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domenica 31 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 luglio.
Il 31 luglio del 1919 nasce a Torino Primo Levi.
Nato da genitori di religione ebraica, Primo Levi si diploma nel 1937 al liceo classico Massimo D’Azeglio e si iscrive al corso di laurea in chimica presso la facoltà di Scienze dell’Università di Torino. Nel '38, con le leggi razziali, si istituzionalizza la discriminazione contro gli ebrei, cui è vietato l’accesso alla scuola pubblica. Levi, in regola con gli esami, ha notevoli difficoltà nella ricerca di un relatore per la sua tesi: si laurea nel 1941, a pieni voti e con lode, ma con una tesi in Fisica. Sul diploma di laurea figura la precisazione: «di razza ebraica». Comincia così la sua carriera di chimico, che lo porta a vivere a Milano, fino all’occupazione tedesca: il 13 dicembre del '43 viene catturato a Brusson e successivamente trasferito al campo di raccolta di Fossoli, dove comincia la sua odissea. Nel giro di poco tempo, infatti, il campo viene preso in gestione dai tedeschi, che convogliano tutti i prigionieri ad Auschwitz.
È il 22 febbraio del '44: data che nella vita di Levi segna il confine tra un "prima" e un "dopo".
«Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi» (P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi 1998, p. 15).
L’autore è deportato a Monowitz, vicino Auschwitz, in un campo di lavoro i cui prigionieri sono al servizio di una fabbrica di gomma. Al lager, persi nei loro pensieri, presi da mille domande, da ipotesi continue che per quanto catastrofiche, non si avvicinano neanche lontanamente alla verità, si ritrovano in pochissimo tempo rasati, tosati, disinfettati e vestiti con pantaloni e giacche a righe. Su ogni casacca c’è un numero cucito sul petto. I prigionieri vengono marchiati come bestie. Il loro compito: lavorare, mangiare, dormire, OBBEDIRE. Il loro intento: sopravvivere. Dietro quel numero non c’è più un uomo, ma solo un oggetto: häftling, cioè “pezzo”. Se funziona, va avanti. Se si rompe, è gettato via.
Levi è l’häftling 174517. Funzionante.
Primo Levi è tra i pochissimi a far ritorno dai campi di concentramento. Ci riesce fortunosamente, grazie a una serie di circostanze e solo dopo un lungo girovagare nei Paesi dell'est.
Quale testimone di tante assurdità, sente il dovere di raccontare, descrivere l’indescrivibile, affinchè tutti sappiano, tutti si domandino un perché, tutti interroghino la propria coscienza: comincia a scrivere, elaborando così il suo dolore, il suo annientamento, il suo avventuroso ritorno a casa. Nel '47, rifiutato dalla Einaudi, il manoscritto Se questo è un uomo è pubblicato dalla De Silva editrice.
Il lager nazista è pensato appositamente per trasformare gli uomini in vere e proprie bestie, costretti a lottare gli uni contro gli altri per la sopravvivenza. I suoi abitanti sono obbligati ai lavori forzati, denutriti e privati persino del nome, spogliati di qualsiasi bene e divisi dalle proprie famiglie.
La vita nel lager è descritta come una realtà incredibilmente alienante, in cui gli uomini e le donne subivano ogni tipo di sopruso. Torturati, costretti a soffrire ogni tipo di dolore, da quello fisico a quello mentale e morale, sempre più massacrante, le persone si trascinano nel campo di concentramento fino a non provare più emozioni.
E’ così che l’autore di “Se questo è un uomo” descrive il proprio tempo trascorso nei lager. Il romanzo è estremamente toccante, perché al di là delle crude descrizioni di ciò che ha visto accadere ai propri compagni di sventura, al sangue versato, ai bisogni primari insoddisfatti, l’autore racconta di una coscienza che cerca di reagire.
Primo Levi racconta di come, in un luogo in cui la morte era una compagna di viaggio quasi desiderata, per quanto tremende erano le condizioni di vita, scopre un’incredibile forza che smuove una passione naturale e pura per la vita.
Il coraggio, la necessità di non lasciarsi andare, un amore celato dalla sofferenza, ma pur sempre esistente, lo hanno indotto istintivamente a reagire, e questa reazione ha trovato significato nella scrittura, in parole da nascondere perché, nel campo, non era concesso neppure scrivere.
Primo Levi oltre a raccontarsi, cerca di dare una spiegazione, una parvenza di ragionamento per trovare la causa che ha spinto degli essere umani ad annullare la personalità, l’individualità e l’esistenza dei loro simili.
Nonostante la brutalità, dietro quest’azione violenta che priva lentamente della vita un altro individuo, non ci sono animali domati soltanto dall’istinto, ma uomini, persone qualunque, di quelle che s’incontrano per strada o al lavoro.
Non c’è nessuna forma di normalità dietro il dolore gratuito che viene inflitto, ed è questo il male radicale, quello perverso, che non può essere spiegato né gestito, ma che in qualche modo deve essere contenuto dentro il petto di chi ha subito l’esproprio della propria anima.
E quando il protagonista di “Se questo è un uomo” riesce a sopravvivere e ad uscire da Auschwitz con le proprie gambe, non riesce a lasciare la propria sofferenza dietro il filo spinato del campo di concentramento, ma se lo porta addosso, oltre, per tutto il tempo che gli resta da vivere.
Lo stile di Primo Levi è asciutto, descrittivo, molto diretto, tipico di chi ha la necessità di far arrivare immediatamente un concetto ai suoi lettori. E il pensiero di quest’uomo sopravvissuto alla più grande sciagura della storia d’Europa, resta impresso negli occhi e nel cuore di chiunque legga questo libro.
Il libro ottiene un discreto successo di critica ma non di vendita. Solo nel '56 la Einaudi comincia a pubblicare tutti i suoi lavori: Se questo è un uomo è tradotto in diverse lingue, La Tregua vince la prima edizione del Premio Campiello. Nel '67 Levi raccoglie i suoi racconti in un volume intitolato Storie naturali adottando lo pseudonimo di Damiano Malabaila. Nel '71 esce Vizio di forma, nuova serie di racconti e nel '78 La chiave a stella che vince il Premio Strega. Nel '81 viene edita un’antologia personale dal titolo La ricerca delle radici nella quale sono raccolti tutti gli autori che hanno contato nella formazione culturale dell’autore. Nel novembre dello stesso anno esce Lilìt e altri racconti e l’anno successivo Se non ora quando? che vince il Premio Viareggio e il Premio Campiello. Nel frattempo Levi lavora anche come traduttore. Nell’ottobre del '84 pubblica Ad ora incerta e a dicembre Dialogo in cui riporta una conversazione avuta con il fisico Tullio Regge. Nel novembre dello stesso anno esce l’edizione americana del Sistema periodico e nel gennaio del '85 una cinquantina di scritti pubblicati precedentemente su diverse testate, raccolti in un volume unico intitolato L’altrui mestiere. Nel 1986 pubblica I sommersi e i salvati.
L’11 aprile del 1987 Primo Levi muore. Dirà di lui Claudio Toscani: «L’ultimo appello di Primo Levi non dice non dimenticatemi, bensì non dimenticate».

sabato 30 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 luglio.
Il 30 luglio 1511 nasce Giorgio Vasari.
Giorgio Vasari, pittore e architetto, esponente di una pittura eclettica che segna il passaggio alla stagione manieristica, nasce il 30 luglio 1511 ad Arezzo, da Antonio Vasari e Maddalena Tacci. Più che per la sua produzione artistica Vasari è ricordato come scrittore e storico per aver raccolto e descritto con grande cura le biografie degli artisti del suo tempo.
Inizia il suo percorso artistico nella bottega del francese Guglielmo Marcillat, pittore ed autore dei cartoni delle vetrate del Duomo di Arezzo. Nel 1524 si reca a Firenze, dove frequenta la bottega di Andrea del Sarto e l'accademia di disegno di Baccio Bandinelli. Ritorna ad Arezzo dopo tre anni, nel 1527, dove incontra il Rosso Fiorentino.
Insieme a Francesco Salviati, nel 1529 Giorgio Vasari lavora nella bottega di Raffaello da Brescia: poi si dedica anche all'arte orafa presso Vittore Ghiberti. Poco dopo, chiamato e protetto dal cardinale Ippolito de' Medici, Vasari parte per Roma, dove con l'amico Salviati, condivide lo studio dei grandi testi figurativi della maniera moderna.
Negli anni dal 1536 al 1539 viaggia tra Roma, Firenze, Arezzo e Venezia, dipingendo varie opere, tra cui ricordiamo il ritratto del Duca Alessandro de' Medici, una Natività per l'eremo di Camaldoli, l'Allegoria dell'Immacolata Concezione per la chiesa di S.Apostoli a Firenze.
Rientra poi ad Arezzo e intraprende la decorazione pittorica della sua casa. Dal 1542 al 1544 divide la sua attività fra Roma e Firenze; la sua produzione di pale di altare si fa sempre più intensa, e va sempre più definendosi il suo linguaggio figurativo.
Nel 1550 esce la prima edizione dell'opera a cui è più legata la fama del Vasari: le "Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri", in cui Vasari riordina tutto il materiale e le notizie raccolte dal 1540 sulla vita e sulle opere degli artisti.
E' in questo periodo che Giorgio Vasari conosce Michelangelo, il quale gli consiglia "lo studio delle cose di architettura". Dopo qualche anno Vasari si sposta di nuovo a Roma, per lavorare presso il Papa Giulio III, che gli affida, insieme all'Ammannati, la decorazione della cappella con la tomba del cardinale Antonio del Monte, a San Pietro in Montorio.
Qui rimane fino al 1553, mantenendo un rapporto stretto con Michelangelo e lavorando al servizio di Papa Giulio III.
Nel 1554 torna di nuovo ad Arezzo, chiamato a progettare il coro del Duomo. Si trasferisce con la famiglia a Firenze, su invito del duca Cosimo I de' Medici, che finalmente lo assume stabilmente al suo servizio.
Inizia un periodo di più costante dimora fiorentina, durante il quale Vasari rivede una posizione egemone nell'ambito artistico della città.
Nel 1555 Cosimo I gli affida i lavori di ristrutturazione e di decorazione di Palazzo Vecchio, che vuole trasformare in residenza principesca. Successivamente gli viene affidata la fabbrica di Palazzo degli Uffizi. L'opera verrà compiuta nel 1580, solo dopo la sua morte.
Del 1563 è l'inizio degli affreschi della volta del Salone di Cinquecento di Palazzo Vecchio, la cui decorazione complessiva sarà la più grandiosa. Terminerà nel 1565, anno in cui gli verrà affidato l'incarico del cosiddetto Corridoio vasariano, che congiunge gli Uffizi a Palazzo Vecchio attraverso l'antico Ponte Vecchio.
Sospesi i lavori nel 1556, intraprende un viaggio in Italia, al fine di raccogliere ulteriori informazioni per la seconda stesura delle "Vite", che ultimerà dodici anni più tardi, nel 1568.
La nuova edizione, accresciuta, è considerata la prima storia critica della pittura italica oltre che fonte documentaria ancora oggi indispensabile per oggettività e onestà di giudizi, nonchè di chiarezza espositiva. Mentre la prima edizione risulta più compatta, più vivace ed entusiastica nel succedersi delle tre "età" (da Cimabue a Buonarroti), la seconda edizione è più ampia, interessata da un ripensamento critico e da una maggiore problematicità nella parte dedicata ai contemporanei. Attraverso una serie di vivaci biografie, Vasari sottolinea come gli artisti della sua regione, la Toscana, sono riusciti gradualmente a rinverdire la straordinaria stagione dell'arte classica.
Nel 1570 torna a Roma chiamato da Pio V, dove in soli otto mesi dipinge tre cappelle in Vaticano: la Cappella di San Michele, San Pietro Martire e Santo Stefano; contemporaneamente avvia la decorazione della Sala Regia.
Alla morte del pontefice Vasari torna a Firenze dove, dopo una lavorazione quasi decennale, conclude la decorazione del Salone dei Cinquecento. Gli viene successivamente affidato l'incarico di affrescare la volta della cupola Brunelleschiana di Santa Maria del Fiore, con un Giudizio Finale.
Dopo pochi mesi è richiamato a Roma da papa Gregorio XIII per proseguire la decorazione della Sala Regia.
Nel 1573, a Roma, mentre lavora all'ultimo incarico, prepara i disegni per la Cupola del Duomo fiorentino. In aprile rientra a Firenze, dove viene inaugurato lo studiolo di Francesco I, di cui aveva iniziato la decorativa. Iniziano i lavori per le logge aretine, su suo disegno.
Giorgio Vasari muore a Firenze il 27 giugno 1574. La sua casa di Arezzo è oggi un museo a lui dedicato.

venerdì 29 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 luglio.
Il 29 luglio 1890 Vincent Van Gogh muore, dopo essersi sparato un colpo di pistola al petto due giorni prima.
Vincent Willem Van Gogh nasce il 30 marzo 1853 a Groot Zundert (Olanda) ed ebbe, a causa della sua estrema sensibilità di artista, una vita molto tormentata.
Figlio di un pastore protestante, mentre ancora vive a Zundert, Vincent esegue i suoi primi disegni. Inizia invece le scuole a Zevenbergen. Impara il Francese, l'Inglese, il Tedesco e per la prima volta inizia a dipingere.
Terminati gli studi, va a lavorare come impiegato nella succursale della casa d'arte parigina Goupil e Cie, successivamente nelle sedi dell'Aja (dove compie frequenti visite ai musei locali), di Londra e di Parigi. Nel maggio del 1875 viene definitivamente trasferito a Parigi.
Il trasferimento nella città francese, dove già risiede il fratello Theo, segna l'inizio del periodo appunto francese, interrotto solo da un breve viaggio ad Anversa alla fine dello stesso anno. Molto del suo tempo lo spende assieme al fratello e i due, da quel momento, iniziano una corrispondenza che durerà tutta la vita e che rappresenta ancora oggi il mezzo migliore per studiare le opinioni, i sentimenti e lo stato d'animo di Vincent.
Durante il soggiorno parigino l'artista scopre la pittura impressionista e approfondisce l'interesse per l'arte e le stampe giapponesi. Conosce molti pittori tra cui Toulouse Lautrec e Paul Gauguin che apprezza particolarmente. La loro sarà una relazione assi turbolenta, con esiti anche drammatici, come testimonia il famoso episodio del taglio dell'orecchio (si suppone infatti che Vincent abbia assalito Gauguin con un rasoio. Fallito l'attacco, in preda ad una crisi di nervi, si taglia il lobo dell'orecchio sinistro).
Intanto, il rendimento di Vincent alla Goupil & Cie si deteriora mentre, allo stesso tempo, la sua dedizione agli studi biblici raggiunge un livello ossessivo. Dopo essersi dimesso da Goupil al principio della primavera, si reca a Ramsgate, in Inghilterra, dove viene assunto in un piccolo collegio. Più avanti nel corso dell'anno Vincent assume un nuovo incarico quale insegnante e coadiutore presso il Reverendo T. Slade Jones, un pastore Metodista. Il 29 Ottobre Vincent pronuncia il suo primo sermone domenicale. Man mano che il fervore religioso di Vincent aumenta, il suo stato di salute fisico e mentale volge al peggio.
Il 1880 è un punto di svolta nella vita di Vincent. Abbandona i suoi propositi religiosi e si dedica esclusivamente a dipingere poveri minatori e tessitori. Theo inizia ad appoggiarlo finanziariamente, una situazione che si protrarrà fino alla fine della vita di Vincent. Più tardi nel corso dell'anno, intraprende studi formali di anatomia e prospettiva all'Accademia di Bruxelles.
Incontra Clasina Maria Hoornik (detta "Sien"), una prostituta gravata fra l'altro dal mantenimento di una figlia di cinque anni ed incinta di un altro figlio. Mentre continua i suoi studi e dipinge in compagnia di alcune nuove conoscenze, il suo stato di salute va nuovamente deteriorandosi, tanto da dover essere ricoverato in ospedale per gonorrea. Una volta dimesso, inzia alcune sperimentazioni pittoriche e, dopo più di un anno trascorso insieme, pone termine alla sua relazione con Sien. Più tardi nel corso dell'anno, Vincent si trasferisce a Nuenen dai suoi genitori, mette in piedi un piccolo studio per lavorare e continua a fare affidamento sul sostegno di Theo.
Estende i suoi esperimenti fino ad includere una maggiore varietà di colori e sviluppa un grandissimo interesse per le incisioni su legno giapponesi. Tenta di intraprendere una qualche formazione artistica alla Ecole des Beaux-Arts, ma respinge molti dei principi che gli vengono insegnati. Desiderando continuare con qualche tipo di educazione artistica formale, sottopone qualcuno dei suoi lavori all'Accademia di Anversa, dove viene posto in una classe per principianti. Come ci si aspetterebbe, Vincent non si trova a suo agio all'Accademia ed abbandona.
Intanto, sopravviene il 1888, un anno fondamentale nella vita di Van Gogh. Lascia Parigi in febbraio e si trasferisce ad Arles, nel Sud. All'inizio, il cattivo tempo invernale gli impedisce di lavorare, ma una volta arrivata la primavera inizia a dipingere i paesaggi in fiore della Provenza. Si trasferisce infine nella "Casa Gialla", una dimora che ha preso in affitto dove spera di stabilire una comunità di artisti. E' il momento in cui riesce a dipingere alcune delle sue opere migliori ma anche il momento delle sue già accennate violente tensioni con Gauguin.
Durante la prima parte dell'anno, lo stato di salute mentale di Vincent oscilla paurosamente. A volte è completamente calmo e lucido; altre volte, soffre di allucinazioni e fissazioni. Continua sporadicamente a lavorare nella sua "Casa Gialla", ma la frequenza crescente degli attacchi lo induce, con l'aiuto di Theo, a farsi ricoverare presso l'ospedale psichiatrico di Saint Paul-de-Mausole a Saint-Rémy-de-Provence. Per ironia della sorte, mentre lo stato mentale di salute di Vincent continua a peggiorare nel corso dell'anno, la sua opera inizia infine a ricevere riconoscimenti presso la comunità artistica. I suoi dipinti "Notte stellata sul Rodano" e "Iris" sono in mostra al Salon des Indépendants in settembre, e in novembre viene invitato ad esibire sei dei suoi lavori da Octave Maus (1856-1919), segretario del gruppo di artisti Belgi "Les XX".
Dopo una serie incredibile di alti e bassi, sia fisici che emotivi e mentali, e dopo aver prodotto con incredibile energia una serie sconvolgente di capolavori, muore nelle prime ore del 29 luglio 1890, sparandosi in un campo nei pressi di Auverse. Il funerale ha luogo il giorno dopo, e la sua bara è ricoperta di dozzine di girasoli, i fiori che amava così tanto.
L’attività di Van Gogh è stata breve ed intensa. I suoi quadri più famosi furono realizzati nel breve giro di quattro o cinque anni. Egli, tuttavia, in vita non ebbe alcun riconoscimento o apprezzamento per la sua attività di pittore. Solo una volta era apparso un articolo su di lui. Dopo la sua morte, iniziò la sua riscoperta, fino a farne uno degli artisti più famosi di tutti i tempi.
Van Gogh nell’immaginario collettivo rappresenta l’artista moderno per eccellenza. Il pittore maledetto che identifica completamente la sua arte con la sua vita, vivendo l’una e l’altra con profonda drammaticità. L’artista che muore solo e disperato, per essere glorificato solo dopo la morte. Per giungere a quella fama a cui, i grandi, arrivano solo nella riscoperta postuma.
Insieme a quelle di Pablo Picasso, oggi le opere di Van Gogh sono tra i dipinti più costosi al mondo, come è stato stimato da case d'aste e vendite private. Quelli venduti per oltre 100 milioni di dollari (equivalente ad oggi) comprendono: Ritratto del dottor Gachet, Ritratto di Joseph Roulin e Iris. Il Campo di grano con cipressi è stato venduta nel 1993 per 57 milioni di dollari, mentre il suo Autoritratto con orecchio bendato è stato ceduto ad un privato, alla fine del 1990, per una cifra stimata di 80-90 milioni di dollari.

giovedì 28 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 luglio.
Il 28 luglio 1794 veniva ghigliottinato a Parigi Robespierre.
Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre, meglio noto solamente come Maximilien Robespierre, nasce ad Arras, il 6 maggio del 1758. Detto l'incorruttibile, è stato uno dei più importanti e noti protagonisti della Rivoluzione Francese, momento storico che, nel bene e nel male, ha segnato per sempre le vicende politiche ed ideologiche dell'Occidente. Al suo nome, è legato anche il periodo cosiddetto del Terrore, o del Regime del Terrore, che tanto ha diviso e continua a dividere le interpretazioni degli storici, da sempre indecisi se affidare all'avvocato e rivoluzionario la palma dell'utopista o quella dell'assassino e dittatore.
Un fatto è che, nel momento di maggiore intransigenza, gli alti capi della Rivoluzione, tra i quali lo stesso Robespierre, finirono per perdere di mano la situazione, commettendo talvolta crimini indiscutibilmente cruenti e non necessari.
La famiglia di Robespierre è di discendenza notarile, molto nota nel nord della Francia, dove nasce e cresce il futuro rivoluzionario. È nobile, di quella nobiltà di toga che in quel periodo si dice anche illuminata dalle nuove idee, delle quali si imbeve lo stesso giovane studioso il quale, sin da subito, predilige anch'egli gli studi giuridici.
I suoi genitori però, muoiono prematuramente. Non prima di aver dato al mondo molti fratelli di Maximilien: Charlotte, nata nel 1760, Henriette-Eulalie-Françoise, che viene alla luce l'anno dopo, e Augustin, del 1763, che sarà anche lui avvocato, deputato, rivoluzionario e giustiziato lo stesso giorno del fratello.
Nel 1764, poco dopo la morte dell'ultimogenito, muore anche la madre, Jacqueline Marguerite Carraut, per alcune complicazioni successive al parto. Il marito allora, Francois de Robespierre, scompare qualche tempo dopo, a dire di Charlotte a causa di una forte depressione, per poi morire probabilmente dopo il 1772, ultimo anno in cui pervengono alla famiglia alcune sue tracce. Secondo molte fonti, il papà di Robespierre morirà invece a Monaco di Baviera, nel 1777.
Ad ogni modo, Maximilien viene allevato da una nonna e da due zie. Studia al Collegio di Arras, un istituto privato, e dopo si trasferisce a Parigi, forte di una borsa di studio, per seguire gli insegnamenti del noto collegio Louis Le Grand.
Perfeziona i propri studi giuridici e diventa avvocato, al termine di una carriera a dir poco brillante, ottenendo attestazioni di stima per la sua straordinaria eloquenza, tanto da ricevere da uno dei suoi maestri il soprannome de "Il Romano", per la propria mirabile ars oratoria. Ottiene il baccellierato in diritto il 31 luglio del 1780 e il successivo diploma di licenza il 15 maggio dell'anno dopo, con tanto di lode e 600 franchi di borsa di studio, devoluti poi al fratello Augustin, per favorire i suoi studi.
I primi esercizi della sua nuova professione tuttavia, li compie nuovamente ad Arras, sua città di nascita, ove ritorna ben presto. Qui però, cominciano a farsi strada in lui le idee politiche ed ideologiche, con la scoperta dell'opera degli illuministi e, soprattutto, del grande pensatore Jean-Jacques Rousseau, di cui si dice diretto discepolo. Secondo un documento rinvenuto postumo inoltre, Rousseau avrebbe ricevuto una visita proprio dal futuro rivoluzionario intorno al 1778, come attestazione di stima per le sue idee e per la sua rettitudine morale ed etica.
Nel 1782, come giudice del tribunale vescovile di Arras, deve comminare una pena di morte ma, contrario per ideologia, si decide subito dopo ad abbandonare questa carriera, rassegnando le proprie dimissioni. Parallelamente alla sua attività di avvocato in proprio, che lo porta sugli scudi in più di un'occasione, anche da Arras Robespierre fa parlare di sé per i propri successi extra legali, legati al mondo della cultura e delle arti. Il 4 febbraio del 1786 infatti, viene nominato direttore dell'Académie royale des Belles-Lettres di Arras, da lui frequentata con successo già da qualche anno.
Come direttore sostiene l'uguaglianza tra i sessi e si adopera per favorire l'ingresso in accademia delle due letterate Marie Le Masson Le Golft e Louise de Kéralio. La svolta politica che lo trascina a Parigi, com'è noto, è la crisi dell'Ancien Regime, che arriva puntuale intorno al 1788.
L'anno dopo, Robespierre, dal distretto di Arras, viene eletto deputato negli Stati Generali che, nel maggio del 1789, si riuniscono nella capitale. Siamo alle porte della vera e propria Rivoluzione Francese, vicinissima a scoppiare. Intanto, il futuro capo del Terrore si guadagna le simpatie dei giacobini, i cui club sono ormai in ogni dove della Francia.
Come rappresentante del Terzo Stato, il 25 marzo del 1789 Robespierre scrive il "cahier de doléances" a favore della corporazione dei ciabattini, la più povera e numerosa della provincia. Inoltre, si guadagna l'appoggio dei contadini di Arras, tanto da essere scelto tra i dodici deputati dell'Artois, il 26 aprile del 1789.
È presente al giuramento della Pallacorda, nel giugno del 1789, dopo essersi fatto valere dalle tribune del Parlamento con una sessantina di interventi. Entro un anno, diventa il capo del club dei Giacobini, all'epoca ancora detto Club Bretone. Il 14 luglio del 1789, assiste alla presa della Bastiglia.
Durante l'Assemblea Costituente si oppone ad ogni privilegio che i nobili e anche la media e piccola borghesia vuole concedere. Diventa, per tutti, in quel periodo, Robespierre l'incorruttibile, nell'anno più importante e illuminato della sua carriera politica e, forse, della politica europea, almeno dal crollo dell'Impero Romano.
L'incorruttibile si batte per l'eguaglianza giuridica e sociale, per la libertà di stampa, il suffragio universale e molti altri diritti civili oggi considerati acquisiti, ma di certo non nel 1789.
Ad ogni modo, divenuto presidente nel 1790 del movimento giacobino, comincia a temere una coalizione militare degli altri paesi europei contro la stessa Francia, onde evitare che la Rivoluzione deflagri anche oltre confine. Così si oppone alla propaganda interventista dei girondini, favorevoli a dichiarare guerra all'Austria.
Nell'agosto del 1792, scoppia una rivolta popolare a Parigi e Robespierre viene incaricato di sedarla e di ristabilire l'ordine. Viene nominato, nell'occasione, membro della Comune di Parigi, di fatto guidandola, e si preoccupa di trovare una risoluzione all'aumento dei prezzi e all'approvvigionamento.
Il 27 luglio del 1793, Robespierre entra nel Comitato di Salute Pubblica, il governo rivoluzionario a tutti gli effetti. Diventa il protettore dei sanculotti e dei giacobini in genere, razionalizza i beni alimentari, istituisce un calmiere ma, contemporaneamente, preoccupato dai movimenti controrivoluzionari e dagli Stati circostanti, rafforza anche l'esercito e provvede ad una politica di controllo dell'economia di stato. Sono i prodromi del Terrore, ormai vicinissimo.
Intanto, Robespierre è tra i votanti a favore dell'esecuzione del re Luigi XVI, dopo la caduta della monarchia, datata agosto 1792. Entro il 1793, costringe i moderati, i girondini cioè, ad abbandonare la cosiddetta Convenzione nazionale. Diventa, di fatto, il capo della Rivoluzione Francese.
Da questo momento, Robespierre opera una metodica cancellazione di qualsiasi opposizione alla Rivoluzione, fisica, ideologica, paventata o provata, giustificata o meno. Ne muoiono tra 30 mila e 70 mila persone, gli storici discordano, con esecuzioni sommarie senza processo, spesso pretestuose.
L'avvocato provvede all'incarcerazione di oltre 100.000 persone, soltanto per sospetto. Durante questo periodo, muoiono anche i cosiddetti figli della Rivoluzione, molti ex compagni di studi di Robespierre, come Jacques-René Hébert e Georges Danton, il duca Filippo d'Orléans detto Filippo Égalité, e molti altri ancora, come la paladina dei diritti delle donne, Olympe de Gouges, fondatrice del Centre Socìal.
Il 4 febbraio del 1794 Robespierre ottiene l'abolizione della schiavitù nelle colonie poste sotto il dominio francese. Al contempo proclama religione di stato il culto dell'Essere Supremo, secondo le suggestioni di Rousseau, attirandosi le antipatie di cattolici e atei contemporaneamente. È il periodo nel nuovo calendario, dei dieci giorni di lavoro e di uno di riposo.
Dentro il Comitato di Salute Pubblica, Robespierre è ormai considerato solo un dittatore e violenti sono i contrasti. Il 27 luglio del 1794 la Convenzione lo destituisce ma vota anche un atto d'accusa contro di lui, formale e molto pesante. Con lui, c'è anche il fratello minore Augustin e altri pochi fedelissimi.
Il 10 Termidoro, secondo il calendario del Terrore, ossia l'indomani, la mattina del 28 luglio del 1794, le Guardie Nazionali penetrano all'Hotel de Ville, il luogo nel quale si rifugia l'Incorruttibile insieme con i suoi seguaci. Con lui ci sono Saint-Just, Couthon, Le Bas e il fratello Augustin. Partono alcuni colpi di pistola, secondo alcuni storici accidentali, secondo altri mirati. Ad ogni modo, qualche ora dopo, i prigionieri vengono condotti alla Conciergerie e, riconosciuti, inviati alla ghigliottina. Nel pomeriggio, la folla esulta per la morte del tiranno, Maximilien Robespierre.

mercoledì 27 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 luglio.
Nella notte del 27 luglio 1993 esplode una autobomba a Milano nei giardini di Via Palestro, provocando 6 morti. Altre due a Roma, danneggiando la chiesa di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano.
La primavera-estate del '93, ormai quasi del tutto dimenticata e forse rimossa, fu per l'Italia una nuova stagione di sangue. Forse, in quel complicato intrigo che sono i misteri d'Italia, fu proprio quella la stagione più misteriosa e, non a caso, quella che ha trovato una definitiva, quanto poco credibile (anzi assolutamente incredibile), sistematizzazione giudiziaria.
14 maggio 1993: un'autobomba esplode a tarda sera in via Fauro a Roma, nel quartiere Parioli, uno dei più esclusivi della capitale, a due passi dal teatro Parioli. L'esplosione avviene al passaggio di un'auto con a bordo Maurizio Costanzo e sua moglie, Maria De Filippi, che dopo la registrazione del "Maurizio Costanzo show", una trasmissione della rete televisiva Canale 5, stanno facendo ritorno a casa. Nessuna vittima.
27 maggio 1993: Un'altra autobomba, questa volta piazzata a Firenze, in via dei Georgofili, sotto la Torre del Pulci, non distante dalla Galleria degli Uffizi, esplode provocando 5 morti.
Notte tra il 27 e il 28 luglio 1993: Ancora un autobomba piazzata in via Palestro a Milano provoca cinque morti. Autobombe esplodono anche a Roma davanti al vicariato, in piazza San Giovanni e di fronte alla chiesa di San Giorgio al Velabro: nessuna vittima. Poi il silenzio torna a pesare come una cappa di piombo. Che il Partito della Tensione, da quasi due decenni disattivo, sia tornato in azione? Che ancora una volta, dopo gli anni dello stragismo, una nuova minaccia stia sovrastando il Paese? E con quali finalità? Certamente quei micidiali strumenti di morte (10 vittime, montagne di macerie) sembrano soprattutto precisi avvertimenti lanciati, come segnali di condizionamento, contro il cambiamento che l'Italia sta vivendo in quel periodo: l'inchiesta Mani Pulite sta facendo piazza pulita della classe dirigente nazionale, un referendum ha appena introdotto un nuovo sistema elettorale basato sul principio del maggioritario, c'è già chi (avventatamente) parla di Seconda Repubblica. I messaggi sono lampanti, quelle autobombe sono ordigni dialoganti, in tutti gli attentati emergono simbologie massoniche precise. Eppure la magistratura batterà, senza prendere in considerazione alcuna alternativa, la sola pista della mafia siciliana. Con un teorema quanto mai fantasioso: Salvatore Riina, simpaticamente chiamato dai suoi "Totò u curtu", avrebbe ordinato quegli attentati per colpire delle opere d'arte nazionali, obiettivi che, semmai, appaiono solo sullo sfondo, quasi un obiettivo collaterale, in appena tre dei cinque episodi stragistici.
Oggi una pietra tombale giudiziaria è stata posta sulle stragi della primavera-estate 1993. Ma, verdetti della magistratura a parte, i misteri restano tutti. Nessuno ha voluto ancora svelarli.

martedì 26 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 luglio.
Il 26 luglio 1887 il professor Zamenhof pubblica il libro "Il linguaggio universale del dott. Esperanto".
L'idea di una lingua internazionale pianificata - che non miri a sostituire le lingue etniche, ma a servire come seconda lingua ausiliaria per tutti - non era una novità. Ma fu Zamenhof a comprendere che una lingua siffatta dev'essere usata da una collettività, per evolvere. E fu per questo che limitò la sua proposta iniziale ad una grammatica minimale e ad un lessico modesto.
Oggi, l'esperanto è lingua pienamente matura, con una comunità di parlanti diffusa in tutto il mondo ed un corredo completo di mezzi espressivi.
Molte delle idee di Zamenhof hanno precorso quelle del fondatore della linguistica moderna, lo strutturalista Ferdinand de Saussure (il cui fratello René, anch'egli linguista di vaglia, era esperantista).
La finalità dell'esperanto non è quella di sostituire le lingue nazionali (al contrario, gli esperantisti sono tra i più convinti difensori del valore della diversità delle culture, e sostenitori della pari dignità di tutte le lingue: si veda, ad esempio, l'attività del Comitato “Allarme lingua” per la difesa della lingua e cultura italiana); l'esperanto si propone, invece, di fornire uno strumento agevole e non discriminatorio per la comprensione reciproca a livello internazionale.
Nato da un ideale di pace, collaborazione e intercomprensione tra gli uomini, l'esperanto si pone al di sopra di ogni differenza etnica, politica, religiosa, e - proprio perché lingua propria di nessuna nazione e insieme accessibile a tutti su una base di uguaglianza - tutela contro il predominio culturale ed economico dei più forti e contro i rischi di una visione monoculturale del mondo.
Ortografia, fonetica, grammatica e sintassi dell'esperanto (il quale nasce dalla comparazione tra un certo numero di lingue internazionalmente più diffuse) si basano su principi di semplicità e regolarità: ad ogni suono corrisponde una sola lettera e ad ogni lettera un solo suono; non esistono consonanti doppie; non esiste differenza tra vocali aperte e chiuse; l'accento cade sempre sulla penultima sillaba; le regole grammaticali sono appena 16 (sedici) senza eccezioni; vi è una grande libertà di composizione della frase, senza collocazioni obbligate delle varie parti del discorso.
Il lessico dell'esperanto, tratto anch'esso da una comparazione selettiva, è continuamente arricchito da un utilizzo sempre più diffuso, sia in Europa che in Paesi extraeuropei. Grazie ad un razionale e facilmente memorizzabile sistema di radici, prefissi e suffissi, ed in forza della generale possibilità di creare parole composte che “descrivano” un determinato concetto, si raggiunge, partendo da un numero abbastanza ridotto di radici, un tesoro lessicale capace di esprimere anche le più sottili sfumature di pensiero, in una forma comprensibile a popoli di diverse tradizioni culturali.
Opere originali in esperanto (sia letterarie che di saggistica) vengono edite continuamente in ogni parte del mondo.
Imponente è il lavoro di traduzione in esperanto di opere dei generi più disparati (per la letteratura italiana, un ampio esame è contenuto nello studio del Prof. Carlo Minnaja, curato nel 2005 per l'Università “Ca' Foscari” di Venezia, “Un secolo di traduzioni letterarie dall'italiano in esperanto, 1890-1990”).
In linea più generale, le traduzioni spaziano dalla Bibbia al Corano, dalla Divina Commedia ai Promessi Sposi, da Pinocchio ai Malavoglia, dai racconti di Guareschi al Don Chisciotte.
Le più importanti biblioteche di opere in lingua esperanto si trovano a Vienna (sezione della Biblioteca Nazionale), Rotterdam, Londra, Budapest, La Chaux-de-Fonds; in Italia, meritano una speciale menzione la Biblioteca Nazionale di esperanto (comprendente anche una sezione archivistica), annessa all'Archivio di Stato di Massa, la Biblioteca della Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) di Milano e la biblioteca per non vedenti “Regina Margherita” di Monza con testi in Braille.

lunedì 25 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 luglio.
Il 25 luglio 1467 l'agro molinellese fu teatro di un importante fatto d'arme: la battaglia della Riccardina o della Molinella.
Quel giorno si scontrarono le truppe del famoso capitano Bartolomeo Colleoni, che curava gli interessi di Venezia, e quelle di Federico da Montefeltro, duca di Urbino, alleato con i Medici, gli Sforza, il re di Napoli Ferdinando d'Aragona e Giovanni II Bentivoglio signore di Bologna.
I due eserciti vennero a contatto fra San Martino in Argine, frazione di Molinella e Mezzolara, sulla riva sinistra dell'Idice.
In questa battaglia, per la prima volta, si impiegarono le armi da fuoco come una moderna artiglieria da campagna.
Alla genialità del Colleoni si deve infatti l'invenzione di artiglierie mobili costituite da colubrine e da spingarde montate su affusto, molto più maneggevoli di quelle degli avversari che dovevano portarle su carri e scaricarle per l'impiego in battaglia.
Le cronache , come è ovvio che sia, sono piuttosto contrastanti nella cronaca della battaglia e nel suo esito.
Combattono dal lato del Colleoni 7000 cavalli e 6000 fanti e, dalla parte degli avversari, altrettanti cavalli e 3500 fanti, il Colleoni utilizza un gran numero di artiglierie, per lo più spingarde, lo scontro dura otto ore.
In un primo momento il Colleoni si trova a mal partito circondato dai nemici, ma grazie all'intervento della cavalleria di Ercole d'Este si evita la sconfitta.
La battaglia ha termine sul far della notte quando il Colleoni ed il Montefeltro si incontrano e decidono di terminare lo scontro.
Fra i feriti della battaglia il più illustre fu Ercole I d'Este, colpito ad un piede da una spingarda.
L'episodio viene ricordato dall'Ariosto nell' "Orlando Furioso" (canto III) con questi versi:
"Ercole or vieni ch'al suo vicin rinfaccia,
col piu' mezzo arso e con quei debol passi,
come a Budrio col petto e con la faccia
il campo volto in fuga gli fermassi"
Dopo la battaglia, il cui esito rimase incerto, il Colleoni si rifugiò a Molinella, dove si ammalò di malaria, malattia che presumibilmente lo condusse a morte otto anni dopo nel suo castello di Malpaga, in provincia di Bergamo.

domenica 24 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Il 24 luglio del 1911 fu scoperta in Perù la citta perduta di Machu Picchu.
Nel 1911 uno studioso dell'Università di Yale, Hiram Bingham si recò in Perù alla ricerca dell'ultima città degli Inca. Quando nel 1536 Gonzalo Pizarro portò a termine la conquista (e distruzione) dell'impero Inca, l'ultimo imperatore Manco Capac fuggì con la sua gente da Cuzco e fondò la città di Vilcabamba, la città dove secondo la leggenda furono accumulate le ultime ricchezze dell'impero Inca.
Il sogno di Hiram era di ritrovare Vilcabamba, e per farlo iniziò la sua ricerca dalla capitale Inca: Cuzco. Iniziò ad esplorare la campagna circostante. Dopo vari giorni, mentre seguiva la valle del fiume Urubamba, incontrò un contadino che si offrì di mostrargli delle antiche rovine sulla cima di una montagna che lui chiamava Machu Picchu (antico picco). Al termine di una faticosa salita, Bingham vide spuntare dalla vegetazione alcune rocce bianche. Esaminando il muro capì subito che si trattava di costruzioni antiche, tanto che scrisse "Cominciai a capire che quel muro, ed il tempio semicircolare confinante, posto sopra la grotta, erano degni di essere paragonati alle più belle opere di muratura del mondo. Tanto splendore mi mozzò il fiato. Cosa poteva mai essere quel luogo?".
Bingham era convinto di aver trovato Vilcabamba, e l'anno successivo organizzò una spedizione per ripulire la zona dalla vegetazione. Fu così che venne alla luce la cittadella di Machupicchu. Bingham morì nel 1956 ancora convinto di aver scoperto Vilcabamba, purtroppo alcuni documenti spagnoli rinvenuti successivamente posizionavano la leggendaria città in direzione opposta da Cuzco rispetto a Machupicchu.
La scoperta di Bingham fu tuttavia molto importante, se si osserva la cittadella dal vicino osservatorio di Intipunku ci si rende conto della colossale sinfonia di pietra che è la città, per urbanistica, ingegneria civile, architettura e realizzazione muraria, divisa in 12 quartieri con 216 edifici.
Quando Gonzalo Pizarro raggiunse l'impero Inca rimase sorpreso da questa civiltà. Gli Inca non conoscevano né la ruota né la scrittura, eppure il loro impero si estendeva per quasi 4000 km (quanto l'impero di Giulio Cesare). Non conoscevano i cavalli, eppure le comunicazioni tra i vari angoli dell'impero avvenivano regolarmente. Uomini a piedi portavano gli ordini sotto forma di corde legate (una sorta di codice binario senza computer). Eppure Pizarro con pochi conquistadores riuscì a piegare e distruggere l'impero del sole. In parte fu grazie all'inganno: Pizarro al primo incontro con gli Inca attaccò di sorpresa la delegazione indigena senza armi prendendo prigioniero l'imperatore; in parte grazie alle epidemie: gli spagnoli portarono difatti nel nuovo mondo una serie di malattie sconosciute nel Nuovo Mondo, per le quali gli indigeni non avevano anticorpi, che stroncarono e decimarono la popolazione Inca. La rapida scomparsa di questo popolo ha lasciato senza risposta molte domande sulla loro civiltà.
Machupicchu si erge a 2300 metri di altezza, la sua conformazione fa credere che fosse una città sacra, riservata al culto del sole; vi sorgono difatti vari templi, fra questi si trova la torre del sole, un edificio di rara bellezza, e come molti edifici antichi anche in questo caso troviamo corrispondenze astronomiche legate alla sua costruzione, una sua finestra consente al sole di entrare perfettamente all'interno dell'edificio nell'alba del giorno del solstizio d'inverno. Ad ovest si trova la pietra Intihuatana, il cui nome significa "palo a cui legare il sole": si tratta di un'unica pietra lavorata a forma di tronco di piramide sormontata da una pietra meridiana, lavorata in modo sinuoso e di grande bellezza.
A Machupicchu non vennero rinvenuti oggetti di oro o di argento (erano materiali usati comunemente per creare gioielli e oggetti di vario tipo), eppure Bingham trovò solo oggetti in ossidiana, pietra, bronzo e ceramica. A Cuzco nel tempio del sole vi erano riproduzioni in oro a grandezza naturale e persino riproduzioni di piante, perchè Bingham non trovò neppure una pagliuzza d'oro?
Lo studioso peruviano Victor Angles Vergas sostiene che la città venne abbandonata prima dell'arrivo dei conquistadores. Le guerre tra tribù rivali erano frequenti e sangunose, e spesso finivano con la distruzione di intere comunità. Fù forse questo il destino di Machupicchu. Bingham trovò uno scheletro di una donna morta per la sifilide, forse la popolazione fu decimata da un'epidemia. Purtoppo possiamo fare solo ipotesi sull'abbandono di Machupicchu.
Oggi la cittadella è la testimonianza dell'incredibile livello raggiunto dagli Inca nella lavorazione della pietra: le rocce sono lavorate con precisione incredibile, tanto che risulta impossibile inserire la lama di un temperino tra di esse; di analoga precisione risultano lavorati gli angoli, tanto che nelle mura si possono trovare alcune pietre con molte faccie incastrate perfettamente nella struttura (una di queste pietre avrebbe più di quaranta facce). Le mura sono tutte edificate a secco, senza cioè l'uso di malta. Le pietre irregolari conferiscono alla struttura degli edifici una stabilità notevole, sono infatti in grado di resistere anche ai frequenti terremoti che scuotono le Ande. Una simile lavorazione delle pietre richiedeva strumenti di precisione per la loro lavorazione, eppure non sono stati ritrovati utensili in grado di lavorare il granito con cui sono costruite le mura delle città Inca.
In molti hanno pensato che gli antichi sacerdoti Inca conoscesso il modo di modellare la pietra a loro piacere, ed oggi questa teoria trova forse fondamento. Nel diario di un esploratore si trova difatti la possibile soluzione a questo mistero. Durante una spedizione sulle Ande il cavallo di un esploratore si azzoppò e lui scese ed iniziò a camminare. Dopo poco si rese conto che i suoi speroni erano stati completamente consumati dall'erba. Quest'erba scoperta per caso ed ancora priva di un nome scentifico è forse la risposta all'incredibile maestria degli Inca? Sembra di si, è infatti in grado di sciogliere i metalli e le pietre, consente di modellarle per poi restituire la forma solida al materiale disciolto. Gli Inca la conoscono da sempre, il nome della pianta è Harak Kehama, si tratta di un'erba alta circa 25 cm di colore rosso. L'altopiano dove è stata ritrovata quest'erba si trova nell'alto Perù a poca distanza da Cuzco.
Si è forse risolto il mistero delle antiche costruzioni megalitiche? Può darsi, resta però un altro tassello mancante. Come facevano gli Inca a sollevare pesanti blocchi di pietra senza l'ausilio di animali? Alcune pietre pesano difatte diverse tonnellate, e combaciano ancora perfettamente dopo diversi secoli dalla loro edificazione, eppure gli Inca non avevano animali da tiro. Purtroppo ancora non c'è una risposta a questo interrogativo, il mondo antico è pieno di opere architettoniche colossali ed apparentemente inspiegabili...

sabato 23 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 luglio.
Il 23 luglio 1984 Vanessa Williams è costretta a rinunciare al titolo di Miss America, prima donna afroamericana a conquistarlo, a seguito dello scandalo dovuto alla pubblicazione su Penthouse di alcune sue foto di nudo.
Ma questo "scandalo" le regalò una più vasta notorietà, tanto che decise di debuttare nel mondo discografico come cantante.
Nel 1988, pubblicò il suo album d'esordio intitolato The Right Stuff, trascinato dal singolo omonimo, che scalò le classifiche entrando nella top 10 di Billboard. L'album divenne disco d'oro e ricevette tre nomination ai Grammy Awards.
Nel 1991 la Williams pubblicò l'album The Comfort Zone, e bissò il successo del primo album, anche grazie ai brani Running Back To You e Save The Best For Last. L'album fu tre volte disco di platino.
Negli anni seguenti, i successivi dischi non raggiunsero il successo ottenuto da The Comfort Zone, ma nella sua carriera come cantante la Williams ha lavorato con artisti come Luther Vandross e Brian McKnight, con cui ha duettato in Love Is, ottenendo successi con brani come The Sweetest Days e Colors of the Wind per la colonna sonora di Pocahontas.
Come attrice la prima apparizione televisiva è stata in un episodio di Love Boat, successivamente è apparsa in Willy, il principe di Bel Air, T.J. Hooker, Star Trek: Deep Space Nine, Ally McBeal e Boomtown. Dal 2006 al 2010 è stata nel cast della serie tv prodotta da Salma Hayek, Ugly Betty, dove interpreta la perfida Wilhelmina Slater. Ha recitato la parte di Calipso nel film The Odissey nel 1997.
Per il cinema nel 1994 è apparsa nei titoli di coda del film Priscilla, la regina del deserto mentre canta la sua hit Save The Best For Last, poi ha preso parte ai film Harley Davidson & Marlboro Man con Mickey Rourke, L'eliminatore con Arnold Schwarzenegger del 1996. Nel 1998 recitò insieme al cantante/ballerino portoricano Chayanne nel film Dance with Me, mentre nel 2000 è stata accanto a Samuel L. Jackson nel cast di Shaft.
Nel 2002 lavora a Broadway nel musical di Stephen Sondheim Into the Woods, nel quale ricopre il ruolo della Strega, e ricevendo una nomination al Tony Award per la miglior attrice in un musical.
Nel 2009 ha recitato nel film Hannah Montana: The Movie, interpretando la manager di Hannah Montana.
Nel 2010 entra nel cast della settima stagione di Desperate Housewives.
Nel 2012 entra nel cast del nuovo progetto della ABC 666 Park Avenue, nel quale la Williams interpreta Olivia nel ruolo della moglie glaciale del proprietario di uno stabile in cui avvengono fenomeni sovrannaturali.
Nel 2015 Sam Haskell, uno dei responsabili del concorso Miss America, ha pubblicamento chiesto scusa alla Williams "per tutto ciò che è stato detto o fatto allora". La Williams ha ringraziato "Tutti quanti negli ultimi 32 anni sono venuti a dirmi 'Sei sempre la mia Miss America'".
Una vita intensa che la Williams, che è stata anche bersaglio di minacce di morte per questa vicenda, ha deciso di raccontare in un libro autobiografico di cui è autrice con sua madre Helen.
"Ci ho pensato a lungo prima di arrivare a scrivere il libro - ha detto la Williams - e nella mia caccia ai ricordi interpellavo sempre mia madre, chiedendole di aiutarmi a capire cosa mi stesse succedendo veramente nel momento di cui mi rammentavo". "Per il mio libro - spiega Vanessa - i suoi commenti e la condivisione con lei dei momenti del mio passato sono fondamentali". Vanessa nel libro confessa anche di essere stata molestata da bambina da un conoscente della sua famiglia. "Questa esperienza - racconta l'artista - mi ha indotta a essere ribelle da adolescente: ho fumato erba, ho condotto uno stile di vita promiscuo". Nei ricordi del libro anche le minacce subite per la sua partecipazione a Miss America.

venerdì 22 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 luglio.
Il 22 luglio 1991 viene arrestato Jeffrey Dahmer, ribattezzato "Il mostro di Milwaukee".
Uno dei più famosi serial killer americani, Jeffrey Dahmer , nato il 21 maggio 1960, fu ribattezzato "il mostro di Milwakee" per via delle terribili e inumane efferatezze commesse sui cadaveri delle vittime.
Il caso Dahmer si svelò in tutta la usa atrocità il 22 luglio del 1991, quando un uomo di nome Tracy Edwards si presentò alla polizia di Milwakee in evidente stato di choc dicendo di essere stato tenuto in ostaggio da un uomo sotto minaccia di un coltello. Quando la polizia, che venne guidata dal ragazzo, arrivò sul luogo indicato, la prima cosa che gli agenti avvertirono fu un fetore insopportabile, tale da levare il fiato, e che faceva chiaramente intendere che vi fosse qualcosa in decomposizione.
I poliziotti erano pronti a tutto, ma forse neanche nei loro peggiori incubi potevano pensare esistesse una cosa del genere. Celebre è poi diventato il coraggioso capitano della polizia Philip Arreola che, quando entrò nella casa di Dahmer, si trovò di fronte uno spettacolo agghiacciante: membra divelte tenute in casse di legno, tre teste conservate qua e là, tre in frigorifero e altre tre in cima all'armadio. Sconvolte da questo spettacolo, le forze dell'ordine procedettero ad una perquisizione dettagliata e minuziosa di ogni centimetro quadrato dell'antro banalmente arredato del mostro. Venne fuori di tutto, fra cui, oltre agli agghiaccianti "strumenti di lavoro" di Dahmer (secchi di metallo, seghe, coltelli da macellaio, trapani e quant'altro), ossa e teschi umani conservati con cura, casse di acido piene di resti umani, genitali mummificati conservati dentro un cappello mentre nell'armadio venne rinvenuta una mano di uomo.
Bisogna poi specificare che Dahmer, per smembrare i suoi cadaveri, usava solo strumenti manuali e non invece, come più volte si è erroneamente detto, seghe elettriche o altre diavolerie simili, dato che, per niente stupido, si premurava di non far insospettire i vicini di casa.
Una volta finita la conta delle vittime, si arrivò al probabile numero dei suoi omicidi: quindici. In seguito, però, l'imputato Damher ne confessò altri due, per i quali non è mai stato possibile trovare prove sufficienti per poterlo condannare.
Durante il processo, straziante per i parenti delle vittime, Dahmer ascoltava impassibile ogni accusa, spesso aggiungendone dettagli raccapriccianti. Pur essendoci quel buco di due vittime, bastarono comunque le altre quindici a spedirlo all'ergastolo. Scampò alla pena di morte perché in Wisconsin non è prevista. Ma Jeffrey Dahmer ha comunque trovato la morte in carcere, per mano di un ergastolano che gli ha sfondato il cranio nelle docce della prigione. Prima di essere recluso, numerosi detenuti avevano già manifestato la volontà di non volerlo con loro, dichiarazioni che di fatto rappresentavano una sotterranea minaccia di morte. Il 28 novembre 1994 Christopher Scarver, detenuto per omicidio della moglie, raccolse il testimone e finì Dahmer con la convinzione di eseguire una volontà divina.
Ma chi era in realtà questo essere mostruoso che rispondeva al nome di Jeffrey Dahmer? Una personalità squilibrata e stravolta, ovviamente, anche se non folle nel senso psichiatrico del termine (e infatti al processo non venne ritenuto tale ma capace di intendere e volere). Dahmer aveva numerosi disturbi sessuali: pur essendo un omosessuale, detestava questa categoria, soprattutto se si trattava di uomini di colore. Fortemente alcoolizzato e facilmente suggestionabile era ossessionato dal dominio e dal controllo, sia mentale che fisico. Adescava i suoi partner nei bar per omosessuali ed era spinto dall'ossessivo impulso di ricercare rapporti sadomaso che, nel caso degli omicidi, finivano con la morte per strangolamento della vittima (previa somministrazione di birra drogata all'insaputa dei partner).
Dahmer naturalmente era un necrofilo. Si dice che fin da piccolo fosse ossessionato dalla morte e che andasse in giro per le strade a cercare animali morti da sezionare. Avendo praticato il cannibalismo, conservava come detto i resti delle sue vittime, collezionando le loro ossa e mangiando parti delle carni dei suoi amanti assassinati.
Dopo la sua morte le autorità hanno voluto che il suo cervello fosse donato alla scienza, nella speranza (o illusione), che un giorno attraverso il suo studio divenga possibile capire l'origine degli orrendi crimini di cui si è macchiato.

giovedì 21 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 luglio.
Il 21 luglio 1899 nasce a Oak Park, Illinois, Ernest Hemingway.
Ernest Hemingway è lo scrittore simbolo del Novecento letterario, colui il quale ha saputo rompere con una certa tradizione stilistica riuscendo ad influenzare successivamente generazioni intere di scrittori.
Appassionato di caccia e pesca, istruito in tal senso dal padre, proprietario di una fattoria nei boschi del Michigan, fin da piccolo impara a praticare diversi sport, fra i quali è inclusa la violenta e pericolosa boxe: un'attrazione per le emozioni forti che non abbandonerà mai Hemingway e che rappresenta il suo segno distintivo come uomo e come scrittore.
E' il 1917 quando comincia a maneggiare carta e penna, dopo essersi diplomato, lavorando come cronista al "Kansas City Star". L'anno dopo, non potendo, a causa di un difetto all'occhio sinistro, arruolarsi nell'esercito degli Stati Uniti appena scesi in guerra, diventa autista di autoambulanze della Croce Rossa e viene spedito in Italia sul fronte del Piave. Ferito gravemente dal fuoco di un mortaio l'8 luglio del 1918 a Fossalta di Piave, mentre sta salvando un soldato colpito a morte, viene ricoverato in ospedale a Milano, dove s'innamora dell'infermiera Agnes Von Kurowsky. Dopo essere stato decorato al valor militare, nel 1919 torna a casa.
Nonostante sia accolto come un eroe, la sua natura irrequieta e perennemente insoddisfatta non lo fa sentire comunque a posto. Si dedica alla stesura di alcuni racconti, del tutto ignorati da editori e dall'ambiente culturale. Scacciato di casa dalla madre che l'accusa d'essere uno scapestrato, si trasferisce a Chicago dove scrive articoli per il "Toronto Star" e "Star Weekly". Ad una festa conosce Elizabeth Hadley Richardson, di sei anni più grande di lui, alta e graziosa. I due s'innamorano e nel 1920 si sposano, contando sulla rendita annua di tremila dollari di lei e progettando di andare a vivere in Italia. Ma lo scrittore Sherwood Anderson, già allora famoso per "I racconti dell'Ohio", guardato come modello da Hemingway, lo spinge verso Parigi, capitale culturale di allora, dove la coppia addirittura si trasferisce. Naturalmente, lo straordinario ambiente culturale lo influenza enormemente, soprattutto a causa del contatto con le avanguardie, che lo spingono ad una riflessione sul linguaggio, indicandogli la via verso l'antiaccademismo.
Intanto, nel 1923 nasce il primo figlio, John Hadley Nicanor Hemingway, detto Bumby e l'editore McAlmon pubblica il suo primo libro, "Tre racconti e dieci poesie", seguito l'anno dopo da "Nel nostro tempo", elogiato dal critico Edmund Wilson e da un poeta fondamentale come Ezra Pound. Nel 1926 escono libri importanti come "Torrenti di primavera" e "Fiesta", tutti grandi successi di pubblico e di critica, mentre l'anno dopo esce, non senza prima aver divorziato, il volume di racconti "Uomini senza donne".
Il buon successo a cui vanno incontro i suoi libri lo galvanizza e nel 1928 eccolo di nuovo ai piedi dell'altare per impalmare la bella Pauline Pfeiffer, ex redattrice di moda di "Vogue". I due fanno poi ritorno in America, mettono su casa a Key West, Florida e danno alla luce Patrick, il secondo figlio di Ernest. Nello stesso periodo il turbolento scrittore porta a termine la stesura dell'ormai mitico "Addio alle armi". Purtroppo, un evento davvero tragico arriva a sconvolgere il tranquillo trend di casa Hemingway: il padre, fiaccato da un male incurabile, si uccide sparandosi alla testa.
Fortunatamente, "Addio alle armi", viene salutato con entusiasmo dalla critica e gratificato da un notevole successo commerciale. Intanto nasce la sua passione per la pesca d'altura nella Corrente del Golfo.
Nel 1930 ha un incidente automobilistico e si frattura il braccio destro in più punti. E' uno dei molti incidenti in cui incappa in questo periodo di viaggi e di avventure: mal di reni causato dalla pesca nelle gelide acque spagnole, uno strappo inguinale procuratosi mentre visita Palencia, un'infezione da antrace, un dito lacerato fino all'osso in un incidente con un sacco da pugilato, una ferita al bulbo oculare, graffi profondi a braccia, gambe e faccia prodotti da spine e rami mentre attraversa un bosco del Wyoming in sella a un cavallo imbizzarrito.
Queste esibizioni vitalistiche, il fisico muscoloso, il carattere da attaccabrighe, la predilezione per le grandi mangiate e le formidabili bevute lo rendono un personaggio unico dell'alta società internazionale. E' bello, duro, scontroso e, nonostante sia poco più che trentenne, è considerato un patriarca della letteratura, tanto che cominciano a chiamarlo "Papa".
Nel 1932 pubblica "Morte nel pomeriggio", un grosso volume tra saggio e romanzo dedicato al mondo della corrida. L'anno dopo è la volta dei racconti riuniti sotto il titolo "Chi vince non prende nulla".
Partecipa al suo primo safari in Africa, un altro terreno per saggiare la propria forza e il proprio coraggio. Nel viaggio di ritorno conosce sulla nave Marlene Dietrich, la chiama "la crucca" ma diventano amici e lo restano per tutta la vita.
Nel 1935 esce "Verdi colline d'Africa", romanzo senza trama, con personaggi reali e lo scrittore protagonista. Compra un'imbarcazione diesel di dodici metri e la battezza "Pilar", nome del santuario spagnolo ma anche nome in codice di Pauline.
Nel 1937 pubblica "Avere e non avere", il suo unico romanzo d'ambientazione americana, che racconta la storia di un uomo solitario e senza scrupoli che resta vittima di una società corrotta e dominata dal denaro.
Si reca in Spagna, da dove manda un reportage sulla Guerra civile. La sua ostilità verso Franco e la sua adesione al Fronte Popolare sono evidenti nella collaborazione alla riduzione cinematografica di "La terra di Spagna" insieme a John Dos Passos, Lillian Hellman e Archibald MacLeish.
L'anno successivo pubblica un volume che si apre con "La quinta colonna", una commedia a favore dei repubblicani spagnoli, e contiene vari racconti tra cui "Breve la vita felice di Francis Macomber" e "Le nevi del Chilimangiaro", ispirati al safari africano. Questi due testi entrano a far parte della raccolta "I quarantanove racconti", pubblicata nel 1938, che resta tra le opere più straordinarie dello scrittore. A Madrid incontra la giornalista e scrittrice Martha Gellhorn, che aveva conosciuto in patria, e divide con lei le difficoltà del lavoro dei corrispondenti di guerra.
E' il 1940 quando divorzia da Pauline e sposa Martha. La casa di Key West resta a Pauline e loro si stabiliscono a Finca Vigía (Fattoria della Guardia), Cuba. Alla fine dell'anno esce "Per chi suona la campana" sulla guerra civile spagnola ed è un successo travolgente. La storia di Robert Jordan, l' "inglès" che va ad aiutare i partigiani antifranchisti, e che s'innamora della bellissima Maria, conquista il pubblico e si aggiudica il titolo di Libro dell'anno. La giovane Maria e Pilar, la donna del capo partigiano, sono i due personaggi femminili più riusciti di tutta l'opera di Hemingway. Meno entusiasta si mostra la critica, a cominciare da Edmund Wilson e da Butler, rettore della Columbia University, che pone il veto alla scelta per il Premio Pulitzer.
La sua guerra privata. Nel 1941 marito e moglie vanno in Estremo Oriente come corrispondenti della guerra cino-giapponese. Quando gli Stati Uniti scendono in campo nella seconda Guerra mondiale, lo scrittore vuole partecipare a modo suo e ottiene che la "Pilar" diventi ufficialmente una nave-civetta in servizio di pattugliamento anti-sommergibili nazisti al largo delle coste cubane. Nel 1944 partecipa davvero alla guerra per iniziativa della bellicosa Martha, inviata speciale in Europa della rivista Collier's, che gli procura l'incarico della RAF, l'aeronautica militare inglese, di descrivere le sue gesta. A Londra subisce un incidente automobilistico che gli provoca una brutta ferita alla testa. Conosce un'attraente bionda del Minnesota, Mary Welsh, giornalista del "Daily Express", e comincia a corteggiarla, soprattutto in versi, circostanza davvero inaspettata.
Il 6 giugno è il D-day, il grande sbarco alleato in Normandia. Sbarca anche Hemingway e Martha prima di lui. A questo punto però "Papa" si getta in guerra con grande impegno, una sorta di guerra privata, per combattere la quale costituisce una sua sezione del servizio segreto e una unità partigiana con la quale partecipa alla liberazione di Parigi. Finisce nei guai per aver violato la condizione di non combattente, ma poi tutto si aggiusta e viene decorato con la 'Bronze Star'.
Nel 1945, dopo un periodo di rimproveri e di stilettate, divorzia da Martha e nel 1946 sposa Mary, quarta e ultima moglie. Due anni più tardi trascorre parecchio tempo in Italia, a Venezia, dove stringe un'amicizia dolce e paterna, appena sfiorata da un erotismo autunnale, con la diciannovenne Adriana Ivancich. La giovane e lui stesso sono i protagoniti del romanzo che sta scrivendo, "Di là dal fiume e tra gli alberi", che esce nel 1950, accolto tiepidamente.
Si rifà due anni dopo con "Il vecchio e il mare", un romanzo breve, che commuove la gente e convince la critica, raccontando la storia di un povero pescatore cubano che cattura un grosso marlin (pesce spada) e cerca di salvare la sua preda dall'assalto dei pescecani. Pubblicato in anteprima su un numero unico della rivista Life, vende cinque milioni di copie in 48 ore. Vince il Premio Pulitzer.
Due incidenti aerei. Nel 1953 Hemingway va di nuovo in Africa, questa volta con Mary. Ha un incidente aereo mentre si recano nel Congo. Ne esce con una spalla contusa, illesi Mary e il pilota, ma i tre rimangono isolati e si sparge nel mondo la notizia della morte dello scrittore. Fortunatamente si mettono in salvo quando trovano una barca: si tratta nientemeno che della barca affittata tempo prima al regista John Huston per le riprese del film "La regina d'Africa". Decidono di mettersi in viaggio per Entebbe su un piccolo aereo, ma durante il decollo il velivolo cade e s'incendia. Mary se la cava ma lo scrittore è ricoverato a Nairobi per trauma grave, perdita della vista all'occhio sinistro, perdita dell'udito all'orecchio sinistro, ustioni di primo grado alla faccia e alla testa, distorsione del braccio destro, della spalla e della gamba sinistra, una vertebra schiacciata, danni a fegato, milza e reni.
Nel 1954 gli viene conferito il Premio Nobel per la letteratura, ma rinuncia ad andare a Stoccolma per riceverlo di persona, essendo assai provato dalle ferite riportate nei due incidenti aerei. In effetti ha un crollo fisico e nervoso, che lo affligge per diversi anni. Nel 1960 lavora a uno studio sulla corrida, parte del quale esce su Life.
Scrive "Festa mobile", un libro di ricordi degli anni parigini, che uscirà postumo (1964). Un altro libro postumo è "Isole nella corrente" (1970), dolente storia di Thomas Hudson, celebre pittore americano, che perde i tre figli, due in un incidente automobilistico e uno in guerra.
Non riesce a scrivere. Debole, invecchiato, malato si ricovera in una clinica del Minnesota. Nel 1961 compra una villa a Ketchum, Idaho, dove si traferisce non sentendosi più tranquillo a vivere a Cuba dopo la presa di potere di Fidel Castro, che peraltro apprezza.
Tragico epilogo. Profondamente depresso perché pensa che non riuscirà più a scrivere, la mattina di domenica 2 luglio si alza di buon'ora, prende il suo fucile a canna doppia, va nell'anticamera sul davanti della casa, appoggia la doppia canna alla fronte e si spara, uccidendosi come fecero Il padre Clarence, i fratelli Leicester ed Ursula e la nipote Margaux, tutti morti suicidi.


mercoledì 20 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 luglio.
Il 20 luglio 1944 Hitler scampò miracolosamente ad un attentato.
In un'Europa insanguinata da cinque anni di guerra il nazismo è vicino al collasso. A est l'Armata rossa avanza come un rullo compressore, disintegrando le difese tedesche e avvicinandosi ai confini del Reich. A ovest gli Alleati hanno conquistato la Francia mentre sul fronte italiano la Wehrmacht si ritira combattendo verso nord. La guerra è persa, è solo questione di tempo. Solo un uomo è ancora convinto della vittoria finale, Adolf Hitler, il "caporale boemo", come lo chiamano gli ufficiali aristocratici che si stanno organizzando per eliminarlo.
L'uomo chiave della congiura è il giovane tenente colonnello, conte Claus von Stauffenberg, 37 anni, eroe di guerra, pluridecorato, brillante ufficiale di Stato maggiore: un uomo colto, raffinato, amante della poesia e della musica, fervente cattolico, idealista, poliglotta, ostile alla mentalità conservatrice degli alti gradi dell'esercito. Ha combattuto in Polonia, in Francia, sul fronte russo, in Tunisia: ha perso l'occhio sinistro e la mano destra. L'opposizione a Hitler è nata alla vista delle atrocità commesse dai nazisti. Il disgusto è diventato ribellione, e la ribellione cospirazione. La coscienza ha il sopravvento sull'obbedienza. Nel settembre del '43 entra nel complotto che altri ufficiali stanno portando avanti da tempo, per una "questione di onore" ma senza fortuna. Alla moglie Nina, madre dei loro quattro figli, dice: "Sento di dover fare qualcosa per salvare la Germania". Non sopporta la vergogna di sentirsi tedesco. E' un uomo alto, eretto, l'occhio sinistro coperto da una benda nera, una figura piena di fascino e di fierezza. Assume la leadership della congiura, da uomo pronto ad arrivare al limite. E il limite è l'uccisione del Fuehrer.
Rastenburg, 20 luglio 1944. Quartier generale di Hitler, detto la "Tana del lupo". E' una giornata calda e serena d'estate, il giorno scelto per colpire il tiranno. La conferenza di Hitler, nella sala riunioni, inizia alle 12,30. Stauffenberg rompe la capsula del detonatore, entra nella sala, colloca la borsa con la bomba il più vicino possibile a Hitler, esce dalla stanza: il tutto con la massima calma. Ha commesso un errore, però: non è riuscito a innescare la seconda carica di esplosivo. Come non può immaginare che un colonnello sposti la borsa un po' più in là, accanto al massiccio zoccolo del tavolo di quercia, perché non intralci il Fuehrer, salvandogli così la vita. Alle 12,42 la stanza viene squassata da una spaventosa deflagrazione. Una fiammata e una nera nube di fumo si alzano dall'edificio. Stauffenberg riesce ad allontanarsi con la (falsa) certezza che il colpo sia riuscito e il Fuehrer eliminato. Non è così e l'Operazione Valchiria, il colpo di stato per neutralizzare i gerarchi nazisti, è destinato al fallimento. Mal condotto, poco tempestivo, incapace di isolare Berlino, "salta" quando la voce di Hitler sopravvissuto cancella ogni residua speranza.
Il complotto è soffocato in un bagno di sangue. Stauffenberg e alcuni congiurati sono fucilati la sera stessa, alla luce dei fari dei camion. Altri sono catturati. La vendetta di Hitler è feroce. Molti uomini che incarnano il meglio della Germania sono condannati a morte e impiccati a ganci di macellaio. "Dobbiamo essere crudeli - aveva detto Hitler anni prima - Dobbiamo compiere efferatezze senza rimorsi di coscienza". "Chi agirà - aveva confessato Stauffenberg prima di quel 20 luglio fatale - entrerà nella storia tedesca col marchio del traditore. Se invece rinuncerà ad agire, sarà un traditore davanti alla propria coscienza". Ora, la strada dove Stauffenberg quella sera gridò "Viva la Sacra Germania" mentre il plotone d'esecuzione faceva fuoco, si chiama Stauffenbergstrasse. Un monumento ricorda un uomo coraggioso che morì per una Germania diversa.

martedì 19 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 luglio.
Il 19 luglio 1870 la Francia dichiara guerra alla Prussia: è l'inizio della guerra franco-prussiana.
Le tensioni tra Francia e Prussia erano continuate dopo la vittoria di quest’ultima nella guerra austro-prussiana, e la conseguente annessione di gran parte del Nord della Germania. La guerra rivoluzionò l’equilibrio europeo che era stato raggiunto dopo la fine delle guerre napoleoniche.
La posizione francese era messa in pericolo dall’emergere di uno stato germanico guidato dalla Prussia. Inoltre, Napoleone III non godeva di buona fama in patria. Sovvertitore della Seconda Repubblica Francese, una volta stabilito il secondo impero bonapartista, si trovò davanti a forti pressioni da parte dei leader repubblicani per le riforme democratiche, oltre che alla costante minaccia rivoluzionaria.
Nonostante il fermento rivoluzionario fosse meno pressante che in Francia, la Prussia acquisì milioni di nuovi cittadini potenzialmente pericolosi.
Gli altri Stati tedeschi mantenevano un atteggiamento campanilistico nei confronti della Prussia e dell’unificazione della Germania. La riforma legislativa, inoltre, era aggravata dal coesistere di 3 parlamenti.
In seguito all’unificazione d’Italia ed alla creazione della Confederazione Nord-Germanica, il nazionalismo era imperante, a maggior ragione dopo la nomina a cancelliere tedesco di Otto Von Bismarck, determinato a realizzare il sogno di una Germania unita, se necessario anche con “sangue e ferro”.
Bismarck vide nella guerra con la Francia l’occasione ideale per guadagnarsi l’appoggio dei nazionalisti, ed unire in questo modo tutte le fazioni in una sola nazione, a capo del re prussiano.
Napoleone III e Bismarck iniziarono a cercare un pretesto qualunque per iniziare la guerra, che si presentò nel 1870.
Il trono spagnolo era rimasto vacante dalla rivoluzione del settembre 1868. Gli spagnoli offrirono il trono al principe tedesco Leopoldo Hohenzollern-Sigmaringen, cugino del re Guglielmo I di Prussia.
Il conflitto ebbe iniziò per la possibile ascesa del candidato tedesco al trono spagnolo, a cui la Francia si opponeva da tempo.
La guerra franco prussiana segnò l’apice della tensione tra le due potenze, in seguito al crescente dominio della Prussia in Germania, al tempo una confederazione di territori semi-indipendenti.
La Francia lanciò un ultimatum al re di Prussia, che lo rifiutò. Il Cancelliere Otto Von Bismarck pubblicò quindi il celebre dispaccio Ems, un resoconto propagandistico delle trattative tra la Francia ed il re di Prussia. Fu così che la Francia dichiarò guerra alla Prussia.
Entro soli 6 mesi, l’esercito prussiano sconfisse quello francese in una serie di battaglie combattute nel Nord della Francia, arrivando ad assediare Parigi.
L’imperatore Napoleone III venne catturato in battaglia, provocando una rivoluzione non violenta in Francia, che divenne l’unica grande potenza repubblicana dell’Europa.
Nelle ultime fasi della guerra franco prussiana , gli Stati tedeschi proclamarono la propria unificazione, fondando l’Impero Germanico.
La sconfitta francese, oltre a causare il dissolvimento dell'intero esercito imperiale, provocò uno sconvolgimento politico radicale nel paese. Il crollo dell'Impero di Napoleone III avviò la fase della terza Repubblica.

lunedì 18 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 luglio.
Il 18 luglio 1995 durante una tappa del Tour de France, muore il ciclista italiano Fabio Casartelli.
Fabio Casartelli, a una lunga serie di vittorie nelle categorie giovanili, fece seguire un'altrettanto ricca carriera nei Dilettanti che, nel 1992, gli valse la convocazione per la prova su strada dei Giochi della XXV Olimpiade di Barcellona: Casartelli si aggiudicò la medaglia d'oro, primo italiano a riuscire nell'impresa dal 1968. Nel 1993 ottenne il primo contratto da professionista con la Ceramiche Ariostea di Giancarlo Ferretti, con la quale vinse una tappa alla Settimana Ciclistica Bergamasca e la classifica finale del Gran Premio Lotteria al "Giro d'Italia". Nel 1994 passò alla ZG Mobili e l'anno successivo alla statunitense Motorola, dove aveva tra i compagni di squadra Lance Armstrong. Il 18 luglio 1995, durante la quindicesima tappa del Tour de France (Saint-Girons-Cauterets), cadde lungo la discesa del Colle di Portet-d'Aspet, battendo violentemente la testa contro un paracarro: morì durante il trasporto in elicottero all'ospedale di Tarbes, senza aver mai ripreso conoscenza. Lasciò la moglie romagnola Annalisa, ex ciclista, sposata nell'autunno del 1993, e il figlio Marco, nato il 13 maggio 1995, con i quali viveva ad Albese con Cassano, sulle colline tra Erba e Como. Il giorno successivo, dopo un minuto di silenzio, partì la sedicesima tappa della corsa, che venne neutralizzata: in un mesto trasferimento, il gruppo rimase compatto e a bassa andatura; al traguardo, davanti al resto del gruppo, passarono affiancati tutti i ciclisti della Motorola, squadra di Casartelli. Primo, soltanto per la cronaca, concluse Andrea Peron. Due giorni dopo, all'arrivo della diciottesima tappa, tagliando per primo il traguardo, Lance Armstrong alzò le dita al cielo dedicando la vittoria di tappa allo sfortunato compagno di squadra. Nel 1997 venne eretta una stele nel luogo della tragedia, di fronte alla quale i corridori del Tour de France si fermano in raccoglimento in un minuto di silenzio in memoria di Casartelli, ogni qual volta il percorso del Tour passa per il Colle di Portet-d'Aspet. Al momento della caduta, Fabio non indossava nessun tipo di casco di protezione. La sua morte provocò una forte commozione nel mondo del Ciclismo professionistico ed iniziò una discussione sull'introduzione di norme che rendessero obbligatorio l'utilizzo del casco, il che avvenne però soltanto nel 2003 dopo la morte di un altro corridore: Andrei Kivilev.

domenica 17 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 luglio.
Il 17 luglio 1505 Martin Luther entra in convento a Erfurt. E' l'inizio di un cambiamento epocale della Cristianità.
Martin Lutero (Martin Luther), il grande riformatore tedesco, nacque il 10 novembre 1483 ad Eisleben, una cittadina nella Turingia, regione centro-orientale della Germania. Suo padre, Hans Luther, originariamente un contadino, fece fortuna come imprenditore nelle miniere di rame, mentre la madre, Margarethe Ziegler era una massaia.
Nel 1484, proprio poco dopo la nascita del piccolo Martin (primogenito di sette fratelli), i genitori si trasferirono nel vicino paese di Mansfeld, in seguito alla nomina del padre a magistrato - grazie alla rilevante fortuna acquisita - di quella cittadina. A Mansfeld Lutero frequentò la scuola di latino mentre nel 1497 si recò a Magdeburgo per intraprendere gli studi presso la scuola dei Fratelli della Vita Comune, fondati dal mistico Geert de Groote. Tuttavia Lutero vi rimase solo per un anno, andando a vivere successivamente da alcuni parenti ad Eisenach, dove risedette fino al 1501.
In quell'anno il padre lo inviò ad iscriversi all'università della città imperiale di Erfurt dove il giovane studiò arti liberali, conseguendo il baccalaureato nel 1502 e il titolo di magister artium nel febbraio 1505. E fu proprio il 1505 un anno cruciale per Lutero: secondo i suoi biografi, il 2 luglio, ritornando ad Erfurt dopo una visita ai genitori, vicino al villaggio di Stotternheim incappò in un violento temporale durante il quale fu quasi ucciso da un fulmine. Si racconta che nella tormenta Lutero, terrorizzato, fece voto a Sant'Anna che se fosse sopravvissuto avrebbe preso i voti.
Il temporale passò e lo studioso mantenne la promessa due settimane più tardi.
Naturalmente, l'episodio del temporale affrettò probabilmente un'evoluzione già in corso da tempo e non fu, come si vuol troppo semplicisticamente credere, un'illuminazione improvvisa.
Ad ogni modo entrò, contro la volontà paterna, nel convento agostiniano-eremitano di Erfurt, dove pronunciò i voti nel 1506, e dove venne ordinato sacerdote il 3 Aprile 1507. La regola dell'Ordine prescriveva una sistematica lettura della Bibbia. In breve Lutero acquistò una conoscenza straordinaria della Sacra Scrittura.
In convento, inoltre, sotto la guida del frate superiore Johann Staupitz, si dedicò allo studio degli scritti di Aristotele, Sant'Agostino, Pietro Lombardo e del filosofo scolastico Gabriel Biel, commentatore del pensiero nominalista di Guglielmo di Ockham, il cui orientamento teologico era dominante presso gli agostiniani.
Nel 1508, dietro raccomandazione di Staupitz, gli venne assegnata una cattedra di filosofia morale ed etica aristotelica all'università di Wittenberg, appena fondata nel 1502 dal principe elettore Federico III di Sassonia, detto il Saggio.
Nelle sue riflessioni stava prendendo corpo la convinzione che le nostre opere non possono essere altro che peccaminose, perché la natura umana è solo peccato. Il corollario, sul piano delle fede, è che la salvezza è concessa da Dio per la sola fede e la sola grazia.
Da Wittenberg il futuro riformatore si recò nel 1510 a Roma, assieme al suo maestro Johann Nathin, per portare una lettera di protesta in merito ad una diatriba interna all'ordine agostiniano. Lutero ne approfittò per visitare la città, facendo il giro dei luoghi santi, per guadagnare, come era consuetudine, indulgenze.
La prassi delle indulgenze, nata durante le crociate, prevedeva inizialmente che chi non poteva rispondere fisicamente all'appello dei Papi per la liberazione dei luoghi santi, si concedeva la possibilità di una partecipazione mediante un contributo in denaro accompagnato da pratiche spirituali. In seguito il principio andò estendendosi ad altre opere buone. Le indulgenze si trasformarono poi in un grosso affare bancario. La concessione dell'indulgenza ai vivi e ai defunti era dilatata al massimo ed era liberata in gran parte degli obblighi spirituali riducendosi al puro versamento del denaro.
Il 31 ottobre 1517 Lutero scrisse una lettera ad Alberto di Hohenzollern Brandeburgo, arcivescovo di Magdeburgo e di Magonza, e al vescovo di Brandeburgo, Schultz, chiedendo di ritirare la "Instructio" che disciplinava la concessione delle indulgenze e di dare doverose disposizioni. La lettera era accompagnata dalle famose 95 tesi, in cui si trattava il problema dell'indulgenza.
Solo in seguito, alla mancata risposta da parte dei vescovi egli si decise di far conoscere le sue tesi dentro e fuori Wittenberg. Le 95 tesi non respingono del tutto la dottrina delle indulgenze, ma ne limitano molto l'efficacia, soprattutto sottraendola al solo atto formale dell'offerta.
Le 95 tesi, tuttavia, non sembrarono ancora un aperto invito alla ribellione (vi affiora infatti l'immagine di un Papa non informato a sufficienza degli abusi).
Nell'ottobre del 1518, però, Lutero invitava il Papa a convocare un Concilio, riconoscendo ancora implicitamente un'autorità della Chiesa superiore al Papa. Si trattava in ogni caso del famoso appello al Concilio contro il Papa, già severamente condannato da Pio II con la bolla "Execrabilis" del 1459.
L'anno seguente, il 1519, Lutero negava pure l'autorità dei Concili. La Sola Scrittura, in pratica solo la Bibbia, e non il Magistero della Chiesa, dovevano considerarsi fonte di verità, tutte considerazioni poi approfondite in alcuni celebri scritti.
Con il presentare sulla base del principio "Sola fede, sola grazia, sola Scrittura", intendendo cioè il rapporto tra Dio e l'uomo come diretto e personale, Lutero eliminava la Chiesa quale mediatrice mediante i Sacramenti. Essi, infatti, erano ridotti al solo Battesimo e alla sola Eucarestia, sia quale detentrice del magistero. Affermazioni che non potevano non provocare un enorme scandalo, che infatti diede origine alla scissione da Santa Romana Chiesa e diede il via a quell'enorme rivoluzione culturale che va sotto il nome di Protestantesimo.
I capisaldi della dottrina luterana possono essere così sintetizzati:
Salvezza per sola fede: la salvezza non si ottiene a causa delle buone azioni; si ottiene solamente avendo fede in Dio, che può salvare chiunque Egli voglia.
Sufficienza delle 'Sacre Scritture': per comprendere le 'Sacre Scritture' non occorre la mediazione di concili o di papi; ciò che è necessario e sufficiente è la grazia divina e una conoscenza completa ed esatta di esse.
Libero esame delle 'Sacre Scritture': chiunque, illuminato da Dio, può sviluppare una conoscenza completa ed esatta delle 'Scritture'.
Sacerdozio universale: per ricevere la grazia divina non occorre la mediazione di un clero istituzionalizzato: tra l'uomo e Dio c'è un contatto diretto.
predestinazione del bene e del male
negazione dell'infallibilità papale
l'uomo compie azioni pie poiché è giustificato dalla grazia di Dio: non è giustificato a causa delle sue azioni pie.
i sacramenti sono ridotti al battesimo e all'eucarestia, gli unici, secondo Lutero, ad essere menzionati nella Sacra Scrittura. Essi tuttavia sono validi solo se c'è l' intenzione soggettiva del fedele, quindi perdono il loro valore oggettivo. Inoltre Lutero ritiene che nell'eucarestia vi sia la consustanziazione non la transustanziazione.
Dopo aver sconvolto con la sua Riforma l'Europa e l'equilibrio fra gli Stati, Lutero muore a Eisleben, sua città natale, il 18 febbraio 1546.

sabato 16 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 luglio.
Il 16 luglio 1999 precipita in mare un piper con a bordo John Fitzerald Kennedy Jr, figlio dell'ex presidente degli Stati Uniti.
La morte di John John Kennedy Junior è avvolta dal mistero. Nella notte del 16 luglio del 1999 un piccolo aereo, un Piper 32 Saratoga 2HP, monoelica e a sei posti si desintegra. Nessuno ha potuto accertare se il Piper si è fatto a pezzi per l’impatto con il mare o, addirittura prima di precipitare in acqua. A bordo dei veivolo John John di 39 anni figlio amatissimo di John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti d’America, morto assassinato a Dallas nel 1963, la moglie di John, Carolyn Bessett di 33 anni e Lauren di 34 anni, sorella di Carolyn. Tutti morti.
Il Piper era diretto a Martha’s Vineyard , nel Massachusettes, dove i tre dovevano partecipare alle nozze di una cugina di John Jhon, Rory Elizabhet, la figlia più giovane di Bob Kennedy. L’aereo era stato acquistato usato dal giovane Kennedy che aveva il brevetto di pilota da soli 4 mesi. Cosa sia accaduto in quei pochi minuti di volo resta un mistero anche perchè il Saratoga non prevede la presenza a bordo della “scatola nera” che avrebbe potuto ricostruire esattamente cosa effettivamente sia successo. Il mare ha inghiottito tutto cancellando ogni possibile traccia di un attentato.
Un complotto, quindi, ai danni del giovane Kennedy? John Fitgerald Kennedy, meglio conosciuto col soprannome John John, era nato a Washington il 25 novembre del 1960. Si era laureato in legge e presto era diventato una delle figure di punta della vita americana. Era stato anche eletto da People come l’”uomo più sexy dell’anno“. Abile editore nel 1995 aveva fondato la rivista “George”. Nel 1996 aveva sposato Carolyn Besset. Presto la rivista era diventata una delle più apprezzate d’America. Il mensile parlava di politica in un modo inconsueto e a volte anche irriverente.
Un complotto, dicevamo, una tesi possibile suffragata dal fatto, come dichiarato da fonti molto attendibili e molte vicine al giovane Kennedy, che John aveva deciso di presentarsi alle vicine elezioni come Presidente degli USA. E la sua vittoria appariva certa. Avrebbe molto probabilmente battuto tutti gli avversari: Al Gore, George Bush Junior ed Elizabeth Dole.
Ma John era ossessionato dalla morte di suo padre e dello zio Robert. Una sua amica giornalista. Lauren Lawrence, all’indomani del disastro aereo, ha affermato : <.... era ossessionato dall’idea che qualcuno lo volesse assassinare>.. Gli investigatori hanno dato colpa della disgrazia alle pessime condizioni del tempo e l’inesperienza del pilota. Ma è una tesi che non convince. Secondo alcune “voci di corridoio” la morte di John era stata studiata a tavolino. Secondo questa ipotesi a bordo del Piper era stato sistemato un ordigno a tempo che avrebbe fatto esplodere l’areo nel momento in cui attraversava l’Oceano. Se questo fosse vero chi è stato ad organizzare il tutto e perchè?
E c’è ancora un’altra ipotesi altrettando inquietante. Secondo i rapporti dell’inchiesta svolta dal Cooperative Institute of Marine and Atmopheric Studies degli USA, a far precipitare il Piper è stata una nube tossica. Il veivolo ha incontrato sulla sua rotta una nube di inquinanti provocata dalle fabbriche del Midwest che funzionano ancora a carbone. La nube tossica era formata da microscopiche goccioline di acido solforico non rivelabili dai radar meteorogici. La caratteristica delle goccioline è che sono completamente oscuranti.
Il pilota, quindi, attravversando la nube, ha perso ogni visibilità essendo anche sera. La nube, sempre secondo l’inchiesta dell’Istituto, stagnava tra i 2 mila e 500 metri dal mare. Nel momento in cui John ha iniziato la manovra per l’atterraggio ne è stato immerso, perdendo ogni riferimento e molto probabilmente, preso dal panico, ha perso il controllo dei veivolo e si è schiantato sulle onde. L’impatto è stato fatale. Il suo corpo e stato trovato dopo 4 giorni ancora prigioniero della carlinga, mentre i cadaveri delle due donne, sbalzate fuori dall’abitacolo, sono stati ritrovati dopo alcuni giorni.
Cosa è veramente successo quella notte? Forse non si saprà mai. E’ la Maledizione che insegue la famiglia Kennedy?

venerdì 15 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 luglio.
Il 15 luglio 1997 viene ucciso davanti alla sua casa di Miami lo stilista Gianni Versace.
Secondo la ricostruzione della polizia del luogo Versace fu ucciso da un noto gigolò di nome Andrew Cunanan, che a sua volta si suicidò dopo aver commesso il fatto.
Sul caso Versace si è scritto e parlato tanto, ma sin dal primo momento sono stati molti i dubbi che si sono sollevati sulla veridicità della vicenda, e se per la Polizia di Miami il colpevole era il gigolò Cunanan, dello stesso avviso non erano tutti coloro che all'epoca seguirono con attenzione le indagini.
Enrico Chico Forti, italiano di origini trentine, produttore televisivo e cineoperatore d'assalto, all'epoca dell'omicidio Versace si diede un gran da fare per cercare la verità e coraggiosamente andò a ficcare il naso in luoghi del tutto proibiti riuscendo addirittura ad acquistare la casa galleggiante dove fu trovato cadavere Cunanan (casa misteriosamente affondata poco dopo).
Chico Forti, dopo aver passato mesi ad indagare, raccolse tutta la documentazione di cui era in possesso e finalmente riuscì a realizzare un importante cortometraggio dal titolo "Il sorriso della Medusa", uno speciale documentario che venne trasmesso in Italia sul Canale televisivo nazionale Raitre.
Con quel documentario Chico Forti riuscì a demolire la tesi ufficiale della Polizia di Miami, «Quello che ho dimostrato è che il Gigolò Andrew Cunanan è stato portato già morto sulla house boat. La storia del suo suicidio è solamente una farsa» dichiarò Forti.
Accuse forti che non solo misero in discussione l'intero operato del reparto di Polizia di Miami, ma anche la sua credibilità e autorevolezza, un documentario che da lì in poi aprì nuovi scenari e polemiche, basti pensare alle importanti dichiarazioni rilasciate negli ultimi anni da noti esponenti della criminalità italiana, come è il caso del super pentito della 'Ndrangheta Giuseppe Di Bella, che ha dichiarato agli inquirenti italiani che Versace non sarebbe stato assassinato da Cunanan, ma da un sicario assoldato dagli alti vertici della malavita, poiché la Versace aveva contratto molti debiti nei confronti della 'Ndrangheta a cui non era più in grado di far fronte.
Oggi la 'Ndrangheta è una delle organizzazioni criminali più potenti del mondo, negli Usa è riuscita a spodestare Cosa Nostra e si è alleata con messicani e colombiani nella monopolizzazione dell'import di cocaina per l'Europa. Per il governo di Washington rappresenta una "crescente minaccia", al pari dei terroristi di Al Qaeda, è globale e utilizza una rete molto simile a quella di Al Qaeda", spiegano i vertici dell'Fbi, citando l'ultima relazione della commissione parlamentare Antimafia.
Negli States segnati dalla recessione comprano tutto, da New York a Miami la 'Ndrangheta si è ormai allargata a macchia d'olio ed oggi in Florida è una delle poche organizzazioni criminali capace di infiltrarsi ovunque e fornire capitali in una economia fortemente in crisi. Ecco perchè le dichiarazioni rilasciate dai Boss di 'Ndrangheta non sono mai da sottovalutare, oltre a Giuseppe di Bella un altro importante esponente della criminalità calabrese di nome Coco Trovato, ha riferito alla Magistratura italiana che la 'Ndrangheta riforniva periodicamente di droga la Famiglia Versace ed ultimamente anche "Paolo Martino" un altro importante criminale della 'Ndrangheta arrestato dalla Polizia di Milano, durante l'interrogatorio con i PM milanesi, ha parlato dei suoi rapporti con il Gotha della Moda, e riferendosi a Santo Versace (fratello di Gianni) ha dichiarato "Mi ha visto crescere".
In tutto questo il quadro di informazioni che ne emerge è abbastanza fangoso, interessi economici, debiti e prestiti, il flusso di droga, intrecci e malaffare che vedono sempre e solo come protagonista la "Masoin Versace".
Un anno più tardi lo stesso Forti, autore del documentario, è stato arrestato e condannato in via definitiva all'ergastolo a Miami per l'uccisione dell'uomo da cui aveva comprato il barcone del suicidio di Cunanan.
 Insomma, sembrerebbe che il caso Versace sia stato chiuso un po' troppo in fretta, e forse non sapremo mai la verità.

giovedì 14 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 luglio.
Il 14 luglio 1789 il popolo inferocito assalta a Parigi la Bastiglia.
La Presa della Bastiglia è uno degli eventi cruciali della Rivoluzione Francese, e per gli storici rappresenta l’inizio del movimento popolare francese che scardina il vecchio regime monarchico. L’antico edificio della Bastiglia, la prigione di stato nella quale in quel momento vi erano solo sette detenuti, considerato un simbolo del potere, viene attaccato ed espugnato dai parigini in rivolta.
La Francia versava ormai da tempo in una situazione critica che investiva sia il settore economico che quello sociale: il popolo era ormai stanco degli sprechi e dei soprusi da parte del regime monarchico. Per cercare una soluzione alla crisi che diventava sempre più grave il 5 maggio 1789 erano stati convocati a Versailles gli Stati Generali, ma senza alcun esito.
Gli animi dei Francesi erano esasperati, mentre la monarchia cominciava a dare segni di cedimento. A Luglio il Ministro delle Finanze Jacques Necker fu destituito perché si era avvicinato in più occasioni alle ideologie popolari, e così avvenne con altri ministri per diversi motivi. L’episodio della Presa della Bastiglia non ebbe grandi ripercussioni, lo stesso re Luigi XVI sottovalutò le conseguenze e la portata dell’evento. Ma era chiaro a tutti che il popolo intendeva proseguire la lotta senza alcuna esitazione.
Nonostante il governatore della prigione, Bernard-Renè Jordan de Launay, avesse tentato di raggiungere un accordo con gli insorti, questi riuscirono ad entrare nella fortezza e ne seguì anche un violento scontro, nel quale persero la vita alcune persone, compreso lo stesso de Launay. I prigionieri (pare che fossero sette), furono rilasciati, mentre le guardie ricevettero atroci torture.
Successivamente all’episodio della Bastiglia i moti si protrassero fino all’agosto del 1789, un periodo molto turbolento, che proprio per questo fu chiamato “Grande Paura”. Gli scontri violenti avvenivano soprattutto nelle campagne.
Dopo il 14 luglio la Bastiglia fu lentamente smantellata e oggi, nel posto in cui sorgeva, vi è una delle piazze più famose di Parigi, “Place de la Bastille”. La prigione della Bastiglia, inaugurata da Carlo V il 22 aprile 1370, inizialmente venne utilizzata come location per feste e sontuosi ricevimenti. Poi, a partire dal XVII secolo diventò una prigione di stato che vide rinchiusi al suo interno personaggi famosi come il marchese de Sade e Voltaire.
Il 14 luglio di ogni anno il popolo francese ricorda l’episodio della Presa della Bastiglia con una festa nazionale. L’ondata rivoluzionaria partita dalla Francia aveva coinvolto anche altri Paesi europei, tanto che la Rivoluzione francese è ancora oggi considerata l’emblema della libertà e dell’indipendenza popolare.


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