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martedì 23 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 maggio.
Come riporta una lapide murata fuori dall'abside maggiore, il 23 maggio 1099 è la data in cui viene fondato il Duomo di Modena.
Nel 1099 in tutta l'Europa stanno sorgendo cattedrali magnifiche, come altrettante colonne miliari della fede cristiana. Anche a Modena si avvertono gli effetti di quel fervore, artistico e religioso insieme. Il tempio, che custodisce da secoli la tomba del Santo Vescovo Geminiano, doveva essere ricostruito. I rappresentanti di tutte le classi sociali, riuniti in assemblea plenaria, decidono ad una voce di rinnovare, riedificare ed elevare il tempio del Santo Patrono. La devozione dei modenesi a S.Geminiano, il loro secondo Vescovo, vissuto dal 312 al 397, è quindi all'origine del Duomo, costruito come «domus clari Geminiani», casa dell'insigne Geminiano, e dedicato alla Madre di Dio Incoronata. Come è scritto in un prezioso codice dell'archivio capitolare, è trovato provvidenzialmente Lanfranco, artista mirabile e architetto straordinario. I lavori si iniziano sotto la sua direzione il 23 maggio 1099. Tutto il popolo è impegnato nella grande impresa. La prima pietra è posta il 9 giugno 1099. Insieme con Lanfranco lavora il grande lapicida Wiligelmo, che abbellisce con le sue sculture il tempio, in costruzione negli anni 1099-1106.
L'atto di fondazione del Duomo è scolpito da Wiligelmo stesso in una celebre epigrafe tra il Patriarca antidiluviano Enoch e il Profeta Elia, posta sulla facciata. In fondo alla medesima lapide è aggiunta in seguito l'elogia di Wiligelmo. In un'altra iscrizione, situata all'esterno dell'abside centrale, i Modenesi si professano debitori a Lanfranco del loro duomo. Il 30 aprile 1106, a lavori molto progrediti, avviene la traslazione solenne del corpo di S.Geminiano nella cripta della nuova Cattedrale. Il 7 e l'8 ottobre del medesimo anno, alla presenza della Contessa Matilde di Canossa, di Cardinali, Vescovi, ecclesiastici e di una grande folla esultante, il Papa Pasquale II compie la ricognizione dei resti di S.Geminiano e consacra l'altare. Ottantacinque anni dopo la posa della prima pietra, la costruzione del Duomo può dirsi terminata. Il Papa Lucio III lo consacra il 12 luglio 1184, dinanzi a dieci Cardinali e cinque Vescovi. Anche di quella data e di quell'evento storico è fatta memoria in una lunga iscrizione, scolpita sui blocchi di pietra del fianco meridionale del Duomo.
Dal XIV al XVII secolo l'interno subisce cambiamenti, secondo i gusti del tempo. Nel 1852 cominciano i lavori sistematici di restauro; dal 1914 al 1921 l'edificio è ricondotto alle linee presumibili del XIII secolo.
Nel 1955, ricorrendo l'850° anniversario della traslazione del corpo di S.Geminiano, è restaurata la cripta ed eseguita la terza ricognizione dei resti del Patrono, la cui tomba è riportata allo stato primitivo. Il restauro della facciata e delle sculture di Wiligelmo occupa gli anni dal 1973 al 1984.
In occasione dell'VIII centenario della Dedicazione del Duomo (1184-1984), la stupenda facciata mostra finalmente l'arte di Lanfranco, di Wiligelmo, dei Maestri Campionesi in tutto il suo splendore.
Da ultimo, negli anni 1986-1988 sono restaurate le sculture campionesi sul pontile, all'interno.


lunedì 22 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 maggio.
Il 22 maggio 1980 esce per mano della Namco il videogioco Pac-man.
Ha spopolato durante gli anni Ottanta. Ha avuto innumerevoli tentativi di imitazione. E' diventato un'icona, rappresentante dell'intero settore dell'industria dei videogiochi. Partorito dalla mente del programmatore giapponese recentemente scomparso Tohru Iwatani, allora dipendente della Namco, Pac-Man è un videogioco che ha fatto la storia.
L'origine di Pac-Man è molto curiosa, Tohru Iwatani ebbe infatti l'ispirazione durante una cena con degli amici guardando una pizza a cui era stata tolta una fetta. Dopo poco più di un anno da quella pizza, un team di sviluppo di otto persone tra sviluppatori e tenici hardware diede alla luce il primo Pac-Man.
Pac-Man compare nelle sale sotto forma di gioco arcade nel 1980. La diffusione e insieme la popolarità in pochi anni raggiungono livelli altissimi; Namco si dedica alla produzione del software in varie versioni, per la quasi totalità delle console e dei computer. Dal 1980 al 1987 l'azienda Namco realizza più di 300 mila macchine, vendendo nel contempo un numero imprecisato di milioni di pupazzi e gadget vari.
Con il successo del videogioco anche la sua storia software si è evoluta. Le prime versioni infatti peccavano di prevedibilità: i fantasmini, acerrimi nemici di Pac-Man, seguivano uno schema fisso di movimenti, tanto che per il giocatore risultava eccessivamente facile risolvere la partita. Con le versioni successive allora i programmatori hanno inserito degli schemi aleatori per i movimenti dei quattro fantasmi, creando inoltre una personalità per ognuno di loro.
La misura del successo di Pac-Man si nota anche in campo televisivo, dove gli storici produttori statunitensi Hanna & Barbera danno vita a una serie di cartoni animati con Pac-Man come protagonista.
La diffusione del gioco nelle case private parte nel marzo del 1982 quando Atari inizia la conversione di Pac-Man per la sua console. L'operazione si rivela un insuccesso per Atari, che investe molti soldi per i diritti senza riuscire a recuperarli. Le cause sono molteplici, la principale è il notevole abbassamento della qualità del gioco causato dall'adattamento del software. Ciò non ferma la popolarità di Pac-Man che verrà riproposto per ogni tipo di console o dispositivo anche nei decenni successivi.
Si contano a centinaia i giochi che hanno riproposto Pac-Man come protagonista o come semplice comparsa al loro interno, così come i cloni realizzati soltanto per sfruttare i vantaggi commerciali derivati dall'immagine del già famoso Pac-Man.
Conosciuto in Giappone come Puckman, termine che significa "chiudere e aprire la bocca", il nome è stato cambiato in Pac-Man per la commercializzazione negli USA. In Brasile il gioco viene chiamato dai ragazzi Come-Come, che significa "mangia-mangia". In Spagna si chiama Comecocos, "mangia fantasmi".

domenica 21 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 maggio.
Il 21 maggio 1937 l'Italia si macchia di un delitto orribile quanto dimenticato: il massacro in Etiopia dei religiosi del monastero di Debre Libanos.
Il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba, il generale Graziani organizzò una grande festa per onorare la nascita dell’erede al trono di casa Savoia.
Invitò un certo numero di notabili del luogo e qualche centinaio di poveri a cui aveva promesso una congrua elemosina. Mentre erano in corso i festeggiamenti, alcuni etiopi che si erano nascosti tra la folla, lanciarono delle granate verso la tribuna delle autorità. Il risultato di tale attentato fu di sette morti e di cinquanta feriti tra i quali, in modo lieve, persino il viceré Rodolfo Graziani. A questo episodio, seguì una feroce rappresaglia da parte degli italiani.
Il monastero di Debre Libanos, fondato nel XIII secolo da S. Tekle Haymanot, era situato a 90 chilometri da Addis Abeba, nella parte settentrionale dello Scioa, all’epoca dell’attentato a graziani teatro di aspri combattimenti da parte della resistenza etiopica. Oltre ad essere meta di pellegrinaggi, era il più autorevole centro di insegnamento teologico del paese, e godeva di legami assai stretti con il notabilato amhara, al governo con Hayla Sellase, oltre che con l’abuna Petros, vescovo del Wallo e fiero oppositore dell’invasione italiana.
Nel corso delle indagini sommarie e febbrili successive all’attentato, e sulla base di sospetti mai provati, si dà corpo tra l’altro alla tesi del coinvolgimento del monastero in un piano insurrezionale di cui l’attentato rappresenterebbe il momento scatenante. Il monastero viene inoltre accusato di aver offerto ospitalità ai due attentatori, che lì si sarebbero anche esercitati nel lancio delle bombe nei giorni precedenti l’attentato, ritornandovi subito dopo, come prima tappa dopo la fuga da Addis Abeba.
In effetti dal 1881 il monastero godeva di una sorta di extraterritorialità giudiziaria -essendo stato autorizzato ad accogliere fuggitivi, inclusi ladri ed assassini, e dar loro asilo – circostanza che renderebbe ragione della presenza dei due attentatori a Dabra Libanos. Tuttavia va sottolineato come all’epoca dei fatti non esistesse alcuna prova, al di fuori delle ricostruzioni dei servizi di polizia politica italiana, peraltro screditati dalla loro incapacità di prevedere l’attentato, che Abraha Daboch e Mogas Asgadom, i due eritrei ritenuti responsabili dell’attentato al viceré, avessero soggiornato – assieme ad altri che si considerano colpevoli – presso il monastero, né soprattutto che le complicità nell’attentato includessero l’intera comunità dei monaci.
In realtà è proprio il monastero, già guardato con sospetto, il vero obiettivo di Graziani che attraverso di esso intende colpire la chiesa copta nel suo complesso e, più in generale, l’aristocrazia tradizionale etiopica – in particolare quella amhara – per costringere entrambi alla collaborazione. “Non si sarebbe potuta avere opportunità migliore per sbarazzarci di loro”, afferma infatti il 1° marzo in un telegramma al generale Nasi, ordinandogli di fucilare tutti i notabili (e i loro seguaci) fatti prigionieri, assieme a quanti si sono costituiti.
Dopo il fallimento di un primo attacco al monastero nella notte del 22 febbraio, in cui molti dei religiosi riescono a mettersi in salvo, il secondo tentativo è pianificato con cura scrupolosa. Viene scelta, non a caso, la data del 20 maggio (12 Genbot), festa di S. Mikael e ricorrenza della traslazione delle spoglie di S. Tekle Haymanot; data rilevante nel calendario religioso etiopico e la più importante fra le festività celebrate dal monastero, che per tale ragione avrebbe accolto un numero considerevole di persone, peraltro richiamate anche dall’offerta di doni promessa per quel giorno particolare dalle autorità fasciste a coloro che avessero preso parte alle celebrazioni.
Le operazioni contro il monastero vengono dirette dal generale Pietro Maletti al quale il viceré non aveva mancato di far presente in un foglio di istruzioni telegrafato il 7 aprile che “[...] più vostra signoria distruggerà nello Scioa e più acquisterà benemerenze nei riguardi pacificazione territorio impero”.
In aggiunta ai carabinieri già presenti, e ad altri fatti confluire da Dabra Berhan, Maletti concentra nella zona tre battaglioni di truppe coloniali che il 18 maggio costringono i religiosi, i visitatori e i pellegrini all’interno della chiesa, sigillandone i portali. Il 19 maggio i prigionieri vengono interrogati, sommariamente identificati e la gran parte di essi caricata su camion diretti a Chagel, una località poco distante, dove il giorno successivo sono raggiunti da altri prigionieri fatti tra i visitatori nel frattempo giunti a Debre Libanos.
Il 20 maggio coloro che sono stati lasciati al monastero, per lo più ammalati e disabili, vengono uccisi sul posto. Il giorno 21, dopo aver provveduto a ‘selezionare’ fra i prigionieri di Chagel quelli apparentemente identificabili come religiosi (uno dei criteri sembra sia stato anche quello relativo all’uso o al possesso di un copricapo, come nella tradizione del clero copto), i prigionieri così individuati vengono caricati su camion e trasportati a Laga Wolde, una piana disabitata e ben protetta alla vista da colline, scelta per l’operazione. La località risponde infatti alla necessità di evitare testimoni che possano, da un lato, considerare i giustiziati come martiri e, dall’altro, essere fonte di notizie per la stampa estera, pronta a denunciare i massacri perpetrati dagli italiani. Una indiretta conferma alla decisione di evitare pericolose pubblicità è nelle pagine del diario segreto di Ciro Poggiali che il 1° giugno annota, a proposito di altre sommarie esecuzioni, che “[...] non si sono potute eseguire le fucilazioni coram populo perché i condannati danno esempi superlativamente eroici di coraggio e di dedizione alla causa abissina, e questa sarebbe stata una pericolosa propaganda contro di noi”. Del resto lo stesso Graziani, in un telegramma del 19 marzo, aveva provveduto a fornire a Lessona assicurazioni che: ” [...] le esecuzioni ordinate in conseguenza del noto attentato vengono fatte in località appartate e che nessuno, dico nessuno, può assistervi”.
Così a Laga Wolde i camion dei ‘condannati’ giungono a intervalli regolari scaricando i prigionieri che vengono subito passati per le armi dagli ascari. L’operazione dura l’intero pomeriggio. A esecuzione conclusa Graziani può telegrafare a Lessona comunicando di aver “destinato al plotone di esecuzione 297 monaci, incluso il vicepriore, e 23 laici sospetti di connivenza”, aggiungendo anche: “sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale d’ordine che verranno tradotti e trattenuti nelle chiese di Dabra Berhan”. Tuttavia qualche giorno dopo Graziani ingiunge a Maletti di “passare immediatamente per le armi tutti i diaconi” col pretesto di aver avuto conferma della “piena responsabilità del convento di Debrà Libanòs”. Qualche giorno dopo comunica a Roma di aver giustiziato 129 diaconi: ” [...] sono rimasti così in vita [aggiunge] solo trenta ragazzi seminaristi che sono stati rinviati alle loro case di origine nei vari paesi dello Scioa. In tal modo del convento di Debrà Libanòs [...] non rimane più traccia”.
Solo di recente un’indagine condotta negli anni Novanta da Ian Campbell e Degife Gabre-Tsadik ha consentito di gettare qualche luce in più sulla strage di Debre Libanos, accertandone tra l’altro, anche se per inevitabile approssimazione, l’entità. Stando alla loro ricostruzione dei fatti, a Laga Wolde sono state massacrate in realtà tra le 1.000 e le 1.600 persone.
Del gruppo di diaconi, pellegrini, insegnanti e studenti di teologia, non inclusi nella prima ‘selezione’ effettuata a Chagel, circa 400 (e non 129 come affermato da Graziani) vengono giustiziati a Dabra Berhan. Quanto alla sorte dei “trenta ragazzi seminaristi rinviati alle loro case”, questi, in realtà, sono deportati nel lager di Danane, assieme ad altri 94 monaci dei conventi di Assabot e Zuquala chiusi, con la chiesa di Ekka Micael di Addis Abeba, nei giorni successivi.
Alla luce dei fatti accertati la decisione di Graziani di sottostimare nei suoi rapporti a Roma l’entità delle esecuzioni e tacerne una parte, viene ricondotta alla consapevolezza che egli evidentemente ha di agire con una spietatezza che persino a Roma rischia di essere giudicata eccessiva, e soprattutto controproducente, non facendo che alimentare, esasperandola, la rivolta etiopica all’occupazione fascista. Per questa ragione, in occasione dello sterminio della comunità di Debre Libanos, il viceré, da un lato, tace a Roma la reale dimensione delle esecuzioni e, dall’altro, si sforza di fornire assicurazioni sulla colpevolezza dei condannati, evitando ogni riferimento ai pellegrini, agli insegnanti, ai semplici visitatori, pure eliminati, il cui coinvolgimento nell’attentato sarebbe stato effettivamente impossibile da provare.
I timori del viceré non sono infondati. Di lì a qualche mese sarà sollevato dall’incarico e richiamato dall’Etiopia.
Nel dopoguerra, nonostante le richieste etiopiche, nessun italiano venne mai punito per questi e per altri massacri, favorendo la rimozione dalla memoria collettiva dei crimini compiuti dagli italiani durante le guerre fasciste.

sabato 20 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 maggio.
Il 20 maggio 1999, alle 8.30 circa in Via Salaria, viene ucciso Massimo D'Antona, giurista e docente universitario. Un omicidio apparentemente inspiegabile ed imprevedibile. Docente di Diritto del Lavoro a Roma, è soprattutto conosciuto come il consulente dell'allora Ministro Antonio Bassolino.
Poche ore dopo, arriva la rivendicazione, 14 pagine stampate fronte retro, con la stella a cinque punte e il gergo criptico e oscuro tipico delle Nuove brigate Rosse.
"La nostra organizzazione ha individuato il ruolo politico-operativo svolto da Massimo D'Antona ne ha identificato la centralità e, in riferimento al legame tra nodi centrali dello scontro e rapporti di forza e politici generali tra le classi ha rilanciato l'offensiva combattente."
I brigatisti Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, in attesa dentro un furgone Nissan, scendono e lo apostrofano. Secondo la deposizione di Cinzia Banelli, fu Galesi, armato di una pistola automatica calibro 9x19 senza silenziatore, a far fuoco su D'Antona, svuotando i 9 colpi del caricatore sul professore e infliggendogli il colpo di grazia al cuore. I due si danno poi alla fuga, e poco dopo arrivano i soccorsi: D'Antona viene immediatamente portato al Policlinico Umberto I ma inutile: il medico dichiara nel certificato di morte che l'uomo si è spento alle 9.30 di mattina.
Qui il racconto della moglie di Massimo D'Antona che dice: "Mi chiedevo da che parte potesse venire quell'aggressione, perchè io non avevo idea. Sgomento si. Il senso di perdita era il sentimento prevalente. Ci tenevano sotto controllo da parecchi giorni"
E ancora: "Era un intellettuale, un lavoratore, attraverso la consultazione delle parti sociali cui cercava soluzioni possibili, concrete, realizzabili...per questo lo hanno ucciso". Era un lottatore, un uomo di sinistra, stimatissimo dai suoi colleghi, convinto che la modernizzazione dello Stato e delle amministrazioni pubbliche non è un terreno di scontro politico.
Dopo anni d'indagini l'8 luglio 2005 arriva il verdetto da parte della Corte d'Assise di Roma: ergastolo per Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma; Federica Saraceni viene assolta dall'accusa di concorso nell'omicidio, ma condannata a 4 anni e 8 mesi perché ritenuta responsabile di associazione sovversiva. Quattro le assoluzioni: Alessandro Costa e Roberto Badel non sono stati ritenuti colpevoli di banda armata; i fratelli Maurizio e Fabio Viscido sono stati prosciolti dall'accusa di banda armata. Per Costa e Badel è stata disposta la scarcerazione dal presidente della Corte.
Il 20 maggio 2009, a dieci anni dalla morte di D'Antona, al Senato della Repubblica il Ministro Schifani pronunciava queste parole: "Onorevoli colleghi [...] oggi che quegli assassini sono assicurati alla giustizia, il nostro "sforzo costante per coltivare ed onorare la memoria delle loro vittime" secondo le parole pronunciate dal Capo dello Stato in occasione della giornata della memoria, ci impone non soltanto di ricordare, come stiamo facendo quest'oggi, ma di rendere viva la memoria facendo sì che i valori e le idee di Massimo D'Antona siano ancora presenti in tutti gli sforzi compiuti da maggioranza ed opposizione e dalle forze sociali più attente e responsabili - ciascuno nel proprio ruolo - per costruire un mondo del lavoro più moderno e più giusto. Rivolgo perciò, certo di interpretare la volontà dell'intera Assemblea alla moglie Olga D'Antona, a sua figlia Valentina, a tutti i lavoratori che hanno perso con lui un vero difensore, un saluto commosso, nel nome della nostra più profonda vicinanza e solidarietà umana."

venerdì 19 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 maggio.
Il 19 maggio 1880 nasce Ataturk, che porterà la Turchia alla indipendenza  dall'Impero Ottomano.
Kemal Ataturk (conosciuto anche con i nomi di Gazi Mustafa Kemal, Mustafa Kemal pascià e Mustafa Kemal) nasce a Salonicco (importante centro ebraico) il 19 maggio 1880, quando la città fa ancora parte dei possedimenti ottomani. L'impero ottomano a quei tempi è decisamente cosmopolita, con due milioni di greci, dodici milioni di musulmani, più di un milione di armeni, 200mila ebrei e un milione di bulgari: proprio cavalcando un estremo nazionalismo, lontano dal sentimento religioso, Ataturk riuscirà a creare un nuovo Stato.
Da bambino, Kamal deve fare i conti con gli scontri tra la madre, donna che vive sulla base di tradizioni superate, e il padre, decisamente più aperto al mondo. Dal padre introietta l'idea di un'autorità priva di carattere, mentre dalla madre l'idea di una Turchia vecchia, che deve essere oltrepassata, anche se amata. La famiglia di Mustafa, per altro, è spesso colpita da gravi lutti: dei suoi cinque fratelli, Fatma (nata nel 1872), Ahmet (nato nel 1874) e Omer (nato nel 1875) muoiono in tenera età per colpa della difterite, e anche Naciye (nata nel 1889) scompare a soli dodici anni a causa della tubercolosi.
Nel 1899 Ataturk si iscrive alla Scuola di guerra di Istanbul, avamposto occidentalista in territorio ottomano, dove ufficiali intermedi e giovani studenti mostrano una grande ammirazione per la Francia e per la tecnologia all'avanguardia della Germania, nazione dalla quale intendono prendere spunto per riorganizzare l'esercito. In seguito, diventato ufficiale di Stato maggiore, Ataturk nel 1904 viene spedito a Damasco, in Siria, dove si fa apprezzare per la tenacia messa in campo per riportare all'ordine le popolazioni arabe in rivolta, e per la creazione di "Patria e libertà", una piccola società segreta che ben presto entra in contatto con il Comitato Unione e Progresso, la centrale che si oppone apertamente al sultanato a Salonicco. In quegli anni, in ogni caso, Ataturk non è ancora un'autorità nel Comitato.
Nel 1909, la rivoluzione dei Giovani turchi porta alla destituzione del vecchio sultano e alla nomina di uno nuovo, Maometto V: Kemal, però, non è ancora uno dei leader del movimento. In quel periodo, tuttavia, inizia a maturare personalmente i caratteri principali delle sue idee politiche, tra l'estraneità dell'esercito alla politica e la laicità dello Stato. Tuttavia i suoi propositi non possono ancora essere messi in pratica, anche perché egli si trova lontano dalla Turchia: nel 1911 fa parte di un corpo di volontari che in Libia combatte contro gli Italiani; più tardi si sposta in Tracia, per affrontare nelle guerre balcaniche i bulgari. La sua consacrazione definitiva, dunque, avviene solo in occasione della Prima Guerra Mondiale. Egli, infatti, si rivela un capo militare vittorioso nella difesa di Gallipoli, aggredita dalle truppe inglesi per quasi un anno, tra l'aprile del 1915 e il febbraio del 1916. Ataturk dunque diventa l'eroe dei Dardanelli, colui che dà il via, da eroe, al riscatto nazionale turco. Kemal, promosso generale di Brigata, si appresta a conquistare il potere.
Dopo aver ottenuto condizioni di armistizio convenienti, emana la circolare di Amaysa nella notte del 21 giugno del 1919. Attraverso questa circolare egli, contando sul sostegno delle differenti anime del nazionalismo, dichiara che il governo di Istanbul non è in grado di affrontare la crisi che sta attraversando il Paese, e di conseguenza dà vita a un contropotere che si attiva nell'Anatolia centrale. Così, mentre la capitale viene occupata dalle truppe alleate, i capi nazionalisti vengono arrestati, e Ataturk tratta con la Russia per provare a rendere più stabili i confini orientali: la Georgia viene ceduta ai Russi, mentre l'Armenia rimane possesso turco. Eliminata la sinistra di opposizione nel governo, Ataturk batte l'esercito greco in occasione della vittoria del Sakarya; ciò non implica, però, la conclusione della guerra.
Ataturk fino al 1922 ricopre il ruolo di dittatore della Turchia, oltre che di comandante in capo, e così stronca ogni tentativo di dissenso, sia esso ispirato alle posizioni conservatrici di latifondisti e notabili, sia esso derivante dall'internazionalismo comunista. Mentre i Greci lasciano l'avamposto di Smirne e il territorio turco, tra i due Paesi - Grecia e Turchia - si arriva a un accordo per portare 500mila musulmani e turchi dalla Grecia in Turchia, e un milione e mezzo di ortodossi e greci dall'Anatolia alla Grecia. Il leader turco, quindi, dopo aver praticamente smantellato un impero multi-etnico, pensa a liberare definitivamente la propria nazione. Si tratta del momento principale della sua idea di riforma culturale e sociale, che impone un assorbimento dei valori spirituali occidentali e la distruzione della Turchia attuale, per tornare ai valori che la civiltà islamica ha smarrito.
La Repubblica di Turchia nasce ufficialmente il 29 ottobre del 1923, con Ataturk che viene eletto presidente (è già presidente del Partito del Popolo). Le sue prime decisioni riguardano l'istituzione di un sistema centralizzato di istruzione pubblica, la chiusura degli istituti scolastici religiosi, la chiusura dei tribunali religiosi e l'abolizione del divieto di consumare e vendere bevande alcoliche. L'Islam, in ogni caso, rimane confessione di Stato, anche per non allarmare eccessivamente la - pur forte - componente religiosa della nazione.
Dal punto di vista economico, invece, egli lavora per svecchiare le campagne e agevolare la nascita e lo sviluppo di una borghesia terriera imprenditoriale; vengono, inoltre, gettate le basi per un modello industriale di primo piano, ma senza investimenti stranieri. Di conseguenza, lo sviluppo economico mostra molti segni di debolezza, anche se - complice la rinuncia a spese per opere pubbliche e a indebitamenti - la Turchia non vive crisi congiunturali.
Ataturk prosegue l'opera di occidentalizzazione anche a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta, a dispetto dell'accentuarsi della situazione dittatoriale, dell'aumentare della sua influenza sull'esercito e della chiusura progressiva al multipartitismo. Dopo aver impedito di sfruttare la religione con scopi politici, dà il via a una campagna finalizzata a civilizzare i costumi e l'abbigliamento, approvando una legge che impedisce di utilizzare il turbante, e vietando ai funzionari pubblici di portare la barba. Inoltre, introduce il calendario gregoriano, abolisce l'obbligatorietà dell'insegnamento dell'arabo, introduce la festività domenicale, sostituisce con un alfabeto a caratteri latini il vecchio alfabeto arabo e propone un codice penale basato sul codice Zanardelli.
Insomma, Ataturk diventa simbolo di una contraddizione: da un lato cerca di occidentalizzare il Paese che governa; dall'altro lato ricorre ai metodi tipici del dispotismo asiatico. Il risultato? L'opposizione viene cancellata in un primo momento e ripristinata in seguito, con Ataturk che però pretende di sceglierne anche gli esponenti. Non possono, inoltre, essere dimenticate le vessazioni verso il popolo curdo.
Kemal Ataturk muore a Istanbul per una cirrosi epatica il 10 novembre del 1938: la sua è stata un'esistenza caratterizzata da eccessi ma anche dalla depressione. Ritenuto da alcuni storici il De Gaulle turco per la contraddizione di un uomo d'ordine rivoluzionario, egli ha preso su di sé la responsabilità del proprio Paese nel momento in cui esso era in crisi, per condurlo a una rinascita. Socialmente conservatore, è riuscito al tempo stesso a proporsi come deciso modernizzatore.
Successore di Ataturk è Ismet Inonu, suo braccio destro, con il quale per altro negli ultimi tempi i rapporti si erano piuttosto deteriorati. Ataturk, in ogni caso, anche mentre si appresta a morire non esprime una decisione definitiva a proposito della sua eredità, che dunque viene concessa dal partito a Inonu: egli prosegue il percorso iniziato da Mustafa Kemal, anche ponendo l'accento sugli aspetti più autoritari, favorendo in ogni caso il passaggio al multipartitismo dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Oggetto ancora oggi di una religione civile in Turchia (basti pensare che è reato insultarlo), Mustafa Kemal ha lasciato dietro di sé un'eredità tanto controversa quanto profonda, paradigmatica del rapporto difficile tra l'universalismo tipico della civiltà occidentale e le culture orientali.
Tra i numerosi titoli che gli sono stati attribuiti, vale la pena di ricordare quello di Cavaliere dell'Ordine di Murassa, la Stella di Gallipoli, la Medaglia di Imtiaz in argento, la Medaglia dell'indipendenza turca, la Croce al merito militare di I classe, il titolo di Cavaliere della Croce di Ferro, la Medaglia d'oro al merito militare e il titolo di Commendatore dell'Ordine di Sant'Alessandro.
Lontano dall'ideologia marxista, nel corso della sua vita Kemal, pur ritenendo inesistente la questione di classe, ha sempre mostrato rispetto nei confronti di Lenin, come dimostrano i buoni rapporti di vicinato con l'Urss, addirittura perno della politica estera di Ataturk. Non si trattava, evidentemente, di affinità politiche, quanto del sostegno economico che i sovietici potevano concedere alla Turchia in occasione della guerra di liberazione dagli Alleati.
Il suo cadavere riposa nel mausoleo dell'Anitkabir, costruito ad Ankara appositamente per lui, in quella capitale della Turchia repubblicana che egli creò. Il cognome Ataturk, che significa Padre dei Turchi, gli è stato assegnato nel 1934 tramite apposito decreto del Parlamento della Repubblica, in conseguenza dell'obbligo (da lui stesso stabilito) di adottare - come nel mondo occidentale - cognomi di famiglia regolari. A lui, oggi, sono intitolati l'aeroporto principale di Istanbul e lo stadio olimpico della città.

giovedì 18 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 maggio.
Il 18 maggio la Chiesa Cristiana celebra San Venanzio da Camerino.
Si rimane meravigliati di fronte all’enorme ed antichissimo culto tributato a questo santo martire, a Camerino come in tutta l’Italia Centrale. Come pure si rimane interdetti alla lettura dei martirî subiti; Venanzio giovanetto di quindici anni apparteneva ad una nobile famiglia di Camerino, fattosi cristiano, lasciò tutte le comodità in cui era vissuto ed andò a vivere presso il prete Porfirio.
Venne ricercato dalle autorità pagane della città e minacciato di tormenti e di morte se non fosse ritornato al culto degli dei, in esecuzione degli editti imperiali. Venanzio adolescente per età, ma dalla forte personalità per la fede ricevuta, si rifiuta e quindi viene sottoposto a flagellazioni, pene di fumo, fuoco, eculeo (cavalletto), ne esce sempre incolume e per questo raccoglie conversioni fra i pagani curiosi e gli stessi persecutori.
Resta imprigionato e viene ancora tormentato con i carboni accesi sul capo, gli vengono spezzati i denti e mandibola, gettato in un letamaio, Venanzio resiste ancora, allora viene dato in pasto a cinque leoni affamati, ma questi gli si accucciano inoffensivi ai suoi piedi.
Ancora incarcerato, può accogliere ammalati di ogni genere che gli fanno visita ammirati ed imploranti, ed egli ridona a loro la salute del corpo e dell’anima, convertendoli al cristianesimo. Ormai esasperato, il prefetto della città lo fa gettare dalle mura, ma ancora una volta lo ritrovano salvo, mentre canta le lodi a Dio.
Viene legato e trascinato attraverso le sterpaglie della campagna e anche in questa occasione opera un prodigio, facendo sgorgare una sorgente da uno scoglio per dissetare i soldati, operando così altre conversioni.
Alla fine, il 18 maggio del 251, sotto l’imperatore Decio o nel 253 sotto l’imperatore Valeriano, viene decapitato insieme ad altri dieci cristiani; mettendo così fine a questa galleria di orrori, che è difficile credere a tanta crudeltà, messa in atto da un popolo che dominava il mondo di allora, sì con la forza ma suscitando anche cultura, arte, diritto, civiltà. Ad ogni modo questa ‘passio’, riportata negli ‘Acta SS.’ già nel secolo XI è stata integrata nei secoli successivi, inserendo anche una fuga di Venanzio da Camerino, per sottrarsi ai persecutori attraverso la Valnerina a Rieti e di lì a Raiano (L’Aquila), dove gli è dedicata una chiesa.
Il martire venne sepolto fuori della Porta Orientale sul declivio Est del colle a 500 metri dalle mura, sul quale venne edificata una basilica (sec. V), che venne più volte riedificata nei secoli successivi, è tuttora sede dell’’Arca del santo’ meta di secolare devozione.
Nel corso della storia millenaria della città, il suo nome, il suo culto, è presente dappertutto; nelle formule d’invocazione e nelle litanie dei santi dei vescovi camerinesi del 1235 e 1242, libri liturgici locali dei sec. XIV e XV, sigilli e monete coniate con la figura del santo, nella chiesa eretta presso la sorgente che sgorgò miracolosamente, a cui sono collegate due vasche, nelle quali venivano immersi lebbrosi e ulcerosi per impetrare la guarigione.
Con la Signoria dei Da Varano, fin dalla fine del ‘200, s. Venanzio subentrò come protettore della città di Camerino al santo vescovo Ansovino (m. 868). Nel 1259 durante la distruzione e il saccheggio di Camerino da parte delle truppe di Manfredi, le reliquie di s. Venanzio furono asportate e depositate nel Castel dell’Ovo a Napoli; furono restituite alla devozione della città nel 1269 per ordine del papa Clemente IV.
La vicenda terrena dell’adolescente Venanzio, suscitò una fioritura letteraria, drammi, oratori musicali, poemi, poemetti e carmi latini ed italiani. Solenni manifestazioni religiose con toni oggi diremmo di folklore, sin dal 1200 si svolgevano a Camerino il 18 maggio, data della sua festa e nei giorni vicini, coinvolgendo tutta la città con un palio particolare, sfilata delle autorità e delle corporazioni, giostra della Quintana e altre corse, fiere, falò, processioni con la statua d’argento.
In campo artistico, sono innumerevoli le opere d’arte che lo raffigurano in affreschi, stampe, monete, sigilli, incisioni, medaglie, ricami, arazzi, statue, polittici, ecc. a cui si dedicarono tutta una serie di artisti dal Medioevo ai giorni nostri.
La bibliografia legata al santo martire, al suo culto e alle manifestazioni celebrative, è enorme, come pochissimi altri santi.

mercoledì 17 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 maggio.
Il 17 maggio 1890 va in scena per la prima volta, a Roma, "Cavalleria rusticana", di Pietro Mascagni.
 “Cavalleria Rusticana” è considerata la prima opera “verista” italiana e, se pensiamo che “Carmen” di Bizet, di qualche anno precedente, è un’opera in lingua francese ambientata in Spagna  ci sentiamo autorizzati ad affermare che “Cavalleria” sia il primo esempio di melodramma verista che attinga alla cultura e alla tradizione di una nazione,  sia musicalmente che letterariamente.
Dal positivismo degli anni centrali del XIX secolo mosse, in Francia, il naturalismo e, qualche anno dopo, in Italia, il verismo.
Benché le due correnti condividessero l’approccio narrativo ricco di riferimenti a situazioni della vita quotidiana e il linguaggio attingesse a espressioni popolari, gergali e dialettali, il naturalismo transalpino, soprattutto con Emile Zòla, privilegiò ambientazioni piccolo-borghesi in interni cittadini, mentre Verga, in Italia, scelse atmosfere contadine del profondo meridione con frequenti scene all’aperto con moltitudini di personaggi in funzione corale.
Erano i decenni in cui la cosiddetta “questione meridionale” si andava configurando, mentre solo nell’ultimo scampolo di secolo, con Agostino De Pretis, l’ Italia si era data un governo se non progressista, almeno liberale e aperto al sociale. Questo è il contesto socio-politico in cui le novelle di Giovanni Verga vennero composte.
Probabilmente Mascagni conobbe “Cavalleria” nella fortunata versione teatrale che la divina Eleonora Duse, a partire dal 1884, portò al successo e non attraverso la lettura di “Vita dei campi”.
La novella di Verga , ormai dramma teatrale, giunse a Livorno, città natale di Mascagni, per il tramite del commediografo semidilettante Giannino Salvestri, che si riprometteva di ricavarne un libretto per un melodramma da offrire a Giacomo Puccini e, per tanto, inoltrò richiesta al Verga perchè gli concedesse la licenza di utilizzare il testo letterario.
Dopo alcuni anni, durante i quali nè libretto nè melodramma furono realizzati, per una coincidenza,  un altro livornese, Giovanni Targioni-Tozzetti, dopo aver assistito ad una rappresentazione teatrale del dramma, propose al giovane musicista concittadino, di comporre un melodramma su “Cavalleria rusticana” e ai due si affiancò il Menasci con l’incarico di “limare “ i versi.
Chiesto il permesso a Verga, che nel frattempo lo aveva concesso anche a Gastaldon, la gestazione fu portata rapidamente a termine, tant’è che Mascagni (o meglio sua moglie Lina) potette spedire la partitura perchè partecipasse, con esito vittorioso,  al concorso per un melodramma in un atto, bandito dall’editore Sonzogno.
Tanto in Verga quanto in Mascagni si percepisce distintamente un furore retorico per la vita contadina condito di amore per la natura e per i sentimenti vividi, immersi in una calda religiosità; uno sfondo molto lontano da un’immagine alla Pellizza da Volpedo e soprattutto privo di riferimenti alle nascenti lotte contadine e operaie organizzate dalle  “leghe” che di lì a poco avrebbero dato vita ai sindacati e ai movimenti e partiti socialisti e operai.
Mascagni è figlio della piccola borghesia mercantile toscana e la sua “emigrazione” nel cuore della Puglia contadina (Cerignola) ha quasi il sapore della fuga da una società del centro Italia in cui si affacciano i primi conflitti di classe, Verga, viceversa,  preferì descrivere la Sicilia contadina dai lussuosi salotti milanesi.
Una collateralità servile al regime fascista farà il resto e la morte dell'autore, sopraggiunta  in quell'epocale 1945 in un lussuoso Hotel di Roma, dove aveva trascorso gli ultimi decenni di vita, solo in parte risparmierà al musicista livornese, l'ostracismo della nuova classe intellettuale antifascista che ne  metterà al bando le opere per tutti gli anni '50.
La musica del talentuoso ma indisciplinato compositore è in assoluta continuità con la tradizione romantica, del tutto tonale e debitrice nei confronti di melodie e stilemi popolari: sono caratteristiche che rappresentano i limiti e il fascino di un’opera che nel breve volgere di circa 50 minuti, rappresenta un ritratto di una Sicilia arretrata e bigotta disposta  a ritenere nell’ordine naturale delle relazioni umane  il delitto d’onore.
Verdi (e Shakespeare) con Otello aveva voluto indurre l’orrore per un sentimento forse inevitabile, ma sicuramente ignobile nelle conseguenze più violente, come la gelosia;  il verismo di Verga e Mascagni, se  ci commuove per il dolore di Mamma Lucia per la morte di Turiddu, tende a sospendere il giudizio sulla vendetta violenta e sul farsi "giustizia" da sè.
In un giorno di Pasqua in cui la Cristianità celebra il trionfo della vita sulla morte, gli uomini si fanno giustizia a prezzo della vita e non vi è traccia di condanna sociale per un crimine che lungi dal restituire “onore” sottrae dignità all’amore, coniugale o adultero che esso sia.
Su tutto, ad aggravare il quadro di degrado, una madre in lutto, che alle edipicità irrisolte sovrappone un senso di ineluttabilità  che fa di un popolo oppresso, sfruttato e vilipeso, una moltitudine di “mammoni”, piagnoni paladini dell’onore maschile, e di vedove e mamme in lutto, tutti acquiescenti e votati alla subalternità a poteri illeciti e sanguinari.
L’intera vicenda si svolge nella giornata di Pasqua nella Sicilia di fine XIX secolo.
Turiddu, un contadino, che aveva sedotto Santuzza prima di partire soldato, è l’amante di Lola, una appariscente donna che, durante l’assenza di Turiddu, è andata  in sposa al carrettiere  Alfio.
Subito dopo il preludio strumentale Turiddu intona una canzone in forma di siciliana:
O Lola ch'hai di latti la cammisa
Si bianca e russa comu la cirasa,
Quannu t'affacci fai la vucca a risa,
Biato cui ti dà lu primu vasu!
Ntra la porta tua lu sangu è sparsu,
E nun me mporta si ce muoru accisu...
E s'iddu muoru e vaju mparadisu
Si nun ce truovo a ttia, mancu ce trasu.
L’ultimo a venire a conoscenza degli adulteri  è sempre il marito tradito: Alfio entra in scena cantando con entusiasmo i privilegi del proprio mestiere (“O che bel mestiere”). Mentre qui è là si leva  qualche sorrisetto ironico dei giovani del paese, circa la fedeltà di Lola.
Santuzza, sopraffatta dalla gelosia e ferita nell’orgoglio, rivela ad Alfio la relazione tra Turiddu e Lola, mentre il paese intero si appresta alle solenni celebrazioni della Pasqua.
Dopo un brindisi provocatorio, Turiddu e Alfio si scontrano e si sfidano a duello “rusticano” al coltello.
Un accorato saluto a Mamma Lucia con la raccomandazione di “fare da madre a Santa” , precede  l’epilogo tragico: Alfio uccide Turiddu mentre  una donna urla annunciando :” Hanno ammazzato compare Turiddu!”
L'intermezzo sinfonico dell'opera, collocato tra la ottava e la nona scena, è uno dei pezzi più popolari. Grazie al suo carattere orchestrale, interamente basato sull'uso degli archi, ha avuto molta fortuna anche al di fuori del repertorio operistico.
In ambito cinematografico ha fatto da sfondo ad una delle più celebri scene della storia del cinema, quella nel film Il padrino - Parte III. È stato anche usato anche nei titoli di testa del film Toro scatenato di Martin Scorsese.
Il tema centrale è stato rielaborato per una canzone dance dal titolo Will be one dei Datura, è stato ripreso da Vasco Rossi nell'Intro dei live 2007 ed è presente nella canzone Mascagni di Andrea Bocelli.
Tra gli spot pubblicitari che lo hanno utilizzato troviamo quello dei Ferrero Rocher e dell'Enel (2011).
L'intermezzo è presente anche in una scena dell'episodio 31 dell'anime Kenshin Samurai vagabondo.

martedì 16 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 maggio.
Il 16 maggio 2005 a Kabul viene rapita Clementina Cantoni, una volontaria italiana collaboratrice di CARE International.
Clementina Cantoni viene rapita a Kabul il 16 maggio 2005. La donna, cooperante milanese di 32 anni, dal 2002 nel Paese dove lavora per l'organizzazione umanitaria Care International, è la prima italiana rapita in Afghanistan, dopo i sequestri in terra irachena di Simona Pari, Simona Torretta e Giuliana Sgrena.
Il sequestro avviene tra le 20.30 e le 21 locali quando Clementina sta tornando a casa dopo una giornata di lavoro. Secondo il racconto dell'ambasciatore italiano, Ettore Sequi, la cooperante è stata sequestrata nel centro della città, non lontano dalla zona delle ambasciate, a 2-3 chilometri dalla sede diplomatica italiana. L'auto è stata bloccata da una berlina Toyota bianca con a bordo quattro persone: i sequestratori, armati, hanno prelevato la donna e l'hanno fatta salire a bordo della vettura, per poi dileguarsi.
Il giorno dopo i  sequestratori fanno ascoltare la voce della giovane milanese, registrata su un nastro durante una telefonata con una fonte che fa capo all'intelligence italiana. Nella registrazione, Clementina dice il suo nome e altri particolari di sè, che risultano veri. Per gli 007 italiani si tratta di un sequestro ad opera della criminalità comune. Un'azione a scopo di estorsione, finalizzata a guadagnare un bel po' di quattrini italiani.
Le vedove di Kabul aiutate da Care scendono in strada, molte delle quali coperte dal burqa, portando fotografie della Cantoni e uno striscione in cui se ne chiede il rilascio.
Al ministero dell'Interno di Kabul sono convinti che il rapitore sia Timor Shah, l'uomo che ha telefonato a una radio e una televisione locali rivendicando il sequestro e avanzando, in cambio della liberazione, alcune richieste di ispirazione fondamentalista. Non sarebbe un uomo legato a gruppi terroristici: l'episodio più grave che gli è stato attribuito è il sequestro e l'uccisione, circa 3 mesi prima, di un uomo d'affari afgano. Un episodio per cui sono stati arrestati la madre e due suoi amici.
Il 19 maggio il luogo dove viene tenuta prigioniera Clementina Cantoni sarebbe stato individuato: la polizia però decide di non intervenire con un blitz per non mettere in pericolo l'ostaggio.
Il giorno successivo un giornalista afgano della Reuter riceve la notizia dell'uccisione di Clementina. Ma quattro ore prima la donna aveva parlato al telefono con un alto funzionario del ministero dell'Interno afgano.
Il 21 magggio arriva un nuovo ultimatum dal rapitore della Cantoni. Salta fuori un documento dell'intelligence, secondo il quale la nostra ambasciata a Kabul aveva allertato gli italiani sul rischio rapimenti per il 7 e il 15 maggio, il giorno prima del sequestro di Clementina.
L'ultimatum scade senza esito. Timor Shah si conferma un personaggio controverso: non si stanca di chiamare i mezzi di comunicazione, le organizzazioni internazionali e "si sente - spiegano gli investigatori - una specie di eroe del popolo afgano". Continua a fare richieste per favorire la ristrettezza dei costumi e contro lo sviluppo di una cultura troppo liberale. Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in un messaggio ringrazia Karzai per quanto sta facendo per ottenere la liberazione di Clementina. Viene attivato un numero verde a Kabul per dare informazioni sul sequestro.
Il 23 maggio a Roma il sindaco Veltroni, con Cgil, Cisl e Uil, organizza una fiaccolata di solidarietà in Campidoglio. La foto di Clementina viene esposta sulla facciata del palazzo Senatorio accanto a quelle di Florence Aubenas e Hussein Al-Saadi, ancora nelle mani dei rapitori in Iraq.
A Milano alla manifestazione di solidarietà per Clementina partecipano poche centinaia di persone: le amiche della donna accusano: "solidali solo con chi è di sinistra".
Il 25 maggio le vedove afgane scendono di nuovo in piazza per chiedere la liberazione di Clementina, il 27 il presidente Ciampi in un nuovo appello chiede la liberazione di Clementina, "un esempio di luminosa umanità e di dedizione".
"Io sono Clementina Cantoni e oggi è il 28 maggio, domenica". Così la cooperante italiana appare in un video trasmesso dall'emittente "Tolo tv". Ha il capo coperto e due uomini armati di fucile la tengono sotto tiro e le suggeriscono le parole. I familiari, dopo aver visto il video, hanno avuto una reazione "tra l'angoscia e speranza". Per gli investigatori "è un passo avanti": i sequestratori escono allo scoperto.
1 GIUGNO - I tempi per il rilascio sembrano allungarsi. "Ci auguriamo che la Cantoni possa essere liberata anche domani - spiega il portavoce del ministero dell'Interno afgano, ma i negoziati sono complicati e complessi. C'è bisogno di più tempo".
Il commissario Cattani, vale a dire l'attore Michele Placido, popolarissimo in Afghanistan per la fortunata serie de "La Piovra" - il primo film messo in onda dalla televisione dopo la caduta dei talebani - lancia un appello video il 2 giugno per la liberazione di Clementina Cantoni.
Filtra la notizia che la madre di Clementina Cantoni ha inviato una lettera alla madre del rapitore Shah: "mi rivolgo a lei - c'è scritto - come madre di un figlio che tiene in ostaggio mia figlia".
Il 5 giugno papa Benedetto XVI lancia un appello per la liberazione di Clementina Cantoni. "Unisco la mia voce a quella del presidente della Repubblica italiana, del presidente dell'Afghanistan e dei popoli italiano ed afgano per chiedere la liberazione della volontaria italiana", dice dopo l'Angelus in piazza San Pietro.
"La dolorosa esperienza che questa nostra sorella sta vivendo sia di stimolo a ricercare con ogni mezzo la pacifica e fraterna intesa tra gli individui e le nazioni".
Viene diffuso anche il testo delle lettera di Germana Cantoni a "tutte le madri afgane". "Il mio cuore - dice - sta sanguinando a causa della situazione di mia figlia".
Il 6 giugno  Ciampi scrive all'ex re afgano, Zahir Shah, e gli chiede di intercedere per ottenere la liberazione di Clementina Cantoni.
Care international prepara un video di 150 secondi, da diffondere su tutte le tv afgane, in cui la madre di Clementina racconta il temperamento, le passioni, gli interessi della volontaria.
L'8 giugno l'ex re dell'Afghanistan risponde a Ciampi assicurandogli che "il presidente Karzai e il suo governo faranno qualsiasi sforzo per ottenere il rilascio di Clementina". Si accendono nuovi segnali di speranza: "la Cantoni potrebbe essere libera presto", dice Timor Shah a Tolo Tv.
Il 9 giugno Clementina Cantoni viene liberata. I dettagli delle trattative che portarono al rilascio non furono rivelate; tuttavia si presume che ci sia stato uno scambio con la madre del rapitore, che era stata arrestata per un sospetto coinvolgimento in un altro sequestro. La versione ufficiale del governo afghano negò qualsiasi trattativa. Secondo alcuni giornali sarebbe stato anche pagato un riscatto di 8 milioni di euro, che nessuna fonte ufficiale conferma.
Il 16 giugno fu ricevuta al Quirinale dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

lunedì 15 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 maggio.
All'alba del 15 maggio 1860, Calatafimi si preparava a diventare il punto nevralgico della battaglia tra i mille di Garibaldi e le truppe borboniche comandate da Francesco Landi.  Garibaldi e i suoi volontari siciliani vi si dirigevano da sud, dopo essersi lasciati Salemi alle spalle; le colonne borboniche, invece, si muovevano da Alcamo, dopo aver trascorso interi giorni in attesa di una svolta agli eventi; adesso, stanco di aspettare, il Landi aveva deciso di muovere finalmente contro l'esercito garibaldino: la «settantenne reliquia, ansimava e sbuffava seguendo il battaglione in una pesante carrozza e impiegando sei giorni per fare trenta miglia».
Durante quella lenta marcia, il generale aveva però stabilito di inviare i suoi reparti in perlustrazione del territorio, così aveva spedito a raggiera tre colonne in ricognizione. La prima, composta da 6 compagnie di Cacciatori, un plotone di Cavalleria e 4 cannoni verso Salemi, al comando del maggiore Sforza; la seconda, formata da una compagnia di Carabinieri e una di Fanti, lanciata verso sud; la terza - si trattava di 2 compagnie di Carabinieri e mezzo plotone di Cavalleria - verso est. Tutte le altre forze erano state lasciate di riserva.
La marcia della colonna diretta da Sforza si era da subito rivelata estremamente difficile: le salite erano ripide e scoscese, e il sole così forte da annebbiare la vista dei suoi uomini. Per questo, giunti in prossimità di Pianto dei Romani, poco fuori dalla cittadina di Calatafimi, i soldati non si erano accorti immediatamente della bandiera tricolore che sventolava, quasi insolente, nell'altipiano che si stagliava dinanzi ai loro occhi. Dopo essersi faticosamente arrampicati su un'altura, e dopo che la foschia si era un po' diradata, lo spettacolo che si era presentato era stato minaccioso e maestoso al tempo stesso: i volontari garibaldini e le squadre siciliane accorse in loro aiuto erano schierati proprio dinanzi ai loro occhi, a pochi passi da loro: al centro, la vetta più alta, il monte Pietralunga, era un'immensa parete tinta di rosso. Lì stavano arroccati i Mille, e al loro fianco Garibaldi col suo Capo di Stato Maggiore, intenti a scrutare il paesaggio; le squadre di insorti dell'isola si erano asserragliate invece ai loro lati, sui due poggi che proteggevano i fianchi del promontorio. Le due truppe nemiche erano separate solo dal largo avvallamento che si incuneava placido tra i rilievi. Per alcuni interminabili istanti, quei due contingenti si erano limitati a scrutarsi minacciosi, senza che nessuno si decidesse a fare il primo passo. Intorno a Mezzogiorno, erano stati poi i reparti d'assalto di Sforza a rompere gli indugi: le compagnie si erano sparpagliate, 2 avanti in ordine sparso e 4 dietro a rincalzo; il battaglione era sceso a valle e da lì aveva aperto il fuoco, provando intanto a risalire il monte Pietralunga. La risposta non si era fatta attendere: dai carabinieri di Genova era partito un fuoco altrettanto preciso e serrato del primo, mentre Garibaldi ordinava ai suoi uomini di scendere alla baionetta. L'esercito borbonico, allora, era stato costretto a retrocedere precipitosamente, pressato dai rivoluzionari, e il combattimento si era trasformato in un serrato corpo a corpo che incalzava a tratti, per poi trovare un fuggevole riparo nei muretti a secco delle coltivazioni a terrazzi, che permettevano agli attaccanti di prendere fiato e di riordinarsi.
Qualche ora più tardi, la linea di combattimento si era estesa anche ai lati del colle, col battaglione di Bixio a sinistra e quello di Carini a destra, capeggiato dallo stesso Garibaldi. Il caldo era quasi insopportabile, il morale di entrambi gli schieramenti instabile, pronto a sfociare in infuocati entusiasmi o nella più nera disperazione. Con un risoluzione repentina, erano i Mille a sferrare l'ultimo attacco alla baionetta, accolto dal fuoco dei napoletani: il portabandiera in camicia rossa, Schiaffino, cadeva sotto questo fuoco, e il tricolore in mani borboniche. Anche Garibaldi era ferito al volto, dai sassi che alcuni avversari avevano iniziato a scagliare, in preda alla confusione. Era allora che Sforza ordinava la ritirata precipitosa, alla volta di Calatafimi, durante la quale uno dei cannoni veniva sequestrato dai garibaldini.
Landi avrebbe potuto rafforzare la sua posizione in città, in attesa di rinforzi ma, disse «giudicai prudente sloggiare da Calatafimi la sera stessa del 15, facendo la mia ritirata sopra Alcamo, pria che venissero tagliati i passi e darmi al vincitore».
Più di uno sbaglio era stato compiuto, e quel coacervo di errori aveva finito per essere una miscela letale alle sorti di quella battaglia. Calatafimi, tuttavia, era anche il simbolo delle tare strutturali dell'esercito borbonico, poco adeguato all'azione sul campo e vittima di una fatale sottovalutazione dell'avversario. A causa di ciò, le forze schierate contro gli insorti erano state private dei 6 battaglioni principali della compagnia, che erano rimaste in riserva, ad attendere un segnale d'azione, che tuttavia non era arrivato. A segnare le sorti dello scontro c'era poi l'assillo per la concentrazione di forze a Palermo, che aveva portato Landi a riunire la colonna a Calatafimi, confessando che «la ritirata è la migliore delle vittorie!».
A notte fonda, le sue truppe giungevano così ad Alcamo e lì, ancora una volta, il generale decideva di non sfruttare l'ottima posizione logistica del paese, preferendo riprendere l'estenuante marcia verso Partinico. Non immaginava, probabilmente, che ad accoglierlo sarebbe stato il fuoco dei ribelli, e che avrebbe dovuto aprirsi il passo combattendo strenuamente e dando alle fiamme numerose abitazioni. Solo dopo ore riusciva a dirigersi verso Montelepre, e a superare un nuovo attacco prima di riprendere la strada che avrebbe dovuto portarlo all'unica meta, ossessivamente agognata: Palermo. Vi entrava, infine, la mattina del 17, con una truppa stremata dai 100 km di cammino in due giorni, e per di più ferita, affamata, in preda al più completo disordine. Intanto, la notizia della sconfitta iniziava a diffondersi per l'isola, poi più oltre, fino a Napoli. Francesco II non riusciva a persuadersi di come 20.000 uomini bene armati e ben riforniti avessero potuto cedere il passo a uno sparuto gruppo di ribelli, e continuava ad inviare rinforzi, armi, munizioni e viveri, oltre a feroci telegrammi in cui incitava i suoi all'attacco. Ma le risposte che gli venivano dal nuovo comandante in capo, il generale Lanza, che aveva sostituito Castelcicala, non erano affatto confortanti: «la colonna del generale Landi è rientrata in Palermo nella scorsa notte, dopo aver combattuto a Calatafimi coi filibustieri e con molte squadre [?]. Tale colonna ha dovuto ritirarsi per difetto di viveri [?]. Palermo è repressa dalla forza, ma aspetta il momento per insorgere».
Anche il nuovo comandante, come il suo predecessore, preferiva continuare a tergiversare, ostinandosi nell'idea di concentrare tutte le truppe a Palermo e solo il 21 inviava 4.000 uomini agli ordini del colonnello svizzero Von Mechel per sbaragliare gli insorti. In quella situazione di emergenza assoluta, la dirigenza militare borbonica mostrava i segni della sua stonata polifonia di comandi: ordini e contrordini inutili e inconcludenti continuavano a rimbalzare, impazziti, da un'autorità all'altra.
Intanto Garibaldi, con 1.500 uomini, era già sull'altipiano di Renda e minacciava da vicino la capitale.

domenica 14 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 maggio.
Il 14 maggio 1944 nasce a Modesto, in California, George Lucas.
George Walton Lucas Junior, regista, sceneggiatore, produttore, nonché imprenditore di genio, personaggio bizzarro e cervellotico, cresce in un ranch per la produzione di noci a Modesto, in California, dove il padre gestisce una cartoleria. Iscritto alla University of Southern California Film School, da studente realizza diversi cortometraggi, fra cui "Thx-1138: 4eb" (Electronic Labyrinth) con cui vince il primo premio al National Student Film Festival del 1967. Nel 1968 vince una borsa studio della Warner Bros. con la quale ha la possibilità di conoscere Francis Ford Coppola. Nel 1971, quando Coppola inizia a preparare "Il Padrino", Lucas fonda una sua compagnia di produzione, la "Lucas Film Ltd.".
Nel 1973 scrive e dirige il semi-autobiografico "American Graffiti" (1973), con il quale raggiunge un improvviso successo e una pronta ricchezza: vince un Golden Globe ed ottiene cinque nominations ai premi Oscar. Fra il 1973 ed il 1974 inizia a scrivere la sceneggiatura di "Guerre Stellari" (1977), ispirandosi a "Flash Gordon", "Il pianeta delle scimmie" e il romanzo "Dune", primo capitolo della saga capolavoro di Frank Herbert.
Di Guerre Stellari ci sono state 4 versioni complete con 4 storie diverse e 4 personaggi diversi. La prima stesura conteneva tutto quello che la sua immaginazione aveva prodotto, in tutto 500 pagine, poi ridotte con difficoltà a 120. Nel film vengono adottati 380 effetti speciali diversi; per le battaglie nello spazio è stata inventata una cinepresa su braccio basculante completamente computerizzata. Premiato con 7 Oscar: effetti speciali, direzione artistica, scenografie, costumi, sonoro, montaggio, commento musicale, più un premio speciale per le voci.
Racconta il regista: "E' un film strano, in cui ho fatto tutto quello di cui avevo voglia, popolandolo qua e là di creature che mi affascinavano". Definito allora ingiustamente "cinema per bambini", "Guerre Stellari", seguito successivamente da altri due episodi, "L'Impero colpisce ancora"(1980) e "Il ritorno dello Jedy"(1983) ha rivoluzionato il modo di fare film come niente fino ad allora, soprattutto per quanto riguarda gli effetti speciali, realizzati con tecniche di digitalizzazione e animazione grafica, che in quel periodo costituirono una vera e propria novità e cambiarono per sempre il modo di realizzare film di fantascienza e non solo. Ancora oggi riguardando i film della trilogia la percezione degli effetti risulta incredibilmente moderna.
"L'impero colpisce ancora", regia di Irvin Kershner e "Il ritorno dello Jedi", terzo episodio, regia di Richard Marquand, formalmente non sono stati diretti da Lucas; in verità però gli appartengono completamente, dal progetto iniziale alla realizzazione finale, e i registi furono scelti in virtù delle loro doti tecniche e non hanno avuto nessun peso sulla lavorazione che si deve quindi completamente a Lucas.
I guadagni sono a dir poco smisurati: 430 milioni di dollari incassati su soltanto 9 spesi, 500 milioni di dollari di copyright su libri, giocattoli, fumetti e magliette per l'intera trilogia. La Lucas Film Ltd si trasforma in Lucas Arts, che oggi possiede una "Cinecittà" vicino a San Francisco, enormi studi con annesse una cineteca e la rilevante Industrial Light & Magic, l'azienda che si occupa della ricerca degli effetti speciali attraverso il computer.
Dopo l'impresa di Guerre Stellari, George Lucas, colto da un profondo appagamento per aver cambiato faccia al modo di fare cinema, si è ritirato dalla regia per interessarsi a tempo pieno alla Industrial Light & Magic per ampliare i nuovi confini della tecnica e non solo cinematografica. Senza l'intervento tecnico della Industrial Light & Magic non sarebbe mai stato possibile girare i film del personaggio Indiana Jones, Jurassic Park e molti altri film diretti in gran parte da Steven Spielberg, uno dei registi con i quali Lucas ha collaborato di più.
Lucas ha rivoluzionato tecnicamente i cinema con il sistema sonoro THX (acronimo di Tom Hollman Experiment), per l'ottimizzazione del suono delle pellicole. Presidente della Fondazione 'George Lucas Educational Foundation', nel 1992 è stato insignito dell'Irving G. Thalberg Award per la carriera.
Lucas è tornato alla regia per realizzare una nuova trilogia di Guerre Stellari, tre prequel che costituiscono gli episodi 1, 2, e 3 della saga (gli episodi 4, 5 e 6 sono quelli della trilogia originale). Tra gli ultimi progetti con Steven Spielberg vi è poi quello del quarto film di Indiana Jones che, uscito nel 2008 ("Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo"), ha ancora come protagonista il sempreverde Harrison Ford.
Il 31 maggio 2012, Lucas ha rilasciato alla rivista Empire la seguente dichiarazione: "Mi sto allontanando dalla compagnia (la LucasFilm, ndr.). Mi sto allontanando da tutti i miei affari, sto portando a termine tutti i miei obblighi e una volta finiti mi ritirerò nel mio garage armato di sega e martello a costruire dei piccoli film. Ho sempre voluto realizzare film che avessero una natura sperimentale, piuttosto che preoccuparmi di farli vedere nei cinema.". Due giorni dopo questa dichiarazione, il 2 giugno, è stata nominata Kathleen Kennedy co-direttrice generale della Lucasfilm.
Il 30 ottobre, Lucas annuncia la vendita della sua casa di produzione alla Disney per 4,05 miliardi di dollari. La Walt Disney ha poi iniziato il progetto per i tre film finali della Saga di Guerre Stellari, più alcuni spin-off, il primo dei quali, Rogue One, è uscito a dicembre 2016.

sabato 13 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 maggio.
Il 13 maggio 1978 viene approvata in Italia la legge 180, detta Legge Basaglia, che sancisce la chiusura dei manicomi.
“Nei casi di cui alla presente legge e in quelli espressamente previsti da leggi dello Stato, possono essere disposti dall’autorità sanitaria accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura”: si apre così la legge 180, approvata il 13 maggio del 1978 e destinata non soltanto a rivoluzionare il trattamento medico-psichiatrico della malattia mentale, ma soprattutto a trasformare radicalmente l’impianto teorico della cultura psichiatrica nel nostro paese. L’incompatibilità tra cura della malattia e privazione della libertà, della dignità e dei diritti civili del malato non era in quegli anni un concetto universalmente riconosciuto e accettato. Le condizioni disumane in cui vivevano i pazienti ricoverati negli ospedali psichiatrici solo da pochi anni avevano suscitato qualche perplessità e dato origine alle prime tendenze riformatrici.
Franco Basaglia aveva 37 anni quando incontrò per la prima volta la realtà del manicomio: nel 1961, dopo aver rinunciato alla carriera universitaria intrapresa presso l’università di Padova, assunse la direzione dell’Ospedale psichiatrico di Gorizia. L’impatto fu traumatico: il giovane psichiatra osservava con sconcerto le pratiche in uso all’interno del manicomio e i trattamenti vessatori a cui i degenti erano sottoposti. Elettroshock, camicia di forza, contenzione, induzione di febbri malariche erano solo alcune delle torture non soltanto tollerate, ma addirittura prescritte dal regolamento di questi istituti. Basaglia iniziò a guardare con interesse alle correnti psichiatriche di origine fenomenologica ed esistenziale (Jaspers, Minkowski, Binswanger) e provò gradualmente a ricreare, all’interno dell’ospedale psichiatrico, il modello della “comunità terapeutica”, di origine britannica. “Un malato di mente entra nel manicomio come ‘persona’ per diventare una ‘cosa’. Il malato, prima di tutto, è una ‘persona’ e come tale deve essere considerata e curata (...) Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone”, ripeteva il nuovo Direttore ai medici ed agli infermieri del suo manicomio.
Iniziò così, all’interno dell’Istituto goriziano – allora abitato da circa 650 degenti – una vera e propria rivoluzione: abolite le pratiche più inumane e lesive della dignità della persona, Basaglia si impegnò a costruire un rapporto tra i pazienti e il personale medico e infermieristico. Ciò richiese naturalmente un difficile lavoro di formazione professionale e culturale, che incontrò non poche difficoltà e opposizioni. Nel 1969 Basaglia lasciò Gorizia, per assumere la direzione dell’ospedale di Colorno e, due anni dopo, del manicomio “San Giovanni” di Trieste. Anche qui lo psichiatra ripropose il modello della “comunità terapeutica” e introdusse laboratori artistici e creativi, capaci di sviluppare e valorizzare le capacità dei pazienti. Fu in quegli anni che Basaglia sentì la necessità di estendere il proprio campo di azione e di cercare di trasformare non soltanto la vita interna agli istituti, ma tutta la cultura e la politica della salute mentale in Italia. Arrivò così a proporre la chiusura dei manicomi, alla luce del fallimento di queste strutture, che di fatto avevano ottenuto l’unico risultato di allontanare il malato dalla società e condannarlo all’isolamento e all’abbandono.
Nel 1973 Basaglia fondò il movimento Psichiatria Democratica e quello stesso anno Trieste venne designata "zona pilota" per l'Italia nella ricerca dell'Oms sui servizi di salute mentale. Nel 1977 il manicomio di Trieste fu chiuso e, l’anno successivo, il Parlamento approvò la legge 180, che recepiva le richieste e le idee del nuovo movimento e sanciva la chiusura degli ospedali psichiatrici. “E’ vietato costruire nuovi ospedali psichiatrici, utilizzare quelli attualmente esistenti come divisioni specialistiche psichiatriche di ospedali generali, istituire negli ospedali generali divisioni o sezioni psichiatriche e utilizzare come tali divisioni o sezioni neurologiche e neuropsichiatriche (…). Negli attuali ospedali psichiatrici possono essere ricoverati, sempre che ne facciano richiesta, esclusivamente coloro che vi sono stati ricoverati anteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge e che necessitano di trattamento psichiatrico in condizioni di degenza ospedaliera”. La psichiatria e, in generale, la cura della malattia mentale, dovevano dunque uscire dall’isolamento in cui fino allora erano state costrette, per essere affidate a “specifici servizi psichiatrici di diagnosi e cura (…) organicamente e funzionalmente collegati, in forma dipartimentale, con gli altri servizi e presidi psichiatria esistenti nel territorio”. Nel novembre del 1979 Basaglia si trasferì a Roma, dove assunse l'incarico di coordinatore dei servizi psichiatrici della Regione Lazio, ma appena un anno dopo morì.
A quasi 40 anni dall’entrata in vigore della legge 180, molti restano i nodi irrisolti nella cura della malattia mentale e tanti i problemi ancora aperti nella cultura psichiatrica del nostro paese.
La legge n. 180/1978 demandò l'attuazione alle Regioni, le quali legiferarono in maniera eterogenea, producendo risultati diversificati nel territorio. Nel 1978 solo nel 55% delle province italiane vi era un ospedale psichiatrico pubblico, mentre nel resto del paese ci si avvaleva di strutture private per il 18%, o delle strutture di altre province per il 27%.
Di fatto, solo dopo il 1994, con il "Progetto Obiettivo" e la razionalizzazione delle strutture di assistenza psichiatrica da attivare a livello nazionale, si completò la previsione di legge di eliminazione dei residui manicomiali.
Nonostante critiche e proposte di revisione, le norme della legge n. 180/1978 regolano tuttora l'assistenza psichiatrica in Italia.

venerdì 12 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 maggio.
Il 12 maggio la Chiesa Cattolica celebra, tra gli altri, la Beata Imelda Lambertini, nata a Bologna nel 1320 ca.; figlia di Egano Lambertini e della sua seconda moglie Castora Galluzzi, al battesimo ebbe il nome di Maria Maddalena.
Ancora bambina era entrata nel monastero delle Domenicane di S. Maria Maddalena di Val di Pietra, dove oggi sorge il convento dei Cappuccini e le fu dato il nome di Imelda; la comunità era composta dalle Canonichesse Regolari di S. Agostino, le quali verso la fine del sec. XIII erano passate alla Regola Domenicana.
Della vita di Imelda non si sa quasi niente, tranne il famoso miracolo eucaristico che la vide protagonista; come è noto, ricevere la Comunione Eucaristica non era permesso in quei tempi prima di aver compiuto i 12 anni, ma l’educanda Imelda aveva un solo desiderio, che era quello di ricevere l’Ostia consacrata e ne faceva continua richiesta, sempre rifiutata.
La vigilia dell’Ascensione, il 12 maggio 1333, stava in Cappella partecipando con le suore e le altre educande alla celebrazione della Messa, arrivata alla Comunione Imelda inginocchiata al suo posto pregava fervidamente, desiderando nel suo intimo di ricevere Gesù, quando una particola si staccò dalla pisside tenuta in mano dal celebrante e volò verso la bambina; tutti i presenti poterono vederla, allora il sacerdote accostatosi la prese e gliela mise fra le labbra.
Subito dopo, raggiante di gioia e ancora inginocchiata, Imelda Lambertini spirò in un’estasi d’amore, a quasi 13 anni. Le sue spoglie furono racchiuse in un artistico sepolcro di marmo con un’iscrizione e si cominciò a recitare in suo onore un’antifona.
Dal 1582 le Domenicane si trasferirono all’interno delle mura di Bologna, ottenendo dalla Curia arcivescovile la traslazione delle reliquie della beata, che oggi si trovano nella chiesa di S. Sigismondo. Da quell’anno il suo nome fu inserito nel Catalogo dei Santi e Beati della Chiesa Bolognese.
Sotto il pontificato di Benedetto XIV (1740-1758), il quale la ricordò in una sua opera sulla canonizzazione dei Servi di Dio, furono avviate le pratiche di conferma del culto della beata bolognese, che però avvenne solo con papa Leone XII il 20 dicembre 1826.
La pratica di canonizzazione fu ripresa nel 1921 proseguendo fino al 1942, arenandosi poi per difficoltà di carattere storico.
Il culto per la beata Imelda Lambertini, si è diffuso di pari passo con la crescente devozione eucaristica in tutto il mondo; è la patrona venerata dei Piccoli Rosarianti e le Beniamine di Azione Cattolica e papa s. Pio X nel 1908, la indicò come protettrice dei bambini che si accostano alla Prima Comunione.
In Francia nel monastero di Prouilles sorse in suo onore una Confraternita, approvata dai Sommi Pontefici e messa sotto la guida dell’Ordine Domenicano.
Infine il Servo di Dio padre Giocondo Pio Lorgna (1870-1928) domenicano, mise sotto la sua protezione la Congregazione da lui fondata, le “Suore Domenicane della Beata Imelda”, oggi presenti in Italia, Brasile, Albania, Filippine, Camerum, Bolivia.

giovedì 11 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 maggio.
L'11 maggio 1904 nasce a Figueres, Spagna, Salvador Dalì.
Cocktail ben assortito di genialità e delirio, pittore del surreale e di mondi onirici, Salvador Dalì ha avuto una vita segnata dalla stranezza fin dal principio. Nato a Figueras il giorno 11 maggio 1904 - il nome completo è Salvador Domingo Felipe Jacinto Dalí Domènech, marchese di Pùbol - dopo tre anni dalla morte del primo fratello, il padre pensò bene di chiamarlo allo stesso modo, forse per non essere mai riuscito a dimenticare il primogenito. Una circostanza un po' "malata", che non ha certo giovato all'equilibrio mentale del piccolo Salvador, il quale, natìo della Catalogna, appena adolescente espone alcuni dipinti presso il teatro municipale della sua cittadina, riscuotendo un significativo apprezzamento critico.
Nel 1921 si iscrive all'Accademia di belle arti di San Fernando a Madrid, dove stringe amicizia con il regista Luis Buñuel e il poeta Federico Garcìa Lorca. Con quest'ultimo trascorre l'estate a Cadaqués nel 1925. L'anno successivo soggiorna a Parigi, dove incontra Pablo Picasso, e viene espulso dall'Accademia. La sua prima pittura è connotata dalle influenze futuriste, cubiste, e soprattutto dall'opera di Giorgio De Chirico. Negli anni successivi il suo sodalizio artistico e intellettuale con Lorca e Buñuel produce lavori di scenografia teatrale e cinematografica, come i due celebri film "Un chien andalou "e "L'âge d'or".
Sul piano pittorico ben presto la sua attenzione viene attirata dalle riproduzioni di dipinti di Max Ernst, Miró e Tanguy, i maestri dell'inconscio tradotto su tela. Nel 1929 entra finalmente nel gruppo dei surrealisti e nel 1931, insieme a Breton, elabora gli "oggetti surrealisti a funzione simbolica". Ma il surrealismo di Salvador Dalí è comunque fortemente personalizzato: ispirato a De Chirico ed imbevuto di richiami alla psicanalisi freudiana, é caratterizzato da una tecnica minuziosa, levigata e fredda.
Nel 1930 pubblica "La femme visible", saggio dedicato a Gala, sua moglie dal 1929, modella e musa per tutta la vita. Questo libro segna un nuovo orientamento di Dalí, che inizia a coniugare un realismo quasi accademico con un delirio deformante, talvolta macabro. Qualche anno dopo si scontra con i surrealisti a proposito del dipinto "L'enigma di Guglielmo Tell", sinché nel 1936 avviene una prima rottura con il gruppo di Breton, che diventerà definitiva tre anni dopo. Nel frattempo Dalí aveva partecipato all'Esposizione internazionale dei surrealisti a Parigi e ad Amsterdam.
Tra il 1940 e il 1948 vive a New York, insieme a Gala Éluard, occupandosi di moda e design. In questi anni ha occasione di esporre le sue opere al Museum of Modern Art insieme a Miró e di contribuire, con il disegno delle scene, al film di Alfred Hitchcock "Io ti salverò". Al termine del soggiorno statunitense rientra in Europa insieme a Gala.
Nel 1949 prosegue l'attività scenografica per il cinema collaborando con Luchino Visconti. Nel decennio sucessivo espone in Italia, a Roma e Venezia, e a Washington. Nel 1961 viene messo in scena a Venezia il Ballet de Gala, con coreografie di Maurice Béjart. Sono molte le esposizioni negli anni successivi, a New York, Parigi, Londra, sino all'importante antologica a Madrid e Barcellona nel 1983.
Sette anni dopo espone le sue opere stereoscopiche al Guggenheim Museum e a maggio del 1978 viene nominato membro dell' Accadémie des Beaux-Artes di Parigi. L'anno seguente si tiene una retrospettiva di Dalí al centre Georges Pompidou di Parigi, trasferita poi alla Tate Gallery di Londra. Il 10 giugno 1982 muore Gala e nel luglio dello stesso anno gli viene conferito il titolo di "archese di Pùbol". Nel maggio del 1983 dipinge "La coda di rondine", suo ultimo quadro. Nel 1984 riporta gravi ustioni a causa dell'incendio della sua camera al castello di Pùbol, dove ormai risiede stabilmente. Salvador Dalì muore il 23 gennaio 1989 nella torre Galatea a causa di un colpo apoplettico.
In rispetto alle sue volontà viene sepolto nella cripta del Teatro-Museo Dalí a Figueras. Nel suo testamento lascia allo Stato spagnolo tutte le opere e le sue proprietà. Viene organizzata una grande retrospettiva postuma nella Staatsgalerie di Stoccarda, trasferita poi alla Kunsthaus Zurich.
Nel suo lavoro Dalí si è ampiamente servito del simbolismo. Ad esempio, il simbolo caratteristico degli "orologi molli" apparso per la prima volta in La persistenza della memoria si riferisce alla teoria di Einstein che il tempo è relativo e non qualcosa di fisso. L'idea di servirsi degli orologi in questo modo venne a Dalí mentre in una calda giornata d'agosto osservò un pezzo di formaggio Camembert che si scioglieva e gocciolava.
Quella dell'elefante è un'altra delle immagini ricorrenti nelle opere di Dalí. Comparve per la prima volta nell'opera del 1944 Sogno causato dal volo di un'ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio. L'elefante, ispirato al piedistallo di una scultura di Gian Lorenzo Bernini che si trova a Roma e rappresenta un elefante che trasporta un antico obelisco viene ritratto con le "lunghe gambe del desiderio, con molte giunture e quasi invisibili" e con un obelisco sulla schiena.
Grazie all'incongrua associazione con le zampe sottili e fragili, questi goffi animali, noti anche per essere un tipico simbolo fallico, creano un senso di irrealtà. L'elefante rappresenta la distorsione dello spazio, ha spiegato una volta Dalí, le zampe lunghe ed esili contrastano l'idea dell'assenza di peso con la struttura. "Dipingo immagini che mi riempiono di gioia, che creo con assoluta naturalezza, senza la minima preoccupazione per l'estetica, faccio cose che mi ispirano un'emozione profonda e tento di dipingerle con onestà".
L'uovo è un'altra delle immagini tipiche di cui si serviva Dalí. Associa all'uovo il periodo prenatale e intrauterino, usandolo per simboleggiare la speranza e l'amore; l'uovo compare ad esempio ne Il grande masturbatore e ne La metamorfosi di Narciso. Nelle sue opere compaiono inoltre varie specie animali: le formiche rappresentano la morte, la decadenza e uno smisurato desiderio sessuale; la chiocciola è in stretta connessione con la testa umana (la prima volta che incontrò Sigmund Freud Dalí aveva visto una chiocciola su una bicicletta appoggiata fuori dalla sua casa), mentre le locuste sono per lui un simbolo di distruzione e paura.

mercoledì 10 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 maggio.
Il 10 maggio 1497 Amerigo Vespucci parte per il suo primo viaggio verso il Nuovo Mondo.
Amerigo Vespucci nasce il 18 marzo 1454 a Firenze, terzo figlio del notaio fiorentino Nastagio (o Anastasio) e della nobildonna di Montevarchi Lisa (o Elisabetta) Mini. Trasferitosi, nel 1489, a Siviglia, in Spagna, su incarico di Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici, banchiere (detto Lorenzo il Popolano), entra in contatto con Cristoforo Colombo: pochi anni più tardi si aggrega ad Alonso de Hojeda, che ha ricevuto l'incarico, per conto della Corona, di esplorare le coste del continente americano in direzione sud.
Il primo viaggio cui Vespucci prende parte avviene tra il 1497 e il 1498, in compagnia di Juan de la Cosa (celebre cartografo e pilota cantabrico), sotto il comando di Juan Diaz de Solis. La spedizione è voluta dal re Ferdinando II di Aragona, desideroso di scoprire la distanza tra l'isola di Hispaniola e la terraferma, in maniera tale da poter contare su una visione più precisa e ampia delle terre appena scoperte. Le navi attraccano nell'attuale Colombia, nella penisola della Guajira (le descrizioni che Vespucci fa dei nativi locali e delle loro amache richiama alla mente gli indigeni Guajiros), dopodiché la spedizione si dirige verso la laguna di Maracaibo, che ricorda - a Vespucci - Venezia: proprio per questo motivo, dà a quella terra il nome di Venezuela. Amerigo e gli altri uomini ritornano in Europa dopo aver costeggiato le coste del Centro America, e in particolare aver navigato tra la Florida e l'isola di Cuba (della quale, appunto, viene in quell'occasione dimostrata l'insularità).
Il secondo viaggio di Vespucci verso il continente americano avviene tra il 1499 e il 1500, nel corso della spedizione diretta da Alonso de Hojeda: anche questa volta, è presente Juan de la Cosa. Toccata terra nei luoghi che attualmente corrispondono alla Guyana, tuttavia, Vespucci si separa dal cantabrico, e prosegue in direzione sud, fino a giungere circa a 6 gradi Sud, alla foce del Rio delle Amazzoni. Parlerà del suo arrivo tra la bocca nord e la bocca sud (Parà) del fiume in una lettera inviata a Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici: l'esploratore italiano, dunque, diventa il primo europeo a scoprire l'estuario del Rio delle Amazzoni (in particolare le disimboccature nei cui pressi oggi sorgono le città di Belem e di Amapà), pochi mesi prima che ci riesca anche Vicente Yanez Pinzon. Di tale viaggio, Amerigo lascia in eredità numerose descrizioni relative alla fauna incontrata (a stupirlo è soprattutto la bellezza dei pappagalli) e alle popolazioni locali. Non solo: durante questo viaggio, egli individua le stelle che in seguito verranno denominate "La Croce del Sud", che appunto segnalano la direzione sud. La spedizione si conclude rientrando verso nord, passando nei pressi del fiume Orinoco e dell'isola di Trinidad prima del ritorno in Europa.
Poco dopo, Vespucci prende parte a un terzo viaggio, questa volta al servizio del Portogallo, in una spedizione guidata da Gonzalo Coelho, che si ferma nelle isole di Capo Verde per alcuni giorni, entrando in contatto con Pedro Alvares Cabral, che con le sue navi sta tornando dall'India. Nell'arcipelago africano, Amerigo ha modo di conoscere Gaspar da Gama, ebreo che gli descrive la vegetazione, la fauna e i popoli indiani: il suo racconto, comparato a ciò che egli aveva osservato nei suoi viaggi precedenti, lo convince ulteriormente che i luoghi che ha visitato non sono asiatici. Insieme con Coelho, giunge nei pressi delle coste del Brasile, e il primo giorno dell'anno 1502 raggiunge una baia stupenda, ribattezzata Rio de Janeiro. Il viaggio continua verso sud in direzione del Rio de la Plata (nominato, inizialmente, Rio Jordan) per poi proseguire fino a 52 gradi Sud di latitudine, a poca distanza dallo stretto che scoprirà il portoghese Ferdinando Magellano diciotto anni più tardi. Vespucci non si spinge oltre il Rio Cananor, in Patagonia, e scopre le stelle attualmente conosciute con il nome di Alfa Centauri e Beta Centauri, ai tempi invisibili alle latitudini mediterranee (pur essendo in precedenza note agli antichi Greci).
Vespucci compie un quarto viaggio, nel biennio 1503-1504, sempre agli ordini dei Portoghesi, che lo porta all'isola che in seguito verrà chiamata Fernando de Noronha, in mezzo all'oceano, e poi verso le coste brasiliane. Si tratta, però, di una spedizione che non conduce a scoperte particolarmente significative, durante il quale - tuttavia - Amerigo compie osservazioni e ragionamenti che lo portano a inventare un nuovo metodo per individuare, con la tecnica della distanza lunare, una longitudine.
Nominato dal re Ferdinando II di Aragona "Piloto Mayior de Castilla" nel 1508, egli diventa responsabile dell'organizzazione dei viaggi nelle terre nuove e della formazione di cartografi e piloti, permettendo loro di imparare a utilizzare l'astrolabio e il quadrante. Amerigo Vespucci muore a Siviglia il 22 febbraio 1512, lasciando tutti i suoi beni alla moglie Maria Cerezo, dalla quale non ha avuto figli.
Vespucci attualmente è riconosciuto come uno degli esploratori più importanti del Nuovo Mondo (e non a caso il continente ha preso il suo nome). Tra i suoi tanti meriti, il principale fu quello di aver capito che le nuove terre non facevano parte del continente asiatico, ma di una nuova parte del globo.
Occorre sottolineare, in conclusione, che dal punto di vista storiografico la figura di Vespucci è considerata da alcuni piuttosto ambigua soprattutto a causa dell'autenticità delle sue lettere, spesso contestata: si sostiene, in particolare, che l'esploratore abbia esagerato la propria influenza negli avvenimenti e romanzato eccessivamente gli eventi, o addirittura modificato le testimonianze dei viaggiatori suoi contemporanei. Resta il fatto che la diffusione di tali lettere spinse Martin Waldseemuller, cartografo, a rinominare il continente come il femminile del suo nome in latino (cioè Americus Vespucius) nella "Cosmographiae Introductio": l'importanza dell'esploratore fiorentino, insomma, non può proprio essere ridimensionata.

martedì 9 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 maggio.
Il 9 maggio del 1978, mentre l'Italia è sotto choc per il ritrovamento a Roma del cadavere di Aldo Moro, in un piccolo paesino della Sicilia affacciato sul mare, Cinisi, a 30 km da Palermo, muore dilaniato da una violenta esplosione Giuseppe Impastato. Ha 30 anni, è un militante della sinistra extraparlamentare e sin da ragazzo si è battuto contro la mafia, denunciandone i traffici illeciti e le collusioni con la politica. A far uccidere Impastato è il capo indiscusso di Cosa Nostra negli anni Settanta, Gaetano Badalamenti, bersaglio preferito delle trasmissioni della Radio libera che egli ha fondato a Cinisi.
Cento passi separano, in paese, la casa degli Impastato da quella dell'assassino di Peppino, Tano Badalamenti, come ricorda il titolo del film di Marco Tullio Giordana che ha fatto conoscere al grande pubblico, attraverso il volto di Luigi Lo Cascio, la figura di Peppino Impastato.
Secondo lo storico Salvatore Lupo, in un piccolo paese come Cinisi, la mafia funge da centro di mediazione sociale in cui personaggi localmente influenti si presentano come intermediari sempre disponibili a trovare la soluzione del problema sia con il povero contadino sia con il grande avvocato. Ma questa bonomia apparente ha sempre dietro la minaccia della soluzione violenta. Un clima di intimidazioni e di omertà che Peppino Impastato respira sin dalla nascita. Suo padre, Luigi Impastato, pur non avendo mai avuto un ruolo di primo piano, è strettamente legato a Cosa Nostra attraverso suo cognato, Cesare Manzella, il capo della cupola negli anni Sessanta; Manzella è colui che sposta gli interessi della mafia dalle campagne alla città ed è soprattutto colui che avvia il traffico di droga con gli Stati Uniti.
Giovanni Impastato, fratello di Giuseppe: "La mia famiglia era di origine mafiosa. Mio zio Cesare Manzella, sposato con una sorella di mio padre, capo della cupola negli anni Sessanta, viene ucciso nell'aprile del 1963 con la prima autobomba nella storia dei delitti di mafia. Peppino sin da subito mi disse che si sarebbe battuto tutta la vita contro la mafia. E iniziò la sua rottura all'interno della società, del suo paese ma soprattutto della propria famiglia."
In questo senso Peppino Impastato rappresenta un caso particolare, quello di un militante, una attivista che combatte la mafia pur provenendo da una famiglia mafiosa. Una circostanza anomala, dato che la famiglia rappresenta di solito la cellula più compatta e più impermeabile della struttura mafiosa. Peppino è un ragazzo che si pone il problema del suo stesso sangue, delle sue radici, della sua stessa esistenza. Come ricorda il fratello Giovanni ci furono alcune figure che esercitarono sul giovane Giuseppe un fascino particolare, quella dello zio Matteo, un liberale dalle idee molto aperte, ma soprattutto quella di Stefano Venuti, pittore anticonformista, fondatore della sezione del PCI di Cinisi.
Negli anni Sessanta, insieme ad un gruppo di amici e compagni, Peppino fonda il giornale Idea Socialista, in cui mette in evidenza i rapporti tra gli amministratori locali e la mafia. Nonostante la madre Felicia cerchi di dissuaderlo, Peppino è deciso a intraprendere la sua personale guerra, e niente sembra poterlo fermare. Anche se il prezzo da pagare è subito altissimo. Dopo aspri conflitti suo padre lo caccia di casa. La madre Felicia cerca di fare un mediazione tra padre e figlio, e in qualche occasione il padre tenta un riavvicinamento. Ma non basta; Peppino non torna sui suoi passi e non rinuncia alla sua guerra e usa anzi strumenti sempre più efficaci per mettere a nudo la vera natura di Cosa Nostra.
Il Sessantotto è alle porte e anche Peppino Impastato scopre una nuova dimensione dell'impegno politico. Intraprende delle battaglie di carattere sociale, come ad esempio la difesa dei terreni dei contadini che venivano espropriati per permettere l'ampliamento dell'aeroporto di Punta Raisi. Una questione delicatissima; nell'aeroporto si concentravano, infatti, gli interessi mafiosi dato che il controllo dello scalo siciliano implicava il controllo di tutti i traffici tra la Sicilia, il resto d'Italia e soprattutto verso l'America.
Intorno a Peppino si raccoglie un gruppo di giovani, animati dallo stesso spirito di ribellione, che organizza a Cinisi il circolo Musica e Cultura, che promuove attività di vario genere e che diventa un punto di riferimento fondamentale per tutti i giovani di Cinisi, attratti dall'unico luogo di aggregazione della zona. Musica e Cultura diventa il centro da cui partono le denunce verso l'operato mafioso, le devastazioni delle coste, l'abusivismo, tutti gli scempi subiti dal territorio. All'interno del circolo c'è anche il collettivo femminista, che discute della libertà della donna in un contesto particolarmente arretrato.
Oltre a quello impegnato, però, c'è un aspetto scanzonato nel carattere di Peppino Impastato; attraverso Musica e Cultura organizza concerti, cineforum, e finanche un carnevale alternativo.
Nel 1977, con il boom delle radio libere, Peppino Impastato decide di fondarne una propria, a Cinisi. Con gli amici si procura in maniera rocambolesca l'attrezzatura e inizia le trasmissioni. La chiama Radio Aut e, nella trasmissione Onda Pazza, usa la satira per sbeffeggiare i capimafia e i politici locali rivelando trame illecite e attività illegali. Il bersaglio preferito è don Tano Badalamenti, l'erede di Cesare Manzella nonché l'amico di suo padre Luigi, soprannominato Tano Seduto.
Peppino Impastato per la prima volta fa nomi e cognomi, senza reticenze, cercando di rompere il tabù dell'intoccabilità dei mafiosi, in un paese dove la gente, al passaggio di Tano Badalamenti, quasi si inchina e dei boss non è  prudente nemmeno pronunciare il nome.
A quel punto don Tano Badalamenti convoca il padre di Impastato. Il messaggio è chiaro: tuo figlio la deve smettere, altrimenti lo ammazziamo. Il padre di Peppino, senza comunicare il motivo alla famiglia, va negli Stati Uniti a chiedere oltreoceano protezione per suo figlio. Ma pochi mesi dopo il suo ritorno, il 19 settembre 1977, Luigi Impastato muore, investito da una macchina.
Peppino Impastato si scaglia contro la gente che si reca a casa della famiglia per fare le condoglianze domandando come facessero, proprio loro che lo avevano ucciso, a presentarsi a casa sua.
Dopo la morte del padre Peppino non ha più nessuno che lo protegge dalle minacce di Badalamenti. Ma nonostante il dolore per la perdita del padre e il pericolo che sente crescere intorno a sé, Impastato non rinuncia alla sua battaglia. Nel 1978 si candida alle elezioni comunali nelle liste di Democrazia Proletaria, ma ormai il suo destino è segnato.
L'8 maggio 1978 Peppino passa l'intera giornata e l'intera notte a Radio Aut, come spesso accadeva. Il giorno successivo va a salutare dei parenti americani in paese, poi si sarebbe dovuto incontrare con gli amici la sera per un comune impegno politico. Gli amici, non vedendolo arrivare, si mettono a cercarlo. A casa non sanno niente di lui. Così passa la notte; gli amici sono ormai certi che sia successo qualcosa. E in effetti qualcosa è successo, l'irreparabile: Peppino Impastato è stato ucciso, dilaniato da una bomba piazzata sulla ferrovia Palermo-Trapani.
I familiari e gli amici non hanno dubbi, ad uccidere Peppino è stato Gaetano Badalamenti, eppure le indagini prendono tutt'altra direzione; si ipotizza il suicidio oppure che il giovane sia morto saltando per aria mentre preparava un attentato dinamitardo. Si indaga negli ambienti della sinistra extraparlamentare di Cinisi, si perquisiscono le case dei familiari e dei compagni alla ricerca di prove. Impastato è un terrorista o un suicida; questo è l'ultimo oltraggio della mafia contro il giovane che ha osato sfidarla. Nessuna indagine viene fatta sull'esplosivo, mentre vengono portati in caserma e interrogati i suoi più cari amici. La scena del crimine viene alterata, contrariamente ad ogni corretta procedura investigativa. Le prove, gli occhiali, le chiavi di Peppino Impastato, due pietre insanguinate sul luogo della morte, scompaiono nel nulla. Secondo Vincenzo Gervasi, legale della famiglia Impastato, si trattò di un vero depistaggio.
Al funerale di Peppino Impastato si presenta spontaneamente una folla di giovani, accorsi da tutta la Sicilia; Felicetta Vitale, la cognata di Peppino lo ricorda come 'un momento di un'emozione unica'. Ma la gente di Cinisi non si presenta, e lascia la famiglia sola. 'Neanche i vicini di casa' sottolinea con amarezza Felicia, la madre del giovane ucciso.
Nel gennaio del 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Gaetano Badalamenti. Quattro anni dopo, però, l'inchiesta viene archiviata. Ci vogliono altri 7 anni perché Badalamenti venga effettivamente processato per l'omicidio di Peppino Impastato; ad inchiodarlo, questa volta, è la testimonianza di un pentito eccellente della mafia di Cinisi, Salvatore Palazzolo.
L'11 aprile del 2002, finalmente, il Tribunale emette la sentenza contro don Tano Badalamenti: ergastolo per l'omicidio Impastato, di cui viene identificato come mandante. Trent'anni per il suo luogotenente, Salvatore Palazzolo.
'Quello che ho fatto in vita mia lo ritornerei a fare. Credo di non avere fatto male e avere sempre cercato di fare bene. Possibilmente facendo bene ho fatto male.' Così diceva Tano Badalamenti nel 1997, intervistato da Ennio Remondino.
Gaetano Badalamenti è morto per arresto cardiaco il 29 aprile 2004, all'età di 80 anni, nel carcere di Ayer, negli Stati Uniti.
Salvatore Palazzolo è morto l'11 dicembre 2001.
Gli esecutori materiali di quell'omicidio non sono mai stati condannati.

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