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mercoledì 18 gennaio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 gennaio.
Il 18 gennaio 52 a.C. Tito Annio Milone assassina Publio Clodio Pulcro mentre camminava sulla Via Appia.
Quando Publio Clodio Pulcro decise di entrare in politica trovò l’ambiente ideale per sfruttare tutte le sue potenzialità, come un pesce che boccheggiando torna finalmente nell’amato ruscello.
Quelle del giovane Clodio apparvero chiare già durante il servizio militare: nel 73 a.C., non ancora ventenne, combatté contro Re Mitridate VI, che aveva invaso la provincia di Bitinia. Il comando delle legioni fu affidato al cognato di Clodio, Lucio Licinio Lucullo, che lo estromise dalle cariche più importanti a causa del suo carattere irascibile. Clodio allora, che riteneva di essere “primo fra tutti” (cit. Plutarco, Vite parallele. Lucullo, 34), riuscì a sfruttare il malcontento che covava tra i legionari per dar vita a un ammutinamento, che permise a Mitridate di tornare in possesso delle terre conquistate tempo prima dallo stesso Lucullo.
Il cursus honorum di Clodio proseguì a vele spiegate e nel 63 a.C., dopo una condotta non proprio encomiabile nella Gallia Narborense (dove secondo Cicerone si rese autore di diversi omicidi e crimini), prese parte alla congiura di Catilina. Cicerone difese Clodio evitandogli la condanna a morte, accorgendosi del proprio errore solo alcuni anni dopo, quando lo accusò ferocemente di aver preso parte attivamente alla congiura.
Nel 61 a.C. venne eletto questore e non si fece sfuggire l’occasione di giacere con la moglie di Cesare; i due divennero amanti e il loro rapporto continuò per un breve periodo di tempo. Nonostante la sua condotta sempre ai limiti dell’etica, Clodio raggiunse una popolarità incredibile: un suo gesto avrebbe potuto creare disordini per giorni, visto che il popolo lo adorava.
Nel 58 a.C. diventò tribuno della plebe e grazie alla ristabilita amicizia con Cesare (che dopo il processo per incestus lo perdonò per avergli soffiato la moglie) poté dedicarsi a un’intensa attività legislativa, tuttavia di difficile giudizio: è infatti il nemico Cicerone che tramanda l’operato di Clodio, mettendone sempre in risalto i lati negativi. Nel 53 a.C. Clodio tenta la scalata alla pretura, candidandosi contro Milone. Le due fazioni ebbero scontri accesi prima solo verbali e poi anche fisici, tanto che i due candidati rischiarono più volte la morte.
A causa del clima violento le elezioni furono rinviate all’anno successivo, mettendo a dura prova le finanze di Milone. Il 17 gennaio del 52 a.C. Clodio si recò ad Ariccia, in quanto patronus del municipio. Sulla via del ritorno, scortato da schiavi e gladiatori armati, si imbatté proprio in Milone: lo scontro fu violentissimo e Clodio, che era in testa al corteo, si rifugiò in un’osteria per curare una ferita. Milone però lo vide e ordinò ai suoi uomini di andare a catturare l’acerrimo rivale, che venne pestato a sangue e lasciato a morire nel bel mezzo della strada.
Ovviamente la versione di Cicerone nell’orazione pro-Milone (testo frequentemente usato nelle scuole da far tradurre ai liceali) fu totalmente diversa, ma sulla sua attendibilità permangono parecchi dubbi.
Fu il senatore Sesto Teidio, di passaggio a Bovillae, a raccogliere il cadavere di Clodio e a farlo trasportare su una lettiga fino a Roma. La salma giunse in città la sera del 18 gennaio, e fu deposta nella dimora di Clodio sul Palatino. Alla vista del corpo straziato del loro leader, le masse popolari scatenarono violenti tumulti, e la mattina del 19 gennaio trasportarono il cadavere nel Foro e lo deposero, poi, nella Curia Hostilia. Qui il cadavere fu cremato, e le fiamme della pira finirono per bruciare l'intero edificio, simbolo del senato e del potere repubblicano, danneggiando l'intera zona circostante.
La folla, fomentata da Sesto Clelio e da alcuni tribuni della plebe che mostravano il testo delle leggi che Clodio, eletto pretore, avrebbe voluto proporre, si diresse prima verso la domus dell'interrex, poi verso quella di Milone con fare minaccioso. Infine, depositò i fasci conservati nel tempio di Libitina presso la dimora di Pompeo, indicando nel triumviro l'unico uomo in grado di prendere il controllo dell'Urbe in un simile frangente.
Milone tentò di intervenire per placare la situazione sostenendo di aver semplicemente reagito a un'imboscata tesagli da Clodio, ma riuscì soltanto ad aggravare i disordini. I senatori, impauriti, decisero allora di votare un nuovo senatusconsultum ultimum, il primo dall'epoca della congiura di Catilina, con cui incaricavano Pompeo di reclutare truppe sull'intero territorio italiano. Pochi giorni più tardi, su proposta di Marco Calpurnio Bibulo, il triumviro fu nominato console sine collega, e riportò l'ordine nella città.
Nell'aprile si tenne, infine, il processo contro Milone per la morte di Clodio. Per l'occasione si affidò la presidenza della corte a Lucio Domizio Enobarbo, e si scelsero giurati di indubbia moralità. Nel corso dei primi quattro giorni furono ascoltate le testimonianze su quanto era accaduto presso Bovillae, e il quinto giorno furono presentate nel Foro, da parte di Appio Claudio e Marco Antonio, le accuse contro Milone. Inutili furono i tentativi di difesa da parte di numerosi membri dell'aristocrazia senatoria, tra cui Ortensio Ortalo e Catone; lo stesso Cicerone, atterrito dalla folla che circondava i rostra, non riuscì a pronunciare la sua orazione:
« [...] Uscito dalla lettiga, quando vide Pompeo che presidiava il foro, in alto, come in un accampamento, e tutto in giro le armi che splendevano, si confuse, e diede inizio a fatica al suo intervento, tremando da capo a piedi e con la voce alterata, mentre Milone assisteva al dibattimento con audacia e sfrontatezza. [...] »
(Plutarco, Vite parallele. Cicerone, 35, 5; trad. di Domenico Magnino, UTET.)
Milone fu dunque condannato per i voti di 12 senatori su 18, 13 equites su 17 e 16 tribuni dell'erario su 19, e si ritirò in esilio a Marsiglia.
La storiografia moderna ha, nel corso degli anni, tentato di restituire un ritratto di Clodio depurato dalle critiche avanzate da Cicerone e quanto più possibile vicino alla realtà. In particolare, rimangono tuttora aperti alcuni interrogativi fondamentali sulla politica del tribuno: gli storici hanno a lungo considerato Clodio come un agente di Cesare o degli altri triumviri, mentre attualmente si va delineando l'ipotesi che il tribuno abbia agito in base a un piano politico personale.
Lo storico tedesco Theodor Mommsen raffigura Clodio come un individuo corrotto ma abile, in grado di radunare attorno a sé le masse popolari dell'Urbe e di raggiungere risultati considerevoli. Il piano politico di Clodio, tuttavia, appare ideato esclusivamente da Cesare: il tribuno, che diviene scimmia di Cesare, esegue gli ordini di chi lo manovra, creando i presupposti per l'affermazione di quella monarchia che è il sistema imperiale.
Pocock e Canfora confermano, seppure in parte, l'interpretazione di Mommsen, mentre altri studiosi, come Marsh e Rowland lo descrivono al servizio di Crasso, che diede infatti importanti contributi economici a Clodio fin dagli inizi della sua carriera. Syme, invece, presenta Clodio come politico autonomo, mentre Manni evidenzia una sostanziale ostilità manifestata dal tribuno nei confronti dei triumviri.
Clodio resta, per certi aspetti, un personaggio sfuggente, tanto per la faziosità delle fonti che lo descrivono quanto per la complessità del periodo storico in cui si trovò a vivere. L'intensa attività legislativa che riuscì a promuovere durante il suo tribunato suggerisce, comunque, una certa autonomia politica: Clodio poté sottrarre progressivamente potere al senato, andando talvolta a inficiare anche gli interessi dei triumviri. Seppe imporre, tramite le assemblee popolari, il suo volere su questioni religiose, amministrative e riguardanti la politica interna, provinciale ed estera. Dimostrò dunque una notevole capacità di orientarsi con successo in uno scenario politico della massima complessità, attuando un programma a tratti rivoluzionario e catturando la fiducia della plebe tramite iniziative demagogiche. Brillante e assetato di potere, dunque, non esitò a fare ricorso all'uso della violenza per raggiungere gli obiettivi che si proponeva, ma fu comunque autore di un progetto politico che, con il più ampio sostegno popolare, avrebbe significativamente mutato, una volta portato a compimento, la società romana.

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