì l’uso del tricolore come bandiera nazionale, ma non stabilì quale sarebbe stato l’Inno e nemmeno il simbolo della Repubblica, che, essendo fallito il primo concorso dell’ottobre 1946, fu scelto solo con il decreto legislativo del 5 maggio 1948, in seguito a un secondo concorso cui parteciparono 197 loghi di 96 artisti e specialisti, dei quali risultò vincitore Paolo Paschetto, col suo noto emblema attualmente in uso.
Per molti decenni si è dibattuto a livello politico e parlamentare circa la necessità di rendere Fratelli d’Italia l’inno ufficiale della Repubblica Italiana, ma senza che si arrivasse mai all’approvazione di una legge o di una modifica costituzionale che sancisse lo stato di fatto, riconosciuto peraltro anche in tutte le sedi istituzionali.
Nel 2006 è stato discusso, nella Commissione Affari Costituzionali del Senato, un disegno di legge che prevede l’adozione di un disciplinare circa il testo, la musica e le modalità di esecuzione dell’inno Fratelli d’Italia.
Lo stesso anno, con la nuova legislatura, è stato presentato al Senato un disegno di legge costituzionale che prevede la modifica dell’art.12 della Costituzione Italiana con l’aggiunta del comma “L’inno della Repubblica è Fratelli d’Italia”.
Nel 2008, altre iniziative analoghe sono state adottate in sede parlamentare.
Fratelli d’Italia è stato spesso criticato, e spesso alcuni ne hanno ventilato la sostituzione, specie all’inizio degli anni novanta.
Le critiche si appuntano, in genere, sulla bassa qualità musicale dell’Inno, rilevandone un carattere di “marcetta” o “canzone da cortile” di poche pretese. Si obietta, tuttavia, che la funzione e gli scopi degli inni patriottici, popolari e di lotta, mal si conciliano, in genere, con un’elevata qualità artistica della melodia.
Molti concordano col dire che è vero che la melodia non è sublime e sicuramente è inferiore a quella dell’inno tedesco di Haydn e al Va’ pensiero, il candidato più frequente alla sostituzione, e che però ciò non basta a fare di quest’ultimo un’alternativa valida.
È vero che ai tempi di Verdi il dramma degli ebrei esiliati fu interpretato come una chiara allusione alla condizione di Milano, in mano degli Austriaci, ma ciò non toglie che non contiene nessun riferimento specifico all’Italia o alla sua storia, – è il canto di un popolo diverso, – perciò ci si chiede quanto possa essere plausibile l’idea di farne l’Inno nazionale.
I riferimenti storici e patriottici dell’inno di Mameli a taluni paiono addirittura eccessivi e il testo, in generale, eccessivamente retorico e patriottardo, ma d’altronde è normale per un inno nazionale, anzi quelli degli altri Paesi sono spesso suscettibili di interpretazioni ben più nazionalistiche: ad esempio, il predetto inno tedesco affermava (nella prima strofa, non più cantata da dopo la seconda guerra mondiale) “Germania, Germania, al di sopra di tutto / al di sopra di tutto nel mondo”, benché questa traduzione possa risultare fuorviante, in quanto l’über alles incriminato si riferisce, nelle intenzioni dell’autore, all’importanza primaria dell’obiettivo di una Germania libera e unificata piuttosto che a una supposta superiorità della nazione tedesca sulle altre.
Altri invece leggono i riferimenti a Roma come un’esaltazione e un’invocazione dell’Impero, quasi un fascismo ante litteram: interpretazione capziosa, perché, come abbiamo detto, il significato è diverso e, del resto, non si vede come si possa pensare altrimenti data la storia dell’autore, che era seguace di Mazzini e Garibaldi e si ispirò alla Marsigliese.
Una critica meno comune, ma molto sottile, mossa da Antonio Spinosa, è che Fratelli d’Italia sarebbe maschilista, poiché non accenna minimamente a imprese compiute da donne come Rosa Donato, Giuseppina Lazzaroni e Teresa Scardi, imprese però che, almeno in parte, sono successive alla morte dell’autore.

mercoledì 11 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 ottobre.
L'11 ottobre 1963 muore a Grasse (FR) Edith Piaf.
Edith Piaf è stata la maggiore "chanteuse realiste" francese tra gli anni '30 e '60. Il suo vero nome era Edith Gassion e nacque il 19 dicembre 1915. Edith Gassion, si scelse il nome d'arte di Edith "Piaf" (che in argot parigino vuol dire "passerotto") in occasione del suo debutto, nel 1935.
Di origini sfortunate, la cantante visse la propria infanzia nella miseria dei quartieri Parigini di Belleville. Sua madre era una livornese, Line Marsa, una cantante sposata al saltimbanco Louis Gassion. La leggenda vuole che sua madre l'avesse partorita per strada, aiutata da un flic, ossia un poliziotto francese. Trascorse parte dell'infanzia nel bordello di Nonna Marie in Normandia. Poi ebbe un'audizione al "Gerny", locale con cabaret e soprattutto la protezione di Louis Leplé e, il suo primo impresario morto misteriosamente qualche anno dopo.
Il suo debutto avvenne nel 1935: con un abito nero fatto a maglia, di cui non riuscì a terminare le maniche, e coperta alle spalle con una stola per non emulare la grande Maryse Damia, incontrastata regina della canzone francese di allora. La sua scalata al successo ebbe comunque inizio a partire dal 1937, quando ottenne un contratto con il Teatro dell'ABC.
Con la sua voce variegata e caleidoscopica, capace di mille sfumature, la Piaf anticipò di oltre un decennio quel senso di ribellione e di inquietudine che incarneranno poi gli artisti intellettuali della "rive gauche" di cui faranno parte Juliette Greco, Camus, Queneau, Boris Vian, Vadim. Quello che colpiva chi la sentiva cantare è che nelle sue interpretazioni sapesse usare di volta in volta toni aggressivi e acidi, sapendo magari passare subitaneamente a inflessioni dolci e venate di tenerezza, senza dimenticare certo spirito gioioso che solo lei era in grado di evocare.
Ormai lanciata nell'empireo delle grandi a cui si deve particolare attenzione, attraverso il suo secondo impresario, il temibile Raymond Asso, conobbe il poledrico genio di Cocteau che a lei si ispirò per la pièce teatrale "La bella indifferente".
Militante durante la guerra contro la Gestapo, conquistò la Francia nel dopoguerra con "Le vagabond", "Le chasseur de l'Hô tel", "Les Historie du coeur", realizzando anche una tourneé negli Stati Uniti, paese che in verità l'accolse freddamente, forse spiazzato dalla raffinatezza dell'artista, che usciva dai canoni consolidati della "belle chantause" impregnata di esotismo. Ma Edith Piaf era quanto di più lontano ci si potesse immaginare da quel modo di porsi e per avvicinarsi a lei e capire al sua arte era necessaria una certa attenzione, uno sforzo che permettesse di andare al di là di dati superficiali.
Inoltre, l'universo cantato nei suoi testi era spesso quello degli umili, di storie meste e sconsolate tese ad infrangere tropo facili sogni, cantate con una voce che trasmetteva il mondo dell'umanità quotidiana con il suo sconfinato straziante dolore. Collaboratori importanti che realizzarono questa affascinante miscela, nomi che in definitiva contribuì lei stessa a lanciare nel mondo dello spettacolo, furono personaggi in seguito celeberrimi e irripetibili, come Yves Montand, Charles Aznavour, Eddie Costantine, George Moustaki, Jacques Pills e tanti altri.
Attrice in una decina di films, dopo altri successi tra cui "Milord", l'intensa "Les amantes d'un jour" e "La vie en rose". Dopo un periodo di sconforto per la morte in un incidente del terzo marito, il pugile Marcel Cerdan, raggiunse la celebrità mondiale con "Nom, je ne regrette rien".
Dopo una broncopolmonite, la Piaf andò nel sud della Francia a Grasse per passarvi la convalescenza, ma una ricaduta le fu fatale. Si spense a Grasse, e fu trasportata verso Parigi, città nella quale voleva morire, segretamente a bordo di un'autoambulanza. Le cause del decesso furono attribuite a una cirrosi epatica, sviluppatasi a causa del massiccio uso di medicine fatto da Édith; i medici più volte l'avevano avvertita ma lei non dava loro ascolto.
Al suo funerale presero parte migliaia di persone. Il suo corpo riposa nel cimitero parigino delle celebrità Père Lachaise: l'elogio funebre venne scritto da Jean Cocteau che però morì d'infarto poche ore dopo aver appreso la notizia della morte della cantante. Nella tomba della "Famille GASSION-PIAF" riposano con lei anche il padre Louis Alphonse Gassion, la figlia Marcelle ed il marito Théophanis Lamboukas. Sulla tomba c'è scritto: "Madame LAMBOUKAS dite EDITH PIAF 1915 - 1963".
La città di Parigi le ha dedicato una piazza e recentemente anche una statua, nel 20.mo arrondissement. Nel 1982 l'astronoma sovietica Ljudmila Georgjevna Karachina ha scoperto un asteroide classificandolo col numero 3772 e denominandolo Edith Piaf.

martedì 10 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 ottobre.
Il 10 ottobre 2004 muore a New York Christopher Reeve.
È entrato nell’immaginario collettivo con la sua tuta di Superman e lo è stato in qualche modo fino alla fine. Christopher Reeve nasce a New York il 25 settembre del 1952 e si diploma alla Cornell University.
Il debutto è a Broadway nel 1976 al fianco di Katherine Hepburn nella piece “A Matter of Gravity”.
Successivamente sostiene il provino per il supereroe volante e lo vince grazie alla sua prestanza fisica.
Nel 1978 inizia la saga di Superman prodotta dalla Warner Bros. Il primo film è diretto da Richard Donner. Nel cast fa un cameo peraltro molto ben retribuito il grande Marlon Brando nei panni del padre dell’eroe, lo scienziato Jor-El proveniente dal pianeta Krypton. È un successo planetario e neanche terminate le riprese di questo blockbuster, viene girato “Superman II”, senza Marlon Brando e con la regia dell’inglese Richard Lester in uscita nel 1980. Donner era stato esautorato senza alcun preavviso dai fratelli Solkind detentori dei diritti cinematografici del personaggio.
Nonostante il gran successo in calzamaglia, Reeve cerca di non rimanere intrappolato nel personaggio. Infatti, in “Monsignore” di Frank Perry del 1982 è il corrotto ed ambizioso Padre Flaherty e lo stesso anno si fa dirigere da Sidney Lumet in “Trappola mortale”, thriller ad alta tensione con Michael Caine
Nel 1983 Christopher ritorna a volare sui grattacieli di Metropolis nel terzo capitolo della saga diretto ancora una volta da Lester. Il taglio del film è molto più ironico dei precedenti e il risultato non è molto riuscito, troppo giocato su gag comiche e tono da parodia. Ottiene scarso successo di critica e pubblico.
Insoddisfatto del risultato, Reeve si cimenta nel 1984 nel raffinato “I bostoniani” di James Ivory, racconto ambientato alla fine del XIX secolo che vede come protagonista una femminista ante litteram.
Seppur malvolentieri indosserà il suo mantello rosso per l’ultima volta nel 1987 in “Superman IV” con una diversa casa di produzione e la regia di Sydney J. Furie.
Per convincerlo la Cannon Film gli offre la possibilità di curare la sceneggiatura e la regia come secondo regista. In più gli produce lo stesso anno il piccolo film di Jerry Schatzberg “Street Smart – Per le strade di New York” in cui Reeve è un giornalista d’assalto della Grande Mela.
Seguiranno gli anni seguenti le commedie “Cambio marito” (1988) e “Rumori fuori scena” (1992). Mentre è drammatico il lavoro di Ivory “Quel che resta del giorno” con Emma Thompson e Anthony Hopkins del 1993.
Il maestro dell’horror John Carpenter lo dirige nel remake de “Il villaggio dei dannati” nel 1995.
È l’anno maledetto per Reeve, che nel corso di una gara ippica cade da cavallo e riporta danni permanenti al midollo spinale. Da allora Superman non volerà mai più. Rimarrà paralizzato dal collo in giù e per respirare dovrà rimanere collegato ad una macchina. Eppure, è proprio in questa circostanza che dimostra di essere veramente d’acciaio e di essere Superman e non il suo alias Clark Kent. Reeve reagisce molto bene a questa tremenda tragedia. Riesce persino a ridere alle battute del suo caro amico Robin Williams in visita all’ospedale dopo l’incidente.
Da allora sarà un grande attivista per i diritti dei disabili di tutto il mondo. Fonderà la Christopher Reeve Paralysis Foundation e sarà un gran sostenitore della ricerca sulle cellule staminali. Accanto a lui la moglie Dana Morosini che gli starà sempre accanto fino alla fine.
In carrozzina ha una parte nel remake del capolavoro di Hitchcock “ La finestra sul cortile” diretto da Jeff Bleckner nel 1998.
Nel 2003 è guest star nella serie televisiva “Smallville” che racconta l’adolescenza di Superman/Clark Kent, nei panni di uno scienziato suo amico.
Reeve morirà d’infarto il 10 ottobre 2004 a 9 anni da quella maledetta caduta da cavallo. In sua memoria, una rete americana manda in onda il film da lui diretto “La storia di Brooke Ellison” (2004), storia vera di una coraggiosa ragazza che si laureò ad Harvard seppur paralizzata dal collo in giù.
Nel 2008, inoltre è uscito il film d’animazione della IDT Enterainment “Piccolo grande eroe” nato da un’idea di Reeve su un ragazzino che non s’arrende alle difficoltà. Una sorta di testamento di un grande uomo, che è riuscito a volare anche quando non poteva più.

lunedì 9 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 ottobre.
Il 9 ottobre la religione cristiana festeggia Abramo,  esempio di fede e fiducia in Dio, E' l’antenato delle tre religioni monoteiste: cristianesimo, Islam ed Ebraismo. Il racconto di Abramo costituisce un collegamento tra il racconto della Genesi con la creazione del mondo e la costruzione del popolo d’Israele.
Abram, figlio di Terach ha due fratelli: Aran e Nacor; il primo morirà a Ur dei Caldei lasciando orfano il giovane figlio Lot che, dopo la morte del padre, si legherà molto allo zio Abram. Il fratello Terach, insieme ad Abram, Sara e Lot si sposta da Ur a Carran nel nord dell’attuale Siria, dove poi in età avanzata, morirà.
Ma qual è il luogo d’origine di Abram? La Bibbia spesso è avara dei dettagli geografici, si parla spesso di Ur dei Caldei. Purtroppo, gli studiosi, non sono stati in grado di individuare con precisione dove era situata questa località, alcuni sostengono che sia la città sumera di Urfa a nord della Mesopotamia, altri a sud della Mesopotamia. Pur lasciando nell’incertezza il luogo di partenza del viaggio si conosce quello di arrivo: il paese di Canaan così come è descritto in Genesi 11,31, cioè il paese “ che Io ti indicherò”
E’ difficile stabilire con certezza quando visse Abramo, le testimonianze archeologiche suggeriscono tra il 2100 e il 1550 a.C.
Sara ed Abramo sono tra i personaggi più noti della Bibbia: in origine i loro nomi erano: Sarai ed Abram, solo successivamente sono stati cambiati da Dio e questo cambiamento è descritto al cap. 17 della Genesi ai versetti 5 e 15 .Il nome di Sarai diventa Sara e non cambia nel suo significato cioè principessa.
Nel caso di Abramo il cambiamento del nome di Abram che significa “padre elevato” in Abramo, cioè “padre di una moltitudine di popoli” determina il progetto di Dio su di lui. Il cambiamento dei nomi da parte di Dio determina la variazione della loro condizione: Abramo e Sara sono legati strettamente a Dio.
Abramo era un pastore molto ricco, aveva oro, argento, bestiame e cavalli.
Il capitolo 12 della Genesi ha inizio con la richiesta di Dio ad Abramo a lasciare tutto: famiglia, luogo di nascita e amici per una destinazione sconosciuta.
Un giorno il Signore gli disse: ‘ Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò; diventerai padre di un grande popolo. Io ti benedirò e il tuo nome sarà grande e famoso.”
Questa richiesta così impegnativa è seguita da una triplice promessa: discendenza, benedizione e reputazione. Abramo è benedetto da Dio e lui stesso diventa una benedizione per il popolo ebraico.
Abramo ascoltò la voce di Dio e lasciò la sua patria, si spostò da Ur dei Caldei, girovagando per la ‘Mezzaluna fertile’, aveva l’età di 75 anni. Il figlio di suo fratello, Lot, andò con lui. Abramo prese con sé la moglie Sara, il bestiame, i servi e le serve e si misero tutti insieme in cammino.
Per molto tempo si spostarono da una zona all’altra della ‘Mezzaluna fertile’ con le greggi e le tende; anche Lot suo nipote era molto ricco, possedeva, infatti, molte greggi e aveva molte tende, ma i pascoli non erano sufficienti per tanti animali. Dopo qualche tempo sorsero dei problemi tra Abramo e Lot: essi non potevano rimanere insieme perché i mandriani di Lot litigavano spesso con i mandriani di Abramo. Allora Abramo, a malincuore, decise di separarsi dal nipote:
Lot scelse per sé tutta la valle del Giordano in quanto luogo molto fertile, Abramo invece si stabilì nel paese di Canaan.
Dopo qualche tempo Dio parlò ad Abramo dicendogli che lo avrebbe protetto e gli promise anche una grande ricompensa. Abramo gli rispose che l’unica cosa che lo interessava era quella di avere un figlio, Dio allora disse ad Abramo di guardare su nel cielo e di contare le stelle se riusciva a contarle; aggiunse inoltre di provare a contare i granelli della sabbia del mare, perché la sua discendenza sarebbe stata numerosa come le stelle del cielo e i granelli della sabbia del mare.
Passarono gli anni: Abramo e Sara erano molto tristi poiché il figlio non arrivava; sembrava che Dio non avesse mantenuto la sua promessa. Sara allora consigliò ad Abramo di unirsi con la sua schiava Agar per avere un figlio da lei, in quanto la legge ebraica del tempo lo permetteva. L’unione di Abramo con Agar può essere interpretata come un atto sgradevole a Dio e un comportamento immorale, ma quelle erano all’epoca le abitudini culturali della Mesopotamia. Quando Agar si accorse di aspettare un figlio, ne fu felice, cominciò così a burlarsi di Sara perché lei non riusciva ad avere figli. Il bambino nato da Abramo e Agar fu chiamato Ismaele che significa Dio ha ascoltato; lo status di Ismaele è problematico in quanto egli è figlio di una schiava. Il comportamento di Abramo nei confronti di Ismaele è ambiguo: talvolta, sollecitato da Sara, Abramo respinge Agar e Ismaele, altre volte lo trattava come vero erede.
I capitoli 18 e 19 di Genesi raccontano l’episodio di Abramo che accoglie gli stranieri di passaggio.
Trascorsero degli anni e Abramo stava riposando al fresco sotto le tende presso le Querce di Mamre quando vide tre uomini avvicinarsi a lui. Si alzò, andò loro incontro e li pregò di fermarsi a riposare e a mangiare qualcosa. Loro accettarono, quindi Sara preparò delle focacce, mentre Abramo prese un vitello tenero e lo diede al servo che si affrettò a prepararlo. Offrì inoltre agli ospiti del latte acido, latte fresco e focacce. L’accoglienza è generosa in quanto Abramo comprese che i tre uomini sono uomini di Dio. Abramo: “ Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo” Gn 18,3.
Dopo il pranzo uno degli ospiti fece una promessa ad Abramo: ‘Tra un anno esatto – disse – tu e Sara avrete un figlio’. Appena Sara udì ciò scoppiò a ridere, ella infatti aveva quasi novanta anni. ‘Perché ridi – aggiunse l’uomo – nulla è impossibile a Dio’. Dopo un anno esatto, a Sara nacque il figlio promesso da Dio e Abramo lo chiamò Isacco che significa ‘colui che ride’
Isacco cresceva e giocava volentieri con Ismaele, ma Sara ne era gelosa e obbligò il marito a scacciare Agar e Ismaele. Abramo, a malincuore, fornì ad Agar del pane e un otre di acqua, baciò Ismaele e li accompagnò verso il deserto. Il Signore confortò Abramo dicendogli di non preoccuparsi perché Ismaele sarebbe diventato il capo di una grande nazione.
Camminando per cinque giorni interi Agar si smarrì nel deserto e rimase anche senz’acqua, faceva molto caldo e per non vedere il figlio soffrire lo sistemò all’ombra di un cespuglio, mentre lei si allontanò un po’ perché le venne da piangere. Intervenne Dio che parlò ad Agar, le disse di non piangere, ma di prendere suo figlio e di dirigersi verso la direzione che Lui stesso le indicò, dove avrebbe trovato un pozzo d’acqua; le aggiunse, come già aveva detto ad Abramo, che Ismaele da grande sarebbe diventato il capo di una grande nazione. Agar trovò il pozzo che Dio le aveva indicato e così lei ed il figlio si dissetarono. Crescendo, Ismaele si perfezionò nel tiro con l'arco. Da adulto, poi,  divenne il capo di un grande popolo - gli Ismaeliti - proprio come Dio aveva promesso.
Trascorsero gli anni e il Signore per verificare la fedeltà di Abramo, gli ordinò di andare su una montagna per sacrificare il figlio Isacco. La Bibbia non fornisce elementi utili ad identificare la montagna, si parla del Monte Morìa che la tradizione identifica con il luogo dove sorgerà Gerusalemme.
Il Signore disse ad Abramo di prendere il suo unico figlio e di andare con lui nella terra di Moria per offrirlo in sacrificio. Abramo si alzò di buon mattino, spaccò la legna per il sacrificio, sellò il suo asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco. Poi si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato senza spiegare al figlio lo scopo della loro ascesa. Isacco si sottomise al padre senza reagire.
Camminarono per tre giorni e quando da lontano videro il monte designato, Abramo disse ai suoi servi di fermarsi ed aspettare in quel luogo, mentre lui ed Isacco sarebbero saliti sul monte. Giunti nei pressi della vetta, Isacco chiese al padre dove fosse l’animale per il sacrificio, Abramo rispose che Dio avrebbe provveduto. Così costruì un altare e vi depose la legna, poi prese il figlio, lo legò, lo depose sull’altare e afferrò il coltello per immolare suo figlio a Dio.
Alcuni studiosi si sono chiesti dove fosse la madre Sara mentre avveniva il sacrificio. Poiché nella Bibbia al racconto del sacrificio di Isacco segue il racconto della sua morte, si è ipotizzato che la donna, scoperta la verità, sia morta per lo spavento.
Il Signore chiamò Abramo e gli intimò di fermarsi, in quanto aveva avuto ormai la certezza che egli era pronto a sacrificare il suo unico figlio per fare la volontà di Dio.
Abramo, pieno di gioia, slegò Isacco e offrì in olocausto (sacrificio) a Dio l’ariete che di colpo apparve impigliato tra i cespugli. Abramo chiamò quel luogo ‘il Signore provvede’ perciò si dice ancora oggi ‘sul monte il Signore provvede’. Poi l’Angelo del cielo chiamò Abramo per la seconda volta e gli confermò che sarebbe stato il padre di una lunga discendenza. Abramo fece ritorno a casa insieme al figlio Isacco ed ai suoi servi e qualche tempo dopo, tutti insieme si misero in viaggio verso Bersabea.
Gli anni di vita di Sara furono centoventisette, essa morì nel paese di Canaan ed Abramo la seppellì di fronte alle Querce di Mamre. Abramo, ormai molto vecchio, avverte il bisogno di una discendenza numerosa ; così incaricò il servo fidato Eliezer di amministrare il suo patrimonio in caso di morte sino al raggiungimento dell’età adulta di Isacco, inoltre incaricò il servo a cercare per il figlio una sposa adeguata che non sia Cananea in quanto adoravano altri divinità, ma di recarsi ad Aram Nahraim, sua terra d’origine luogo in cui Abramo conservava vincoli familiari.
Secondo il racconto di Gn24, il servo Eliezer portò con sé i doni nuziali e si incamminò verso i parenti di Abramo. Eliezer chiese l’assistenza a Dio: terminata la preghiera, chiese l’acqua a una giovane donna la quale, spontaneamente, si offrì di dissetare anche i suoi cammelli. Così Rebecca mostrò di essere dotata di grande sensibilità e intelligenza. Il servo di Abramo, il devoto Eliezer avviò le trattative per stipulare il contratto matrimoniale con la famiglia di Rebecca e poi Eliezer e Rebecca partirono per ritornare al villaggio dove si trovava Isacco e quasi giunti alla meta si incontrarono il figlio di Abramo.
I due giovani, una volta conosciuti, con il tempo si innamorano sino ad arrivare al matrimonio.
Dopo la morte di Sara Abramo sposò una sua concubina, Ketura, che partorì sei figli (Gen 25,1 – I Cron 1,32). Quando ormai molto vecchio egli dette tutti i suoi beni al figlio Isacco, mentre agli altri figli diede solo delle piccole proprietà. La Sacra Scrittura riporta che Abramo visse fino a 175 anni, siccome però a quel tempo probabilmente un anno corrispondeva a circa 6 mesi del nostro tempo attuale, si ipotizza che l’età in cui morì Abramo fosse di circa 90 anni (circa 60 – 65 anni quelli di Sara). Fu sepolto dai figli presso le Querce di Mamre accanto alla moglie Sara.            
Se diamo per scontato che la figura di Abramo sia leggendaria (la personificazione di una distinzione tribale), dobbiamo comunque chiederci perché questa figura ebbe così tanto successo presso il popolo ebraico.
Abramo era sicuramente una persona legata agli affari, ma aveva anche la percezione che lo schiavismo imperante in Mesopotamia aveva raggiunto livelli inaccettabili. Probabilmente come Mosè avrà tentato in patria una riforma delle istituzioni e avrà scelto l'esilio come estrema ratio. Le due tribù di Abramo e Mosè in fondo costituiscono le due uniche e documentate alternative (o forse potremmo dire le alternative che nella storia scritta sono risultate più significative) alle civiltà schiavistiche che allora caratterizzavano un territorio geopolitico come quello della Mezzaluna fertile.
Noi non possiamo tralasciare questo, altrimenti non riusciamo a capire il motivo per cui un semplice mercante sia diventato il capostipite di ben tre grandi religioni.
Nella vicenda di Abramo ci sono questioni etiche che vanno oltre quelle semplicemente economiche, questioni che la religione ha poi deformato come meglio ha creduto, ma di cui noi non possiamo non tener conto, ancorché vadano interpretate in maniera laico-umanistica.
C'è qualcosa nella personalità di Abramo che appare abbastanza singolare rispetto ai tempi in cui è vissuto. In un certo senso egli rappresenta la coscienza della necessità di superare lo schiavismo in un periodo storico in cui ormai lo si considerava fondamentale per lo sviluppo delle strutture delle civiltà.
La sua storia non è semplicemente legata al doppio esodo dai due regimi schiavistici (babilonese ed egizio), ma anche a un tipo di coscienza etica che per quel tempo doveva apparire del tutto eccezionale.
Quanto alla nascita di Isacco, c'è anche chi sostiene che sia stato adottato e che la sua ipotizzata sindrome di down sia apparsa solo raggiunta una certa età, ma dai testi si evince ch'egli nacque da una donna che non aveva mai potuto avere figli e che ormai non ne avrebbe più potuti avere. (Da notare che gli anni che si attribuiscono nella Bibbia ai vari personaggi non hanno molto senso storico e bisogna interpretarli). Forse Sara rimase incinta durante il periodo della menopausa, quando gli sconvolgimenti ormonali avrebbero potuto renderla improvvisamente gravida: Isacco, quindi, sarebbe stato il frutto di un incidente di percorso, di una gravidanza indesiderata. Che poi gli esegeti biblici, riscrivendo l'A.T., abbiano stravolto le cose, questo è del tutto comprensibile.
Sarebbe invece interessante sapere se Abramo pensò di sacrificare Isacco per la disperazione di avere un figlio down o per equiparare il torto fatto a Ismaele, che sicuramente amava di più e che non abbandonò mai al suo destino (un po' come i ricconi fanno coi figli naturali). Il fatto comunque che all'ultimo momento ci abbia ripensato è indicativo di quale profonda coscienza umana dovesse avere quest'uomo.
Siamo ancora in un periodo di primitivismo tribale, però non dimentichiamo che tra gli ebrei circoncisi c'era molta più magnanimità e benevolenza che non tra ebrei e pagani. Questa magnanimità intratribale le civiltà schiavistiche non l'hanno mai avuta, né egizia né babilonese.


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