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giovedì 14 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 dicembre.
Il 14 dicembre 2012 nel Connecticut, Adam Lanza, un ragazzo di 20 anni con forti disturbi mentali, compì il massacro della Sandy Hook Elementary School.
Prima ha ucciso la madre in casa, poi ha raggiunto la scuola elementare ‘Sandy Hook’ facendo una strage di bambini. America sotto choc all’indomani del massacro di Newtown, nel Connecticut, dove sono rimaste uccise 26 persone, di cui 20 bimbi.
Per la strage Adam Lanza, 20 anni, ha usato le armi regolarmente acquistate dalla madre, insegnante proprio presso la ‘Sandy Hook’. Le stesse armi che poi ha rivolto contro se stesso.
“Tutte le vittime della strage sono state identificate” ha detto il tenente Paul Vance, della polizia del Connecticut, che ha chiesto ai giornalisti di “rispettare la privacy” delle famiglie delle vittime.
Sono tre le armi di cui era in possesso il giovane che ha compiuto l’assalto: sul posto infatti sono state trovate una semiautomatica 223 Bushmaster, che stava all’interno di un’auto nel parcheggio, oltre a una Glock e una Sig Sauer che Lanza aveva addosso.
Lanza aveva reagito molto male alla separazione dei genitori, Nancy e Peter, una decina di anni fa. E’ la testimonianza di un ex vicino di casa, Ryan Kraft, che di tanto in tanto faceva da baby sitter ad Adam e il fratello Ryan e in quelle occasioni li trovava troppo ”turbolenti”. ”I ragazzi – ricorda – sembravano davvero depressi”, Adam prendeva farmaci.
Un’altra vicina, Beth Israel descrive invece Adam solo come un ragazzo introverso, ma non aggressivo. ”Posso solo dire che era un po’ strano socialmente, timido e silenzioso, non ti guardava negli occhi, ma non riesco a pensare ad alcun incidente specifico”, ha raccontato in un’intervista al Washington Post. Il padre di Adam, Peter, è vicepresidente e specialista fiscale per la GE Financial Services, si è risposato e vive a Stamford, sempre nel Connecticut.
Lanza veniva descritto dai suoi compagni di scuola timido e introverso, desideroso di non attrarre in alcun modo l’attenzione, al punto da non voler comparire nell’annuario del suo liceo, quello della classe del 2010. I ragazzi ricordano quanto fosse a disagio nelle situazioni sociali. Diversi di loro hanno anche detto di ricordare che soffrisse di un problema di disturbo dello sviluppo. Stando a quanto era stato loro riferito, si trattava della sindrome di Asperger.
”Si vedeva che si sentiva a disagio quando stava al centro dell’attenzione – ha raccontato una sua ex compagna, citata dal New York Times – Credo che forse non avesse ricevuto il giusto tipo di attenzione o di aiuto. Credo che si notasse così poco che le persone neanche si rendevano conto che forse c’era qualcosa di più, che forse aveva bisogno di parlare o ricevere una qualche forma di assistenza”.
“Il male è stato qui nella nostra comunità. E’ un momento terribile. Lo supereremo” ha detto il governatore del Connecticut, Dan Malloy, al quale il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon ha fatto pervenire un messaggio di cordoglio. Attaccare i bambini è “aberrante ed impensabile”, ha dichiarato Ban, che ha espresso cordoglio alle famiglie delle vittime e a tutti coloro che sono rimasti “traumatizzati da questo terribile crimine”.
”Ogni genitore in America ha il cuore colmo di dolore” ha detto nel suo intervento del sabato l'allora presidente americano, Barack Obama. “La maggior parte delle persone che sono morte erano bambini piccoli, con un’intera vita davanti a sé. Tra le persone uccise anche insegnanti – uomini e donne – che hanno dedicato la loro vita ad aiutare i nostri figli a realizzare i loro sogni”.
Obama ha poi esortato gli americani a tendere la mano alle famiglie delle vittime. “I nostri cuori sono infranti oggi. Siamo addolorati per le famiglie di quanti ci sono venuti a mancare”, ha dichiarato esortando gli americani ad unirsi per fare in modo che “siano adottate azioni significative per prevenire il ripetersi di tragedie come queste. Senza tener conto della politica”.
I messaggi di cordoglio e gli appelli a discutere finalmente di controllo delle armi si sono moltiplicati negli Stati Uniti dopo la notizia del massacro: dal governatore di New York Andrew Cuomo, che si è detto “scioccato e addolorato” e che ha chiesto che la società unita “combatta la diffusione delle armi” al sindaco di New York Michael Bloomberg, che ha parlato della necessità di “un’azione immediata”, a Nancy Pelosi, leader dei Democratici alla Camera dei Rappresentanti, per la quale “non ci sono parole in grado di consolare i genitori dei bambini assassinati alla Sandy Hook”, tutti hanno espresso il loro sgomento e dolore per la strage.
Mark Kelly, marito di Gabrielle Giffords, la ex parlamentare gravemente ferita da un uomo armato a Tucson nel 2011, è intervenuto su Facebook: “I bambini della scuola elementare Sandy Hook e tutte le vittime della violenza delle armi meritano leader che abbiano il coraggio di prendere parte ad un dibattito significativo sulle leggi sulle armi, su come possano essere riformate e meglio attuate per impedire la violenza e le morti in America”.
Il governatore del Colorado John Hickenlooper, nel cui stato ci sono state sia la strage della High School di Columbine, nel 1999 sia la sparatoria di Aurora quest’anno, ha espresso appoggio e cordoglio: “Sappiamo fin troppo bene quale impatto questo tipo di violenza produca su una comunità e sulla nostra nazione. I nostri pensieri e le nostre preghiere vanno alle famiglie delle persone uccise. Possiamo fornire il nostro appoggio, ma sappiamo che il dolore resterà per sempre”.
Il regista americano Michael Moore è intervenuto più volte su Twitter dopo aver appreso la notizia, commentando fin da subito quanto accaduto e denunciando con forza l’assenza di un dibattito e di decisioni sul controllo delle armi negli Stati Uniti.
“Tra pochi minuti esperti e politici diranno che ‘questo non è il momento di parlare di controllo delle armi’. Davvero? Quando è questo momento?”, chiede Moore ricordando che dalla strage nella Columbine High School nel 1999 in cui furono uccisi 12 studenti ed un insegnante, ci sono state almeno 31 sparatorie nelle scuole. Per Moore “il modo di onorare quei bambini morti è chiedere un rigido controllo sulle armi e un’assistenza psichiatrica gratuita”.
Moore poi se l’è presa direttamente con la principale lobby che si batte per il diritto al possesso delle armi, la National Rifle Association, (NRA): “La NRA odia la libertà – ha scritto su Twitter – Non vogliono che abbiate la libertà di mandare i vostri bambini a scuola aspettandovi che tornino a casa vivi”.
Non appena si è diffusa la notizia della sparatoria a Newtown, un gruppo di manifestanti è tornato a riunirsi davanti alla Casa Bianca per chiedere un maggiore controllo sull’accesso alle armi negli Stati Uniti. Tra loro anche Linda Finkel-Talvadkar, che ogni lunedì dalla strage in Colorado a luglio manifesta a Washington sulla Pennsylvania Avenue per chiedere una legislazione più rigida sulle armi da fuoco.
“Credo che esprimere la necessità di un regolamento sulle armi sia lavorare a nome delle famiglie che oggi hanno perso i loro cari”, ha dichiarato la donna parlando con la Dpa. “Non possiamo lasciare che questo continui”, ha aggiunto. Con lei un centinaio di persone, tra cui famiglie con bambini piccoli e insegnanti. Barbara Elsas, maestra della scuola materna che da 27 settimane manifesta con Finkel-Talvadkar si è detta frustrata per la mancanza totale di passi avanti su questo terreno. “Succedono cose orribili, andiamo in strada, sfiliamo con le candele, cantiamo, poi ciascuno torna a casa”, ha detto, lamentando la mancanza di azioni politiche.
“Oggi è il giorno” si leggeva sui cartelli che i manifestanti esibivano a Washington, con riferimento alla necessità di avviare immediatamente un dibattito sulle armi. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, pur sottolineando la necessità che questo avvenga, ha detto commentando il massacro di non credere “che questo possa essere oggi”.
Profondo dolore ha espresso il Papa per “una tragedia insensata”. Lo sottolinea Benedetto XVI, riferisce il sito della Radio Vaticana, in un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone. ”Un evento scioccante” che ha toccato molte famiglie. Benedetto XVI invoca la consolazione della preghiera per sostenere la comunità ”con la forza dello spirito che trionfa sulla violenza” e ”con il potere del perdono, della speranza e dell’amore che riconcilia”.

mercoledì 13 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 dicembre.
Il 13 dicembre 1250 muore Federico II di Svevia.
Federico II di Svevia, re di Sicilia, fu colto edificatore, protettore delle arti e grande rinnovatore per i suoi sostenitori, ma anche temibile nemico della cristianità, per i pontefici che lo avversarono. Fu un personaggio affascinante, dal grande spessore politico e culturale, che seppe dare vigore e orgoglio alle genti del Meridione italiano. Le sue tracce sono oggi ancora rintracciabili.
Federico Ruggero nasce a Jesi il 26 dicembre 1194, sotto una tenda innalzata nella piazza, come aveva voluto la madre, Costanza d' Altavilla, figlia di Ruggero Il Normanno, Re di Sicilia, e moglie dell'Imperatore Enrico VI, della grande dinastia tedesca degli Hohenstaufen, figlio di Federico I Barbarossa.
Il padre Enrico VI muore nel 1197, quando Federico II ha solo tre anni. A lui solo è destinata l'eredità del regno dell'Italia meridionale. In Sicilia, cacciati tutti i signori germanici dal regno, Costanza d'Altavilla assume la reggenza di Federico. Coerentemente col testamento del marito, conduce trattative prima con papa Celestino III, poi con Innocenzo III. Riconosce la supremazia del papa sul regno normanno e conclude un concordato nel quale rinuncia all'impero per conto del figlio, la cui reggenza viene affidata al papa.
Nel 1198 scompare anche la madre e Federico, il 18 maggio 1198, a soli quattro anni, viene incoronato Re di Sicilia, Duca di Puglia e Principe di Capua, e viene affidato alla tutela del Pontefice Innocenzo III.
Per lui il Papa avrebbe voluto un destino tranquillo, lontano dalla vita politica, tuttavia Federico non si sottrarrà al destino che per lui sembrava segnato.
Incoronato Re il 26 dicembre del 1208, a quattordici anni, Federico mostra subito di avere le idee chiare. I suoi primi pensieri sono rivolti al sud dell'Italia dove la situazione era tutt'altro che facile. Durante gli anni della sua permanenza in Germania il regno di Sicilia era rimasto in balia dei comandanti militari tedeschi. Inoltre, feudatari e comunità cittadine avevano approfittato della debolezza della monarchia per estendere i loro domini e le loro autonomie.
Il suo primo obiettivo era quello di rivendicare tutti i diritti regi che erano stati usurpati nel trentennio precedente. Federico decide di confiscare tutte le fortezze costruite abusivamente negli anni, rivendica i diritti dello Stato su passi, dogane, porti e mercati, e annulla le pretese dei signori locali e le esenzioni di cui godevano i mercanti stranieri.
Anche i feudi vengono riportati sotto il controllo del Re: Federico ne vieta la vendita senza la sua autorizzazione. Impone inoltre il suo necessario assenso per i matrimoni dei vassalli. Contemporaneamente Federico adotta misure per facilitare gli scambi e garantire la sicurezza delle strade.
Federico vuole potenziare l'apparato burocratico-amministrativo dello Stato e necessita di giuristi e funzionari ben preparati: nel 1224 fonda a Napoli la prima Università statale del mondo occidentale, concedendo facilitazioni di vario genere a coloro che volessero frequentarla e proibendo allo stesso tempo ai suoi sudditi di recarsi a studiare alla concorrente Bologna.
L'impegno di Federico per la popolazione e la terra del Meridione si intensifica con l'impulso che dà alla Scuola Medica di Salerno, e con la promulgazione da Melfi delle Costituzioni, che diedero l'ossatura al suo Stato centralizzato. Su una collina della Capitanata in Puglia, fa edificare, tra gli altri, il celebre Castel del Monte, che egli stesso progetta.
Innovativo anche in campo giudiziario, Federico II pone il criterio di equità al centro del suo impegno ad amministrare la giustizia senza eccezioni di sorta nel confronti di nessuno. Viene enunciato il culto della pace, di cui il re si fa garante. In questo compito i giudici svolgono, in nome del sovrano, una funzione pressoché sacra, un intento che viene confermato da alcune puntuali correlazioni: il giuramento imposto a tutti i ministri di agire con equità, l'irrigidimento dei criteri di selezione ed il forte impegno per elevare il livello culturale dei funzionari regi.
In campo economico, Federico lotta nelle principali città del Sud, contro l'usura: a Napoli e Bari soprattutto vi erano quartieri ebraici in cui si svolgevano attività di prestito di denaro con restituzione di interessi. Federico non desidera che gli ebrei siano vittime dei cristiani, ma non vuole nemmeno che vi sia un disequilibrio. Riconduce le attività economiche degli ebrei sotto il controllo pubblico, accordando loro protezione, imparziale giustizia e garanzia dei diritti, come a tutti gli altri sudditi del regno.
Federico cadde vittima di una grave patologia addominale, forse dovuta a malattie trascurate, durante un soggiorno in Puglia; secondo Guido Bonatti, invece, sarebbe stato avvelenato. Egli, difatti, qualche tempo prima aveva scoperto un complotto, in cui fu coinvolto lo stesso medico di corte. Comunque, le sue condizioni apparvero immediatamente di tale gravità che si rinunciò a portarlo nel più fornito Palatium di Lucera e la corte dovette riparare nella domus di Fiorentino, un borgo fortificato nell'agro dell'odierna Torremaggiore, non lontano dalla sede imperiale di Foggia.
Leggenda vuole che a Federico fosse stata predetta dall'astrologo di corte, Michele Scoto, la morte “sub flore”, ragione per la quale pare egli abbia sempre evitato di recarsi a Firenze. Allorché fu informato del nome del borgo in cui infermo era stato condotto per le cure necessarie, Castel Fiorentino per l'appunto, Federico, comprese e accettò la prossimità della fine.
Federico II di Svevia ricostruì l'impero, costruì il primo stato centralizzato, imbrigliò le ambizioni temporali della chiesa e ammaliò il mondo con la naturalezza con cui compì quest'opera che oggi è da considerarsi titanica.

martedì 12 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 dicembre.
Il 12 dicembre 2007, per una overdose di cocaina, muore Ike Turner.
Izear Luster Turner, Jr. nasce il 5 novembre 1931 a Clarksdale, Mississippi. Incomincia la sua carriera musicale molto presto, dividendosi tra la radio – dove fa il DJ – e la sua band, i Kings of Rhythm, che forma quando è ancora alle superiori. Sebbene gli esordi non siano fortunati (nel primo brano inciso "Rocket 88" non compare neanche il suo nome), Ike e la sua band cominciano a suonare per alcuni leggendari autori blues come Howlin' Wolf, Otis Rush, Buddy Guy e Sonny Boy Williamson II.
Nel 1956 incontra Anna Mae Bullock, che Ike accoglie in casa propria quando lei è incinta del sassofonista della band: i due incominciano poi una relazione e Anna diventa successivamente più conosciuta come Tina. Con lei Turner incide nel 1959 il brano "A fool in love" che diventa un grandissimo successo, raggiungendo il secondo posto della classifica R&B: la band viene ribattezzata Ike & Tina Turner Revue e incominciano così ad uscire una serie di brani di ottimo riscontro. Nel 1962 viene pubblicato l’album strumentale DANCE WITH IKE &TINA TURNER & THEIR KINGS OF RHYTHM BAND; nello stesso periodo però, incominciano per Ike i problemi con la cocaina, che lo rende una persona violenta, capace di picchiare spesso Tina. La dipendenza gli impedisce anche la collaborazione con il produttore Phil Spector, che invece con Tina realizza il memorabile RIVER DEEP – MOUNTAIN HIGH. Alla fine degli anni Sessanta il duo vive comunque un momento di grande popolarità soprattutto con "Proud Mary", prima hit del 1971 e soprattutto vincitrice di un Grammy; le divergenze tra i due continuano fino a divorziare l’anno seguente. Da quel momento Ike si dedica a diverse attività: forma una nuova band e poi incide un paio di dischi da solo, sempre lottando contro la dipendenza da eroina (per esempio non può partecipare alla cerimonia di ammissione di Tina nella Hall of Fame perché si trova in prigione). Riesce a cambiare vita, si risposa e riforma una nuova versione dei Kings of Rhythm. Nel 2001 pubblica l’album HERE AND NOW, che riceve anche una nomination ai Grammy come migliore album blues tradizionale; RISIN’ WITH THE BLUES viene realizzato cinque anni più tardi, ottenendo un’altra nomination.
Ike muore il 12 dicembre 2007 a San Marcos in California per un’overdose di cocaina.

lunedì 11 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 dicembre.
L'11 dicembre 1982 gli ABBA sciolgono il loro sodalizio musicale.
Gli ABBA sono stati un gruppo musicale pop svedese ed i rappresentanti musicali della Scandinavia più blasonati e di maggior successo. Si stima che abbiano venduto oltre 400 milioni di dischi in tutto il mondo, rendendoli uno dei gruppi più popolari nella storia della musica leggera e vendendo ancora oggi due o tre milioni di copie all'anno. Gli ABBA hanno raggiunto un successo mondiale e sono considerati tra i più celebri esponenti della musica pop internazionale. Nella loro Svezia si stima inoltre che soltanto la casa automobilistica Volvo abbia ottenuto dei profitti maggiori.
Il nome del gruppo deriva da un acronimo formato dalle lettere iniziali dei nomi dei membri e lo si trova scritto anche come Abba. La prima 'B' nella seconda versione del logo del nome del gruppo appare rovesciata a partire dal 1976 in tutte le copertine dei loro dischi e del materiale promozionale.
Il gruppo si costituì circa nel 1970 ed era costituito di quattro membri: Bjà rn Ulvaeus, Benny Andersson, Agnetha Fältskog e Anni-Frid Lyngstad (meglio conosciuta come "Frida"). Quattro anni dopo erano già all'apice della loro carriera musicale dopo aver vinto l'edizione dell'Eurofestival nel 1974 con il brano Waterloo; da allora raggiunsero grande successo e popolarità mondiali. Al massimo della loro celebrità entrambi i matrimoni dei componenti del gruppo (Bjà rn con Agnetha e Benny con Frida) fallirono, fino alla rottura del gruppo avvenuta nel 1982.
Gli ABBA furono il primo gruppo non anglofono e proveniente dall'Europa continentale a raggiungere un successo così ampio nei paesi anglofoni, come il Regno Unito, l'Irlanda, gli Stati Uniti, il Canada, l'Australia, la Nuova Zelanda ed il Sud Africa. Tra i loro più grandi conseguimenti fu la legittimazione dell'industria musicale scandinava come fonte di successo internazionale, spianando la via a gruppi svedesi come Ace of Base, Roxette, The Cardigans, Europe e più recentemente Alcazar.
Benny Andersson era un membro degli Hep Stars, una band rock/pop svedese molto popolare nel suo paese natale durante gli anni sessanta, dove suonava le tastiere. Fece il debutto televisivo in una gara di talenti nel 1963. Quel gruppo era modellato, musicalmente ed esteticamente, attraverso varie influenze dei più celebri gruppi britannici e statunitensi del tempo, come gli Herman's Hermits, The Who e i Rolling Stones, ed ebbe un discreto seguito, in particolare tra le ragazze teen-agers.
Nello stesso momento Bjà rn Ulvaeus aveva fondato un gruppo skiffle, gli Hootenanny Singers, dalle sonorità più sfumate e diluite, in pratica più commerciali, rispetto a quelle degli Hep Stars.
I due si incontrarono per la prima volta nel 1966 intraprendendo da subito una stretta collaborazione musicale, che non si esaurirà con lo scioglimento degli ABBA.
Agnetha Fältskog, invece, era già molto nota ed era un autentico fenomeno della musica pop. Aveva vinto una gara di giovani talenti nel settembre 1967 ma era balzata alla popolarità dopo aver recitato il ruolo di Maria Maddalena nella versione svedese del musical Jesus Christ Superstar. Agnetha aveva anche composto ed eseguito canzoni pop solari in stile "Schlager" (dal tedesco, indica un genere di canzone sentimentale ed orecchiabile), unite ad alcune cover delle hits suonati dai gruppi che in quel momento andavano per la maggiore. Aveva già raggiunto le vette delle classifiche svedesi e pubblicato dischi anche in Germania, dove godeva di grande popolarità, soprattutto nel circuito del cosiddetto "Swedish folkparks", sorta di concerti folk-rock all'aperto dei "figli dei fiori" della terra svedese. Durante uno di questi concerti, dove partecipavano anche gli Hep Stars, aveva avuto modo di conoscere e innamorarsi di Bjà rn. Le loro nozze, celebrate nel 1971, vennero subito definite "il matrimonio dell'anno" e suscitarono un grande interesse. Infatti le foto della cerimonia dominarono per settimane le prime pagine dei rotocalchi scandinavi.
Il tassello mancante nel mosaico degli ABBA arrivò con la norvegese Anni-Frid Lyngstad. Nel 1967 aveva partecipato e vinto un concorso per giovani talenti. Proprio durante quella notte si celebrava in Svezia il cambio del senso di guida automobilistico (dalla guida sinistra si passò alla guida destra) e la televisione nazionale aveva messo in cantiere una serie di grandi show per convincere la gente a restare in casa il più possibile e moderare il traffico. Frida era stata invitata ad apparire in televisione ad eseguire la canzone vincitrice. La sua prima uscita televisiva pubblica non venne però degnata di attenzioni particolari, e la sua carriera musicale non decollò.
Non passerà comunque molto tempo prima del suo incontro con Benny Andersson, avvenuto nel 1969 in uno "Swedish folkparks". In questa occasione i due si innamorarono e Benny invitò Anni-Frid a cantare le parti vocali di supporto, insieme ad Agnetha, nell'album Lycka.
Dietro il successo degli ABBA c'era una quinta persona: Michael Tretow, tecnico del suono. Dal primo disco li aveva seguiti e loro lo avevano scelto in maniera esclusiva e molta parte della tecnica sonora e dell'elettronica del suono era opera sua. Michael li conosceva separatamente già prima che formassero il gruppo, ad eccezione di Benny. Michael aveva permesso di tentare arditi esperimenti sonori non molto lontani dal cosiddetto "wall-of-sound" (il "muro-del-suono") inventato da Phil Spector. Il risultato era stato il celeberrimo e innovativo "ABBA Sound".
Nei primi anni settanta, anche dopo le nozze di Bjà rn e Agnetha, i futuri componenti del gruppo avevano continuato separatamente le loro carriere musicali. Tuttavia Stig Anderson, manager degli Hep Stars e proprietario di uno studio di registrazione - il Polar Studio - e di un'etichetta discografica - la Polar Music - nutriva per i quattro sconfinate ambizioni ed era ben determinato a farli sfondare sul mercato internazionale come autori di canzoni per diversi festival della musica pop svedese. I risultati furono incoraggianti, tanto che Bjà rn e Benny scrissero una canzone per l'Eurofestival, edizione 1972, eseguita da Lena Anderson. Il brano, dal titolo "Say It With a Song", si classificò soltanto al terzo posto nelle eliminatorie, ma aveva raggiunto i primi posti delle classifiche in molti paesi, convincendo Stig di essere sulla strada giusta.
Bjà rn e Benny intanto continuavano a comporre insieme i loro brani, sperimentando un nuovo sound e nuovi arrangiamenti vocali che avevano ottenuto un vasto seguito in Giappone. Una canzone da loro composta, intitolata Isn't It Easy To Say, era diventata un grande hit da classifica per gli Hep Stars, e Bjà rn talvolta era stato ospite d'onore nei tour della band.
Fino a questo punto si trattava semplicemente di collaborazione. Oggi è molto suggestivo immaginare una fusione tra le due band di Bjà rn e di Benny, cosa che in realtà non avvenne mai: fu invece Stig Anderson ad intuire il grandissimo potenziale del lavoro in coppia di Benny e Bjà rn, e li incoraggiò a comporre il loro primo disco, che conteneva le canzoni Hej Gammle man (in svedese Hei vecchio uomo) e Lycka (in svedese, Felicità) (1970), dove apparivano i loro due nomi. Bjà rn e Benny avevano voluto anche delle parti cantate da un coro che era composto proprio da Agnetha e Frida, con cui intrattenevano anche relazioni sentimentali da poco tempo. Le due donne non erano però accreditate in quel lavoro firmato solo da Benny e Bjà rn. Non è ancora lecito parlare di formazione vera e propria del gruppo: i componenti c'erano, con un ruolo secondario per le due rappresentanti femminili, ma gli ABBA non esistevano ancora come gruppo.
Il singolo People need love (registrato il 29 marzo 1972) rappresenta una pietra miliare nella storia della band, sia perché il gruppo canta in inglese sia perché ancora non appare il nome ABBA, bensì i quattro nomi dei componenti, nell'ordine: Bjà rn & Benny - Agnetha & Anni-Frid: ancora una volta furono relegate ad una posizione di secondo piano le componenti femminili, poste sì in copertina, ma dopo il nome dei due autori. In questa canzone, comunque, le due cantanti avevano dimostrato di essere delle autentiche promesse: Stig in questa occasione aveva rilevato che tutte le quattro voci si intonavano a meraviglia col nuovo sound da loro creato, per quanto il disco avesse raggiunto solo le zone medie delle classifiche svedesi: tutto ciò lo spronò a proseguire nell'intento.
L'anno successivo, il gruppo aveva deciso di andare all'Eurofestival, questa volta con la canzone Ring Ring. Per la manifestazione, Stig aveva fatto curare una traduzione in inglese nientemeno che da Neil Sedaka, ed era partito con le ambizioni di vincere a mani basse. Il tentativo di usare una canzone in inglese, infatti, nasceva proprio dalle mire di Anderson, che voleva per il gruppo un successo che andasse oltre i confini nazionali. Ciò nonostante, il gruppo non venne neppure selezionato a rappresentare la Svezia per il prestigioso concorso: per quanto forti della schiacciante maggioranza dei voti della giuria popolare al Melodifestivalen, la selezione svedese per la manifestazione europea, il gruppo arrivò solo terzo. Nondimeno, decisero di inserire il brano nel loro primo album, intitolato "Ring Ring". Questo album e il brano omonimo, pubblicato come singolo nelle versioni inglese e svedese, raggiunse le posizioni alte delle classifiche in molte nazioni europee (Germania, Paesi Bassi e Scandinavia), ma l'ambizioso Stig volle a tutti i costi avere almeno una hit britannica o statunitense. Il gruppo, intanto, fu invitato nel programma televisivo tedesco Disco (6 gennaio 1973) dove però mancava Agnetha, in attesa di un bambino, che venne sostituita da Inger Brundin, un'amica di Frida. In quell'anno venne anche lanciato l'LP di Ring Ring e la versione tedesca e spagnola della canzone.
Dopo l'esperienza fallita nel 1972, i quattro operarono diverse modifiche: il primo passo fu quello di cambiare il nome del gruppo in ABBA, per la promozione pubblicitaria, ricavato dalle iniziali dei nomi di battesimo dei componenti. Iniziato da principio come un piacevole gioco, il nuovo nome andava bene per il mercato nazionale svedese e anche per quello estero, dove erano pressoché sconosciuti. Fu utilizzato per la prima volta in Waterloo, ma accompagnato dai nomi della formazione: tuttavia, già dall'album successivo, scomparvero i nomi e restò solo l'acronimo.
Il logo ufficiale è stato creato da Rune Sà derqvist ed utilizzato per la prima volta sulla copertina del singolo di Dancing Queen uscito l'agosto del 1976. Ma l'idea originale venne al fotografo tedesco Wolfgang Heilemann, durante una sessione fotografica del gruppo per la rivista BRAVO. I membri del gruppo dovevano tenere le giganti iniziali dei loro nomi, e, dopo che le foto furono fatte, il fotografo ne trovò una nella quale uno degli uomini teneva la sua lettera rigirata. L'idea fu discussa ed agli ABBA piacque. Il logo è ancora oggi usato per tutto il materiale ufficiale del gruppo.
Nel 1974 avevano deciso di tentare ancora una volta la carta dell'Eurofestival, ispirati a livello visivo dalla scena glam-rock che andava per la maggiore in Gran Bretagna e dal brano "See My Baby Jive" portato al successo dai Wizzard. Il risultato fu il loro brano d'esordio col nuovo nome, Waterloo, un brano pop in stile glam, che utilizza appieno l'approccio al "Wall-of-Sound" di Michael Tretow.
Il gruppo vinse il Melodiefestivalen (cantando però in svedese) e si qualificò per la manifestazione europea, ma soprattutto prepararono per bene l'evento partecipando in diverse TV del nord Europa e organizzando diversi tour.
I quattro avevano già molto materiale da utilizzare nel loro nuovo album da far uscire durante lo spettacolo che si svolse a Brighton. Si presentarono in costumi abbastanza sfavillanti, di ispirazione napoleonica (Bjà rn affermò in un'intervista che aveva un costume così stretto che non poteva neanche sedersi), e stavolta il successo fu immediato: vinsero la manifestazione a furor di popolo e il gruppo fece breccia nel cuore dei britannici per la prima volta; il nome risultò indovinato e la gente corse in massa ad acquistare anche l'album (Waterloo). Da questo momento la carriera del gruppo è in continua ascesa. Il singolo arrivò in cima alle classifiche di 9 paesi, tra cui il Regno Unito, ed anche, caso unico per una canzone dell'Eurofestival, nella Top 10 di nazioni extra-europee come gli Stati Uniti, l'Australia, la Nuova Zelanda ed il Canada.
Waterloo resta importante perché gli ABBA registrarono il loro primo film clip o promo clip. Questa tecnica sarà per loro molto importante e segnerà in seguito uno stile commerciale molto particolare che aprirà la strada ai clip degli anni '80. Il motivo di questi clip era dettato dall'esigenza di ridurre i viaggi, soprattutto in nazioni lontane, ma dove erano molto famosi come l'Australia e la Nuova Zelanda. Il loro manager Anderson, in questo modo, raggiungeva diversi mercati discografici lasciando al gruppo tempo per la vita privata (Agnetha era diventata madre da poco tempo). I primi clip erano registrati con pochi mezzi da un esperto del settore: Lasse Hallstràm. La casa discografica, la Polar Music, infatti, non era disposta a spendere molto, non riuscendo a cogliere la forte penetrazione che avrebbero avuto questi media sul mercato.
I singoli seguenti non andarono granché bene, sia perché il gruppo era impreparato a promuovere i loro brani nei concerti, privilegiando l'accuratezza del lavoro in studio, sia perché le loro canzoni non avevano contenuti forti come quelle, tanto per restare nella scena glam, di Lou Reed, Marc Bolan o David Bowie, ma erano tranquille e rassicuranti. In aggiunta a ciò si deve includere il fatto che il gruppo era giovane ed era legato a quella manifestazione, oltre la quale non aveva spazio. Il singolo seguente, Honey, Honey, raggiunse la 27esima negli Stati Uniti e la 2a in Germania, mentre nel Regno Unito la Epic fece uscire un remix di Ring Ring. Il primo tour europeo degli ABBA non andò bene come il gruppo sperava, dovendo eliminare persino alcune date in Svizzera, mentre nella sessione scandinava del tour ebbero finalmente il successo e l'accoglienza desiderata facendo decine di concerti "tutto esaurito".
Nel 1975 uscì il singolo So Long, che ebbe un mediocre successo, mentre il successivo, Do, I Do, I Do, I Do, I Do, raggiunse la numero uno in Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa e la Top 10 in Germania. Il gruppo, tuttavia, consolidò la presenza nelle classifiche con il brano SOS, originariamente scritto per un lavoro solista di Agnetha, che arrivò alla sesta in Gran Bretagna diventando il secondo brano da top ten britannico, mentre la canzone arrivò alla prima in Germania ed alla seconda in Italia, diventando il settimo singolo più venduto dell'anno ed il più grande successo degli ABBA nel nostro paese (anche perché come lato-B aveva Mamma Mia, canzone mai uscita come singolo da noi). SOS fu anche il loro secondo singolo ad entrare nella Top 10 in Canada e raggiunse la Top 15 statunitense. Con il terzo ed omonimo album ABBA e con il grande successo avuto dai singoli estratti da esso il gruppo smentì chi già li considerava uno tra i tanti One-Hit-Wonder. Il singolo di Mamma Mia divenne infatti la loro seconda numero uno inglese ed arrivò in cima alle classifiche tedesche ed australiane.
Il gruppo, inoltre, decise di realizzare la loro prima autocelebrativa antologia intitolata Greatest Hits, una raccolta di grandissimo successo, diventato il primo album del gruppo in assoluto a ricevere il disco di platino negli Stati Uniti, raggiungendo il milione di copie vendute nel Paese. Con Fernando, loro primo singolo non estratto da un album, il gruppo decretò definitivamente lo scoppio dell'"ABBAmania", in particolare in Australia e Nuova Zelanda: Fernando detiene a tutt'oggi il record per il numero delle settimane consecutive di presenza al primo posto delle charts australiane (ben 14 settimane), a pari merito con Hey Jude dei Beatles e diventando uno dei singoli più venduti nel Paese. Fernando arrivò alla numero 1 in ben 13 paesi, diventando uno dei singoli più venduti del gruppo. Sempre in Australia e Nuova Zelanda uscì, al posto di Greatest Hits, un'antologia chiamata Best Of ABBA, che batté tutti i record diventando l'album più venduto della storia australiana e rimanendo in prima posizione per 16 settimane. In Nuova Zelanda l'album è stato certificato 24 volte disco di platino (360 mila copie).
Naturalmente il meglio doveva ancora arrivare, a partire dall'album realizzato nel 1976, Arrival. La pulizia negli arrangiamenti e nella registrazione ormai raggiungeva vette mai toccate in precedenza, inaugurando un nuovo livello nel lavoro di studio e nella scrittura musicale dei brani. Inanellano consecutivamente tre hit da classifica: Money, Money, Money, Knowing Me, Knowing You e quello che probabilmente rimase il loro brano più celebre, Dancing Queen, presentato al Teatro dell'Opera di Stoccolma alla presenza del re di Svezia, la vigilia del suo matrimonio. Dancing Queen raggiunge la numero uno in 14 paesi, tra cui gli Stati Uniti (dove è stato il loro unico singolo capace di raggiungere la cima delle classifiche). Da questo momento in poi gli ABBA divennero molto popolari nel Regno Unito, più di quanto fossero in Australia ed in Nord-Europa. Arrival sancisce anche il successo internazionale degli ABBA, che, oltre ad imporsi nelle classifiche europee ed australiane, scalano anche quelle americane e giapponesi.
Ancora oggi Dancing Queen rappresenta con ogni probabilità la canzone più popolare degli ABBA nel mondo, con un film clip registrato dal vivo alla Alexandrà Night Club di Stoccolma.
Alla fine del 1976 il nuovo "ABBA sound" o "ABBA style" era sinonimo del pop europeo e iniziavano a fioccare diverse imitazioni di gruppi che copiavano il suono, la presenza scenica (due ragazzi e due ragazze) e, non ultimo, anche l'inizio della carriera, come capitò ai Brotherhood of Man che vinsero l'Eurofestival di quell'anno e, più tardi, ai Bucks Fizz nel 1981.
Nel 1977 gli ABBA partirono per un tour che toccò l'Europa, dove riscossero molto successo, e l'Australia, dove si poté assistere ad una vera e propria isteria di massa da parte dei fans ed una grandissima attenzione da parte dei media, tanto che fu coniato il termine "ABBAmania". Dopo il loro arrivo a Melbourne gli ABBA furono invitati al municipio della città, dove salutarono dalla balconata dell'edificio una folla entusiastica di migliaia di persone. Per i due concerti organizzati alla Royal Albert Hall di Londra furono richiesti 3,5 milioni di biglietti, sufficienti a riempire 580 volte l'arena, mentre i 12 concerti australiani furono visti da un totale di 160 mila persone. Il regista Lasse Hallstràm fece anche un film-documentario sul tour australiano, chiamato ABBA - The Movie.
Gli ABBA stavano ormai abbandonando definitivamente l'Europop, cominciando a sperimentare generi diversi e approfondendo la stesura dei testi; questo processo artistico portò alla luce ABBA: The Album, uscito in concomitanza con il film. L'album è più raffinato, musicalmente più eterogeneo ed anche i testi sono più elaborati. The Album è accolto meno bene di quelli usciti precedentemente dalla critica inglese, ma il disco ed i suoi singoli hanno ugualmente un successo mondiale. Il primo estratto, The Name of the Game arriva alla 1 nel Regno Unito ed entra nella Top 15 statunitense, mentre il secondo singolo è Take A Chance On Me, che scala le classifiche inglesi e diventa un successo commerciale ancora superiore a Dancing Queen negli Stati Uniti, anche se arriva "solamente" alla 3° posizione. Un'altra canzone contenuta nel disco, Thank You for the Music, esce come singolo nel 1983 ed è stata usata come lato-B di Eagle, contenuta sempre in The Album ed uscita solo in alcuni paesi. Curioso notare che, negli Stati Uniti, The Album sarà il primo e unico loro studio album ad essere premiato con il disco di platino.
Nel 1978 gli ABBA erano all'apice della carriera. Convertirono un teatro inutilizzato costruendo uno studio di registrazione modernissimo a Stoccolma (nello stesso studio fu registrato l'album Duke dai Genesis), ed erano celebrati da numerosi altri complessi, tra cui i Led Zeppelin di In Through the Out Door. A maggio il gruppo fece un'intensa campagna promozionale negli Stati Uniti e cantarono allo show di Olivia Newton-John. Il singolo Summer Night City era nei primi posti delle charts e fu il preludio dello stile che gli ABBA stavano per adottare nel loro prossimo album. Nel gennaio 1979 Bjà rn Ulvaeus ed Agnetha Fältskog annunciarono il loro divorzio. La notizia fece grande scalpore tra i media e le speculazioni sul futuro del gruppo iniziarono a fioccare. Gli ABBA assicurarono ai fans ed alla stampa che il divorzio non avrebbe influito sul gruppo e che avrebbero continuato il loro lavoro come band.
Voulez-Vous, album ispirato alla musica dei Bee Gees ed influenzato dalla Disco music, un genere che, a differenza di quello che molti pensano, gli ABBA usarono quasi esclusivamente in questo disco. L'album arrivò alla numero uno in diversi paesi, tra cui Regno Unito, Germania e Giappone. Il primo singolo estratto fu Chiquitita, cantata il 9 gennaio 1979 nella Sede dell'ONU a New York, durante un concerto organizzato dall'UNICEF, a cui gli ABBA donarono il copyright della canzone, mentre il singolo divenne una hit che arrivò in cima alle classifiche di 10 paesi. I seguenti singoli che vennero tratti da quest'album, Voulez-Vous, Does Your Mother Know e I Have A Dream, entrarono sempre nelle charts, ma in Inghilterra, nel pieno del fenomeno punk e all'alba del movimento New Wave, molti consideravano gli ABBA come fautori di un suono mieloso e datato.
Lo stesso anno uscì anche il secondo Greatest Hits del gruppo, Greatest Hits Vol. 2, che conteneva il singolo Gimme! Gimme! Gimme! (A Man After Midnight) (ripresa nel 2005 da Madonna nel singolo Hung Up). La canzone fu un grande successo commerciale e la loro più grande hit in stile Disco, arrivando in cima alle classifiche di Francia, Svizzera, Belgio, Finlandia ed Irlanda e diventando il loro singolo a raggiungere la posizione più alta in Giappone. Durante gli anni '70, a causa dell'embargo del rublo, la Russia comprava gli album degli ABBA in cambio di barili dei petrolio.
Gli ABBA nel settembre del '79 partirono per un tour che toccò il Nord America, dove fecero 17 date tutte esaurite, 13 negli Stati Uniti e 4 in Canada. L'ultima data statunitense, programmata a Washington D.C., fu cancellata a causa dello stress emotivo provato da Agnetha durante il volo da New York a Boston fatto sul loro aereo privato; il veicolo infatti fu soggetto a condizioni meteorologiche estreme a causa di un tornado che si stava abbattendo sul Connecticut e non poté atterrare per lungo tempo. Il tour nordamericano finì con un concerto a Toronto davanti a 18.000 persone. Ad ottobre iniziarono la parte europea del tour, in cui gli ABBA fecero 23 date, compresi sei concerti con il "tutto esaurito" nella Wembley Arena di Londra. Nel marzo 1980 approdarono in Giappone, dove, appena arrivati al Aeroporto di Tokyo-Narita, furono assediati da migliaia di fans. Il gruppo fece 12 concerti nel Paese, i cui biglietti andarono tutti esauriti. Questo fu l'ultimo tour degli ABBA.
Nel novembre dello stesso anno esce il loro settimo album Super Trouper, che registra ottimi riscontri di vendita in tutto il mondo, segnando anche un punto di rottura definitivo con lo stile che aveva caratterizzato gli ABBA all'inizio della loro carriera: l'album infatti è caratterizzato da testi sempre più personali e dall'uso del sintetizzatore, che lo avvicinava allo Synth pop. Nondimeno, la celebre The Winner Takes It All entrò nella Top 10 statunitense e scalò ancora le classifiche inglesi. Le vicende personali erano palesi nella canzone (il cui titolo in italiano equivale a "chi vince prende tutto"), dedicata al divorzio tra Bjà rn e Agnetha, nel cui video musicale la bionda cantante viene ripresa malinconicamente da sola ed in primo piano. Il singolo successivo Super Trouper divenne la nona ed ultima numero uno del gruppo nel Regno Unito. Lay All Your Love On Me, uscita nel 1981, diventò il singolo a 12 pollici ad aver raggiunto la posizione più alta nella classifica musicale britannica, arrivando alla 7.
Nel 1980 uscì anche un greatest hits contenente alcune canzoni del gruppo registrate in spagnolo chiamato Gracias Por La Mà sica. La raccolta venne fatta uscire nei paesi di madrelingua spagnola, in Giappone ed in Australia. L'album divenne un grande successo sopratutto in America latina, dove le versioni spagnole di Chiquitita e I Have A Dream scalarono le classifiche.
Nel gennaio del 1981 (dopo due anni dal divorzio con Agnetha) Ulvaeus sposò Lena Källersjà , mentre il manager Stig Anderson celebrò i suoi 50 anni con una grande festa. Gli ABBA per l'occasione incisero una canzone svedese (Hovas Vittne), stampata su 200 vinili rossi (diventati oggi i singoli più rari e ricercati del gruppo) che furono regalati agli ospiti della festa. Le priorità dei componenti del gruppo stavano cambiando: Frida stava lavorando per un suo album, Agnetha voleva essere più vicina alla sua famiglia ed anche lei desiderava occuparsi della sua carriera da solista, mentre Benny e Bjà rn avevano intenzione di fare un musical. I recenti avvenimenti si rifletterono sui cambiamenti che la musica ed i testi degli ABBA ebbero in quel periodo, mostrando il grande senso di disagio che i quattro provavano. A metà febbraio dell'81 Benny Andersson e Anni-Frid Lyngstad annunciarono che stavano per divorziare. Secondo alcune indiscrezioni i due facevano fatica a tenere unita la coppia già da tempo, e Benny aveva conosciuto una donna, Mona Nà rklit, che avrebbe poi sposato nel novembre dello stesso anno.
Durante la fine di aprile il gruppo registrò uno speciale TV chiamato Dick Cavett meets ABBA (Dick Cavett incontra gli ABBA), condotto dal presentatore statunitense Dick Cavett: lo speciale contiene anche un mini-concerto live, composto da 9 canzoni, l'ultimo concerto degli ABBA. Nel novembre dello stesso anno esce The Visitors, un album che mostra una maggiore maturità nella scrittura dei testi, meno spensierati e più complessi e profondi rispetto alle prime incisioni: ad esempio la title-track raccontava la storia degli incontri segreti di oppositori ad uno sconosciuto regime dittatoriale (tanto che l'album fu bandito dall'URSS, si pensa infatti che il regime a cui viene fatto riferimento nella canzone sia quello sovietico), e gli altri brani affrontavano temi fino ad allora inconsueti per loro, come la vecchiaia, la guerra, la perdita dell'innocenza e la crescita dei loro figli. Lo stesso sound era più cupo e pervaso da un forte senso di malinconia che anticipava la loro fine; il loro stile pop europeo leggero era ormai lontano anni luce. Il primo singolo estratto dall'album è One Of Us, il cui testo è influenzato dai cambiamenti che sono avvenuti all'interno del gruppo, che arrivò alla 3 in Gran Bretagna e fu la loro nona ed ultima numero uno in Germania: la canzone, infatti, viene considerata l'ultima grande hit degli ABBA. In Nord America, Australia e Nuova Zelanda uscì come singolo When All Is Said And Done, canzone cantata principalmente da Frida e che parla di una coppia che si separa dopo molto tempo, riferendosi al suo recente divorzio con Benny: arrivò alla 27esima negli Stati Uniti, diventando l'ultimo singolo nella Top 40 americana avuto dal gruppo.
Nell'estate del 1982 Bjà rn e Benny pubblicarono The Day Before You Came, letteralmente l'ultima canzone da loro registrata. In un'intervista di Bjà rn afferma che fu l'insuccesso di questa canzone, nonostante la qualità ottima, a far prendere al gruppo la definitiva, ma preventivata, decisione di non continuare. Sempre a detta dello stesso, se la canzone avesse raggiunto i primi posti delle classifiche, il gruppo avrebbe sicuramente continuato a lavorare insieme per altri anni. La canzone, infatti, arrivò alla 32 in Gran Bretagna, sancendo il declino commerciale che il gruppo stava ormai subendo nel paese, mentre entrò nella Top 5 di Germania, Svizzera, Olanda e Svezia.
Opus 10, il cui titolo doveva celebrare il traguardo dei primi dieci album, come è noto non venne mai alla luce. Scampoli di provini erano stati raccolti nel corso degli anni, inseriti in vari bootleg, fino a raccogliere una serie di brani che a ragion veduta ne avrebbero dovuto costituire la lista tracce, nella quale avrebbero trovato posto anche i quattro brani inediti pubblicati negli ultimi due 45 giri, a loro volta inediti: The Day before You Came, Cassandra, Under Attack, You Owe Me One. Un brano strumentale era stato pensato come title-track, insieme ad altri brani eterogenei tra loro, tra i cui titoli figuravano Just Like That, Every Good Man, Under the Sun. Di questi tuttavia non esistevano versioni complete, e quelle rinvenute presentavano una pessima resa sonora. Fu quindi a sorpresa che, nel 1993, in More ABBA Gold, la raccolta che seguì la fortunata compilation ABBA Gold, fu incluso un brano inedito intitolato I Am the City, che può dunque considerarsi tutt'oggi come l'ultimo singolo prodotto dagli ABBA.
Le componenti femminili volevano seguire una loro strada sia nella vita personale sia artistica mentre Benny e Bjà rn erano fortemente intenzionati a lavorare ad un musical, influenzati in ciò da un amico di Bjà rn: Judy Craimer. La doppia raccolta The Singles: the First Ten Years, che vede brindare i membri degli ABBA in copertina ai loro dieci anni di carriera, rappresentava l'ultimo saluto della band non anglosassone più famosa al mondo ai fan. A ulteriore riprova, fece seguito la stampa su 45 giri della loro Thank You for the Music, che avrebbe trovato le strade delle classifiche benché la canzone fosse vecchia di cinque anni. L'ultima esibizione pubblica del gruppo fu nel programma inglese The Late, Late Breakfast Show l'11 dicembre 1982, considerata la data dello scioglimento del gruppo dato che nessuna rottura è mai stata ufficialmente annunciata. The Visitors rimane quindi l'ultimo album del gruppo, mentre gli anni successivi sono caratterizzati da un incredibile numero di compilation, nuovi remixaggi dei loro classici, omaggi e tributi più svariati e un album dal vivo pubblicati da diverse etichette discografiche, sempre molto venduti.
Bjà rn e Benny continuarono a lavorare insieme: conclusa la stagione degli ABBA, scrissero la partitura per un musical, dopo diversi anni che ne avevano accarezzato l'idea. Nacque così Chess, in collaborazione con il paroliere Tim Rice che aveva portato al successo, tra l'altro, Jesus Christ Superstar sia in teatro che al cinema. La prima rappresentazione di Chess si tenne a Londra nel 1986, con ben tre anni di repliche, conoscendo poi numerose riedizioni. Il musical prendeva spunto dal gioco degli scacchi per raccontare un dualismo sportivo e passionale tra due virtuosi degli scacchi (un russo e un americano) che prendono parte al campionato mondiale e al tempo stesso si contendono le attenzioni di una donna: attraverso questo antagonismo (dove subentra anche un secondo personaggio femminile) venivano riproposti in chiave simbolica anche i contrasti tra le due superpotenze tipici della guerra fredda. I luoghi dove si svolgono i due atti dell'opera sono località neutrali, quali la nostra Merano e Bangkok. Da questo musical (che in Italia fu rappresentato soltanto in una sessione a Milano nel 1991), venne estratto il singolo One night in Bangkok, cantato da Murrey Head che divenne un successo di portata europea nella primavera del 1985. Il tema d'amore era invece interpretato dalle due protagoniste al femminile, Elaine Page e Barbra Dickson: I know him so well può definirsi una classica canzone nel vero ABBA style, che ebbe modo di far rimpiangere i fan accaniti del gruppo su come Frida e Agnetha avrebbero potuto interpretarla da par loro.
Il primo tentativo di realizzare un musical fu effettuato dai quattro ABBA già nel 1977, durante le pause degli spettacoli australiani, con The Girl with The Golden Hair, denominato "mini-musical", che non sarebbe mai giunto a compimento. Parte del copione fu poi riutilizzato nella sceneggiatura di Abba - The Movie, mentre tre brani furono inclusi in Abba - The Album, nella cui copertina viene indicata la provenienza da questa opera il cui progetto, al momento dell'uscita del disco, non era stato ancora abbandonato.
Il loro secondo lavoro compiuto è stato invece Kristina fran Duvemala, scritto insieme a Lars Rudolfsson e basato su un racconto dello scrittore svedese Vilhelm Moberg. Mamma Mia!. Il loro terzo musical basato sulle canzoni degli ABBA, ottiene successo a Londra nei tardi anni '90 e in tutta Europa ancora ai nostri giorni, e ottenne una nomination nel 2002 per il Tony Award come Miglior Musical. Grazie all'opera della sceneggiatrice Catherine Johnson, infatti, è stato possibile costruire una storia che riutilizzasse tutti i successi degli ABBA.
Dal canto loro, Agnetha e Frida, dopo lo scioglimento del complesso, affronteranno saltuarie realizzazioni in campo musicale, ottenendo soltanto moderati successi. Frida passerà sotto la produzione di Phil Collins nell'album Something's Going On, (1982) il cui brano trainante, I Know There's Something Going On, sarà il suo ultimo discreto successo anche in Italia. Nel 1984 sarà prodotta da Steve Lillywhite nell'album Shine e questa sarà per molto tempo l'ultima sua uscita discografica. Nel 1996 tentò per l'ultima volta un'incisione discografica, cantando in svedese nell'album Djupa andetag, ma non ottenne più il successo internazionale avuto in precedenza.
Agnetha ricominciò la carriera solista con un album dal titolo significativo, Wrap Your Arms Around Me (Abbracciami), che, trainato dal singolo The Heat Is On, scalò le classifiche europee, arrivando anche ad ottenere una Top 30 negli Stati Uniti con Can't Shake Loose. L'album successivo, Eyes of a Woman, ebbe meno successo del precedente. Nel novembre 1987 uscì il suo terzo album post-ABBA, I Stand Alone, che arrivò alla n.1 in Svezia rimanendovi per otto settimane. Lo stesso anno Agnetha, costantemente tormentata dalla stampa scandalistica scandinava, decise di ritirarsi dalla vita pubblica interrompendo la sua carriera musicale.
Nell'aprile 2004 uscì un nuovo disco solista di Agnetha, My Colouring Book (Il mio libro colorato), il primo dopo 17 anni di assenza dalle scene, che ottenne buone recensioni e vendette abbastanza bene in Svezia, Germania (al n. 6 delle classifiche), in Finlandia dove ricevette disco d'oro ed in Gran Bretagna, dove guadagnò il disco d'argento ed arrivò in Top 15. Il primo singolo estratto dall'album, If I Thought You'd Ever Change Your Mind, è ancora oggi la più grande hit solista di Agnetha nel Regno Unito, dove raggiunse l'undicesima posizione.
Nel settembre 2004 Frida registrò le canzoni di un nuovo album insieme a Jon Lord (già componente dei Deep Purple) e fece qualche rara apparizione nella televisione tedesca.

domenica 10 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 dicembre.
Il 10 dicembre 1921 nasce a Milano Giuseppe Prisco, per tutti Peppino, padre della pungente ironia meneghina.
A diciotto anni si arruola nel corpo degli alpini: durante la Seconda Guerra Mondiale combatte sul Fronte Russo come ufficiale della divisione Julia. Partecipa alla campagna di Russia: su un gruppo di 53 ufficiali sarà uno dei tre superstiti.
Medaglia d'argento al valore militare, dalla fine della guerra sarà per lui sempre cara la periodica adunata delle "penne nere".
Si laurea in Giurisprudenza nel 1944 e viene iscritto all'Albo degli Avvocati il 10 maggio 1946. Sposato con Maria Irene, da lei avrà due figli: Luigi Maria e Anna Maria.
Principe del Foro di Milano, è stato a lungo uno dei più noti avvocati penalisti; per anni è stato presidente dell'Ordine degli Avvocati milanese.
Dal 1980 al 1982 è consigliere dell'istituto di credito Banco Ambrosiano Veneto.
Ma il grande pubblico lo ricorda soprattutto per esser stato uno dei più grandi ed emblematici tifosi interisti che la città meneghina abbia mai ospitato. Il suo nome è legato alla società calcistica dal 1963, anno in cui è diventato vicepresidente dell'Inter.
In oltre mezzo secolo di vita societaria Peppino Prisco, con brillante e intelligente cultura, e con frizzante ironia, è stato al fianco di cinque diversi presidenti: da Carlo Rinaldo Masseroni ("Guidava la società come un padre di famiglia, divenni segretario nonostante la sua diffidenza") ad Angelo Moratti ("Mi incaricò di fare il portavoce nei dopo-partita perché era stufo di pagare le multe di Herrera"), da Ivanoe Fraizzoli ("Un vero amico, in tribuna, avevamo i posti vicini, peccato non abbia avuto i trionfi che meritava") a Ernesto Pellegrini ("Mi onorava di considerarmi un fratello maggiore"), fino a Massimo Moratti ("L'erede legittimo alla presidenza").
Nel 1993 pubblica il libro "Pazzo per l'Inter. Un sogno lungo 62 anni".
Noto per la sua ironia pungente e il suo sorriso sarcastico, l'attore Teo Teocoli - notoriamente tifoso milanista - ne fa una spassosa imitazione, annoverandolo tra i suoi personaggi più riusciti, e i giornalisti sportivi fanno a gara per raccogliere le sue battute alla fine delle gare.
Il 9 dicembre 2001 appare in televisione, nella trasmissione Controcampo su Italia 1. Il giorno seguente, in occasione del suo ottantesimo compleanno, sul sito Internet di Ronaldo appare uno spiritoso messaggio in cui ringrazia "il Fenomeno" per avergli fatto il più bel regalo di compleanno, con il suo ritorno al gol dopo due anni di sofferenze ("Mi ricordi Peppino Meazza").
Due giorni dopo, il 12 dicembre 2001, alle 4 del mattino, muore a Milano a causa di un infarto.
Nel 2004 per rendere omaggio alla memoria dell'avvocato, l'Inter ha organizzato la I edizione del Premio Letterario "Peppino Prisco", dal cui brano vincitore è stata tratta ispirazione per la campagna abbonamenti F.C. Internazionale 2005/06.
Tra le sue battute più famose ricordiamo
"La gioia più grande? Scontata. Il Milan in B. E per ben due volte: una... a pagamento e una... gratis. Sono dell'idea che una retrocessione cancelli almeno cinque scudetti conquistati e che la vittoria di una Mitropa Cup elimini i residui."
"La speranza per il futuro? Vorrei che chi mi incontra per strada mi gridasse in faccia: "Peppino campione d'Italia". Sogno lo scudetto. E, visto che ci sono, anche il Milan di nuovo in serie B. Cosi mi vendico anche di Teo Teocoli. Uno bravo che mi imita bene e con simpatica correttezza. Mi mette di buon umore. Giacca da camera a parte."
"L'interista più simpatico? Giacinto Facchetti. Fece un gol al Napoli in mezzo alla nebbia e venne a cercarmi a bordo campo per abbracciarmi. Ci mise tre minuti per trovarmi.".
Di lui hanno detto:
"Un personaggio unico. Per l'Inter è davvero una grave perdita. L'avvocato incarnava quello che rappresenta questa squadra nel mondo del calcio. Era lui il vero primo tifoso nerazzurro. Sarà una mancanza importante".
Giuseppe Bergomi
"L'umanità della persona era la cosa che colpiva più di tutte. Un uomo onesto, un appassionato, un supertifoso dell'Inter che, grazie alla sua simpatia e all'ironia, sapeva conquistare tutti. Sempre con la battuta pronta."
Alessandro Altobelli
"Gli ero molto affezionato. Lo conoscevo da quando ero piccolo. Brillantissimo. Apparteneva a quel mondo di gente, intelligente, arguta, sempre spiritosa, capace di trovare l'ironia in ogni circostanza. Un dirigente che sapeva attirare l'attenzione anche dei tifosi delle altre squadre. D'altronde, le persone intelligenti e che amano la loro bandiera non possono non essere stimati dagli avversari, anche se spesso vengono contestati".
Sandro Mazzola

sabato 9 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 dicembre.
Il 9 dicembre 1987 è la data in cui convenzionalmente si considera iniziata la prima intifada in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
Da quella data infatti, nei Territori Occupati si alzò un moto popolare (che prese il nome di Intifada, in arabo "brivido, scossa"), che cercava di combattere la presenza israeliana in Palestina. A differenza di quanto era successo in passato, inoltre, la sommossa nasceva proprio all'interno dello stato di Israele, nei territori occupati, in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, dove le condizioni di vita per i palestinesi erano particolarmente dure.
La prima Intifada si fa iniziare il giorno dopo l'8 dicembre 1987, quando un camion israeliano colpì due furgoni che trasportavano operai di Gaza a Jabaliyya (campo profughi che al tempo ospitava 60.000 persone), uccidendone quattro. In risposta la sera stessa, scoppiò una rivolta a Jabaliyya, dove centinaia di persone bruciarono gomme e attaccarono le Forze di Difesa Israeliane. E in breve la rivolta si espanse ad altri campi profughi palestinesi e infine a Gerusalemme.
La repressione israeliana fu durissima, tanto che il 22 dicembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condannò Israele per avere violato le Convenzioni di Ginevra a causa del numero di morti palestinesi in queste prime poche settimane di Intifada. I gruppi estremistici di matrice islamica che non si riconoscevano nell'OLP (per sua stessa natura laica e di ispirazione socialista) diedero vita ad un movimento radicale chiamato Hamas (nato a Gaza proprio nel 1987, acronimo arabo di "Movimento di Resistenza Islamico") che esacerbò lo scontro con le forze militari israeliane con un crescendo di attentati terroristici suicidi.
Il nome Hamas comparve per la prima volta nel 1987, in un volantino che accusava i servizi segreti israeliani di minare la fibra morale dei palestinesi, reclutandoli come collaborazionisti. A differenza di quanto era successo in passato, le attività terroristiche di Hamas colpirono in maniera indiscriminata obiettivi civili e militari. Nello stesso periodo, le posizioni dell'OLP andarono ammorbidendosi sempre più, cercando di abbandonare la lotta terroristica e aprendosi alla diplomazia, tanto che nei primi anni '90, si giunse al primo (e forse il più significativo) processo di pace tra Israele e OLP.

venerdì 8 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 dicembre.
Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 viene messo in atto in Italia un tentativo di colpo di stato, fallito.
In quella notte, la vita democratica italiana è minacciata da un oscuro pericolo: è in atto un complotto pianificato nei minimi dettagli per l'assalto ai centri nevralgici del potere, un colpo di Stato. I ministeri dell'Interno e della Difesa, la sede della RAI, le centrali di telecomunicazione e le caserme sono presidiate in attesa dell'ordine di attacco, ma quando scatta l'ora decisiva tutte le forze mobilitate per il golpe sono richiamate a rientrare nei ranghi.
Il Paese, ignaro degli avvenimenti che si sono susseguiti nella notte dell'Immacolata, scopre quale rischio abbiano corso le istituzioni repubblicane soltanto il 17 marzo 1971, quando il quotidiano “Paese Sera” rivela l'esistenza di un progetto eversivo dell'estrema destra.
L'opinione pubblica, scioccata, si interroga su chi siano i protagonisti della cospirazione, quali gli obiettivi e soprattutto come e perché il piano sia giunto così vicino alla concreta attuazione, sebbene senza essere coronato dal successo.
Le prime ipotetiche risposte iniziano ad arrivare dalla magistratura: il 18 marzo 1971, il sostituto procuratore di Roma Claudio Vitalone emette gli ordini di cattura, per il tentativo di insurrezione armata contro lo Stato, verso gli esponenti della destra extraparlamentare Mario Rosa e Sandro Saccucci, l'affarista Giovanni De Rosa, l'imprenditore edile Remo Orlandini, ed il giorno successivo è raggiunto da un mandato anche Junio Valerio Borghese, già comandante della famigerata Decima Flottiglia MAS, in seguito divenuto leader della formazione neofascista Fronte Nazionale.
Junio Valerio Borghese, rampollo della celebre casata romana, si è distinto come ufficiale di Marina durante la Seconda Guerra Mondiale al comando del sommergibile Scirè, per l'affondamento delle corazzate inglesi Valiant e Queen Elizabeth nel porto di Alessandria d'Egitto il 18 dicembre 1941.
Dopo l'armistizio del 1943, aderisce alla Repubblica di Salò continuando l'attività nella Decima Flottiglia MAS, ricostituita come reparto indipendente di volontari, di cui diviene il comandante.
La formazione, che gode di una singolare autonomia e di un regolamento particolare, collabora con l'occupante tedesco nella guerra agli Alleati e nella spietata repressione della Resistenza partigiana, ma ancora prima della fine del conflitto allaccia rapporti con i servizi segreti americani (l'OSS, da cui nascerà nel 1947 la CIA) in funzione anticomunista ed antislava.
Terminata la guerra, dopo un concitato periodo di latitanza e ripetuti arresti, Borghese è condannato il 17 febbraio 1949 per collaborazionismo riuscendo però, grazie alla protezione americana (in particolare dal responsabile del controspionaggio dell'OSS, James Jesus Angleton), ad essere in breve tempo scarcerato.
Per Borghese si avvia così la carriera politica e ottiene nel 1951 la presidenza onoraria del Movimento Sociale Italiano, da cui però presto si scosta per avvicinarsi alle posizioni più estremiste della destra extraparlamentare.
Nel settembre 1968, mentre tutta la penisola è attraversata dalla contestazione, fonda il Fronte Nazionale nel tentativo di coagulare attorno a sé i movimenti più radicali, compreso Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie, che non si riconoscono nella politica istituzionalizzata e parlamentare dei partiti.
Dichiarando un'aperta e violenta ostilità per la sinistra italiana, insistendo sul pericolo di una “deriva rossa”, Borghese entra in contatto con diversi settori delle Forze Armate, con il comando militare americano e della NATO, allaccia rapporti con numerosi esponenti dell'industria e della finanza per raccogliere così i fondi necessari all'organizzazione di gruppi armati.
Con il fallimento del piano golpista del 1970, Borghese trova asilo nella Spagna franchista, dove rimane nonostante la revoca, nel 1973, dell'ordine di cattura da parte della magistratura italiana. Muore a Cadice il 26 agosto 1974, in circostanze mai completamente chiarite.
La procura della Repubblica di Roma, costretta ad archiviare l'indagine del 1971 per mancanza di prove, riapre l'istruttoria il 15 settembre 1974, quando il ministro della Difesa Giulio Andreotti consegna uno scottante rapporto del servizio segreto militare (SID) che getta nuova luce sul piano eversivo.
Il dossier, redatto dal generale Gianadelio Maletti, si basa sulle dichiarazioni del costruttore Remo Orlandini registrate dal capitano Antonio La Bruna, e coinvolge tra i cospiratori anche il direttore del SID Vito Miceli: i vertici militari, risultando (nonostante quanto fino ad allora sostenuto) in realtà consapevoli del tentato golpe, sono scossi da un terremoto da cui lo stesso Miceli esce destituito.
Già redatta una lista di personalità politiche da arrestare, gli insorti si apprestavano ad occupare le principali città italiane, su tutte Milano, Venezia, Reggio Calabria, ma soprattutto le istituzioni con sede a Roma.
L'operazione architettata dai golpisti, chiamata “Tora Tora” per la ricorrenza dell'attacco giapponese a Pearl Harbor, sarebbe partita a Roma dai cantieri edili di Orlandini nel quartiere Montesacro, dalla palestra dell'Associazione Paracadutisti in via Eleniana, dal quartiere universitario dove si erano riuniti i gruppi dei congiurati, affiliati ai movimenti neofascisti e membri dell'Esercito.
Mentre un commando sarebbe penetrato nel ministero degli Interni, sottraendo mitragliatori dall'armeria, una colonna di automezzi della Guardia Forestale di Città Ducale, agli ordini del colonnello Luciano Berti, si sarebbe fermata poco distante dalla sede della RAI in via Teulada.
Al momento decisivo però, un inspiegabile contrordine avrebbe interrotto improvvisamente l'attuazione definitiva del piano.
La magistratura spicca nuovi arresti ed avanza formulando ulteriori accuse, sulla presunta avvenuta occupazione del Viminale, sul progetto di rapimento del Presidente della Repubblica e sulla marcia verso la capitale intrapresa dalla Guardia Forestale.
Il processo è inaugurato il 30 maggio 1977, ma dei 78 imputati i più compromessi, tra cui Remo Orlandini ed il medico reatino Adriano Monti, sono latitanti. Il 14 luglio 1978, la sentenza di primo grado si risolve in trenta assoluzioni, ma anche per i condannati cadono i più gravi capi d'accusa, come l'insurrezione armata, e resta solo il reato, relativamente attenuato, di cospirazione politica. Sono dunque comminati dieci anni a Remo Orlandini, otto a Rosa, De Rosa e al colonnello dell'Aeronautica Giuseppe Lo Vecchio, cinque anni a Stefano Delle Chiaie e al colonnello dell'Esercito Amos Spiazzi, quattro a Sandro Saccucci; escono invece assolti “perché il fatto non sussiste” Vito Miceli, Luciano Berti, Adriano Monti.
Il 29 novembre 1984, dopo due giorni di camera di consiglio, la Corte d'Assise d'Appello assolve tutti gli imputati, derubricando il programma golpista come un “conciliabolo di quattro o cinque sessantenni”, ed anche la Cassazione conferma tale interpretazione il 24 marzo 1986.
Il 7 novembre 1991, il giudice milanese Guido Salvini, entrato in possesso dei nastri originali delle registrazioni effettuate da Antonio La Bruna, scopre che le versioni consegnate durante gli anni alla magistratura risultano tagliate nei numerosi passaggi in cui compaiono i nomi di esponenti politici e militari di primo piano, come l'ammiraglio Giovanni Torrisi, Capo di Stato Maggiore dal 1980 al 1981.
Rispetto alla versione integrale dei nastri, veniva inoltre omesso ogni riferimento a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che avrebbe dovuto provvedere al sequestro del Presidente Saragat, e restava sottaciuto anche il coinvolgimento della mafia siciliana, incaricata di eliminare il capo della polizia Angelo Vicari, come poi sarà confermato anche da Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, Luciano Leggio. La giustizia incrimina perciò Maletti e La Bruna per la manipolazione dei nastri, ma il provvedimento cade in prescrizione nel 1997 ed in ogni caso Giulio Andreotti, all'epoca loro referente superiore in qualità di ministro della Difesa, giustifica i tagli in quanto avrebbero riguardato informazioni non essenziali se non addirittura potenzialmente nocive al processo.
Grazie al Freedom of Information Act deciso dal presidente americano Clinton, il quotidiano “La Repubblica” acquisisce documenti desecretati della CIA e rivela, il 19 dicembre 2004, che i servizi segreti statunitensi conoscevano il complotto eversivo di Borghese, e che Adriano Monti, designato come ministro degli Esteri del governo golpista, sarebbe stato il tramite dei contatti tra i cospiratori e Ugo Fenwich, impiegato presso l'ambasciata americana a Roma.
Sebbene alcuni settori marginali della CIA avrebbero dimostrato interesse e garantito il necessario appoggio per il colpo di Stato, la risposta conclusiva si sarebbe risolta in un parere di sarcastica ostilità ad eventuali mutamenti nell'equilibrio dell'area mediterranea.
Nel 2005, Adriano Monti esce da un trentennale silenzio per dichiarare, alle telecamere di “La Storia siamo noi”, il proprio diretto coinvolgimento nella trama cospirativa, in qualità di mediatore deputato a sondare le disponibilità della classe dirigente americana allora facente capo a Nixon.
A questo scopo si sarebbe incontrato a Madrid con Otto Skorzeny, già protagonista con un commando di SS della liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso nel 1943, assoldato dalla CIA nel dopoguerra.
Secondo Monti, l'intelligence americana richiese come garanzia la nomina di Giulio Andreotti a capo del Governo, ma non è possibile appurare se il diretto interessato, che ha smentito la circostanza, ne fosse consapevole.
A tutt'oggi, nonostante un dettagliato rapporto della Commissione Stragi sugli episodi che hanno caratterizzato la “strategia della tensione”, non sono ancora chiari i motivi e soprattutto le responsabilità del contrordine che ha fermato Borghese e i suoi uomini.
L'ipotesi avanzata da Claudio Vitalone, nella ricostruzione della strategia golpista, è che l'intervento armato sarebbe servito unicamente come premessa ad una svolta autoritaria, legittimata come una reazione normalizzatrice rispetto all'eccezionale condizione di emergenza.
Rimane tuttora ignoto l'effettivo grado di coinvolgimento degli apparati statali e delle personalità politiche nel contorto piano eversivo, ma è ormai sicuro che quello della notte del 7 dicembre 1970 non fu certo un “golpe da operetta”.

giovedì 7 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 dicembre.
Il 7 dicembre 1852 a Mantova vengono impiccati alcuni dei cosiddetti "martiri di Belfiore".
 Dopo la caduta di Napoleone, a Mantova, la maggior parte della popolazione restò indifferente di fronte al ritorno degli austriaci, anche se il ripristino immediato delle consuetudini conservatrici asburgiche si fece sentire quando entrò a far parte del Regno del Lombardo-Veneto sotto l'Impero. Venne privilegiata la sua funzione di fortezza, che insieme a Peschiera, Verona, Legnago, formava il cosiddetto Quadrilatero.
Il Castello di San Giorgio divenne uno dei carceri di massima sicurezza dell'Italia del Nord. L'Austria, vinta la I guerra d'Indipendenza e repressi i moti del '48-'49, seguì nel  Lombardo-Veneto le indicazioni del Cancelliere dell'Impero, Felice di Schwartanberg, che sosteneva, per scoraggiare qualsiasi tentativo d'autonomia, il bisogno di qualche "salutare impiccagione". Infatti ben 961 condanne a morte vennero eseguite nel regno in un anno; inoltre ai funzionari civili e militari era permesso applicare pene corporali ed infine vennero imposti pesantissimi tributi alle popolazioni. Di fronte ad una stretta così dura, il malcontento cresceva, alimentando le file dei movimenti di rivolta.
Il movimento Mantovano amalgamò le differenze ideologiche esistenti fra i rivoluzionari riconoscendo che era necessario prima di tutto organizzarsi per preparare una coscienza civica.
Le basi dell'organizzazione vennero poste in una riunione tenutasi il 2 novembre 1850 in una abitazione al n 10 dell'odierna via G. Chiassi, per decidere di creare un comitato insurrezionale allo scopo di raccogliere armi e denaro, creare collegamenti con altre organizzazioni ed infine di contrastare l'Austria. Diciotto mantovani parteciparono a questa storica seduta, tra cui Giovanni Acerbi, Carlo Poma, Achille Sacchi, don Enrico Tazzoli, il vero organizzatore e coordinatore del moto, ed altri rivoluzionari. Tra i più attivi, don Enrico Tazzoli aveva stretti contatti con Tito Speri, uno dei più audaci protagonisti delle dieci giornate di Brescia del 1849, Antonio Scarsellini di Venezia, il conte Carlo Montanari di Verona, i fratelli Lazzati e G. Pezzotti di Milano ed inoltre era in accordo con Mazzini, esule a Londra, per lanciare le cartelle del prestito interprovinciale mazziniano per la raccolta di monete di piccolo taglio. L'audacia dei mantovani era tale che le cartelle venivano offerte pubblicamente nei bar senza temere la polizia.
Il 5 novembre 1851 fu giustiziato fuori dagli spalti di Belfiore il sacerdote don Giovanni Grioli, che non faceva parte della congiura, ma  fu accusato falsamente di aver tentato di corrompere due soldati ungheresi e per questo condannato alla pena capitale.
Nel gennaio del 1852, la congiura venne scoperta per una circostanza fortuita: durante la perquisizione in casa di Luigi Pesci, esattore comunale di Castiglione delle Siviere, alla ricerca di banconote false, vennero trovate alcune cartelle del prestito mazziniano.
Pesci interrogato, svelò che un professore del Seminario di Mantova, don Ferdinando Bosio, gli aveva venduto le cartelle.
Questi, dopo aver resistito per 24 giorni agli interrogatori, confessò che il coordinatore del movimento mazziniano era un suo collega, don Enrico Tazzoli, che fu arrestato il 27 gennaio del 1852 . Egli si considerò estraneo alle accuse di don Bosio e non rivelò la chiave di lettura del quaderno su cui annotava, secondo un codice segreto i nomi degli affiliati e le somme raccolte che gli avevano sequestrato. Tra gli altri, venne arrestato anche Luigi Castellazzo, segretario del comitato mantovano che confessò la trama della congiura. Forse diede la chiave per decodificare, anche se non vi è la prova certa, il codice segreto chiamato Pater Noster con cui venivano cifrati i documenti dal Tazzoli. Il 24 giugno, in carcere, don Tazzoli seppe che gli austriaci avevano decifrato la chiave di lettura del suo quaderno. Vennero arrestati Carlo Poma, Tito Speri, Carlo Montanari e altri iscritti di Mantova, Verona, Brescia e Venezia; poiché il centro della congiura era Mantova qui furono condotti tutti i prigionieri.
Quasi tutti i prigionieri confessarono; anche don Tazzoli ritenne assurdo negare l'evidenza; cercò di minimizzare la responsabilità degli altri ma non rivelò i nomi di quelli che si celavano sotto pseudonimo. Furono tutti rinchiusi e sottoposti a torture morali e fisiche, organizzate dallo spietato giudice istruttore tedesco, Krausn, nelle carceri del castello di S. Giorgio o in quello tremendo della Mainolda. Alcuni non resistettero  e morirono in seguito alle sevizie ed alla somministrazione massiccia di Belladonna (una pianta medicinale contenente atropina, un alcaloide che in dosi eccessive provoca delirio e coma); come Giuseppe Maggi di Verona, Giuseppe Clementi di Laives e il milanese Ambrogio Ronchi; mentre Mauro Vimercati e Igino Sartena si suicidarono; Giuseppe Sartena invece impazzi. Furono processate 110 persone.
Il 7 dicembre 1852 furono eseguite le prime condanne a morte per impiccagione. A seguito della sentenza il Vescovo di Mantova, monsignor Corti tentò inutilmente di intervenire affinché si evitasse per don Enrico Tazzoli la sconsacrazione. Fu costretto, su ordine del Papa, a procedere alla mortificante cerimonia: la lettura della formula di condanna, il ritiro dei paramenti sacri tolti di dosso e la raschiatura con un coltello della pelle delle dita che sorreggono l'ostia durante la comunione. La tragedia poteva essere evitata, se solo avessero negato le accuse, infatti l'articolo 443 del codice penale austriaco prevedeva nei casi di alto tradimento 20 anni di prigionia e non la forca, riservata solo a chi si dichiarava reo. Unico patriota che non fu condannato a morte fu Giuseppe Finzi che aveva sempre negato di fronte alle accuse dei compagni, e in base al predetto articolo fu condannato a 18 anni di carcere duro.
Il primo ad essere impiccato fu Giovanni Zambelli, di seguito Angelo Scarsellini, don Enrico Tazzoli, Bernardo De Canal ed infine il medico Carlo Poma. 
Sui muri delle celle, nell'odierno Convento attiguo alla Chiesa di Santa Teresa trasformato in prigione dove trascorsero gli ultimi giorni, don Tazzoli scrisse di perdonare tutti sperando per sé il perdono di Dio mentre Bernardo de Canal annotò angoscioso " Chi avrebbe detto a mia madre, quando me dié la vita: costui aspetta il carnefice? povera madre! Viva l'Italia".
Il processo contro gli altri rivoluzionari proseguì e nel marzo del 1853, in Piazza Sordello, davanti ad uno schieramento imponente composto da due battaglioni schierati con due cannoni in batteria venne letta la sentenza. Il colonnello Kraus, in grande uniforme, lesse le lunghe disposizioni che commutavano a vent'anni di carcere, la pena di morte per 20 dei 23 condannati, mentre diveniva esecutiva per Carlo Montanari, don Bartolomeo Grazioli arciprete di Revere e Tito Speri che il 3 marzo del 1853 vennero impiccati a Belfiore. Il 16 marzo venne emessa un'altra sentenza di morte, riguardante Pietro Frattini. Venne impiccato il 19 marzo, poche ore prima che fosse notificato un proclama di amnistia a tutti i condannati, edito per il compleanno dell'imperatore, da Radetzky.
 Infine, fuori città, nei pressi dell'incrocio tra la via Legnaghese con Strada Cipata il 4 luglio del 1855 fu giustiziato Pier Fortunato Calvi.
Dalla fine del 1848 al 1854 nel Lombardo Veneto vi furono proteste contadine, sfociate a volte in vere rivolte. La reazione austriaca fu sempre spietata: una prima commissione nel mantovano, nominata da Gorzkowski mandò a morte 16 contadini nel periodo tra il 1848-1850. Una seconda commissione nelle città di Este fece condannare, tra il 1851 e il 1854, 245 giovani, accusati di atti di terrorismo, di renitenza e di costituzione di bande armate.
Nel giugno del 1866, durante alcuni scavi per fortificare la zona di Belfiore, da parte di due capimastri mantovani incaricati dal Genio austriaco, si trovarono le spoglie dei Martiri. Per quattro notti, gli Andreani, padre e figlio  lavorarono in segreto per riportare alla luce i resti e trasportarli al cimitero cittadino, dato che il governo austriaco ne aveva vietato il seppellimento in terra consacrata. Nonostante gli sforzi non riuscirono a trovare i corpi di Pietro Frattini e don Grioli che furono rinvenuti l'anno successivo. Nel 1869, il Comune di Mulo prese la denominazione di Villa Poma, mentre al toponimo Fontanella venne aggiunto Grazioli in onore rispettivamente di Carlo Poma e Bartolomeo Grazioli.
Il 7 dicembre 1872 veniva inaugurato solennemente un monumento che racchiudeva le spoglie dei Martiri, al centro dell'odierna Piazza Sordello ed il cippo marmoreo in Valletta Belfiore. Il monumento fu sfregiato da ignoti, tanto che si dovettero ricostruire le effigi dei Martiri e fu nuovamente inaugurato il 5 giugno del 1887. Il 27 settembre 1930 il monumento fu smembrato e la piazza ridotta allo stato attuale. La base con i resti mortali e le figure dei Martiri fu trasferita nel Tempio di San Sebastiano trasformato in Famedio dei Caduti, la statua del "Genio dell'Indipendenza" in Palazzo Ducale, e le lapidi nel museo del Risorgimento.
Nel 2002, 150º anniversario, il monumento fu restaurato e ricomposto nei giardini della valletta di Belfiore e inaugurato solennemente il 20 novembre dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

mercoledì 6 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 dicembre.
Il 6 dicembre 1989 a Montréal ebbe luogo il "massacro del politecnico".
Poco dopo le 4 del pomeriggio del 6 dicembre 1989 Marc Lépine, un giovane di 25 anni, giunse all'edificio che ospita il politecnico di Montréal, armato di un fucile semiautomatico e un coltello da caccia. Aveva acquistato il fucile il 21 novembre in un negozio di articoli sportivi di Montréal, dicendo al commesso che intendeva usarlo per praticare la caccia a piccoli animali. Lépine conosceva bene l'edificio, avendolo ispezionato nei dettagli almeno sette volte nelle settimane precedenti il massacro.
Lépine sedette per un po' alla reception del secondo piano, senza parlare con nessuno, nemmeno quando un membro dello staff gli chiese se aveva bisogno di qualcosa. Uscito dall'ufficio, fu visto in altre parti dell'edificio prima di entrare intorno alle 17 e 10  in una classe di ingegneria meccanica del secondo piano, con all'interno circa sessanta studenti. Dopo essersi presentato, ordinò ai presenti di smettere di fare quel che stavano facendo, e che le donne e gli uomini si disponessero su lati opposti della classe. Inizialmente nessuno si mosse, pensando a uno scherzo, fino a che Marc sparò un colpo al soffitto.
Lépine quindi separò le nove donne dai circa cinquanta uomini ed ordinò a quest'ultimi di lasciare l'aula. Quindi chiese in francese alle donne se sapevano perché erano lì, e quando una studentessa rispose di no, lui replicò dicendo "sto combattendo il femminismo". Una delle studentesse, Nathalie Provost, disse "Guarda, noi siamo solo donne che studiano ingegneria, non significa che siamo femministe pronte a marciare in strada gridando che siamo contro gli uomini, siamo solo studentesse che intendono fare una vita normale". Lépine rispose "voi siete donne, diventerete ingegneri, siete tutte un branco di femministe. Io odio le femministe". Quindi aprì il fuoco da sinistra a destra, uccidendo 6 ragazze e ferendone 3, inclusa la Provost. Prima di uscire scrisse la parola "merda" due volte sopra un quaderno di uno studente.
Lépine si incamminò nel corridoio del secondo piano ferendo tre studenti prima di entrare un un'altra aula dove tentò due volte di sparare a una studentessa. L'arma si inceppò e fu visto infilarsi nelle scale di emergenza e ricaricare il fucile. Tornò verso la stanza da cui era uscito, ma gli studenti si erano chiusi dentro. Lungo il corridoio sparò allora ad altri, ferendone uno, prima di andare verso l'ufficio dei servizi finanziari dove sparò e uccise una donna attraverso il vetro della porta.
Si diresse verso la caffetteria del primo piano, all'interno della quale vi erano un centinaio di persone. La folla impazzì dopo che ebbe sparato a una donna vicino alla cucina e ferito un altro studente. Entrò nel magazzino della cucina dove sparò e uccise altre due donne che si nascondevano lì. Ordinò a un ragazzo e una ragazza di venire fuori da sotto un tavolo; quelli lo fecero e li risparmiò.
Quindi Lépine salì al terzo piano dove ferì due maschi e una femmina nel corridoio. Entrò in un'aula ed uccise e ferì diverse ragazze e ragazzi sparando in ogni direzione. Ferì anche una ragazza di nome Maryse Leclair. Questa accasciatasi al suolo urlò chiedendo aiuto e Lépine, tirando fuori il coltello, la pugnalò tre volte uccidendola. Quindi si tolse il berretto, avvolse il cappotto intorno al fucile, esclamò "merda" e si uccise sparandosi in testa, venti minuti dopo aver iniziato il suo attacco. Sessanta proiettili erano rimasti nelle scatole che aveva con sé. Aveva ucciso quattordici donne (tredici studentesse e una impiegata) e ferito altre quattordici persone, di cui quattro uomini.
Dopo aver tenuto una conferenza stampa all'esterno del politecnico, il direttore della Polizia di Montréal Pierre Lecrair entrò nell'edificio e trovò il corpo senza vita di sua figlia Maryse.
La tasca interna della giacca di Marc Lépine conteneva una lettera d'addio e due lettere ad amici, tutte con la data del massacro. Il testo completo della lettera d'addio non fu mai rivelata dalla polizia.
Nella lettera Lépine spiegava di ritenersi in pieno possesso delle sue facoltà e che condannava le femministe per avergli rovinato la vita. L'attacco era motivato dalla sua rabbia contro le femministe che volevano cambiamenti sociali volti ad ottenere vantaggi per il fatto di essere donne, a scapito di quelli degli uomini. Inoltre menzionava e inneggiava a Denis Lortie, un soldato delle forze canadesi che aveva ucciso 3 impiegati governativi e ferito altri 13 durante un attacco armato all'Assemblea Nazionale del Quebec il 7 maggio 1984.
Il massacro scosse profondamente i canadesi. Si temeva che le polemiche e le discussioni pubbliche potessero causare dolore ai familiari e portare a violenza antifemminista. Pertanto non fu tenuto alcun processo pubblico, e non venne reso pubblico il testo integrale della lettera di Lépine. Allo stesso modo non furono resi pubblici né i risultati autoptici né i rapporti dell'inchiesta, nonostante le proteste dei media, delle organizzazioni femminili e dei familiari delle vittime.
I feriti e i testimoni tra gli studenti e gli impiegati dell'università ebbero una quantità di problemi di carattere fisico, sociale, esistenziale, finanziario e psicologico, incluso lo stress post-traumatico. Alcuni studenti si suicidarono. Almeno un paio di essi scrissero che la ragione del suicidio era dovuta all'inguaribile angoscia che li attanagliava dal giorno del massacro. Nove anni dopo l'evento, quasi tutti i sopravvissuti lamentavano di non aver ancora superato interamente lo stress di quell'esperienza.
La risposta della polizia alla sparatoria fu fortemente criticata dai media, per il tempo che fu lasciato a Lépine di compiere il massacro. I primi poliziotti giunti sul posto stabilirono un perimetro attorno all'edificio e attesero prima di entrare. Durante questa operazione Lépine ebbe il tempo di uccidere molte donne. Successivamente furono radicalmente cambiati i protocolli per questo tipo di emergenze e ciò consentì un'azione efficace nella sparatoria del Dawson College del 2006, dove la perdita di vite umane fu minima.
Un'ulteriore conseguenza del massacro fu una spinta al movimento canadese per il controllo delle armi. Una sopravvissuta, Heidi Rathjen, che era in un'aula in cui Lépine non era entrato, fondò la Coalizione per il Controllo delle Armi insieme a Wendy Cukier. La loro attività, insieme a quella di altri, consentì la promulgazione di una legge che includeva l'obbligo di corsi di formazione per i possessori di armi, la loro schedatura, regole per la conservazione di pistole e munizioni e la registrazione di qualsiasi arma da fuoco.
Tra il 2009 e il 2012 i sopravvissuti al massacro e i familiari delle vittime si opposero fortemente ai tentativi del governo conservatore di Stephen Harper di abolire il registro delle armi a canna lunga. Tuttavia la schiacciante vittoria di Harper alle elezioni del 2011 portò all'abolizione del registro nel 2012. Il Quebec si oppose in tribunale ed ottenne una vittoria, pertanto quel registro continua ad esistere nel solo Quebec.

martedì 5 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 5 dicembre.
Secondo la tradizione romana, questo è il giorno in cui avevano inizio le Faunalia Rustica.
Nell’antica Roma le Faunalia erano feste celebrate in onore di Fauno, divinità italica di origine pastorale, protettore del bestiame e della fecondità, dio della campagna contrapposto al dio dei boschi Silvano. Secondo la tradizione, il culto fu introdotto a Roma da Numa Pompilio (715-663 a.C). Caratteristica soprattutto delle zone rurali, la celebrazione aveva luogo in inverno e in primavera: le Faunalia invernali, conosciute anche come Faunalia Rustica, si svolgevano dal 5 (dies faustus) all’8 dicembre (none di dicembre) e chiudevano l’anno nelle campagne, mentre le Faunalia Primaverili, meglio conosciute come Lupercalia, precedevano il risveglio primaverile della natura invocando la protezione sulle greggi, e ricorrevano il 15 febbraio.
I festeggiamenti delle Faunalia Rustica si svolgevano all’aperto, generalmente nei campi lontano dalla città. Pastori e contadini si intrattenevano intorno a spettacolari fuochi propiziatori, i villaggi erano in festa, i crateri traboccavano di vino, e dalle antiche are si levavano nuvole d’incenso. Erano giorni in cui i buoi non erano sottoposti al giogo, perché all’allegria dilagante dovevano partecipare non solo gli uomini, ma anche gli animali: gli agnelli ruzzolavano nei prati, i villici riposavano coricati sull’erba oppure eseguivano balli rustici, si sacrificavano al dio capretti o pecore le cui carni erano distribuite ai presenti. Sembra che in quella ricorrenza, miracolosamente il lupo non desse più la caccia alle greggi. Durante le ore notturne aveva luogo una danza particolare, utilizzata anche dai sacerdoti Salii, attraverso la quale si invocava la protezione di Fauno sul raccolto e sul bestiame.
A Roma, l’unico tempio a Fauno si trovava sull’Isola Tiberina e, presso un bosco situato nelle vicinanze della fontana Albunea, esisteva un celebre oracolo dedicato al dio.
A quanto ci racconta Orazio, le Faunalia Rustica erano una specie di S. Silvestro rurale dell’età pagana.
In questo contesto Fauno è posto in esplicito rapporto col lupo. Nell’ode oraziana si invoca Fauno chiedendogli di mostrare il suo aspetto mite, affinché i germogli possano spuntare dal suolo, ma le immagini più intense sono dedicate alle fronde della foresta e ai lupi che vi vagano. Fauno è un’entità divina che affascina proprio per la sua ambiguità: parte uomo e parte dio, è raffigurato in forma umana e ferina, probabilmente per dare risalto a una certa primordiale ambivalenza, orientata ora verso il bene ora verso il male. Perciò si rende necessario rabbonirlo con preghiere e riti adatti alla sua indole.
Marco Terenzio Varrone, tramandato da S. Agostino, racconta un rituale notturno che i Romani svolgevano per impedire al demone Fauno, in occasione della nascita di un bimbo, di insediare la puerpera: tre uomini impersonavano i guardiani della soglia, costoro percorrevano i limiti della casa, si recavano alla porta principale; il primo, rappresentante di Picumno, demone del mortaio e della scure, colpiva la soglia con una scure, il secondo, in veste di Pilumno, demone della lancia e del pestello, colpiva la soglia con un’arma da lancio, e il terzo, che impersonava Stercutius, demone dell’immondizia e per contrasto della purificazione, ripuliva la soglia dalle schegge con una scopa (nelle antiche culture certi utensili quotidiani avevano valenze magiche e se ne trova il ricordo nelle favole) invocando Deverra, divinità inserita nell’elenco degli “Indigitamenta” (invocazioni alle divinità).
Con questi atti rituali si sarebbe esorcizzata l’intromissione di Fauno o più tradizionalmente di Silvano.
Il dio Fauno viene successivamente identificato con Pan e in età classica si moltiplica: i Fauni diventano creature campestri, equivalenti dei satiri greci. Come questi, hanno il corpo metà d’uomo e metà di capra, corna e zoccoli.

lunedì 4 dicembre 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 dicembre.
Il 4 dicembre 1563 viene uccisa a Carini la baronessa Laura Lanza.
A 450 anni dall’accadimento, è stato riaperto a sorpresa uno dei gialli più antichi della storia siciliana. Quello di Laura Lanza, più nota come la Baronessa di Carini, e del suo amante Ludovico Vernagallo.
Furono trovati morti nel Castello di Carini, in Provincia di Palermo, il 4 dicembre 1563. L'ex sindaco di Carini (Palermo), Gaetano La Fata, decise di affidare ad un team di criminologi di chiara fama della International Crime Analysis Association la riapertura dell’inchiesta per provare a risolvere il mistero del duplice delitto.
Consultando i documenti e gli atti di decesso della Baronessa e di Ludovico Vernagallo, conservati nell’archivio della chiesa madre di Carini, risulta che effettivamente per i due si trattò di morte violenta. La mancanza di annotazioni e l’anonimità di stesura degli stessi atti porta a credere che l’autore del duplice omicidio sia stato il barone Vincenzo II La Grua Talamanca e non il padre di Laura, anche se don Cesare Lanza di Trabia nella sua deposizione, resa alla Corona di Spagna, se ne accollò la responsabilità.
Laura, terza figlia del barone Cesare Lanza di Trabia, nasce il 7 Ottobre 1529 nell’omonimo paese da cui il suo casato prende il nome. Viene descritta di carattere mite e di natura fondamentalmente buona, al contrario del padre irascibile, astuto, presuntuoso, superbo, avido di ricchezza e di denaro.
Il dramma dell’intera vicenda consiste in un matrimonio sbagliato, in un’unione non voluta dal cuore della baronessina ma dal suo burbero padre che sacrifica sull’altare degli interessi, la vita, il candore, l’amore e la sensibilità della giovane figlia. La ragazza viene educata alle arti così come conviene al suo rango nobiliare, frequenta maestri di musica, di canto, di solfeggio, di ballo, che sono tra i migliori della città di Palermo. Durante le lezioni conosce due compagni di studio, Vincenzo II La Grua e Ludovico Vernagallo, che muteranno sicuramente il corso della sua vita. Laura s’innamora, subito, di Ludovico sconoscendo che Don Cesare ha già deciso di concedere la sua mano all’erede del potente e ricco casato dei La Grua Talamanca.
Il tutto avviene all’insaputa dei tre giovani che pur della vicenda sono i protagonisti. La baronessina è informata della disposizione paterna nel corso di un colloquio con la madre. A nulla serve implorare, protestare, riversare calde lacrime; Laura è costretta ad accettare la volontà del padre. L’unico sconfitto resta l’amore che viene relegato ad un ruolo di superflua importanza.
La domenica 21 Dicembre del 1543, nella Cappella Palatina del Palazzo Reale di Palermo si celebrano le nozze tra Laura Lanza e Vincenzo II La Grua.
Narrano le cronache dell’epoca che gli invitati sono più di duemila, a riprova del gran credito che circonda la famiglia La Grua Talamanca, che imparentandosi con i Lanza compie un ulteriore salto di qualità. I festeggiamenti in onore della coppia durano circa un mese e, come consuetudine vuole, un giorno di festa viene riservato al popolo che ha così modo di riempirsi lo stomaco e di portarsi dietro ogni ben di Dio. In questa circostanza, i popolani imparano ad amare la baronessa di Carini che fa di tutto, con il suo sorriso malinconico, che lascia trasparire un intimo dramma, per accattivarsi la stima e l’amore delle persone più semplici ed umili.
Il marito, alle cure per la giovanissima moglie, preferisce quelle per i suoi latifondi lasciandola sola nelle grandi sale del castello. Laura ben presto, cerca conforto nell’amore di Ludovico, finché la loro relazione, durata quattordici anni, finisce tragicamente.
In una fredda notte dei primi di Dicembre del 1563, mentre la Baronessa sta trascorrendo un’altra notte di tenerezza con Ludovico Vernagallo, suo unico e solo grande amore, il frate di un convento attiguo al castello, certo Antonio del Bosco, avvisa il padre della presenza dell’amante a letto con la figlia.
Questi, punto nel suo aristocratico onore e deciso a lavare nel sangue l’infamia arrecata al nome della famiglia, con un gruppo di cavalieri circonda il castello di Carini e blocca tutte le uscite per evitare una qualsiasi fuga degli amanti. Trovata Laura fra le braccia di Ludovico, don Cesare Lanza li uccide a pugnalate a sangue freddo. A nulla valgono le disperate grida di pietà della figlia, l’onore della famiglia viene prima di tutto. La Baronessa si contorce negli spasimi della morte, scivola lungo il muro della stanza e l’impronta della sua mano insanguinata rimane indelebile su di esso.
Per evitare che la notizia si sparga per il paese, nessun funerale viene celebrato per i due infelici amanti. È redatto solo l’atto di morte
“A dì 4 Dicembro vije Indictionis 1563. Fu morta la spettabile Signora Donna Laura La Grua. Sepelliosi a la matrj ecclesia... Eodem. Fu morto Ludovico Vernagallo”
nel registro
“Mortuor ab anno 1555, ad 1575”, sul retro della pagina 138, che si conserva nell’archivio della Chiesa Madre di Carini. La dizione “fu morta” e le croci segnate accanto al nome stanno ad indicare la morte violenta.
La mancanza di annotazioni e l’anonimità di stesura degli stessi atti di decesso, in cui è utilizzata la forma quasi impersonale, ci porta ad una conclusione:
non è il padre, che non ha il coraggio, consapevole di essere stato la causa di tanto male, a  commettere l’assassinio, così come raccontano le leggende ed il poemetto di autore ignoto del 1500. Esecutore materiale è, invece, il barone Vincenzo II La Grua Talamanca spinto, più che dall’onore, dalla clericale corte di Spagna che non vede positivamente le relazioni adulterine.
Di fronte al suo assassino Laura, dunque, non pronuncia: “Signuri patri chi vinistivu a fari”, ma più precisamente:
“Signuri maritu chi vinistivu a fari”. Ed il marito biecamente risponde:
“Signora muggheri vinni a ‘mazzarivi” . Così la colpisce reiteratamente al petto e alle spalle, quindi, prima di allontanarsi, ordina ai suoi accoliti di mettere a tacere l’accaduto e, se necessario, di dire che il barone ha ucciso la figlia insieme all’amante e di murare la porta della stanza.
Infine, aggiunge: “Et Nova sint Omnia” . Tali parole – riferite in una anonima cronaca del tempo –, soffuse di mistero e di tragica realtà, tradiscono lo stato d’animo del barone La Grua ed esprimono l’esigenza di dimenticare un delitto commesso e non punito.
È importante rilevare che dal settimo anno di matrimonio in poi, Laura dà alla luce ben sette figli, Eleonora, Maria, Lucrezia, Cesare, Ottavio, Tiberio e Giuseppe che muore ancora in fasce. Secondo le indiscrezioni circolanti sembrerebbe che il padre di queste creature sia proprio il Ludovico Vernagallo.
A riprova di ciò, Vincenzo II La Grua, dopo quattro mesi dalla morte di Laura, disereda i suoi figli e il 28 Aprile 1564 si risposa con Ninfa Ruiz, da cui non avrà nessuna prole così come da un terzo matrimonio con Donna Paola Sabia, avvenuto l’11 Marzo 1566, con la quale rinnova i “capitoli” già stipulati con la Ruiz e cioè: “i figli, ritenuti adulterini, rimangono pur sempre rejetti e pesantemente obliati”.
Le possenti mura del castello di Carini, da quasi cinquecento anni, racchiudono e custodiscono nelle loro sale il terribile segreto di una storia d’amore alla quale con la violenza si è posto un tragico fine. Da quel giorno, in molti giurano di aver sentito, nelle fredde notti invernali, per le ampie sale del castello, un leggero fruscio di vesti femminili e delle grida soffocate. È lo spirito irrequieto della Baronessina, morta col desiderio di confessarsi e mettersi in grazia di Dio, che torna in quei luoghi nell’atteggiamento di implorare il tributo della nostra clemenza e della nostra pietà.

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