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venerdì 10 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 febbraio.
Il 10 febbraio 1986 ha inizio a Palermo quello che fu poi chiamato il maxi processo a Cosa Nostra, nella famosa aula bunker, ad opera del giudice Giovanni Falcone e dei suoi collaboratori.
Nel 1983 il nuovo consigliere istruttore Antonino Caponnetto mise insieme un pool di magistrati (Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta) affinché si occupasse a tempo pieno e in via esclusiva delle inchieste riguardanti elementi mafiosi e allo scopo di mettere in comune le informazioni d'indagine, riducendo così i rischi; in poco tempo il pool acquisì altre inchieste giudiziarie, verifiche di conti correnti e le dichiarazioni di venticinque collaboratori di giustizia, suffragate da riscontri e conferme, a cui si aggiunsero quelle di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, che consentirono di ricostruire per la prima volta in modo certo ed organico l'organizzazione e la struttura di Cosa Nostra.
Un totale di 474 imputati vennero rinviati a giudizio, ma 119 di loro dovettero essere processati in contumacia, dal momento che erano fuggitivi ancora latitanti (Salvatore Riina era uno di loro). Tra gli imputati presenti vi era Luciano Liggio, il predecessore di Riina, che decise di assumere autonomamente la propria difesa, Giuseppe "Pippo" Calò, Michele Greco, Leoluca Bagarella, Salvatore Montalto e molti altri.
Il maxiprocesso ebbe luogo nelle vicinanze dell'Ucciardone (il carcere di Palermo), in un bunker progettato e costruito appositamente per il processo. L'edificio era ottagonale in cemento armato in grado di resistere ad attacchi da parte di armi aria-terra; all'interno vi erano delle celle ricavate all'interno dei muri verdi, ed in esse venivano ospitati i molti imputati, suddivisi in gruppi. Più di seicento giornalisti furono presenti, insieme a molti carabinieri armati con mitragliatori e un sistema di difesa contraereo che teneva d'occhio gli imputati ed eventuali malintenzionati che volessero minare gli sforzi del collegio giudicante.
Dopo diversi anni di pianificazione, il processo iniziò il 10 febbraio 1986. La corte era presieduta da Alfonso Giordano, affiancato da due giudici a latere, uno dei quali era Piero Grasso, che erano i suoi "sostituti", in modo tale da assicurare la continuità del procedimento nel caso in cui a Giordano fosse accaduto qualcosa di irreparabile prima della fine dello stesso. Pubblico ministero era Giuseppe Ayala. Le accuse ascritte agli imputati includevano 120 omicidi, traffico di droga, estorsione, e, ovviamente, il nuovo reato di associazione mafiosa.
Il giudice Giordano si guadagnò fama per essere rimasto paziente e corretto durante un processo con così tanti imputati. Alcuni di essi si comportarono in maniera distruttiva e abbastanza pericolosa: uno si chiuse la bocca con delle graffette per segnalare il suo rifiuto di parlare, un altro mostrava segni di pazzia, urlava di continuo e ingaggiava lotte con le guardie anche quando indossava la camicia di forza, un altro ancora minacciava di tagliarsi la gola se una sua dichiarazione non fosse stata letta alla corte, per far ritardare le udienze c'era chi ingoiava dei bulloni d'acciaio per far scattare il metal detector, Luciano Liggio si lamentava di non riuscire a sentire le parole del presidente così da far spesso aggiornare le sedute mentre gli avvocati pur di ritardare chiedevano la lettura integrale di tutti gli atti.
La maggior parte delle prove più significative provenne da Tommaso Buscetta, un mafioso catturato nel 1982 in Brasile, paese in cui si era rifugiato due anni prima, da evaso, dopo essere sfuggito a una condanna per due omicidi. Costui aveva perso diversi parenti durante la guerra di mafia, tra cui due figli, e molti alleati, tra cui Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, ed aveva, perciò, deciso di collaborare con i magistrati siciliani. I Corleonesi continuarono la propria vendetta contro Buscetta uccidendo diversi altri suoi parenti.
Alcune prove vennero presentate postume da Leonardo Vitale. Sebbene Buscetta sia considerato il primo pentito (e certamente fu il primo ad essere preso sul serio), nel 1973 il trentaduenne Leonardo Vitale si era presentato spontaneamente in una stazione di polizia di Palermo ed aveva confessato di far parte della mafia. Disse di aver commesso molti crimini durante la sua militanza, tra cui due omicidi. Disse anche di essere in una "crisi spirituale" e di provare rimorso. Tuttavia, le sue informazioni furono in larga parte ignorate per i suoi comportamenti inusuali, tra cui l'automutilazione come forma di penitenza personale, lo portarono ad essere considerato un malato di mente, e le sue dettagliate confessioni furono quindi ritenute prive di seri fondamenti.
Gli unici mafiosi coinvolti dalla sua testimonianza erano Vitale stesso e suo zio. Vitale venne internato in un manicomio, e fu quindi rilasciato nel Giugno del 1984; sei mesi dopo fu ucciso a colpi di pistola. Molti assunsero un atteggiamento critico nei riguardi del maxiprocesso. Il Cardinale Salvatore Pappalardo della Chiesa cattolica rilasciò una controversa intervista in cui disse che il maxiprocesso era "uno spettacolo oppressivo" e in cui affermava che l'aborto uccideva più persone che non la mafia.
Altri critici suggerirono che la parola degli informatori - in primis Buscetta - non fosse la maniera ideale per giudicare altri individui, dal momento che anche un informatore che si fosse sinceramente pentito era comunque un criminale, uno spergiuro ed un omicida, e poteva avere ancora un velato interesse a modificare la propria testimonianza per adattarla alle proprie necessità, se non per portare a termine le proprie vendette. Si disse anche che un processo così imponente con così tanti imputati non dava sufficienti garanzie a ciascuno di essi come individui, e si trattava di un tentativo di "fare giustizia in serie", come scrisse un giornalista.
Le informazioni che Buscetta fornì ai giudici Falcone e Borsellino furono molto importanti; prese nel loro complesso esse andavano a formare il cosiddetto "teorema Buscetta", nel senso che ritenere vere le sue affermazioni era fondamentale per l'intero caso. Buscetta fornì una nuova consapevolezza del funzionamento della mafia, e di come i gruppi clandestini di potere della Cupola Siciliana (la Commissione della Mafia Siciliana) si mettessero d'accordo sulle politiche da adottare e sugli affari da intraprendere. Per la prima volta la Mafia veniva perseguita come entità, piuttosto che come insieme di crimini separati. Il giorno in cui la corte si ritirò in camera di consiglio per emettere la sentenza, il capo della cupola di Cosa Nostra, Michele Greco, si avvicinò al microfono e pronunciò poche frasi rivolto a Giordano: "Signor giudice, io vi auguro la pace, perché solo con la pace si può giudicare. Non sono parole mie, ma del Signore Dio a Mosè".
Il processo terminò il 16 dicembre 1987, circa due anni dopo il suo inizio. La sentenza fu letta alle 19:30, e ci volle un'ora perché venisse letta completamente. Dei 475 imputati - presenti e no - 360 vennero condannati. 2665 anni di condanne al carcere vennero divisi fra i colpevoli, non includendo gli ergastoli comminati ai diciannove boss di punta della Mafia e ai killer, tra cui Michele Greco, Giuseppe Marchese, Giovan Battista Pullarà e - in contumacia - Salvatore Riina, Giuseppe Lucchese Miccichè e Bernardo Provenzano. Solo Lucchese Miccichè venne assolto da questi crimini in Cassazione.
La corte era all'oscuro del fatto che alcuni tra quelli che erano stati condannati in absentia fossero già morti al momento della lettura della sentenza. Tra di essi si annoverano Filippo Marchese, Rosario Riccobono e Giuseppe Greco. Mario Prestifilippo, invece, fu trovato morto ammazzato nelle strade della città mentre il procedimento penale era ancora in corso.
114 imputati vennero assolti, tra cui Luciano Liggio, che era stato accusato di aver contribuito a gestire la famiglia mafiosa dei Corleonesi dall'interno del carcere, e per avere ordinato l'omicidio di Cesare Terranova, che l'aveva inquisito nel 1970. Il collegio giudicante decise che non vi erano prove sufficienti. Tuttavia, questo non cambiava di molto la posizione di Liggio, dal momento che era stato condannato all'ergastolo per omicidio: morì in carcere sei anni dopo. Tra gli assolti, diciotto vennero in seguito uccisi dalla Mafia, tra cui Antonino Ciulla, che fu colpito a morte un'ora dopo il rilascio, mentre tornava a casa per partecipare a una festa in onore della sua liberazione.
 In Cassazione ulteriori sentenze di condanna furono annullate ad opera di una Sezione della Corte presieduta dal giudice Corrado Carnevale, in seguito anch'egli accusato di collusione con la mafia ed infine prosciolto dopo un lungo ed articolato iter processuale che vide alternarsi condanne ed assoluzioni (la tesi dell'accusa era che, essendo colluso, venissero dati alla Sezione da lui presieduta la maggior parte dei ricorsi nei processi di Mafia, grazie all'influenza del politico Salvatore Lima).
Carnevale fu soprannominato dai suoi detrattori come l'ammazzasentenze per via della sua tendenza a cancellare le condanne per Mafia anche per piccoli vizi di forma, confermando invece quasi sempre le assoluzioni. Carnevale cancellò alcune condanne per traffico di droga, ad esempio, perché le conversazioni intercettate presentate come prova si riferivano allo spostamento di "camicie" e "completi" invece che a narcotici; sebbene fosse noto che talvolta alcuni trafficanti utilizzassero tali nomi in codice per riferirsi allo stupefacente, nel caso concreto, tuttavia, non vi erano prove ulteriori (come ad es. il sequestro di una partita di sostanza) che permettessero di affermare che gli interlocutori non stessero parlando di capi d'abbigliamento.
Nel 1989, solo 60 imputati rimanevano dietro le sbarre. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si lamentarono dell'annullamento di diverse delle condanne inflitte in primo grado, ma non furono ascoltati: sembrava che la crociata dello stato contro la Mafia avesse perso vigore, e le loro opinioni rimasero in gran parte inascoltate. Il 9 agosto 1991 viene assassinato nei pressi di Campo Calabro Antonino Scopelliti titolare della pubblica accusa in Cassazione del Maxiprocesso siciliano. L'intento della mafia era quello di arrestare con ogni mezzo l'iter processuale, ma nonostante l'eliminazione del giudice Scopelliti, uomo di punta della procura generale, il 30 gennaio 1992 anche la Corte di Cassazione conferma le condanne di primo e secondo grado.
La condanna definitiva scatenò una feroce reazione contro esponenti della politica e della magistratura. Il 12 marzo 1992 viene assassinato a Palermo Salvo Lima, deputato siciliano che in base agli atti di alcuni processi sarebbe stato un collaboratore stabile di Cosa Nostra, e che presumibilmente avrebbe perso la fiducia dell'organizzazione per non essere riuscito a impedire la condanna definitiva in Cassazione. Tra la primavera e l'estate del 1992, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero uccisi insieme agli agenti delle loro scorte nelle stragi di Capaci e di via D'Amelio.
Lo sdegno pubblico generato da questa ondata di stragi, insieme all'implicita conferma della correttezza delle tesi accusatorie del maxiprocesso, portò a un riacutizzarsi della lotta a Cosa Nostra che indebolì pesantemente l'organizzazione. Nel 1993 viene arrestato Salvatore Riina, poi nel 1996 anche Giovanni Brusca viene assicurato alla giustizia e nel 1997 è il turno di Pietro Aglieri. Il giudice Corrado Carnevale è stato assolto con formula piena nel 2000, dopo che la Cassazione a Sezioni Unite ha stabilito l'inutilizzabilità delle dichiarazioni dei giudici che componevano i collegi di cui faceva parte Carnevale per violazione del segreto della camera di consiglio.
È impossibile giudicare se il maxiprocesso sia stato o meno un successo senza considerare gli eventi successivi. Il successo più importante del processo fu il fatto di riconoscere l'esistenza della Mafia come un'organizzazione compatta e gerarchica, piuttosto che i suoi singoli membri per crimini isolati (quest'approccio veniva già utilizzato negli USA dal RICO Act). Alcuni potrebbero affermare che i processi d'appello corrotti annullarono in larga parte l'esito del processo, ma, sebbene ci siano voluti diversi anni e la vita di due giudici, il maxiprocesso generò, alla fine, una reazione a catena che portò a un importante indebolimento della Mafia e alla cattura di coloro che erano sfuggiti alla giustizia per lunghissimi periodi di latitanza, come Riina e Brusca, fino a Bernardo Provenzano, che sarà catturato nel 2006.

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