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martedì 31 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 ottobre.
Il 31 ottobre 1926 Houdini muore per le complicazioni di una appendicite trascurata.
Ehrich Weisz - questo è il primo nome di Harry Houdini, uno dei più grandi illusionisti di sempre - nasce il 24 marzo 1874 a Budapest (Ungheria).
Tra i molti prestigiatori che si sarebbero interessati allo spiritismo e avrebbero contribuito a svelarne i trucchi, il più famoso è senza dubbio lui, Houdini, il cui nome è sinonimo di magìa.
All'età di quattro anni si trasferisce con la famiglia negli Stati Uniti: in tale occasione la scrittura dei nomi viene modificata per essere resa più semplice ad una lettura "anglosassone", così il nome del piccolo Ehrich Weisz diventa Erik Weiss. La famiglia si stabilisce pprima ad Appleton, nel Wisconsin, dove il padre Mayer Samuel Weiss presta servizio nella locale congregazione ebraica riformata in qualità di rabbino. Poi nel 1887 Mayer si trasferisce a New York solo con il piccolo Erik; qui vivono in una pensione sulla 79ma strada, fino a quando la famiglia non sarà in grado di riunirsi in un alloggio definitivo.
Erik diviene un illusionista professionista nel 1891: sceglie il nome d'arte di Harry Houdini, come tributo al mago francese Jean Eugène Robert-Houdin. Due anni più tardi riesce nell'intento di far diventare Harry Houdini il proprio nome legale.
Nel 1893 conosce Wilhelmina Beatrice Rahner (in arte Bess), illusionista di cui Houdini si innamora. Dopo un corteggiamento durato tre settimane la sposa: Bess sarà la sua personale assistente di scena per tutto il resto della carriera.
Houdini inizialmente studia i giochi di carte e le arti illusionistiche tradizionali, autoproclamandosi "re delle carte". La grande occasione arriva nel 1899 quando incontra lo showman Martin Beck. Beck rimane impressionato da un numero in cui Houdini si libera da un paio di manette, tanto che gli consiglia di concentrarsi sullo studio di quella tipologia di numeri, inserendo i suoi spettacoli in un circuito di spettacoli di varietà. Nel giro di pochi mesi Houdini si esibisce nei teatri più rinomati degli Stati Uniti e nel 1900 viene chiamato ad esibirsi in Europa.
Dopo quattro anni torna negli Stati Uniti. E il suo nome è già leggenda.
Si esibisce fino agli anni '20 in tutti gli Stati Uniti, mostrando la sua straordinaria abilità nel liberarsi di manette, catene, corde e camicie di forza, spesso penzolando da una corda, o immerso nell'acqua, o sotto gli occhi del pubblico.
Il suo numero più famoso è forse la "cella della tortura cinese dell'acqua", presentato a partire dal 1913, un numero in cui Houdini rimane sospeso a testa in giù, in una cassa di vetro e acciaio, piena d'acqua e chiusa a chiave.
Sempre negli anni '20 pubblica alcuni libri in cui svela i suoi trucchi: molti lucchetti e molte manette - spiega - possono venire aperti solo applicando ad essi una forza sufficiente in un modo piuttosto particolare, altri invece possono venire aperti con l'aiuto delle stringhe delle scarpe. Altre volte Houdini usava chiavi o bastoncini opportunamente nascosti. Era in grado di fuggire da un barile per il latte riempito d'acqua il cui tappo era legato ad un collare da lui indossato, perché il collare poteva essere staccato dall'interno. Quando era legato da corde o da una camicia di forza, riusciva a crearsi uno spazio per muoversi dapprima allargando spalle e torace, poi allontanando appena le braccia dal corpo e quindi disarticolando le spalle.
Il suo numero della camicia di forza inizialmente veniva eseguito dietro un sipario, da cui il mago balzava fuori nuovamente libero; poi Houdini avrebbe realizzato che senza il sipario il pubblico sarebbe rimasto più affascinato dalla sua personale lotta per liberarsi.
Benché non fosse facile, l'intero spettacolo di Houdini - compresi i numeri di evasione - veniva eseguito anche dal fratello Theo Weiss, in arte Hardeen. La grande differenza tra i due era nel numero della camicia di forza: Houdini disarticolava entrambe le sue spalle per uscirne, Hardeen era in grado di disarticolarne una sola.
Dopo la morte della madre cui era molto legato, negli anni '20 si interessa allo spiritismo, rivolgendosi a vari medium per cercare di mettersi in contatto con lei. Dopo aver presto scoperto che chi avrebbe dovuto aiutarlo in realtà cercava di imbrogliarlo, Houdini ingaggiò una vera e propria crociata furente contro lo spiritismo, tanto che dopo pochi anni, contribuirà in modo decisivo al declino e al discredito del movimento.
Houdini era solito recarsi nelle città in cui doveva tenere qualche spettacolo con uno o due di giorni di anticipo; indossando un travestimento faceva visita ai medium più famosi della città e chiedeva di contattare famigliari mai esistiti. Appena i medium cominciavano a raccontare dettagli su questi parenti immaginari Houdini li registrava come ciarlatani. Poi, la sera dello spettacolo, Houdini rivelava le sue visite ai medium della città e raccontava per filo e per segno gli imbrogli di cui era stato vittima.
Houdini entrerà a far parte anche del comitato di indagine sui fenomeni paranormali dello "Scientific American" (una delle più antiche e prestigiose riviste di divulgazione scientifica), posizione che gli darà modo di esaminare molti medium (tra cui Nino Pecoraro, Margery e George Valiantine): diversi saranno i sotterfugi che scoprirà, usati per simulare fenomeni spiritici.
Per qualche anno Houdini intreccia un'amicizia con lo scozzese Arthur Conan Doyle; la moglie di quest'ultimo inizia a sostenere di aver ricevuto un messaggio dalla madre di Houdini: il messaggio sarebbe stato in lingua inglese, mentre la madre si esprimeva solo in ungherese; c'erano dei riferimenti al cattolicesimo, mentre lei era ebrea; infine il messaggio non conteneva particolari che solo il figlio poteva conoscere. Dopo questo episodio l'amicizia tra i due si raffredda fino a terminare. Conan Doyle rimane profondamente offeso ma Houdini di lui scriverà: "è un brav'uomo, molto brillante ma è maniacale quando si parla di spiritismo. Non essendo iniziato al mondo del mistero, non essendogli mai stati insegnati gli artifici della prestidigitazione, guadagnare la sua fiducia e ingannarlo era la cosa più semplice del mondo per chiunque".
In seguito alla rottura dell'appendice, Harry Houdini muore di peritonite all'età di 52 anni, il 31 ottobre 1926, nella notte di Halloween.
Due settimane prima aveva subito un grave colpo all'addome, causato da uno studente di boxe della McGill University a Montreal. Questi lo andò a trovare nel suo camerino per mettere alla prova i suoi leggendari addominali; Houdini normalmente permetteva questo tipo di approccio, ma quella volta venne colto di sorpresa dal pugno del ragazzo e non ebbe il tempo di preparasi a ricevere il colpo.
Sarebbe poi venuto alla luce che non fu solo il colpo a provocare la morte dell'illusionista.
Dopo i funerali (tenutisi il 4 novembre a New York) a cui partecipano oltre duemila persone, la salma di Houdini viene sepolta accanto a quella dell'adorata madre, al Machpelah Cemetery nel quartiere Queens: il simbolo della Society of American Magicians è scolpito nella pietra.
Houdini scompare lasciando una personale lancia a favore degli oppositori dello spiritismo: poco prima di morire fa un patto con la moglie Bess dicendole che se fosse stato possibile l'avrebbe contattata dall'aldilà utilizzando un messaggio in codice convenuto tra loro due soli. Ogni notte di Halloween, per i successivi dieci anni, Bess avrebbe tenuto una seduta spiritica per verificare tale patto. Dopo l'ennesima fallimentare seduta, sul tetto del Knickerbocker Hotel di Los Angeles, nel 1936, Bess spegne la candela che aveva arso accanto alla fotografia di Houdini sin dal momento della sua morte.
Da allora sono numerosi i medium che hanno affermato di aver ricevuto messaggi da Houdini: nessuno ad oggi ha tuttavia fornito la minima prova che ciò sia vero. Il giorno dell'anniversario della morte, ogni anno, la Society of American Magicians tiene una cerimonia in memoria di Harry Houdini che comprende una seduta spiritica per cercare di evocare il suo spirito.
Nel 2007 la regista australiana Gillian Armstrong ha realizzato Houdini - L'ultimo mago, con Guy Pearce e Catherine Zeta-Jones. Il film, uscito nelle sale italiane il 24 aprile 2009, è ambientato negli anni '20 e ripercorre uno spaccato della vita del celebre illusionista.

lunedì 30 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 ottobre.
Domenica 30 ottobre 1977, a Perugia, nello stadio di Pian di Massiano, si gioca Perugia-Ju­ventus.
Gli umbri, guidati da Ila­rio Castagner, sono protagonisti di un piccolo miracolo di provin­cia e benché il campionato tocchi quel giorno appena la quinta giornata, il primo posto in gra­duatoria a pari merito con le grandi Juventus e Milan ha acce­so nuovamente i riflettori su que­sta nuova realtà del calcio italia­no. Fatta di un modulo in qualche modo "totale" (in omaggio alla moda dei tempi), che significa so­prattutto una squadra in cui tutti corrono e si sacrificano per il bene comune. E in cui peraltro non mancano individualità magari non di assoluto spicco, ma certo di valore. Se Novellino ha le stimmate del campione, due centrocampisti, il regista Curi e l'interno Vannini, l'uno il più piccolo del torneo (1,65) l'altro l'a­nima più lunga (1,90), sono con­siderati esponenti tipici delle mi­gliori qualità della provincia. Hanno classe insomma, e posso­no portare lontano la squadra.
La partita con la Signora del Trap è di quelle bloccate, marto­riata da una pioggia battente, su un terreno zuppo d'acqua, fatico­sissimo da tenere per i giocatori. Nel primo tempo Curi, uno dei migliori in campo per la puntua­lità della gestione della manovra, si infortuna leggermente in uno scontro con Causio. Nella ripresa tuttavia rientra, ma dopo cinque minuti, sotto la pioggia, si accascia improvvisamente al suolo.
Il gesticolare disperato dei giocato­ri juventini accanto a lui, Benetti, Bettega e Scirea, fa pensare a qualcosa di grave, ma nessuno riesce a comprendere, non essen­dosi visti contrasti di gioco vio­lenti. Arriva la barella, il giocato­re esanime viene portato fuori dal campo.
I medici del Perugia gli praticano due iniezioni, il massaggio cardiaco, la respira­zione bocca a bocca: Curi è pao­nazzo, il battito del cuore è incep­pato. Mentre la partita, tra com­pagni e avversari ignari, prose­gue, viene caricato su un'au­toambulanza e portato al Policli­nico di Perugia. Dove tuttavia ar­riva praticamente cadavere: i tentativi di rianimarlo proseguo­no per una quarantina dì minuti, finché, alle 16,30 (in lugubre, perfetta contemporaneità con la fine della partita fischiata dal­l'arbitro Menegali) il giocatore viene dichiarato ufficialmente morto. Una fine terribile per la sua fulmineità.
Riaffiorano i brividi, sull'onda di un singolare scambio via radio. «Scusa Ameri, qui a Perugia...» «Ho già capito tutto, Ciotti, e ti passo la linea». Ma il grande En­rico Ameri non poteva immagi­nare, come tutti gli sportivi in ascolto quella maledetta dome­nica, che Sandro Ciotti non chie­deva il collegamento per intervi­stare qualche personaggio cattu­rato al volo dopo il calcio minu­to per minuto, ma per consegna­re un terribile annuncio: «Il cen­trocampista Curi del Perugia è morto».
Come sempre accade, un atti­mo dopo sì scatenano le polemiche. Si apprende che il giocatore ammetteva senza problemi, scherzandoci su, di avere "il cuo­re matto", dunque i medici po­trebbero avere avuto qualche responsabilità nella sua tragica fine. Perché non gli era sta­to impedito di mettere a repen­taglio la propria vita? E poi: il giocatore era reduce da un infor­tunio a una caviglia, fino all'ulti­mo la sua presenza in campo era stata incerta.
Curi era importan­tissimo per il gioco del Perugia e anche dal punto di vista psicolo­gico contava averlo in campo: suo era stato il gol alla Juventus che nell'ultima giornata del campionato 1975-76 aveva sottratto lo scudetto alla Signora, regalan­dolo al Torino. «In termini clini­ci» aveva assicurato il medico del Perugia alla vigilia «il gioca­tore è perfettamente guarito: le uniche perplessità riguardano la sua attuale tenuta atletica». E al­lora non era stato forse forzato quel rientro? Due giorni dopo, martedì 1 novembre, la "Gazzet­ta dello Sport" annuncia: «Curi non è stato fermato in tempo». Decisiva la dichiarazione del pro­fessor Severi, autore dell'auto­psia: «È stata trovata una malattia cronica del cuore capace di dare morte improvvisa».
Le pole­miche sì scatenano furiose, per placarsi a poco a poco, secondo consolidato quanto cinico copio­ne, dopo qualche giorno, sull'ur­gere dì altre attualità. Il compa­gno di squadra Lamberto Boranga, portiere e medico, avanza l'ipotesi che il giocatore conosces­se i rischi cui andava incontro, ma li mettesse nel conto della sua passione per il calcio, cui gli sa­rebbe parso impossibile rinun­ciare.
Ma chi era Renato Curi? Non un campione nel senso pieno del termine, forse stava diventando­lo, come spesso capita al culmi­ne di carriere nate in sordina e costruite con serietà e professio­nalità anno dopo anno.
Era nato ad Ascoli Piceno il 20 settembre 1953 ed era cresciuto nel Giulianova, con cui aveva esordito in Serie D. Quattro stagioni, con la promozione in C, e il posto da ti­tolare a diciassette anni, segno di un talento autentico. Instanca­bile motorino di centrocampo, aveva il dono di saper far girare i compagni, trovandosi sempre nel vivo del gioco. A vent'anni, la prima occasione gliel'aveva of­ferta il Como, ma quella stagione in B non era stata esaltante. Al­lora lo aveva preso Castagner al Perugia, venendone ripagato con la pronta promozione in A. Un evento storico, così come la brillantissima salvezza dell'anno successivo. L'umile gregario, avanzando l'esperienza, si sco­priva regista di eccellente pun­tualità anche nella massima se­rie.
In una intervista, così aveva spiegato il "moto perpe­tuo " del suo gioco: «Non so dire come mai corro tanto. Ho pol­moni come gli altri, una certa vo­cazione per la corsa, da ragazzo ero buon mezzofondista, 800, 1500, 3000 metri. E poi ho un cuore matto, capriccioso. Dice­vano che ero malato, pensate un pò. Dal Giulianova al Como eb­bi un intoppo. E mi mandarono al Centro Tecnico di Coverciano perché il cuore aveva battiti irre­golari. Però è un cuore di atleta, si assesta appena compio degli sforzi. Quando corro, quando mi affatico, i battiti diventano per­fetti. Come capitava a Bitossi, il campione ciclista che chiamava­no appunto Cuore matto».
La vicenda giudiziaria si tra­scinò per qualche anno, chiuden­dosi in primo grado con l'assolu­zione e poi in appello con una lieve condanna (un anno coi benefici di legge) per il medico del Perugia e quello del Centro Tec­nico di Coverciano. Il pubblico ministero nella sua appassionata arringa aveva detto: «Quando un giocatore entra in una squa­dra professionistica, diventa solo un numero per tecnici, medici, dirigenti».
Oggi lo stadio di Perugia è intitolato a lui.

domenica 29 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 ottobre.
Il 29 ottobre 1969 negli Stati Uniti vengono messi in comunicazione 2 computer tra loro. E' l'inizio di ciò che diventerà Internet.
La storia di Internet va collegata allo sviluppo delle reti di telecomunicazione; infatti, l’idea di una rete informatica che permettesse agli utenti di differenti computer di comunicare tra loro si sviluppò in svariate tappe, ognuna di esse ha portato a piccoli progressi e, infine, la somma di tutti questi sviluppi ha portato alla nascita di Internet, ossia la “rete delle reti”.
Internet può essere considerata il frutto dello sviluppo tecnologico, dell’interconnessione delle infrastrutture di rete e dei sistemi di telecomunicazione.
Ma partiamo dall’inizio: i primi progetti apparvero alla fine degli anni cinquanta ma Internet è nata in piena guerra fredda, nei primi anni ’60, da un progetto del Ministero della Difesa statunitense. L’obiettivo principale di questo progetto era quello di trovare una soluzione che potesse preservare le varie comunicazioni dell’ampissima struttura militare americana nel caso fosse scoppiata una guerra nucleare.
Per lo sviluppo del progetto fu incaricata l’ARPA, allora agenzia governativa oggi conosciuta come Defense Advanced Research Projects Agency. La soluzione che ideò l’ARPA fu quella di creare un’infinità di “strade” alternative che permettessero la circolazione dei dati in qualunque condizione; praticamente, l’interruzione di uno o più nodi di comunicazione non avrebbe compromesso la trasmissione delle informazioni.
Questa rete di comunicazione appena nata fu chiamata Arpanet, e le sue molteplici “strade” dovevano collegare svariati nodi in grado di ricevere, elaborare e trasmettere dati ed informazioni in qualsiasi situazione e condizione, anche sotto un vero e proprio attacco nucleare: ogni singolo nodo doveva essere in grado di selezionare sempre e comunque una via alternativa che consentisse di raggiungere un nodo di destinazione, indirizzando le informazioni a seconda dei canali disponibili.
Le semplici centraline telefoniche dell’epoca non erano in grado di gestire la comunicazione attraverso questa rete che richiedeva dispositivi più performanti ed “intelligenti”, fu per questo motivo che vennero utilizzati gli elaboratori elettronici.
Il primo nodo nacque nel 1969 e nel 1972 la rete contava già ben 37 nodi; negli anni successivi crebbe in maniera esponenziale. All’inizio degli anni ottanta Arpanet fu suddivisa in tre sottoreti principali: NSFnet, BitNet e CSnet.
Il Dipartimento della Difesa statunitense, a causa del notevole sviluppo della rete, si convinse a separare la sezione militare della struttura principale, segnando così la fine di Arpanet e la nascita di una nuova rete chiamata Internet!
Il vero e proprio boom, però, si ebbe dopo il 1991, quando nacque il World Wide Web (o, più semplicemente, WWW) frutto di un progetto del CERN (Centro Europeo di Ricerca Nucleare) di Ginevra. Il WWW ha reso possibile la visualizzazione su Internet di dati non esclusivamente testuali: immagini, video e suoni. Altro grande vantaggio introdotto dal Web è la facilità di utilizzo dello stesso; in passato, infatti, per poter accedere a risorse Internet o per trasmettere informazioni era necessario utilizzare comandi poco intuitivi e molto complessi, quasi sempre questi comandi dovevano essere inseriti manualmente tramite tastiera; oggi un qualsiasi utente Web può raggiungere ogni informazione semplicemente “facendo click” sui link presenti all’interno delle pagine web.
Le infrastruttura di Internet si sono via via espanse in tutto il pianeta per creare la rete mondiale globale di computer che attualmente conosciamo. Oggi un qualsiasi utente web può sfogliare giornali elettronici, ascoltare musica e vedere video trasmessi on-line, comunicare via audio e video in tempo reale con altri utenti sparsi per il globo. Le caratteristiche fisiche infrastrutturali di Internet sono in continua evoluzione, per permettere di soddisfare tutte le nuove esigenze dei navigatori: maggiore ampiezza di banda che permette flussi maggiori di dati e, quindi, miglior qualità dei servizi utilizzati.

sabato 28 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 ottobre.
Il 28 ottobre 1841 nasce Michelina De Cesare.
Michelina nacque  a Caspoli nella provincia duosciliana della cosiddetta Terra di Lavoro. Di famiglia poverissima si sposò appena ventenne con Rocco Tanga,che la lasciò vedova dopo appena un anno di matrimonio,permettendole di conoscere più tardi Francesco Guerra,comandante di un fortissimo gruppo di guerriglieri legittimisti che combattevano contro i piemontesi,nel tentativo di riportare sul trono Francesco II, al quale si aggregò partecipando ad ogni combattimento e dimostrando abilità strategico-militari fondamentali a prevenire gli attacchi e le imboscate del nemico.
Bellissima, impavida, dotata di fiero eroismo Michelina, compagna di Francesco Guerra sul campo e nella vita, orgogliosa e riconoscente difese strenuamente la sua Terra, preferendo  la morte al tradimento. Dopo 7 anni di guerriglia, che inflisse non pochi danni alle truppe nemiche, la Brigantessa fu sorpresa insieme con suo marito Francesco ed altri due guerriglieri, Giacomo Ciccone e Francesco Orsi, in sosta in una masseria alle pendici di Monte Morrone, dalla 27° fanteria comandata dal Maggiore Lombardi. Francesco Guerra fu ucciso al primo colpo, Giacomo Ciccone e Francesco Orsi durante la fuga, mentre  Michelina De Cesare, rimasta ferita, fu catturata, imprigionata e torturata fino alla morte.
Il suo corpo dilaniato e sfigurato fu esposto e fotografato il giorno dopo nella piazza di Mignano,secondo il metodo intimidatorio “educativo” di massa : se ne educa uno, per indottrinarne cento.
Ma la vista di quella donna, nuda e tormentata sortì l’effetto contrario, tant’è che la gente inorridita, riprese nella zona la guerriglia con ancor maggior passione.
Michelina non ha rappresentato un momento storico, ma una decisione storica, quella di legittimare il Sud a non abbassare il capo, nemmeno quando un fucile puntato sulla testa te lo ordina, perché  è proprio in quel momento che il tuo onore ti sta chiedendo uno sforzo in più.
Eugenio Bennato le fece un tributo canoro con la canzone "Il sorriso di Michela".


venerdì 27 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 ottobre.
Il 27 ottobre 1553 Calvino manda al rogo come eretico Michele Serveto (Miguel Servet).
Ricostruire compiutamente i percorsi della vita di questo figlio della cattolicissima Spagna che ebbe il coraggio di proclamare le proprie idee fino a essere messo al rogo a Ginevra per ordine di Calvino, non è sempre facile, stanti le scarse e spesso inconsistenti registrazioni che ci sono pervenute.
Verosimilmente Michele (Miguel) nacque nel 1511 a Tudela, una piccola città della Navarra, ma durante la sua prima infanzia i suoi genitori si trasferirono a Villanueva, in Aragona, dove suo padre aveva ricevuto la nomina a notaio reale, un ufficio di una certa distinzione che permetteva alla famiglia di vivere agiatamente. Certamente i suoi genitori dovevano essere devoti cattolici e molti studiosi ritengono che indirizzassero il figlio al sacerdozio, come è facile presumere dal fatto che Miguel, studente di notevole precocità, già dalla prima adolescenza avesse acquisito una notevole conoscenza del latino, del greco, dell’ebraico e della filosofia scolastica.
Era un periodo molto particolare per la Spagna: i regnanti Ferdinando e Isabella avevano deciso di garantire l’unità politica della loro nuova nazione costringendo all’uniformità religiosa in uno spirito di intollerante ortodossia e, nel 1492, per non aver rinnegato la fede dei loro padri e professato il Cristianesimo, 800.000 Ebrei erano stati banditi dal regno, mentre gli ultimi Mori venivano cacciati da Granada o costretti a scegliere tra abbandonare l’Islam o le loro case. In entrambi i casi il dogma della Trinità si era rivelato un ostacolo insormontabile alla conversione e nel periodo in cui Serveto visse la sua fanciullezza circa 20.000 vittime, ebrei o islamici, erano state messe al rogo. Nonostante qualche tentativo di resistenza da parte degli Aragonesi, l’Inquisizione era stata istituita anche in Aragona e con ogni probabilità i suoi metodi brutali dovevano aver notevolmente impressionato il giovane Serveto che, forse proprio per questo, decise di abbandonare l’idea di una carriera ecclesiastica e, per volontà di sua padre, a diciassette anni, si trasferì a Tolosa per studiare legge in una delle università più famose d’Europa per gli studi giuridici.
Fu in questo periodo che, dalla lettura diretta della Bibbia, il cui significato gli apparve da subito così lontano dalla dogmatica scolastica che aveva studiato fino a quel momento, cominciò a formarsi in lui quella concezione anti-trinitaria che avrebbe condotto la sua intera esistenza. Tale concezione e il rifiuto della Chiesa Cattolica si chiarirono nella sua mente l’anno seguente, quando, lasciati gli studi giuridici, per i quali non aveva alcun interesse, Miguel trovò impiego come segretario personale di fra’ Juan de Quintana, confessore del giovane imperatore Carlo V: proprio seguendo il suo datore di lavoro a Bologna, per l’incoronazione imperiale del 1530, il giovane spagnolo poté assistere al lusso sfrenato della Chiesa e agli intrighi politici e all’immoralità che regnavano nella corte pontificia, tanto che, da quel momento, il papa divenne per lui la raffigurazione terrena dell’anticristo predetto nel Nuovo Testamento.
Il caso volle che da Bologna l’Imperatore (naturalmente seguito dal de Quintana), si muovesse alla volta della Germania per partecipare alla famosa Dieta di Augusta, nella quale il Protestantesimo doveva ottenere un riconoscimento politico da parte dell’impero e Melantone doveva presentare all’approvazione imperiale la Confessione di Augusta, in pratica la prima grande formalizzazione delle dottrine protestanti. Serveto, al seguito dell’imperatore, aveva già avuto modo di leggere alcuni scritti di Melantone (e forse anche di altri riformatori) ed era ansioso d’incontrare quegli uomini di cui aveva a lungo sentito parlare e che, riteneva, avevano la stessa missione che sentiva affidata anche a lui stesso: riformare la dottrina cattolica, possibilmente in senso anti-trinitario. È in questo scenario che dobbiamo inquadrare la sua “scandalosa” iniziativa di lasciare improvvisamente il servizio del de Quintana per cercare di mettersi in contatto con i capi del Protestantesimo: sebbene, infatti, la Confessione di Augusta avesse chiaramente dichiarato l’accettazione da parte dei Riformati del Credo niceno e atanasiano, le Chiese protestanti non avevano ancora adottato un credo proprio permanente e formalizzato e il giovane e idealista Miguel era convinto che le sue teorie contrarie alla trinità avrebbero potuto essere facilmente accolte da coloro che avevano già messo in discussione il primato petrino.
È certamente questa la ragione che spinge il giovane aragonese a dirigersi, nell’autunno del 1530, a Basilea e a cercare di ottenere una serie d’incontri con Ecolampadio, il leader della Riforma di quella città. Ora, per comprendere quanto avvenne in seguito, dobbiamo avere ben chiara in mente la situazione: Serveto è, agli occhi di Ecolampadio, un ragazzo di diciannove anni, straniero e cattolico, mentre lui, già quarantenne, è un teologo affermato e, soprattutto, molto occupato nel governo della città in un momento cruciale per l’intera Riforma. In quest’ottica, è abbastanza naturale che, dopo aver acconsentito a incontrare un paio di volte questo giovane spagnolo le cui opinioni apparivano per lui inaccettabili e dopo aver tentato inutilmente di convincerlo dei suoi “errori”, Ecolampadio perdesse la pazienza e rispondesse a una ennesima richiesta di colloquio con una missiva piuttosto irata in cui, tra l’altro, chiedeva ironicamente all’insistente interlocutore se ritenesse che lui non avesse niente di meglio da fare che stare a rispondere inutilmente alle sue domande.
Tale missiva, in qualche modo, poneva la parola fine al rapporto tra Ecolampadio e Serveto e quest’ultimo, dopo aver cercato inutilmente di ottenere un incontro con Erasmo, che all’epoca viveva proprio a Basilea, decise di spostarsi a Strasburgo per vedere che cosa sarebbe riuscito a ottenere dai riformatori di quella città. Strasburgo era, a quel tempo, la più liberale tra le città protestanti: Denck e altri Anabattisti vi si erano rifugiati pochi anni prima e la loro influenza era ancora molto sentita e presente. Bucero e Capitone, i leader riformatori della città, ricevettero Serveto molto gentilmente e, in un primo momento, pare che provassero una certa simpatia per le sue idee, tanto da far sperare lo spagnolo che tali teorie potessero essere ufficialmente adottate nel credo cittadino, ma Zwingli, fondatore e leader della Riforma svizzera, che era già stato messo al corrente delle opinioni anti-trinitarie del ragazzo e le aveva definite bestemmie terribili che avrebbero potuto portare danni incalcolabili alla causa protestante, aveva già messo in guardia tutti i capi delle città contro qualsiasi deriva anti-trinitaria e, in fin dei conti, Serveto si trovò a cozzare a Strasburgo, così come già prima a Basilea, contro un muro di gomma di pregiudizi e di rifiuto.
Nonostante ciò, Miguel, che si sentiva mosso da un impulso divino a emendare la Chiesa dai suoi errori, non si lasciò scoraggiare e decise di andare direttamente alla fonte, tentando di conquistare alle sue idee addirittura Melantone o Lutero. Per far ciò, però, era necessario che mettesse le sue tesi per iscritto e le facesse stampare, cosa non facilissima neppure nella protestante Basilea, in cui era nel frattempo tornato, per i rischi che la stampa di dottrine considerate eretiche poteva comportare sia per lui che per un eventuale stampatore. Dovette, così aspettare l’estate del 1531 per trovare a Hagenau, in Alsazia, un tipografo abbastanza coraggioso da produrre un testo che, uscito comunque senza indicazione editoriale, doveva avviare una profonda rivoluzione nel mondo religioso: il “De Trinitatis Erroribus”. Scritto in un latino piuttosto grezzo, il testo, che avrebbe voluto essere un attacco al concetto della trinità basato su un impressionante (per un ventenne) corpus di letture, mostra oggi certamente i limiti di un pensiero non ancora completamente maturo e di concetti teologici non sempre compresi a fondo ma, ugualmente, una volta messo in vendita, ebbe un successo di pubblico notevolissimo in Svizzera, Germania e nord Italia.
Dalle sue lettere appare chiaro che Serveto si aspettasse ingenuamente che i riformatori avrebbero dato il benvenuto al suo contributo alla loro causa non appena avessero riflettuto su quanto aveva scritto ma, purtroppo, avvenne esattamente il contrario: Melantone, è vero, ammise che si trattava, in alcuni punti, di un buon testo e Ecolampadio fu d’accordo con lui nell’affermare che esso conteneva molti aspetti positivi, ma ogni più piccola lode fu presto schiacciata dal coro generale di denuncia. Lutero lo ritenne un libro “abominevolmente malvagio”, Melantone predisse immediatamente che da esso avrebbero potuto sorgere immani tragedie, Ecolampadio ammonì che, se fosse stato tollerato, il testo avrebbe potuto essere devastante per la Riforma dando all’imperatore armi per accusarla di eresia e Bucero arrivò addirittura ad affermare che l’autore, che evidentemente doveva aver imparato la sua dottrina dal “Gran Turco” in Africa, avrebbe dovuto essere pubblicamente squartato.
Insomma, in breve tempo la vendita del “De Trinitatis Erroribus” venne proibita in tutta l’Europa protestante (come già, ovviamente, era immediatamente avvenuto nell’Europa cattolica, allorché il de Quintana, scioccato che l’autore di quel “libro pestilenzialissimo” fosse stato un suo protetto, aveva ordinato di bruciarne tutti gli stampati presenti nell’Impero) e si procedette a una eliminazione così sistematica di qualsiasi copia che quando, una ventina d’ anni più tardi, si cercò il testo per usarlo come prova a carico nel processo di Ginevra contro Serveto, non fu possibile reperirne neppure un solo esemplare. Come se ciò non bastasse, su richiesta di Ecolampadio Bucero scrisse una confutazione delle tesi di Serveto (che, però, non osò mai pubblicare) e, sebbene non si fosse proceduto ad alcuna accusa formale contro l’autore, ingiunse allo spagnolo di lasciare immediatamente Strasburgo, dove il ventenne aragonese era tornato dopo la pubblicazione del testo.
A questo punto, Serveto non poté fare altro che trasferirsi ancora una volta a Basilea, dove sopravvisse per qualche tempo dando lezioni di spagnolo e da dove, con un ennesimo colpo di testa, inviò l’ultima copia del “De Trinitatis” a una fiera del libro a Lione. Quest’ultima mossa provocò una reazione così negativa contro di lui in tutto il mondo protestante che Miguel si sentì in dovere di scrivere a Ecolampadio offrendosi di lasciare la città o, addirittura, di ritrattare le tesi esposte nel suo libro tanto esecrato. Ecolampadio, indulgentemente, propese per la seconda ipotesi, ma, nella primavera successiva, la presunta ritrattazione, che uscì con il titolo di “Dialoghi sulla Trinità” (il dialogo era, a quel tempo, la forma preferita per disquisire di argomenti di qualsiasi tipo), non fece altro che correggere la forma del testo precedente (le cui imperfezioni, scrisse Serveto, erano dovute in parte alla sua mancanza di abilità e in parte alla disattenzione dello stampatore), rispondere alle obiezioni dei leader riformati e ribadire le stesse tesi con un linguaggio un po’ più vicino all’insegnamento della Chiesa.
Il risultato fu, ovviamente, quello di inasprire le reazioni riformate e isolare ulteriormente il Serveto, che si ritrovò senza amici e senza denaro in una città di cui non parlava la lingua e in cui gli era completamente impossibile trovarsi un lavoro. L’unica decisione possibile fu, conseguentemente, per lui quella di lasciare l’area germanofona e sparire per quasi vent’anni, rifugiandosi nell’anonimato.
Ma cosa aveva, nel pensiero servetiano, tanto sconvolto i capi della Riforma? In sostanza, prendendo l’insegnamento della Bibbia come autorità assoluta e definitiva, Serveto dichiarava che la natura di Dio non può essere divisa in tre persone, non essendo tale dottrina insegnata dalle Sacre Scritture ed essendo, anzi, il frutto di contaminazioni di culti stranieri e di invenzioni di persone ignoranti.
A riprova di ciò, argomentava che i primi Padri della Chiesa non parlavano mai di trinità e che l’idea trinitaria era stata imposta alla Chiesa da parte dei Greci, più attenti a filosofeggiare vuotamente che a sviluppare il Cristianesimo originario. Allo stesso modo, altrettanto non scritturale era la dottrina delle due nature in Cristo, dottrina che l’autore ridicolizzava definendola illogica, irragionevole, contraddittoria, immaginaria, e contro cui insorgeva, ritenendo che definirla come ispirata dallo Spirito Santo fosse blasfemo e demoniaco. A seguire, Serveto affermava che la dottrina di un Dio unico in tre persone non poteva essere dimostrata e neppure veramente immaginata ed era unicamente fonte di innumerevoli eresie: quelli che vi credevano erano stolti e ciechi e divenivano nella pratica atei rimanendo senza il vero Dio, mentre era proprio questa dottrina assurda l’ostacolo insuperabile per la conversione di Ebrei e Musulmani al Cristianesimo.
Come risultato di tutto ciò, l’unica trinità in cui, secondo l’autore, era legittimo credere era questa: che Dio si riveli all’uomo sotto tre diversi aspetti (“dispositiones”), manifestandosi nella natura del Padre che è condivisa con suo Figlio Gesù e con lo Spirito che abita in noi. Risulta piuttosto chiaro come questa costruzione teologica fosse piuttosto distante dall’Unitarianesimo successivo e fosse, piuttosto, una rielaborazione del Sabellianismo che, per altro, non creò mai una Chiesa di seguaci. Ciò che, in particolare, va sottolineato è che Serveto non lasciò mai formalmente il Cattolicesimo e che, come si legge chiaramente al termine dei “Dialoghi”, egli non si sentì mai né pienamente in accordo né pienamente in disaccordo sia con Cattolicesimo che con Protestantesimo, trovando in entrambi elementi positivi e negativi.
Abbiamo, comunque, visto che il clima per lui, nelle aree tedesche, si stava facendo troppo caldo. Fu per questa ragione che il giovane Miguel decise di trasferirsi in Francia sotto il falso nome di Michel de Villeneuve (Michael Villanovanus) e di iscriversi alla Sorbona dove, in un paio d’anni, arrivò a livelli così alti nello studio della matematica da poter tenere lezioni agli altri studenti. In questa prima fase, evidentemente, l’interesse per la teologia, nonostante la delusione per i suoi approcci fallimentari con i leader riformati, non era per nulla scemato, tanto che, conosciuto il giovane Calvino, Miguel lo sfidò in un dibattito pubblico su argomenti religiosi, a cui, però, poi non si presentò temendo un’accusa di eresia da parte delle autorità cittadine.
Ben presto, in ogni caso, si ripresentarono i problemi finanziari che lo avevano già colpito a Basilea e Miguel, ora Michel, dovette interrompere gli studi e trasferirsi a Lione, dove lavorò per oltre due anni presso una nota casa editrice come correttore di bozze. In questa veste Serveto si occupò, come redattore, di una nuova edizione, aggiornata con le scoperte del Nuovo Mondo, della “Geografia” di Tolomeo (per altro alcune sue annotazioni sulla Palestina e sulla improbabilità che una zona così povera potesse essere la “terra promessa” sarebbero state in seguito utilizzate contro di lui con l’accusa di “aver diffamato Mosé”) e di numerosi trattati medici. Fu proprio questo assiduo contatto con opere mediche a aprirgli un nuovo campo d’interessi e a portarlo a tornare a Parigi per divenire uno studente di medicina.
A Parigi Serveto rimase per circa quattro anni, studiando con i più illustri medici e anatomisti dell’epoca e ottenendo una buona fama con un piccolo trattatello sulla digestione che divenne così popolare da avere cinque edizioni in Francia e in Italia e per i suoi studi sulla circolazione. In questo periodo, dietro sollecitazione di alcuni amici, diede anche alcune letture universitarie pubbliche relative a geografia e astrologia (allora considerata una scienza a tutti gli effetti) ma queste iniziative furono, per lui, fonte di nuovi guai: certe sue osservazioni irriverenti su alcuni luminari della medicina del tempo gli attirarono l’ira del mondo accademico e il giovane medico si trovò accusato di divinazione (un’accusa che a Parigi poteva costare il rogo) e costretto, ancora una volta, a trasferirsi.
La nuova meta dei suoi pellegrinaggi fu Charlieu, nei pressi di Lione, e per un anno circa svolse in quel paese l’attività professionale medica. Un’aggressione notturna mentre andava a visitare un paziente, aggressione probabilmente organizzata da alcuni suoi colleghi invidiosi del notevole successo che stava ottenendo, lo indusse, nel 1540, ad accettare l’invito dell’arcivescovo di Vienne, che aveva conosciuto a Parigi, a diventare il suo medico personale, alloggiando nel suo stesso palazzo: da quel momento in poi iniziò il più lungo periodo (circa dieci anni) di quiete della sua vita avventurosa e travagliata, durante il quale acquistò fama e fortuna come medico e, al tempo stesso, poté proseguire i suoi studi, producendo, tra l’altro, una nuova edizione di Tolomeo (notevolmente “ ammorbidita” rispetto alla precedente) e una edizione, completa di prefazione e note, della recente Bibbia in latino curata dal monaco domenicano Sante Pagnino.
È proprio questa edizione biblica uno dei suoi lavori più stupefacenti: nella sua elaborazione, infatti, Serveto stabilì alcuni principi filologici completamente nuovi (ad esempio sfatando scientificamente il mito che Salmi e Profeti avessero profetizzato l’avvento di Cristo), in anticipo di 250 anni rispetto alla moderna filologia biblica. Naturalmente tali principi vennero poi utilizzati contro di lui sia dai cattolici (che misero la sua edizione all’Indice) che come elementi “eretici” e di offesa a Dio nel processo intentato contro di lui da Calvino, ma, per ora, nessuno osò attaccare questo protetto del vescovo di Vienne.
Resta il fatto che, con ogni probabilità, fu proprio questo nuovo studio della Bibbia a far rivivere in lui il suo antico interesse per la teologia, che ora, nella tranquillità di Vienne, poteva coltivare a fondo. Ciò che sentiva come potente necessità era spiegare ai Cristiani che il vero Cristianesimo era, in realtà, molto più semplice di quanto apparisse e, in particolare, si era convinto che, riuscendo a convincere Calvino, ormai affermato riformatore a Ginevra, delle sue teorie, avrebbe potuto aprire una fase nuova per l’intera Chiesa.
Così, tramite un certo Frellon, un editore di Lione per il quale Serveto aveva curato un’ opera letteraria e che conosceva bene Calvino, il medico aragonese riuscì ad aprire una corrispondenza con il leader riformato, iniziando a inviargli missive in cui lo interrogava su Gesù come Figlio di Dio, sul Regno di Cristo, sulla salvezza, sul battesimo e su molti altri argomenti.
La corrispondenza, iniziata su un piano di estrema cortesia, presto purtroppo degenerò in un abuso grossolano di invettive: Serveto era intenzionato a dimostrare a Calvino i suoi errori e le sue credenze non scritturali e Calvino, dal canto suo, ormai praticamente dittatore di Ginevra, poco aduso a un tono didascalico e poco rispettoso utilizzato nei suoi confronti, non aveva alcuna intenzione di farsi dare lezioni da uno sconosciuto, cosicché, dopo poche missive, accusò il suo interlocutore di mancanza di umiltà e pose fine allo scambio epistolare, inviando come atto finale una copia dei suo “Istitutuzioni della Religione Cristiana” perché l’aragonese “imparasse che cosa era la vera fede cristiana”. Serveto, che, come visto, non era certo tipo da permettere a qualcuno di avere l’ultima parola, non fece altro che rimandare il testo al mittente con una serie impressionante di note scritte a margine, che Calvino, come era prevedibile, trovò altamente offensive.
Nei due anni seguenti Serveto continuò a scrivere a Calvino con toni sempre più duri: nelle trenta missive successive arrivò ad accusarlo come reprobo, bestemmiatore, Ebreo, ladro e brigante, ricevendo in risposta una sola nota in cui il riformatore ginevrino paragonava le lettere che gli pervenivano a un “raglio d’asino”. Nonostante ciò Serveto era sempre convinto di poter convincere Calvino e, in quest’ottica, gli inviò il manoscritto di un testo che aveva appena terminato e in cui ridisegnava, sistematizzandolo, l’intero sistema di pensiero teologico che aveva fino a quel momento asserito. Calvino lesse il manoscritto ma si rifiutò di rispondere e ignorò le ripetute richieste di Serveto che chiedeva la restituzione del testo. Quando, infine, sempre nella speranza di convertire il suo interlocutore, Serveto di offrì di andare a Ginevra per discutere faccia a faccia con lui, Calvino non solo si rifiutò di fornire allo spagnolo un salvacondotto, ma arrivò a scrivere all’amico Farel, pastore di Neuchâtel, chiedendogli, nel caso Serveto fosse capitato nella sua area d’influenza, di non permettergli di fuggire vivo.
Avendo fallito con Calvino, Serveto, sempre sotto lo pseudonimo di Michel de Villeneuve, tentò di convincere, senza successo, altre guide spirituali della Riforma, in particolare Poupin, parroco a Ginevra, e Viret, parroco a Losanna, della mostruosità di scambiare Dio con un “Cerbero a tre teste” ma, visti gli esiti sempre negativi dei suoi approcci, decise, forse avventatamente, di pubblicare l’esito delle sue riflessioni perché tutti potessero conoscerlo e, forse, anche perché si era convinto, dalle sue letture scritturali, che il regno dell’Anticristo (il papato) sarebbe finito nel 1585 e riteneva di essere stato prescelto come agente per tale cambiamento epocale.
Così, riprendendo il manoscritto inviato a Calvino, a inizio 1553 lo consegnò a un amico tipografo di Basilea, il quale in un primo momento non osò stamparlo per paura delle conseguenze con l’Inquisizione ma che, dopo molte insistenze e dietro il pagamento di una forte cifra, finì per produrne un certo numero di copie (circa un migliaio). Il testo, che venne intitolato “Christianismi Restitutio” (“Restauro del Cristianesimo”), era un volume di circa 700 pagine, in cui si rielaboravano le teorie del “De Trinitatis” e dei “Dialoghi” (con l’aggiunta delle trenta lettere a Calvino) con toni ancora più accesi e in cui si dimostrava l’assurdità delle pretese trinitarie utilizzando ogni metodo possibile, dalla logica alla storia alla filologia bibilica. Naturalmente i volumi vennero stampati in gran segreto in una casa abbandonata di Vienne, senza alcuna indicazione di luogo, data, stampatore o l’autore ma Serveto non seppe resistere alla tentazione di scrivere le sue iniziali sull’ultima pagina e di inserire il suo nome in diversi punti del testo.
Forse anche questa imprudenza avrebbe potuto avere conseguenze di non particolare gravità se non fosse accaduto che uno stock di 500 volumi venisse inviato a Lione in vista della vendita nelle grandi fiere librarie di quella città e di Francoforte e che l’editore Frellon, che abbiamo già incontrato come tramite tra Serveto e Calvino, probabilmente senza prevedere le conseguenze del suo atto, mandasse una copia del testo a quest’ultimo.
Calvino non ci mise molto a unire le tessere del puzzle e a riconoscere in Michel de Villeneuve l’“eretico” Miguel Servet e mai e poi mai avrebbe potuto permettere che le “bestemmie” contenute nel “Restitutio” si diffondessero in Europa: decise, dunque, di servirsi della sua peggior nemica, l’Inquisizione cattolica, per mettere la parola fine all’annosa vicenda che lo legava al medico spagnolo. In quest’ottica si servì di un suo amico, un certo Guillaume Trie, rifugiato protestante di Lione che era ancora in corrispondenza con un parente cattolica: a lui Calvino raccontò quello che sapeva di questo nuovo libro e del suo autore e caldeggiò l’idea che, tramite la suddetta parente francese, il terribile bestemmiatore della trinità Michele Serveto, alias Villeneuve, che viveva a Vienne come medico, venisse denunciato all’Arcivescovo di Lione come eretico.
La lettera di Trie giunse ben presto nelle mani dell’Inquisitore, accompagnata dalle prime quattro pagine della “Restitutio” inviate a riprova delle scandalose idee propagandate dall’“eretico” aragonese. Serveto venne convocato dalle autorità e interrogato, il suo alloggio venne perquisito e tutti i suoi stampati accuratamente riletti ma non si riuscì a trovare alcuna prova contro l’accusato, che venne rilasciato. Allora, Calvino consegnò a Trie una serie di lettere inviategli da Serveto e la famosa copia delle “Institutio” annotata a margine e queste, fatte pervenire ai giudici lionesi, risultarono prove sufficienti per l’arresto del sedicente Michel de Villeneuve, ora riconosciuto come l’eretico Serveto.
Serveto, ormai messo all’angolo e impossibilitato a negare gli addebiti che gli venivano mossi, tentò una mossa disperata: incaricò dal carcere un servitore di raccogliere una forte somma di denaro che utilizzò per corrompere influenti amici che gli permisero di fuggire. Quando l’evasione venne scoperta, il medico spagnolo era già ben oltre la portata dei suoi accusatori e il processo civile contro di lui continuò in sua assenza per oltre dieci settimane fino alla scoperta delle 500 copie lionesi della “Restitutio” e fino alla condanna per il reo a essere bruciato a fuoco lento con i suoi scritti (sentenza che venne eseguita “in effige” il giorno seguente alla pronuncia del tribunale): qualche mese dopo lo stesso verdetto venne emesso anche dal tribunale ecclesiastico (e si ripeté la stessa macabra sceneggiata del rogo in effige) ma ormai Serveto era già salito, a Ginevra, su un rogo vero.
A questo punto si poneva per il fuggiasco il dubbio su dove andare: in Francia era un latitante, un ritorno sulle rive del Reno era assolutamente da escludere per il rischio di essere riconosciuto e consegnato alle autorità riformate e non era neppure pensabile tentare di rientrare nella natia Spagna dove il furore inquisitoriale aveva toccato punte di fanatismo mai viste in precedenza. L’unica possibilità era quella di raggiungere Napoli, dove avrebbe potuto esercitare la professione medica tra connazionali, ma il problema era come arrivare nella città Italiana: dopo quattro mesi di fuga, dunque, Miguel si risolse ad attraversare la Svizzera e il nord Italia per raggiungere la sua meta, ma proprio questo percorso si sarebbe rivelato esiziale per lui.
Fu così che Serveto, diretto verso sud, finì per ritrovarsi presso una locanda di Ginevra una domenica mattina: la legge imponeva a tutti di recarsi alla funzione e, nonostante desiderasse tenersi il più possibile nascosto, né il latitante spagnolo poteva esimersi dall’obbligo né, probabilmente, lo desiderava, curioso com’era di sentire predicare Calvino. Naturalmente venne riconosciuto e tratto in arresto ancora prima dell’inizio del sermone.
Come sappiamo, Calvino già da tempo riteneva che Serveto dovesse essere messo a morte come bestemmiatore ed eretico ed è molto probabile che sospettasse che la presenza dell’aragonese fosse dovuta alla sua volontà di diffondere le sue idee (che avevano già avuto una discreta risonanza nelle città del nord Italia) e, così facendo, mettere, secondo lui, in pericolo l’intera Riforma: per il dittatore ginevrino divenne, quindi, una sorta di dovere morale liberare il mondo da quella che riteneva essere una piaga infetta e chiese che l’“eretico” venisse immediatamente arrestato.
Dal momento che la legge cittadina richiedeva che l’accusatore venisse trattenuto insieme all’accusato fino al momento della formalizzazione delle accuse, Calvino inviò al suo posto uno studente di nome Nicolas de la Fontaine, che viveva in casa sua come suo segretario e che, da quel momento, funse da accusatore principale nel procedimento che seguì e che si basò su 38 capi d’imputazione, quasi tutti tratti dalla “Restitutio” (con qualche accenno anche alla menzionata redazione della “Geografia” di Tolomeo), che andavano dalla negazione della trinità alla bestemmia contro la persona di Cristo, dal rifiuto dell’immortalità dell’anima e del pedobattesimo alla diffamazione di Calvino.
Serveto, interrogato il giorno seguente, non smentì gran parte delle accuse (aggiungendo, però, che, qualora gli fosse dimostrato il suo errore era disposto alla ritrattazione) e venne rinviato a giudizio: come pubblico ministero venne scelto un consulente legale del Concistoro, mentre la difesa venne assunta da un avversario politico di Calvino, un membro di quel “Partito dei Libertini” che da tempo metteva in discussione il potere del duro riformatore al governo di Ginevra, che, da subito, minacciò che, se il processo non fosse stato equo, avrebbe reso il “caso Serveto” una questione politica dirompente.
La disamina delle prove richiese qualche tempo ma, sostanzialmente, non aggiunse nuove prove a carico e quando de la Fontaine chiese di essere liberato dalla prigione in cui risiedeva in qualità di accusatore, il caso venne avocato dal Procuratore generale di Ginevra e Calvino, pur continuando a tuonare contro l’eretico dal pulpito, si pose sempre più in una posizione defilata dal punto di vista giuridico. Il passo successivo fu quello di chiedere alle autorità di Vienne per inviare una copia degli elementi che avevano contro Serveto e di sottoporre il caso davanti alla altre Chiese riformate della Svizzera tedesca.
Serveto, dal canto suo, fece istanza formale di scarcerazione, adducendo a motivazione il fatto che non era consuetudine apostolica né dei primi imperatori cristiani infliggere agli eretici la pena capitale, ma solo la scomunica e il bando e che, di fatto, egli non aveva commesso alcun reato né nel territorio ginevrino né altrove, risultando le sue proposizioni solo discussioni accademiche che non avevano mai provocato turbative dell’ordine pubblico.
Questa linea di difesa contrastava apertamente con l’accusa che tendeva a dimostrare come l’aragonese avesse tentato di diffondere capillarmente le sue eresie, già condannate da tempo,diffondendo così una mentalità immorale e conducendo egli stesso una vita criminale. Inizialmente i magistrati, dopo lunghi interrogatori dell’imputato, parvero propendere per lui ma l’intervento del Procuratore Generale che, chiaramente spinto da Calvino, accusò Serveto di voler provocare sommosse in città, di aver mentito e di essere così chiaramente colpevole da non necessitare neppure di una difesa, mantenne il processo in una situazione di stallo.
La questione si sbloccò allorché giunse da Vienne l’incartamento con la sentenza definitiva di condanna di Serveto e la richiesta di estradizione del reo sulla base dell’accusa di evasione e per i reati commessi in territorio francese. Come previsto dalla legislazione ginevrina venne, conseguentemente, chiesto al prigioniero se desiderasse essere giudicato a Ginevra o in Francia: Serveto, in lacrime, pregò di non essere inviato a morte certa a Vienne e questo fece il gioco di Calvino che poteva, in questo modo, dimostrare che i Protestanti non erano meno zelanti dei Cattolici nel preservare la purezza della fede cristiana. La richiesta dei magistrati francesi venne, dunque, ricusata e si continuò a procedere nella disamina dei capi d’accusa.
Il problema era che una discussione sugli insegnamenti eretici del Serveto avrebbe richiesto, se portata in tribunale, troppo tempo e avrebbe esulato dal campo di competenza dei giudici: si decise, allora, di fornire a Serveto i libri atti alla sua difesa e che l’imputato e Calvino avrebbero discusso per iscritto i punti controversi, lasciando alle Chiese Svizzere il compito di decidere sulla ortodossia o meno delle argomentazioni. La discussione scritta durò quattro giorni: Calvino, dapprima, elaborò 38 punti (paralleli ai 38 capi d’accusa) sulla base di estratti dai libri di Serveto, definendo tali scritti come “parzialmente empi e bestemmiatori, pieni di, errori in parte profani e folle e tutti completamente estranei alla Parola di Dio e alla fede ortodossa”; Serveto rispose spiegando e giustificando le sue posizioni; Calvino scrisse in confutazione e Serveto finì semplicemente aggiungendo brevi note a matita a margine del manoscritto di Calvino.
La discussione, iniziata su un piano abbastanza dignitoso, degenerò ben presto a causa di un gravissimo errore di valutazione di Serveto che, ritenendo di aver già vinto la disputa, si abbandonò a violente invettive contro il suo avversario (che, al contrario, mantenne sempre un tono equilibrato), arrecando molto danno alla sua causa. I documenti vennero sottoposti al Consiglio e poi debitamente trasmessi alle Chiese e ai Consigli di Zurigo, Berna, Basilea e Sciaffusa, mentre Calvino anticipava questo passaggio scrivendo a numerosi pastori per spingerli a condannare Serveto.
Dopo quattro settimane si cominciarono a ricevere le prime risposte e, nel frattempo, Serveto, che era ancora rinchiuso in carcere, rivolse al Consiglio un indignato appello per la sua liberazione, sostenendo di essere trattenuto ingiustamente, mangiato dai vermi e senza vestiti di ricambio. Quando il Consiglio ignorò la sua perorazione, si rivolse al Consiglio Grande (o “Consiglio dei Duecento”) e arrivò addirittura a richiedere l’incarcerazione di Calvino come falso accusatore, sulla base di sei capi d’accusa: naturalmente anche questa richiesta venne totalmente ignorata.
Le risposte giunte dalle varie Chiese variavano per lunghezza e tono ma, avendo tutti i Consigli incaricato i loro pastori di esprimersi, tutte concordavano che Serveto dovesse essere condannato, non solo per le “nefandezze teologiche” cha aveva espresso ma anche e soprattutto perché le Chiese Riformate non potessero venire accusate di dar rifugio a un eretico.
A questo punto la sorte di Serveto era segnata: due giorni dopo venne condannato a essere condotto nel sobborgo di Champel e ivi essere bruciato vivo insieme con i suoi libri, secondo l’antica pratica imperiale che Calvino aveva lasciato invariata. Quando la sentenza fu pronunciata, Serveto, che si aspettava l’assoluzione o nel peggiore dei casi una condanna al bando, proruppe in un pianto a dirotto ma presto si ricompose e riprese un comportamento di grande dignità, scusandosi per il suo sfogo.
Farel, il ministro di Neuchatel, che era giunto quella stessa mattina su invito di Calvino (che, forse, voleva tentare di salvare “capra e cavoli” ottenendo, tramite le capacità oratorie dell’amico, un’abiura che avrebbe evitato a Serveto il rogo) ebbe un lungo colloquio con il medico aragonese chiedendogli di rinunciare ai suoi errori e così salvarsi la vita ma Serveto rimase fedele alle sue convinzioni, implorando solo, inutilmente, che gli venisse imposta un’altra forma di morte perché temeva che il dolore del rogo potesse indurlo a ritrattare.
Fu Farel ad accompagnarlo, il 27 ottobre 1553, al luogo dell’esecuzione dove si era radunata una grande folle. Qui fu incatenato a un palo, con una copia della “Restitutio” legata a una gamba e un corona di foglie imbevute di zolfo sulla testa e, quando il fuoco venne appiccato, le sue ultime parole furono “Gesù, figlio del Dio eterno, abbi pietà di me”. Gli ci volle oltre mezz’ora per morire.
Anche durante il processo numerose voci si erano sollevate a favore di Serveto, non ultime quelle del giurista italiano Gribaldo, esule a Ginevra, di David Joris che scrisse da Basilea ai governi delle città protestanti della Svizzera esortandoli a evitare di macchiarsi di un delitto come l’omicidio di un teologo, di Camillo Renato, pensatore italiano, che protestò contro la condanna dicendo: “Né Dio né il suo spirito hanno incoraggiato un’azione del genere.
Cristo non trattava in questo modo coloro che non lo riconoscevano” e dell’umanista francese Sébastien Castellion che scrisse: “Uccidere un uomo non significa difendere una dottrina, significa solo uccidere un uomo”, ma purtroppo i principali riformatori (Melantone, Beza, ecc.), senza eccezione, approvarono incondizionatamente l’esecuzione.
Cosa possiamo dire oggi del rogo di Serveto? Nel giudicare tutta questa vicenda si deve fare attenzione a non essere ingiusti verso Calvino, che, in realtà, non si comportò in modo troppo diverso da quello intollerante di tutti i capi religiosi e di governo della sua epoca, confondendo libero pensiero e opinioni divergenti dalla propria come attacchi letali alla religione cristiana. Certamente Serveto era un uomo ostinato, per certi versi fanatico, offensivo ed esasperante al massimo grado, che mescolava idee brillanti e incredibilmente avanzate con elementi che rasentavano la superstizione.
Era, però, soprattutto, un sincero cristiano, incrollabilmente fedele alla Bibbia fino alla morte. Probabilmente ciò che dell’intera vicenda conta di più è l’effetto a lungo termine dell’esecuzione di Serveto. Come scrisse Marian Hillar: “La morte di Serveto segnò una svolta nell’ideologia e nella mentalità invalse a partire dal IV secolo [...] Da un punto di vista storico, Serveto morì affinché la libertà di coscienza potesse diventare un diritto civile del singolo individuo nella società odierna”.
Nel 1908 nella città francese di Annemasse, a circa cinque chilometri dal luogo in cui morì Serveto, fu eretto un monumento in suo onore. Un’iscrizione dice: “Michele Serveto [...] geografo, medico, fisiologo, contribuì al bene dell’umanità con le sue scoperte scientifiche, la sua dedizione ai malati e ai poveri, e la sua indomita indipendenza di pensiero e coscienza [...] Era un uomo dalle convinzioni granitiche. Sacrificò la propria vita per la causa della verità”.

giovedì 26 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 ottobre.
Il 26 ottobre 1440 Gilles de Rais viene impiccato.
Il mondo della storia è particolare. E' un mondo senza vie di mezzo, dove tutto è o bianco o nero, dove gli eroi nazionali vengono ricordati in maniera epica e quasi mitica, mentre i cattivi sono spesso disegnati come mostri senza anima.
Tra questi ultimi, troviamo Gilles De Rais, un nobile francese del XV secolo, un ufficiale militare che aveva combattuto al fianco di Jeanne D'Arc e che, al termine della Guerra dei Cento Anni, si ritrovò ad essere uno degli uomini più ricchi e potenti della Francia. Ottenuta la carica nobiliare di Barone su "raccomandazione" del nonno, un uomo molto influente che ricorreva al nepotismo per controllare più territori possibili, è probabile che la "caduta" di De Rais fu causata sopratutto alla sua ingenuità politica e al suo edonismo che lo portò a dissipare la gran parte dei propri averi.
Gilles De Rais non è però ricordato né per il glorioso passato militare né per gli sfortunati giochi di potere. La storia racconta che Gilles nascose per molti anni il lato oscuro della sua personalità, un lato scuro e sinistro che lo spinse a rapire, torturare e uccidere centinaia di bambini, figli di contadini per la maggior parte. Si tramanda inoltre che l'ufficiale usasse circondarsi di stregoni e alchimisti esperti in magia nera, con i quali cercava la formula per trasformare il metallo in oro.
Arrestato e minacciato di tortura, Gilles confessò di essere un omosessuale e un pedofilo. Due reati che a quel tempo erano puniti con la confisca di tutte le proprietà e con la pena di morte.
La storia ci consegna così Gilles De Rais come uno dei peggiori e più sadici assassini dell'umana esistenza. La maggior parte degli studiosi lo descrive come un cavaliere al servizio del Re, che una volta in pensione trascorse il tempo libero a violentare e uccidere ragazzini.
Altri invece sostengono che sia rimasto vittima di una congiura, perché è impossibile che sia riuscito a rimanere impunito per tutti quegli anni. Secondo questa ipotesi, De Rais sarebbe stato accusato con delle finte prove e condannato da un tribunale truccato, dal quale non riuscì a difendersi a causa della sua scarsa intelligenza. Un eroe di guerra, rimasto vittima di alcuni giochi di potere.
Per capire meglio Gilles De Rais e la sua storia, dobbiamo innanzitutto cercare di immaginarci la società in cui si svolgono i fatti. La Francia del 1400 è un paese tormentato dalla guerra, dalle pestilenze, dalla violenza e dagli intrighi politici. Un paese dove le cariche nobiliari e il potere vengono svenduti al miglior offerente, mentre i matrimoni strategici sono all'ordine del giorno.
Gilles nasce nel 1404, presumibilmente a Champtoce, in uno dei tanti castelli di proprietà della sua famiglia, chiamato la Torre Nera.
La Francia è ancora in guerra con l'Inghilterra a causa della disputa sull'erede del trono francese.
La causa della guerra risale al 1066, quando William il Conquistatore, Duca di Normandia, aveva invaso l'Inghilterra e ne era diventato Re. Le discendenze, la disputa su alcuni territori importanti come le Fiandre e diversi matrimoni combinati in 300 anni di storia hanno fatto il resto.
La guerra è scoppiata ufficialmente nel 1337, ma è risaputo che la Guerra dei 100 Anni sia stata piuttosto un insieme di battaglie sanguinose, separate tra loro da molti anni di tregua e alleanze momentanee.
Negli anni dell'infanzia di Gilles, sul trono inglese siede Enrico V, che è riuscito nell'impresa di riappacificare Inghilterra, Scozia e Galles e adesso pretende il trono francese.
A Parigi invece regna Carlo VI, detto Il Pazzo. Carlo è malato di schizofrenia, porfiria e disturbi bipolari. Sono note a tutti le sue famigerate "crisi", durante le quali il Re fa le cose più strane.
Una volta, sul finire del 1300, attaccò e uccise i soldati che gli facevano da scorta. Durante un'altra crisi, Carlo dimenticò il suo nome, ignorò di essere re e fuggì terrorizzato dalla moglie. Non riconobbe i figli, sebbene identificasse il fratello ed i consiglieri e ricordasse i nomi delle persone defunte. In alcuni degli attacchi successivi, egli vagò per il palazzo ululando come un lupo, si rifiutò di fare il bagno per mesi e soffrì dell'allucinazione di essere fatto di vetro.
Con un personaggio del genere a governare, il paese si ritrova diviso in diverse regioni, ognuna delle quali governata da un feudatario che dispone di grandi poteri, come coniare monete e fare leggi. In cambio il governo francese si accontenta di disporre dei servigi degli eserciti di questi Signori.
I primi anni di vita del giovane De Rais sono a noi sconosciuti. Come la società dell'epoca imponeva, è probabile che sia stato cresciuto come un "adulto in miniatura", trattato in maniera fredda e senza amore. Raggiunti i 7 anni, considerata l'età della ragione, probabilmente è stato istruito nelle discipline artistiche e umanistiche, costretto a recitare a memoria alcuni passi di letteratura greca e latina, addestrato nelle arti militari e nel bon ton.
Gli archivi descrivono Gilles come uno studente capace ed esperto nel campo militare, quanto goffo e grezzo nelle arti politiche. Sin da bambino viene quindi etichettato come individuo non all'altezza delle cospirazioni machiavelliche su cui si basa la Francia dell'epoca.
Il 25 ottobre del 1415, giorno di San Crispino, i due eserciti si fronteggiano sul campo di battaglia di Agincourt. Sarà una battaglia dura, ma alla fine l'esercito inglese, diretto da Enrico V in persona, la spunterà. Il Re inglese, al termine del combattimento, decide di uccidere gli 11 mila francesi catturati, per evitare di incontrarli in un'altra battaglia futura. Fra di loro ci sono molti nomi importanti dell'aristocrazia francese. Uno di questi è Amaury De Craon, zio di Gilles De Rais (all'epoca 11enne).
Fu la prima delle tre perdite significative che il giovane Gilles subirà in quegli anni.
Sua madre, Marie, muore durante la Festa dell'Epifania dell'anno dopo. Suo padre, Guy, muore invece pochi mesi dopo, ucciso da un cinghiale durante una battuta di caccia.
Nel proprio testamento, l'uomo lascia precise istruzioni affinché, per nessun motivo, i suoi due figli, Gilles e Rene, vengano affidati alla famiglia De Craon, dalla quale veniva sua moglie.
Anche in questo caso, i giochi di potere hanno la meglio e Jean De Craon, rimasto senza eredi, decide di venire meno alle volontà del proprio genero per il bene dei propri possedimenti. Così, verso la metà del 1416, Gilles e suo fratello si trovano affidati alle cure del terribile nonno .
Jean De Craon è un abile politico e cospiratore, sono pochi i personaggi storici che possono competere con le sue intricate macchinazioni. Agisce senza una coscienza e fa di tutto per raggiungere i propri scopi, principalmente legati al profitto. Non a caso, è il secondo uomo più ricco della Francia.
La sua influenza negativa si riversa immancabilmente sui due bambini. Mentre nei castelli dei loro genitori erano stati istruiti nella morale, nella religione e nelle discipline umanistiche, nel castello del nonno, situato a Champtoce, vicino alla Loira, vengono istruiti nelle arti militari e vengono plagiati dalla particolare morale di Jean. E'probabile che Gilles abbia sviluppato proprio in questo castello la perversione e la follia che esploderanno in età adulta.
Quando Gilles compie i 13 anni, Jean negozia il matrimonio tra lui e Jeanne Peynel, la figlia del Duca di Normandia. La ricchezza in dote alla piccola Peynel è pari a quella di Gilles e il matrimonio avrebbe reso la casata De Craon la più potente e ricca della Francia intera, per questo il Parlamento riesce a trovare in breve tempo un motivo abbastanza valido per impedirlo. Dieci mesi dopo, Gilles viene dato in fidanzato alla nipote del Duca della Borgogna. Anche questo matrimonio salterà, ma gli archivi storici non sanno spiegare il motivo.
Passano due anni e il 16enne De Rais è costretto dal nonno a rapire Catherine Thouars, una sua cugina erede di numerosi terreni. Jean fa rinchiudere nelle segrete del castello tre parenti della giovane che si erano avventurato in un'operazione di salvataggio, poi, nel 1420, sposa i due ragazzini e comincia le negoziazioni con il padre della ragazza, Milet Thouars. L'uomo però muore misteriosamente qualche tempo dopo e, in seguito alla liberazione degli ostaggi, Jean riesce a far riconoscere il matrimonio dalle autorità ecclesiastiche.
Gli anni successivi scorrono "tranquillamente", fino a quando, nel 1429, Gilles De Rais diventa consulente e primo generale di Giovanna D'Arco.
Dopo numerose e faticose battaglie, i due riescono a liberare Orleans e a scortare sano e salvo il nuovo erede al trono fino a Riems, la città dell'incoronazione dei Re francesi.
In quel periodo, Gilles riceve la massima carica militare francese e diventa molto potente, ma la sua ormai risaputa ignoranza politica lo lascia scoperto a diversi cospiratori che lo colpiranno molto presto.
Nel frattempo, nel 1432, anche Giovanna D'Arco cade vittima delle macchinazioni di un consigliere del Re e viene bruciata come eretica, mentre il nonno di Gilles, Jean De Craon, muore di malattia.
Sul letto di morte, l'uomo si pente di aver vissuto in maniera immorale e di aver cresciuto una persona spietata come suo nipote. Nel testamento, per farsi perdonare di tutto il male che aveva procurato in vita, l'uomo lascia tutte le proprietà ai contadini del luogo, mentre i soldi vengono destinati a un fondo per edificare due ospedali. Ai nipoti viene lasciata la spada personale.
Francesi e inglesi raggiungono un accordo e la Guerra dei Cento anni finisce. I nobili sciolgono i loro eserciti e tornano a gestire i propri terreni.
Tornato a vivere a Champtoce, Gilles si accorge ben presto che la vita sedentaria da eroe di guerra in pensione non fa per lui. La pratica militare in quegli anni aveva contribuito a celare la sua bramosia di morte, ma ora non c'è più nessuna battaglia da combattere. Memore delle stragi di nemici, il suo corpo desidera tornare a provare l'eccitazione del sangue che scorre fuori dal corpo di una vittima.
Gli archivi dell'epoca non sono molto precisi, ma la prima vittima di De Rais dovrebbe risalire al 1432, quando l'uomo si trasferisce con i suoi cortigiani al castello di Machecoul.
La vittima è un anonimo garzone di 12 anni, che un cugino di Gilles aveva mandato al castello per consegnare un messaggio. Alle autorità verrà raccontato che il bambino è stato rapito da una banda di briganti dei boschi.
Vestiti con gli abiti migliori e invitati a un banchetto, i bambini vengono trascinati dopo il pasto in una stanza nascosta, dove sono ammessi solo De Rais e i suoi servitori più fedeli.
Qui la vittima di turno viene appesa per il collo ad un gancio di ferro e quindi stuprata diverse volte. Tra una violenza e l'altra, Gilles De Rais toglie il ragazzo dal gancio e gli fa coraggio, consolandolo. Ad un certo punto, durante uno di questi gesti di conforto, il ragazzo viene ucciso.
Gli sventurati vengono assassinati in diversi modi, dalla decapitazione al taglio della gola. A volte vengono smembrati, altre volte vengono presi a bastonate sull'osso del collo. In alcuni casi, l'assassino si siede sulla loro pancia, facendosi un sacco di risate e masturbandosi nel vederli soffocare. Quando Gilles dispone di più teste decapitate, improvvisa macabre gare di bellezza.
De Rais fa forgiare anche una spada speciale, una spada a doppia lama corta e molto spessa, che lui chiama braquemard e che viene utilizzata appositamente per sgozzare i bambini.
Difficilmente le vittime vengono lasciate vive per più di una sera e occasionalmente il Barone ha rapporti anche con i loro cadaveri oppure gioca con le loro viscere.
I corpi vengono poi cremati e gettati nel fossato.
Gilles non è solo. Agisce con i suoi cortigiani. Non si sa con certezza fino a che punto siano costretti a reggergli il gioco e fino a che punto siano invece esseri perversi come il loro padrone. Uno dei principali coinvolti è un giovane, soprannominato Poitou, inseparabile braccio destro di Gilles. Originariamente arrivato nel castello come vittima, è stato risparmiato per la sua straordinaria bellezza e promosso al grado di complice.
Si sa inoltre che alcune persone procacciavano le vittime per lui.
Uno di questi è il cugino, Gilles De Sille, che gli manda numerosi bambini con qualche scusa, come il ragazzo-messaggero che ha dato inizio alla carneficina. Un altro procacciatore di vittime è Roger Briqueville, mentre che un'anziana donna senza nome, soprannominata da tutti "La Meffraye", si aggira per i borghi contadini rapendo alcuni bambini.
Tutte queste persone confesseranno i loro crimini durante il processo a De Rais e saranno punite.
Ben presto cominciano a girare strane voci sul castello di Machecoul, tanto che la gente trasale innanzi ai viandanti che dichiarano di venire da lì.
Le numerose scomparse di bambini dai villaggi mettono in allarme la popolazione contadina. De Sille sparge la voce che i bambini sono stati consegnati al Re d'Inghilterra, secondo un patto di pace, e che saranno educati come paggi di corte. Gli archivi non ci sanno dire se queste voci bastarono a placare l'opinione pubblica, ma di sicuro le scomparse continuarono senza freno.
Anche misticismo, spiritualità e religione giocano un ruolo importante nella vita di Gilles De Rais.
E' proprio il conflitto tra questo suo aspetto religioso e caritatevole con i crimini che avrebbe confessato sotto tortura che spinge molti studiosi a dubitare della reputazione criminale che accompagna il nome di Gilles da secoli.
Fervido e generoso sostenitore della Chiesa, De Rais fa edificare numerose cappelle e addirittura una cattedrale, stipendiando anche gli ecclesiastici necessari a svolgere tutte le funzioni.
Come compagno di Giovanna D'Arco, era stato testimone dei suoi miracoli, per esempio l'improvviso cambiamento di vento durante una battaglia in seguito a una preghiera della donna. Era al suo fianco quando l'eroina si era strappata via dalla spalla un dardo che avrebbe mandato all'ospedale un cavaliere di taglia media. L'aveva ascoltata pronunciare profezie che si sono poi avverate.
Per questo a Gilles non è mai risultato difficile credere nel soprannaturale, anche se secondo alcuni storici si sarebbe presto convertito all'alchimia e alla necromanzia.
L'alchimia era stata bandita dalla Chiesa un secolo prima, ma ciò non aveva dissuaso molti credenti dal cercare la famigerata Pietra Filosofale, che secondo la leggenda ha tra i suoi poteri quello di trasformare il piombo in oro. La chimica moderna trova le sue radici in questi folli sperimentatori che, nonostante le loro immorali motivazioni, fecero delle scoperte molto importanti per l'umanità.
La maggior parte degli alchimisti era comunque composta da un manipolo di ciarlatani e prestigiatori che approfittavano delle loro abilità con le mani e con le parole per servirsi di uomini ricchi e creduloni.
Gilles, fissato con il misticismo e in crisi economica, diventa ben presto una facile preda di questi alchimisti artefatti e non ammetterà mai di essere stato manipolato e raggirato numerose volte. La maggior parte degli alchimisti da lui assunti scapperà infatti con un bel bottino, dopo aver mostrato un paio di numeri da circo.
Oltre all'alchimia, uno dei riti che più interessano De Rais, è l'invocazione di qualche Demone, al qualche vorrebbe chiedere di ripristinare la sua ricchezza e di donargli molto potere.
Per questo motivo, nel 1439, fa venire da Firenze un certo Francesco Prelati, un truffatore molto abile e intelligente, che è riuscito a crearsi la fama di più grande mago della Penisola, capace di invocare qualsiasi tipo di spirito o entità soprannaturale.
Un giorno di maggio, verso mezzanotte, il ragazzo si appresta a realizzare un'invocazione di un Demone. Lo assistono De Rais, De Sille, Poitou e Blanchet, l'alchimista di fiducia di Gilles.
Riuniti nella sala più bassa del castello, tra le tappezzerie antiche e i manufatti di guerra, Prelati disegna un grande cerchio sul pavimento e comincia a tracciare strani simboli pagani e religiosi all'interno. De Rais stringe tra le braccia un libro di formule magiche che avrebbe fatto scrivere con il sangue dei bambini uccisi.
Lo showman apre tutte le finestre della stanza e avverte il suo pubblico di non farsi per nessun motivo al mondo il segno della croce durante il rito. Per tutta risposta, Gilles caccia tutti i presenti, ritenuti da lui dei grandi fifoni, e chiede di rimanere solo con il mago.
La fortuna assiste Prelati e un temporale si scatena dopo circa 3 ore di invocazioni inutili, permettendo al toscano di carpire ancora di più la fiducia del suo "datore di lavoro". Prelati dichiara così che Barron, un demone molto potente, si è messo in contatto con lui e ha chiesto il cuore, gli occhi, le mani e l'organo sessuale di un bambino.
Gilles accontenta il truffatore, che per i 10 mesi successivi riuscirà a portare avanti questa commedia con successo, mettendo da parte un buon gruzzolo. Il Demone Barron naturalmente non si paleserà mai, ma in compenso intratterrà numerose discussioni private con Prelati.
I fallimenti esoterici non distraggono comunque Gilles dalla sua sete di sangue e le sparizioni dei giovani contadini continuano.
Nello stesso anno, il 1439, Rene De Rais, preoccupato dallo sperperare del fratello, riesce ad ottenere dal Re un editto che gli conferisce il controllo del castello di Champtoce e impedisce a Gilles di vendere qualsiasi appezzamento di terreno della famiglia.
Quando Gilles scopre che Rene sta venendo in visita con le intenzioni di prendere possesso anche del castello di Machecoul, si fa prendere dal panico e ordina a Poitou e a Henriet (un servo anziano e molto fedele) di uccidere e bruciare immediatamente i 40 bambini che sono ancora tenuti in ostaggio nel maniero.
La cosa viene fatta troppo in fretta e viene scoperta da due nobili amici di De Rais, che decidono però di non denunciare il fatto, in quanto le vittime sono semplici e miseri contadini.
Il timore di Gilles si rivela comunque corretto. Tre settimane dopo essere passati da Champtoce, Rene e un suo cugino occupano Machecoul.
Gilles De Sille e un servitore vengono incaricati di distruggere tutti gli attrezzi alchemici e di far sparire alcuni scheletri rinvenuti nelle segrete, sui quali i familiari di Gilles non si interrogano nemmeno, innalzando di proposito un muro di silenzio.
Impotente politicamente, in pensione a soli 36 anni, senza i soldi per pagarsi un esercito e privato del potere di gestire le sue proprietà, Gilles De Rais è ormai una preda facile e ambita da molti dei feudatari vicini, che desiderano ardentemente entrare in possesso dei suoi terreni.
Cominciano ad essere tessute delle intricate trame e per Gilles scatta il conto alla rovescia.
L'inizio della fine si colloca nei primi mesi del 1440, quando Gilles, messo insieme un piccolo esercito di briganti, fa irruzione nella chiesa di St. Etienne de Mermorte durante un'importante rito cattolico. Con lo sguardo da pazzo e brandendo un'ascia, Gilles prende in ostaggio il prete, fratello di un nobile che aveva occupato un castello dei De Rais costringendoli a venderglielo, pretendendo la liberazione della sua proprietà.
E' a questo punto che i nemici di Gilles decidono che il rivale è andato troppo oltre.
Jean V, Duca della Bretagna (il fratello del prete sequestrato) è il primo a muoversi e a formare un'alleanza con il Vescovo di Nantes, Jean De Malestroit, rivale della famiglia De Rais da molti anni.
Malestroit comincia l'operazione anti-Gilles De Rais, raccogliendo deposizioni e informazioni da sette persone vicine all'ex combattente, mettendo insieme tutte le informazioni utili. Possiamo immaginare la sua reazione quando scoprì del libro magico scritto con il sangue dei bambini per invocare i Demoni e delle torture ai danni dei giovani contadini.
Nel luglio del 1440, viene finalmente pubblicato il documento su Gilles De Rais redatto dal Vescovo.
Nel rapporto, Malestroit asserisce: "Milord Gilles de Rais, cavaliere, signore e barone posto sotto la nostra giurisdizione, con certi complici tagliò le gole a molti giovani e ne uccise atrocemente degli altri. E' stato dichiarato che lui ha praticato con questi bambini la sodomia. Spesso ha cercato di convocare a sé degli esseri infernali, facendo anche sacrifici umani in loro nome, e ha perpetrato altri orrendi crimini sempre restando entro i limiti della nostra giurisdizione..."
Nonostante le parole aspre provenienti dalla cattedrale in Nantes, Gilles rimane risoluto e si barrica ingenuamente nel castello di Tiffauges. Lui è Maresciallo di Francia, capo militare del Re, padrone spirituale del potente Demone Barron e signore dei villaggi di Rais: nessuno avrà mai il coraggio di sfidarlo e di presentarsi al castello per accusarlo di eresia e omicidio.
I suoi complici non sono invece così ottimisti. Gilles De Sille e Roger Briqueville avevano messo da parte dei soldi per un'evenienza simile e fuggono. Henriet tenta inutilmente il suicidio.
Solo Poitou e i due maghi Prelati e Blanchet rimangono fedeli a De Rais, attendendo il proprio fato nel castello.
Ad agosto, il Conestabile della Francia, fratello dell'onnipresente Duca della Bretagna, prende possesso del castello di Tiffauges e chiede il permesso alle autorità per poter arrestare De Rais, che nel frattempo si rifugia a Machecoul. L'autorizzazione non arriva fino al 14 settembre 1440, perché il Re aveva ordinato di aprire un'inchiesta parallela a quella del Vescovo di Nantes, per assicurarsi che le prove fossero fondate.
Il giorno successivo all'autorizzazione per l'arresto di Gilles, il Duca di Bretagna si presenta ai cancelli di Machecoul e prende in custodia sia il Barone che i suoi servitori. De Rais viene portato a Nantes, dove un tribunale lo interroga sull'assalto alla chiesa di St. Etienne de Mermorte. Nessun fa cenni agli omicidi di bambini o alla passione per il soprannaturale.
Non trattandosi di un cittadino comune, la custodia di Gilles si svolge nelle comode stanze di un castello a Nantes. Mentre lui si gode questa "vacanza" forzata, il giudice principale della Bretagna, Pierre De L'Hopital, fa interrogare i genitori e i parenti dei bambini scomparsi nei dintorni di Machecoul. Molte donne dichiarano di essere state costrette da Poitou a consegnare i loro figli per permettere a De Rais di condurli al castello dove ne avrebbe fatto dei cortigiani.
Gli interrogatori ai parenti delle vittime vanno avanti da 18 settembre all'8 ottobre, sotto l'occhio attento delle autorità ecclesiastiche che pretendono e ottengono la partecipazione del Vicario dell'Inquisizione, Jean Blouyn.
Il 13 ottobre 1440, i giudici, basandosi sulle testimonianze raccolte, accusano formalmente De Rais di 34 omicidi (avvenuti a partire dal 1432), di sodomia, di eresia e di assalto contro un rappresentante della Chiesa. L'accusa chiede invece di alzare il conto delle vittime a 140, a partire dal 1426. La più curiosa delle accuse è sicuramente quella di non aver mantenuto fede a una promessa fatta a Dio, in un presunto periodo di pentimento, di fare un pellegrinaggio fino a Gerusalemme per purificare la propria anima.
Convocato di fronte al tribunale per rispondere ai capi di accusa, Gilles De Rais attacca verbalmente le persone che lo stanno interrogando, chiamandoli simoniaci (i venditori di indulgenze) e dichiarando di preferire l'impiccagione immediata piuttosto che parlare con loro. In tutta risposta, gli ecclesiastici di Nantes lo scomunicano.
E' una mossa astuta, che fa vacillare il credentissimo Gilles, preoccupato adesso della propria anima. Per questo l'imputato, due giorni dopo, visibilmente provato, riconosce l'autorità della corte e, inginocchiato e in lacrime, chiede umilmente perdono per l'attacco verbale di due giorni prima.
Il Vescovo, avendo ormai ottenuto la sua collaborazione, lo riammette prontamente nella Chiesa.
Nonostante sia De Rais che i suoi complici si siano dichiarati collaborativi, l'accusa chiede ed ottiene che Gilles venga torturato presso La Tour Neuve, per avere la sicurezza che l'imputato confessi tutto quello che ha fatto.
Nemmeno poche ore dopo, Gilles De Rais, prima ancora di cominciare il "trattamento", fermatosi davanti allo strumento di tortura che lo attende, si dichiara disponibile a consegnare a Pierre De L'Hopital e al Vescovo una confessione dettagliata e firmata. Nella confessione, Gilles scagiona i propri complici, dichiarandosi unico colpevole e responsabile. Confessa inoltre di aver agito per soddisfare i propri bisogni carnali e i propri vizi, senza altri scopi.
La confessione non contiene l'ammissione di aver tentato di invocare il Demonio. Siamo in un'epoca in cui l'omicidio di un contadino è ritenuto davvero di poco conto rispetto a un'eresia.
Per riuscire a condannare a morte il Maresciallo, i giudici hanno bisogno di una confessione anche sul piano esoterico. Per questo, decidono di minacciare di tortura anche il mago italiano, Prelati, che prontamente confessa di aver aiutato Gilles a invocare un Demone.
Quando i due si incontrano nei corridoi del tribunale, Gilles De Rais scoppia in lacrime e dimostrando di non provare nessun rancore dichiara al mago: "François, amico mio! Non ci vedremo mai più in questo Mondo, ma pregherò Dio affinché ci perdoni e ci faccia incontrare in Paradiso!"
Effettivamente non si vedranno mai. Condannato all'ergastolo, Prelati riuscirà ad evadere qualche anno dopo, ma, tornato a fare il mago, verrà definitivamente catturato, condannato per eresia e impiccato.
La settimana successiva, Gilles ripete la sua confessione di fronte alla corte ecclesiastica, che nuovamente lo scomunica, straziandolo. Sarà di nuovo il Vescovo di Nantes a riaccoglierlo nella Chiesa qualche giorno dopo, promettendogli una sepoltura in terra benedetta.
Il tribunale, nel frattempo, condanna Gilles, Poitou, Henriet ad essere appesi per il collo fino alla morte, mentre i loro corpi erano destinati a bruciare fino all'incenerimento su delle pire.
Non si sa che fine abbia fatto la vecchia donna che si aggirava nei boschi vestita di nero a rapire i bambini.
De Rais chiede e ottiene di essere giustiziato per primo, per dare il buon esempio ai propri servitori.
Gli imputati vengono condotti alla forca il 26 ottobre 1440.
Prima della sua esecuzione, Gilles pronuncia alla folla un lungo sermone su quanto sia pericoloso educare in maniera diabolica i giovani. Ammette i suoi peccati ed esorta gli astanti ad allevare i loro bambini in maniera severa e secondo gli insegnamenti della Chiesa.
Il testo intero del sermone è andato perduto, ma gli archivi ne parlano come un eccellente esempio di umiltà cristiana e di pentimento.
Gilles viene impiccato subito dopo, ma il Vescovo, per mantenere la propria promessa, fa rimuovere il corpo prima che la pira infuocata lo raggiunga e lo fa seppellire con il rito cattolico.
La chiesa dove si trovava la tomba andrà distrutta durante la rivoluzione francese.
In seguito la moglie Catherine Thouars, sparita dalla scena poco dopo il matrimonio, si sposò con Jean De Vendome, un uomo ricco e potente, alleato dell'ormai potentissimo Duca di Bretagna, il presunto burattinaio di tutta la storia. La figlia di Gilles, Marie De Rais, si sposò con un ammiraglio della marina militare francese, stranamente nemico del Duca di Bretagna, ma morì senza figli. Il fratello Rene, ereditata la maggior parte dei beni, compreso il titolo di Barone, soggiornerà nel castello di Champtoce fino alla morte, controllato come un carcerato dagli uomini del Duca di Bretagna. Morirà nel 1473, lasciando una figlia che rimarrà senza eredi.
La casata De Rais, che il vecchio Jean De Craon aveva cercato in ogni modo di preservare e rendere potente era dunque finita miseramente.
La storia di Gilles De Rais termina qui.
Ricostruita soprattutto in base agli archivi storici, ci lascia comunque con il dubbio iniziale. Gilles De Rais è stato un eroe di guerra o un mostro sanguinario? La storia, si sa, la scrivono i vincitori e bisogna anche considerare che la confessione è arrivata solo dopo le minacce di tortura. Chi non confesserebbe, posto davanti a orribili strumenti di tortura? Secoli di storia dell'Inquisizione ci insegnano che delle donne, poste a quei trattamenti disumani, siano arrivate addirittura a confessare di aver praticato sesso anale con Satana!
I giudici inoltre non avrebbero mai permesso a Gilles di tenere un discorso alla folla se non fossero stati sicuri di avergli lavato il cervello. Coloro che continuavano a dichiararsi innocenti venivano giustiziati direttamente nelle segrete, dopo le torture, e veniva sparsa la voce che avevano confessato.
Non abbiamo nessuna prova della sua colpevolezza oltre alla sua confessione, dato che i corpicini, stando a quanto raccontato, venivano bruciati fino ad essere ridotti in cenere.
D'altra parte, che motivo avrebbero avuto tutte quelle famiglie per accusare Gilles De Rais di aver fatto sparire i loro figli? Inventandosi delle storie a proposito della scomparsa di alcuni bambini non avrebbero comunque ottenuto nulla in cambio. Non avevano nessuna buona ragione per mentire.
È improbabile che Gilles abbia ucciso un centinaio di bambini. E' possibile invece che abbia ucciso il primo messaggero che è arrivato al suo castello. A questo punto però, potrebbe non essere stata l'unica vittima...
La verità sul Gilles De Rais non ci sarà mai nota. Soltanto due cose resteranno abbastanza certe: la prima è che la confessione, essendo stata ottenuta con la forza, è comunque inesatta e volutamente esagerata. La seconda è che De Rais in qualche modo si era sicuramente macchiato di qualche crimine e non merita di essere ricordato esclusivamente come un eroe al servizio dell'esercito francese.

mercoledì 25 ottobre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 ottobre.
Il 25 ottobre 1917 ha inizio la rivoluzione bolscevica in Russia, evento che modificherà per sempre gli equilibri nell'Europa del XX secolo.
All'inizio del 1917 nonostante la legalizzazione di alcuni partiti politici, il sistema zarista rimaneva rigidamente assolutistico. I primi mesi, dato il disastroso andamento della Prima Guerra Mondiale, erano stati caratterizzati nelle città da continue sommosse per la carestia che aveva assunto le dimensioni di una catastrofe. Le spese di guerra venivano finanziate attraverso i prestiti e l'aumento della circolazione di moneta (inflazione) che avevano da tempo fatto crollare l'economia. Il malcontento era generalizzato: nelle campagne la popolazione contadina, in continua crescita, aspirava alla distribuzione delle terre, nelle città la classe operaia, concentrata in grandi nuclei industriali, poneva le sue rivendicazioni.
Il 18 Febbraio (o 3 Marzo secondo il calendario moderno, che in Russia non era ancora stato adottato) 1917 nelle officine Putilov di Pietrogrado scoppiò uno sciopero ad oltranza: per ritorsione tremila operai furono licenziati. Gli scioperi di protesta si estesero a quel punto a valanga in tutte le altre industrie della capitale e il 23 Febbraio fu proclamato lo sciopero generale. Lo Zar Nicola II informato nel suo quartier generale a Mogilev degli avvenimenti, non rendendosi conto dell'enorme portata della protesta, diede l'ordine al generale Chabalov di “liquidare l'indomani stesso i disordini della capitale”.
Il 26 Febbraio un reparto del reggimento della guardia di Volinia aprì il fuoco sulla prospettiva Nevskij, dove era in corso una dimostrazione. Sessanta tra uomini e donne caddero morti sulla piazza: fu la scintilla che innescò la rivoluzione.
Il presidente della Duma, Rodzianko, telegrafò allo Zar scongiurandolo di fare delle concessioni alla volontà del popolo per salvare la monarchia ma non ricevette risposta: Nicola II continuava ad illudersi di padroneggiare ancora la situazione. Il 27 Febbraio (12 Marzo) la sede della Duma, nel palazzo di Tauride, fu occupata da soldati e operai armati, la sera stessa si riunì lì il Primo Soviet di Pietrogrado, mentre anche a Mosca divampavano vaste sommosse.
Quando l'8 Marzo (21) 1917 si scatenò a Pietrogrado l'ennesima insurrezione popolare, lo Zar Nicola II nell'impossibilità di reprimerla, fu costretto ad abdicare in favore del fratello, il Granduca Michele, ma questi lo stesso giorno rifiutò la corona. La cosiddetta Rivoluzione di Febbraio, durante la quale perirono nella sola capitale più di milequattrocento persone, pose fine alla dinastia dei Romanov dopo quasi trecento anni di dominio.
Il soviet di Pietrogrado, composto in maggioranza da menscevichi e da socialisti di destra, diede il suo appoggio alla costituzione di un governo provvisorio, formato dai maggiori partiti allora presenti nella Duma, sotto la presidenza del latifondista liberale Lvov.
La Russia, stremata da tre anni di guerra, si rese conto ben presto che le speranze di cambiamento riposte nel nuovo governo borghese erano rimaste tradite. Infatti il governo, che era dominato da rappresentanti della grande proprietà fondiaria e del capitale, si dichiarò per il proseguimento della guerra, mentre le riforme agrarie venivano rimandate. Le perdite al fronte, tra morti, feriti e prigionieri, ammontavano ormai a più di sei milioni. La Polonia russa era persa. Nelle città mancava tutto, gli approvvigionamenti erano resi difficili anche a causa delle condizioni disastrose del sistema ferroviario. Nelle campagne l'inquietudine dei contadini aumentava a causa del numero sempre crescente di reclutati per il fronte.
Lenin tornò in patria dopo 10 anni di esilio nell'aprile del 1917. Francia ed Inghilterra gli rifiutarono il visto di transito temendo che avrebbe fatto di tutto per indurre la Russia a concludere una pace separata con la Germania. Per la stessa ragione, però, la Germania era interessata a favorire il rientro di Lenin in patria. Con un accordo stipulato a Ludendorff, il governo tedesco permise a Lenin e ad altri trenta emigranti il transito.
La sera del 3 (16) aprile 1917 Lenin e il suo seguito giunsero alla stazione finnica di Pietrogrado. In una sala d'onore lo accolse il socialdemocratico menscevico Ccheidse che lo salutò a nome del Soviet di Pietrogrado. Lenin lo trascurò totalmente e rivolse ai presenti nella sala le seguenti parole: ”Compagni! Soldati, marinai e lavoratori! Sono felice di salutare in voi la rivoluzione russa vittoriosa, avanguardia dell'armata proletaria mondiale... La rivoluzione russa compiuta da voi ha dato inizio ad una nuova epoca. Viva la rivoluzione mondiale socialista!”
Davanti alla stazione di Pietrogrado premeva una folla enorme. Lenin fu issato su un carro armato e nella luce dei riflettori e delle fiaccole, tenne il suo primo discorso accolto da ovazioni.
L'indomani Lenin espose alla conferenza del partito bolscevico le sue Tesi del 4 Aprile chiedendo che il proletariato abbattesse il governo provvisorio e affidasse “Tutto il potere ai soviet!”, spronò quindi i contadini affinché si appropriassero con la forza delle grandi proprietà terriere. I menscevichi non lo presero sul serio, rinfacciandogli di parlare come un pazzo in preda a un delirio, ma Lenin non si lasciò impressionare.
Domenica 18 giugno (1 luglio) 1917 fu organizzata una grande manifestazione a favore del governo provvisorio. Parteciparono quattrocentomila persone ma nessuno fece propri gli slogan filogovernativi diffusi da fonti ufficiali. La dimostrazione assunse, sotto le pressioni dei bolscevichi, un carattere ostile al governo che da poco aveva ostinatamente rifiutato di approvare anche le proposte più moderate di riforma agraria. Centinaia di cartelli riportavano: “Tutto il potere ai soviet!" "Basta con la guerra!" "Pane, pace, libertà!”
Negli stessi giorni era cominciata l'offensiva contro i tedeschi. Il socialista Kerenskij, divenuto nel frattempo ministro della Guerra, tenne in diverse località entusiastici discorsi in favore dell'offensiva militare, ma, quando più di settantamila uomini perirono e la controffensiva nemica costrinse i russi ad indietreggiare, l'euforia si spense ovunque. Un odio violento divampò contro Kerenskij, mentre crescevano le simpatie per i bolscevichi che promettevano la pace.
Al fronte e nelle retrovie la disciplina scomparve, spesso gli ufficiali venivano fucilati dai loro soldati. Nelle campagne le azioni illegali dei contadini si facevano sempre più frequenti, nel mese di giugno si registrarono ottocentosessantacinque espropriazioni. In diversi luoghi, sopratutto in Siberia, i contadini attaccarono anche le proprietà dei conventi. Molte fabbriche furono chiuse per mancanza di rifornimenti di materie prime.
I costi della guerra ammontavano ormai a quaranta milioni di rubli al giorno: i prezzi salivano senza sosta, mentre la disoccupazione aumentava. Ad accrescere l'esasperazione delle masse contribuivano i dati apparsi nei giornali che attestavano inauditi profitti di guerra agli industriali e fornitori dell'esercito. Il governo provvisorio nel tentativo di arginare il malumore, decise di inviare al fronte le truppe di stanza a Pietrogrado, illudendosi così di poter disarmare la classe operaia e sciogliere i consigli degli operai e dei soldati. Ma le truppe intuirono perfettamente il piano ed insorsero. Migliaia di proletari si unirono a loro.
Il 3 (16) luglio 1917 i dimostranti si recarono alla sede del partito bolscevico chiedendo l'immediato abbattimento del governo provvisorio e il passaggio dei poteri ai consigli degli operai e dei soldati. Trotzki organizzò la rivolta guidando la neonata Guardia Rossa. Il giorno seguente si unirono alla folla diecimila marinai e operai provenienti da Kronstadt. Dopo numerose sparatorie il corteo si impossessò del palazzo di Tauride, ma l'entusiasmo popolare si spense all'arrivo dei soldati della guardia fedeli al governo, i quali dispersero la folla e repressero la rivolta.
Il presidente del consiglio, il principe Lvov, emise mandati d'arresto contro tutti i capi del partito bolscevico. La sede del partito fu occupata, la redazione e la tipografia del giornale bolscevico Pravda devastate. Lenin riuscì a fuggire in Finlandia travestito da operaio.
Nel frattempo la situazione al fronte degenerava sempre più, i tedeschi avanzavano e gli episodi di insubordinazione diventavano sempre più frequenti.  La presidenza del consiglio dei Ministri allora fu assunta da Kerenskij nel tentativo di ristabilire la disciplina nell'esercito. Fu reintrodotta la pena capitale ma oramai i russi erano dovunque in ritirata.
Il 26 Luglio (8 Agosto) 1917 i bolscevichi si riunirono illegalmente per il loro sesto congresso. Lenin dal suo esilio propose di accelerare la caduta della dittatura controrivoluzionaria della borghesia e di sostituirvi la dittatura del proletariato, ritenendo peraltro impensabile una conquista del potere per via pacifica. Il congresso approvò la sua linea.
Kerenskij, sperando di consolidare la sua posizione, fece riunire il 12 (25) Agosto 1917 nel Teatro Grande di Mosca, un'assemblea di oltre duemila persone in rappresentanza di tutti i partiti politici (tranne quello bolscevico), dell'esercito, della marina, dei soviet locali, delle associazioni imprenditoriali, dei sindacati, degli industriali, dei proprietari terrieri e dei banchieri. I bolscevichi scatenarono a Mosca uno sciopero di protesta al quale aderirono quattrocentomila persone. Il primo giorno di riunione il cosiddetto Consiglio di Stato si ritrovò senza elettricità, senza tram e senza ristoranti aperti; Kerenskij intimorito fece disporre dei cannoni a difesa del Teatro Grande.
Questa assemblea non produsse gli effetti sperati: il prestigio di Kerenskij (schernito ormai dalla popolazione con il soprannome di Bonaparte) era completamente distrutto, dimostrandosi incapace di incitare ancora l'esercito e di frenare l'adesione delle masse al bolscevismo. Il popolo chiedeva terra e pace, solo il bolscevismo era in grado di prometterle, tutti gli altri partiti si battevano per il seguito della guerra e il rinvio delle riforme agrarie.
Il generale Kornilov, nominato comandante supremo dell'esercito, fu sospinto alla ribalta della scena politica. Nell'illusione di spingere i bolscevichi alla resistenza e di annientarli, liquidando al tempo stesso anche i soviet degli operai e dei soldati, il 19 Agosto (1 settembre) 1917 egli abbandonò Riga ai tedeschi ritirando un numero rilevante di unità dal fronte, aprendo così al nemico le porte di Pietrogrado.
Kornilov diresse le proprie truppe contro la capitale dove voleva assumere il potere assoluto e chiese a Kerenskij di proclamare lo stato d'assedio. Il piano del generale trapelò anzitempo, suscitando irritazione e sdegno tra la popolazione. Kerenskij che aveva appoggiato Kornilov solo nella speranza di avere un alleato contro il pericolo bolscevico, lo esonerò telegraficamente dal comando e lo accusò insieme ai suoi sostenitori di alto tradimento.
Il generale Kornilov si rifiutò di deporre il comando e ordinò al dispotico generale Krymov di marciare su Pietrogrado alla testa di un corpo di cavalleria.
Nella capitale Kerenskij perse la testa, dimostrandosi incapace di opporre la benché minima resistenza al tentativo di colpo di stato di Kornilov.
Il partito bolscevico invece agì con calma e sicurezza: insediò un consiglio di guerra in difesa della capitale, venticinquemila operai aderirono alla Guardia Rossa, i lavoratori delle industrie belliche Putilov prolungarono l'orario di lavoro portando a termine in due giorni l'assemblaggio di quasi duecento cannoni, i sindacati armarono altri cinquemila operai. Le locomotive che trasportavano la cavalleria di Krymov vennero disperse dai ferrovieri verso direzioni sbagliate o su binari morti, mentre molti agitatori bolscevichi raggiunsero le truppe di Krymov e le informarono delle intenzioni per le quali si intendeva sfruttarle; si ebbero così numerose defezioni.
Dopo appena due giorni il generale Krymov si arrese a Kerenskij e a causa dell'umiliazione subita si tolse la vita. Il colpo di stato di Kornilov, l'uomo “dal cuore di leone ma dal cervello d'un coniglio”, era fallito miseramente. Tutti i capi dell'esercito furono arrestati.
La popolazione si rese conto ancor di più che la vera forza rivoluzionaria era in mano al partito bolscevico, se ne ebbe riprova nelle elezioni successive che si ebbero di lì a breve.
L'aggravarsi della crisi alimentare, la diffusa disoccupazione, l'incapacità di fronteggiare il collasso economico acuirono ulteriormente le difficoltà del governo di Kerenskij, mentre la marea del bolscevismo cresceva di giorno in giorno.
Lenin rientrò di nascosto a Pietroburgo il 10 (23) ottobre 1917 per orientare e guidare il comitato centrale alla conquista del potere: l'insurrezione armata doveva scattare senza indugio.
Due giorni dopo fu creato il Comitato Militare Rivoluzionario sotto la presidenza di Trotzki, e fu alloggiato nell'istituto Smolnyi, già sede del partito bolscevico. Il comitato poteva contare su dodicimila guardie rosse e tremila soldati. Gli operai delle industrie belliche fornirono le armi, si unirono ai bolscevichi le navi da guerra della flotta del baltico e molte truppe del governo provvisorio.
La sera del 24 ottobre (6 novembre) 1917 Lenin, sotto false sembianze, si recò all'istituto Smolnyi per organizzare la presa del potere: durante la notte le guardie rosse ed i soldati occuparono senza incontrare resistenza i ministeri, la banca nazionale, la centrale telefonica, le stazioni ferroviarie e tutti gli altri punti nevralgici di Pietrogrado.
Kerenskij riuscì a fuggire dalla capitale ma gli altri membri del governo provvisorio rimasero chiusi nel Palazzo d'Inverno nell'attesa disperata quanto vana dell'intervento dell'esercito.
Il Governo provvisorio mobilitò le poche forze ancora fedeli: gli allievi ufficiali delle scuole, tre reggimenti di cosacchi e qualche altro reparto tra cui il Battaglione femminile della signora Botchareva per difendere il Palazzo.
Gli insorti accerchiarono l'edificio ed intimarono al governo di arrendersi entro mezz'ora, in caso contrario le navi da guerra avrebbero aperto il fuoco dei loro cannoni.
L'ultimatum non ebbe risposta e due ore dopo una cannonata a salve, partita dall'incrociatore Aurora provocò una sparatoria tra le due parti. Il Battaglione femminile, dopo aver tentato una sortita, fu catturato dagli insorti che penetrarono nel palazzo e in poco tempo disarmarono gli ufficiali.
All'alba del 26 ottobre (8 novembre) tutti i ministri furono arrestati e trasferiti sulla fortezza di Pietro e Paolo. L'assalto al Palazzo costò la vita a cinque marinai e ad un soldato.
Alcune ore prima si era radunato allo Smolnyi il secondo congresso panrusso dei soviet composto da seicentocinquanta delegati, sotto la presidenza del bolscevico Kamenev, il quale annunciò all'assemblea che il palazzo d'Inverno era stato occupato ed il governo (ad eccezione di Kerenskij) tratto in arresto.
Tra ripetuti e scroscianti applausi fu decretato il passaggio del potere ai soviet e proclamata la Repubblica dei Soviet.
La sera di quello stesso giorno si aprì la seconda seduta del congresso: in un tripudio di ovazioni Lenin salì sul podio. Il suo discorso salutò la vittoria della rivoluzione ed espresse la speranza di una rivoluzione socialista mondiale, che si poteva delineare anche in Germania, in Italia ed in altri paesi europei. Poi Lenin annunciò il decreto di espropriazione della terra che fu dichiarata patrimonio del popolo, insieme alle risorse petrolifere, carbonifere e minerarie. Il congresso approvò ed infine intonò l'Internazionale. La conquista del potere da parte dei bolscevichi passò alla storia come la Rivoluzione d'Ottobre. Le guardie rosse continuarono a combattere contro le truppe di cosacchi ancora fedeli a Kerenskij e le sconfissero a Pulkovo e Gacina. Kerenskij si rifugiò in Inghilterra.
A Mosca la presa del potere fu più drammatica che a Pietrogrado. Il colonnello Rjabzev occupò con i pochi ufficiali rimastigli fedeli il Cremlino dopo grandi spargimenti di sangue. La popolazione non gli offerse alcun aiuto; le forze bolsceviche e i lavoratori gli tagliarono ogni rifornimento. Il 2 (15) novembre 1917 Rjabzev si arrese e sul Cremlino fu issata per la prima volta la bandiera rossa. Nelle altre città della Russia le forze rivoluzionarie di Lenin presero il potere in circostanze analoghe.
Il nuovo governo fu chiamato Soviet dei Commissari del Popolo quale governo provvisorio degli operai e dei contadini. La presidenza ovviamente andò a Lenin, mentre a Trotski fu affidato il commissariato degli Esteri, a Rykov il commissariato dell'Interno, a Lomov la Giustizia, a Nogin il Commercio e l'Industria, a Miljutin l'Agricoltura, ed a Lunacarskij la Pubblica Istruzione.
Il compito che attendeva Lenin era enorme, imponendo una profonda riorganizzazione dell'apparato statale e dell'economia in pieno sfacelo, la pace con la Germania e la repressione dell'opposizione politica interna.
I primi atti del governo rivoluzionario furono l'approvazione di un decreto sulla terra che nazionalizzava le grandi proprietà fondiarie proponendone la suddivisione tra i contadini, e un decreto sulla pace che annunciava l'avvio delle trattative per la pace immediata. Seguirono altri decreti sulla limitazione della libertà di stampa e sulla nazionalizzazione delle ferrovie e della flotta. La gestione delle industrie passò sotto il controllo degli operai. Tutte le banche si fusero con la Banca di Stato.
Le istituzioni del vecchio stato furono liquidate: il sistema giudiziario fu soppiantato dai tribunali del popolo, la polizia venne sostituita da una milizia formata in prevalenza da operai, la Chiesa fu separata dallo Stato e dalla scuola. Fu introdotto il matrimonio civile e la donna venne legalmente equiparata sotto ogni aspetto all'uomo. Fu introdotta la giornata lavorativa di otto ore.
Il 5 (18) dicembre 1917 venne riconosciuta l'indipendenza della Finlandia e fu promulgata la Dichiarazione dei popoli della Russia che riconosceva l'uguaglianza di tutte le minoranze etniche e il loro diritto all'autodecisione.
Fra i centri di resistenza al nuovo regime, il più vicino alla capitale fu Mohilev, dove il generale Duchonin rifiutò di eseguire l'ordine del Governo sovietico di concludere un armistizio. Duchonin venne destituito ed al suo posto fu nominato generale il bolscevico Nicola Krylenko, che a capo di un contingente di marinai occupò Mohilev. Duchonin venne ucciso dai soldati.
Frattanto a Kiev, l'Assemblea nazionale (la Rada centrale) manifestò un'opposizione contro il nuovo governo e dichiarò di assumere il potere sino alla convocazione dell'Assemblea costituente. Ma l'influenza della propaganda bolscevica aveva provocato numerose brecce anche nelle regioni cosacche del sud-est, ove avevano trovato rifugio Kornilov ed altri generali, ed il 26 dicembre a Charkov, si formò un governo sovietico ucraino che schiacciò il governo della Rada.
La rivoluzione era compiuta.

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