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martedì 31 gennaio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 gennaio.
Il 31 gennaio 1910 nasce a Como Giorgio Perlasca.
Dopo qualche mese, per motivi di lavoro del padre Carlo, la famiglia si trasferisce a Maserà in provincia di Padova.
Negli anni Venti aderisce con entusiasmo al fascismo, in particolar modo alla versione dannunziana e nazionalista. Tanto che per sostenere le idee di D’Annunzio litiga pesantemente con un suo professore che aveva condannato l’impresa di Fiume, e per questo motivo è espulso per un anno da tutte le scuole del Regno.
Coerentemente con le sue idee, parte come volontario prima per l’Africa Orientale e poi per la Spagna, dove combatte in un reggimento di artiglieria al fianco del generale Franco.
Tornato in Italia al termine della guerra civile spagnola, entra in crisi il suo rapporto con il fascismo. Essenzialmente per due motivi: l’alleanza con la Germania contro cui l’Italia aveva combattuto solo vent’anni prima e le leggi razziali entrate in vigore nel 1938 che sancivano la discriminazione degli ebrei italiani. Smette perciò di essere fascista, senza però mai diventare un antifascista.
Scoppiata la seconda guerra mondiale, è mandato come incaricato d’affari con lo status di diplomatico nei paesi dell’Est per comprare carne per l’Esercito italiano.
L’Armistizio tra l’Italia e gli Alleati (8 settembre 1943) lo coglie a Budapest: sentendosi vincolato dal giuramento di fedeltà prestato al Re rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, ed è quindi internato per alcuni mesi in un castello riservato ai diplomatici.
Quando i tedeschi prendono il potere (metà ottobre 1944) affidano il governo alle Croci Frecciate, i nazisti ungheresi, che iniziano le persecuzioni sistematiche, le violenze e le deportazioni verso i cittadini di religione ebraica.
Si prospetta il trasferimento degli internati diplomatici in Germania. Approfittando di un permesso a Budapest per visita medica Perlasca fugge.
Si nasconde prima presso vari conoscenti, quindi grazie a un documento che aveva ricevuto al momento del congedo in Spagna trova rifugio presso l’Ambasciata spagnola, e in pochi minuti diventa cittadino spagnolo con un regolare passaporto intestato a Jorge Perlasca, e inizia a collaborare con Sanz Briz, l'Ambasciatore spagnolo che assieme alle altre potenze neutrali presenti (Svezia, Portogallo, Svizzera, Città del Vaticano) sta già rilasciando salvacondotti per proteggere i cittadini ungheresi di religione ebraica.
A fine novembre Sanz Briz deve lasciare Budapest e l’Ungheria per non riconoscere de jure il governo filo nazista di Szalasi che chiede lo spostamento della sede diplomatica da Budapest a Sopron, vicino al confine con l’Austria.
Il giorno dopo, il Ministero degli Interni ordina di sgomberare le case protette perché é venuto a conoscenza della partenza di Sanz Briz.
È qui che Giorgio Perlasca prende la sua decisione: “Sospendete tutto! State sbagliando! Sanz Briz si è recato a Berna per comunicare più facilmente con Madrid. La sua è una missione diplomatica importantissima. Informatevi presso il Ministero degli Esteri. Esiste una precisa nota di Sanz Briz che mi nomina suo sostituto per il periodo della sua assenza”.
E’ creduto e le operazioni di rastrellamento vengono sospese.
Il giorno dopo su carta intestata e con timbri autentici compila di suo pugno la sua nomina a rappresentante diplomatico spagnolo e la presenta al Ministero degli Esteri dove le sue credenziali vengono accolte senza riserve.
Nelle vesti di diplomatico regge pressoché da solo l’Ambasciata spagnola, organizzando l’incredibile “impostura” che lo porta a proteggere, salvare e sfamare giorno dopo giorno migliaia di ungheresi di religione ebraica ammassati in “case protette” lungo il Danubio.
Li tutela dalle incursioni delle Croci Frecciate, si reca con Raoul Wallenberg, l’incaricato personale del Re di Svezia, alla stazione per cercare di recuperare i protetti, tratta ogni giorno con il Governo ungherese e le autorità tedesche di occupazione, rilascia salvacondotti che recitano “parenti spagnoli hanno richiesto la sua presenza in Spagna; sino a che le comunicazioni non verranno ristabilite ed il viaggio possibile, Lei resterà qui sotto la protezione del governo spagnolo”.
Li rilascia utilizzando una legge promossa nel 1924 da Miguel Primo de Rivera che riconosceva la cittadinanza spagnola a tutti gli ebrei di ascendenza sefardita (di antica origine spagnola, cacciati alcune centinaia di anni addietro dalla Regina Isabella la Cattolica) sparsi nel mondo.
La legge Rivera è dunque la base legale dell’intera operazione organizzata da Perlasca, che gli permette di portare in salvo 5218 ebrei ungheresi.
Sino alla Prima Guerra Mondiale gli ebrei si sentivano ed erano pienamente integrati (nel 1910 erano 911.227 il 4,3% della popolazione della Grande Ungheria) con un volontario processo di "magiarizzazione" in tutti i campi. Questa fedeltà alla nazione e fervente patriottismo ottenne in cambio un'attenzione particolare nel reprimere ogni atteggiamento antisemita. Questo rapporto di amicizia con il popolo ungherese iniziò ad incrinarsi subito dopo la sconfitta del 1918. L'Ungheria con il Trattato di Trianon dovette cedere oltre i due terzi del suo territorio e circa 14 milioni di abitanti. In tale atmosfera maturarono una serie di movimenti ultranazionalistici il cui scopo principale fu quello di trovare un colpevole a cui attribuire le responsabilità di tale situazione. Il capro espiatorio fu trovato negli Ebrei. Venne introdotto nel 1920 il "Numerus clausus", stabilendo che la percentuale degli ebrei ammessi a frequentare le scuole superiori e le università non potesse superare il 6% del totale degli iscritti. Negli anni '30 vi fu un sostanziale avvicinamento con la Germania nazista e nel triennio 1938-41 furono promulgate tre leggi razziali sul modello delle leggi di Norimberga. La politica verso gli Ebrei si caratterizzò da accelerazioni e rallentamenti determinati innanzitutto dagli interessi della politica ungherese che li usava come merce di scambio per ottenere "favori" da Hitler. L'Ungheria, dopo aver recuperato la quasi totalità dei territori perduti con il Trattato di Trianon, esaudiva il desiderio di collaborare pienamente con i Tedeschi e di fare alla Germania ulteriori concessioni sulla "questione ebraica". Ma quando nel giugno 1941 l'Ungheria entrò in guerra alleata alla Germania, le condizioni degli Ebrei peggiorarono notevolmente. I cittadini ebrei dai 22 anni in avanti dovettero prestare servizio nei "Battaglioni di lavoro" in abiti civili e un collare al braccio che li identificasse come ebrei. Peggiorando le sorti della guerra, l'Ungheria tentò di riprendersi una autonomia consumando la rottura totale nel settembre 1943 quando riconobbe la legittimità del governo italiano di Badoglio ma soprattutto quando prese posizione in difesa degli Ebrei. A quel punto l'unica soluzione valida per la Germania fu quella di rovesciare il governo ungherese e l'operazione "Margarethe I" fu il nome in codice scelto per l'occupazione del Paese (12 marzo 1944) e il 22 venne nominato un governo gradito ai Tedeschi. In quei giorni Eichmann e i suoi più fidati collaboratori arrivarono in Ungheria e il 28 aprile partirono i primi convogli: in meno di tre mesi Eichmann riuscì a deportare oltre 300.000 persone verso i campi di sterminio. Il 6 giugno lo sbarco in Normandia degli Alleati apriva un nuovo fronte di guerra: Horthy, il Reggente, sempre più preoccupato chiese il ritiro delle truppe tedesche senza risultato. Il 28 agosto l'Armata rossa raggiungeva la Transilvania minacciando direttamente l'Ungheria. Horthy tentò di trattare una pace separata. L'11 ottobre accettava le condizioni imposte dai Russi e il 15 annunciò l'armistizio alla radio. I nazisti ungheresi, le croci frecciate, spalleggiati dai tedeschi, occuparono la sede della radio annunciando che Horthy era stato deposto incitando la popolazione ungherese a continuare la lotta a fianco dei Tedeschi. A Budapest si trovavano tra i 150.000 e i 160.000 Ebrei ed altrettanti sopravvivevano ancora nel resto dell'Ungheria utilizzati nei "Battaglioni di lavoro". Il 17 Eichmann tornava a Budapest per riprendere l'opera lasciata interrotta pochi mesi prima. Il 21 squadre di nylas iniziavano a rastrellare casa per casa gli Ebrei di Budapest. Molti vennero impegnati in lavori disumani in città, altri organizzati in 70 "Battaglioni di lavoro" e mandati in Germania, a piedi, oltre 200 chilometri in 7 giorni, al freddo e senza cibo. Chi non resisteva veniva ucciso. Altri inviati nei campi di sterminio, altri uccisi e gettati nel Danubio, altri concentrati nel Ghetto a morire di stenti. Alla liberazione dei 786.555 ebrei ungheresi (censimento del 1941) solo 200.000 sopravvissero
Dopo l’entrata in Budapest dell’Armata Rossa, Giorgio Perlasca viene fatto prigioniero, liberato dopo qualche giorno, e dopo un lungo e avventuroso viaggio per i Balcani e la Turchia rientra finalmente in Italia.
Da eroe solitario diventa un “uomo qualunque”: conduce una vita normalissima e chiuso nella sua riservatezza non racconta a nessuno, nemmeno in famiglia, la sua storia di coraggio, altruismo e solidarietà.
Grazie ad alcune donne ebree ungheresi, ragazzine all’epoca delle persecuzioni, che attraverso il giornale della comunità ebraica di Budapest ricercano notizie del diplomatico spagnolo che durante la seconda guerra mondiale le aveva salvate, la vicenda di Giorgio Perlasca esce dal silenzio.
Le testimonianze dei salvati sono numerose, arrivano i giornali, le televisioni, i libri, e lo stesso Perlasca si reca nelle scuole per raccontare quel che aveva compiuto. Non certo per protagonismo, ma proprio perché ritiene necessario rivolgersi alle giovani generazioni affinché tali follie non abbiano mai più a ripetersi.
Giorgio Perlasca è morto il 15 agosto del 1992. È sepolto nel cimitero di Maserà  a pochi chilometri da Padova. Ha voluto essere sepolto nella terra con al fianco delle date un’unica frase: “Giusto tra le Nazioni”, in ebraico.

lunedì 30 gennaio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 gennaio.
Il 30 gennaio 1595 ha luogo la prima rappresentazione di Romeo e Giulietta, di William Shakespeare.
 Opera ricca e densa, Romeo e Giulietta fonde tutti i generi, tutti gli stili, alternando la grossolanità più rozza ed il lirismo più raffinato. Ma soprattutto, è un’opera sostenuta da una poesia che oltrepassa il tempo e lo spazio. Questa tragedia, certamente la più popolare di Shakespeare, si ispira a numerose fonti. Tuttavia solo lui ha saputo elevare al rango di mito questa tragica storia d'amore e di morte.
I personaggi di Romeo e Giulietta appaiono la prima volta in una novella di Luigi da Porta (1485-1529) che riprendeva un soggetto già sviluppato da un racconto del Novellino di Masuccio Salernitano e in seguito ripreso da Matteo Bandello in una delle sue Novelle. Ma il nucleo narrativo di fondo è già rintracciabile nelle figure di Piramo e Tisbe tratteggiate da Ovidio.
 La pièce ha ispirato moltissimi artisti (celebri l'opera musicale di Gounod e il balletto di Prokofiev) e ha dato luogo ad innumerevoli adattamenti scenici e cinematografici.
Questa tragedia ha per oggetto l’amore e la tragicità dell’amore.
Dell’amore è certamente l’opera che, insieme a poche altre, celebra il mito in un modo tale da fare assumere alla pièce la funzione di paradigma.
Da questo momento in avanti l’amore e Romeo e Giulietta faranno tutt’uno nell’immaginazione di tutti. È di scena l’amore puro, rarefatto e senza condizioni, sembrerebbe neanche sotto l’ipoteca sessuale: a questo riguardo l’amore maturo e adulto di Antonio e Cleopatra potrà costituire la verifica realistica se Romeo e Giulietta ne è la trattazione idealistica o romantica.
 Certamente il Romanticismo si è impadronito dell’opera e l’ha fatta propria: ma altre sono le sue radici e il suo spazio simbolico di fondo. In controluce c’è l’idea d’amore del Rinascimento con i suoi riferimenti neoplatonici.
 Si rintraccia nell’opera l’eco di un’epoca bellicosa: l’età elisabettiana porta il segno delle guerre di religione e dei conflitti cruenti che si combatterono tra stati, tra famiglie.
Il personaggio del Principe richiama alla mente la figura della sovrana di ferro come anche il personaggio omonimo di Machiavelli e certo machiavellismo passato in Inghilterra all’epoca (e nelle orecchie) di Shakespeare. Si annuncia peraltro in questo Shakespeare “italiano” l’eterna Italie sanglante (pugnali e veleni) che perverrà intatta, come mito romantico, nella penna di Stendhal (Chroniques italiennes).
 Ma è il neoplatonismo di radice italiana passato ai poeti della Pléiade e certamente noto a Shakespeare che edificando una concezione del sentimento amoroso su forti basi idealistiche e quasi mistiche (che non riguarda solo i sentimenti umani ma tutta la concezione del cosmo e che peraltro, in più luoghi, nella pièce, è messa in relazione con l’amore in una fusione panteistica), mette una seria ipoteca sull'opera.
L’amore fra i due adolescenti si esprime anche con un vocabolario religioso e mistico cui la presenza di Fra Lorenzo dà quasi il carisma del mistero religioso.
Ma come sempre i capolavori vivono sì nello spazio simbolico della propria epoca ma fanno del proprio spazio simbolico un universo a se stante. Così quest’opera reca il marchio del genio shakespeariano e l’idealismo romantico (se mai c’è stato) emerge da un mélange ardito di comico e patetico, andamento prosastico e slancio lirico, linguaggio sostenuto e grossolanità: la cifra del suo irregolare ed anticlassico autore.
 Gli inestinguibili odi familiari, lo sferragliare delle spade, i sussurri amorosi dei giovanetti in amore in freschi giardini italiani, l’enfasi e il lirismo sentimentale senza paragoni del loro fraseggio amoroso, il ballo intrecciato del caso e della malasorte, il sinistro operare dei veleni nel freddo dell’ avello (dovuto anche al maneggio di un frate un po’ pasticcione quasi da opera buffa), le morti incrociate degli amanti resteranno nella memoria in fiamme dello spettatore e del lettore avvinti nel binomio di sempre (che come non mai qui celebra il suo trionfo): l’amore che eleva le anime in cielo e la morte che trascina i corpi sottoterra.
Montecchi e Capuleti, famiglie veronesi offuscate dai soldi e dall’orgoglio smodato ed egocentrico, lasciano scorrere gli anni alimentando un odio recondito l’una verso l’altra, e senza permettere spiragli di chiarimento.
Sotto l’ombra di quest’odio sono cresciute le generazioni giovanili, intolleranti tra loro quanto gli stessi adulti; ma per quanto i due casati non possano prendersi nemmeno in fotografia (o in dipinto onde evitare anacronismi di natura tecnologica) un tenue filo sembra unirli segretamente: l’amore tra i rispettivi figli: la dolce Giulietta, e il baldo Romeo.
Conosciutisi ad una festa, i giovani inconsapevoli delle proprie origini, si lasciano andare aprendo i propri animi alle dichiarazioni più struggenti e sincere di un amore così puro e saldo quanto prematuro. Ma in fondo per ogni roseto c’è sempre un bocciolo destinato ad essere reciso o da natura stessa, o da mano dell’uomo, e costretto a non vedere fioritura… quanto per ogni amore c’è la possibilità di non vederne maturazione.
Offuscato dai propri sentimenti verso la bella Giulietta e fiducioso nel porre pace tra la sua famiglia e quella dei Capuleti, Romeo si oppone con animo sincero alle lotte familiari fino a quando la sventura non vede consegnare alla morte il suo amico Mercuzio per mano del codardo Tebaldo, nipote di quel casato tanto odiato.
Il tenero amore verso Giulietta, non impedisce a Romeo di vendicare il sangue dell’amico versato.
Ucciso il riottoso Tebaldo, Romeo viene esiliato da Verona sotto gli occhi di Giulietta, troppo unita a lui e alla sua mano, colpevole di aver seminato sangue della sua famiglia. Divisa dalla legge e dalle imminenti nozze organizzate con il diletto Paride ad opera di suo padre, Giulietta accetterebbe ogni cosa pur di scampare al destino e attendere chi lei realmente ama.
Animata di coraggio accetta ciò che il buon Frate Lorenzo, che ufficiò le sue nozze con Romeo, ha da proporle; e per quanto coraggiosa e desiderosa di venire fuori, casualità o destino ancora una volta si metteranno contro, recidendo ciò che spontaneamente veniva fuori in splendore.
- Dramma d’amore -, - storia d’amore maledetto -, - storia di due tristi amanti -, e via dicendo, su “Romeo e Giulietta” quotidianamente vengono messe centinaia di targhe chiarificatrici quanto ingiustamente riassuntive.
L’opera scespiriana non è un commento così spicciolo, “Romeo e Giulietta” è innanzitutto poesia (essendo scritta per la quasi totalità in versi, a tratti anche ritmati), poi è l’esaltazione del sentimento umano, un’architettura stabile e inattaccabile come se giocasse su forze fisiche tanto numerose quanto di diversa intensità orientate tanto da annullarsi tra di loro. In origine c’è l’odio, così forte e sopra ad ogni cosa da portare solo pensieri di morte:
«…portami la spada, ragazzo. Ma come, quel vigliacco osa venire qui […] Ecco, per il sangue e l’onore della mia stirpe, non reputo un peccato colpirlo a morte.»
Tebaldo, Atto 1, sc. 5.
Non importa che cada qualcuno colpito a morte, la sola cosa che conta animati da quell’odio è che la famiglia e il nome vengano messi in salvo dal semplice pensiero di un disonore ipotetico.
In questa via di odio si stagliano due personaggi, il già citato ed irruento Tebaldo, e il danzante Mercuzio con Benvolio, cugino di Romeo.
La sola vista dei Capuleti per loro è sinonimo di ira, vergogna, impeti, ma se Mercuzio davanti all’irritante Tebaldo parla con queste parole:
«Accordato? Ci prendi per sonatori? Se ci prendi per tali allora preparati a sentire soltanto disaccordi. Ecco il mio archetto, ciò che vi farà danzare. Ecco i vostri disaccordi»
Mercuzio, Atto 3, sc. 1.
Benvolio invece segue:
«Siamo in mezzo alla gente. O ci ritiriamo in luogo appartato e ragioniamo a sangue freddo delle vostre liti, o qui ci separiamo: tutti gli occhi puntano su di noi.»
Benvolio, Atto 3, sc. 1.
Se il primo, per quanto personaggio ilare della vita di Romeo, si rivela pur sempre vittima di quello spettro che è l’odio, sempre pronto ad attaccare briga e azzannare Capuleti; il secondo appare più moderato, accomodante e differente manifestazione di questo sentimento.
A questo scheletro nero e teso, scarica un altro insieme di immagini, personaggi e forze riassunte nel sentimento opposto.
Se a fotogrammi alterni si alternano parole di odio tra le due famiglie rivali per tutto il dramma, allo stesso modo dal secondo atto, ci vengono offerti altri stralci moderati ma stabili, ed opposti al seme d’ira offertoci. Il dramma diventa quindi una immane figura retorica: una sorta di ossimoro fatto di dialoghi e scene: è azzardata come affermazione, ma la forza intrinseca del dramma è lì, dietro questo “odiato amore” che Shakespeare amplifica abilmente.
L’odio delle famiglie così forte e amaro non fa altro che rendere automaticamente più dolce l’amore dei due, e altrettanto per l’amore, così vivo e sereno da far apparire personaggi come Tebaldo, Mercuzio, e compagnia accecati dalle loro questioni. Divisi dal loro nome Romeo e Giulietta, cedono ad un amore reso ancora più forte e saldo dall’odio dal quale sono nati. L’amore narrato diventa anche antidoto contro l’odio di cui è pregna la schiera dei personaggi, e testimone di questo tentativo è lo stesso frate Lorenzo, confessore nonché amico di Romeo, è lui stesso a parlare alimentato da quest’idea:
«C’è una ragione per cui voglio aiutarti: il vostro matrimonio potrebbe forse mutare il rancore delle vostre famiglie in affetto sincero…»
Frate Lorenzo, Atto 2, sc. 3.
E oltre l’appoggio spirituale del frate, a creare questa piccola rosa tra i rovi, sono gli stessi amanti, che dichiarandosi l’uno all’altro e credendo in quel loro amore tanto impetuoso, creano una bolla sospesa per aria nel corso della storia. Un mondo distaccato e denso:
«Se profano con la mano più indegna questa santa reliquia, il peccato è veniale. Le mie labbra, pellegrini che timidamente arrossiscono, sono pronte a temperare questo rude tocco con un tenero bacio.»
Romeo, Atto 1, sc. 5.
«Con le ali lievi dell’amore volai sopra quei muri: confini di pietra non sanno escludere amore, e quel che amore può fare, amore osa tentarlo…»
Romeo, Atto 2, sc. 2.
«Mi arrestino, e mettano a morte: ne sono felice, se sei tu a volerlo. […] vieni o morte e sii la benvenuta, Giulietta lo desidera, ora anima mia continuiamo a parole… non è ancora giorno.»
Romeo, Atto 3, sc. 5.
«Oh mio amore, mia sposa! La morte che ha succhiato il miele del tuo respiro, ancora non ha avuto potere sulla tua bellezza. Ancora non ti ha vinta…»
Romeo, Atto 5, sc. 3.
E Giulietta dall’altro canto:
«Il mio unico amore, nato dal mio unico odio!»
Giulietta, Atto 1, sc. 5.
«Stendi la tua fitta coltre notte, perché gli occhi del giorno che fugge si chiudano, complici, e il mio Romeo possa scivolare tra le mie braccia senza che alcuno lo veda…»
Giulietta, Atto 3, sc. 2.
«La luce laggiù non è il chiarore del giorno; lo so, credimi. […] e dunque resta; non è tempo ancora che tu vada.»
Giulietta, Atto 3, sc. 5.
«Che c’è qui? Una tazza chiusa nella mano del mio amore fedele. Il veleno lo ha ucciso prima del tempo. Oh, egoista! Lo ha bevuto tutto senza lasciarmene una goccia amica. Ti bacerò nelle labbra, forse vi è rimasto ancora del veleno per darmi la morte in un istante. Le tue labbra sono calde.»
Giulietta, Atto 5, sc. 3.
Parlare di amore è semplice fondamentalmente, scrivere di amori struggenti, di lacrime e di amori travagliati e osteggiati, è una delle tematiche più battute nel percorso letterario di ogni scrittore.
Cadere nella banalità nell’affrontare questo campo, e scivolare in frasi tipiche e inflazionate è più probabile che essere originali e fuori dagli schemi. Shakespeare nel 1597 – 98 (la data di stesura del dramma è soggetta ancora a forti indagini) con Romeo and Juliet si impone caparbiamente con questo cocktail assurdo e semplice.
Citando frate Lorenzo: «Il miele più dolce nausea per la sua stessa dolcezza…», penso a Shakespeare che fa tesoro di questo dettame.
I dialoghi d’amore sono asciutti nella loro sincerità, Giulietta non è il personaggio che si strugge di amore per il suo giovane, e ne vanta le lodi facendolo apparire come il cardine centrale di tutta la sua esistenza.
Romeo per bocca della ragazza non appare come il “figo” perfetto, che non suda mai, non va mai in bagno e non commette atti impuri: Giulietta con le sue parole dice di amare una persona comune, e la ama con una parsimoniosa irruenza, senza lasciarsi andare a considerazioni svenevoli, languide. Romeo appare comune, vivo nella sua altalenante passione del primo atto verso la giovane Rosalina, e debole davanti all’imponente semplice figura di Giulietta. Lui stesso ammette della sua debolezza quando frate Lorenzo gli ricorda che si ama con il cuore e non con gli occhi, e lui stesso di rimando esalta, motivato, l’amore per la giovane Giulietta, apparendo umanamente fragile e attuale.
Shakespeare non parla di un amore smodato, dove la gente si strappa i capelli e si cosparge il capo di cenere davanti alle avversità che si presentano nella loro relazione, la modernità dell’autore è di mettere in luce la frettolosa storia adolescenziale dei due, travolti da quell’impetuosa e ingestibile sincerità amorosa che si dichiarano, creando così un muro così imponente il cui crollo finale ha ancora un carattere più drammatico.
Una sorta di amarezza, non gratuita, ma dovuta e causata da quel confondersi di immagini di odio smodato, contrapposte a quel dolce amore particolare e innovativo. Diverso e mai ricalcato.
L’amore di Romeo per Giulietta, decantato dalla nostra cultura come il più grande, romantico e passionale degli amori, alla luce di un analisi più attenta del personaggio di Romeo, non può esimersi dal risultare che una tremenda cotta adolescenziale.
Chi innamorato di questo amore, ne ricerca nella realtà un correlativo oggettivo, magari senza il tragico finale, dimentica che Romeo si innamora della sua Giulietta appena qualche ora dopo aver lamentato il suo amore non contraccambiato per una certa Rosalina, assente fisicamente nel dramma, ma fortemente presente nel dialogo tra lui e il cugino Benvolio che vorrebbe invitarlo a dimenticare nella fase iniziale della tragedia:
“L’amore è fumo creato dai sospiri degli amanti;
se è dissipato è fuoco che scintilla negli occhi degli amanti;
se è sofferto è un mare che si riempie delle lacrime degli amanti.
Che cos’altro è? Una pazzia silenziosissima,
un’amarezza che soffoca, una dolcezza che si conserva dentro … […]
Toh, mi sono perso, io non sono qui.
Questo non è Romeo, Romeo è da qualche altra parte. […]
Oh, insegnami a dimenticare […]
Colui che è colpito da cecità non può dimenticare
Il tesoro prezioso della vista perduta.
Mostrami una donna che sia più bella;
non servirà che come suggerimento
in cui rivedrò colei che è di gran lunga più bella …
Addio, tu non puoi insegnarmi a dimenticare “
La figura di Rosalina, ritorna successivamente nel secondo atto, quando Romeo è rimproverato da Frate Lorenzo che mette in luce la natura superficiale dei suoi precedenti sentimenti per questa ex:
“San Francesco! Che cosa è questo cambiamento?
Rosalina, che tu amavi così devotamente
l’hai dimenticata così presto?L’amore dei giovani non sta
veramente nel loro cuore ma nei loro occhi.[…]
Ma vieni con me, ragazzo volubile…”
Ma non è soltanto volubile, Romeo è intelligente, arguto e capace di battute spinte; é un giovane alla ricerca di emozioni forti, senza capacità di moderazione in ogni sua manifestazione e non solo nel suo amore per Giulietta: si introduce furtivamente in casa Capuleti solo per sbirciare la nuova fiamma, uccide Tebaldo – cugino della già moglie- in un momento d’ira, e credendo Giulietta morta finisce col suicidarsi solo per non aver aspettato ancora un po’ il suo risveglio.
Romeo è anche un lettore di poesie d’amore e questo facilmente porta a dedurre che nella sua ricerca tipicamente giovanile del grande amore, abbia cercato di emulare l’amore ideale dei sonetti tanto in voga all’epoca e che quindi sia stato fortemente influenzato da quel tipo di letture.
Dunque quello che nei secoli è stato immaginato come il più grande degli amori é solo impetuosità giovanile che già nell’età elisabettiana era conosciuto ed identificato con un nome specifico: “calf love” o “amore di sbarbatello”.
E Shakespeare ne dà un esempio nel personaggio di Romeo: un adolescente che solo per aver preso una cotta, in soli quattro giorni fa scoppiare un putiferio. Con la temerarietà tipica dei ragazzini.


domenica 29 gennaio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 gennaio.
Secondo la tradizione, i giorni dal 29 al 31 gennaio sono chiamati "i giorni della merla", e sono considerati i più freddi dell'anno.
La leggenda dei tre giorni della merla si perde nell'onda del tempo.
Una storia che ha infinite varianti da posto a posto. Una cosa é però in comune a tutti: la data. I tre ultimi giorni di gennaio, considerati appunto i più freddi nonché una specie di cartina di tornasole, dato che in base a come si presenta il tempo gli esperti sanno trarre indicazioni per come sarà il clima dell'anno.
Non conta che qualche metereologo si sia affannato a dimostrare che non tutti gli anni é così, che anzi le medie dicono che c'é qualche altro giorno più freddo. La tradizione non si é mai spenta.
La storia racconta che quei tre giorni siano i più freddi dell'anno.
Tanto freddi che una merla, che allora aveva le piume bianche, intirizzita, ma al tempo stesso preoccupata per i suoi figlioletti, non trovò di meglio che andare a posarsi su un camino. Ci stette tre giorni, perché il gelo impediva persino di volare. Poi arrivò fortunatamente febbraio. Pallido fin che si vuole ma il sole riuscì a ridare vita e speranza. Merla e figlioletti poterono stirarsi, riaprire le ali e volare. I tre giorni sul camino però avevano prodotto una profonda trasformazione nel piumaggio, divenuto nero per la fuliggine, nero senza rimedio.
Da allora i merli nacquero tutti neri.
Da una statistica tratta dalla banca dati ultra trentennale del Centro Geofisico Prealpino (periodo 1967-1999) risultano queste interessanti considerazioni:
Temperatura media dei tre giorni (29-30-31 gennaio) = 3.6 °C
Media delle t. massime dei tre giorni = 7.2 °C
Media delle t. minime dei tre giorni = 0.1 °C
Se si pensa che la temperatura media di gennaio (calcolata sullo stesso periodo di osservazioni) è 2.8°C la media di questi tre ultimi giorni risulta di quasi un grado maggiore (0.8°C) più alta.
Infatti statisticamente dopo il 10 di gennaio la temperatura tende ad aumentare. Forse la leggenda della Merla nacque in un'epoca in cui gennaio era molto più freddo di oggi, forse, non disponendo di strumenti e di statistiche la gente, sofferente già per due mesi di freddo, aveva la sensazione che il "cuore" dell'inverno fosse il periodo più freddo. Sta di fatto che, numeri alla mano, oggi non è più così.
Per gli appassionati di curiosità statistiche ecco altri "record":
Media più elevata (Merla più calda) nel 1982, con 9.3°C (+5.5°C rispetto alla media);
Media più bassa (Merla più fredda) nel 1987, con -0.9°C (-2.9°C); nel "famoso" gennaio 1985 delle nevicate abbondanti la "Merla" fu di 3.2°C, quasi nella media.
La temperatura più alta dei tre giorni si è registrata il 31.1.1982 con 19°C
La più bassa il 31.1.1987 con -8°C


sabato 28 gennaio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 gennaio.
Dopo 42 giorni di prigionia nelle mani delle Brigate Rosse, il 28 gennaio 1982 il generale statunitense James Dozier viene liberato dalle unità antiterrorismo italiane.
17 dicembre 1981. Erano da poco passate le 23 e 30 quando una nota dell'Ansa rese noto che non si avevano più notizie di un generale americano di stanza nella base di Verona. Poco prima che venisse confermata la scomparsa dell'alto ufficiale, alla redazione Ansa di Milano giunse una telefonata anonima. Un uomo che affermava di parlare a nome delle Brigate Rosse disse semplicemente: "Abbiamo rapito il generale di brigata Dozier, a Verona, in via Lungo Adige 5. Seguirà comunicato". Anche l'ambasciata statunitense dovette confermare il rapimento del generale James Lee Dozier, 55 anni, sottocapo delle forze terrestri della Nato del Sudeuropa. Il successivo comunicato dei terroristi faceva riferimento agli obiettivi della guerra del fronte combattente comunista nei confronti del capitalismo e di quell'imperialismo di cui la Nato era considerato il simbolo principale.
L'operazione si era svolta con una facilità impressionante. Alcuni brigatisti travestiti da idraulici erano riusciti a introdursi nell'abitazione del generale. Dopo aver imbavagliato la moglie, il commando aveva potuto trasferire in tutta tranquillità l'ostaggio a Padova, dove ancora non era stata messa in moto la macchina dei controlli di polizia.
Era la prima volta che una cellula terroristica riusciva a rapire un generale americano. Il colpo fu accusato oltre che in Italia, dove si temette di dover assistere impotenti a una replica del rapimento Moro, fino all'esito estremo, anche e forse soprattutto negli Stati Uniti. Il presidente Reagan espresse tutta la sua indignazione in modo piuttosto colorito. Gli pareva assurdo che in un Paese alleato "quattro straccioni vagabondi" (così disse testualmente ai suoi collaboratori), potessero impunemente rapire nientemeno che un generale dell'esercito statunitense.
Il sequestro Dozier appare oggi come l'ultimo colpo di coda del terrorismo rosso in Italia e costituisce lo spartiacque che, dopo la liberazione del generale, rese finalmente consapevoli le forze politiche, quelle dell'ordine e l'opinione pubblica intera della possibilità di sconfiggere il terrore che dai primi anni Settanta insanguinava l'Italia.
Ma nei giorni immediatamente successivi al rapimento le sensazioni che attanagliavano il Paese erano le stesse vissute all'indomani del rapimento Moro: sorpresa, spaesamento, senso di paura e di impotenza. Con in più la consapevolezza del salto di qualità nella strategia terrorista, che ora puntava a trovare consensi nella battaglia contro la Nato e l'imperialismo americano: argomenti questi che riscuotevano da tempo un ampio consenso tra l'elettorato di sinistra.
Ma se visti da fuori i nuovi obiettivi dei terroristi sembravano una ulteriore conferma della loro invincibilità e della loro superiore capacità logistica, l'aria che si respirava all'interno dell'"organizzazione" era completamente diversa. Le Brigate Rosse si trovavano in quel momento in un periodo di transizione e di crisi di credibilità. Molti militanti erano stati arrestati sotto l'incalzare dell'azione repressiva dello Stato, mentre sul piano dell'internazionale del terrore le azioni BR risultavano piuttosto 'provinciali' rispetto a quelle dei terroristi palestinesi e della RAF (il gruppo terroristico tedesco), con i quali esistevano certo profondi legami a livello organizzativo (strutture comuni per ospitare terroristi in pericolo all'estero, canali distributivi per il rifornimento di armi ecc.), ma improntati a una certa subordinazione. Parenti poveri dell'internazionale terrorista, le BR avevano deciso la clamorosa operazione sperando di recuperare, con un solo colpo ben assestato, il rapporto con la RAF e con i palestinesi, e nel contempo scavalcare queste due formazioni aprendo nuovi contatti con i movimenti di liberazione schierati su posizioni antiamericane.
Ma non è tutto. Altri argomenti ad uso interno indussero le BR al rapimento. Dopo il sequestro e l'uccisione dell'ingegnere Giuseppe Taliercio, direttore della Montefibre di Marghera, progettato ed eseguito nella tarda primavera dello stesso anno dalla colonna veneta delle BR, si era prodotta una divisione nella formazione terroristica. Ne era nata una nuova colonna autonoma, le BR-Partito della Guerriglia. Il rapimento Dozier, pianificato nel corso di una riunione della Direzione strategica tenutasi a Padova nel mese di ottobre, doveva servire anche a ricomporre le divisioni interne attorno a un obiettivo 'gradito' a tutte le sparse anime delle BR. Al fine di evitare conflitti sul diritto di primogenitura, nel corso della riunione si era deciso di gestire l'azione sotto una nuova denominazione comune, le Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente.
Antonio Savasta, che gestì tutta l'operazione del rapimento, raccontò in seguito - con una confusione sintattica che è sintomatica della vaghezza ideologica vissuta dal terrorismo dei primi anni Ottanta - i motivi che portarono alla scelta dell'obiettivo: "[Vi era] la possibilità di propagandare un programma rivoluzionario valido per tutti i settori di classe, dall'operaio a quello extra-legale. Anche il problema della guerra, della crisi, dell'abbassamento dei costi di produzione sociale. Rispetto al movimento pacifista noi davamo questo tipo di interpretazione che era antagonista alla politica dei due blocchi. [...] Sono sempre due facce: il movimento pacifista ha con sé il pacifismo, cioè qualcosa da abbattere, perché si va verso la guerra civile, però ha con sé anche questi termini politici, per cui è giusto riallacciarsi per poi svilupparli all'interno del programma rivoluzionario".
Motivazioni a parte, sul piano pratico i brigatisti tennero prigioniero il generale per sei settimane senza fare nulla, fatta eccezione per un breve interrogatorio e l'invio di una serie di comunicati. Ma dietro questa apparente immobilità si scatenò una poderosa caccia al generale, portata avanti a colpi di indagini segretissime, soffiate e coinvolgimento dei servizi segreti dei due blocchi.
Infatti, nel corso delle indagini gli inquirenti delle forze dell'ordine italiane furono costantemente appoggiati dai servizi segreti italiani e statunitensi. Anche se non sempre nella logica di un sano spirito di collaborazione. La fiducia degli americani nei confronti delle nostre capacità di indagine, all'epoca, era ridotta ai minimi termini. Lo dimostra un dettaglio relativo al giorno del rapimento e venuto alla luce solo anni dopo. Judy, la moglie del generale lasciata in casa legata e imbavagliata, una volta liberatasi avrebbe avuto come prima preoccupazione quella di avvertire le autorità americane. Nell'abitazione di via Lungo Adige intervennero quindi per prime non le nostre forze dell'ordine ma la polizia militare statunitense e la Cia. Solo dopo un'ora e mezzo fu avvisata la polizia italiana, che di fatto riuscì ad allestire i primi posti di blocco quando il commando e il rapito erano ormai giunti nel covo di Padova. Dozier e la moglie, ricostruendo gli avvenimenti a posteriori, furono costretti, per non ammettere quell'imbarazzante ritardo, a spostare l'orario dei fatti di novanta minuti. Secondo alcuni poliziotti, la tardiva comunicazione avrebbe ostacolato seriamente le prime indagini, facendo concentrare erroneamente le ricerche entro la cintura veronese.
Gli stessi servizi segreti americani nutrivano una scarsissima fiducia nei loro omologhi italiani. All'origine di questa diffidenza contribuiva certo un atteggiamento di superiorità, condito da superficialità, da parte degli USA nei confronti del fenomeno terrorismo, allora non ancora sperimentato oltreoceano. La convinzione della Casa Bianca, lo abbiamo visto sopra, era di trovarsi di fronte a guerriglieri "straccioni" che avrebbero potuto essere messi a tacere con una semplice e ben orchestrata operazione di polizia. Il corollario era che da parte italiana non vi fosse la capacità, la volontà o una chiara determinazione nel voler debellare il fenomeno terrorismo. E qui veniamo al vero motivo della diffidenza americana. Ovvero l'atteggiamento ambiguo e altalenante che effettivamente aveva contraddistinto, fino al 1981, la lotta contro il 'partito armato' in Italia.
Nel decennio precedente, tra il 1974 e il 1976, l'organizzazione delle BR era già stata ridotta ai minimi termini per effetto di una pressione costante delle forze di sicurezza che aveva condotto all'arresto di numerosi esponenti di primo piano (Curcio e Semeria su tutti). Ma dopo pochi anni la pressione venne meno e i pochi brigatisti residui riuscirono a riorganizzare le proprie forze e a compiere il salto di qualità da un terrorismo "propagandistico" di sinistra verso uno di esclusiva matrice sanguinaria. Col senno del poi appare quindi incomprensibile lo scioglimento, avvenuto nel 1975, del nucleo antiterrorismo del generale Dalla Chiesa. Soprattutto perché sembra che negli stessi anni i servizi di sicurezza avessero percepito la riorganizzazione delle BR a un più alto livello di pericolosità. Già nel giugno del 1976 il settimanale Tempo aveva pubblicato le seguenti dichiarazioni di uno dei massimi responsabili dei Servizi, il generale Maletti: "Nell'estate del 1975 [...] avemmo sentore di un tentativo di riorganizzazione e di rilancio (delle BR, n.d.r.) sotto forma di un gruppo ancora più segreto e clandestino, e costituito da persone insospettabili anche per censo e per cultura, e con programmi più cruenti. [...] Questa nuova organizzazione partiva col proposito esplicito di sparare, anche se non ancora di uccidere." Lo stesso Maletti, in un'intervista successiva, dichiarò: "Già nel luglio del 1975 inviai un rapporto al Ministro dell'Interno che allora era Gui, per avvertirlo che d'ora in poi gli eversori avrebbero inaugurato la tecnica dell'attentato alla persona, in particolare quella della sparatoria alle gambe".
Di più. La Commissione d'inchiesta sulla strage di via Fani noterà, sempre a proposito delle smagliature nella repressione del terrorismo, il sorprendente scioglimento dell'Ispettorato antiterrorismo nel gennaio 1978, pochi mesi prima del rapimento Moro. La preziosa esperienza organizzativa dell'Ispettorato, che dal 1974 sotto la direzione del questore Santillo aveva cominciato a costruire una mappa dei movimenti eversivi e a raccogliere informazioni sui singoli presunti terroristi, fu buttata a mare proprio nel momento in cui poteva tornare utile.
Le tensioni sociali vissute dall'Italia nel 1977 e la guardia bassa tenuta nella lotta al terrorismo resero quindi possibile la rinascita del partito armato e la messa a segno dell'azione più clamorosa diretta al cuore dello Stato, il rapimento e l'uccisione di Moro. Fu solo dopo quel dramma che il Presidente del Consiglio Andreotti e i ministro dell'interno Rognoni e della difesa Ruffini, decisero di reintegrare il generale Dalla Chiesa nell'esercizio dei suoi poteri, conferendogli "compiti speciali operativi" nella lotta al terrorismo in stretto rapporto con il Ministro dell'interno. Dalla Chiesa ricostruì il Nucleo antiterrorismo mettendo a segno in poche settimane alcuni arresti eccellenti, il più importante dei quali fu quello dei cinque membri dell'esecutivo BR nel covo milanese di via Monte Nevoso.
Questa lunga digressione per spiegare in quale scenario storico si inserisca il rapimento Dozier. Un'altalena di attentati, rapimenti e assassini cui si risponde con provvedimenti contrastanti, spesso illogici, con tempi e metodi che visti oggi sembrano totalmente al di fuori di una chiara percezione dell'emergenza vissuta dal Paese. Non sorprende quindi l'atteggiamento di superiorità, misto a sfiducia nei confronti della nostra intelligence, da parte delle autorità americane incaricate di collaborare a sciogliere i nodi del sequestro Dozier.
Non a caso, in una ricostruzione cinematografica di qualche anno fa, intitolata "Stato d'emergenza", il regista Carlo Lizzani ha impostato la vicenda Dozier proprio partendo da questo aspetto. Evidenziando cioè il contrasto psicologico e la diffidenza tra agenti italiani e americani, i primi più intuitivi e attenti a sfruttare i fiancheggiatori locali, i secondi orientati a spostare le indagini verso i legami con il terrorismo internazionale. Entrambi gli inquirenti, italiani e americani, avevano tuttavia le loro buone ragioni. Se sarà infatti la soffiata di un fiancheggiatore a svelare l'indirizzo della "prigione del popolo" di Padova, la pista del terrore internazionale non era assolutamente campata in aria.
Anzi, è proprio il rapimento Dozier a far trasparire dal fondo lo scenario della guerra fredda, svelando legami - ancora oggi ampiamente sottovalutati, se non bellamente trascurati - con i servizi segreti dei Paesi del blocco sovietico.
Abbiamo già visto come le BR intendessero il rapimento del generale come una credenziale per accedere a contatti con movimenti simili al di fuori del vecchio continente. Attraverso un loro militante irregolare, Loris Scricciolo, i terroristi avevano aperto un canale informativo con due personaggi che curavano i rapporti internazionali del sindacato UIL. Dovevano essere questi due personaggi (Luigi Scricciolo e Paola Elia, rivelatisi poi cugini dello stesso Loris Scricciolo) a fornire i contatti per imbastire nuovi legami con movimenti terroristici in altre aree calde del mondo e a diffondere all'estero materiale propagandistico. In realtà l'aggancio più consistente che riuscirono a ottenere fu con i servizi segreti bulgari, in quegli anni braccio armato, nonché prestanome, del ben più potente KGB. I cugini di Scricciolo fecero sapere che esisteva la possibilità di incontrare un funzionario dell'ambasciata bulgara, in quanto i servizi segreti bulgari - che il 13 maggio di quello stesso 1981 avevano armato la mano di Ali Agca in Piazza San Pietro contro il Papa - erano interessati a sapere qualcosa dall'alto ufficiale americano. In cambio della disponibilità BR a cogestire il sequestro, i bulgari avrebbero garantito la possibilità di ottenere finanziamenti e armi.
Secondo quanto riferì dopo il suo arresto il brigatista Savasta, l'offerta fu giudicata dall'esecutivo BR come "una indebita ingerenza" per quanto riguardava la pretesa di interferire nello svolgimento del sequestro e, invece, estremamente interessante per quanto atteneva l'offerta di armi e denaro. Davanti alla Corte d'Assise di Roma Savasta ha tenuto a precisare che nelle intenzioni dei brigatisti "non ci sarebbe stato scambio di nulla, assolutamente di nulla, ma ci sarebbe stata soltanto la possibilità per le BR di avere un rafforzamento di tipo logistico, e niente altro, perciò non un rapporto politico né, tanto meno, fra servizi segreti". Aggiunse inoltre che secondo lui "la Bulgaria puntava alla destabilizzazione dell'Italia".
Una cosa è certa, l'appuntamento fissato per la seconda metà del mese di gennaio del 1982 in un cinema romano tra i terroristi e un misterioso "funzionario" bulgaro saltò all'ultimo momento, in quanto il funzionario mantenne fino in fondo l'anonimato non presentandosi. E nulla si è potuto apprendere su eventuali successivi contatti, in quanto Savasta, che era uno dei carcerieri di Dozier, fu arrestato pochi giorni dopo il fallito appuntamento al cinema durante l'irruzione degli agenti del covo di Padova.
Su questi legami non meglio approfonditi con i servizi segreti dell'est si è espressa anche la Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo, giungendo alla conclusione che un mercanteggiamento alle spalle del generale rapito ci fu, anche se condotto con eccessive velleità di 'potenza' da parte delle BR. "La Commissione - si legge nel paragrafo della relazione relativa al sequestro Dozier - ritiene sostanzialmente credibile il racconto fatto da Savasta giacché è pacifico l'interesse dei servizi del Patto di Varsavia a conoscere i segreti NATO e non essendo l'occasione di ottenere informazioni riservate da un generale tra quelle che i servizi del campo avverso si lasciano scappare.
La mancata presentazione del funzionario bulgaro fu giustificata dagli intermediari con un'improvvisa ed imprevista partenza per Sofia. Tale giustificazione indusse l'esecutivo BR a ritenere che il funzionario dell'ambasciata romana fosse andato a Sofia a 'saggiare la situazione'. Se ne potrebbe desumere che l'iniziativa era stata presa a Roma ma che si fosse ritenuto successivamente, data la delicatezza dell'operazione, di doverne discutere con una più alta autorità politica.
Ma c'è anche un'altra ipotesi non meno probabile: che, informati della indisponibilità delle BR ad offrire la contropartita Dozier, i bulgari avessero deciso di lasciar cadere la cosa o di attendere che le BR scendessero a più miti consigli.
La pretesa delle BR di ottenere aiuti senza pagare contropartite può apparire assurda in quanto addirittura travalica il concetto, già velleitario, di rapporto da potenza a potenza, per approdare a quello di una potenza dominante (le BR) che vuole imporre le sue condizioni ad una potenza subalterna. Ma bisogna considerare la deformazione psicologica dei brigatisti che li porta ad avere una fiducia cieca nelle loro capacità di analisi e a scambiare le loro conclusioni con la realtà. E non va quindi dimenticato che la loro analisi aveva portato alla 'verità' che l'URSS e il Patto di Varsavia sarebbero ben presto stati 'costretti' ad aiutare le BR.
Da qui il rifiuto (contrariamente a quanto suggeriva Savasta) al rapporto politico e la pretesa di ottenere finanziamento e forniture di armi senza contropartita."
Il 28 gennaio 1982, ovvero quarantadue giorni dopo il rapimento, Dozier venne liberato a Padova da un commando dei Nocs (Nuclei operativi centrali di sicurezza) guidato dal comandante Salvatore Genova. La brillante operazione scattò in tarda mattinata, attorno alle 11 e 30, per trarre il massimo vantaggio dal traffico cittadino e dal rumore prodotto dal bulldozer di un cantiere nelle vicinanze. Ormai da tre giorni una cinquantina di agenti stavano tenendo sotto controllo il condominio della "Guizza", nella periferia sudovest della città. L'obiettivo era uno degli alloggi di un fabbricato di otto piani con due ingressi. Dieci uomini dei Nocs arrivarono a bordo di un furgoncino indossando abiti civili. Mentre un membro della squadra d'assalto provvedeva ad isolare il supermaket attiguo alla porta dello stabile in cui era tenuto in ostaggio il generale, in modo da evitare il coinvolgimento di civili innocenti, gli altri nove davano inizio all' operazione. Due terroristi di pattuglia nel corridoio al primo piano furono rapidamente immobilizzati mentre una carica al plastico fece saltare la porta dell'appartamento. L'irruzione all'interno si svolse fulmineamente, al punto che non fu esploso neanche un colpo. Dozier si trovava in una tenda canadese piantata in mezzo a una stanza, sotto la minaccia di un carceriere che fu rapidamente sbaragliato. "Wonderful italian police" pare abbia esclamato il generale dal lettino in cui, vestito con una tuta da ginnastica e senza scarpe, era incatenato da più di un mese. Alle 12 e 23 una nota dell'Ansa rese di dominio pubblico il brillante successo dell'operazione. La notizia arrivò subito anche a Washington. Sulle pareti degli uffici del Pentagono vennero appesi cartelli con la scritta "Viva l'Italia".
"La fermezza ha pagato" titolò il giorno successivo il Corriere della Sera. Il presidente americano Reagan, dopo le pesanti critiche di poco più di un mese prima commentò entusiasta: "Lo stesso coraggio e determinazione che James Dozier aveva dimostrato sul campo di battaglia in tempo di guerra gli hanno fatto superare con tutti gli onori questa nuova prova [...] Il nostro Paese e i nostri alleati possono essere fieri di questo uomo coraggioso [...] Ho anche parlato col presidente Pertini esprimendogli l'apprezzamento dell'America per l'efficacia e dedizione dell'opera delle autorità italiane nel localizzare i rapitori e salvare la vita del generale Dozier. Anche le autorità italiana hanno assolto al loro compito con onore".
Subito cominciarono anche a circolare le notizie in merito alla "soffiata" che avrebbe consentito l'esito positivo della missione. Il giorno dopo la liberazione dell'ostaggio i giornali italiani pubblicarono infatti indiscrezioni su di un terrorista pentito catturato di recente che avrebbe ricoperto il ruolo di "gola profonda" della situazione.
Il risultato dell'operazione delle forze dell'ordine non si limitò alla liberazione. In seguito alla collaborazione di tre dei cinque terroristi catturati, e in particolare di Antonio Savasta, nei giorni successivi vennero effettuate decine di arresti in tutta Italia. Dopo il fallimento della 'campagna Dozier' le BR emanarono un laconico comunicato in cui si accennava alla necessità di una "ritirata strategica [...] in presenza di una controffensiva dello Stato senza precedenti".
Dozier, finora l'unico ufficiale americano ad essere mai stato catturato da un gruppo terrorista, fu in seguito promosso Generale Maggiore. Attualmente è un pensionato ottantacinquenne.

venerdì 27 gennaio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

 Buongiorno, oggi è il 27 gennaio.
Il 27 gennaio 1897 il fisico britannico Joseph Thompson scopre l'esistenza dell'elettrone.
Oggi parlare di elettroni è quasi una cosa scontata. Nelle scuole superiori gli studenti li disegnano sulla lavagna e ne studiano la carica e la massa. Nel frattempo, nei laboratori di mezzo mondo gli scienziati sono al lavoro per spaccarli in due e studiare le quasiparticelle risultanti. Ma 120 anni fa, quando il fisico inglese Joseph John Thomson annunciò di aver trovato un corpuscolo subatomico, la comunità scientifica lo guardò come se fosse un folle. Già, perché scoprire una particella che nessuno aveva mai visto prima ti mette addosso una certa tensione.
Il giovane JJ era nato nel 1856 a Cheetham Hill, vicino Manchester, e come tutti i grandi della scienza dimostrò fin da subito di avere una mente brillante. Accantonata l’idea di diventare un ingegnere, Thomson si laureò in matematica nel 1883 e bruciò le tappe diventando professore a Cambridge nel 1884. Con una carriera così, non sorprende che la comunità scientifica gli abbia assegnato il premio Nobel nel 1906. Il motivo? I suoi grandi meriti nello studio teorico e sperimentale delle correnti elettriche nei gas.
È il caso di fare un passo indietro per capire come abbia fatto JJ a dimostrare l’esistenza degli elettroni. Lo scienziato era rimasto folgorato dagli esperimenti condotti sui raggi catodici generati all’interno dei tubi di Crookes. Questi ultimi sono dei cilindri di vetro quasi sottovuoto dove la corrente elettrica circola generando fasci di luce visibile. Applicando dei campi magnetici, gli scienziati potevano deviare i raggi e dedurre la natura delle particelle, ma dai primi calcoli diffusi dal fisico Arthur Schuster risultava che la loro massa era mille volte inferiore rispetto a quella dell’ atomo di idrogeno.
I calcoli di Schuster vennero considerati errati dato che, alla fine del XIX secolo, la scienza pensava ancora che gli atomi fossero particelle indivisibili alla base di tutta la materia. L’esistenza di un’entità mille volte più leggera era un vero paradosso. Ma non per Thomson, che il 30 aprile 1897 si decise a presentare la propria teoria sui raggi catodici in occasione di una discussione pubblica presso la Royal Institution.
Secondo il fisico inglese, i risultati di Schuster non erano affatto errati: riproducendo l’esperimento del tubo catodico, Thomson fu in grado di dimostrare che effettivamente esistevano delle particelle con così poca massa che generavano una corrente di carica negativa. Per di più, la natura della corrente catodica restava inalterata a prescindere dal tipo di atomi utilizzati nel tubo.
In un primo momento, l’insistenza di Thomson su quell’argomento venne considerata quasi come un capriccio intorno a un fenomeno che la maggior parte degli scienziati considerava di scarso interesse. Per fortuna il fisico inglese – che nel frattempo si era costruito una fama solida e inattaccabile – riuscì a fare breccia nello scetticismo e dimostrare che l’atomo non era affatto indivisibile e che esistevano dei corpuscoli ben più piccoli in grado di generare una corrente elettrica. Il premio Nobel se lo è davvero meritato.
Joseph Thomson muore il 30 agosto 1940. Il suo corpo riposa nell'abbazia di Westminster, accanto a quello di Isaac Newton.
Oggi sappiamo che l'atomo è composto principalmente da tre tipologie di particelle subatomiche (cioè di dimensioni minori dell'atomo): i protoni, i neutroni e gli elettroni.
i protoni (carichi positivamente) e i neutroni (privi di carica) formano il "nucleo" (carico positivamente); protoni e neutroni sono detti quindi "nucleoni";
gli elettroni (carichi negativamente) sono presenti nello stesso numero dei protoni e ruotano attorno al nucleo senza seguire un'orbita precisa (l'elettrone si dice quindi "delocalizzato"), rimanendo confinati all'interno degli orbitali (o "livelli energetici").
In proporzione, se il nucleo atomico fosse grande quanto una mela, gli elettroni gli ruoterebbero attorno ad una distanza pari a circa un chilometro; un nucleone ha massa quasi 1800 volte superiore a quella di un elettrone.

giovedì 26 gennaio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 gennaio.
Il 26 gennaio 2006 la Western Union americana, ultima tra le grandi compagnie di comunicazioni USA, cessa il suo servizio di telegrafia.
Il telegrafo è stato il primo sistema di comunicazione in grado di trasmettere l'informazione quasi istantaneamente su distanze geografiche. Prima dell'avvento del telegrafo l'unica forma di comunicazione possibile era l'invio fisico di corrispondenza, che per esempio tra Milano e Roma richiedeva non meno di molte ore anche con il treno, da poco inventato. Tra Milano e New York occorrevano settimane tra trasporto via terra e navigazione transoceanica. Lo scambio di idee era lento, ma in linea con un'epoca in cui ancora i ritmi di vita erano ben diversi da quelli frenetici odierni, con telefono, internet, televisione globale e notizie che giungono entro pochi minuti da un capo all'altro del mondo a costi minimi.
Per un privato cittadino inviare un telegramma comportava l'andare all'ufficio poste e telegrafi, compilare un modulo con il testo da trasmettere e pagare un importo proporzionale al numero di parole scritte. Il destinatario riceveva a domicilio il messaggio al massimo entro poche ore per invii nazionali, ma poteva anche richiedere qualche giorno se il destinatario si trovata all'altro capo del mondo, raggiunto solo da linee secondarie. Le agenzie giornalistiche disponevano di terminali telegrafici all'interno delle sedi, in modo da poter ricevere ed inviare rapidamente la corrispondenza con gli inviati. Non è un caso se la nascita e l'espansione delle agenzie di stampa è concomitante a quella del telegrafo.
All'inizio del novecento il globo era ormai coperto da una fitta rete di cavi telegrafici terrestri e sottomarini, e si poteva incominciare timidamente a parlare di informazione globale.
La necessità di comunicare è sempre stata presente in ogni civiltà ed in ogni epoca. Già gli antichi greci impiegavano falò per comunicare. Per la comunicazione diurna sono stati impiegati segnali sonori, sia di strumenti a fiato (corni) che percussioni (tamburi, tam-tam). Per distanze ancora maggiori sono stati impiegati i segnali di fumo, comunemente associati agli Indiani d'America.
Al tempo dell'Antica Roma operò una fitta rete di corrieri che trasportavano lungo le strade consolari le tavolette di cera con incisi i messaggi.
Un altro mezzo, particolarmente usato in ambito militare in diverse epoche, fu il piccione viaggiatore.
Verso la fine del diciottesimo Claude Chappe e fratello lavorarono allo sviluppo di un sistema telegrafico basato su una catena di semafori. Nel 1793 presentarono al pubblico il modello definitivo: su una torre era installato un braccio rotante che portava alle estremità due bracci minori; il tutto era manovrabile per assumere configurazioni standardizzate corrispondenti a lettere, numeri e ordini di servizio. Da una postazione successiva, distante molti chilometri, un addetto dotato di binocolo osservava il messaggio per poi ripeterlo alla prossima stazione.
Il sistema ebbe successo e nei decenni seguenti si sviluppò una rete di centinaia di semafori che collegavano Parigi con le zone periferiche della Francia e oltre, seguendo l'espansione dell'impero napoleonico. Lo stesso Napoleone Bonaparte, consapevole dell'importanza delle comunicazioni in campo militare, commissionò stazioni semaforiche mobili da installare sui campi di battaglia.
Fino alla prima metà del XIX secolo la corrispondenza era esclusivamente cartacea ed era recapitata dai servizi postali. Le missive viaggiavano su regolari servizi di corriere, che avevano tratto beneficio dallo sviluppo della rete di strade postali nel settecento. I tempi era però lunghi, si parlava di giorni, settimane o anche mesi per la corrispondenza intercontinentale.
Negli Stati Uniti, in seguito alla scoperta dell'oro in California nel 1848, si sviluppò un sistema di corrieri specializzati nel collegamento tra le due coste, atlantica e pacifica: il Pony express, istituito nel 1860.
Insomma, la richiesta di comunicazione era elevata e diversi studiosi ed inventori si erano cimentati nell'impresa, ma con i risultati più diversi.
Negli anni quaranta il successo arriva finalmente per Samuel Morse, che inventa un sistema telegrafico elettrico impiegante un unico filo, ed inventa uno speciale codice, il Codice Morse, che permette di codificare le lettere alfabetiche in sequenze di impulsi di diversa durata (punti e linee).
Egli riesce a brevettare la sua invenzione negli Stati Uniti ed ottenere il supporto del governo e il 24 maggio 1844 si ha la prima trasmissione ufficiale tra le città di Washington e Baltimora. In breve tempo il sistema comincia a diffondersi in ogni continente formando una fitta rete, grazie anche a ulteriori perfezionamenti quali l'introduzione degli isolatori in vetro o ceramica, il filo di rame al posto del ferro ed il sistema ''duplex'', che consentirono di aumentare la lunghezza delle tratte ed aumentarne l'efficienza. Si forma anche una classe di operatori specializzati, alcuni dei quali arrivavano a digitare il codice Morse ad una velocità di 80-100 caratteri al minuto.
I nodi della rete, gli uffici telegrafici intermedi (Relais), provvedevano ad instradare i messaggi sulle giuste tratte fino a destinazione. Da notare che il lavoro veniva svolto a mano: i messaggi ricevuti erano letti e, in base alla destinazione, consegnati all'impiegato che li ritelegrafava sul tratto successivo. Il sistema venne parzialmente automatizzato con l'introduzione del nastro perforato e dei trasmettitori automatici.
Oltre ai messaggi privati, sulla rete telegrafica viaggiavano le notizie dei corrispondenti ai giornali: è l'epoca in nascono le agenzie di stampa, prime fra tutte la Reuters.
In Italia l'introduzione del sistema telegrafico avviene nel 1852, nel Regno delle Due Sicilie.
Le reti, per quanto estese, coprivano però solo la terraferma: la comunicazione tra continenti avveniva ancora via nave. I telegrammi giungevano all'ufficio postale del porto, qui venivano trascritti su carta, condotti a destinazione per mare e qui di nuovo telegrafati fino a destinazione. Ed il viaggio poteva richiedere settimane.
Il primo esperimento di posa di un cavo sotto il mare venne effettuato nel 1845 all'interno della baia di Portsmouth dalla ditta S.W. Silver & Company. il cavo era lungo un miglio ed isolato con gomma naturale (''Gutta percha''). Nel 1850, ad opera della ditta Submarine Telegraph Co viene posato il primo cavo attraverso La Manica da Dover a Calais, ma rimase operativo per soli tre giorni, fino a che non fu tranciato per errore da un pescatore.
Negli anni seguenti si sviluppò una rete di cavi sottomarini tra le coste europee e mediterranee, sotto i canali, tra le isole e anche sotto alcuni grandi fiumi. Nel contempo migliorava la tecnologia dei conduttori e dei rivestimenti, nonché il know-how relativo alla posa e riparazione. Furono allestite navi speciali adibite al ripescaggio e riparazione dei cavi.
In Italia nel 1854 furono realizzati i primi collegamenti tra il continente, Corsica e Sardegna.
Gli stati del Commonwealth britannico furono interconnessi da una fitta rete, ed in particolare si ricorda la lunga tratta sottomarina Londra-Bombay via Porthcurno, Gibilterra, Malta e Suez.
Mancava ancora un tassello fondamentale: il collegamento tra Europa e Nord America attraverso l'oceano atlantico. Questa opera fu una vera e propria epopea, un'impresa di estrema complessità tecnica ed amministrativa. Si pensi all'enorme matassa di cavo, migliaia di chilometri da fabbricare, trasportare, caricare nella stiva delle navi, da calare lentamente in mare per settimane, magari nel mezzo di una tempesta. Il considerevole costo fu coperto con emissioni di obbligazioni e con contributi pubblici.
Il primo tentativo fu effettuato nel 1858 tra Irlanda e Terranova, 2200Km di cavo posati da due navi salpate dalle coste e destinate ad incontrarsi a metà strada. I lavori furono ostacolati da molte difficoltà e furono interrotti più volte. Al termine il cavo operò per circa tre mesi prima di guastarsi.
Il collegamento definitivo fu realizzato tra il 1865 e il 1866 dalla ditta Atlantic Telegraph Co, utilizzando il transatlantico Great Eastern riadattato come nave posacavi. Europa ed America potevano finalmente comunicare in tempo reale.
La telegrafia attraverso i migliaia di chilometri di cavo atlantico è però ben diversa da quella ordinaria; il segnale risulta enormemente attenuato a causa della legge di Ohm e gli impulsi dilatati nel tempo e confusi a causa di induttanza e capacità del cavo. La trasmissione doveva essere quindi molto lenta e la ricezione effettuata con sensibili galvanometri. Diversi ingegneri operarono per migliorare la tecnica della telegrafia sottomarina, uno tra i quali fu Michael Pupin, che diede il nome alla tecnica della pupinizzazione.
Nonostante l'avvento della radio e dei satelliti il cavo sottomarino è ancora oggi ampiamente utilizzato, anche se in fibra ottica e per comunicazioni digitali.
Nel 1897 Guglielmo Marconi presentò il brevetto della radio ed entro il 1907 vennero stabilite le prime comunicazioni transoceaniche sufficientemente affidabili. Le prime radio non erano ancora in grado di trasmettere la voce ma erano più idonee ed inviare semplici segnali acceso/spento, quindi ideali per il codice Morse. Uno svantaggio dei primi sistemi radio era l'assenza della sintonia e quindi dei canali. Qualunque segnale trasmesso veniva ricevuto da tutte le stazioni a portata di segnale, con gravi problemi di riservatezza e volume di messaggi inviabili. In compenso era evidente la possibilità di installare una stazione anche sulle navi, cosa che permise la trasmissione della richiesta di soccorso da parte del Titanic, captata dal Carpathia, che così potè intervenire in soccorso.
Questo evento disastroso ha reso evidente l'utilità del mezzo radiotelegrafico in mare, il cui uso è stato disciplinato per la prima volta dalla conferenza internazionale di Londra del 1914 sulla sicurezza marittima.
La continua ricerca volta ad aumentare la velocità delle trasmissioni riducendo nel contempo i costi ha portato allo sviluppo, negli anni '20, della telescrivente. Si trattava di una macchina simile alla macchina da scrivere, su cui l'operatore componeva il testo da inviare. I caratteri digitati venivano automaticamente codificati secondo un codice a cinque bit, il codice Baudot. Il testo ricevuto veniva stampato su un foglio di carta. Negli anni '30 iniziò a svilupparsi una rete di telecomunicazione specifica per le telescriventi, in grado di commutare automaticamente le comunicazioni: la rete Telex.
Al giorni d'oggi la telegrafia è passata in secondo piano, retrocessa dell'avvento del telefono prima e del digitale poi.
A partire da 1 febbraio 1999 l'utilizzo della telegrafia Morse non è più obbligatorio in ambito marittimo, in favore della tecnologia digitale GMDSS.
L'utilizzo di questo mezzo è però portato avanti con passione dai radioamatori, i quali sostengono che questa tecnologia è molto efficace rispetto al parlato nelle comunicazioni a lunga distanza, anche con trasmettitori di bassa potenza.
Naturalmente è sempre possibile andare all'ufficio postale ed inviare un telegramma. Questo però da molti decenni non è più trasformato in codice Morse da un operatore, ma è composto su una tastiera ed inviato, fino al 2001, con il sistema Telex, oggi con il servizio Teltex di Poste Italiane.
Dal 21 giugno 2013 l'India, uno degli ultimi paesi ad usarlo, ha messo in pensione il telegramma.

mercoledì 25 gennaio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 gennaio.
Il 25 gennaio 1939 nasce a Milano Giorgio Gaberscik.
Adolescente, per curare il braccio sinistro colpito da paralisi, a 15 anni inizia a suonare la chitarra. Dopo aver conseguito il diploma in ragioneria frequenta la facoltà di Economia e Commercio alla Bocconi pagandosi gli studi con i guadagni provenienti dalle serate in cui suona al Santa Tecla, famoso locale milanese. Conoscerà qui Adriano Celentano, Enzo Jannacci e Mogol; quest'ultimo lo invita alla Ricordi per un'audizione: è lo stesso Ricordi a proporgli di incidere un disco.
Comincia una brillante carriera con "Ciao, ti dirò", scritta con Luigi Tenco. Sono degli anni successivi le indimenticabili "Non arrossire", "Le nostre serate", "Le strade di notte", "Il Riccardo", "Trani a gogò", "La ballata del Cerruti", "Torpedo blu", "Barbera e champagne".
Nel 1965 sposa Ombretta Colli. Partecipa inoltre a quattro edizioni del Festival di Sanremo (con "Benzina e cerini", 1961; "Così felice", 1964; "Mai mai mai Valentina", 1966; "E allora dai", 1967), oltre a condurre vari spettacoli televisivi; nell'edizione 1969 di "Canzonissima" propone "Com'è bella la città", uno dei primi brani che lasciano intravedere il successivo cambio di passo.
Nello stesso periodo, il Piccolo Teatro di Milano gli offre la possibilità di allestire un recital, "Il signor G", il primo di una lunga serie di spettacoli musicali portati in teatro che alternando canzoni a monologhi trasportano lo spettatore in una atmosfera che sa di sociale, politica, amore, sofferenza e speranza, il tutto condito con un'ironia tutta particolare, che smuove risate ma anche la coscienza.
«Credo che il pubblico mi riconosca una certa onesta' intellettuale. Non sono ne' un filosofo ne' un politico, ma una persona che si sforza di restituire, sotto forma di spettacolo, le percezioni, gli umori, i segnali che avverte nell'aria.»
Negli anni pubblica i seguenti album, tratti dai suoi spettacoli:
- Far finta di essere sani (1972)
- Libertà obbligatoria" (1976)
- Polli d'allevamento (1978)
- Il grigio (1989)
- E pensare che c'era il pensiero (1995)
- Un'idiozia conquistata a fatica (1998)
sono i suoi lavori più significativi.
Dopo gli album dedicati esclusivamente alla registrazione integrale dei suoi spettacoli, torna al mercato discografico ufficiale con l'album "La mia generazione ha perso" (2001) che include il singolo "Destra-Sinistra": ironico, con le solite graffianti insinuazioni, è un brano decisamente attuale, visto il periodo pre-elettorale in cui esce.
Già segnato dalla malattia, Gaber compare nello stesso anno in due puntate del programma 125 milioni di caz..te di e con il vecchio amico Adriano Celentano, insieme ad Antonio Albanese, Dario Fo, Enzo Jannacci e lo stesso Celentano in una surreale partita a carte: i cinque cantano insieme "Ho visto un re". Il successo di quelle serate lo spinge a mettersi al lavoro per un nuovo disco, ad appena sei mesi di distanza dall'uscita dell'ultimo lavoro.
Io non mi sento italiano, però viene pubblicato postumo: da tempo malato di cancro, Giorgio Gaber si spegne nel pomeriggio del giorno di Capodanno del 2003 nella sua casa di campagna a Montemagno. Il corpo riposa nel famedio del Cimitero Monumentale di Milano, secondo il volere della moglie Ombretta Colli.
La Fondazione Giorgio Gaber nel 2004 ha creato in suo onore il Festival teatro canzone Giorgio Gaber. Hanno partecipato a questa manifestazione tra i più importanti artisti italiani che hanno riproposto nelle varie edizioni i brani di Giorgio Gaber.
Il 13 novembre 2012 viene pubblicato l'album tributo "Per Gaber... io ci sono", un cofanetto composto da 3 CD contenente canzoni dell'artista interpretate da 50 artisti italiani.
Il 21 gennaio 2013 in occasione del decennale dalla sua scomparsa e a pochi giorni da quello che sarebbe stato il 74º compleanno, Fabio Fazio ha condotto uno speciale di Che tempo che fa intitolato "G di Gaber", un omaggio-tributo in cui gli amici di sempre del musicista e non, lo hanno ricordato interpretando le sue più celebri canzoni. Fra gli altri, hanno preso parte Enzo Iacchetti, Claudio Bisio (che ha duettato con Paolo Jannacci), lo stesso Sandro Luporini, Roberto Vecchioni, Patti Smith, Paolo Rossi, Luca e Paolo, Rossana Casale, la moglie Ombretta Colli e tanti altri.

martedì 24 gennaio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 gennaio.
Il 24 gennaio 1989 il serial killer Ted Bundy viene giustiziato sulla sedia elettrica nello Stato della Florida.
Ted Bundy è uno dei più famosi serial killer della storia. Le sue gesta sono state raccolte in numerosi libri (su tutti "Ted Bundy: Conversazioni con un Assassino" di Ann Rule) e in un film ("Ted Bundy"). Con quella sua faccia da bravo ragazzo, i modi gentili e la personalità affascinante, l'insospettabile Ted Bundy ha dato del filo da torcere alle forze di polizia per ben quattro anni, tra il 1974 e il 1978, durante i quali il terrore è sceso sugli Stati Uniti, dallo Utah alla Florida.
Il caso è oggi chiuso, il colpevole ha pagato per il male che ha fatto, ma ci sono dei dubbi che rimarranno in sospeso forse per sempre: quante sono state le vittime di Bundy? In sede di tribunale l'omicida ne ha confessati 28, ma secondo gli inquirenti potrebbero essere tra i 36 e i 52. Secondo i giornalisti Ted Bundy si sarebbe macchiato di 100 omicidi.
La mattina del 4 gennaio 1974, i coinquilini di Joni Lenz, 18enne, si recano preoccupati nella sua camera da letto. Sono 24 ore che la ragazza non si fa viva, potrebbe stare poco bene e necessitare aiuto..
Joni ha fin troppo bisogno di aiuto.
La giovane donna è stata violentata e malmenata con una doga del letto che l'aggressore le ha poi infilato con violenza nella vagina.
Joni è in coma ma i soccorsi arrivano presto, si salverà. Seppur segnata per tutta la vita, Joni è stata relativamente fortunata: è stata la prima vittima di Ted Bundy ed è sopravissuta.
Theodore Robert Cowell nasce il 24 novembre del 1946, presso l'Elizabeth Lund Home, una clinica del Vermont che ospita giovani ragazze rimaste incinte da compagni occasionali. La madre di Ted si chiama Louise Cowell, il padre biologico invece è un anonimo ufficiale dell'Areonautica militare, fuggito lontano.
Inizialmente Louise decide di lasciare il figlio all'istituto, ma tre mesi più tardi si ripresenta spacciandosi per la sorella maggiore di Ted, e lo porta con sé in un piccolo paesino vicino a Philadelphia.
Per evitare il giudizio negativo dei paesani è stata architettata la storia della sorella maggiore, e Ted crescerà con la convinzione che sua madre è sua sorella, che i suoi nonni sono i suoi genitori.
All'età di quattro anni, Ted e Louise si trasferiscono a Tacoma, per vivere con altri parenti. È qui che Louise si innamora di un cuoco militare, Johnnie Culpepper Bundy. La coppia si sposa nel 1951 e avrà 4 figli. Ted prenderà come loro il cognome del patrigno, diventando definitivamente Theodore Robert Bundy.
Nonostante gli sforzi del buon Johnnie, Ted non si affezionerà mai al patrigno, vedendolo solo come il marito di sua sorella. Il patrigno cerca di coinvolgerlo nelle classiche attività padre-figlio americane: la pesca, il campeggio fuori porta, lo sport, ma non c'è niente da fare. Più sono grandi gli sforzi e più Ted si allontana emotivamente da Johnnie. Durante il corso degli anni questo sentimento si evolverà e Ted comincerà a preferire la compagnia di se stesso, diventerà negato nelle interazioni sociali con gli altri, tanto che, molto timido, a scuola sarà uno dei bersagli preferiti dei bulletti.
La svolta per Ted potrebbe arrivare con gli anni del Liceo, quando il ragazzino timido si trasforma in un giovane leader. Il giovane è cambiato, la sua personalità è mutata da introversa a dominante, ha cominciato a commettere piccoli furti senza provare nessun rimorso (cosa comune a tutti gli psicopatici che sono potenziali serial killer). La sua popolarità aumenta significativamente di giorno in giorno, viene considerato da tutti un tipo ben vestito e molto simpatico. Nonostante ciò, Ted raramente sta con gli altri, è molto più attratto dallo studio (ottimi i suoi voti) e dalle attività extra scolastiche come la politica e lo sci.
Un altro limite di Ted è che non riesce a portare a termine nessun progetto. Innumerevoli saranno i lavori da lui intrapresi, dal cameriere al lustrascarpe. I datori non lo considerano una persona affidabile e ogni lavoro finisce male.
La vita di Ted cambia improvvisamente tra il 1967 e il 1969, con l'arrivo dell'amore. Il giovane si infatua profondamente di una bellissima ragazza, Stephanie Brooks: ricca californiana di buona famiglia. Lui farà di tutto per farla innamorare quanto lui lo è di lei, ma le donne sanno essere molto crudeli. Stephanie si convince piano piano che Ted non ha un futuro o una meta prefissata, non ha il carattere per essere un buon marito, non è all'altezza per stare con lei.
Così malgrado gli sforzi del ragazzo, che per sorprenderla ottiene anche una borsa di studio in una prestigiosa Università Californiana, Stephanie raggiunta la laurea tronca ogni rapporto.
Ted non si riprenderà mai più da questo shock.
Nulla, incluso lo studio, avrà più un minimo interesse per lui. Ted abbandona tutto e cade in una profondissima depressione. Una fievole speranza gli apre uno spiraglio nel 1968: Bundy rintraccia la giovane, diventata per lui un'ossessione, ma lei lo respinge nuovamente.
E i colpi bassi non sono ancora finiti. Nel 1969 Ted entra in possesso di alcuni documenti del Vermont che gli aprono gli occhi sulle sue reali parentele. Scoprire a 23 anni che la propria sorella è in realtà la propria madre non deve essere molto bello, ma il comportamento di Bundy verso Louise non muterà di molto, cambierà nettamente però nei confronti del patrigno, ormai odiato profondamente.
A volte può succedere che ciò che la vita si è presa, alla fine te lo restituisca con gli interessi: la vita di Ted Bundy tra il 1969 e il 1973 è a dir poco perfetta.
Si re-iscrive all'Università, ai corsi di psicologia (senza molto successo) e legge. È amato da tutti i professori.
Si dedica finalmente alla politica ed entra nel comitato elettorale del partito repubblicano, prima come semplice volontario, poi come promessa del partito. Trova una ragazza madre, Elizabeth Kendall, che si innamora follemente di lui e che gli propone continuamente il matrimonio. Riceve una medaglia dalla polizia per aver salvato un bambino che stava affogando.
Infine, nel 1973, Ted riesce a portare a termine una vendetta premeditata da anni.
Durante un viaggio di lavoro in California, incontra nuovamente la sua vecchia ossessione, Stephanie Brooks. La ragazza è colpita dal cambiamento di Ted e si innamora di lui. Ted ne fa la sua amante, la fa innamorare sempre di più, fino a quando lei non gli chiede di unirsi in matrimonio. A questo punto, diabolicamente, Ted la lascia per sempre, sparendo come lei aveva fatto con lui cinque anni prima.
Compiuta la propria vendetta, Bundy precipita in una spirale di violenza senza pari.
Lynda Ann Healy, 21enne, era una giovane molto famosa. Bella, alta e magra, con capelli castani, un sorriso smagliante, laureata in psicologia, faceva l'annunciatrice radio per una località sciistica di Washington e la volontaria in un centro per bambini handicappati.
Il 1 febbraio 1974 Lynda svanisce nel nulla. I genitori non la ricevono a cena, al lavoro non si presenta, viene immediatamente richiesto l'intervento della polizia. Il letto non è stato fatto come suo solito, vengono trovate una goccia di sangue sul cuscino e una traccia di sperma sulla coperta, la porta che dà sul retro è aperta. Tutto ciò non basta a convincere la polizia sul fatto che sia avvenuto un atto violento e non vengono compiuti ulteriori rilevamenti.
Tra la primavera e l' estate dello stesso anno almeno cinque studentesse svaniscono improvvisamente e senza spiegazioni negli stati dello Utah, dell' Oregon e di Washington. Ogni caso è accomunato agli altri da diversi fattori: tutte le ragazze sono bianche, snelle, single, dai capelli lunghi con la riga in mezzo, portano pantaloni al momento della scomparsa, che avviene alla sera. In poche parole l'assassino colpisce qualsiasi ragazza che gli ricordi l'immagine di Stephanie Brooks.
Dagli interrogatori della polizia emerge che in occasione di ogni scomparsa, nei dintorni è stato avvistato uno sconosciuto, con un braccio o una gamba ingessati, che avvicina le ragazze chiedendo aiuto per trasportare libri o per montare sul suo maggiolino VolksWagen.
Il 17 giugno del 1974 la giovane Brenda Baker viene ritrovata morta in un parco. La causa della sua morte non può essere stabilita a causa dello stato pietoso del suo cadavere.
Ad agosto, nel parco del lago Sammamish, Stato di Washington, vengono rinvenuti i resti di alcune delle ragazze disperse. Sebbene i due corpi siano ridotti veramente male (sono presenti solo ciocche di capelli, cinque ossa della gamba, i crani ed un osso di mascella) la polizia riesce a identificare Janice Ott e Denise Naslund, scomparse il 14 luglio.
Il killer ha compiuto un grave errore avvicinando Janice durante un pic nic: come sempre ingessato, le ha chiesto aiuto per caricare la sua barca sul maggiolino, presentandosi con il suo vero nome, Ted. Delle persone lì vicino hanno ascoltato tutta la discussione e lo dicono subito agli investigatori.
La stessa sorte è toccata a Denise poche ore dopo. Le sue amiche non avevano voglia di aiutare quel ragazzo ingessato, ma Denise era sempre stata molto gentile...
Gli agenti brancolano disperatamente nel buio, nel frattempo Ted si sposta dallo stato di Washington allo stato dello Utah.
Midvale, il 18 ottobre 1974, Melissa Smith, figlia di un poliziotto locale, scompare nel nulla. Viene rinvenuta solo 9 giorni dopo, strangolata, sodomizzata e stuprata.
Non c'è un attimo di respiro, 13 giorni dopo Melissa, durante i festeggiamenti di Halloween, scompare anche la 17enne Laura Aime. Viene ritrovata morta il giorno del Ringraziamento, immersa in un fiumiciattolo sulle Wasatch Mountains. Aime è stata colpita più volte alla testa con una sbarra di ferro, quindi sodomizzata e stuprata. Sicuramente uccisa in altro luogo, poiché vicino al cadavere non viene trovata nessuna traccia di sangue e indizi utili. Sembrerebbe che le siano stati lavati i capelli.
Anche nello Utah le forze di polizia risalgono a un ragazzo, Ted, con un arto ingessato. Ma non hanno nessuna idea su chi possa essere.
Quando Elizabeth Kendall vede l'identikit disegnato su un giornale del potenziale assassino le viene un terribile sospetto. Tutto combacia: il maggiolino, le grucce ammucchiate nella camera di Bundy, il nome, il volto. Preoccupata la ragazza si mette in contatto diverse volte con la polizia di Seattle, fino a ottenere un confronto all'americana. Ma le foto che fornisce di Ted Bundy non convincono i testimoni oculari e la polizia abbandonerà per diversi anni quella pista, inserendo direttamente Ted Bundy nella lista delle "persone al di sopra di ogni sospetto".
L'assassino intanto continua a cambiare continuamente stato, convinto di eludere in questo modo l'intervento della polizia. Tanto che, in un delirio di onnipotenza, diventa sempre più sfacciato nell'abbordare le proprie vittime. Qualcuna sfuggirà al suo baldanzoso approccio e correrà dalla polizia a testimoniare contro di lui.
L'8 novembre 1974, in una libreria dello Utah, un uomo affascinante avvicina la 18enne Carol DaRonch. L'estraneo la mette in guardia: qualcuno ha tentato di intrufolarsi nella sua macchina e lui, gentilmente, si offre volontario per accompagnarla al parcheggio, a verificare che tutto sia a posto.
Arrivati alla macchina, l'uomo si presenta come l'Ufficiale Roseland, e anche se tutte le cose della ragazza sono al loro posto, pretende che lei lo segua alla sede centrale per stendere verbale. Carol si preoccupa, ha letto il giornale, sopratutto la spaventa il maggiolino del poliziotto e chiede di poter vedere il distintivo. Ted ovviamente ce ne ha uno finto e riesce a imbrogliarla di nuovo.
Fermata la macchina Bundy ammanetta la ragazza e la minaccia con una pistola per evitare che si metta a urlare. Carol è una ragazza tosta, comincia una colluttazione, alla fine della quale lei riesce a lanciarsi fuori dall'auto, stordendo il matto con un calcio nei genitali.
Da una goccia di sangue sulla giacca di Carol, la polizia riesce a estrarre il gruppo sanguigno di Bundy.
Nel frattempo, a poche ore e a pochi chilometri di distanza, presso il Liceo di Viewmont, Ted utilizza lo stesso trucchetto con Debby Kent, questa volta con successo. La ragazza non verrà mai trovata né viva né morta, sul luogo della scomparsa vengono invece scoperte le chiavi delle manette applicate a Carol. Testimoni ammettono di aver visto un maggiolino bianco allontanarsi dal Liceo. Se prima la presenza di un serial killer era solo un'idea, un sospetto, adesso è una terribile certezza.
Nel gennaio del 1975, Caryn Campbell, il suo fidanzato, il Dott. Raimond Gadowski, e i suoi due bambini, partono per un viaggio in Colorado. Caryn è molto felice di sfruttare il seminario del fidanzato per godersi una vacanza. Una delle tante sere di ozio, il 12 gennaio, la donna si rende conto di aver dimenticato un giornale nella stanza d'albergo e torna a prenderlo. Il fidanzato e i bambini attenderanno invano il suo ritorno.
Il corpo viene ritrovato soltanto un mese dopo, ad alcune miglia di distanza, nudo sul ciglio della strada. Animali selvatici hanno devastato il corpo della donna, rendendo impossibile risalire alle cause della morte, anche se sono evidenti delle fratture alla testa.
Nello stesso periodo vengono rinvenuti nello Utah e nello stato di Washington i cadaveri di ragazze scomparse durante il 1974, mentre nel Colorado saranno ben cinque le ragazze scomparse dopo Caryn Campbell.
Ted Bundy si sta dando da fare, con una follia e una violenza crescenti.
Il 16 agosto 1975, il Sergente Bob Hayward sta pattugliando la contea di Salt Lake quando viene attratto da un maggiolino sconosciuto che, avvistatolo, fugge via ad alta velocità e a fari spenti. Con l'aiuto di rinforzi Hayward insegue e ferma l'auto. Ted Bundy consegna i documenti e si prepara a pagare una multa, però l'assenza del sedile passeggero insospettisce non poco gli agenti. Perquisita l'auto, vengono trovati una sbarra di ferro, una fune, una maschera da sci, manette e un rompighiaccio. Ted viene arrestato per sospetto furto con scasso.
Una volta condotto in centrale, non ci vuole molto a collegare il sospetto con l'assalitore di Carol DaRonch, e magari con l'omicida di Melissa Smith, Laura Aime e Debby Kent. Viene organizzato un nuovo confronto all'americana con i testimoni oculari.
Il 2 ottobre 1975, Carol DaRonch, il direttore del Liceo di Viewmont ed un amico di Debby Kent vengono messi davanti a sette uomini, uno dei quali è Bundy.
Carol lo riconosce immediatamente. Nonostante la sua insistente dichiarazione di innocenza, Bundy viene messo in fermo, intanto che le investigazioni su di lui si fanno più accurate.
Vengono interrogate le "sue" due donne: Elisabeth e Stephanie. Le due non sapevano dell'esistenza reciproca. Nessun alibi viene fornito per Ted Bundy, al contrario, si delinea un profilo psicologico inquietante. Elisabeth confessa che nel sesso Ted è diventato molto violento e ha solo fantasie di dominazione, Stephanie dichiara che l'uomo porta spesso con sé una accetta. Un amico di lei infine ricorda di aver visto Bundy girare con il braccio ingessato. Nessun ospedale però conferma di aver mai ingessato l'uomo.
Il 23 febbraio 1976, Ted Bundy si presenta in tribunale, fiducioso e tranquillo. Convinto di essere dichiarato innocente poiché non ci sono abbastanza prove per accusarlo dei suoi delitti. C'è solo Carol DaRonch. E la ragazzina lo incastra: Bundy, riconosciuto in un altro confronto, viene dichiarato colpevole di rapimento aggravato e il 30 giugno viene condannato a 15 anni di prigione.
Mentre in prigione Ted viene studiato a fondo dagli psicologi, fuori dal carcere l'FBI comincia a cercare un modo per imputargli anche gli omicidi di Caryn Campbell e Melissa Smith.
Una svolta avviene quando nella sua auto vengono rinvenuti i capelli della ragazza. Dopo alcune analisi si arriva alla conclusione che anche la sbarra di ferro di Bundy coincide con le ferite trovate sul cranio della Campbell.
Nell'aprile del 1977, Ted Bundy è trasferito alla Garfield Prison in Colorado, in attesa di venir giudicato per l'omicidio di Caryn Campbell. Infuriato con il proprio avvocato, Bundy lo licenzia e decide che d'ora in avanti si sarebbe difeso da solo, dall'alto dei suoi studi in legge. Per poter studiare una linea difensiva, Bundy ottiene la concessione di entrare nella biblioteca del palazzo di giustizia di Tremola. Proprio da una finestra lasciata aperta nella afosa biblioteca, il 7 giugno, Bundy evade.
150 agenti sono subito alle sue spalle, muniti di cani poliziotto, ma Ted riesce lo stesso ad eluderli. Non è ammanettato e non ha una divisa da carcerato, perciò la gente per strada non lo riconosce né si preoccupa della sua presenza.
Alla fine riesce a rubare una macchina ma non riesce a uscire dalla città. Viene fermato al primo posto di blocco e messo di nuovo agli arresti.
Ma il 30 dicembre Ted Bundy riesce nuovamente ad evadere, tramite un'apertura nel soffitto della propria cella. Questa volta la polizia se ne accorge solo 15 ore dopo, quando è troppo tardi: Bundy è già arrivato a Chicago, pronto a dirigersi verso la Florida.
È il 1978, Ted vive a Tallahasee in Florida. Con il nome di Chris Hagen ha finalmente ritrovato la propria libertà e si è costruito una nuova vita. Nessuno qui sospetta del suo passato.
La sua è una vita da eremita, ogni tanto si reca all'Università vicina a casa per seguire di nascosto qualche conferenza o qualche lezione. Nel suo appartamento c'è solo merce rubata, cibo compreso.
Sabato sera, 14 gennaio 1978.
Alcune sorelle "Chi Omega", rimangono alla sede della confraternita. Le altre, invece vanno per locali fino a tardi. Per le poche rimaste la notte del 14 gennaio '78 sarà un incubo.
Nita Neary torna alla comunità solo alle 3 di mattina, riaccompagnata dal fidanzato. Appena entrata sente dei rumori dal piano di sopra e decide di nascondersi: un uomo vestito con un maglione e con un copricapo blu scappa davanti ai suoi occhi, correndo giù per le scale e scomparendo nella notte.
Il primo pensiero di Nita è che c'è stato un furto, così si dirige al piano superiore per svegliare le amiche. Si unisce a lei la sua compagna di stanza Nancy, e insieme le due decidono di ispezionare tutta la casa. Nel salotto trovano due ragazze, Katy e Karen, in una pozza di sangue, entrambe hanno profonde ferite alla testa. Viene chiamata la polizia.
Gli agenti trovano altri due cadaveri. Qualcuno ha aggredito le ragazze mentre dormivano. Lisa Levy è stata la prima a subire l'aggressione, colpita alla testa con un ramo, stuprata e strangolata. Morsi profondi le sono stati inferti alle natiche e a un capezzolo, praticamente troncato via dal corpo. Nella vagina le è stata lasciata una bomboletta spray.
Margaret Bowman invece è morta senza subire violenze sessuali o morsi, strangolata con un elastico delle mutande e con il cranio colpito talmente forte da farne fuoriuscire della materia celebrale.
Mentre gli investigatori raccolgono indizi nella casa delle Chi Omega, in un'altra casa di studenti, a meno di un miglio di distanza, dei rumori provenienti dalla stanza di Cheryl L. svegliano le sue amiche. Preoccupate chiamano anch'esse la polizia che interviene immediatamente: Cheryl è ancora viva, anche se ha rimediato delle gravi fratture alla testa. In terra giace una maschera da sci.
Sperma, impronte, sangue, segni di morsi e capelli nella maschera da sci. La polizia in questa notte di follia ha raccolto un sacco di prove, ma Ted Bundy per loro non è mai esistito, e non hanno nessun sospetto da poter confrontare con gli indizi raccolti.
Il 9 febbraio 1978, la centrale di polizia riceve una telefonata angosciata dai genitori di Kimberly Leach, 12 anni. La figlioletta è scomparsa da un giorno e i genitori sono ormai in preda all'isteria.
Una amichetta di Kimberly, Priscilla, dice di aver visto la ragazzina salire a bordo del furgoncino di uno sconosciuto che si era spacciato per un vigile del fuoco. Ma purtroppo non riesce a ricordare né il modello del furgone bianco né il volto dello sconosciuto.
Solo 8 settimane dopo le massicce squadre di ricerca ritroveranno il cadavere di Kimberly, nella Contea di Suwannee, Florida. Il corpo della giovane ragazza è in fase di decomposizione troppo avanzata, praticamente mummificato, e non può fornire nessuna informazione utile agli investigatori.
Una ragazza di 14 anni si mette in comunicazione con i detective, raccontando di essere stata anch'essa avvicinata da un uomo in furgoncino, che diceva di essere un vigile del fuoco. Solo l'intervento del fratello l'aveva salvata da una terribile fine. Si cominciano a stendere gli identikit.
Sentendosi nuovamente braccato Bundy butta tutte le sue cose, abbandona il furgone e la casa, ruba un'auto e tenta la fuga verso un'altra cittadina della Florida: Pensacola.
Così come era successo 3 anni prima, un agente, David Lee, nota la macchina sconosciuta e decide di inseguirla per effettuare un controllo di routine. È il 15 febbraio 1978.
Così come era successo 3 anni prima Bundy tenta di seminare l'agente ma viene raggiunto e arrestato. La colluttazione che anticipa l'arresto è piuttosto strana: Ted assale il poliziotto, poi si getta a terra strillando, fingendo di essere stato colpito da uno sparo. L'agente rimane sbalordito da tale reazione, Bundy ne approfitta e lo aggredisce da terra, cercando di sfruttare l'effetto sorpresa. Per sua sfortuna, David Lee è un agente massiccio e molto forte che alla fine avrà la meglio su di lui.
Ted Bundy è nuovamente nelle mani della giustizia.
Durante il periodo di fermo, si cerca di raccogliere prove che possano condannare una volta per tutte Bundy. Si indaga soprattutto sugli omicidi di Kimberly Leach e delle ragazze Chi Omega. In Florida c'è la pena di morte.
Il processo a Theodore Robert Bundy si protrae dal 1979 al 1980, in Florida. Altissima è l'attenzione dei media su di esso: Bundy è sospettato di ben 36 omicidi, viene additato come il diavolo, come uno dei più terribili assassini al mondo.
Fiducioso delle proprie abilità, Ted si difende ancora da solo e compie diversi giochetti per cercare di far cambiare la giuria e il giudice, a suo dire troppo parziali, ma non otterrà mai nulla di buono. Nonostante le sue continue dichiarazioni di innocenza e malgrado una commovente deposizione della madre di Ted, durante la quale finiranno entrambi in lacrime, tutte le prove, soprattutto le impronte dentarie sui cadaveri, sono contro Bundy e la sentenza sembra scontata.
Si tenta anche la classica via dell'incapacità di intendere e volere, tuttavia anche questo tentativo fallisce miseramente.
Bundy ne sa una più del diavolo e il l 7 febbraio 1980, proprio prima della sentenza, decide di giocarsi l'ultima carta: chiede a uno dei testimoni, Carol Ann Boone di sposarlo. Esiste infatti in Florida una legge che rende valida una dichiarazione di matrimonio tenuta, sotto giuramento, davanti a degli ufficiali di corte. Carol accetta, ma il matrimonio non basta certo a impietosire la giuria.
Sette ore dopo il giudice esce dalla camera di consiglio ed emette la sentenza: Colpevole.
"È stabilito che siate messo a morte per mezzo della corrente elettrica, che tale corrente sia passata attraverso il vostro corpo fino alla morte. Prendetevi cura di voi stesso, giovane uomo. Ve lo dico sinceramente: prendetevi cura di voi stesso. È una tragedia per questa corte vedere una tale totale assenza di umanità come quella che ho visto in questo tribunale. Siete un giovane brillante uomo. Avreste potuto essere un buon avvocato e avrei voluto vedervi in azione davanti a me, ma voi siete venuto nel modo sbagliato. Prendetevi cura di voi stesso. Non ho nessun malanimo contro di voi. Voglio che lo sappiate. Prendetevi cura di voi stesso." (Giudice Edward Cowart)
Tra il 1982 e il 1986, tramite appelli, ricorsi e abili mosse legali, Bundy riesce a evitare per ben due volte l'esecuzione capitale. Nel 1982, durante una visita coniugale, mette incinta la moglie. In seguito non la vedrà mai più.
Negli anni successivi, si è tenuto in contatto epistolare con Ann Rule permettendole di scrivere il libro di cui sopra, ed ha aiutato la polizia nelle indagini sul serial killer di Green River, Gary Ridgway.
Il 17 gennaio 1989 viene per l'ultima volta fissata la data della esecuzione di Theodore Robert Bundy. Gli inquirenti hanno chiesto ai famigliari di alcune vittime se volessero aspettare ancora un po', visto che i delitti dei loro cari non erano stati ancora riconosciuti come opera di Bundy, ma la risposta comune è stata "sopprimitelo senza indugi".
Alle 7,06 del 24 gennaio 1989, Theodore Robert Bundy è stato giustiziato con una scarica di oltre 2000 volt, che ha attraversato il suo corpo fino alle 7,16 del mattino, ora in cui è stato dichiarato il decesso. Con una procedura inconsueta, le ceneri del suo corpo sono state sparse sulle Taylor Mountains, lo stesso luogo in cui molte delle sue vittime sono state ritrovate a pezzi.

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