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martedì 28 febbraio 2017

#Almanacco quotdiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 febbraio.
Il 28 febbraio 2013, alle ore 20.00, ha inizio la sede vacante papale, dopo la rinuncia annunciata l'11 febbraio da parte di Benedetto XVI.
 Quando Ratzinger venne eletto nell'aprile 2005 in molti parlarono di sorpresa. Ci si attendeva che accadesse qualcosa di inedito, ma nessuno riuscì allora a definire la qualità e la portata della sorpresa. Ogni cosa che Joseph Ratzinger diceva e faceva sorprendeva perché andava fuori dagli schemi pregiudiziali che avevano sempre accompagnato la sua figura di cardinale preposto a guardia della dottrina cattolica. Il suo pontificato, più lungo delle previsioni, si è rivelato più difficile e contrastato di quanto lui stesso poteva aspettarsi. In tutti i modi il papa ha cercato di disincagliare la barca di Pietro e rimetterla in piena navigazione. In parte è stato compreso, ma la sua predicazione dell'amore come rimedio al declino spirituale dei credenti cattolici e delle stesse istituzioni è rimasta per buona parte epidermica.
Servirà nel prossimo futuro, forse. Intanto Benedetto XVI ha spinto in quella direzione ricorrendo all'ultima sorpresa: la rinuncia al pontificato, riaprendo in maniera imprevista ma significativa la stagione della responsabilità e della riforma per non ridurre la Chiesa al puro ruolo amministrativo del patrimonio evangelico. Il pontificato di Benedetto, concluso in umiltà e mitezza, è un lascito da ripensare seriamente per non cambiare direzione di marcia e facendo perdere alla Chiesa un'occasione di rinascita spirituale.
"Benedetto ha speso il suo pontificato per sollecitare la riflessione dei cristiani verso il passaggio da una fede ereditata a una fede personale- evidenzia Di Cicco- Quella di Ratzinger è la testimonianza convinta del Vangelo di Gesù, del Vangelo dell'amore: "Deus caritas est". Ratzinger è stato un Papa di pace in tempi di guerra, ossia nelle stagioni, come la nostra, in cui prevalgono le polemiche, le incomprensioni sino al ricorso alle armi invece che alla verità e ai diritti umani".
La fede in Papa Ratzinger è, infatti, discorso sulla speranza che apre a quello sul senso di ogni esistenza. Chi ci aiuta a vivere? È la questione che percorre l'intera riflessione cristiana di Benedetto XVI. Si tratta di una domanda che egli ha posto sempre anzitutto a se stesso, ma che "rivolge alla Chiesa e a ciascun credente". È una prospettiva esistenziale, incarnata nella vita di ogni giorno. "È un dialogo sulla vita e le sue vicissitudini che il Papa intende tenere aperto con tutti- puntualizza l'autore-. Senza segreti obiettivi o ricerca di egemonie. Tutti i cristiani e, prima di ogni altro, il successore di Pietro sono chiamati ad annunciare il Vangelo perché "noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini". Ratzinger ha detto e ripetuto di voler mettere a confronto la vita di ogni giorno con Dio, presentato come un caso serio, l'unico capace di portare gioia duratura". Quindi più che intransigente, Benedetto XVI appare esigente, a cominciare dalla sua Chiesa:
"Il dover mettere Dio al centro richiede conversione negli uomini e nelle strutture". Ma esigente Ratzinger si è rivelato pure nel rapporto tra fede e ragione a motivo della importanza stessa del dialogo proposto. Insomma un uomo di Chiesa che diagnostica con occhi limpidi i problemi della Chiesa e del mondo, si interroga sulle loro cause e cerca le possibili soluzioni. In Ratzinger, dunque, è dominante la preoccupazione per affermare una vita spirituale nella Chiesa e nel mondo. Ciò appare evidente dai suoi insegnamenti. Al centro della speranza cristiana vi è Cristo, colui che nel pensiero di Ratzinger giudicherà la storia con il metro dell'amore. È una visione ottimistica del futuro.
"Nel momento del giudizio sperimentiamo e accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male del mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia", insegna Ratzinger. La rinuncia al Soglio di Pietro, chiarisce Di Cicco, è un atto di riforma, un atto fondativo. "La pubblica opinione ha fatto pace con Ratzinger proprio all'annuncio della rinuncia che ha colto di sorpresa quanti non lo conoscevano. Le parole si sono fatte azione- aggiunge-. Adesso non si può tornare indietro nella riforme. Il capo della Chiesa ha posto sul piatto della bilancia la necessità di riformare le strutture a partire dalla sua persona".
Benedetto XVI ha espresso la volontà di risiedere nella Città del Vaticano, nel monastero Mater Ecclesiae. Attendendo la fine di alcuni lavori di ristrutturazione all'interno del monastero, prevista per il mese di maggio 2013, ha soggiornato nelle ville pontificie di Castel Gandolfo. Qui è giunto alle 17,30 del 28 febbraio 2013; circa mezz'ora prima ha lasciato il Vaticano in elicottero, partendo dal suo eliporto: l'intero abbandono degli appartamenti pontifici è stato ripreso da 19 telecamere del Centro Televisivo Vaticano e trasmesso in diretta televisiva. A Castel Gandolfo il papa ha salutato per l'ultima volta la folla con un breve intervento in cui ha parlato a braccio.
Allo scoccare delle ore 20.00, gli atti che hanno formalmente segnato l'avvio della sede vacante sono stati la chiusura del portone di accesso al Palazzo Pontificio, il passaggio di consegne tra la Guardia Svizzera Pontificia e la Gendarmeria Vaticana che ha assunto i compiti di protezione dell'ormai pontefice emerito, l'ammainabandiera al Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo (la bandiera issata indica infatti la presenza del papa nell'edificio), la sigillatura dell'appartamento papale del Palazzo Apostolico, la dismissione degli abiti pontifici da parte di Benedetto XVI. L'annullamento dell'anello piscatorio è avvenuto il 5 marzo tramite rigatura.
L'appellativo ufficiale di Benedetto XVI è divenuto "sommo pontefice emerito" o "papa emerito", mentre la titolazione è rimasta Sua Santità; continua ad indossare l'abito talare bianco semplice, senza tuttavia la pellegrina bianca e la fascia, mentre all'anulare destro è tornato a portare l'anello vescovile.
Il 23 marzo 2013 papa Francesco si è recato a Castel Gandolfo presso il Palazzo Pontificio per fare visita al papa emerito Benedetto XVI. Dopo essersi abbracciati, i due papi hanno pregato insieme, inginocchiati uno accanto all'altro. Storicamente si è trattato del primo incontro fra due pontefici.
Il 2 maggio 2013, dopo due mesi trascorsi a Castel Gandolfo, ha fatto il suo ritorno in Vaticano, andando a vivere nel Monastero Mater Ecclesiae così come precedentemente previsto, al termine dei lavori di ristrutturazione.

lunedì 27 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 febbraio.
Il 27 febbraio 1943 a Berlino inizia la "Protesta della Rosenstrasse".
La Rosenstrasse è una viuzza sparente, schiacciata tra i palazzoni che danno sulla Karl Liebknecht Strasse, poco più di una scorciatoia per raggiungere Hackesher Markt da Alex. C’è una atmosfera da “cortile sul retro”, uno di quegli spazi di servizio dove non ti senti realmente autorizzato a stare e quindi ci passi in fretta, quasi per non farti vedere. E di conseguenza non ti guardi intorno. Quasi ci si dimentica che esista questa “via delle rose”. E se qualcuno vuole cercare a Berlino luoghi dove si respiri forte il puzzo della rimozione collettiva Rosenstrasse ne è un esempio eccellente. Perché, certo, ai tempi la conformazione della città era ben diversa, i palazzoni anni ’60 non c’erano, né svettava la Torre alla Tv che ruba tutti gli sguardi, né le lusinghe delle boutique che aspettano in fondo alla via, ma qui, proprio su questa via, nel febbraio e nel marzo 1943 si svolse l’unica protesta pubblica contro la deportazione degli ebrei. Qui, nel 1943, si trovava l’ufficio amministrativo della comunità ebraica di Berlino, e qui il 27 febbraio 1943 le SS rinchiusero un gruppo di uomini catturati sul posto di lavoro durante la cosiddetta “Fabrik Aktion”: i Nazisti avevano fino ad allora tollerato la presenza di ebrei condannati ai lavori forzati nelle fabbriche di armamenti tedeschi, ma già nel settembre 1942 Hitler aveva ordinato la loro eliminazione, li avrebbero sostituiti altri prigionieri di guerra, razzialmente puri. Il 27 febbraio di 74 anni fa le SS portarono a termine quello che secondo loro sarebbe stato l’ultimo definitivo carico di carne umana per i forni di Auschwitz. A Berlino però un gruppo di ebrei venne separato dagli altri e rinchiuso a Rosenstrasse. Erano ebrei imparentati con “ariani”. Ora, ci sono molte pagine di eminenti storiografi che raccontano per bene come gli ordini di Eichmann e compagni fossero eccezionalmente “clementi” nei confronti di queste persone e che nessun nazista li avrebbe portati ai treni. Ma lasciamo da parte questa storiografia ex-post e pensiamo alle persone che quel mattino del 27 febbraio ricevono la notizia che i loro mariti, padri, figli (qualche figlia, qualche madre) erano stati catturati sul posto di lavoro e portati a Rosenstrasse. Degli ordini “clementi” di Eichmann non sanno niente. Sanno senz’altro che chi va a Est col treno non torna più. Sanno benissimo che chi osa alzare la testa contro il partito quella testa la perderà (la decapitazione era una delle pene più scontate per i dissidenti politici). Hanno paura, non serve uno storiografo per dirlo. Ma sono anche innamorate. Sono le mogli, le madri, le figlie di quei prigionieri. Sono anni che resistono al loro fianco subendo ogni sorta di ingiuria, violenze fisiche e verbali, perché loro, ariane, condividono il tetto con un sub-umano. Hanno sempre saputo che potevano perderlo. Ma ora, quando la possibilità diventa concretezza, cosa fare? Chissà quante volte ci hanno pensato, di giorno e di notte, in quei due anni, vissuti sempre come se ogni giorno fosse l’ultimo, l’ultimo non prima della morte, ma prima della deportazione, del campo, del gas. Della morte amministrata burocraticamente ed efficientemente dallo Stato sovrano.
A una a una, come “galline spaventate” (dice una delle testimoni) cominciano a comparire sulla Rosenstrasse: non si conoscono affatto, ma si prendono subito a braccetto e cominciano a camminare insieme avanti e indietro, fissando quelle finestre buie, quella porta chiusa. A volte una urla “ridatemi mio marito”, “ridatemi mio figlio”. Ma soprattutto aspettano in silenzio, e sono sempre di più. Donne (e qualche uomo) di ogni estrazione sociale, baronesse ed operaie, intellettuali ed analfabete. Alla fine erano circa 6000. Non sollevano striscioni, non espongono cartelli. La loro è non è una resistenza politica, ma una resistenza del cuore. Non si sentono eroine, men che meno coraggiose: si sentono mogli e madri e figlie normali che sono venute semplicemente a riprendersi la loro famiglia. Sono terrorizzate dalle SS. Ma ancora di più dall’idea di tornare a casa da sole.
Dopo due settimane il portone di Rosenstrasse si apre e gli uomini che vi erano rinchiusi vengono liberati (25 per errore erano già stati mandati ad Auschwitz, ma in virtù del loro status particolare erano stati tenuti separati dagli altri ebrei e poi rimandati sani e salvi a Berlino, purtroppo la precisione tedesca funzionava benissimo anche al lager).
Nessuno saprà mai se a salvarli fu la banalità del bene. Se fu il coraggio di quelle donne tedesche che sfidavano la macchina omicida del partito. Gli storiografi dicono che quegli uomini, essendo sposati o parenti di donne ariane sarebbero stati comunque risparmiati ed erano trattenuti a Rosenstrasse solo per scegliere fra loro nuove figure amministrative che avrebbero sostituito quelle che stavano andando a morire ai campi. Sarà certo vero. Vero è anche però che le donne che camminavano in silenzio, a braccetto, nella Rosenstrasse non vennero né fermate né arrestate. Il partito, che stava subendo le conseguenze delle sconfitte militari, era sempre più debole, ma proprio per questo aggressivo, come un cane rabbioso. Per qualche giorno può sottovalutare la protesta di quelle “femmine” (sappiamo che per i Nazisti le donne erano poco più che macchine – sforna – soldati), ma nel tempo la loro resistenza – silenziosa  e non violenta – si fa intollerabile. Goebbels nei suoi diari la liquida con la parola “spiacevole”. La soluzione più semplice, per evitare uno “spiacevole” contagio, è senz’altro liberare i mariti, i padri, i figli. Eppure rimane il sospetto che il bruto non lo si sconfigge con le botte e con le urla (che sono le sue armi naturali) ma con il silenzio e la gentilezza del cuore. Se non altro le donne di Rosenstrasse hanno dimostrato che il partito non aveva ancora lavato il cervello di tutti i tedeschi.
Eppure la loro resistenza è stata per molto tempo sottaciuta, relegata a uno degli episodi minori della storia della seconda guerra mondiale. Forse perché gli ebrei che vennero salvati erano solo pochi privilegiati e ben più tragica fu la sorte di chi non aveva parenti ariani dietro cui proteggersi. Forse perché, come suggerisce arguto Gad Beck, testimone diretto di quegli eventi, “nessuno si è occupato di quella vicenda perché la stessa possibilità di una protesta avrebbe finito per privare i tedeschi della loro pace interiore”. Forse non era vero che protestare non era possibile. Forse era solo pericoloso, scomodo, “non – preferibile”.
Oggi a ricordare gli eventi di quei giorni rimangono un pilastro rosa – del tutto simile a quelli per le affissioni teatrali/cinematografiche/pubblicitarie – che segna il luogo fisico dove si trovava l’edificio utilizzato come prigione temporanea dalle SS. E una scultura, un po’ lugubre a dire il vero, che Honecker fece collocare in un parchetto da lì poco distante. La scultrice, Ingeborg Hunziger, ci presenta il “Blocco delle Donne” con toni marziali, volti guerreschi, corpi massicci, perché, ancora una volta, non è semplice ammettere che delle “galline spaventate” riuscirono a strappare una piccola vittoria contro il Reich. Dietro però una incisione: “la forza della disobbedienza civile, il vigore dell’amore sconfigge la violenza della dittatura”.

domenica 26 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 febbraio.
Il 26 febbrario 1935 Hitler decide di creare la Luftwaffe, l'armata aerea della Germania.
 Tra le varie clausole che il Trattato di Versailles aveva imposto alla Germania, una vietava specificatamente l’esistenza o la creazione di un’aeronautica militare. Questo perché, durante la guerra, ci si era resi conto della pericolosità che tale arma poteva avere; inoltre l’aeronautica tedesca, sicuramente più avanzata di quelle alleate, aveva provocato parecchi grattacapi e aveva detenuto, fino al 1917, il (quasi) completo dominio dei cieli. Basti pensare alla nascita di un mito, quale quello del Barone Rosso, che sicuramente rifletteva l’altissimo livello di preparazione ed abilità dei piloti tedeschi.
Da parte alleata, quindi, si era ritenuto opportuno eliminare un elemento di instabilità e pericolosità, nel timore di un’eventuale rivalsa tedesca.
Come per tutte le altre clausole del trattato, anche quella concernente il divieto di creazione di un’aviazione venne facilmente aggirata.
Innanzitutto, se si vietava l’esistenza di un’aeronautica, non si vietava però la progettazione e lo sviluppo di nuovi velivoli, che venivano poi collaudati e sperimentati nella Russia bolscevica.
Una delle clausole segrete del trattato di Rapallo del 1922, infatti, prevedeva che le ditte tedesche potessero sperimentare le proprie “creazioni” in territorio sovietico.
Come secondo punto fondamentale, il trattato di Versailles vietava un’aeronautica “militare”, ma nulla diceva riguardo a quella civile.
Nacquero così decine di circoli aerei, di club dell’aria, dove si andarono ad addestrare quelli che saranno i primi piloti della Luftwaffe (il più famoso club aereo fu quello della Sturmabteilung).
Un primo passo verso l’autorizzazione alla creazione di un’aviazione militare tedesca, si ha con la conferenza sul disarmo di Ginevra.
Infatti nessuna nazione aveva ottemperato ai propri piani di disarmo ed addirittura c’era chi, come la Francia, aveva potenziato le proprie forze armate. L’unico stato che aveva eseguito il piano di disarmo era proprio la Germania, ma solo perché obbligata dal trattato di pace. Poiché questa situazione sembrava un controsenso, ci si chiedeva se si poteva permettere un limitato riarmo tedesco, a partire dai mezzi corazzati e dall’aviazione.
Ma il vero momento di svolta si ebbe con la formazione del Gabinetto Hitler. Infatti L’NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, partito dei lavoratori nazionalsocialisti tedeschi – il partito nazista) ora al governo aveva tra i punti principali del proprio programma l’abolizione delle clausole dell’”iniquo” trattato di Versailles. Inoltre tra i più importanti gerarchi nazisti vi era Hermann Goring, asso della prima guerra mondiale ed ex – comandante del  Jagdgeschwader, la squadriglia comandata a suo tempo da Manfred Von Richtofen (il Barone Rosso); a costui venne affidato il neo – costituito Commissariato del Reich per l’aeronautica (il Reichministerium der Lufthart).
Ufficialmente il Trattato di Versailles era ancora in vigore, né la Germania aveva già l’autorità necessaria per poterselo scrollare di dosso.
Ciononostante si ebbero notevoli incentivi allo sviluppo tecnologico dell’industria aeronautica interna. È in questo periodo che le principali ditte tedesche del settore, quali la Heinkel, la Dornier e la Junkers (solo per fare alcuni nomi), si sviluppano, iniziando a ricevere le prime, seppur nascoste, commesse statali.
È il 1 marzo 1935 che Hitler decide di abrogare definitivamente il Trattato di Versailles e permette la costituzione dell’aeronautica tedesca, la Luftwaffe (arma aerea), posta sotto il comando di Goring.
Finalmente tutti quei preparativi, prima fatti in gran segreto, possono venire alla luce.
La nuova arma aerea, la terza arma delle forze armate, subito si organizza e si diffonde in modo capillare sul territorio tedesco. I primi piloti iniziano ad uscire dalle scuole di formazione (i cui insegnanti non sono altro che gli appartenenti ai circoli aerei privati di cui si parlava prima), ufficiali dall’uniforme nera ed azzurra entrano ed escono dagli uffici del Reichministerium der Lufthart.
L’anno dopo, e precisamente il 22 luglio 1936 giunse ad Hitler una richiesta di aiuto da parte del (non ancora) Caudillo, Francisco Franco, che guidava la fazione nazionalista nella guerra civile.
Si era ancora agli inizi della guerra, le truppe di Franco erano bloccate in Marocco e non potevano passare in Spagna a causa del blocco navale creato dalla flotta spagnola, che si era quasi completamente schierata con i repubblicani.
L’unico altro sistema per far affluire queste truppe verso i fronti di guerra sul continente era un trasporto per via aerea. La Spagna non aveva un’aeronautica attrezzata per un ponte aereo di tali proporzioni (si trattava di far passare i circa 5000 uomini dell’armata d’Africa più tutti i materiali dell’intera armata che, intanto, avrebbe tentato uno sbarco con l’appoggio dal cielo).
Hitler inizialmente promise l’invio di trenta Junkers Ju 52, grandi aerei da trasporto, insieme ad alcuni piloti e tecnici.
Ovviamente l’ordine per l’invio di queste forze doveva essere ratificato da Goring, come comandante in capo della Luftwaffe.
È stato accertato come Goring, inizialmente, non fosse molto entusiasta all’idea di inviare aerei e piloti tedeschi a sostegno di una fazione disorganizzata e priva di possibilità di vittoria (quale sembrava quella nazionalista all’inizio della guerra civile).
Ciononostante Hitler diede l’avvio alla cosiddetta operazione Feuerzauber (incantesimo di fuoco), la quale prevedeva l’invio di trenta Ju 52 Tante Ju (zia Ju), con relativi tecnici e piloti, e alcune batterie contraeree. Alle richieste di Franco circa l’invio di aerei da caccia, Hitler e Goring reagirono inizialmente negativamente.
L’invio di aerei da guerra avrebbe compromesso quella posizione di neutralità proclamata precedentemente dal Reich tedesco.
È solo più tardi, dopo che Goring si fu incontrato con i più alti ufficiali della Luftwaffe e con i responsabili delle fabbriche aeronautiche tedesche, che la Germania decise di partecipare più attivamente in aiuto ai nazionalisti.
Oltre a considerazioni di tipo politico (tensioni in Spagna avrebbero distratto l’opinione pubblica mondiale), si voleva testare i nuovi velivoli tedeschi e metterli alla prova contro l’aeronautica di un paese potenzialmente nemico come l’URSS (che riforniva l’esercito repubblicano).
Fu così creata la Legione Condor al comando del Generalleutnant Sperrle, i cui aerei, moderni caccia e bombardieri ancora da testare sul campo, erano forniti dalla Luftwaffe, ma i piloti o tecnici dovevano essere rigorosamente volontari. Si trattò in verità di un imbroglio. I piloti della Luftwaffe andavano volontari come piloti nei “propri” aerei, dandosi anche il cambio ogni due mesi. Si voleva, infatti, permettere al maggior numero di soldati di “farsi le ossa” e fare esperienza sul campo.  La legione Condor si rivelò sicuramente un grandissimo aiuto per i franchisti, che poterono così contare su un reparto aereo composto da velivoli molto più avanzati di quelli repubblicani (e di quelli sovietici che erano loro forniti), e a cui venivano affidate le operazioni di maggiore importanza, come l’attacco su Madrid.
Essa è divenuta tristemente famosa anche per il tremendo bombardamento su Guernica, del settembre 1937, impresso su tela da Picasso.
Verso la fine del 1938, dopo aver egregiamente svolto il proprio lavoro e, poiché gli studi sui velivoli di nuova generazione erano conclusi, la legione fu lentamente rimpatriata.
Durante le crisi degli anni 1936/1938, in Renania, in Austria e nei Sudeti, l’aeronautica tedesca non ebbe un ruolo fondamentale giacchè non c’era bisogno di farla intervenire in modo massiccio.
Fu solamente con l’invasione della Polonia che si sentì la necessità di un più considerevole apporto delle forze aeree.
Impegnate per la prima volta in un combattimento (la Spagna può venir considerata quasi un addestramento), la Luftwaffe sfruttò quelle tecniche belliche, elaborate e sperimentate durante la Guerra Civile Spagnola.
Fino a quel momento le forze aeree erano utilizzate con due finalità: distruzione di altri aerei o bombardamento preventivo di fortificazioni o formazioni nemiche.
Con la Luftwaffe, fornita di bombardieri diversi per concezione (ad esempio gli Stuka, bombardieri leggeri) dagli altri velivoli, si ha, per la prima volta, l’idea di aeronautica vista in appoggio alle forze di terra, quasi fosse un’artiglieria dell’aria.
Ed è con questa funzione che la Luftwaffe viene utilizzata durante la campagna polacca. La Polonia non aveva un’aeronautica degna di tale nome e comunque essa era stata praticamente distrutta nel corso dei primi giorni di combattimento.
È anche grazie all’aiuto dei bombardamenti aerei che le truppe polacche vengono sbaragliate ed addirittura è unicamente loro il merito della resa della fortezza di Modlin e delle fortificazioni della penisola di Hela, con la cui caduta si chiude la conquista della Polonia.
Il bilancio della prima vera azione di guerra condotta dall’aviazione tedesca, è eccellente; oltre all’assenza di vere e proprie perdite (le poche registrate furono dovute a guasti di velivoli), esse si erano rese co – protagoniste della cosiddetta Blitzkrieg, la guerra lampo, che era proprio una azione congiunta di fanteria, mezzi corazzati e, appunto, aviazione.
Pochi giorni dopo la fine della campagna, Hitler mostrò l’intenzione di un’invasione ad occidente, per distruggere la Francia e domare definitivamente l’Inghilterra.
Durante i nove mesi successivi, quelli della cosiddetta phoney war, o drole de guerre, le forze aeree vennero rinforzate ed iniziò il loro trasferimento verso ovest. Inoltre, durante questi mesi, essa fu impegnata nell’operazione Weserubung, l’invasione di Danimarca e Norvegia.
Specialmente nelle operazioni rivolte verso quest’ultima le forze aeree tedesche svolsero un ruolo di primo piano, sia nell’attacco al suolo delle truppe anglo – franco – norvegesi, sia nel rifornire le truppe alpine di Dietl circondate a Narvik (si tratta del primo rifornimento per via aerea della storia), sia nel disturbare e tenere lontana la flotta inglese giunta nei fiordi norvegesi. Aerei appartenenti alla terza Luftflotte, danneggiarono gravemente parecchie unità nemiche.
La conquista della Norvegia fu di importanza capitale per la Germania; oltre a considerazioni di carattere economico (in Norvegia giungeva tutto il ferro delle miniere svedesi), ve ne erano altre di carattere militare: in Norvegia vennero installate basi per i sommergibili e vennero ristrutturate le basi aeree esistenti.
Quest’ultimo fatto permetterà ad alcuni aerei di raggiungere l’Inghilterra, o almeno la base di Scapa Flow, nelle isole Shetland, sede della Home Fleet inglese.
Contemporaneamente a questi fatti, la preparazione dei piani per l’attacco ad occidente andava avanti.
Il cosiddetto Fall Blue (piano blu) non era nient’altro che una riedizione del piano Von Schlieffen del 1914, con due gruppi di armate impegnati, uno in azioni di disturbo in Alsazia, contro la linea Maginot (complesso di fortificazioni edificato tra il 1925 ed il 1936 per proteggere la Francia da attacchi tedeschi), l’altro, con tutte le divisioni corazzate e motorizzate disponibili, avrebbe dovuto attaccare il Belgio e di lì penetrare in Francia, puntando su Parigi. Era proprio il piano che lo stato maggiore francese si aspettava, e probabilmente si sarebbe risolto in un fallimento.
Ed è qui che la Luftwaffe, senza volerlo, entra in gioco. Un ufficiale della seconda Luftflotte, partito dal suo quartier generale con il piano dettagliato dell’invasione, perse l’orientamento e fu obbligato ad effettuare un atterraggio di emergenza in Belgio, ove venne internato ed i piani catturati.
Goring si irritò moltissimo per questo incidente, che metteva in cattiva luce le forze aeree da lui comandate, ed epurò i vertici della seconda Luftflotte, quasi come punizione.
Con il senno di poi, si può affermare che l’incidente fu una vera manna dal cielo; infatti fu quasi obbligatorio cambiare il piano e venne adottato, in sostituzione del Fall Blue, quello elaborato dal Generalleutnant Von Manstein, che si rivelerà vincente.
Anche durante la Campagna di Francia la Luftwaffe, che questa volta si trovava di fronte l’aeronautica francese e quella inglese (considerate tra le migliori del mondo), si comportò egregiamente; anche qui le perdite furono irrilevanti, mentre si misero in mostra, per la loro perizia e precisione, le batterie antiaeree della Flak, che dipendevano dall’aviazione e non dall’esercito.

Verso la fine della campagna francese, comunque, si ebbe il primo vero scacco subito dalla “invincibile” aviazione tedesca.
I resti dell’esercito francese e del BEF (British Expeditionary Force, Corpo di spedizione britannico, al comando di Lord Gort), si erano rinchiusi a Dunkerque, sulla Manica, da dove si voleva evacuarle con l’aiuto della flotta inglese (operazione Dynamo).
Le divisioni corazzate avevano circondato la cittadina, ma Hitler le fermò, concedendo l’”onore” di distruggere le forze nemiche alla Luftwaffe, sembra su pressioni di Goring, il quale desiderava dare prestigio alle proprie unità.
L’offensiva aerea fallì, giacchè le unità inglesi, benché bombardate dagli aerei tedeschi, riuscirono a portare in salvo ben 375.000 uomini.
Oltre alle azioni delle truppe di terra, ebbero grande risalto i primi impieghi operativi dei fallschirmjager (i paracadutisti).
Essi, tipica creazione tedesca, furono per la prima volta utilizzati in combattimento, conquistando l’inespugnabile forte di Eben Emael (perno della difesa di Liegi, in Belgio), nonché i ponti (ancora intatti) sul Reno a Rotterdam.
Si trattò di una grande conquista per la guerra moderna: da questo momento, infatti, era possibile paracadutare truppe dietro alle linee nemiche, quasi fossero un novello Cavallo di Troia.
Allo stato attuale delle cose, l’unica potenza belligerante rimasta in campo, era l’Inghilterra.
Dopo che essa ebbe rifiutato l’offerta di pace della Germania (la Gran Bretagna avrebbe conservato l’impero, purché alla Germania fosse lasciata mano libera nell’Europa continentale), nello stato maggiore tedesco iniziò la preparazione del cosiddetto piano Seelowe (leone marino), ovverosia l’invasione dell’Inghilterra. Perché essa potesse avere esito positivo, era assolutamente necessario annientare la RAF (Royal Air Force, l’aviazione inglese). Fu così che Goring pianificò a sua volta l’operazione Adlertag (giorno dell’aquila), che prevedeva bombardamenti su installazioni ferroviarie e complessi industriali, con una doppia finalità: fiaccare la potenza industriale inglese e, al tempo stesso, distruggerne l’aeronautica, che sarebbe dovuta essere attirata proprio dai bombardieri tedeschi.
Non analizzeremo nei singoli dettagli l’andamento della cosiddetta Battaglia d’aerea d’Inghilterra, che si svolse tra il giugno e l’ottobre 1940; si vuole solo ricordare come essa sia stata la prima (nonché unica, se si escludono i bombardamenti in Kosovo del 1999) offensiva condotta unicamente nei cieli.
Era in qualche modo la realizzazione delle teorie che due giovani ufficiali, l’inglese Fuller e l’italiano Douhet, erano andati propagandando negli anni ’20 e ’30.
Secondo loro, infatti, ad uno stato sarebbe stato necessario possedere una potente aviazione che, sia con bombardamenti “chirurgici” su installazioni militari ed industriali, sia con bombardamenti indiscriminati sulle città, avrebbe ridotto il paese nemico alla rovina, sia economica che psicologica.
A causa di scelte strategiche errate (i bombardamenti indiscriminati sulle città portavano alla diminuzione di quelli sulle fabbriche, portando ad una ripresa delle capacità industriali e belliche inglesi), di errori di livello puramente tattico (l’impiego dei lenti Stuka contro caccia inglesi molto più veloci), nonché di qualità dei velivoli inglesi (gli Spitfire e gli Hurricane di ultimo modello non solo riuscivano a competere ma superavano in prestazioni i Bf 109 ed i Bf 110 tedeschi), Adlertag non giunse ad una positiva conclusione; con l’arrivo della brutta stagione (si era giunti ad ottobre), Seelowe era irrealizzabile, e così Adlertag venne “temporaneamente” (in verità definitivamente) sospesa e rinviata alla primavera dell’anno successivo.
Il bilancio di perdite umane e di velivoli fu disastroso per la Luftwaffe tedesca. Oltre alla distruzione di più di alcune migliaia di velivoli (2352 per la precisione), che già di per sé era una grave perdita per i tedeschi (l’industria aeronautica nazionale era in grado di produrre “solo” 190 velivoli al mese), la perdita più grave si ebbe nel personale: tra morti, feriti e prigionieri, la Germania perse circa 4000 (precisamente 3893) dei migliori piloti e tecnici di cui disponeva.
Alla fine del conflitto il Generalfeldmarschall Gerd Von Runstedt affermò che queste gravi perdite impedirono alla Germania, successivamente, di sconfiggere l’Unione Sovietica e, quindi, di vincere la guerra.
L’ultimo momento di gloria per l’aviazione tedesca si ebbe nel 1941, con le prime fasi dell’operazione Barbarossa (scattata il 22 giugno 1941).
L’obiettivo primario consisteva nel totale annientamento dell’aviazione sovietica che, se dal punto di vista qualitativo era molto inferiore a quella tedesca (e questo fino a tutto il 1942), a livello quantitativo poteva creare qualche problema. Nei primi giorni dell’invasione, diciamo nella prima settimana (22/29 giugno), la Luftwaffe distrusse circa 2000 velivoli, di cui il 75% mentre ancora erano a terra.
È con l’inizio del 1942 che per la Luftwaffe iniziò quel rapido declino che le fece perdere, su tutti i fronti di guerra (fronte orientale, africano, successivamente italiano ed occidentale), il dominio dei cieli.
Si possono però riportare due episodi che, su tutti lo testimoniano: la conquista di Creta e la battaglia di Stalingrado.
La battaglia di Creta, seppur avvenuta prima dell’invasione della Russia, fra il 20 maggio ed il 2 giugno 1941, mostrò già i segni di quella decadenza qualitativa che si andrà via via accentuando.
Chiamata da Student (il fondatore del corpo dei fallschirmjager) la “tomba dei paracadutisti germanici”, essa mostrò come l’uso di forze aviotrasportate o paracadutate non doveva essere effettuato senza un’adeguata copertura da parte di altre unità.
Invece Stalingrado, che fu una battaglia prettamente terrestre, interessa la Luftwaffe a partire dal 15 novembre 1942, quando la VI armata tedesca, assieme alla IV Panzerarmee ed ai resti di due armate romene (la III e la IV), venne circondata dalle truppe sovietiche di Zukov. Qualsiasi comandante dotato di buon senso avrebbe ordinato la ritirata: ma evidentemente Hitler, di buon senso, ne aveva poco.
La sua decisione di resistere a Stalingrado (poi ripetuta lungo tutta la ritirata tedesca sul fronte orientale) ebbe come primo fautore il “nostro” Goring. Egli, inverosimilmente, promise che la “sua” Luftwaffe sarebbe stata in grado di rifornire le truppe tedesche accerchiate.
Si trattava di fornire ai 330.000 uomini ben 500 tonnellate al giorno di rifornimenti, tra viveri, apparecchiature, munizioni ed armamenti. Va anche tenuto presente che si era in novembre, ossia in piena stagione invernale, sicuramente la meno adatta ad un ponte aereo di tali proporzioni.
Ed infatti la media che, fino all’8 gennaio 1943 (data in cui i sovietici presero l’ultimo campo di aviazione utilizzabile, quello di Gumrak) la Luftwaffe riuscì a consegnare fu di sole 100 tonnellate al giorno, cosa che portava un esercito a combattere e sopravvivere con un quinto delle proprie necessità operative; gli effetti di questa situazione sono da tutti conosciuti.
Una situazione simile fu quella che le truppe italo – tedesche dovettero sopportare in Tunisia. Durante tutta la guerra in Africa i rifornimenti erano “a carico” della marina italiana mentre, durante la battaglia tunisina, il peso ricadde sull’aviazione e neanche in questo caso essa riuscì a portarlo felicemente a termine (il Gruppo d’Armate Afrika si arrese il 13 giugno 1943).
Abbiamo precedentemente accennato al declino della Luftwaffe tedesca. Analizzandone le cause, si giunge a due soluzioni di fondo: la prima consiste nel continuo miglioramento qualitativo (e con l’entrata in guerra degli USA anche quantitativo) delle aviazioni alleate; al contempo non si ebbe, da parte tedesca, un adeguato sviluppo delle proprie potenzialità, con le industrie aeronautiche impegnate in progetti a lungo termine e, comunque, troppo avanzati scientificamente (ma non tecnologicamente), per quei tempi.
Si ebbero, ad esempio, i primi aerei a reazione (il Messerschmitt Me 263 Schwalbe), i primi missili aria – aria (Henschel Hs 298 – Kramer Rk 344), i primi elicotteri (Focke Wulf Fw 61 – Focke Achgelis Fa 330) ed anche i primi aerei con ala a freccia (Dornier Do 335 Pfeil); si tratta di progetti sicuramente interessanti, ma non per gli immediati fini bellici (essi ebbero un limitato, se non nullo, impiego operativo).
È interessante notare che tutti gli sviluppi aeronautici dal 1945 alla metà dei primi anni ’90 si basino su idee e progetti tedeschi della II guerra mondiale presi dagli alleati alla fine della guerra e da loro utilizzati al termine del conflitto.

sabato 25 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 febbraio.
Il 25 febbraio 1954 Gamal Abdul Nasser diviene primo ministro dell'Egitto.
Gamal Abd el-Nasser nasce il 15 gennaio del 1918 ad Alessandria d'Egitto, da una famiglia di umili origini (il padre è un funzionario delle poste) proveniente da Beni Morr. Dopo aver studiato ad Asyut per due anni e a Khatatba per otto, durante gli studi secondari superiori inizia una prima attività politica, diventando presidente del Comitato dei liceali. Nel frattempo la vita l'ha già messo a dura prova: a otto anni perde la madre, e viene quindi inviato dallo zio materno Khalil al Cairo; poco dopo, però, torna dal padre, che nel frattempo si era risposato.
In qualità di guida del Comitato dei liceali, Nasser entra a far parte del movimento nazionalista che intende conquistare l'indipendenza dal Regno Unito. Il giovane Gamal viene ferito, a soli diciassette anni, nel corso di una manifestazione: un gendarme britannico esplode un colpo d'arma da fuoco che lo colpisce a una gamba. Entrato a far parte dell'Accademia Militare Egiziana nel 1937, Nasser, che nel frattempo si è laureato, viene presto nominato sottotenente, e come ufficiale dell'esercito prende parte alla Guerra arabo-israeliana che va in scena nel 1948: il conflitto nasce dalla volontà del popolo palestinese di ottenere una propria patria indipendente. Nasser si accorge immediatamente che il Paese e in particolare l'esercito risultano totalmente e clamorosamente impreparati, e tale constatazione non fa altro che aumentare i suoi sentimenti repubblicani.
Diventando sempre più leader dei dibattiti che hanno luogo nell'esercito, partecipa alla costituzione degli al-Dubbat al-Ahrar, i Liberi Ufficiali: un'organizzazione segreta che si trasformerà in breve tempo nel modello di riferimento della maggior parte dei movimenti clandestini del mondo arabo filo-repubblicani dopo la Seconda Guerra Mondiale. La monarchia egiziana viene abbattuta nella notte tra il 22 luglio e il 23 luglio del 1952, da un colpo di Stato. Mentre Re Faruq viene detronizzato e obbligato a fuggire in esilio, viene costituito un governo provvisorio, a capo del quale viene chiamato Muhammad Nagib, generale di origine nubiana che il 18 giugno del 1953 diviene ufficialmente il primo Presidente della Repubblica.
La presidenza di Nagib, tuttavia, dura poco, e già l'anno successivo egli è costretto a subire la pressione di Gamal Abd el-Nasser: diventato ormai colonnello e uomo forte del regime, il 19 ottobre firma un accordo con il Regno Unito relativo allo sgombero delle forze militari britanniche entro venti mesi (anche se la presenza di tecnici in prossimità del Canale di Suez viene confermata). La sottoscrizione di tale patto suscita la reazione veemente dei Fratelli Musulmani, organizzazione islamica cui il governo risponde in maniera energica tentando di indurre i suoi uomini a ribellarsi al proprio capo, cioè Hasan al-Hudaybi.
Dopo un attentato compiuto ai danni di Nasser, per il quale vengono ritenuti responsabili proprio i Fratelli Musulmani, l'organizzazione viene sciolta, e al-Hudaybi viene arrestato insieme ad altri dirigenti. Poco dopo, viene destituito Nagib, destinato agli arresti domiciliari. Al-Hudaybi, dapprima condannato a morte, riesce a veder commutata la propria pena nel carcere a vita.
Nasser viene ufficialmente eletto Presidente della Repubblica il 23 giugno del 1956, a poche settimane dall'adozione di una Costituzione di ispirazione socialista a carattere repubblicano. Uno dei suoi primi provvedimenti è quello di nazionalizzare la Compagnia del Canale di Suez, fino a quel momento di proprietà dei britannici e dei francesi. Tale decisione da un lato fa sì che l'Egitto possa conquistare l'indipendenza in maniera assoluta, e dall'altro fornisce a Regno Unito e Francia il destro per allestire una strategia militare contro lo Stato africano: all'operazione si unisce anche Israele, intervenuto dopo la minaccia di Nasser che è intenzionato a impedire il transito del Canale di Suez allo Stato ebraico.
Il conflitto si conclude con la conquista del Sinai e con il bombardamento del Cairo da parte delle truppe franco-britanniche, che il 5 novembre occupano la città di Port Said. La guerra viene interrotta unicamente grazie all'intervento degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica (qualcuno ipotizza addirittura che i sovietici abbiano minacciato un intervento nucleare nei confronti di Parigi e Londra), mentre il cessate il fuoco da parte dell'ONU comporta l'arrivo di truppe di pace nelle zone di guerra.
Nel mese di gennaio del 1958, per consolidare la propria sicurezza la Siria pretende di dare immediatamente inizio a un progetto di unificazione con l'Egitto. Nasce così la Repubblica Araba Unita, cui si aggiungono i territori dello Yemen che si sono ribellati, sotto la guida del colonnello Sallal, agli imam Yahya e Muhammad al-Badr. Tre anni dopo, tuttavia, la Siria manifesta l'intenzione di ripristinare la propria indipendenza: Nasser accoglie la richiesta senza opporsi.
Le sorti del nasserismo rimangono profondamente segnate dalla guerra del 1967. Una coalizione militare composta dall'Egitto e dalla Giordania fa sì che vengano impediti i passaggi marittimi in direzione di Israele, e favorisce il ritiro delle truppe dell'ONU. L'esercito egiziano, a dispetto delle minacce di Tel Aviv (la chiusura degli Stretti di Tiran alla navigazione avrebbe dato il la a un casus belli) il 5 giugno del 1967 non è in grado di respingere l'attacco subito nelle proprie basi dalle forze armate di Israele, che distruggono trecento aerei militari in un solo attacco, guidate dal generale Moshe Dayan, Capo di Stato Maggiore.
Israele, quindi, ingloba la parte rimanente della Palestina (cioè il territorio della Cisgiordania appartenente alla Giordania), la penisola del Sinai egiziana e le alture del Golan in Siria: insomma, raggiunge i propri obiettivi strategici e tattici velocemente grazie a una fruttuosa azione di accerchiamento, che permette a Tel Aviv di ottenere anche la Striscia di Gaza, territorio palestinese sotto il controllo dell'Egitto dal 1948. A dispetto della sconfitta militare di proporzioni enormi, Nasser non perde il sostegno della popolazione egiziana. Nel 1967 viene destituito, tuttavia, Abd al-Hakim Amer, amico di Nasser, ritenuto il primo colpevole della disastrosa condotta miliare dell'Egitto; poco dopo, si suiciderà.
Nel frattempo Nasser inizia a prendere sempre di più le distanze dagli Stati Uniti, a dispetto di una simpatia iniziale nei confronti di Washington dovuta all'intervento di Eisenhower nei confronti della sortita militare francese e britannica nel territorio del Canale. Il Cairo, in particolare, si rifiuta di prendere parte a uno schieramento incentrato sul Patto di Baghdad, di natura anti-sovietica, composto, oltre che dagli stessi Stati Uniti, dall'Iran, dalla Gran Bretagna, dalla Turchia e dall'Iraq.
La reazione americana è immediata, e gli Usa si oppongono fermamente al finanziamento che il Fondo Monetario Internazionale dovrebbe fornire a Nasser per costruire l'Alta Diga di Aswan: una struttura progettata fin dal 1952, da realizzare sul Nilo, che dovrebbe assicurare l'indipendenza energetica a uno Stato decisamente carente di idrocarburi, e al tempo stesso favorire la possibilità di bonificare i territori situati a ovest del fiume, dalle zone a sud di Aswan fino alla depressione di al-Qattara: in totale, centinaia di migliaia di chilometri quadrati.
La controreazione egiziana non si fa attendere: il Cairo chiama in causa l'Unione Sovietica che, naturalmente, fiutando l'opportunità strategica e politica, offre il finanziamento all'Egitto. La situazione, quindi, viene parzialmente riportata alla normalità da Nasser per mezzo delle armi fornite dall'Unione Sovietica: nel luglio del 1969 prende il via una cosiddetta guerra d'attrito con Tel Aviv, che se non altro riesce a mantenere forte lo spirito nazionalistico e patriottico degli egiziani.
L'esperienza politica di Nasser, tuttavia, sembra ormai al tramonto, segnata in maniera innegabile dalla catastrofe - sia politica che militare - andata in scena nel 1967. Il regime, inoltre, dimostra di sopportare con difficoltà sempre maggiori il dibattito interno, pur vivace nei primi tempi, come dimostra la repressione attuata nei confronti dei Fratelli Musulmani.
Gran Maestro dell'Ordine del Nilo, Gran Maestro dell'Ordine al Merito e Gran Maestro dell'Ordine della Repubblica, Gamal Abd el-Nasser muore il 28 settembre del 1970 a causa di un attacco di cuore che lo sorprende mentre si trova nella sua residenza presidenziale: il suo funerale vede la partecipazione di milioni di egiziani commossi, mentre il suo posto viene preso da Anwar al-Sadat, già vice-presidente della Repubblica, che con Nasser era stato membro dei Liberi Ufficiali. Nel corso della sua carriera politica, Nasser è stato insignito anche delle cariche di Eroe dell'Unione Sovietica, Ordine dei Compagni di O.R. Tambo in Oro e Ordine di Lenin.

venerdì 24 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 febbraio.
Il 24 febbraio 1922 fu rappresentata per la prima volta al Teatro Manzoni di Milano la tragedia in tre atti Enrico IV di Luigi Pirandello (Agrigento, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936), drammaturgo, scrittore e poeta italiano, che nel 1934 fu insignito del Premio Nobel per la letteratura.
L’opera appartiene a quella che viene definita la Terza Fase del teatro pirandelliano, il “teatro nel teatro”, dopo il “teatro siciliano” ed il “teatro umoristico/grottesco”, e prima del “teatro dei miti”.
Enrico IV fu scritto per Ruggero Ruggeri (Fano, 14 novembre 1871 – Milano, 20 luglio 1953), uno degli attori più noti del periodo, che faceva parte della “Compagnia del Teatro D’arte”, fondata a Roma dallo stesso Pirandello il 6 ottobre 1924.
La tragedia inizia con il racconto dell’antefatto. Un nobile del primo ‘900, di cui non viene mai fatto il nome, partecipa ad una festa in maschera travestito da Enrico IV. Egli ha scelto di vestire i panni di quel sovrano per poter stare vicino alla donna amata, Matilde di Spina, mascherata da Matilde di Canossa.
All’evento partecipa anche il barone Belcredi, suo rivale in amore, che disarciona da cavallo Enrico IV, il quale cade battendo violentemente la testa. A seguito del trauma subìto, Enrico IV si convince di essere davvero il personaggio storico di cui portava le vesti.
Credendolo pazzo, tutti lo assecondano ed il nipote di Nolli cerca di alleviare le sue sofferenze per dodici anni ricostruendo l’ambientazione in cui aveva vissuto il vero sovrano. Trascorso questo tempo, Enrico guarisce e si accorge che era stato Belcredi a farlo cadere intenzionalmente per toglierlo di mezzo e poter sposare la donna contesa da entrambi. Infatti, dopo l’incidente, Matilde era scappata con Belcredi, si erano sposati ed avevano avuto una figlia. Enrico decide di continuare a fingersi pazzo per riuscire a sopportare in qualche modo il dolore che gli procura la presa di coscienza della realtà.
Dopo venti anni dall’incidente, si ritorna al presente, come all’inizio. Matilde con Belcredi, la loro figlia, Frida, e uno psichiatra fanno visita ad Enrico. Lo psichiatra è molto incuriosito dal suo caso, e , per farlo guarire, consiglia di ricostruire l’ambientazione di venti anni prima e di ripetere la caduta da cavallo.
Durante la messa in scena, Enrico si trova davanti la figlia della donna che ama da sempre e per la quale è costretto a fingersi pazzo. La giovane Frida è identica alla madre, quando aveva la sua età, ed Enrico non può fare a meno di abbracciarla. Belcredi non tollera che Enrico si avvicini alla figlia, ma, quando tenta di opporsi, Enrico sguaina la spada e lo ferisce a morte. Per sfuggire alla realtà di dolore, che per di più lo costringerebbe anche ad un processo e alla prigione, Enrico si rassegna a vivere per sempre fingendosi pazzo.
Preferii restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la mia pazzia [...] questo che è per me la caricatura, evidente e volontaria, di quest’altra mascherata, continua, d’ogni minuto, di cui siamo i pagliacci involontarii quando senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d’essere [...] Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio, quieto! – Il guajo è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia. [...] La mia vita è questa! Non è la vostra! – La vostra, in cui siete invecchiati, io non l’ho vissuta! (Enrico IV, atto terzo)
Questa tragedia mette in evidenza il relativismo psicologico in cui credeva Pirandello. Tutti gli uomini nascono liberi, ma il Caso interviene impedendo loro di esprimere le proprie volontà, imprigionati come sono dalle convenzioni di società precostituite, in cui ciascuno ha un ruolo prefissato.
L’io non riesce a venire fuori, e così non c’è comunicazione tra esseri umani, perché ciascuno è costretto ad indossare una maschera, dietro la quale si nascondono infiniti io. Un concetto che viene espresso nel romanzo Uno, nessuno, centomila: l’individuo è uno, perché ogni persona crede di essere unica e avere caratteristiche peculiari; centomila, perché ciascuno ha, dietro la maschera che indossa, tante personalità quante sono le persone che lo giudicano; nessuno, perché nel suo continuo cambiare personalità non può dare mai spazio al suo vero io.
Da qui deriva inevitabilmente l’incomunicabilità tra individui, perché ciascuno ha un proprio modo di vedere, e non esiste un criterio oggettivo ed universale su cui basare uno scambio di opinioni. Questo crea solitudine ed emarginazione dalla società, ma anche da se stessi, in quanto l’io è sempre frammentato, nonostante gli sforzi per trovare un senso all’esistenza e all’identificazione di un ruolo che vada oltre la maschera.
Pirandello pone tre tipi di reazioni degli individui a questo relativismo: una reazione passiva, in cui si accetta la maschera e l’infelicità che ne consegue, senza opporre resistenza, come nel caso de Il fu Mattia Pascal; oppure una reazione ironico-umoristica, come ne La patente, in cui si accetta la maschera con un atteggiamento ironico e aggressivo, cercando almeno di trarne vantaggio.
Oppure c’è una reazione drammatica, come nel caso di Enrico IV: l’uomo si rende conto che l’immagine che ha sempre avuto di sé non corrisponde a quella che gli altri hanno di lui, e cerca di comprendere questo lato sconosciuto del suo io.
Vuole togliersi la maschera che gli hanno imposto, ma non riesce a strapparsela di dosso, ed egli sarà sempre come gli altri lo vogliono, anche se continuerà a lottare per impedirlo, arrivando fino alle tragiche conseguenze delle pazzia, del dramma e del suicidio.
L’unico modo per vivere e trovare il proprio io è accettare il fatto di non avere un’identità, ma tanti frammenti, essere consapevoli di essere completamente alieni da se stessi. Eppure, la società non accetta questo relativismo, e chi lo fa è ritenuto pazzo.
Dell’Enrico IV sono state fatte due trasposizioni cinematografiche, una del 1943, per la regia di Giorgio Pàstina, e uno del 1984, per la regia di Marco Bellocchio.

giovedì 23 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 febbraio.
Il 23 febbraio 1836 inizia a San Antonio (TX) la battaglia di Alamo.
La storia di Alamo inizia nella mattinata del 23 febbraio 1836 quando l’esercito messicano arrivò nei pressi di San Antonio. Il primo ad avvistare i soldati di Santa Anna fu lo scout John Smith, chiamato “El Colorado” a causa dei capelli rossi.
Fu a lui che il colonnello Travis affidò il primo messaggio dell’assedio, indirizzato allo stato maggiore dell’esercito texano comandato da Sam Houston: “Il nemico è arrivato in gran forze. Vogliamo uomini e provviste. Inviateceli. Abbiamo 150 uomini e siamo determinati a difendere Alamo fino all’ultimo. Forniteci assistenza”.
Mentre Smith partiva al galoppo, Travis cominciò a dare i primi ordini per preparare la resistenza tra le mura di Alamo. Prima di tutto fece evacuare una cinquantina di soldati messicani feriti, fatti prigionieri in un precedente scontro. In questo modo permise che si ricongiungessero con il grosso delle truppe di Santa Anna senza pesare sulle forze americane. Poi mandò Seguin, lo stesso che un anno dopo provvederà alla sepoltura dei resti, a San Antonio per racimolare quante più provviste possibili potesse. Mentre gli americani giravano per le strade, le donne locali piangevano: “Poveri ragazzi – dicevano – sarete tutti ammazzati”. Furono invece una quarantina i cittadini che preferirono nascondersi dentro Alamo per evitare di affrontare l’esercito messicano. Fecero appena in tempo, perchè nel pomeriggio gli uomini di Santa Anna avevano già occupato l’area di San Fernando, la più vicina alla missione, facendo sventolare una bandiera rossa, segno di non voler dare tregua al nemico, sul pennone del campanile.
Quando la vide, Travis ordinò per tutta risposta che venisse sparata una cannonata verso la postazione nemica. I messicani replicarono con altre quattro cannonate e quello fu di fatto il primo scambio di colpi tra i due avversari.
A quanto pare fu anche l’occasione per il primo litigio tra Travis e Bowie. Il primo voleva aspettare la prima mossa dei messicani, mentre il secondo intendeva agire subito andando a trattare direttamente con Santa Anna. Essendo egli stesso il genero di un notabile messicano, Bowie pensava che sarebbe stato ascoltato. Senza consultare Travis, Bowie mandò il volontario Green B. Jameson con una missiva diretta personalmente al generale. Ma il risultato fu deludente: di fronte a un Travis infuriato perchè i suoi ordini non erano stati rispettati, Jameson tornò con una nota firmata da Josè Batres, il vice di Santa Anna, nella quale si diceva che “se volevano salvare le loro vite, dovevano mettersi immediatamente a disposizione del Governo Supremo”. In pratica, dovevano arrendersi senza condizioni. Rendendosi conto che la situazione era comunque disperata, lo stesso Travis inviò ai messicani un secondo messaggio, questa volta affidato ad uno dei suoi uomini più fidati, Albert Martin, da consegnare al colonnello Juan Almonte, uno degli alti ufficiali dello staff di Santa Anna, conosciuto e rispettato come gentiluomo in tutto il Texas. Ma Almonte si limitò a ripetere le condizioni imposte dal suo generale, per cui anche questo tentativo andò a vuoto.
A quel punto a Travis non restò che radunare gli uomini per esporre loro la situazione e tutti furono d’accordo per non cedere. Ancora una volta Travis affidò la sua replica ai cannoni e per risposta i messicani presero a bombardare sistematicamente la missione producendo non pochi danni. E mentre le granate colpivano la vecchia chiesa costruita nel 1758 dalla Flying Company of San Josè y Santiago del Alamo de Parras, il colonnello inviò un altro messaggio al raggruppamento texano di stanza a Goliad: “Noi porteremo avanti questa resistenza così come il nostro onore pretende, e anche quello del Paese”, scrisse Travis al collega Fannin. Ma l’attesa per una risposta si rivelò vana.
Fu allora che Travis decise di piazzare i suoi cannoni nelle posizioni strategiche, in particolare sul tetto rinforzato della chiesa dove ne fece sistemare tre da diciotto libbre l’uno.
C’era anche un altro problema. All’interno del forte si trovavano ormai anche una quarantina tra malati e feriti che Travis fece sistemare al secondo piano del convento. Tra questi era finito anche James Bowie, colpito da una forte febbre tifoidea che lo debilitava a causa di continui accessi di vomito e diarrea con ingenti perdite ematiche. Per quanto curato dal dottor Amos Pollard e assistito dalla cognata Juana Alsbury, Bowie non si riprenderà più e quindi non parteciperà neanche allo scontro finale. Il 24 febbraio i messicani piazzarono una nuova batteria a circa 300 metri da Alamo e ripresero il bombardamento.
Agli americani non restava che nascondersi tra le mura della missione e aspettare. Travis ne approfittò per scrivere un nuovo appello che indirizzò al “Popolo del Texas e a tutti gli Americani nel Mondo”: “Sono assediato da un migliaio o più di messicani agli ordini di Santa Anna – Ho sostenuto un continuo bombardamento per 24 ore e non ho perso un uomo. – Il nemico ci ha chiesto una resa senza condizioni, altrimenti la guarnigione sarà passata a fil di spada, se il forte verrà preso – Ho risposto con un colpo di cannone, e la nostra bandiera sventola ancora orgogliosamente sulle mura. Io non mi arrenderò né mi ritirerò. Allora mi rivolgo a voi nel nome della Libertà, del patriottismo e di tutto ciò che è di più caro al carattere americano, affinchè veniate in nostro soccorso con la massima celerità – Il nemico sta ricevendo rinforzi quotidianamente e non c’è dubbio che arriverà a tre o quattro mila unità nel giro di quattro o cinque giorni. Se questa mia richiesta non verrà accolta, sono determinato ad andare avanti da solo il più a lungo possibile e a morire come un soldato che non dimentica mai ciò che è dovuto al proprio onore e a quello del suo Paese. Vittoria o Morte”.
La lettera, indirizzata al quartier generale texano situato a Gonzales, venne affidata ad Albert Martin che con una buona dose di fortuna riuscì a passare oltre le linee nemiche, perdendosi nell’oscurità. Dalle mura quella notte Travis lo vide allontanarsi e, mentre la sua mente si perdeva in mille cupi pensieri, si sorprese ad ascoltare le note di un mesto “Deguello” che gli giungevano dal campo messicano.
L’indomani il bombardamento riprese fin dal primo mattino. Circa duecento messicani del battaglione Permanente Matamoros arrivarono a un centinaio di metri dal forte, ma gli americani risposero con un fuoco talmente fitto che alla fine gli uomini di Santa Anna furono costretti a ritirarsi, lasciando una decina di morti sul campo. Durante l’azione fu particolarmente notato l’onorevole David Crockett, come Travis chiamava l’ex parlamentare, che correva da un punto all’altro per incitare gli uomini e far loro coraggio.
Travis, quando si rese conto che i messicani stavano tastando il terreno in vista dell’assalto decisivo, riprese la penna e si rivolse direttamente a Sam Houston: “Devo resistere fino alle estreme conseguenze. Se essi ci sconfiggeranno, noi saremo sacrificati sull’altare del nostro Paese, e speriamo che i posteri e il nostro Paese renderanno giustizia alla nostra memoria. Aiutami, Paese mio! Vittoria o morte”.
In effetti viene il sospetto che Travis scrivesse in modo così enfatico sapendo che i suoi appelli sarebbero stati pubblicati, ma c’è da dire che egli cercava comunque di far sapere che la situazione a Alamo era davvero drammatica. Il problema si poneva sul come far giungere il messaggio a destinazione, visto che ormai i messicani controllavano l’intera area. E, soprattutto, chi mandare? Tra l’altro ci voleva qualcuno che parlasse bene lo spagnolo e fu così che gli uomini della guarnigione votarono Juan Seguìn. Travis non era d’accordo, ma alla fine capitolò. Seguìn, travestito da campesino, salutò per l’ultima volta i suoi commilitoni e quella stessa notte si infiltrò tra le linee nemiche. Quell’operazione, per quanto rischiosa, finì per salvargli la vita.
Mentre i messicani poco per volta accerchiavano Alamo, a San Felipe il governatore Smith faceva pubblicare il primo appello di Travis e esortava i texani a “volare” in difesa di Alamo: “La campagna è cominciata – scrisse Smith – I texani non devono lasciare che i loro fratelli vengano massacrati da un esercito di mercenari”.
Anche se le file texane si stavano ingrossando di volontari, nel forte l’attesa si faceva sempre più drammatica. Bowie era ormai allo stremo quando il 29 febbraio un gruppo di volontari che era arrivato con lui andò a trovarlo per comunicargli che Santa Anna aveva offerto un’amnistia ai difensori di Alamo che si fossero arresi. “Chi di voi vuole andarsene, è libero di farlo”, disse Bowie con un fil di voce. E quelli non se lo fecero dire due volte: lo ringraziarono e uscirono dal forte, salvi.
La notte del primo marzo un violento temporale si abbattè sulla zona. Alle tre, sotto una pioggia battente, una sentinella si sentì chiamare e, con sua grande sorpresa, vide John Smith, El Colorado, bussare alla porta del forte con trentadue uomini: alla fine i rinforzi, se così si potevano definire, erano arrivati. Il giorno dopo a Brazoria, diverse decine di chilometri più in là, l’ultimo appello di Travis, “Vittoria o Morte”, veniva pubblicato sul giornale “Texan Republican”. Ma la spedizione di soccorso era ben distante dall’essere organizzata. A Washington, dove doveva partecipare a una convention, Sam Houston continuava a dire che quella di Alamo era “una maledetta menzogna, e che anche tutti quei rapporti di Travis e Fannin erano menzogne, visto che là non vi erano forze messicane e che tutta quella messinscena era soltanto uno stratagemma elettorale studiato da Travis e Fannin per sostenere la loro popolarità”.
Houston arrivò a insinuare che i rapporti ricevuti fossero addirittura fatti ad arte dai messicani, per cui, con la mente offuscata dai litri di whisky che si beveva tutti i giorni (fu visto diverse volte ubriaco in pubblico), di fatto non fece mai nulla per salvare la guarnigione di Alamo.
Il 3 Marzo gli americani assediati videro un uomo a cavallo correre nella prateria sfidando il fuoco dei fucili messicani. Era James Butler Bonham che portava due messaggi, uno dei quali di Willie Williamson, uno dei capi della rivolta, scritto alcuni giorni prima a San Felipe. Nella prima missiva Williamson annunciava l’arrivo di 660 volontari. Nella seconda, forse scritta da Houston in persona, si diceva invece che le forze presenti a San Felipe non potevano essere trasferite. In pratica, Alamo veniva abbandonato a se stesso.
Per Travis era l’ennesimo colpo. Già furente per l’abbandono dei volontari texani che egli non esitava a definire traditori, quella notizia gli fece capire che ormai non c’era davvero più nulla da fare. Allora scrisse alcune lettere che affidò nuovamente a El Colorado, lettere il cui contenuto non fu mai reso pubblico e nelle quali probabilmente scrisse il suo testamento politico. Una era indirizzata a Jesse Grimes, un delegato della convenzione di Washington, un’altra a David Ayers di Montville. A entrambi affidò le sue ultime volontà e, soprattutto, l’educazione del figlio Charles, 5 anni, avuto dal suo matrimonio con Rosanna Cato. L’ultima missiva, di cui non si conobbe mai il contenuto, era per l’amata Rebecca, la donna che aveva intenzione di sposare se solo fosse riuscito a sopravvivere all’avventura di Alamo. Arriveranno tutte a destino compiuto, quando le ossa di Travis erano già state incenerite.
Il 4 marzo i messicani ripresero a bombardare la missione. Il 5 gli americani contarono 334 palle di cannone contro le loro mura. E quella notte un Travis ormai disperato giocò la sua ultima carta inviando un ultimo messaggero, il giovane James Allen, nel disperato tentativo di convincere lo stato maggiore americano a mandare rinforzi. Un rapido censimento delle armi permise di stabilire che nella missione i 180 americani rimasti avevano in tutto 816 tra pistole e fucili, con polvere e piombo sufficienti per circa 15 mila colpi, 25 granate da cannone e duecento baionette: un po’ poco per fronteggiare un esercito di quattromila uomini armati di tutto punto e dotati di artiglieria pesante. L’attacco decisivo cominciò intorno alle 3 del mattino del 6 marzo. Gli assediati, stanchi e provati dalla continua tensione, dormivano quasi tutti. Nessuno, nemmeno le sentinelle, si accorse che oltre un migliaio di soldati messicani del battaglione Toluca aveva completamente circondato la missione e pian piano si avvicinava alle mura. Nessuno, nonostante il chiarore della luna, vide le scale che venivano appoggiate e subito salite dai commandos nemici. Nessuno si rese conto che la missione era stata invasa fino a quando il primo “Viva Santa Anna” non squarciò il silenzio della notte. Erano circa le 5,30. Travis fu svegliato di soprassalto dall’ufficiale J.J. Baugh che irruppe nella sua camera urlando: “I messicani stanno arrivando!”. Ancora stordito da quelle poche ore di sonno, Travis arrivò sugli spalti appena in tempo per vedere una marea di uniformi bianche che si lanciava all’assalto dei suoi uomini. Quando girò lo sguardo una pallottola di circa due centimetri di diametro lo prese in piena fronte uccidendolo sul colpo. Il suo corpo, successivamente trafitto anche da molti colpi di baionetta, cadde vicino ad un cannone e lì restò fino alla fine della battaglia. Uno ad uno gli americani vennero uccisi tutti: l’ordine era di non fare prigionieri.
Quando i messicani entrarono dentro il convento, in una stanza trovarono James Bowie ormai agonizzante alla sua terza settimana di febbre tifoidea. Scambiandolo per uno che si voleva nascondere sotto le coperte, lo presero a fucilate sul posto facendogli letteralmente saltare la testa. Sempre più numerosi, cominciarono poi a spingere ciò che restava del gruppo dei difensori fino all’ingresso della missione. Gli americani furono costretti a uscire spinti verso l’esterno. Fuori li aspettava la cavalleria messicana comandata da Ramirez y Sesma che in due cariche successive pose fine a colpi di lancia anche a quella eroica e disperata sacca di resistenza.
I messicani si fermarono soltanto quando, abbattendo una porta, si trovarono di fronte a tre donne e due bambini. Fu una di queste, Susanna Dickenson, che in seguito testimonierà di aver visto i corpi di Davy Crockett e dei suoi compagni del Tennessee giacere nella polvere davanti al sagrato della chiesa.
Ma gli americani avevano venduta cara la pelle. A fronte dei 1600 uomini impiegati nell’attacco, i messicani morti furono circa duecento e quattrocento i feriti, tra i quali anche un generale e 28 ufficiali. Settanta di questi feriti morirono in seguito alle lesioni riportate nella battaglia.
Avvalendosi della testimonianza di Joe, lo schiavo negro di Travis cui venne risparmiata la vita proprio a causa del suo stato, Santa Anna volle vedere personalmente i corpi di Travis, Bowie e Crockett prima di inviare il suo rapporto finale a Città del Messico. “Il quadro presentato dalla battaglia è straordinario – scrisse Santa Anna – tra i corpi sono stati trovati il primo e il secondo capo del nemico – Bowie e Travis – colonnelli come essi stessi si facevano chiamare – nonchè Crockett con lo stesso titolo degli altri due”.
La notizia del massacro di Alamo giunse a Washington solo l’11 marzo e fece un’impressione enorme. Per Sam Houston, che non aveva mai creduto alle lettere di Travis, fu un colpo tremendo. E per quanto si portò dietro per tutta la vita il rimorso di quelle vite sacrificate, cercò di salvare la faccia sostenendo pubblicamente che “la caduta di Alamo è stata il risultato di una disobbedienza da parte di Travis e Bowie”.
Ma all’opinione pubblica americana non potevano bastare le sue illazioni e Houston lo sapeva bene. Fu così che l’esercito texano si ricompattò e il 21 aprile cercò vendetta affrontando in campo aperto le truppe messicane di Santa Anna a San Jacinto. Prima della battaglia gli ufficiali si rivolsero ai volontari con tre sole parole:”Remember the Alamo”. Ed è urlando “Alamo! Alamo! Alamo!” che gli americani, inferiori di numero (800 contro 1.300), in soli venti minuti di battaglia sgominarono l’esercito messicano facendo prigioniero lo stesso generale Santa Anna. La rivoluzione era finita e il Texas diventava indipendente. Nel settembre di quello stesso anno Sam Houston veniva eletto presidente della Repubblica del Texas e Alamo entrava nella storia e nella leggenda.
Il primo film dedicato alla battaglia fu, nel 1911, The Immortal Alamo di William F. Haddock, un film prodotto in Texas da Georges Méliès.
Nel 1915 Christy Cabanne, con la supervisione di David W. Griffith, girò Martyrs of the Alamo, un film muto di 71 minuti, che vide tra gli interpreti anche Douglas Fairbanks.
Nel 1953 Glenn Ford interpretò Il traditore di Forte Alamo (The Man from the Alamo), un western con un immaginario superstite allo scontro. Questa versione, neppure troppo romanzata, mostrava l'eroismo dell'americano medio nella costruzione degli Stati Uniti.
Nel 1955 Sterling Hayden interpretò la parte di Jim Bowie nel film Alamo diretto da Frank Lloyd. Questa versione non spiegava le ragioni della Resistenza contro il Messico ed anche i fatti vennero in parte stravolti, come la causa della morte di Bowie, non dovuta ad infortunio in battaglia, ma a tubercolosi. Veniva peraltro taciuto lo schiavismo dello stesso Bowie.
Nel 1956 Byron Haskin ne La storia del generale Houston descrisse la figura dell'avvocato Houston, poi divenuto generale e infine primo presidente del Texas resosi indipendente.
John Wayne nel 1960 diresse, produsse e interpretò, nella parte di Davy Crocket, La battaglia di Alamo, un lungo e costoso film per propagandare, in modo spettacolare, i valori eroici che avevano portato alla costruzione degli Stati Uniti. Anche in questa versione le ragioni della ribellione venivano taciute.
Alamo - Gli ultimi eroi (2004) è un film che descrive in modo dettagliato la guerra, fino alla resa di Santa Anna. Anche in questa versione le ragioni della ribellione non vengono spiegate.

mercoledì 22 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 febbraio.
Il 22 febbraio 1732 nasce George Washington.
Critico testardo della politica dell'Inghilterra, nel corso del Congresso Continentale ricevette nella guerra contro l'odiata potenza d'oltreoceano l'incarico di Comandante dell'esercito continentale, dimostrandosi grande generale e riuscendo a trasformare coloni inesperti in audaci soldati.
George Washington nasce il 22 febbraio 1732 nella contea di Westmoreland, in Virginia e prima di diventare un mito della nazione americana viene educato privatamente dal padre Augustine e dal fratellastro maggiore Lawrence. A diciassette anni ottiene il suo primo incarico pubblico divenendo ispettore della contea di Culpepper.
Nel 1752 il governatore regio della Virginia Sir Robert Dinwiddie, lo nomina coadiutore per il distretto meridionale della colonia. Avviato alla carriera militare, intraprende la sua prima missione nell'estate del 1753, allorquando i Francesi provenendo dal Canada si insediano lungo le rive del fiume Ohio, minacciando la Virginia.
Gli aspri combattimenti che l'esercito britannico coloniale dovrà affrontare nel tentativo di respingere gli assalti dei Francesi e degli alleati Indiani Irochesi, segnano l'inizio della Guerra Franco-Indiana, "versante americano" della cosiddetta Guerra dei Sette Anni (1756 - 1763) che rappresenta il culmine degli scontri occorsi tra Francia e Gran Bretagna durante il secolo XVIII; la guerra avrà fine con il Trattato di Parigi, che stroncherà definitivamente ogni velleità imperialistica francese, costringendo i Borboni a cedere ai Britannici il Canada, la regione dei Grandi Laghi, la valle del Mississipi e l'attuale Louisiana.
Nel 1754 George Washington si congeda per poi essere successivamente richiamato in servizio dal Generale di Divisione Edward Braddock, impegnato a combattere i Francesi di Fort Duquesne. L'anno successivo Sir Robert Dinwiddie nomina il Colonnello Washington comandante in capo delle truppe coloniali virginiane, affidandogli l'incarico di presidiare l'inquieta frontiera.
Nel 1759 Washington si congeda definitivamente e sposa Martha Dandrige Curtis, giovane e facoltosa vedova. Per quasi quindici anni, fino al 1774, è membro della Camera dei Borghigiani, ovverosia della Camera Bassa dell'Assemblea Legislativa virginiana, dove si distingue per "essere uno dei più accesi sostenitori dei diritti dei coloni nel nome del Common law e del diritto consuetudinario britannici" che assicuravano a tutti i sudditi della Corona Inglese equità di trattamento e libertà concrete.
Saranno questi i motivi che scateneranno la guerra tra Madre Patria e colonie nordamericane: una guerra civile questa all'interno dell'Impero Britannico che, come ebbe a dire Burke, ha ben poche caratteristiche di somiglianza rispetto alla successiva e ben più ideologica Rivoluzione Francese.
Deflagrato il conflitto, Washington ne è subito protagonista sia sul versante bellico che su quello politico e culturale. Eletto al primo Congresso continentale, trascorre l'inverno successivo (1774 - 1775) adoperandosi nella riorganizzazione delle Milizie coloniali virginiane. Durante il 1775 il secondo Congresso continentale lo elegge all'unanimità Comandante in capo dell'esercito indipendentista.
Terminata la guerra civile e sancita definitivamente la pace il 3 settembre 1783, il Generale Washington si ritira a vita privata a Mount Vernon con l'intento, come egli stesso ebbe a dire, di "trascorrere gli ultimi anni di vita all'ombra della mia vigna e del mio fico, per poi discendere dolcemente il fiume della vita fino a quando non mi addormenterò accanto ai miei padri".
Nel 1781 il Paese ormai indipendente si organizza attraverso gli articoli della Confederazione, ratificati nel marzo dello stesso anno. Cinque anni più tardi a Filadelfia viene convocata una Convenzione con il compito di rivedere, alla presenza di tutti i rappresentati delle ex-colonie, il vecchio documento confederale da più parti tacciato di sostanziale debolezza ed inadeguatezza nell'organizzazione dei soggetti politici ex-coloniali che ora costituiscono la "Nazione nuova".
L'Assemblea Legislativa della Virginia elegge George Washington come proprio rappresentante. Questi accetta riservando tuttavia per sé un ruolo eminentemente politico e delegando gli aspetti tecnici relativi alla revisione della struttura del documento a James Madison.
Il futuro primo Presidente degli Stati Uniti d'America, "padre della patria" e figura simbolo del "Founding" statunitense morirà il 14 dicembre 1799, all'età di sessantasette anni.
George Washington non ebbe mai la fortuna di vedere la nuova capitale della neo fondata nazione che avrebbe in seguito portato il suo nome. Ciò nonostante lo stesso Washington influenzò inconsapevolmente in modo decisivo la scelta di dove erigere la nuova capitale. Fino al 1790 era stata New York la capitale degli Stati Uniti per poi divenire nuovamente Filadelfia. Quando si tentò di prendere una decisione definitiva su quale città dovesse divenire la capitale, a causa dei forti interessi economici in gioco si creò un contenzioso di tali proporzioni tra i singoli stati che si giunse ad una paralisi decisionale. In tale situazione di completa stasi poteva quindi succedere che tra un trasferimento e l'altro di tutti gli uffici amministrativi, a causa dei continui cambiamenti e delle continue incertezze, alcuni uffici rimanessero nella città nella quale si trovavano, mentre gli altri venissero spostati a centinaia di chilometri di distanza, ostacolando lo svolgimento delle pratiche amministrative.
Per porre fine a questa situazione il Congresso ratificò il Residence Act del 1790 con il quale deliberò la costruzione di una nuova città al di fuori del territorio di uno degli stati federali. Si creò pertanto il District of Columbia, situato a sud della linea Dixon, all'interno del quale venne poi costruita la città di Washington D.C.. L'incarico di progettare la nuova città fu quindi assegnato da Washington in persona all'architetto francese Pierre Charles L'Enfant, che avviò i lavori nel 1791 per terminarli grosso modo nove anni più tardi nel 1800. Durante questo periodo fu usata come capitale provvisoria la città di Filadelfia dove già in precedenza si era riunito il congresso durante la convenzione di Filadelfia.
Washington D.C. divenne infine la capitale degli Stati Uniti nel 1801, due anni dopo la morte di Washington.
In seguito nel corso della storia degli Stati Uniti, molte organizzazioni, istituti, scuole, università e perfino uno stato porteranno in onore a Washington il nome del padre fondatore di questa nazione, rendendo Washington uno dei simboli più importanti degli Stati Uniti e rendendolo certamente il personaggio più noto della storia americana. Nel 1889 fu annesso il quarantaduesimo stato degli Stati Uniti, al quale fu dato il nome di Stato di Washington. In suo onore fu poi eretto nel 1848 dall'architetto Robert Mills a Washington D.C. il Washington Mounument, che per un breve periodo fu con i suoi 169 metri di altezza l'edificio più alto al mondo. In suo onore fu anche eretto il Washington Masonic National Memorial ad Alexandria nello stato della Virginia, che fu realizzato esclusivamente con donazioni da parte dei membri massoni della loggia di Alexandria.
Dal 1935 in poi tutti i biglietti da un dollaro portano il volto di Washington, e sempre in suo onore la marina statunitense ha battezzato sia la portaerei CVN-73 della classe Nimitz, che il sommergibile nucleare SSBN-589 con il suo nome.

martedì 21 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 febbraio.
Il 21 febbraio 2001 Papa Giovanni Paolo II elegge Jorge Mario Bergoglio al rango di cardinale.
 Il primo pontefice a scegliere il nome di Francesco, il primo papa sud americano della storia. Jorge Mario Bergoglio, cardinale e arcivescovo di Buenos Aires, ha 80 anni.
È diventato papa il 13 marzo al suo secondo tentativo. Nel 2005, infatti, fu lui il principale avversario di Joseph Ratzinger. Secondo nelle prime tre votazioni, Bergoglio rinunciò al papato quasi tra le lacrime, quando si rese conto dell'aumentare del distacco dal cardinale tedesco.
Nato nella capitale argentina il 17 dicembre 1936 da una famiglia di origine piemontese, da oltre 50 anni vive con un solo polmone. L'altro gli è stato rimosso durante l'adolescenza a causa di un'infezione.
È un gesuita che ha un rapporto e un approccio particolare con la povertà, viaggia in autobus e in metro, ha sempre abitato in una piccola stanza dall'aspetto monacale nella sede dell'arcivescovato.
Quando fu nominato cardinale chiese a centinaia di argentini di non volare fino a Roma per festeggiarlo, ma di utilizzare quei soldi che avrebbero speso per fare beneficenza ai poveri.
Ha studiato e si è diplomato come tecnico chimico, ma poi ha scelto il sacerdozio ed è entrato nel seminario di Villa Devoto.
L'11 marzo 1958 è passato al noviziato della Compagnia di Gesù, ha compiuto studi umanistici in Cile e nel 1963, di ritorno a Buenos Aires, ha conseguito la laurea in filosofia presso la facoltà di filosofia del collegio massimo San José di San Miguel.
Fra il 1964 e il 1965 è stato professore di letteratura e di psicologia nel collegio dell'Immacolata di Santa Fe e nel 1966 ha insegnato le stesse materie nel collegio del Salvatore di Buenos Aires.
Dal 1967 al 1970 ha studiato teologia presso la facoltà di teologia del collegio massimo San José, di San Miguel, dove ha conseguito la laurea. Il 13 dicembre 1969 è stato ordinato sacerdote.
Nel 1970-71 ha compiuto il terzo probandato ad Alcala de Henares (Spagna) e il 22 aprile 1973 ha fatto la sua professione perpetua. È stato maestro di novizi a Villa Barilari, San Miguel (1972-1973), professore presso la facoltà di Teologia, consultore della Provincia e Rettore del collegio massimo.
Il 31 luglio 1973 è stato eletto Provinciale dell'Argentina, incarico che ha esercitato per sei anni. Fra il 1980 e il 1986 è stato rettore del collegio massimo e delle facoltà di filosofia e teologia della stessa Casa e parroco della parrocchia del patriarca San José, nella Diocesi di San Miguel.
Nel marzo 1986 si è recato in Germania per ultimare la sua tesi dottorale; quindi i superiori lo hanno destinato al collegio del Salvatore, da dove è passato alla chiesa della Compagnia nella città di Cordoba come direttore spirituale e confessore.
Il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo ha nominato Vescovo titolare di Auca e Ausiliare di Buenos Aires.
Il 27 giugno dello stesso anno ha ricevuto nella cattedrale di Buenos Aires l'ordinazione episcopale dalle mani del Cardinale Antonio Quarracino, del Nunzio Apostolico Monsignor Ubaldo Calabresi e del Vescovo di Mercedes-Lujan, Monsignor Emilio Ogénovich.
Il 3 giugno 1997 è stato nominato arcivescovo coadiutore di Buenos Aires e il 28 febbraio 1998 arcivescovo di Buenos Aires per successione, alla morte del Cardinale Quarracino.
È autore dei libri Meditaciones para religiosos del 1982, Reflexiones sobre la vida apostolica del 1986 e Reflexiones de esperanza del 1992.
Gran Cancelliere dell'università Cattolica argentina. Relatore generale aggiunto alla decima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (ottobre 2001).
Dal novembre 2005 al novembre 2011 è stato presidente della Conferenza episcopale argentina. Dal Beato Giovanni Paolo II creato e pubblicato Cardinale nel Concistoro del 21 febbraio 2001, del Titolo di San Roberto Bellarmino.
Nel 2011, compiuti 75 anni, rimise il suo mandato da arcivescovo per raggiunti limiti d'età, ma Benedetto XVI rifiutò le sue dimissioni.

lunedì 20 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 febbraio.
Il 20 febbraio 1816 ha luogo la prima rappresentazione del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini, che si rivela essere un flop clamoroso.
L’opera originale in prosa su cui si basa Il barbiere di Siviglia appartiene a Pierre Caron de Beaumarchais (1732 –1799).
Essa integra una trilogia che comprende:
• Le barbier de Seville
• Les noces de Figaro (reso celebre dalla stupenda opera lirica di Mozart)
• La mère coupable
Delle tre opere del ciclo, Il barbiere di Siviglia del 1775, e senza dubbio la più conosciuta ed è stata rappresentata migliaia di volte in francese e in altre lingue.
Ai tempi di Rossini il Barbiere di Siviglia era già stato oggetto di varie versioni operistiche (tra le quali quella di Giovanni Paisiello, nel 1782). Nel dicembre del 1815 il duca Francesco Sforza-Cesarini, impresario del Teatro Torre Argentina di Roma, commissionò a Rossini un’opera inedita da rappresentare entro la metà del mese di gennaio.
Dopo aver preso un considerazione un libro, che non gli piacque, Rossini decise di affidare a Cesare Sterbini un nuovo adattamento dell’opera di Beaumarchais.
La prima rappresentazione fu data a Roma, al Teatro Argentina, il 20 febbraio 1816 e fu un tale fiasco che i romani si convinsero che l'opera fosse stata seppellita per sempre.
A spiegare in parte ciò che accadde concorrono alcune circostanze: sembra ad esempio che quella sera all'Argentina ci fosse parecchia gente pagata per fischiare l'opera di Rossini.
Erano interessati al fiasco il compositore Giovanni Paisiello, che poco prima aveva musicato un'altra riduzione dell'opera di Beaumarchais e temeva la nuova opera, e l'impresario del Teatro Valle che temeva a sua volta la concorrenza dell'Argentina.
Al di là di questi retroscena, tuttavia, sembra esserci stato dell'altro:
• Il tenore che cantava la parte del conte d'Almaviva fece ridere tutti quando, mentre cantava sotto la finestra dell'amata accompagnandosi con la chitarra, ruppe una corda dello strumento.
• Poco dopo don Basilio scivolò sul palcoscenico e quando si rialzò versava abbondante sangue dal naso.
• Verso la fine dell'opera, infine, un gatto nero attraversò con aria spaesata il palcoscenico e questo contribuì per buona parte a far naufragare tutto nel ridicolo.
Secondo la consuetudine del tempo, quella sera Rossini suonava il cembalo e, quando più alti si levarono i clamori del pubblico, egli si alzò in piedi in mezzo ai colleghi dell'orchestra e applaudì ostentatamente gli interpreti, ringraziandoli per la buona volontà che avevano dimostrato.
A partire dalla seconda recita il pubblico cominciò ad apprezzare l’opera, trasformando così l’iniziale fiasco in un successo travolgente.
L'opera di Rossini è stata oggetto di numerosi adattamenti per il cinema e la televisione.
In particolare si ricorda il film del 1946 girato dal regista Mario Costa, nel quale Il Barbiere rossiniano era interpretato, fra gli altri, da Ferruccio Tagliavini nel ruolo di Almaviva e Tito Gobbi in quello di Figaro.
Un'altra edizione storica è quella del 1969 diretta da Abbado, per la regia televisiva di Ponnelle, con Hermann Prey, Teresa Berganza, Luigi Alva, Enzo Dara, Paolo Montarsolo, e con l'Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala di Milano.

domenica 19 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 febbraio.
Il 19 febbraio 1473 nasce NIccolò Copernico.
Niccolò Copernico (Mikolaj Kopernik) è l'astronomo e cosmologo polacco noto per la teoria astronomica detta "teoria eliocentrica" o "teoria eliostatica", in base alla quale il Sole è immobile al centro dell'universo e la Terra, ruotando quotidianamente sul suo asse, gira nell'arco dell'anno attorno al Sole.
Questo grandissimo scienziato, fondamentale per la storia dell'umanità e l'evoluzione della scienza, è nato a Toruń (Polonia) il 19 febbraio 1473, centoundici anni prima di quell'altro autentico gigante che risponde al nome di Galileo Galilei.
Originario di una famiglia di commercianti e funzionari amministrativi di lingua tedesca e originari della Slesia, iniziò gli studi presso l'università di Cracovia nel 1491, grazie all'influente zio vescovo. Qui però non riuscì a conseguire la laurea motivo per cui, successivamente, si recò in Italia per studiare medicina e giurisprudenza, come era uso e costume di molti polacchi del suo ceto.
Nel frattempo lo zio gli aveva fatto assumere un canonicato a Frauenberg (odierna Frombork), carica di carattere amministrativo che necessitava degli ordini minori. Nel gennaio 1497 cominciò gli studi di diritto canonico presso l'università di Bologna e approfondì lo studio della letteratura classica; in quel periodo fu ospite di un professore di matematica, il quale, già critico verso Tolomeo e l'impostazione geografica classica che da lui traeva origine, lo incoraggiò allo studio di quelle materie, unite all'astronomia.
Una volta laureatosi, dunque, nel 1500 Copernico insegna astronomia a Roma e l'anno seguente ottiene il permesso di studiare medicina a Padova (presso l'università in cui Galileo insegnerà quasi un secolo dopo). Non contento, si laurea in diritto canonico a Ferrara nel 1503 per poi fare ritorno in Polonia, richiamato dagli impegni presi in precedenza come canonico.
Qui, tra il 1507 e il 1515 licenzia un trattato di astronomia nel quale già delinea sommariamente i principi della teoria eliocentrica e inizia la stesura della sua opera principale, il "De revolutionibus orbium coelestium" ("La rivoluzione delle sfere celesti"), che termina nel 1530 e che pubblica solo nel 1543, poco prima di morire (il giorno 24 maggio) grazie sostanzialmente a Rusticus, un giovane astronomo che fu per molti anni discepolo di Copernico. Da sempre, infatti, Copernico era assai restìo a divulgare le proprie conclusioni, anche per l'evidente contrasto fra queste ultime e le nozioni contenute nella Bibbia.
L'astronomo era fra l'altro l'ultimo degli aristotelici e la ragione che lo spinge a studiare un sistema diverso da quello tolemaico tra origine proprio dal fatto che il comportamento osservato dei pianeti non soddisfa completamente la fisica di Aristotele. Nel sistema tolemaico, ad esempio, essi non si muovono con velocità angolare uniforme, cosa che spinse Tolomeo ad aggirare la questione sostenendo che il moto era uniforme se visto non dal centro dell'orbita, ma da un punto equale. Copernico, da aristotelico pignolo, voleva invece mostrare che esisteva un sistema nel quale il moto circolare era uniforme.
Inoltre, la teoria cosmologica universalmente accettata prima dell'ipotesi copernicana concepiva l'esistenza di un universo geocentrico nel quale la Terra era fissa e immobile, al centro di diverse sfere concentriche rotanti che sorreggevano i vari pianeti del sistema solare (come lo chiamiamo noi oggi). Le sfere finite più esterne sostenevano invece le cosiddette "stelle fisse.
Nel suo trattato, invece, Copernico riprende, come si è visto, l'antica ipotesi eliocentrica (sostenuta appunto da alcuni antichi greci come i pitagorici), sia per la già ricordata crescente difficoltà di accordare l'ipotesi geocentrica di Tolomeo con l'osservazione dei fenomeni celesti (per dirne una: l'apparente moto retrogrado di Marte, Giove e Saturno, cioè un moto che sembra talora arrestarsi e procedere in direzione opposta), sia perché, assumendo il principio della semplicità e logicità dell'ordinamento divino del mondo, appariva assurdo che l'intero universo dovesse volgersi intorno a quel punto insignificante che è al paragone la Terra.
In base al principio della relatività del moto dunque, (ogni mutamento nello spazio può essere spiegato o per il movimento della cosa osservata o per quello di colui che osserva), Copernico ipotizza il triplice moto della Terra (attorno al proprio asse, intorno al Sole, rispetto al piano dell'eclittica), pur mantenendo le tesi aristotelico-tolemaiche dell'esistenza delle sfere celesti e della finitezza dell'universo delimitato dal cielo immobile delle stelle fisse.
In altre parole, Copernico dimostra che i pianeti ruotano attorno al Sole e che la Terra, ruotando, effettua una precessione sul suo asse, con un moto del tutto assomigliante a quello dell'oscillazione di una trottola.
Ad ogni modo, è bene sottolineare che il valore di Copernico non è tanto di avere inventato il sistema eliocentrico, ma di aver preso l'idea e di averne fatto un sistema che poteva permettere di fare delle previsioni accurate al pari di quelle tolemaiche. Nel cercare un sistema diverso da quello di Tolomeo, infatti, già Nicolò Cusano nel '400 (e precisamente nel "De docta ignorantia") aveva affermato che l'universo non era finito ma indeterminato e che quindi la terra doveva muoversi e non poteva essere al centro di nulla. Il sistema Tolemaico aveva resistito a lungo solo perché, in definitiva, era l'unico che permettesse di fare dei conti, delle previsioni: insomma, "funzionava" sempre meglio di qualunque altro sistema, risultando quindi vincente.
Allo stesso modo, è anche bene ricordare che i concetti Copernicani erano davvero di troppa difficile digestione per il senso comune del sedicesimo secolo, ragione per cui fino al 1600 compreso, sulla Terra esistevano solo una decina di copernicani e quasi tutti, si badi, estranei agli ambienti accademici.
In seguito, come si sa, dopo la condanna della teoria copernicana determinata dal processo intentato contro Galileo dalla Chiesa nel 1615-16, la teoria eliocentrica, sebbene osteggiata, prese il sopravvento, fino alla definitiva affermazione.
Dal punto di vista filosofico, il primo a trarre tutte le conseguenze delle teorie copernicane, prendendole come base per la propria tesi dell'infinità dei mondi, fu Giordano Bruno.
Copernico morì il 24 maggio 1543. Fu sepolto nella cattedrale di Frombork, in un punto per secoli non più identificabile. Nel 2005 archeologi polacchi iniziarono ricerche al di sotto del pavimento della cattedrale, rinvenendo infine una sepoltura. Applicando tecniche di medicina legale, tra cui la comparazione del DNA prelevato dai resti umani, con quello rinvenuto in alcuni capelli di Copernico trovati entro suoi libri, nel 2008 i ricercatori hanno potuto affermare in sicurezza di aver rinvenuto il corpo dell'astronomo.
Il 22 maggio 2010, dopo che i suoi resti avevano viaggiato per alcune settimane attraverso la Polonia, Copernico fu solennemente sepolto con onore nella cattedrale di Frombork. Una lapide in granito nero lo identifica come il fondatore della teoria eliocentrica. La lapide reca una rappresentazione del modello copernicano del sistema solare, un sole d'oro circondato da sei dei pianeti.

sabato 18 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 febbraio.
Il 18 febbraio 1885 Mark Twain pubblica "Le avventure di Huckleberry Finn".
Scritta nel 1881, ma iniziata nello stesso anno in cui furono pubblicate Le avventure di Tom Sawyer (1876), quest'opera costituisce il seguito del primo libro. Twain cominciò a lavorarvi con l'intenzione di scrivere un altro libro per ragazzi, ma il suo interesse venne rapidamente meno: nel 1881 fu di nuovo stimolato, e in modo decisivo, da un viaggio sul Mississippi, che lo riportò sui luoghi della propria infanzia e lo mise nello stato d'animo ideale per scrivere "l'autobiografia di Huck Finn". Il libro è scritto in prima persona, ed è questa la prima importante differenza rispetto a Tom Sawyer. Con tale scelta l'autore riesce a conferire al libro una maggiore unità, soprattutto dal punto di vista linguistico.
Tutta la vicenda è narrata da Huck, non ci sono perciò differenze notevoli fra le parti narrative e le parti dialogate: il libro, più che scritto, è "raccontato" da una voce viva, per nulla "letteraria", anzi, straordinariamente naturale. Perciò Ernest Hemingway in Verdicolline d'Africa dice che "tutta la letteratura americana moderna deriva da un unico libro di Mark Twain chiamato Huckleberry Finn ". Prima di questo libro, l'America non aveva mai parlato con la propria voce in modo così autonomo e inconfondibile. Più di quarant'anni dopo l'esortazione (espressa da Emerson nel suo L'uomo di cultura americano) a liberarsi dalla schiavitù letteraria britannica, Twain riesce a creare un libro interamente americano, contrassegnato da una felicità espressiva e da una coerenza linguistica senza pari. L'altra grande differenza rispetto a Tom Sawyer sta nella ben diversa maturità del protagonista: Tom si muoveva - e si muove ancora in questo romanzo - in un mondo di giochi e di avventure fantasiose quanto gratuite. Huck affronta invece situazioni serie e complesse, sicchè seguendo le sue vicende assistiamo a una vera e propria iniziazione del giovane alla vita. Alla fine di Tom Sawyer Huck era stato adottato dalla vedova Douglas e sottoposto a una rigida "civilizzazione" da parte della sorella della vedova, la signorina Watson. Non senza fatica Huck si adatta a questo nuovo tipo di vita, ma a un tratto si sente insidiato dal padre, Pap, che vuole avere il denaro trovato da Huck nella grotta dove era morto Injun Joe. Huck affida perciò il denaro al giudice Thatcher. Pap costringe Huck a seguirlo in una capanna nella foresta al di là del fiume: per un paio di mesi Huck non è del tutto contrario a questo ritorno alla vita non "civilizzata": "Era una vita abbastanza pigra e simpatica, starsene comodi tutto il giorno, e fumare e pescare, e niente libri da studiare". Però Pap lo picchia spesso e lo tiene chiuso nella capanna per lunghi periodi. Una sera, ubriaco e delirante, tenta di ucciderlo con una scure, accusandolo di essere l'Angelo della Morte". Huck decide allora di fuggire; prepara un'accurata messinscena per far credere di essere stato ucciso, e fugge su una canoa. Si può dire che il romanzo cominci veramente qui, con la fuga di Huck sul Mississippi: "Mi sdraiai sul fondo della canoa e lasciai che andasse alla deriva. Me ne stavo lì a riposarmi ben bene e a fumare la pipa, guardando il cielo; non una nuvola. Il cielo sembra sempre così profondo quando si sta sdraiati sulla schiena al chiaro di luna. Non me n'ero mai accorto prima. E come si sente lontano, sull'acqua, in notti simili!". Sull'isola di Jackson, dove si rifugia, Huck trova Jim, lo schiavo nero di Miss Watson, che è fuggito per non essere venduto nel Sud. I due si rifugiano in una grotta per ripararsi da una tempesta che gonfia le acque del fiume per parecchi giorni. Fra i detriti trascinati dal fiume in piena Huck e Jim catturano una zattera, che servirà loro per scendere il fiume. In una canoa raggiungono anche una casetta di legno, alla deriva nella corrente, in cui scoprono il cadavere di un uomo cui hanno sparato alle spalle. Jim impedisce a Huck di guardarlo. Alla fine del libro si saprà che quell'uomo era il padre di Huck. Anche qui, come in Tom Sawyer, Twain sembra avere bisogno di un capro espiatorio, che questa volta è il padre di Huck. Twain non si chiede perchè Pap si comporti in modo tanto spiacevole: ne fa un malvagio assoluto e gratuito al pari di Injun Joe, e lo elimina poi senza la minima pietà, evidentemente in base al concetto calvinista della pronta e immancabile punizione che tocca a chi non si comporta secondo le norme del codice morale puritano. Nell'ultimo capitolo, quando Jim rivela a Huck l'identità del morto nella casa fluttuante, Twain non concede neppure una riga alla reazione di Huck, e passa subito a parlare di Tom: Huck, anzi, non sembra neppure aver raccolto l'informazione. Quando il fiume incomincia a calare, Huck e Jim riprendono a navigarlo con l'intenzione di arrivare al fiume Ohio e risalirlo per raggiungere i territori dove non vige la schiavitù. Il viaggio è pieno di avventure, e assume il significato simbolico di un'iniziazione alla vita. Il male prevale sulla terraferma, mentre il fiume è sentito come libertà, bellezza, autenticità anche se talvolta presenta pericoli e anche se è costantemente minacciato da una violenza diffusa, caratteristica del periodo e della "frontiera". L'atteggiamento di Huck è sempre comprensivo, duttile e sensato, senza che per questo il suo senso di giustizia venga intaccato; egli prova pena anche per i ladroni incontrati su un battello arenato, per il giovane Boggs che finisce ucciso in una stupida faida tra famiglie rivali, per gli imbroglioni che si fanno chiamare "duca" e "delfino", i quali, dopo una serie di divertentissimi raggiri, vengono esemplarmente puniti. L'amicizia fra Huck e Jim si rafforza sempre più, e Huck decide di aiutare Jim nella fuga, anche se è convinto che questa violazione delle leggi lo condannerà all'inferno. L'ultima parte del romanzo, con la ricomparsa di Tom Sawyer e le sue rocambolesche quanto inutili invenzioni per liberare Jim, è fiacca e sostanzialmente superflua, e costituisce forse a il solo grave difetto del romanzo. La signorina Watson, pentitasi in tempo del proposito di vendere Jim, lo ha proclamato libero nel suo testamento, riscattandosi così in extremis agli occhi dei lettori. Huckleberry Finn è comunque deciso a non lasciarsi "civilizzare" dalla società, e rimane fedele fino in fondo al suo istintivo ideale di libertà e autenticità. Nell'ultimo paragrafo del libro manifesta perciò il proposito di fuggire verso il West, la terra mitica della libertà, "perchè la zia Sally vorrà adottarmi e civilizzarmi, e io non lo posso sopportare. Ci ho già provato una volta".

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