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domenica 1 gennaio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo gennaio.
Il 1° gennaio 1994 l'E.Z.L.N. (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) lanciava, nella regione meridionale del Chiapas, un'offensiva militare in grande stile contro il governo di Carlos Salinas de Gortari. Centinaia, forse migliaia, di indigeni di etnia Maya, affiancati da contadini e studenti venuti dalle grandi città, occupavano i municipi, simboli del potere centrale, dei più importanti centri del distretto, ingaggiando ripetuti scontri a fuoco con polizia ed esercito; attaccavano le basi militari della zona; prendevano d'assalto le carceri cittadine liberando i detenuti; arrestavano le personalità locali in passato distintesi nell'opera di repressione della protesta sociale.
Il mondo scopriva così, in modo spettacolare, l'esistenza di un problema "messicano" e "indigeno", che il governo aveva per anni negato. Una rivolta sociale ed etnica, quella di Capodanno, non certo per un caso scoppiata in quella data e in quella regione del grande paese americano. Il primo gennaio entrava infatti in vigore il NAFTA (North American Free Trade Agreement), il trattato di libero commercio che unifica, dal punto di vista degli scambi economici, Stati Uniti, Messico e Canada, puntando a costituire il più grande mercato del mondo (360 milioni di persone), dal 2009 totalmente libero da vincoli o imposte doganali. Un'importante vittoria della filosofia ultraliberista il NAFTA, da anni aspramente criticato dalle associazioni ambientaliste per le conseguenze disastrose che la sua applicazione avrebbe sull'ambiente e sulle economie locali.
In Messico, lungo il confine con gli Stati Uniti, sono nate 2000-2500 "maquiladoras", fabbriche che producono per conto terzi, segnatamente multinazionali americane, impiegando mano d'opera locale con salari da fame e senza alcun rispetto delle norme di protezione dell'ambiente. Di fatto il trattato sancisce il diritto, per il colosso economico a stelle e strisce, allo sfruttamento indiscriminato delle risorse messicane che, non va dimenticato, comprendono anche la quarta riserva mondiale di petrolio. La ribellione zapatista è quindi una risposta diretta a quella che si prefigurava come la fase finale dell'azione di annientamento delle realtà indigene presenti nel paese. Una rivolta che affonda sicuramente le sue radici nel malcontento locale, ma riesce ad arricchirlo con analisi politiche e sociali che oltrepassano i confini del Chiapas.
Il Chiapas, terra di straordinaria bellezza ma da sempre costretta ad una povertà feroce che deriva dallo sfruttamento. Unito al Messico con un referendum solo dal 1824 è abitato da 880.000 indios (circa un decimo di quelli dell'intero paese) appartenenti a varie etnie maya, che rappresentano il 26.3% della popolazione della regione con più di 5 anni. La metà di essi è analfabeta, il 90% non mangia carne nonostante lo Stato produca il 25% di quella consumata dall'intero paese, l'80% non riesce a coltivare neppure i fagioli e il mais necessari per l'autoconsumo. Da qui proviene il 60% dell'elettricità del Messico, ma il 30% delle case è privo di energia con cui riscaldarsi o cucinare. La situazione sanitaria non è certo migliore, con un medico ogni 1500 persone (nella "povera" Cuba ve ne è uno ogni 100), una sala operatoria ogni 100.000. Le straordinarie risorse naturali sono da sempre saccheggiate dai latifondisti e dai loro partner internazionali, come le grandi compagnie per lo sfruttamento del legname. Tutti, in Chiapas, tagliano alberi, ma se a farlo sono i contadini o gli indios c'è il carcere, oltre a multe salatissime che nessuno può pagare. In questo esplosivo mix di sfruttamento e orgoglio etnico affondano le radice della guerriglia zapatista, che rappresenta il distillato di una serie di organizzazioni politiche e militari da anni operanti nella regione. Il suo serbatoio di reclutamento è rappresentato dal Consiglio dei Popoli Indigeni (CNPI), strenuo nemico dei grandi proprietari terrieri e dei "caciques" (leader indigeni al servizio delle autorità), dai militanti dell'ARIC (Associazione Rurale di Interesse Collettivo) e dalle numericamente più limitate OCEZ (Organizzazione Contadina Emiliano Zapata) e ANCIEZ (Alleanza Nazionale Contadina Indipendente Emiliano Zapata), entrambe di matrice maoista. Ma il nocciolo duro della rivolta armata ha origini ideologicamente più precise. Risale infatti al 1977 l'arrivo in Chiapas della Brigata Rivoluzionaria Emiliano Zapata, della Lega Comunista 23 settembre (un gruppo che fino a quel momento aveva operato nelle città) e dell'Organizzazione Ideologica Dirigente (OID), vicina al Partito de los Pobres di Lucio Cabanas, che era attivo nello Stato di Guerrero. Da tutte queste formazioni armate e dall'ANCIEZ fondata nel 1989 e autoscioltasi nel 1993 nacque l'EZLN. Arriverà in seguito l'adesione di numerose altre realtà contadine e sindacali: insegnanti rurali e operai del settore petrolifero hanno chiesto agli zapatisti di lottare per il loro contratto di lavoro, lo stesso hanno fatto i tagliatori di canna da zucchero, che in 2.000 hanno pubblicamente esternato la volontà di unirsi agli "alzados" del Chiapas.
Quel filo rosso che collega l'EZLN al vicino passato del continente non è quindi stato interrotto (uno degli ultimi municipi occupati dai guerriglieri è intitolato ad Ernesto Che Guevara, che l'8 ottobre gli zapatisti ricordano nella foresta Lacandona con discorsi e musica per l'anniversario della sua morte, avvenuta nel 1967) ma è innegabile che esso rappresenti un qualcosa di realmente innovativo nell'ambito dei movimenti di liberazione nazionale dell'America Latina. Qualcuno li ha definiti "la prima guerriglia del dopo caduta del muro di Berlino".
Certo è che, pur facendo riferimento alla sinistra internazionale, i combattenti del Chiapas hanno da una parte operato un'originalissima sintesi fra la difesa dell'identità etnica calpestata dai colonizzatori e quella dei diritti sociali negati dell'intero popolo messicano, dall'altra hanno saputo con grande efficacia utilizzare gli strumenti della comunicazione di massa per dare forza e aumentare la risonanza del proprio messaggio di rivolta. La scelta stessa del primo dell'anno come data di inizio della sollevazione, in coincidenza oltre che con l'entrata in vigore del NAFTA, anche con il periodo di massimo afflusso turistico, è riuscita infatti a catapultare l'evento nella video-arena internazionale. Le televisioni di tutto il mondo, preoccupate di informare il proprio pubblico sulla sorte dei "poveri turisti" coinvolti nel conflitto, sono state costrette a parlare del conflitto stesso, facendolo uscire dal ristretto ambito "indigeno" in cui il governo messicano aveva cercato inutilmente di relegarlo.
La figura, in pochi mesi diventata mitica, del sub-comandante Marcos, il volto sempre celato da un passamontagna per non personalizzare la leadership della lotta, ha fatto poi il resto, polarizzando l'attenzione dei media in cerca di notizie a sensazione, su quello che stava accadendo in quella sperduta regione. Ovviamente la rivolta del Chiapas è stato molto più che un riuscito "colpo di mano" mediatico, ma è stato sicuramente anche questo ed è proprio in tale spregiudicato utilizzo delle tecniche di propaganda che è individuabile una delle sue peculiarità. Il tema dell'orgoglio etnico e di una richiesta di democrazia diretta, praticata ancora oggi dalle comunità indie come forma di autogoverno, è stato strettamente intrecciato con quello di una liberazione sociale che deve affrontare le fondamenta sessiste, "machiste" e autoritarie, comuni a buona parte dell'America Latina "scoperta" da Colombo.
In Messico il partito che si rifà a quella concezione del potere, il PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale), è ininterrottamente al governo dal 1929, simbolo monolitico di corruzione, sfruttamento e difesa dei privilegi dei proprietari, in particolare di quelli terrieri, gli stessi dei tempi di Porfirio Diaz, l'artefice della modernizzazione capitalista del Messico spazzato nel 1911 dalla prima rivoluzione dei campesinos. La terra infatti, come ai tempi di Emiliano Zapata e Pancho Villa, continua a rimanere centrale nella vita del messicano povero. Il Chiapas ha detto no con le armi anche alla riforma dell'art. 27 della Costituzione, che avrebbe concentrato ulteriormente quella terra nelle mani dei capitalisti agrari, rapinandola alle più antiche proprietà comuni che fanno capo a 15 milioni di contadini, destinati in questo modo a perdere la propria unica fonte di sostentamento.
In questo senso si può affermare quindi che l'EZLN abbia lottato per imporre una democrazia avanzata, con un programma che privilegiava l'autodeterminazione e l'uguaglianza della donna in un paese machista; il riscatto di tutti gli oppressi, contadini, indios e ceti urbani; per una giustizia non corrotta; per elezioni veramente libere; per la fine degli abusi di poliziotti e soldati e delle sperequazioni di salario tra lavoratori delle ditte multinazionali e straniere e quelli dei paesi d'origine; per il problema dell'istruzione. Tutte richieste che la sinistra istituzionale solo oggi comincia a fare proprie con convinzione, anticipata ancora una volta nel continente latinoamericano da quella parte della chiesa cattolica che si rifà alla Teologia della Liberazione, nata proprio qui, in America Latina, nelle favelas brasiliane. Combattuto dalla gerarchia ecclesiastica messicana (che nella persona del nunzio apostolico Girolamo Prigione, alleato con i duri del PRI e del governo, ha chiesto le sue dimissioni e l'esilio a Roma per "gravi deviazioni dottrinali"), Samuel Ruiz, vescovo nel Chiapas, è diventato l'unico mediatore riconosciuto dall'EZLN. E continua a chiedere al suo popolo una mobilitazione e resistenza pacifica contro la contestatissima elezione a governatore delle Stato di Edoardo Robleto, vittorioso a suon di brogli e intimidazioni su Amado Avendano, candidato appoggiato, non ufficialmente, dagli insorti.
La richiesta di autogestione delle terre è oggi il nemico da sconfiggere nel "cortile di casa" del gigante yankee, e gli zapatisti hanno acceso una miccia che rischia di far esplodere la questione india dopo secoli di silenzio e repressione. Dice Antonio Hernandez, indio tojolabal eletto deputato nelle ultime elezioni: "È urgente riformare la Costituzione, perché la composizione plurietnica del nostro paese esige il riconoscimento dei popoli originali. L'amministrazione della giustizia, la pianificazione economica, l'educazione, il controllo delle risorse naturali dei nostri territori ancestrali devono ritornare nelle nostre mani". L'EZLN si prepara a combattere una guerra di lunga durata (e non solo con le armi) perché ciò avvenga, mentre -tra la popolazione del Chiapas che simpatizza massicciamente per gli insorti- già si cominciano ad accatastare i morti dell'"operazione chirurgica" avviata dal presidente Zedillo secondo uno 'stile' che ricorda quella nello stato di Guerrero negli anni Settanta contro i "banditi" di allora: distruzioni di villaggi, arresti di massa, torture, esecuzioni sommarie...

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