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mercoledì 30 novembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 novembre.
 Il 30 novembre 1974, ad Afar, in Etiopia, Donald Johanson e Tom Gray rinvennero i resti di un esemplare di femmina adulta, che venne chiamata Lucy, dell'età apparente di 25 anni, vissuta almeno 3,2 milioni di anni fa.
I resti comprendevano il 40% dello scheletro. Particolarmente importanti l'osso pelvico, il femore e la tibia perché la loro forma lascia pensare che questa specie fosse bipede.
Lucy, così chiamata dai suoi scopritori in onore della canzone Lucy In The Sky With Diamonds dei Beatles, in amarico è Dinqinesh e significa "Tu sei meravigliosa".
Il suo nome in codice è A.L. 288. Era alta 1,07 metri, piuttosto piccola per la sua specie, e pesava 28 kg.
Questa piccola donna ha denti simili a quelli umani, ma il cranio è ancora scimmiesco.
Morì sulle rive di una palude, probabilmente di sfinimento, e miracolosamente nessun predatore ne sbranò i resti, disperdendone le membra, così che il corpo, sommerso dal fango, nel corso dei millenni si solidificò fino a diventare roccia.
Dopo milioni di anni il suo scheletro è ritornato alla luce intatto e ci offre una preziosa testimonianza sulla costituzione fisica degli ominidi di quel periodo.
Pur essendo perfettamente adatta alla camminata bipede, conduceva ancora una vita in parte arbicola.
Si può pensare che salisse sugli alberi per cercare rifugio dai predatori o per trascorrere la notte.
Era più piccola del maschio. Si pensa che avesse una vita sociale e vivesse in un gruppo formato da adulti e bambini. I suoi denti erano adatti a un'alimentazione onnivora, basata sulla raccolta di vegetali e la cattura di insetti e lucertole.
La provenienza di Lucy non è ancora chiara; purtroppo il periodo che va da 10 milioni a 4 milioni di anni fa e molto povero di fossili.
Sappiamo, da studi genetici, che fino a 7/8 milioni di anni fa l’uomo e lo scimpanzè avevano un antenato in comune; poi i due primati cominciarono ad evolversi ognuno per conto proprio.
Una teoria molto affascinante afferma che la causa della separazione fra i due rami evolutivi sia stata la formazione della Rift Valley.
La Rift Valley è una fenditura che taglia in due l’Africa in senso longitudinale; si è formata intorno a otto milioni di anni fa a causa in movimento tettonico.
La formazione della Rift Valley provocò anche un cambiamento del clima; ad ovest rimase un clima caldo umido che favoriva la crescita delle foreste, dove sarebbe continuata l’evoluzione dello scimpanzè e delle altre scimmie antropomorfe, mentre ad est il clima divenne più secco e la foresta lasciò il posto alla savana, dove si sarebbero evoluti gli australopitechi.
Questa teoria è avvalorata dal fatto che tutti gli scheletri di australopitechi e ominidi sono stati trovati ad est della Rift Valley.
Purtroppo molto recentemente sono stati trovati i resti di un australopiteco molto antico in Ciad, 2800 chilometri ad ovest della Rift Valley, e la teoria ha ricevuto un brutto colpo.

martedì 29 novembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 novembre.
Il 29 novembre 1864 un gruppo di 100 volontari del Colorado massacrò diverse centinaia di indiani inermi in quello che in America è ricordato come "il massacro di Sand Creek".
Nel 1864 tra la popolazione della frontiera americana si creò un clima di paura e di tensione, la causa era la sommossa iniziata dai Sioux nel 1862 in Minnesota. Nella primavera di quello stesso anno nel Colorado alcune bande di Sioux, di Cheyenne e di Arapaho effettuarono delle rapine e dei saccheggi, dando molto filo da torcere ai bianchi, facendo iniziare così le prime scaramucce tra la Cavalleria dei Volontari del Colorado e i cacciatori Cheyenne.
In autunno i capi Cheyenne risposero favorevolmente ai “sondaggi di pace” del governatore John Evans, mettendosi sotto la protezione del maggiore Wynkoop (Uomo Bianco Alto) a Fort Lyon.
Uomo Bianco Alto aveva rapporti amichevoli con i Cheyenne , procurando la disapprovazione di alcuni ufficiali militari del Colorado. Così dopo essere stato accusato e rimproverato di far ”comandare gli indiani”, fu sostituito dal maggiore Scott J.Anthony, un ufficiale dei Volontari del Colorado.
Il governatore Evans affidò a John Chivington la “campagna di pacificazione”.
Chivington era un protestante metodista, alto quasi 2 metri e molto robusto, un tipo spaccone e arrogante; ogni qualvolta incontrava un bianco, lo esortava a uccidere tutti gli indiani sia piccoli che grandi; era poi un personaggio molto conosciuto nella frontiera,famoso tra i cercatori d’oro e gli allevatori .
Il governo, impegnato nella Guerra di Secessione, non aveva modo di occuparsi della frontiera , ed erano quindi gli uomini del calibro di Chivington a rappresentare la legge e il governo nei sperduti territori del lontano West.
Le autorità locali per tutelare pionieri, cercatori d’oro, coloni, agricoltori dalle scorrerie degli indiani che stavano diventando “sempre più fastidiosi”, non sentendosi sicuri con l’esercito, fecero ricorso ai reparti dei volontari, vigilantes reclutati sul posto, milizie improvvisate, avventurieri, disertori fuggiti dal fronte della guerra che stava imperversando.
Nel frattempo Chivington rifiutò indignato il brevetto di ufficiale cappellano che il governo gli offrì, così chiese ed ottenne il grado di capitano, che in poco tempo trasformò in colonnello, diventando il comandante dell’intero reggimento.
Fu per il suo odio sviscerato che provava contro gli uomini dalla pelle rossa che Chivington si fece la nomea di “cacciatore di indiani “.
Così quando gli attacchi e le scorrerie di alcuni indiani ostili divennero più frequenti contro pionieri e carovane che percorrevano il sentiero delle Smoky Hills, fu al colonnello Chivington con il suo 3° reggimento di Volontari che il governatore Evans si rivolse.
Evans emanò un decreto promettendo terre e denaro a chiunque uccideva un indiano: questo era un invito che Chivington ed i suoi non si fecero certo ripetere.
Nel forte c’era una piccola guarnigione di soldati, tra cui alcuni ufficiali regolari. Questi fecero notare a Chivington che non tutti gli indiani erano nemici, in particolar modo la tribù Cheyenne di Motavato (Pentola Nera) che si trovava accampata a circa 60 km dal forte.
Pentola Nera era un capo pacifico e credeva molto nella parola dell’uomo bianco, aveva anche firmato la pace pochi mesi prima con l’esercito, consentendo così il transito dei carri che passavano attraverso il suo territorio. Ma questo a Chivington non interessava più di tanto, ed iniziò ad infuriarsi e ad accusare ufficiali e soldati che non erano d’accordo con lui dicendo che erano dei codardi e dei traditori. In particolar modo inveì contro il capitano Silas Soule , il tenente Joseph Cramer e il tenente James Condor. Agitando il pugno vicino alla faccia del tenente Cramer disse:
"Odio tutti coloro che simpatizzano per gli indiani, bisogna sterminarli tutti, è il dovere di ogni patriota americano". Tutto questo tra gli applausi dei suoi volontari.
Per non ritrovarsi davanti ad una corte marziale i tre ufficiali dovettero partecipare loro malgrado alla spedizione. Essi comunque ordinarono ai loro uomini di sparare solo per difendersi.
Era la sera del 28 novembre 1864 quando l’ex predicatore metodista con più di 700 uomini al suo seguito uscì da Fort Lyon per andare a “ caccia di indiani”. Chivington dando la carica ai suoi uomini disse : “uccidete qualsiasi indiano che incontrate sulla vostra strada”.
Il villaggio di Pentola Nera si trovava in un ansa del Sand Creek, il suo tipì era situato quasi al centro, ad ovest c’erano Antilope Bianca e Copricapo di Guerra con la loro gente. Sull’altro versante , quello orientale, c’era il campo arapaho di Mano Sinistra. Complessivamente vi si trovavano quasi 600 persone, la maggior parte di loro erano donne, bambini ed anziani.
Quasi tutti i guerrieri si trovavano lontani , a caccia di bisonti, come gli era stato suggerito dal maggiore Anthony.
Alle prime luci dell’alba la colonna raggiunse il villaggio, nell’accampamento nessuno si immaginava che cosa stesse per accadere; d’improvviso i Cheyenne si svegliarono con il rumore dei cavalli al galoppo. Si scorsero i primi soldati e tra la gente si diffuse subito il panico.
Donna Sacra, moglie di Pentola Nera fu una delle prime persone ad avvistare i soldati; iniziò così ad urlare fortemente per dare l’allarme al villaggio. Pentola Nera si trovava nel suo tipì , sentendo la moglie urlare uscì all’aperto e vide i soldati che avanzavano; fermamente convinto delle rassicurazioni avute dal magg. Anthony, cercò di calmare la sua gente e innalzò la bandiera americana , lo stesso vessillo che gli era stato offerto in segno di amicizia dai soldati al momento della firma.
Pentola Nera attendeva protezione, ma invece udì esplodere i primi colpi di fucile. Quando gli fu chiaro che i soldati erano venuti per uccidere, si scagliò contro di loro a mani nude, ma alcuni suoi guerrieri riuscirono a metterlo fortunatamente in salvo.
Un vecchio settantenne, Antilope Bianca , anche lui disarmato , invece di fuggire disse ai pochi guerrieri rimasti che tutto ciò era colpa loro , di loro vecchi che si erano fidati della parola dell’uomo bianco. Andò incontro al comandante dei soldati (testimonianza di Beckwourth, la guida che si trovava al fianco di Chivington), tenendo bene le mani alzate e dicendo chiaramente in lingua americana: fermatevi, fermatevi…egli si fermò e incrociò le braccia . Una pallottola lo prese in faccia; prima di spirare intonò il suo canto di morte: niente vive per sempre, solo la terra e i monti sono eterni…
Nel frattempo anche Mano Sinistra e gli Arapaho cercarono di raggiungere la bandiera di Pentola Nera; fermandosi davanti ai soldati con le braccia incrociate egli disse che non voleva combattere contro i suoi amici bianchi.
Morì fucilato anche lui sotto i colpi dei volontari.
Ci furono molte scene raccapriccianti in tutto il campo, la maggior parte degli uomini di Chivington erano completamente ubriachi e si lasciarono andare in una frenesia omicida, massacrando barbaramente tutti gli indiani che capitavano a tiro.
Non risparmiarono nessuno, si accanirono anche sui cadaveri mutilandoli e scotennandoli.
Coperta Grigia (John Smith l’interprete di Fort Lyon) riferì che dei soldati catturarono tre bambini e li condussero davanti a un gruppo di ufficiali. Il più grande aveva 8 anni, gli altri due avevano 4 e 5 anni; il tenente Harry Richmond disse: "abbiamo l’ordine di ucciderli tutti"; ne uccise uno sparandogli un colpo di pistola alla testa. Uccise anche gli altri due nonostante i pianti e le suppliche.
Robert Bent , figlio maggiore di William Bent (che prese in moglie una donna Cheyenne),  si trovò suo malgrado insieme a Chivington, vide cinque donne nascoste dietro un cumulo di sabbia,  i soldati avanzarono verso di loro, uscirono fuori tirandosi su i vestiti per far capire che erano donne, chiesero pietà: i soldati le fucilarono.
Altre 30-40 donne si misero al riparo di un anfratto, mandarono fuori una bambina di 6 anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino, fece pochi passi e un colpo di fucile la uccise. Poi uccisero anche tutte le donne che si erano nascoste nell’anfratto, senza che queste opponessero alcuna resistenza.
Tutti i morti che vide Robert Bent erano stati scotennati. Vide anche un certo numero di neonati uccisi con le loro mamme…
Il vecchio Tre Dita (uno dei sopravvissuti) raccontò che sua madre si mise sulle spalle il figlio più piccolo e corse verso il torrente tenendo per mano lo stesso Tre Dita; i soldati continuarono a sparare ugualmente, un proiettile la colpì alla spalla, nonostante fosse ferita riuscì a mettersi in salvo. Quando prese il bambino piccolo che portava sulle spalle si accorse che era morto, colpito da un proiettile. Anche suo marito venne ucciso quel giorno. In seguito lei andò a vivere con i Cheyenne del Nord e rimase con loro molti anni. Il vecchio Tre Dita non dimenticò mai quello che successe a lui ed a sua madre quel giorno al Torrente della Sabbia.
Un'altra donna, la moglie di Orso Nero, portava una cicatrice nel posto in cui era stata colpita, per questo motivo la chiamavano "Un Occhio Andato Insieme". Raccontò cose atroci sui soldati che uccidevano i bambini, portavano via le donne trattandole male. Ne uccisero la maggior parte, ma qualcuna riuscì a salvarsi e raccontò quello che successe.
Queste ed altre atrocità ancora furono commesse quella volta sul Torrente della Sabbia.
Nessun Cheyenne che riuscì a salvarsi dimenticò quello che vide laggiù quel giorno.
La descrizione di Robert Bent su quello che fecero Chivington ed i suoi volontari venne confermato dal tenente James Connor. Il giorno dopo quando tornarono sul campo di battaglia ( se battaglia si vuole chiamare) non vi era un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non fosse stato tolto lo scalpo, ed in molti casi i cadaveri erano mutilati in modo orrendo.
Un reggimento ben addestrato e disciplinato avrebbe potuto annientare sicuramente tutti gli indiani che quel giorno si trovavano sul Sand Creek. Fu grazie alla mancanza di disciplina, alle abbondanti bevute di whisky, ed alla scarsa precisione di tiro da parte dei volontari che quel giorno molti indiani riuscirono a mettersi in salvo.
Quando tutto fu finito sul campo vi erano 105 morti tra donne e bambini e 28 uomini.
Nel suo rapporto ufficiale Chivington disse di aver ucciso 400-500 guerrieri .
Tra le sue file vi furono 9 morti e 38 feriti, questo non per la reazione da parte indiana , ma a causa del tiro disordinato dei suoi volontari.
Rimasero uccisi i capi Antilope Bianca, Occhio Solo e Copricapo di Guerra. Mano Sinistra fu ferito da una pallottola ma riuscì a scamparla. Pentola Nera riuscì a salvarsi trovando un rifugio in un burrone, sua moglie Donna Sacra nonostante avesse 7 pallottole addosso riuscì a sopravvivere. Tra i cadaveri che i becchini bianchi andarono a seppellire nelle fosse comuni scavate accanto al Torrente della Sabbia (1 dollaro per ogni cadavere) c’era anche il corpo di Donna Gialla , la donna Cheyenne che il giovane Cavallo Pazzo salvò nel massacro di Blue Water Creek .
Dopo pochi giorni a Denver in ogni locale della città in cui c’era uno spettacolo, c’era una presentazione al pubblico di uno degli “eroi”, uno dei reduci del Sand Creek , accompagnato da alcuni trofei di guerra, una lancia, una freccia, uno scalpo ancora completo di trecce da esibire, tra gli applausi ed i toni ironici dei signori e delle signore .Nei locali più malfamati erano riservati i trofei più raccapriccianti, i genitali maschili e femminili amputati ai cadaveri dei Cheyenne uccisi.
Per molti giorni dopo l’eccidio, le prostitute della città avevano promesso amore gratis a chi le avrebbe ricompensate con le capigliature sanguinanti dei selvaggi ed a tutti i reduci del Sand Creek che si fossero presentati nei bordelli esibendo lo scalpo con il pube tagliato via a una donna Cheyenne.
Ci volle diverso tempo, per far tornare Denver alla “normalità”.
Nel frattempo a Washington iniziarono a nascere dei forti dubbi sull’”impresa militare“ compiuta da Chivington, e quando alcune testimonianze del massacro giunsero ad alcuni giornalisti dell’est, fu nominata una corte marziale per giudicare il “Colonnello”.
Per sfuggire alla giustizia militare Chivington rassegnò le dimissioni dall’incarico paramilitare.
Il governo allora nominò una commissione d’inchiesta civile presieduta da Kit Carson .
Ascoltarono i testimoni oculari, gli ufficiali di Fort Lyon che visitarono il villaggio dopo la strage, e i medici militari che esaminarono i cadaveri e soccorsero i feriti ancora vivi .
Tutti i rapporti militari sostennero chiaramente che non erano ferite da combattimento quelle trovate sui cadaveri, bensì colpi dati a vecchi inermi, a donne e bambini in fuga o riversi a terra già agonizzanti.
Per la commissione non ci furono dubbi.
Nel suo rapporto finale Carson scrisse che quello che successe a Sand Creek fu una strage premeditata, un massacro compiuto da vigliacchi.
Nessuna punizione fu inflitta a Chivington ed i suoi eroi.
Lui e il suo 3° reggimento di volontari si trasformarono in una vergogna nazionale.
Il colonnello se ne tornò nel suo nativo Ohio tentando la fortuna con la carriera politica, si fece eleggere assessore all’ordine pubblico.
In quanto a Pentola Nera, che teneva tanto alle relazioni amichevoli e che rispose favorevolmente ai sondaggi di pace, dopo aver visto quello che successe quel giorno al Sand Creek si rese conto che dell’uomo bianco non ci si poteva più fidare. Non gli fu concesso nessun risarcimento da parte del governo e fu ripudiato dai suoi guerrieri.
Pentola Nera insieme a sua moglie Donna Sacra , morirono 4 anni più tardi nella battaglia sul fiume Washita.
Sotto la presidenza Clinton  il Congresso degli Stati Uniti si è pronunciato nuovamente sull’eccidio del Sand Creek e sono state presentate le scuse ufficiali alla nazione indiana. Lo ha preteso Ben “ Cavallo della Notte “ Campbell, senatore indiano del Colorado. Tutto il Congresso si è schierato con lui. Erano presenti anche Colo, il delegato agli Indian Affairs ed il senatore Daniel Inonye nell’ufficio di Bill Clinton quando lo stesso presidente firmò il decreto legge che assegnava un fondo monetario per organizzare un gruppo di studio per trovare la zona precisa dove avvenne il massacro.
Oltre a diventare parco nazionale venne prevista anche la costruzione di un monumento alla memoria.
Per la ricerca furono incaricati indiani Cheyennes ed Arapaho. Il luogo si trova a circa 40 miglia a nord di Lamar.
Nella canzone "Fiume Sand Creek" Fabrizio De Andrè volle ricordare quello che successe quel 29 novembre 1864.


lunedì 28 novembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 novembre.
Il 28 novembre 1907 nasce a Roma Alberto Moravia.
Alberto Pincherle nasce a Roma il 28 novembre 1907, in Via Sgambati, nei pressi di via Pinciana. Il cognome Moravia con il quale sarà conosciuto è il cognome della nonna paterna. Il padre, Carlo Pincherle Moravia, architetto e pittore, era nato a Venezia da una famiglia d'origine ebraica di Conegliano Veneto. La madre, Teresa Iginia De Marsanich, detta Gina, era nata ad Ancona da una famiglia anticamente immigrata dalla Dalmazia.
Nel 1916 si ammala di una tubercolosi ossea che lo costringerà, con un alternarsi di miglioramenti e ricadute, a frequentare in modo irregolare la scuola. Dal 1921 al 1923 Moravia è costretto dalla malattia a trascorrere la degenza a casa, a Roma. Compone dei versi in francese e in italiano. Dal 1924 al 1925 è ricoverato al sanatorio Codivilla di Cortina d'Ampezzo. Si trasferisce poi per la convalescenza a Bressanone. Inizia la stesura de "Gli indifferenti", romanzo sul quale lavorerà per tre anni.
Nel 1927 pubblica il suo primo racconto "Lassitude de courtisane" in una traduzione francese sulla rivista bilingue "900" di Bontempelli, poi ritradotta in italiano col titolo "Cortigiana stanca".
Due anni più tardi esce presso la casa editrice Alpes di Milano, e a sue spese, "Gli indifferenti".
Seguono poi "Inverno di malato" (1930) su "Pegaso", rivista diretta da Ugo Ojetti. Collabora a "Interplanetario" di Libero De Libero; vi pubblica alcuni racconti, tra cui "Villa Mercedes" e "Cinque sogni". Nel 1933 collabora alla rivista "Oggi", fondata da Mario Pannunzio e, poi, alla "Gazzetta del Popolo". Pubblica una raccolta di racconti già editi su riviste dal titolo "La bella vita", presso Carabba, e "Le ambizioni sbagliate" presso Mondadori. Anche a causa dell'ostracismo da parte del Ministero della Cultura Popolare fascista, le opere non riscuotono il successo della critica. Intanto Moravia inizia una collaborazione con il mensile "Caratteri", fondato da Pannunzio e Delfini.
Dopo un soggiorno di due anni a Londra, un viaggio negli Stati Uniti e uno in Messico, Alberto Moravia torna in Italia e scrive i racconti de "L'imbroglio", prima rifiutato da Mondadori, poi pubblicato da Bompiani (1937), che resterà il suo editore per gli anni a venire. Nel 1937 viaggia in Cina in qualità di inviato; scrive numerosi articoli per la "Gazzetta del Popolo". Di ritorno a Roma inizia a lavorare a delle sceneggiature cinematografiche; collabora a "Omnibus" diretto da Leo Longanesi. Nel giugno 1937 vengono assassinati in Francia Nello e Carlo Rosselli, suoi cugini da parte di padre.
Nei primi anni '40 di ritorno da un viaggio in Grecia si trasferisce ad Anacapri e vive con Elsa Morante (conosciuta nel 1936 a Roma). "L'imbroglio" e "Le ambizioni sbagliate" vengono inclusi nella lista dei libri di autori ebrei dalla "Commissione per la bonifica libraria" del Ministero della Cultura Popolare. Collabora a "Prospettive" diretta da Curzio Malaparte. Nel 1940 pubblica "I sogni del pigro", nel 1941 "La mascherata", che viene sequestrato. Gli viene impedito di scrivere sui giornali col suo nome; pubblica allora diversi articoli utilizzando vari pseudonimi: Pseudo, Tobia Merlo, Lorenzo Diodati e Giovanni Trasone. Nell'aprile del 1941 sposa in chiesa Elsa Morante.
Autore non gradito dal regime fascista, Moravia è costretto a lavorare, per il proprio sostentamento, a numerose sceneggiature cinematografiche, senza poterle firmare a causa delle leggi razziali.
Negli anni della guerra escono le raccolte di racconti "L'amante infelice" (1943), bloccato dalle autorità, e "L'epidemia" (1944), per Bompiani, e il breve romanzo "Agostino" (1944), per le edizioni Documento in una tiratura limitata ed illustrata da due disegni di Guttuso. Nel periodo seguente la caduta del regime fascista, collabora brevemente al "Popolo di Roma" di Corrado Alvaro. Dopo l'8 settembre 1943, quando viene a sapere che il suo nome è sulla lista stilata dai nazisti delle persone da arrestare, Alberto Moravia fugge da Roma con Elsa Morante. La coppia trova rifugio a Sant'Agata di Fondi (Vallecorsa) sulle montagne, nascosti nel casolare di Davide Marrocco. L'avanzata dell'esercito alleato li libera; si recano quindi a Napoli per poi tornare a Roma. Nel 1944 esce a Roma per le edizioni Documento "La Speranza, ovvero Cristianesimo e Comunismo".
Tra il 1945 e il 1951, per guadagnarsi da vivere, Moravia scrive articoli, collabora a riviste e programmi radiofonici e continua a lavorare per il cinema come sceneggiatore. Escono: "Due cortigiane" (1945), con illustrazioni di Maccari, "La romana" (1947), "La disubbidienza" (1948), "L'amore coniugale e altri racconti" (1949), "Il conformista" (1951). Realizza e dirige il brevissimo film (6 minuti) "Colpa del sole". Collabora a giornali e riviste (tra cui "Il Mondo", "Il Corriere della Sera", "L'Europeo"). Viene tradotto in numerose lingue. Le sue opere letterarie sono adattate per il cinema da numerosi registi.
Nel 1953 fonda a Roma con Carocci la rivista "Nuovi Argomenti", sulla quale pubblica l'anno seguente il saggio "L'uomo come fine" (scritto nel 1946). Nel 1954 escono "Racconti romani" (Premio Marzotto) e "Il disprezzo". Nel 1955 pubblica su "Botteghe Oscure" la tragedia Beatrice Cenci. Nello stesso anno conosce Pier Paolo Pasolini e inizia a collaborare come critico cinematografico a "L'Espresso".
Pubblica "La ciociara" (1957), "Un mese in URSS" (1958), "Nuovi racconti romani" (1959), "La noia" (1960, Premio Viareggio). Alberto Moravia intraprende numerosi viaggi tra cui Egitto, Giappone, Stati Uniti, Iran e Brasile. Nel 1961 viaggia in India insieme a Pier Paolo Pasolini ed Elsa Morante: dall'esperienza nascerà "Un'idea dell'India" (1962).
Nel 1962 Moravia si separa definitivamente da Elsa Morante e va a vivere con Dacia Maraini, conosciuta nel 1959. Insieme, e insieme all'amico Pasolini, viaggiano in Africa (Ghana, Togo, Nigeria, Sudan).
Pubblica poi la raccolta di racconti "L'automa" (1962), la raccolta di saggi "L'uomo come fine" (1963) e "L'attenzione" (1965). Con Enzo Siciliano e Dacia Maraini dà vita alla Compagnia del Porcospino nel teatro di via Belsiana a Roma (1966-68). Per il teatro scrive "Il mondo è quello che è" (1966), "Il dio Kurt" (1968), "La vita è gioco" (1969).
Viaggia in Messico, Giappone, Corea e Cina. Nel 1967 è presidente della XXVIII Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1968 Moravia viene pubblicamente contestato dagli studenti, con i quali accetta di dialogare. Pubblica "Una cosa è una cosa" (1967), "La rivoluzione culturale in Cina" (1967), "Il paradiso" (1970), "Io e lui" (1971), "A quale tribù appartieni?" (1972), "Un'altra vita" (1973).
Nel 1975 muore assassinato Pier Paolo Pasolini. Nel periodo che segue subisce minacce da parte di estremisti di destra; per alcuni mesi viene protetto da una scorta (1978).
Escono "Boh" (1976), "La vita interiore" (1978), che gli varrà un'accusa di oscenità nel 1979, "Impegno controvoglia" (1980, raccolta di saggi scritti tra il 1943 e il 1978 a cura di R. Paris), "Lettere dal Sahara" (1981), "1934" (1982, Premio Mondello 1983), "Storie della Preistoria" (1982), "La cosa e altri racconti" (1983), dedicato a Carmen Llera, che Moravia sposerà nel gennaio 1986.
È membro della Commissione di selezione alla Mostra del Cinema di Venezia (1979-1983) e inviato speciale del "Corriere della Sera" (1975-1981). Per "L'Espresso" cura un'inchiesta sulla bomba atomica (Giappone, Germania, URSS).
Nel 1984 Alberto Moravia si presenta per le elezioni europee come indipendente nelle liste del Pci, e diventa deputato al Parlamento Europeo (1984-1989). Nel 1985 vince il premio Personalità Europea.
In questo periodo escono "L'uomo che guarda" (1985), "L'angelo dell'informazione e altri scritti teatrali" (1986), "L'inverno nucleare" (1986, a cura di R. Paris), "Passeggiate africane" (1987), "Il viaggio a Roma" (1988), "La villa del venerdì" (1990). Escono nel frattempo il primo volume antologico "Opere 1927-1947" (1986), a cura di G. Pampaloni, ed il secondo "Opere 1948-1968" (1989) a cura di E. Siciliano.
Il 26 settembre 1990 Alberto Moravia muore nella sua casa di Roma.
Escono postumi: "Vita di Moravia" (1990) scritto a quattro mani con Alain Elkann, "La donna leopardo" (1991), "Diario Europeo" (1993), "Romildo ovvero racconti inediti o perduti" (1993), le raccolte "Viaggi - Articoli 1930-1990" (1994), "Racconti dispersi 1928-1951" (2000).
A dieci anni dalla scomparsa viene pubblicato per i Classici Bompiani il primo volume della nuova edizione delle Opere complete diretta da Siciliano "Opere/1". "Romanzi e racconti 1927-1940" (2000), a cura di Francesca Serra e Simone Casini a cui seguirà "Opere/2". "Romanzi e racconti 1941-1949" (2002), a cura di Simone Casini.

domenica 27 novembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 novembre.
Il 27 novembre 2002 in Cina furono evidenziati i primi casi di quella che in seguito venne dichiarata SARS (Sindrome respiratoria acuta).
La sindrome respiratoria denominata SARS (Severe acute respiratory syndrome), caratterizzata da febbre, dispnea, ipossia, progressivo sviluppo di infiltrati polmonari, e frequentemente di esito letale, è stata identificata per la prima volta da Carlo Urbani, infettivologo italiano operante presso l'ospedale francese di Hanoi, in Vietnam, per conto dell'Organizzazione mondiale della sanità. La prima notifica del ricovero di pazienti affetti da una nuova forma di polmonite atipica presso lo stesso ospedale è stata effettuata da Urbani all'Ufficio regionale dell'OMS (sezione Pacifico occidentale) il 28 febbraio 2003. La sindrome è stata classificata come di nuova entità.
In base ad accertamenti retrospettivi, piccoli focolai epidemici di una forma di polmonite particolarmente severa erano stati già osservati, durante gli ultimi mesi del 2002, nelle zone rurali del Guangdong in Cina, senza però essere considerati di natura eccezionale. Il primo caso chiaramente riconducibile alla SARS, pervenuto all'osservazione in un ospedale della città di Fusham il 27 novembre 2002, aveva coinvolto quattro individui della medesima famiglia. I successivi episodi si erano verificati in varie città della stessa provincia della Cina. La notifica effettuata dalla Sanità cinese l'11 febbraio 2003 si riferiva a 305 casi con 5 decessi. Si metteva in evidenza anche l'elevato coinvolgimento di personale medico e infermieristico operante presso diverse strutture sanitarie nella città di Guangzhou, nella quale si era verificato il più elevato numero di casi.
La diffusione dell'infezione al di fuori del Guangdong è avvenuta in occasione del viaggio a Hong Kong di un medico nefrologo operante presso un ospedale di Guangzhou e della sua permanenza al Metropolitan Hotel di Kowloon (Hong Kong) dal 21 al 25 febbraio 2003. Nel medesimo piano dell'hotel avevano soggiornato, negli stessi giorni, una coppia di Toronto, un medico di Hanoi, e tre turisti di Singapore; a tutti è stata diagnosticata, al ritorno nel paese di origine, la polmonite SARS. Complessivamente, il medico di Guangzhou ha infettato a Hong Kong dodici persone. I successivi principali episodi epidemici si sono verificati a Hong Kong, Singapore, Taiwan, in Canada e nel Vietnam. A Hong Kong l'epidemia ha avuto la massima diffusione nell'ospedale Prince of Wales dove, al 25 marzo 2003, i pazienti affetti da SARS erano 156, prevalentemente operatori sanitari. Il fattore principale di trasmissione è stato identificato nell'uso improprio delle apparecchiature per la ventilazione polmonare, con conseguente formazione di aerosol infettanti in prossimità del paziente. Un altro centro di diffusione è stato riconosciuto in un vasto complesso abitativo, chiamato Amoy Gardens, nel quale si sono verificati 300 casi; nel complesso risiedeva un paziente in emodialisi presso l'ospedale Prince of Wales. In questo caso è stato ipotizzato che il meccanismo di trasmissione sia da attribuire al cattivo funzionamento della struttura fognaria, che ha permesso riflussi e aerosol nei sistemi di scarico delle abitazioni; un'altra ipotesi ha riguardato la possibile presenza di topi o altri piccoli animali che possono aver agito da vettore-serbatoio dell'infezione. A Singapore, Toronto e Hanoi l'estensione dell'epidemia è stata elevata sia tra il personale degli ospedali con maggiore affluenza di casi, sia tra i familiari dei pazienti ospedalizzati. Negli Stati Uniti e in Europa i singoli casi di infezione sono stati invece tutti correlati a viaggi o soggiorni nella aree asiatiche.
Nel mese di marzo 2003 la diffusione della SARS riguardava 1600 casi in 12 paesi (inclusi Stati Uniti e Canada) e mostrava un tasso di mortalità allarmante, tale da indurre la dichiarazione, da parte dell'OMS, dello stato di allerta globale, con l'organizzazione di una task force internazionale cui hanno partecipato undici centri di ricerca in tutto il mondo per le indagini cliniche, epidemiologiche e microbiologiche. Sono stati rapidamente definiti i criteri da utilizzare per l'identificazione dei casi probabili e dei casi sospetti al fine della compilazione delle notifiche, da effettuare in tempo reale con l'ausilio di una rete informatica istituita ad hoc. I dati delle notifiche hanno costituito la base per la definizione delle principali misure sanitarie da adottare, ai fini del contenimento dell'epidemia, in modo coordinato e nei vari paesi coinvolti. I criteri per la definizione di 'caso sospetto' e 'caso probabile' sono stati principalmente riferiti a dati clinici ed epidemiologici. In particolare, è stato definito caso sospetto il soggetto che presentava febbre superiore a 38 °C e uno o più sintomi di compromissione respiratoria e aveva avuto stretto contatto con persone cui fosse già stata diagnosticata la SARS; è stato definito caso probabile il soggetto che presentava inoltre segni radiologici di polmonite e positività virale ai saggi di laboratorio.
Al termine dei picchi epidemici erano stati identificati in totale 8422 casi, con 916 decessi verificatisi in 32 paesi (dati del 7 agosto 2003). Tali dati, seppure allarmanti, indicano il successo delle misure di contenimento dell'epidemia, potenzialmente caratterizzata da un elevatissimo indice di diffusione, sia per l'alta infettività dell'agente virale, sia per la presenza di una possibile duplice via di trasmissione (respiratoria e oro-fecale). Un impatto considerevole nel potenziale di diffusione ha, inoltre, la grande mole di spostamenti rapidi e ad ampio raggio, caratteristica dei nostri tempi. L'eccezionale organizzazione messa in atto dall'OMS, per la prima volta nella storia delle epidemie infettive, ha consentito nel brevissimo tempo di un mese (annuncio dell'OMS del 7 aprile 2003) l'identificazione e la caratterizzazione dell'agente eziologico virale coinvolto nei casi di infezione. Tale agente è stato definito come un nuovo virus classificabile in un gruppo separato del genere Coronavirus, della famiglia Coronaviridae, e denominato SARS-CoV. L'uso di metodiche diagnostiche di biologia molecolare, basate sull'amplificazione e il sequenziamento del genoma virale, associato con l'impiego di metodiche classiche di isolamento virale e di caratterizzazione antigenica e anticorpale, è stato di fondamentale importanza per la definizione dell'eziologia della SARS.
L'infezione da SARS-CoV è caratterizzata da un periodo di incubazione di 2-7 giorni. Nella fase prodromica della malattia sono presenti sintomi di tipo simil-influenzale. Durante la prima settimana della fase acuta la sintomatologia è costituita da febbre, malessere, mialgia, mal di testa, irrigidimento. Durante la seconda settimana sono presenti inoltre tosse secca, dispnea, diarrea. Nei casi più gravi si sviluppano rapidamente segni di stress respiratorio e di desaturazione di ossigeno. Nel 20% dei casi è necessaria terapia intensiva, nel 70% dei casi è presente diarrea, caratterizzata dall'eliminazione di ampi volumi di liquidi e assenza di sangue e muco. Il massimo livello di infettività è probabilmente presente nella seconda settimana. Il tasso di mortalità, in base a quanto riportato negli studi clinici effettuati durante i principali episodi epidemici, è variabile. Sono stati osservati valori dallo 0% a più del 50%, con tasso medio dell'11%. Il principale fattore associato a valori di elevata mortalità è quello dell'età, superiore ai 65 anni, seguito dal sesso maschile e dalla presenza di co-morbilità. Nei casi di SARS in gravidanza sono state osservate elevate percentuali di aborto per i primi mesi e mortalità materna in gravidanza avanzata. Per quanto concerne il quadro patologico, le modificazioni a livello polmonare, evidenziabili radiologicamente e indicative di danno alveolare diffuso, possono essere presenti già nei primi 3-4 giorni della fase acuta e anche in assenza di segni clinici di grave compromissione a livello respiratorio. Tali modificazioni radiologiche sono tipicamente evolutive, iniziando con segni di lesioni periferiche unilaterali che successivamente progrediscono in aspetto di lesioni multiple. Gli stadi successivi possono includere la presenza di pneumotorace spontaneo, pneumomediastino, fibrosi subpleurale e/o cistica. All'esame istopatologico sono presenti: denudazione dell'epitelio bronchiale con perdita di ciglia e metaplasia squamosa, presenza di infiltrato di cellule giganti e segni di possibile alterazione dello spettro di citochine, come indicato dall'aumento dei macrofagi alveolari e dalla presenza di emofagocitosi. Le particelle virali sono state visualizzate al microscopio elettronico nel citoplasma di cellule epiteliali.
I principali reperti, per quanto riguarda le alterazioni dei parametri ematologici e biochimici, sono stati: linfopenia, leucopenia e trombocitopenia. L'elevazione dei valori di lattatodeidrogenasi (LDH) e la presenza di diabete sono stati associati a una prognosi di malattia più severa. A livello sierico possono essere presenti ipocalcemia e alterazione dei valori di transaminasi, particolarmente nei casi di coinvolgimento enterico; inoltre sono stati osservati segni di deplezione linfocitaria.
I segni clinici che permettono di differenziare la SARS dagli altri casi di polmonite community acquired sono essenzialmente i reperti radiografici, la presenza di linfopenia, l'assenza di risposta alle usuali terapie antimicrobiche e in generale l'esito più grave della malattia. Come possibili trattamenti vengono attualmente indicati quelli a base di corticosteroidi e di antivirali, in aggiunta all'applicazione di mezzi meccanici di ausilio respiratorio.
L'identificazione di sostanze antivirali per terapie specifiche è uno dei principali obiettivi delle ricerche attualmente in corso. La precisa caratterizzazione del ciclo replicativo virale e l'identificazione di target molecolari precisi costituiscono lo strumento indispensabile per la formulazione di molecole antivirali efficaci. Alcuni studi sono focalizzati sulla possibilità di formulazione di molecole specifiche per l'interazione con alcuni enzimi chiave nell'ambito del ciclo replicativo virale, quali l'elicasi, la proteinasi SARS-CoV-PL2 e soprattutto l'enzima più importante coinvolto nel clivaggio della poliproteina codificata dall'RNA genomico per la produzione della RNA-polimerasi RNA-dipendente, cioè l'enzima SARS-CoV-3CLpro, di cui è stata identificata la struttura cristallografica e per cui è stato effettuato lo screening virtuale dei farmaci a base di inibitori delle proteasi attualmente noti.
Nonostante i grandi progressi conseguiti nel corso del 20° secolo in campo medico, farmacologico e dell'igiene, le malattie infettive costituiscono ancora oggi la principale causa di morte nel mondo. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, infatti, di circa 52 milioni di decessi che si registrano ogni anno nel mondo, circa 17 milioni sono causati da malattie infettive.
Nell'ambito delle malattie infettive si definiscono emergenti quelle dovute a infezioni precedentemente sconosciute e tali da ingenerare problemi di sanità pubblica a livello tanto locale quanto internazionale, riemergenti quelle dovute al riapparire di infezioni note, ma che per il diminuito tasso di morbosità non erano più considerate un problema di sanità pubblica. Sono causa di malattie emergenti virus (per es. virus di Ebola, HIV, virus dell'epatite C, virus 'sin nombre', virus dell'influenza A H5NI) e batteri (per es. Legionella pneumophila, Borrelia burgdorferi, Vibrio cholerae O139, Escherichia coli O157:H7). Fra le malattie riemergenti le più diffuse sono le infezioni respiratorie acute (polmonite), le infezioni diarroiche (dissenteria e colera), la malaria e la tubercolosi. Ogni anno più di un milione di bambini muore di malaria solo nell'Africa sub-sahariana. Circa 200 milioni di persone in tutto il mondo sono parassitate da Schistosoma, responsabile delle elmintiasi, e ogni anno da 35 a 60 milioni di persone contraggono la dengue, malattia virale sostenuta da un Flavivirus. Le malattie infettive non sono peraltro confinate nelle sole regioni a clima tropicale. Si valuta che ogni anno negli Stati Uniti si verifichino circa 600.000 casi di polmonite, che causano fra 25.000 e 50.000 morti. Più di 10.000 casi di difterite sono stati diagnosticati in Russia dal 1993 al 1997, a causa di un deterioramento del sistema di vaccinazione. Nei primi anni Novanta un'epidemia di colera è riapparsa in America Meridionale dopo un'assenza di circa un secolo, e dal 1991 al 1994 sono stati registrati più di un milione di malati e circa 10.000 morti. Durante gli anni Ottanta, dopo decenni di declino, è riemersa un po' dovunque la tubercolosi con ceppi resistenti a vari antibiotici, che ne hanno reso più difficile il controllo. Differenti fattori possono contribuire all'insorgere o al riemergere di una malattia infettiva. Quelli più frequentemente indicati sono i viaggi e gli spostamenti (per turismo, migrazioni ecc.), che permettono a un microrganismo patogeno di muoversi all'interno di una popolazione previamente non esposta e/o non vaccinata, cioè non immune; la produzione, la manipolazione e la distribuzione su vasta scala degli alimenti; le variazioni ambientali (deforestazione, inquinamento delle acque sotterranee); la maggiore suscettibilità della popolazione, dovuta a vari fattori (sovraffollamento, invecchiamento, malnutrizione, stress ecc.) che possono agire sinergicamente diminuendo la capacità degli individui di difendersi dalle infezioni; la variabilità genetica dei microrganismi, che permette a un patogeno di sviluppare in tempi brevi nuovi geni coinvolti nei meccanismi di virulenza e/o nella resistenza ai metodi terapeutici standard.

sabato 26 novembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 novembre.
Il 26 novembre 1941 il presidente americano Roosevelt stabilisce per decreto che il giorno del ringraziamento, celebrato secondo tradizione il quarto giovedì di novembre, sia considerato festivo.
Nel 1621 i coloni della Plymouth e gli indiani della tribù dei Wampanoag celebrarono insieme la festa del raccolto d’autunno, nel giorno che oggi viene riconosciuto come il primo Ringraziamento celebrato nelle colonie americane.
Questo pasto, fatto in occasione del raccolto, divenne così il simbolo della cooperazione e dell’interazione tra i coloni inglesi e le tribù dei nativi d’America.
Durante i precedenti inverni molti dei coloni soffrirono la mancanza di cibo, la durezza del clima e quasi metà della popolazione morì di stenti. I coloni non erano degli esperti agricoltori e furono fortunati ad avere l’aiuto delle tribù indiane locali. Inoltre i coloni erano organizzati in “comuni”, che raccoglievano prodotti alimentari e li consegnavano ad un unico negozio che li ridistribuiva a seconda del bisogno. Questo problema, legato a quello delle scarse capacità agricole, portò i coloni vicino alla decimazione. Quando nel 1620 la proprietà privata fu ripristinata e ad ogni famiglia venne concesso un lembo di terra proporzionato al numero di appartenenti al nucleo familiare, le cose migliorano notevolmente. Così per festeggiare la risoluzione dei loro problemi i coloni fecero una festa di tre giorni, a cui invitarono i loro benefattori indiani. Questi portarono cervo, tacchino ed altre pietanze.
Ovviamente il Ringraziamento in sé era soprattutto legato alla religione e al ringraziare Dio per le pietanze ricavate dai raccolti.
Questa festa non era destinata ad essere ripetuta ogni anno, ma così fu in molte colonie del New England. Ed anche se in molti ritengono questo specifico raccolto del 1621 essere la prima festa del Ringraziamento, in realtà feste del genere, che seguivano la tradizione della celebrazione del raccolto e del ringraziamento per l’abbondanza del raccolto stesso, erano già in pratica da molto tempo. I nativi americani erano infatti abituati all’organizzazione di festival, di balli e di cerimonie in occasione dei raccolti, già prima che arrivassero gli europei ad insediarsi nel Nord America.
La tradizione di questo “Thanksgiving” è così arrivata fino ad oggi, e si festeggia l’ultimo giovedi di novembre, come proclamato dal Presidente Lincoln nel 1864.
La caratteristica di questa festa è anche nella preparazione. A New York si tiene la Macy’s Parade, che da più di 80 anni avviene la mattina del giovedi di festa con sfilata di carri e maschere per tutta la Fifth Avenue. C’è la chiusura delle scuole per tutto il fine settimana, ci sono gli addobbi e le decorazioni con zucche di ogni misura, tacchini finti, foglie cadute, e tanto tanto arancione e marrone, che sono i colori predominanti degli autunni newyorchesi.
E poi c’è la festa in sè, con la preparazione della tavola, con l’invito di amici e parenti, con il tempo passato ai fornelli, e con tanto cibo.
Ma che cosa c’era nel menu di allora che differisce da quello che si usa oggigiorno sulle tavole degli americani?
Gli storici non sono sicuri di quali potessero essere le pietanze tradizionali che i pellegrini e gli indiani d’America usavano in quegli anni, ma di certo non erano dediti alla creazione di profumate “pumpkin pies” (crostate di zucca), o alla creazione di sempre più svariati tipi di “mashed potatoes” (purè di patate).
Quello che era disponibile nei raccolti del XVII secolo era di gran lunga minore in quantità e qualità di ciò che ci è possibile trovare oggi.
Le uniche due cibarie che erano sicuramente parte integrante del loro menu, come alcune citazioni storiche dimostrano, sono la carne di cervo e il pollame selvatico, ma anche alcune qualità di pesce, che tuttavia non si usa nelle celebrazioni attuali. Le cose che invece fanno parte integrante del menu di oggi e che non sembrano esserci state all’epoca sono il prosciutto cotto, le patate dolci, le pannocchie di mais, la salsa di ribes (per lo piu’ per la mancanza di zucchero, che viene usato nella preparazione), il latte, le uova e il pollo.
Ma allora in cosa è cambiato e cosa si è aggiunto nel menu odierno?
Innanzitutto non c’è Ringraziamento senza il delizioso odore del tacchino arrostito al forno (o fritto in apposite pentole a chiusura ermetica, create esclusivamente per la cottura del tacchino). Questa è la pietanza di base, presente in tavola già dal 1621, ed immancabile oggi.
Il tacchino viene servito “stuffed”, cioe’ riempito di un impasto fatto di carote, sedano, cipolle, salvia, timo, prezzemolo, sale, pepe, mollica di pane e brodo.
Le “mashed potatoes”, o purè di patate, possono essere preparate in diversi modi, ma le più usate sono quelle preparate con un po’ di aglio.
E c’è inoltre la famosa “gravy”, la salsa composta di acqua, farina di mais, sale e pepe mischiati al liquido rilasciato dal tacchino in cottura. La gravy si mette in genere sul purè ed anche sulla carne, specialmente la parte bianca del tacchino.
Un verdura specifica del Ringraziamento non c’è; solitamente sono cucinati gli asparagi al burro, funghi in padella, spinaci, mais e carote. La già citata salsa di ribes, infine, è usata specialmente sulla carne e dona un gusto agrodolce a tutto il pasto.


venerdì 25 novembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 novembre.
Il 25 novembre 1984  viene registrata a Londra la canzone "Do they know it's Christmas" da parte dei neoriuniti "Band Aid".
Dopo anni di dichiarato disinteresse politico e sociale nella canzone anglosassone, arriva il 1984, l’anno della folgorazione per Bob Geldof, leader del complesso inglese The Boomtown Rats; assiste a un documentario televisivo della BBC sulla fame in Etiopia. Le immagini sono scioccanti. La reazione immediata. Il primo pensiero del cantante è mettere insieme un cast di stelle del pop e del rock britannico per un singolo di beneficenza. Il 25 novembre il cast di cantanti, battezzati “Band Aid”, è riunito in uno studio londinese per interpretare “Do They Know It’s Christmas?”, canzone scritta da Geldof con Midge Ure degli Ultravox e destinata ad entrare nella storia come uno dei singoli più venduti d’ogni tempo, nonché come l’iniziativa umanitaria più chiacchierata del secolo. Assieme grandi pop star del periodo, Bono degli U2, Phil Collins alla batteria, i Duran Duran e gli Spandau Ballet, George Michael, Paul Young, Sting, Boy George. Il progetto di Geldof non si ferma al singolo dei Band Aid. Per raccogliere ancora più fondi, il cantante irlandese si butta nell’organizzazione di un doppio concerto di beneficenza, uno a Londra e uno a Philadelphia. Mettere insieme il cast e organizzare l’evento è durissimo, un autentico incubo organizzativo, ma alla fine il risultato è stupefacente: i due concerti di Live Aid, questo il nome dell’iniziativa, mettono insieme un cast fantastico, che conta anche le reunion di Who e Led Zeppelin. È il 13 luglio, una giornata storica.
Nel novembre 2004 venne pubblicata una nuova versione del brano, stavolta eseguito da un gruppo denominato Band Aid 20, ed ancora una volta il disco balzò ai primi posti delle classifiche di tutta Europa. Stavolta l'idea fu promossa dal cantante dei Coldplay Chris Martin, che coinvolse nuovamente Geldof e Ure. Midge Ure assistette il produttore Nigel Godrich e diresse il documentario sull'evento. Nella nuova versione del brano figurò un segmento inedito, un rap di Dizzee Rascal a metà della sezione "here's to you". Bono invece ricantò esattamente gli stessi versi che aveva eseguito nella prima versione.
Benché la versione del 1989 e quella del 2004 di Do They Know It's Christmas abbiano avuto un notevole successo commerciale, la popolarità del brano del 1984 è rimasta intatta, continuando a vendere diverse copie nel corso degli anni.

giovedì 24 novembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 novembre.
Il 24 novembre 1991 muore, stroncato dall'AIDS, Freddie Mercury.
Freddie Mercury, il leggendario cantante dei Queen (vero nome Frederick Bulsara), nasce il 5 settembre 1946 nell'esotica isola di Zanzibar, attualmente di proprietà della Tanzania. Figlio di un politico inglese sempre in viaggio per lavoro, Freddie si ritrova a svolgere gli studi elementari a Bombay, in India, per poi completarli in Inghilterra, terra di origine della famiglia. La formazione altamente internazionale permetterà al sensibile futuro cantante di costruirsi un bagaglio di esperienze non indifferente. Inizialmente, fra l'altro, il destino di Mercury non sembrava affatto la musica, dato che si era iscritto all'Istituto d'Arte Ealing, laureandosi in arte e design.
Ben presto mette in mostra le sue straordinarie doti di pianista e grande vocalist in gruppi come "Sour Milk Sea" e "Wreckage". Con questi comincerà a sviluppare le sue capacità artistiche e sceniche. Ma è l'incontro con Brian May e Roger Taylor che gli cambia la vita. I tre fonderanno quel gruppo ormai universalmente conosciuto dal nome molto glamour di "Queen", suggerito dallo stesso Mercury che ne approfitta e cambia anche il suo nome.
Bulsara suona decisamente male e quindi sceglie, sempre con attenzione alla sua vena teatrale, "Mercury" in omaggio al mitologico messaggero degli dei. L'esigenza di un bassista porterà poi John Deacon a completare la formazione.
Sul palco, come nella vita dopotutto, Mercury si dimostra uno straordinario interprete pieno di drammatiche gestualità, un vero animale da palcoscenico. E' stato insomma uno dei pochi performer in grado realmente di illuminare uno stadio con la sua sola presenza e catturare l'attenzione di migliaia di spettatori con un solo gesto.
I primi album della band vennero ben accolti dalla critica, con un rapido incremento della popolarità dei Queen; la volontà di Mercury era comunque quella di innovare il più possibile il loro stile musicale, attingendo ai più diversi generi musicali. Nel 1975 venne pubblicato A Night at the Opera, che consacrò definitivamente il quartetto. Il singolo Bohemian Rhapsody divenne il simbolo della creatività del gruppo e soprattutto del suo cantante, che ne fu l'autore; per la registrazione di questa sola canzone furono necessarie tre settimane, di cui una dedicata esclusivamente alla parte vocale centrale. Nel 1976, durante il A Night at the Opera Tour, i Queen visitarono il Giappone, la cui cultura influenzò notevolmente Mercury; Nei successivi anni, Mercury scrisse alcuni tra le più importanti canzoni dei Queen, come Somebody to Love (A Day at the Races, 1976), We Are the Champions (News of the World, 1977), Don't Stop Me Now (Jazz, 1979), Crazy Little Thing Called Love (The Game, 1979). Nell'ottobre 1979, il cantante si esibì con i ballerini del Royal Ballet in un galà di beneficenza presso il London Coliseum, cantando e ballando Crazy Little Thing Called Love e Bohemian Rhapsody
Nel 1980, Mercury cambiò notevolmente il suo aspetto, tagliandosi i capelli e facendosi crescere i baffi, seguendo il look detto "Castro clone", moda lanciata da alcuni omosessuali dell'epoca. Questa trasformazione fu inizialmente mal vista dai fan, che inviarono al cantante rasoi da barba usa e getta. Il 1981 sarà un anno di transizione; visse a Monaco di Baviera, in Germania, la cui vita notturna lo condizionò molto, non riuscendo a lavorare "quasi mai in condizioni psicologiche perfette".
Alla fine del 1982, i Queen, dopo il successo del The Game Tour e dell'Hot Space Tour, decisero di comune accordo di separarsi per un certo periodo; questo fu dovuto sia all'insoddisfazione dei fan, così come della band, della qualità dell'album Hot Space, nel quale non si riconoscevano, sia al deterioramento progressivo dei rapporti personali all'interno del gruppo. I quattro cominciarono così a dedicarsi a progetti solisti; Mercury in particolare, che aveva già ipotizzato tra gli anni settanta e gli anni ottanta di pubblicare un album proprio, collaborò con Giorgio Moroder, compositore e arrangiatore italiano specializzato in musica dance, per la nuova colonna sonora della versione rieditata e restaurata del film di Fritz Lang Metropolis. Con lui scrisse il brano Love Kills, il suo primo singolo da solista, che raggiunse la decima posizione nella classifica britannica.
Dopo i progetti solisti, i Queen si ritrovarono nell'agosto 1983, registrando The Works. Cominciarono poi una serie di lunghe tournée in tutto il mondo, come il The Works Tour; tra il 12 e il 19 gennaio 1985, la band partecipò a Rock in Rio, dove suonarono davanti a circa 250.000 persone in due serate; tra i momenti principali dell'evento, vi fu il duetto tra Mercury e i fan sulle note di Love of My Life.
Il 13 luglio 1985 invece presero parte al Live Aid, un concerto umanitario organizzato da Bob Geldof che vide la partecipazione dei più importanti artisti internazionali, allo scopo di ricavare fondi in favore delle popolazioni dell'Etiopia, colpite da una grave carestia. I Queen si esibirono al Wembley Stadium di Londra ed i loro 20 minuti di canzoni "consegnarono alla storia i Queen e fecero di Freddie Mercury una leggenda"; sia la stampa, sia i 72.000 spettatori di Wembley, sia gli artisti, considerarono la loro interpretazione una delle migliori di tutti i tempi; Mercury costruì in questa esibizione "il mito di insuperabile frontman".
Il 29 aprile dello stesso anno uscì il primo album da solista di Mercury, Mr. Bad Guy, un disco pop caratterizzato anche da sonorità disco e dance; questo suo primo lavoro, prodotto da Reinhold Mack, contiene alcune tracce scritte da Mercury, originariamente composte per far parte di The Works, ma che in seguito furono scartate dalla band, come Made in Heaven, I Was Born to Love You, Man Made Paradise e There Must Be More to Life Than This; quest'ultima è frutto di una collaborazione con Michael Jackson risalente al 1983. Living on My Own fu una della canzoni di maggior successo dell'album, che complessivamente non ottenne notevoli risultati da un punto di vista delle vendite, arrivando comunque al sesto posto nella classifica inglese e restandovi per 23 settimane; negli Stati Uniti Mr. Bad Guy si fermò solo alla 159ª posizione.
Il 6 giugno 1986 i Queen cominciarono a Stoccolma il Magic Tour, che fu la loro tournée più grande e spettacolare. Nelle 26 date, la band raccolse circa un milione di spettatori; l'11 e 12 luglio tornarono a suonare al Wembley Stadium, davanti entrambe le serate a 70.000 persone, per quelli che divennero due dei loro concerti più famosi e celebrati. In questi concerti indossò la famosa giacca gialla che divenne un simbolo del cantante. Freddie concluse gli spettacoli sulle note di God Save the Queen, vestito da re, con pelliccia e corona. L'ultima esibizione della band si tenne il 9 agosto nel parco di Knebworth; questo fu l'ultimo concerto di Freddie Mercury, il quale si esibì davanti a 120.000 spettatori.
Nello stesso anno, Mercury partecipò alla scrittura del musical Time di Dave Clark, scrivendo ed interpretando le ballate Time e In My Defence. L'anno successivo pubblicò come singolo la cover dei The Platters The Great Pretender, edita come singolo nel mese di febbraio, arrivando alla quarta posizione nella classifica inglese e risultando tra i maggiori successi della sua carriera solista. Nella primavera 1987, i medici rivelarono al cantante la sua positività all'HIV, senza conoscere mai con precisione da chi fosse stato contagiato; ciononostante, il cantante continuò a dichiarare pubblicamente di essere risultato negativo al test. Nel 1988 venne pubblicato Barcelona, realizzato con la partecipazione di Montserrat Caballé, soprano spagnola conosciuta nel maggio 1983 ad una rappresentazione de Un ballo in maschera presso la Royal Opera House; questo disco esemplifica il desiderio del cantante britannico di avvicinarsi al mondo dell'opera, genere musicale in parte già utilizzato in canzoni come Bohemian Rhapsody. Barcelona venne acclamato dalla critica, anche se a ciò non corrispose un notevole successo discografico, fermandosi all'ottava posizione della classifica del Regno Unito, ottenendo tuttavia maggior successo in Spagna. La title track divenne nel 1992 l'inno ufficiale dei Giochi della XXV Olimpiade di Barcellona, motivo per cui venne originariamente scritta.
Mercury nascose il segreto della sua malattia anche agli altri membri dei Queen fino al 1989, quando decise di fare accertamenti clinici più specifici; durante questi esami, gli fu asportata parte di pelle dalla spalla sinistra mediante la quale si riscontrò la sua positività all'HIV. Dopo qualche tempo gli fu anche diagnosticata la sindrome dell'AIDS. Sicuro della malattia, confessò la sua condizione agli amici più intimi nonché ai membri del gruppo. Freddie abbandonò la sua vita pubblica, non organizzando più concerti e asserendo che un uomo di 40 anni non poteva saltare e cantare su un palco con una calzamaglia indosso e che voleva rompere il binomio album-tour. Alcune testate scandalistiche cominciarono a sospettare che il cantante fosse effettivamente malato; questi sospetti derivavano dal suo aspetto, dall'improvvisa sospensione dei tour dei Queen e dalle confessioni di alcuni amanti pubblicate sulle pagine dei tabloid inglesi del tempo. Si fecero dunque sempre più rare le sue apparizioni pubbliche e Mercury si rifugiò sempre più nella Garden Lodge, la sua villa di Earls Court a Londra, costata oltre 4 milioni di sterline.
Il 18 febbraio 1990, per ricevere un premio per il contributo dei Queen alla musica britannica ai BRIT Awards, Freddie Mercury fece la sua ultima apparizione in diretta. La crescente diffusione di notizie su una possibile malattia di Mercury, confermate dalla morte di Nikolai Grishanovich, un suo amante, portò il gruppo a diffondere un comunicato stampa ufficiale, nel quale smentiva ogni voce sul cantante. Poco dopo, Mercury si trasferì a Montreux, in Svizzera, dove affittò un appartamento, la "Duck House". La sua ultima apparizione in pubblico fu nel video della canzone These Are the Days of Our Lives, in cui il frontman appare molto dimagrito; il videoclip del brano, tratto dal suo ultimo album con i Queen, Innuendo, venne tuttavia reso pubblico solo dopo la sua morte, su sua precisa volontà. Mercury continuò a registrare canzoni, nonostante fosse molto debilitato dalla malattia e costretto a riposo per molte ore al giorno; solo circa un mese prima del suo decesso fu costretto da alcuni problemi polmonari a smettere di cantare, invitando gli altri membri dei Queen ad effettuare le ultime correzioni alle tracce registrate, per poterle poi pubblicare in seguito. L'ultima canzone che incise fu Mother Love, registrata nell'ottobre 1991.
Freddie rientrò in Inghilterra ai primi di novembre 1991, per stare vicino ai suoi cari. Qui venne sottoposto ad alcune cure palliative, con medicinali che arrivavano di nascosto alla Garden Lodge; tuttavia il cantante diventò sempre più debole. Intanto, negli ultimi giorni ci furono gruppi di giornalisti che si insediarono addirittura fuori al portone della villa. Il 22 novembre 1991, Mercury convocò nella sua casa di Earls Court il manager dei Queen Jim Beach per redigere un comunicato ufficiale, che venne consegnato alla stampa il giorno successivo:
« ...Desidero confermare che sono risultato positivo al virus dell'HIV e di aver contratto l'AIDS. Ho ritenuto opportuno tenere riservata questa informazione fino a questo momento al fine di proteggere la privacy di quanti mi circondano. Tuttavia è arrivato il momento che i miei amici e i miei fan in tutto il mondo conoscano la verità e spero che tutti si uniranno a me, ai dottori che mi seguono e a quelli del mondo intero nella lotta contro questa tremenda malattia... »
A poco più di 24 ore dal comunicato, Mercury morì alle 18:48 del 24 novembre 1991 all'età di 45 anni; la causa ufficiale del decesso fu una broncopolmonite aggravata da complicazioni dovute all'AIDS. I funerali, che si svolsero al Kensal Green Cemetery, furono celebrati da un sacerdote zoroastriano; secondo le sue ultime volontà, Mercury fu cremato e le sue ceneri affidate a Mary Austin, sparse poi probabilmente nei pressi del Lago di Ginevra. Tra i 35 presenti alla cerimonia, oltre ai familiari anche i suoi compagni John Deacon, Brian May e Roger Taylor, il suo compagno Jim Hutton e i cantanti Elton John, Michael Jackson e David Bowie. Nel suo testamento, il cantante affidò la metà esatta del suo patrimonio, pari a circa dieci milioni di sterline, a Mary Austin, mentre il resto del patrimonio fu diviso tra i genitori e la sorella Kashmira Bulsara-Cook. Inoltre, lasciò £ 500.000 al cuoco Joe Fanelli, £ 500.000 all'assistente personale e amico Peter Freestone, £ 100.000 all'autista Terry Giddings e £ 500.000 a Jim Hutton; a quest'ultimo, suo amante negli anni ottanta, comprò un appezzamento di terreno a Carlow, sua città natale in Irlanda, sul quale fece costruire una casa, dove si trasferì nel 1995, dimorandovi fino alla sua morte, avvenuta nel 2010.

mercoledì 23 novembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 novembre.
Il 23 novembre 1963 debutta sulla BBC il primo episodio della serie "Doctor Who".
Nel 1958, l’ambiente della rete inglese nazionale BBC andava svecchiato. La BBC aveva prodotto negli anni precedenti i programmi più moderni e sperimentali, ma i dirigenti ormai erano troppo anziani e non colsero i cambiamenti in atto nella società e nel gusto. A questo scopo fu chiamato Sydney Newman (1-4-1917/30-10-1997), un produttore canadese che nel suo paese aveva realizzato produzioni acquistate anche dalla BBC.
Più esattamente, Newman in effetti fino al 1958 fu responsabile dei serial TV per la CBC (Canadian Broadcasting Corporation), che vendette alla BBC 26 puntate da 1 ora di queste opere firmate Newman. La BBC mandò in onda questi prodotti ed il nome di Newman divenne noto presso gli addetti ai lavori (molti di questi particolari vengono raccontati da Newman stesso in un’intervista in video del 1984 contenuta in Le Origini). Howard Thomas della ABC inglese assunse Newman come responsabile dei serial TV. Newman si trasferì in Inghilterra e ideò The Avengers (Agente Speciale), Armchair Theatre, una serie di storie per la famiglia e Pathfinders, un telefilm di fantascienza. A seguito di questi successi, dopo 4 anni Kenneth Adam della BBC riuscì a strappare Newman alla concorrenza. Altra figura chiave della nostra storia è Donald Wilson (1910-2002), arrivato in BBC nel 1955, responsabile Serie TV dal 1962 al 1965 su richiesta di Newman. Ottimo scrittore, Wilson aveva scritto, diretto e prodotto film sin dagli anni ’30. Egli, all’inizio del ’62, commissionò un rapporto di fattibilità in BBC di serie di fantascienza tratte da classici letterari, tipo Le avventure del Dr. Quatermass o A for Andromeda. Il rapporto venne redatto da Alice Frick e Donald Bull del Dipartimento Sceneggiature. Nel luglio del ’62 venne redatto un secondo rapporto ancora dalla Frick e da John Braybon: in conclusione i due sceneggiatori esclusero storie tratte dalla letteratura, prediligendo piuttosto racconti originali basati sulla telepatia o sui viaggi nel tempo. Poco dopo la redazione di questi due rapporti richiesti da Wilson, Newman diventò responsabile dei Serial  TV alla BBC ed il regista Richard Martin si unì al gruppo nel dicembre ’62. Newman chiamò in seguito anche Verity Lambert (27-11-1935/22-11-2007), che avrebbe prodotto Doctor Who dal 1963 al 1965.
Tornando a Sydney Newman, egli realizzò grossi cambiamenti in BBC: smantellò il Dipartimento Programmi per Bambini, inglobandolo nel Dipartimento Serial TV. Oltretutto divise il Dipartimento Serial TV in 3 sezioni:
-Dipartimento Opere Teatrali;
-Dipartimento Serie TV;
-Dipartimento Sceneggiati.
A questo punto vanno menzionati i nomi di Donald Baverstock, responsabile della Programmazione BBC (1963-’65) e di Joanna Spicer, assistente al Controllo della Programmazione. Il sabato pomeriggio tra le 17:15 e le 17:45 c’era un buco nella programmazione da sanare, nel senso che andava in onda un programma di favole per bambini tipo Dickens che però da tempo non aveva successo. Prima di questo programma, c’era lo sport, il Grand National Grandstand, che aveva grande successo, e alle 17:45 c’era invece un programma molto amato dai teenagers ovvero Juke Box Jury. Newman chiese a Baverstock ed ottenne 52 settimane per un nuovo programma che riportasse in alto gli ascolti in quella fascia oraria, mantenendo un sabato uniforme di successi. Di conseguenza, Newman si rivolse a Wilson, il quale aveva ancora in mano i due rapporti del ’62.
L’incontro iniziale che fu cruciale per la produzione del Doctor Who è datato 26-03-1963, erano presenti Wilson, la Frick, Braybon ed un autore dell’ormai defunto Dipartimento Sceneggiature della BBC, Cecil Edwin Webber detto “Bunny”. Tre giorni dopo, la Frick inviò a Wilson una nota fondamentale per la nascita del Doctor Who: in generale, tutti erano d’accordo che i 52 episodi dovessero essere suddivisi in 7 storie di circa 7-8 episodi l’una. Wilson ebbe l’idea della macchina del tempo che viaggia nello spazio, nel tempo e nella materia. Braybon vedeva i protagonisti come un gruppo di scienziati che veniva dal futuro, mentre la Frick stabilì che la macchina del tempo in questione dovesse essere un mezzo di trasporto più moderno che in ogni puntata ospitasse i personaggi fissi del cast. A Webber fu assegnato il compito di creare i personaggi principali: da subito scartò i bambini ed ideò 3 scienziati, ovvero il giovane di bell'aspetto, l'eroina ben vestita sui 30 anni d'età e l'uomo più maturo dal carattere eccentrico sui 40 anni (ovvero, già in nuce, i personaggi di Ian , di Barbara e del Dottore).
Rex Tucker, designato da Newman come produttore della serie, avrebbe dovuto dirigere la prima avventura nel mese di luglio del 1963, ma lasciò lo staff prima di potersi mettere al lavoro. All'inizio di aprile del '63 Newman tirò le fila del lavoro eseguito: accolse l'idea della macchina del tempo ma bocciò quella degli scienziati, poichè in un programma in parte educativo come quello che Newman voleva fare, non si poteva insegnare nulla ad un gruppo di cervelloni. D'accordo con l'idea di scartare i bambini, Newman però aveva bisogno almeno di una adolescente che si cacciasse nei guai, ed ecco aggiunto quindi il quarto personaggio (ovvero la futura Susan). Newman modificò anche il personaggio dell'uomo maturo, voleva che fosse una persona anziana sui 60 anni (720 per il Dottore). Una volta apportate queste modifiche, Newman, felice della direzione intrapresa, pregò Wilson di proseguire il lavoro sulla serie, che per ora era intitolata semplicemente "The Saturday Serial" (la serie del sabato). Il primo episodio doveva essere trasmesso alla fine di luglio del '63, il budget stanziato per ogni episodio era di 2.300 sterline più 500 (una tantum) per la costruzione del veicolo spaziale. Rex Tucker venne scelto da Newman all'inizio di maggio come produttore della serie, Tucker era in BBC dagli anni '30 e aveva lavorato per la radio. Negli anni '50 era passato alla televisione e ai programmi per bambini. Fu Tucker il regista prescelto per i primi 4 episodi, mentre Richard Martin avrebbe diretto gli episodi successivi.
Nel mese di maggio 1963 Tucker, Martin e Newman si incontrarono ed in quei momenti venne deciso il titolo della serie, Doctor Who. Per la creazione dei personaggi, Newman invece si incontrava con Webber e Wilson. Dalla prima bozza descrittiva dei personaggi ad opera di Webber, il Dottore era "un fragile anziano di 650 anni, perso nel tempo e nello spazio. Gli danno questo nome perchè non sanno chi sia, sembra non ricordare da dove è venuto, è sospettoso e capace di improvvise malignità. Sembra avere un nemico indefinito, ha una macchina del tempo che permette loro di viaggiare nel tempo, nello spazio e nella materia". Webber ebbe altre idee che però a Newman non piacquero, si trattava di due segreti del Dottore, che avrebbero reso il personaggio un folle reazionario. Webber creò il personaggio della quindicenne di nome Bridget, una ragazza gracile ma desiderosa di vivere, che sta finendo la scuola. Miss McGovern, 24 anni, insegnante nella scuola di Bridget, timida ma coraggiosa, modesta e dai desideri comuni alla classe media. Cliff, 27 anni, insegnante nella stessa scuola, bello, forte e coraggioso, intelligente ma un po' diffidente, un adolescente lo definirebbe "vecchio". Queste idee di Webber, successivamente in parte riadattate, restarono nella serie nei personaggi di Susan, Barbara e Ian.
Webber, infine, ebbe un'idea per il primo episodio. I due insegnanti accompagnavano a casa la ragazza, di sera, con una nebbia fitta, e durante il tragitto incontravano il Dottore, quest'uomo anziano e spaesato che loro tre aiutavano a raggiungere il magazzino dov'era alloggiata la sua "casa", ovvero una vecchia cabina telefonica nella quale il Dottore spariva per poi uscirne di nuovo, invitando i tre ad entrare. All'interno c'era una gigantesca astronave futuristica che il Dottore non sapeva come far funzionare. Nel frattempo al team creativo si unì lo sceneggiatore Anthony Coburn, che era arrivato dall'Australia qualche anno prima per cercare fortuna come autore. Fu lui ad ideare una storia in quattro parti ambientata nella preistoria. Newman desiderava che i 4 personaggi fossero rimpiccioliti fino alla dimensione di insetti, ma parlandone con Wilson capì che la cosa non funzionava e che la storia di Webber da sola era troppo debole per poter coprire tutti e 4 gli episodi. L'idea di Webber diventò quindi in realtà il primo episodio di An Unearthly Child, quella di Coburn si tradusse negli episodi 2-4. Fu lo stesso Coburn a riscrivere l'idea di Webber, integrandola nella sua avventura preistorica.
Sempre nel maggio 1963, Mervyn Pinfield si unì alla serie come produttore associato (restò fino al 1965). Nel 1962 aveva diretto The Monsters, apprezzata serie BBC in 4 episodi, in cui aveva dimostrato le sue doti di sperimentatore ed innovatore del linguaggio televisivo. In Doctor Who si sarebbe occupato degli aspetti tecnici, di cui era appassionato. Quando Pinfield abbracciava un progetto, con grande serietà faceva di tutto per tenerlo in vita. Nel frattempo, erano sorti dei problemi riguardanti lo studio di ripresa D di Lime Grove, che era troppo piccolo e caldo per potervi girare il telefilm. A giugno arrivò finalmente Verity Lambert, che fu nominata produttrice assieme a Tucker. La Lambert era stata assistente di produzione per la ABC Television, poi diventata Thames Television, lavorando per la serie Armchair Theatre, una serie di opere teatrali prodotte, come già detto prima, da Newman. Durante tutti questi avvenimenti, la produzione degli episodi slittò, così Rex Tucker non potè più dirigere la prima avventura, che venne assegnata a Waris Hussein. Alla fine di giugno venne nominato "story editor" David Whitaker (rimarrà anche lui fino al '65), bravissimo scrittore. Il suo compito sarebbe consistito nel dare coerenza a personaggi che sarebbero stati maneggiati da diversi sceneggiatori. Il primo compito di Whitaker fu quello di collaborare con Coburn sui primi 4 episodi. Coburn aveva cambiato il nome di Bridget in Susan Forman e il cognome di Cliff diventò Chesterton. Tucker nel frattempo stava facendo il casting per i ruoli, senza concludere granchè.
La Lambert ed Hussein per il ruolo del Dottore interprellarono attori molto conosciuti come Leslie French e Cyril Cusack, che però non erano interessati. La stessa proposta fu fatta a William Hartnell, un attore attivo da molti anni, soprattutto nelle parti da duro, che dopo una prima diffidenza iniziale, forse dovuta al timore di rimanere imprigionato in un ruolo, si innamorò del personaggio. Wiliam Russell fu scelto direttamente dalla Lambert, che venne a conoscenza di una serie da lui interpretata nel 1956, The Adventures of Sir Lancelot. Nel frattempo il suo personaggio aveva acquisito anche il nome definitivo, ovvero Ian. Miss McGovern diventò Barbara e la Lambert propose il personaggio a Jacqueline Hill, che era la moglie di un suo vecchio amico, Alvin Rakoff. Prima di lei erano state considerate per la parte di Barbara le attrici Phyllida Law e Penelope Lee. Per la parte di Susan, infine, vennero provinate le attrici Maureen Crombie, Anna Palk, Anneke Wills (che in seguito ebbe la parte di Polly), Waveney Lee e Camilla Hasse. Hussein un giorno negli studi della BBC fu però folgorato dall'attrice Carole Ann Ford, che fu così arruolata nella serie.
La data di trasmissione del primo episodio fu spostata al 16 novembre 1963, mentre Coburn consegnò a Whitaker le ultime modifiche al copione, riguardanti Susan: la ragazza era di sangue reale ed apparteneva alla stessa razza di alieni del Dottore. Whitaker scartò la prima idea ma accolse la seconda, così Susan divenne la nipote del Dottore. Per il tema musicale della sigla, Verity fu colpita dal gruppo musicale Les Structures Sonores, che realizzavano melodie raffinate grazie ad un gioco di tubi di vetro, li contattò ma erano impegnati. Allora si rivolse a Desmond Briscoe del Radiophonic Workshop, che le consigliò Ron Grainer, compositore già noto per temi come Steptoe and Son. Verity gli chiese di scrivere una melodia da realizzare elettronicamente e Ron accettò. Per gli effetti sonori, in particolare il suono di dematerializzazione del TARDIS, Hussein visitò il Radiophonic Workshop e collaborò con Brian Hodgson (che realizzò i suoni speciali per la serie fino al 1972). Brian pensò alla lacerazione del tessuto spazio-temporale, così realizzò quel suono strappato sfregando una chiave di casa sua, fatta di metallo, sulle corde di ferro di un vecchio pianoforte che giaceva ormai distrutto nello studio. Fu registrato il suono in abbinamento a varie velocità, poi i vari effetti vennero miscelati insieme tagliando il nastro magnetico con una lametta. Il risultato ottenuto scorreva in speciali apparecchiature in cui il suono veniva fatto ripiegare su sè stesso, durante la registrazione. Si ottenne in questo modo un effetto increspato tipo eco, che poteva essere ascoltato sia in modo normale che al contrario. Se ascoltato al contrario, l'eco dava l'impressione di muoversi verso l'ascoltatore, se invece lo si ascoltava normalmente, sembrava allontanarsi. Ecco che Brian ottenne questo strano suono che alternava una sensazione di avvicinamento ed allontanamento allo stesso tempo.
Il 20 agosto del 1963 iniziarono le riprese della prima avventura sul palco 3A degli studi BBC di Ealing. Si trattava di materiale visivo girato da Bernard Lodge da abbinare alla musica della sigla. La Lambert fece vedere a Lodge alcuni effetti visivi girati precedentemente, da lì Lodge trasse ispirazione per girare nuovo materiale: con una torcia puntata verso la telecamera si ottenne un fascio di luce che venne distorto per creare un effetto prettamente tele-visuale, che affascinò Lodge. In questo elaborato disegno elettronico era possibile inserire anche il viso del Dottore, fu fatta una prova con un collaboratore, ma Verity giudicò il risultato troppo pauroso per un programma per bambini e decise di mantenere solo la scritta col titolo. Il risultato finale, completo di musica, concesse grande fluidità alla sigla, all'insegna di un'atmosfera misteriosa e un po' oscura. Nel frattempo Ron Grainer chiese a Delia Derbyshire del Radiophonic Workshop di aggiungere effetti sonori adeguati alla musica. Il risultato lo stupì positivamente.
Alla fine di agosto 1963, Tucker decise di prendere le distanze da Doctor Who, in conflitto con Verity Lambert. I due non erano d'accordo su nulla e Tucker si era aspettato una giovane produttrice arrendevole, invece si scontrò con una professionista che sapeva il fatto suo. Andandosene si sentì sollevato, perchè in fondo non era mai stato convinto del programma. Il primo giorno effettivo delle riprese fu giovedì 19 settembre 1963, quando vennero girate alcune scene, tra cui l'ultima del primo episodio, sempre sul palco 3A di Ealing. Il giorno dopo, per la prima volta, si incontrarono i 4 membri principali del cast, che dopo la sessione fotografica della BBC brindarono all'inizio del telefilm. Il 21 settembre fu il primo di quattro giorni di prove per gli attori. Il 27 settembre fu registrato il primo episodio, di nuovo presso l'angusto studio D di Lime Grove, tra le 20:30 e le 21:45. Furono costruiti in studio tre set principali, il primo, ad opera di Peter Brachacki, era il magazzino di robivecchi Foreman, a Totter's Lane. Il secondo set rappresentava la Coal High School ed era costituito solo da un corridoio ed un'aula. Il terzo set era l'interno del TARDIS, che occupava quasi metà dello studio D. Quest'ultimo set era stato costruito da una società esterna.
Doctor Who, dopo una partenza tanto tribolata, diventò un grande successo personale per Sydney Newman. Il primo episodio costò meno di 2.150 sterline, Sydney Newman lo visionò per la prima volta lunedì 30 settembre 1963 e decise di apportare alcune modifiche a particolari di cui non era soddisfatto, ma credette in Lambert e Hussein e diede il suo assenso. Sabato 12 ottobre il cast di attori e Hussein si riunirono per cominciare una nuova sessione di prove. Vennero inserite piccole modifiche basate sui commenti di Newman e l'episodio fu girato di nuovo venerdì 18 ottobre, sempre allo studio D di Lime Grove. Nel frattempo va ricordato che Baverstock, nei fatti, non aveva ancora dato il via libera al programma dopo i primi 4 episodi, nonostante avesse promesso a Newman 52 puntate. Wilson si lamentava che i vari dipartimenti della BBC non davano il loro sostegno al programma. Poichè al termine delle riprese i costi risultarono superiori alle previsioni, Baverstock decise di chiudere l'esperienza con i primi 4 episodi e se ne andò per 3 settimane. Verity si ritrovò così a combattere faccia a faccia con Joanna Spicer, che era una donna terribile da gestire. La Spicer accusò la Lambert soprattutto dei costi del set del TARDIS, ma Verity molto acutamente fece notare che il set era in effetti molto costoso, ma calcolando una serie di 52 puntate, tale costo sarebbe rientrato. La Lambert quindi coraggiosamente attaccò questa insopportabile limitazione o ricatto di Baverstock, che come una spada di Damocle limitava ora la serie a 4 episodi. La Spicer acconsentì allora a portare il budget per ogni episodio a 2.500 sterline per un minimo di 13 episodi iniziali ed assicurò alla Lambert che Baverstock avrebbe accettato. La produzione, nel frattempo, era ormai ben collaudata: da lunedì a giovedì si provava, il venerdì si girava. Era ormai giunto il momento della prima trasmissione, a novembre. Il giornale della BBC, Radio Times, invece di mettere in copertina Doctor Who, mise Beyond our Ken. Wilson scrisse per lamentarsi del trattamento riservato, perchè era sicuro del potenziale di Doctor Who e che sarebbe andato in onda per lungo tempo. Una buona notizia giunse il 22 novembre, quando altri 13 episodi vennero commissionati, ma quello stesso giorno fu ucciso il presidente Kennedy, per cui il primo episodio, andato in onda il giorno dopo con ascolti ovviamente bassissimi, fu replicato la settimana successiva, poichè la rete si era resa conto che il pubblico era troppo scioccato dalla morte del presidente americano per seguire il nuovo telefilm. La seconda messa in onda segnò un successo di quasi 4 milioni e quattrocentomila spettatori. La prima puntata del serial successivo sui Dalek registrò 7 milioni di spettatori e mentre la storia procedeva arrivò ad un picco di 10 milioni e mezzo di persone che seguivano il nuovo, grande successo di Sydney Newman e del suo staff.

martedì 22 novembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 novembre.
Il 22 novembre 1973 viene sciolta l'organizzazione "Ordine Nuovo", fondata da Pino Rauti, e arrestati 30 suoi militanti per ricostituzione del partito fascista.
"Ordine nuovo" fu creata nel 1960 da alcuni iscritti al MSI che, come i fondatori di Avanguardia nazionale, trovavano troppo moderata la linea del partito. Ordine nuovo costituì il gruppo forse più aggressivo dell'intero campo neonazista. Secondo un rapporto della polizia esso si ispirava alle dottrine razziste e nazionalsocialiste del barone Julius Evola, il filosofo dell'idealismo mistico, autore nel 1937 del libro "Il mito del sangue", ma che ancora nel 1967 rimproverava Almirante perché non organizzava apertamente squadre d'azione per "distruggere i centri della sovversione" e "stroncare scioperi”.
All’origine “Ordine nuovo” aveva adottato come simbolo l'ascia bipenne in cerchio bianco su fondo rosso e, come motto, quello delle SS naziste: "Il nostro onore si chiama fedeltà". Le sue posizioni politiche erano di un oltranzismo delirante.
A rendere l'idea di come ragionavano i capi di “Ordine nuovo”, basti questo brano programmatico, tratto dal giornale del movimento allora guidato da Pino Rauti:
"Se ci sentiamo legati al fascismo come al movimento politico autoritario e gerarchico più vicino alle nostre esperienze dirette, più prossimo all'epoca storica nella quale siamo vissuti, non per questo non potremmo non dire che egualmente ci sentiamo vicini alla sostanza e ai valori, ai principi e alle idee fondamentali che informarono l'essenza politica di ogni Stato autoritario o aristocratico dei tempi andati [...]. Siamo vicini tanto alla Repubblica sociale italiana che al III Reich, quanto all'lmpero napoleonico o al Sacro romano impero [...]. Chi viene al nostro fianco avrà un’altra sensazione che è propria del combattente quando a pie' fermo attende l'istante per balzare dalla trincea e gettarsi nella mischia per colpire, colpire, colpire".
Probabilmente ispirato dalle critiche di Evola al MSI, nel 1966 “Ordine nuovo” prese l'iniziativa di costituire un certo numero di Comitati di insurrezione nazionale (CIN) che, con il loro attivismo, avrebbero dovuto strappare al MSI gli iscritti e portarli su posizioni più combattive. Infatti i Comitati diedero inizio a una campagna terroristica che tuttavia non raggiunse all'interno del partito gli scopi desiderati. Ciò indusse i principali dirigenti di Ordine nuovo e lo stesso Pino Rauti [inquisito perché tra gli organizzatori dell'attentato alla Banca dell'Agricoltura di Milano] a riprendere la tessera del MSI.
Dopo il rientro di Rauti e dei suoi più vicini collaboratori nel MSI, Ordine nuovo continuò la propria attività, dandosi nuovi capi e spingendosi su posizioni sempre più oltranziste e polemiche sia nei confronti di Rauti [il "traditore”] che di Almirante [la "spia antifascista”].
Da un rapporto di polizia steso dopo il fallito golpe del dicembre 1970, si è saputo che Ordine nuovo era in rapporti con il Fronte nazionale di Valerio Borghese e con altre organizzazioni di estrema destra italiane, francesi, spagnole, portoghesi, sudafricane, nonché con il governo dei colonnelli greci. Poiché molti affiliati di Ordine nuovo operavano all'interno di altre organizzazioni eversive, è legittimo ritenere che questo movimento abbia svolto un ruolo operativo di paricolare rilevanza nel far procedere la strategia della tensione.
Lo scioglimento decretato alla fine del 1973, oltreché essere tardivo, non costituisce un serio procedimento in quanto ha lasciato liberi di agire altri gruppi che, perseguendo obiettivi non dissimili da quelli di Ordine nuovo, ne hanno adottato anche gli stessi mezzi. Inoltre tutto lasciava pensare che, di fronte alla tolleranza dimostrata dalle autorità, l'organizzazione disciolta sarebbe stata presto ricostituita. Difatti, due giorni dopo lo scioglimento di Ordine nuovo veniva annunciata l'esistenza dell'organizzazione clandestina "Ordine nero” che, dopo aver dichiarato "guerra allo Stato”, firmava i principali attentati terroristici del 1974.
La clandestinità di quest'ultimo movimento si può considerare molto relativa, dal momento che esso ha dato vita a un giornale intitolato "Anno Zero” e che notoriamente ha assunto l'eredità di Ordine nuovo. Copie di "Anno Zero” sono state trovate accanto al cadavere dilaniato del neofascista Silvio Ferrari, saltato in aria nel maggio 1974 a Brescia, mentre trasportava una potente carica di esplosivo a bordo di un ciclomotore. Copie dello stesso giornale sono state trovate nell'auto di un gruppo di neofascisti schiantatasi, venti minuti dopo la morte del Ferrari, nella stessa città. Il periodico era comunque diffuso in numerose sedi missine.

lunedì 21 novembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 novembre.
Il 21 Novembre 1943 ha luogo l'eccidio di Pietransieri.
Pietransieri è una frazione del comune di Roccaraso che è situato tra il Parco Nazionale d’Abruzzo e il Parco della Maiella. Dopo che gli alleati sono sbarcati in Sicilia e avanzano verso nord nelle penisola, Hitler ordina alle forze tedesche presenti nell' Italia centrale di difendere le proprie posizioni fino alla primavera del 1944. La zona comprendente il comune di Roccaraso è proprio situata nella linea difensiva chiamata Gustav che i tedeschi hanno formato per tentare di fermare gli alleati; l'ordine di Hitler impone anche di fare terra bruciata nelle zone dove operano le forze dei partigiani, e in base a questo ordine il maresciallo Albert Kesselring, comandante tedesco delle armate presenti in zona fa affiggere un manifesto nelle località di Rivisondoli, Pescocostanzo, Roccaraso e Pietransieri. Ma la popolazione evidentemente ignora l'avvertimento, e i tedeschi compiono un efferata rappresaglia, agli ordini del tenente Schulemburg, senza alcun motivazione documentata, bensì solo sul sospetto che la popolazione civile sostenesse i partigiani: prima fanno razzia del bestiame uccidendolo e lasciandolo abbandonato nei boschi prossimi alle località, poi raggruppano i civili, li portano nel bosco di Limmari dove li massacrano; le vittime sono 128, e comprendono 34 bambini con meno di 10 anni e un neonato di un mese. I cadaveri vengono abbandonati nel bosco,  sepolti dalla neve e rinvenuti solo nella primavera del 1944. Scampò alla strage una sola superstite, Virginia, una bambina di sei anni che fu occultata e protetta dalle vesti della mamma.
 A Pietransieri è stato edificato un Sacrario dedicato alle 128 vittime della barbarie nazista. Sulle pareti del tempio sono incisi i nomi e l'età delle 128 vittime della strage. Per ricordare i Martiri a partire dal 1945, il 20 novembre nel paese si svolge una fiaccolata notturna che partendo dal bosco di Limmari giunge in paese. Il 25 luglio del 1967 il capo dello stato italiano Giuseppe Saragat, in memoria della terribile strage. consegna al comune di Roccaraso la Medaglia d'Oro al Valor Militare che viene appuntata sul gonfalone del comune.
Tra il 2008 e il 2009 i registi Anna Cavasinni e Fabrizio Franceschelli hanno realizzato con gli abitanti di Pietransieri il film sulla memoria dell'eccidio "Il sangue dei Limmari". Testimoni oculari, fra i quali l'unica superstite della strage, Virginia Macerelli, e una gran parte della comunità locale hanno ricostruito il dramma dell'evacuazione e poi del terrore sparso tra i casolari dalle truppe tedesche.

domenica 20 novembre 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 novembre.
Il 20 novembre 1966 va in scena per la prima volta a Broadway il musical "cabaret".
La produzione originale del musical, diretta da Harold Prince e coreografata da Ron Field, debuttò al Broadhurst Theatre, per poi essere trasferita all’Imperial Theatre ed infine al New Broadway Theatre, prima della fine delle 1165 repliche a Broadway. Il cast comprendeva: Jill Haworth (Sally), Bert Convy (Cliff), Lotte Lenya (Fräulein Schneider), Jack Gilford (Herr Schultz), Joel Grey (Maestro delle Cerimonie), Edward Winter (Ernst) e Peg Murray (Fräulein Kost).
 La produzione di Broadway del 1966 ebbe un grande successo ed ispirò l’omonimo film del 1972 con una strepitosa Liza Minnelli e numerose altre produzioni successive.
Brian, un giovane letterato inglese in cerca d'ispirazione, cala nella Berlino degli anni trenta ed incontra nella prima pensione in cui ficca il naso Sally Bowles, una compatriota che è la stella dei Kit Kat Club, un cabaret molto in voga.
Lei è una testolina matta con una gran voglia in corpo di vivere e di arrivare al successo, cinica ma generosa, sicura e spavalda in apparenza ma in fondo con un gran bisogno d'affetto. Lui è un giovanotto, culturalmente impegnato, timido ed impacciato, disinteressato alle comodità ed ai godimenti dei successo ed attento invece alla realtà che l'attornia in un vigile atteggiamento critico; sbarca il lunario dando lezioni di inglese e curando traduzioni.
Fra i due, nonostante la diversità caratteriale e d'interessi, nasce una viva simpatia. Sally, all'amico appena giunto, è doviziosa di aiuti pratici: sfrutta le proprie amicizie maschili per trovargli lavoro anche se a lui non è congeniale (traduzione di romanzi pornografici) e gli mette a disposizione la propria stanza, meglio arredata, perché possa dare lezioni in un ambiente più confacente.
Sally tenta anche approcci più intimi; ma l’amico è refrattario e spiega di aver constatato la propria inibizione in più d'un tentativo. Un giorno, però, in cui Sally si manifesta a Brian - al di là della sua scorza sensuale - nella sua dolente umanità, egli dimostra di saperla amare anche non solo platonicamente. Brian si reca al Kit Kat a prelevare Sally sempre più spesso; ma l'atmosfera intimista della pensione contrasta stridentemente con quella famosa, rumorosa e volgare dei cabaret, così, inevitabilmente, fra Sally e Brian nascono i primi dissapori, le prime incomprensioni e - come spesso accade - durante un litigio le diversità di fondo riemergono bruscamente, gettate in faccia come insulti. L'incrinatura s'aggrava allorché sopraggiunge un'amicizia equivoca con un ricco tedesco, il quale costituisce per Sally la possibilità di realizzare il suo sogno di lusso e di successo e per Brian un tentennamento nelle sue tendenze amatorie ed un patteggiamento con se stesso: l'avventura a tre finirà amaramente la mattina in cui il barone - partito da solo per l'Argentina mandando a monte il progetto d'un viaggio insieme - lascerà ai nostri eroi pochi marchi di ricompensa per essersi dati a lui.
Sally attende un bambino; fra i due qualche momento di imbarazzo, a cui succede una breve parentesi di speranza d'una vita nuova e pulita; ma tale speranza verrà presto irrisa dalla consapevolezza di Sally, o dalla sua paura, di non riuscire a “redimersi”. Forse Sally teme soltanto di guastare la vita di Brian e le sue aspirazioni con una relazione duratura. Abortirà, dicendogli che s'era illusa sul sentimento che la legava a lui e che presto il peso di tale legame comincerebbe ad opprimerla.
Brian, deluso e addolorato, se ne torna in Inghilterra.
A questa storia sentimentale - su cui s'impernia il film - se ne intreccia un'altra fra due ebrei, patetica anch'essa ma con risvolto socio-politico-razziale. Entrambe le vicende s'inseriscono nell'atmosfera inquietante e sanguinosa dell'avvento di Hitler al potere; ma l'ambiente catalizzatore del film è costituito dal Kit Kat Club, i cui spettacoli fanno da contrappunto sia alle storie sentimentali che al periodo storico. E qui è il punto di forza del film: Bob Fosse ha modo di esibire il suo talento di coreografo in una serie di sketches di chiara impronta espressionistica, dove l'atmosfera di sensuale abbandono - nella frenesia dì vivere e di bruciarsi - è avvalorata da una mirabile fotografia a colori che in certe “ nuances ” del rosso e del blu richiama la sequenza del défilé ecclesiasfico di Roma) e da azzeccate canzoni di marleniana risonanza, interpretate in modo superlativo da Liza Minnelli (Sally Bowles) e da Joel Gray (il presentatore).
Fra i più suggestivi numeri del Kit Kat Club quello di “Money, money, money” che esalta i concreti vantaggi della ricchezza e quello di “Life is a cabaret” che molto significativamente esprime la tendenza al “cupio dissolvi” propria delle stagioni vissute e bruciate nella preconizzazione o nell’attesa di funesti avvenimenti.
Oltre agli sketches del cabaret, che suggeriscono e commentano la psicologia corrente di quegli anni, il compito di ricreare il periodo storico è affidato a brevi quanto eloquenti immagini di violenza e di sangue che vengono a gettare una luce sinistra, inquietante su tutta l'opera. Così, fugacemente, ma con bieca forza di suggestione, si assiste al pestaggio del proprietario del cabaret che poco prima aveva buttato fuori dal locale un nazista. In una altra occasione, nelle prime ore dei mattino, si vede sangue chiazzare l'asfalto di strade e marciapiedi come conseguenza di azioni punitive notturne; ed il barone spiega a Sally ed a Brian che ora si sfrutta il nazismo per ricreare l'ordine e che in un secondo tempo ci si sbarazzerà di esso. Ma tale certezza si tinge di dubbio durante una sequenza, perspicua a tal proposito, quando durante una sosta dei tre in un'osteria di campagna un giovane biondino si alza ad intonare una canzone che sotto l'apparenza patriottica cela i sintomi dei prossimi nefasti misfatti nazisti: il giovane ben presto trascinerà tutti i presenti - tranne un vecchio - in una indemoniata esaltazione del grande futuro pangermanico. Brian chiede a questo punto al barone se sia ancora convinto di riuscire a far rientrare dietro le quinte i nazisti; il silenzio del barone a questa domanda è un preannuncio della sua imminente partenza o - meglio - della sua fuga.
Brian, a cui nel film il regista affida il compito di rilevare criticamente la nascita delle storture ideologiche naziste, ha dapprima uno scontro verbale nella pensione a proposito del dilagare dell'antisemitismo e successivamente uno scontro - questa volta fisico - con due nazisti, da lui intenzionalmente quanto pateticamente provocati per strada a causa della loro asfissiante retorica di volantini e gagliardetti. Brian viene malmenato duramente e tutto sanguinolento e pesto trova comprensione più sentimentale che ideologica per la sua rivolta individuale e ideale fra le amorose braccia di Sally.
I nazisti con sicurezza e baldanza si preparano a dare il colpo di grazia alla repubblica di Weimar, ridotta ormai ad un cadavere con la complicità sempre più manifesta del presidente Hindenburg. Nel settembre 1930 il risultato a sorpresa nelle elezioni porta i deputati nazionalsocialisti di Hitler da dodici a contosette. L'alta finanza e l'alta industria tedesca lascia fare; ma mentre una parte più vigile riuscirà poi ad affiancarsi al nazismo, l'altra, obnubilata dalla solidità e dagli agi della ricchezza si troverà impreparata ed impaurita davanti a questi bagliori macabri di fuoco ed abbandonerà la partita.
Bob Fosse ha voluto ritrarre quest'ultimo atteggiamento dell'aristocrazia tedesca nella figura dell'encipite barone, la cui bisessualità metaforicamente è sintomo dell'indecisione e della distrazione sia morale che politica di tale classe in quel delicato e decisivo momento storico non solo della Germania ma della civiltà mondiale.


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