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lunedì 30 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 novembre.
Il 30 novembre 1982 Michael Jackson pubblica "Thriller", l'album che nel corso degli anni ha venduto, record assoluto imbattuto e nemmeno lontanamente avvicinato, il maggior numero di copie, circa 111 milioni di pezzi.
Thriller raggiunse la vetta sulla Billboard 200 Chart e ci rimase per ben 37 settimane non consecutive; il primato per le consecutive è di 17 settimane, conseguito ben due volte. Rimase invece nella top 10 per 80 settimane e in classifica per 122 settimane (per la straordinaria durata di quasi 2 anni e mezzo). Il disco all'inizio doveva chiamarsi "Starlight" perché il titolo della title track sarebbe dovuto essere "Give Me Starlight". Da quest'album vennero estratti sette singoli tra cui Billie Jean, Beat It, ed infine l'omonima Thriller. Il primo (Billie Jean) raggiunse la prima posizione nella Billboard Hot 100 rimanendovi per sette settimane consecutive e nella R&B chart per nove settimane. Il brano è il più famoso della carriera di Jackson ed è considerato uno dei migliori nella storia della musica. Beat It raggiunse anch'essa la prima posizione sulla Billboard Hot 100 e la mantenne per tre settimane, mentre Thriller non raggiunse la vetta sulla Hot 100 bensì in quella Hot Dance Club Play rimanendovi per undici settimane. Dopo un anno dalla sua pubblicazione il disco aveva già venduto più di 27 milioni di copie, e nel 1985 venne introdotto per la prima volta nel Guinness dei primati come disco di maggior successo di sempre.
Thriller inoltre, è stato il primo e unico album della storia ad essere il best-seller americano per due anni di fila (1983-1984).
I singoli estratti dall'album vennero accompagnati da video innovativi che mutarono il concetto di video fino allora conosciuto. Un esempio di quanto detto è il cortometraggio Thriller, girato l'anno successivo l'uscita dell'album, dove Jackson con il regista John Landis realizzò quello che è di certo uno dei più famosi video della storia, un vero e proprio mini-film contornato da coreografie divenute celebri e prese ad esempio tutt'oggi da artisti e registi. Il video si fece notare anche per l'uso di effetti speciali, in uno dei quali Jackson si trasformava in lupo mannaro. Tutto ciò contribuì a lanciare Jackson ai vertici della musica internazionale.
Parte del successo dell'album è dovuto inoltre all'esibizione al 25º anniversario della Motown dove Michael Jackson si esibì in Billie Jean e lanciò il Moonwalk ovvero la celebre camminata all'indietro (successivamente usata in tutte le esibizioni live di Billie Jean).
Al disco collaborarono anche altri artisti, tra cui Paul McCartney, Toto ed Eddie Van Halen.
Nel 1984, Thriller ricevette 12 nomination ai Grammy Awards e ne vinse 8 (cifra record per un solo album).
In occasione dei 30 anni di carriera di Michael Jackson, Thriller è stato riproposto in Edizione Speciale nel 2001, con 4 Bonus Tracks ed alcune interviste rilasciate.
Il 15 novembre 2006, Thriller è stato dichiarato l'album più venduto nella storia della discografia. Il Guinness dei primati ha in seguito ufficializzato la cifra ufficiale delle vendite: 109 milioni di copie. L'11 febbraio 2008 (l'uscita era prevista per novembre 2007 e negli Stati Uniti d'America è stato pubblicato il 12 febbraio) è stato commercializzato in occasione del 25º anniversario dell'album "Thriller" un disco chiamato Thriller 25 contenente un CD ed un DVD con le tracce originali dell'album e cinque di queste tracce sono state remixate da alcuni artisti quali Akon, Kanye West e Will.i.am e oltre ai remix c'è anche la canzone inedita "For All Time" che in realtà non fa parte delle sessioni di Thriller bensì di quelle di Dangerous pubblicato nove anni dopo, ma fu scritta nel 1982 e quindi originariamente pensata per l'album Thriller; inizialmente doveva essere contenuta nell'album Thriller (la versione giapponese di "Thriller 25" contiene anche "Got The Hots") e i 3 video estratti dall'album (Billie Jean, Beat it e Thriller) più il video di Michael Jackson di "Billie Jean: Live At Motown 25: Yesterday, Today and Forever". Questa riedizione ha venduto in tutto il mondo oltre 4 milioni di copie. Nel 2008 Thriller è stato incluso nella Biblioteca del Congresso americano come "Tesoro Nazionale".
A seguito della morte di Jackson, l'album è rientrato ai primi posti in tutte le classifiche mondiali, vendendo più di 2 milioni di copie. Il successo si è conseguito anche per i singoli, i quali hanno riconquistato la vetta delle classifiche, con diverse milioni di copie vendute. A distanza di due mesi circa dalla morte del cantante, Thriller ha conquistato il suo 29º disco di platino negli Stati Uniti, eguagliando il record di album più venduto nel paese detenuto da Their Greatest Hits (1971-1975) degli Eagles.

domenica 29 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 novembre.
Tra il 29 novembre e il primo dicembre del 1781 fu compiuto il "massacro Zong", dal nome della nave negriera che ne fu il teatro.
La nave Zong aveva caricato più schiavi di quanti ne potesse trasportare in sicurezza, nel suo viaggio dall'Africa alla Giamaica cominciato il 6 settembre.
Al 29 novembre il sovraffollamento, insieme alla malnutrizione e la febbre, aveva già ucciso 7 membri dell'equipaggio e 60 schiavi. Il viaggio si stava prolungando a causa dei venti contrari e della scarsa capacità di navigazione. Il capitano Luke Collingwood sapeva di avere un numero crescente di morti e moribondi nella stiva: se li avesse consegnati e fossero morti sulla spiaggia, non vi sarebbe stato rimborso; ma in caso di morte in mare sarebbero stati risarciti dall'assicurazione della nave. Dato che, legalmente, gli schiavi erano considerati carico, la "clausola del gettare a mare" li avrebbe risarciti per 30 sterline a testa .
Collingwood radunò i suoi ufficiali e propose di gettare a mare tutti gli schiavi malati. Nonostante il disaccordo del primo ufficiale James Kelsall, il piano fu approvato e in quei tre giorni 133 schiavi furono gettati nelle fredde acque dell'Oceano Atlantico.

Più tardi si disse che quel gesto si rese necessario a causa della scarsità d'acqua, che avrebbe compromesso la sicurezza della nave per il resto del viaggio. La nave giunse invece in Giamaica il 22 dicembre con 422 galloni d'acqua rimasti.
Nessun ufficiale o membro dell'equipaggio fu né accusato né processato per l'omicidio volontario di 133 esseri umani.

sabato 28 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 novembre.
Il 28 novembre 2010 a Fort Lauderdale, in USA, moriva di polmonite Leslie Nielsen.
Canadese naturalizzato americano, Leslie Nielsen, era nato da genitori danesi e gallesi e aveva studiato alla Lorne Greene Academy of Radio Arts di Toronto prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Fratello dell'uomo politico Erik Nielsen (primo ministro del Canada dal 1984 al 1986) e nipote dell'attore premio Oscar Jean Hersholt, recitò in film drammatici e di fantascienza, come Il pianeta proibito (1956) a L'avventura del Poseidon (1972).
All'inizio della sua carriera sostenne anche un provino per far parte del cast di Ben-Hur di William Wyler, ma non venne preso. Durante gli anni '60 e nei primi anni '70 diventò una guest star televisiva, in ruoli di dottore, avvocato, o ufficiale di polizia, grazie alla sua inconfondibile chioma bianca.
Passò quindi al filone comico-demenziale degli anni '80 sotto l'egida della ditta Zucker-Abrahams-Zucker, in pellicole come L'aereo più pazzo del mondo e la trilogia di Una pallottola spuntata (1988, 1991, 1994), che parodiavano i film catastrofici, polizieschi e horror in voga nella cinematografia del periodo. In Italia è apparso in S.P.Q.R. 2000 e in 1/2 anni fa (1994) di Carlo Vanzina. Recentemente Nielsen aveva interpretato ruoli più impegnati e si era dedicato al teatro, al doppiaggio di cartoni animati e aveva prestato la voce per spot pubblicitari e programmi per l'infanzia. Senza tuttavia rinnegare la sua verve comica: negli ultimi anni aveva trovato il tempo di partecipare al terzo (2003) e quarto episodio (2006) della fortunata serie comico-parodistica Scary Movie, diretta dall'amico e mostro sacro del cinema demenziale americano David Zucker.
Tra i numerosi premi, Leslie Nielsen vantava anche una Stella nella Hollywood Walk of Fame al 6541 di Hollywood Boulevard ed era stato inserito nella Canadàs Walk of Fame. Nel 2002 era stato nominato Ufficiale dell'Order of Canada. Sposato quattro volte, aveva tre figli e otto nipoti.

venerdì 27 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 novembre.
Il 27 novembre 1971 la sonda sovietica Mars 2 raggiungeva l'orbita di Marte, dopo un viaggio di 6 mesi e 8 giorni.
La sonda aveva una massa di circa 4.650 kg al lancio (compreso il carburante) ed era alta 4,1 metri, con un diametro di circa 2 metri più due pannelli solari fotovoltaici montati ai lati di lunghezza complessiva di 5,9 metri. Nel modulo d'atterraggio era stivato un piccolo rover che avrebbe dovuto eseguire ricerche scientifiche sul suolo di Marte.
Il modulo orbitante doveva ottenere immagini della superficie del pianeta e delle sue nuvole, determinare la temperatura del pianeta, studiare la topografia, la composizione e le proprietà fisiche della superficie, misurare le proprietà dell'atmosfera, monitorare il vento solare e il campo magnetico interplanetario e marziano e funzionare da ripetitore per inviare verso la Terra i dati ricavati dal lander. Per ottemperare a ciò, la sonda fu dotata di: un radiometro all'infrarosso per i rilevamenti di temperatura, un fotometro per analizzare l'atmosfera più altri due fotometri di cui uno sensibile all'ultravioletto e uno all'infrarosso, un radiotelescopio e altri radiometri destinati a studiare la superficie planetaria. In più a bordo si trovava il sistema televisivo di ripresa e trasmissione delle immagini, in gradi di riprendere fotografie di 1000x1000 pixel con un dettaglio da 10 a 100 metri per pixel.
L'orbiter inviò a Terra una grande mole di informazioni in un intervallo di tempo tra il dicembre 1971 fino al marzo 1972, ma le comunicazioni continuarono fino al 22 di agosto, quando ufficialmente la missione terminò dopo ben 362 orbite. Le immagini e i dati inviati rivelarono la presenza di montagne alte ben 22 km, l'esistenza di tempeste di sabbia alte fino a 7 km, temperature superficiali comprese tra -110 °C e +13 °C, l'esistenza di idrogeno e ossigeno atomico nell'atmosfera superiore, una concentrazione di acqua 5.000 volte inferiore a quella terrestre, una pressione superficiale di 5,5-6 mbar e la presenza di una ionosfera a partire da 80–110 km di quota. Inoltre le immagini riprese permisero di realizzare una prima mappa della superficie marziana.
Nella missione, oltre al modulo orbitante, era previsto un secondo modulo che avrebbe dovuto atterrare sul pianeta e fare riprese ravvicinate. Purtroppo, a causa di un errato angolo di ingresso in atmosfera, il modulo precipitò al suolo e si distrusse.
I suoi resti rappresentano il primo oggetto della storia, costruito dall'uomo, che abbia raggiunto la superficie di un pianeta del sistema solare.

giovedì 26 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 novembre.
Il 26 novembre 1922, dopo due settimane di intensi, ma attenti scavi per liberare l'entrata, l'archeologo Howard Carter e il suo finanziatore Lord Carnarvon arrivarono ad aprire la porta della tomba del faraone Tutankhamon, nella valle dei Re sulla riva sinistra del Nilo all'altezza di Tebe. Avevano scoperto i gradini che portavano l'ingresso il 4 novembre, e la notizia aveva già destato l'attenzione del mondo intero: mai prima di allora era stata rinvenuta una tomba non ancora violata dai ladri, e inoltre non vi era fino ad allora alcuna certezza che questo faraone fosse veramente esistito, a causa della "damnatio memoriae" che i faraoni successivi avevano perpetrato su tutta la dinastia che aveva seguito il faraone eretico di Amarna, Ackenaton.
Quel giorno, invece, Carter tolse la prima delle pietre che sigillavano l'ingresso e illuminò l'interno con una torcia. Lord Carnarvon gli chiese: "cosa vede?"; Carter, nel meraviglioso aplomb inglese che fece notizia, rispose solo "cose meravigliose".
Ci vollero quattro anni per portare alla luce e catalogare tutto ciò che era ammassato nella tomba, e questo ci può solo far pensare a quale immensa perdita di tesori l'umanità abbia subito a causa dei furti di tutte le altre tombe dei faraoni egizi.
Tutankhamon, che morì molto giovane, a causa probabilmente delle ferite alla testa in seguito ad una caduta di cavallo, fu seppellito in fretta e furia quando la sua tomba non era ancora ultimata. Per questo motivo solo la camera sepolcrale è decorata, e tutto il corredo è stato ammassato alla rinfusa nelle stanze che la compongono.
Cofani preziosi, un trono d'oro, vasi di alabastro, bizzarre teste d'oro di animali a cui facevano da sentinella, l'una di fronte all'altra, due statue con grembiuli e sandali d'oro; e poi suppellettili, monili, 4 carri d'oro smontati perchè non potevano essere introdotti insieme, e tanto altro ancora.
Finalmente, nel 1926, fu aperta la stanza sepolcrale e il cofano d'oro che racchiudeva i resti del faraone. Furono estratte e separate quattro bare contenute una nell'altra e costituite, complessivamente, da circa ottanta pareti; il loro trasporto richiese ottantaquattro giorni di duro lavoro. L'ultima bara racchiudeva l'enorme scrigno ricavato da un unico blocco di quarzo giallo, coperto da una lastra di granito. All'interno c'erano dei lini, sotto i quali apparve il re. Non era ancora la mummia, ma il ritratto in oro del giovane faraone; la testa a tutto tondo aveva il volto in oro puro dipinto, gli occhi in aragonite e ossidiana, le palpebre e le sopracciglia in lapislazzuli; anche le mani erano a tutto tondo, il corpo, invece, lavorato a bassorilievo. Quando l'11 novembre 1927, la mummia di Tutankhamon fu resa agli studiosi, apparve subito evidente che gli oli e le resine avevano indurito e incollato tutto. Ad accezione del volto, dei piedi e delle mani che erano chiusi in involucri d'oro, l'ossidazione dei composti resinosi aveva quasi completamente carbonizzato i tessuti e le ossa.
Oggi i tesori contenuti nella tomba sono conservati al museo egizio del Cairo. Si pensi che se il piano terra contiene oggetti e manufatti relativi all'antico regno, un periodo che va dal 2700 al 2200 a.C., l'intero primo piano contiene solamente oggetti provenienti dalla tomba di Tutankhamon. La sola mummia del faraone, contenuta nel sarcofago più piccolo, è stata lasciata nella tomba, affinchè il giovane re continui per l'eternità a riposare là dove è rimasto indisturbato per oltre 3000 anni.

mercoledì 25 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 novembre.
Il 25 novembre 2004 l'allora Presidente Carlo Azeglio Ciampi, con il consenso dell'allora guardasigilli Roberto Castelli, concede la grazia a Graziano Mesina, detto Grazianeddu, il più famoso bandito della Sardegna.
Quando finisce per la prima volta in carcere, Graziano Mesina ha appena compiuto 18 anni. Una sera di maggio del 1960, per festeggiare un gruppo di ragazzi di Orgosolo che partivano per la visita di leva, gli amici, per strada, sparano con le pistole contro i lampioni. C'è anche Graziano, che viene arrestato per porto abusivo d'armi e danneggiamenti.
«Mi chiusero in camera di sicurezza. C'era una porta massiccia con uno spionciono che ogni tanto si apriva. Un bugliolo di legno. Una branda. La mattina chiesi di uscire per i bisogni fisiologici e mi accompagnarono al bagno. Con i miei scarponi da pastore tirai tre pedate alla porta. "Sta' calmo", mi disse, bonario, il carabiniere, e si allontanò fischiettando. Quella porta non voleva cedere. Era stata rimessa a posto da poco e resisteva. Mi accorsi che sotto la branda c'erano delle stecche ci ferro. Ne usai una come un piede di porco. Ricavai una fessura, l'allargai. Il muro crollò. Uscii dal portone. In casa raccolsi pane e formaggio in una bisaccia. "Me la filo", dissi a mia madre»
Era la prima delle sue nove evasioni. I guai veri cominciano pochi mesi dopo. Il 4 luglio del 1960 viene sequestrato Pietrino Crasta, un commerciante di Berchidda, piccolo paese della Gallura. Il 12 luglio una lettera anonima segnala alla questura di Nuoro che in un posto vicino a Orgosolo, Lenardeddu, c'è la prigione con l'ostaggio. Quando carabinieri e polizia arrivano, di Crasta trovano solamente il cadavere. In prigione, accusati del rapimento, finiscono tre dei fratelli Mesina: Giovanni, Pietro e Nicola, insieme ad alcuni vicini di pascolo. Graziano viene scarcerato nel gennaio del 1961, ma la sera dell'antivigilia di Natale, convinto dell’innocenza dei fratelli, entra in un bar di Orgosolo e ferisce a colpi di pistola il pastore che ha accusato la sua famiglia del sequestro e dell'assassinio di Pietrino Crasta. Torna in cella dunque con l'accusa di tentato omicidio e viene rinchiuso nel carcere di Badu `e Carros, dal quale riesce ancora una volta a scappare. E' la sera del 6 settembre 1962.
Mesina fugge e raggiunge il Supramonte di Orgosolo. Intorno all’omicidio di Crasta ad Orgosolo si era accesa una vera e propria faida: regolamento di conti legato alla gestione del sequestro e ad accuse di collaborazionismo con i carabinieri e con la polizia. Massacrato dalle fucilate, cade, nell'ottobre del 1962, anche uno dei fratelli di Graziano, Giovanni.
Mesina entra in un bar alla ricerca dei colpevoli, e spara con un mitra. Alcuni avventori sorprendono Mesina alle spalle e lo stordiscono con un colpo di bottiglia. Graziano torna in galera, viene condannato a ventisei anni. L'omicidio e l'arresto vanno sulle prime pagine dei giornali sardi e finiscono anche nelle cronache dei quotidiani nazionali. E' l'inizio di una storia che porterà Mesina a diventare una sorta di icona del banditismo sardo, la personificazione del balente, impasto di protervia e di coraggio, di crudeltà e di lealtà, di calcolo egoistico e di altruismo che non attende compensi. La Sardegna di quegli anni è una terra povera. L'attività prevalente è la pastorizia. Una pastorizia transumante, perno economico di un ordine sociale che affonda le sue radici nella storia millenaria delle zone interne dell'isola. Ma la Sardegna è anche terra che continua ad essere sfruttata e che non comprende lo stato di diritto positivo che gli viene imposto. Mesina è un balente, uno che alle leggi di uno stato che non riconosce non si piega, uno che alla prigione non si rassegna, uno che la ribellione trasformerà in capo indiscusso dell'Anonima sequestri.
Nel 1992, durante la vicenda del sequestro del piccolo Farouk Kassam, Graziano Mesina interviene in Sardegna durante uno dei suoi permessi, con la funzione di mediatore, nel tentativo di trattare la liberazione con il gruppo di banditi sardi responsabili del sequestro del piccolo ismaelita rapito a Porto Cervo il 15 gennaio e liberato a luglio. Le circostanze della liberazione non sono mai state del tutto chiarite. Alla versione della polizia e del governo, che ha sempre negato che fosse stato pagato un riscatto, si contrappone quella di Mesina ribadita in alcune interviste, secondo cui la polizia pagò circa un miliardo di lire per il rilascio dell'ostaggio, aiutando la famiglia del bambino a soddisfare le richieste dei rapitori.
Dopo la grazia Mesina lascia il carcere di Voghera ma rimane agli arresti domiciliari per 11 anni, senza mai ottenere permessi (neanche in occasione della morte della madre), per fare ritorno da uomo libero nella sua Orgosolo.
Complessivamente Mesina ha trascorso 40 anni in carcere, quasi 5 da latitante e 11 agli arresti domiciliari.
Dopo la liberazione, Mesina, tornato nella natia Orgosolo, ha intrapreso la carriera di guida turistica, accompagnando i turisti nell'esplorazione delle zone più impervie della zona, spesso teatro delle sue latitanze e delle rocambolesche fughe. Come per esempio sul Supramonte.Insieme ad altri due soci, nel 2007 ha aperto un'agenzia di viaggi a Ponte San Nicolò, in provincia di Padova.
Il 6 luglio 2015 i carabinieri del nucleo investigativo di Nuoro hanno notificato all'ex primula rossa del Supramonte un avviso di conclusa indagine per un omicidio di 41 anni fa.
Stando alle prime indiscrezioni si tratta del delitto di Santino Gungui, classe 1937, ucciso a Mamoiada a colpi di fucile calibro 16 nella notte tra il 24 e il 25 dicembre del 1974.
Gli inquirenti (l'inchiesta è coordinata dalla Procura di Nuoro) sarebbero riusciti a far luce su questo vecchio episodio grazie alle intercettazioni che due anni prima hanno portato in carcere Mesina con l'accusa di associazione per delinquere, traffico di stupefacenti e un'altra lunga serie di reati.
Nel 1974 Grazianeddu era in carcere ma - stando a quanto emerso - avrebbe commissionato il delitto di Santino Gungui per punirlo del fatto che si fosse tenuto dei soldi che avrebbe invece dovuto consegnare a suoi uomini di fiducia.
E di questo, prima del suo ultimo arresto, l'ex bandito di Orgosolo si sarebbe vantato con i complici nel traffico di droga senza sapere di essere intercettato.



martedì 24 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 novembre.
Il 24 novembre 1993 Robert Thompson e Jon Venables, inglesi, furono giudicati dalla corte suprema di Preston colpevoli dell'omicidio di un bambino di due anni, James Bulger, e condannati a 10 anni di carcere. I due, al momento della condanna, avevano 11 anni.
L'intera vicenda sconvolse l'opinione pubblica britannica quell'anno. Il 12 febbraio del 93 i due ragazzini bighellonavano in un centro commerciale di Bootle senza avere nulla da fare. Avevano giocato con la scala mobile, ed erano stati scacciati. Avevano rubato dei pupazzetti, ed erano stati scacciati. Non sapendo che fare, decisero di "prendere un bambino". La madre di James, Denise, aveva lasciato per un attimo suo figlio di 3 anni fuori dal negozio in cui era entrata, e al suo ritorno non lo vide più. I due lo avevano trascinato fuori e si erano allontanati di alcuni km. In quel giorno lo trascinarono, lo fecero cadere, lo buttarono per terra provocandogli una profonda ferita alla fronte, lo seviziarono, lo presero a calci e pugni finchè in serata decisero di abbandonarlo sui binari della ferrovia, sperando che un treno lo facesse sembrare un incidente. Un treno in effetti tranciò il piccolo, ma fortunatamente era già morto quando questo accadde.
L'opinione pubblica fu sconvolta non solo dall'efferatezza dei gesti dei due ragazzini, ma anche dal fatto che ben 38 persone nel corso della giornata avvicinarono i tre chiedendo loro se avevano bisogno di aiuto, e nessuno decise di intervenire o di accompagnarli a casa o in un commissariato, nonostante fosse evidente che il bimbo piangeva ed era ferito alla fronte.
Il processo fu svolto da una corte per adulti, le immagini mostrarono i due bambini in lacrime e sconvolti, e sembrava impossibile che potessero essere gli autori di quell'incredibile sequenza di eventi.
I ragazzi, che non testimoniarono in propria difesa, furono giudicati colpevoli e condannati alla prigionia in un carcere minorile. Il Lord Capo di Giustizia, Lord Taylor of Gosforth, giudicò successivamente che la coppia avrebbe dovuto trascorrere almeno 10 anni in custodia. Ciò fu contestato dalla Law Lords, che giudicò "illegale" per il Segretario aver deciso una sentenza minima per colpevoli al di sotto dei 18 anni d'età.
Nell'ottobre del 2000, il Capo di Giustizia Harry Woolf ridusse la sentenza minima di due anni, in ragione della buona condotta in carcere e per il rimorso mostrato negli anni della detenzione, ripristinando la sentenza originaria di 8 anni minimi di detenzione.
Nel 1999,gli avvocati di Venables e Thompson fecero appello al Tribunale Europeo dei Diritti dell'Uomo, affermando che il processo ai loro assistiti non era stato legale, dal momento che essi erano troppo giovani per essere giudicati da una corte per adulti. Lamentarono che l'atmosfera di eccessiva tensione aveva reso impossibile un equo processo. La Corte rispose favorevolmente.
Nel giugno del 2001, dopo 6 mesi di revisione, i ragazzi furono giudicati non più una minaccia per la pubblica sicurezza e poterono essere rilasciati, essendo scaduto nel febbraio di quell'anno il tempo minimo di detenzione. Il segretario David Blunkett approvò la decisione, ed essi furono rilasciati poche settimane più tardi, sotto identità segreta in base ad un programma stile "protezione di testimoni". Essi vivono sotto una "licenza a vita", che consente la loro immediata incarcerazione qualora dovessero rivelarsi nuovamente dei pericoli pubblici. Inoltre, è stato loro vietato di incontrarsi.

lunedì 23 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 novembre.
Alle 19:34 di domenica 23 novembre 1980 una forte scossa di magnitudo 6,9 sulla scala Richter, della durata di circa 90 secondi, colpì un'area che si estendeva dall'Irpinia al Vulture, posta a cavallo delle province di Avellino, Salerno e Potenza. Tra i comuni più duramente colpiti vi furono quelli di Sant'Angelo dei Lombardi, Lioni, Torella dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Laviano, Calabritto, Senerchia e altri paesi limitrofi. Gli effetti, tuttavia, si estesero ad una zona molto più vasta interessando praticamente tutta l'area centro meridionale della penisola: molte lesioni e crolli avvennero anche a Napoli interessando molti edifici fatiscenti o lesionati da tempo e vecchie abitazioni in tufo.
L'entità drammatica del sisma non venne valutata subito; i primi telegiornali parlarono di una «scossa di terremoto in Campania» dato che l'interruzione totale delle telecomunicazioni aveva impedito di lanciare l'allarme. Soltanto a notte inoltrata si cominciò ad evidenziarne la più vasta entità. Da una prospezione effettuata nella mattinata del 24 novembre tramite un elicottero vennero rilevate le reali dimensioni del disastro. Uno dopo l'altro si aggiungevano i nomi dei comuni colpiti; interi nuclei urbani risultavano cancellati, decine e decine di altri erano stati duramente danneggiati.
Al di là del patrimonio edilizio, già fatiscente a causa dei terremoti del 1930 e 1962, un altro elemento che aggravò gli effetti della scossa fu il ritardo dei soccorsi. I motivi principali furono due: la difficoltà di accesso dei mezzi di soccorso nelle zone dell'entroterra, dovuta al cattivo stato della maggior parte delle infrastrutture, e la mancanza di un'organizzazione come la Protezione Civile che fosse capace di coordinare risorse e mezzi in maniera tempestiva e ottimale. Il primo a far presente questa grave mancanza fu il presidente della Repubblica Sandro Pertini. Il 25 novembre, nonostante il parere contrario del presidente del Consiglio Forlani e altri ministri e consiglieri, Pertini si reca in elicottero sui luoghi della tragedia, ritrovando l'allora Ministro degli Esteri, il potentino Emilio Colombo.
Di ritorno dall'Irpinia, in un discorso in tv rivolto agli italiani, Pertini denunciò con forza il ritardo e le inadempienze dei soccorsi, che arriveranno in tutte le zone colpite solo dopo cinque giorni. Le dure parole del presidente della Repubblica causano l'immediata rimozione del prefetto di Avellino Attilio Lobefalo, e le dimissioni del Ministro dell'Interno Virginio Rognoni.
La ricostruzione fu anche uno dei peggiori esempi di speculazione su di una tragedia. Infatti, come testimonia tutta una serie di inchieste della magistratura, per le quali sono state coniate espressioni come Irpiniagate, Terremotopoli o il terremoto infinito, durante gli anni si sono inseriti interessi loschi che hanno dirottato i fondi verso aree che non ne avevano diritto, moltiplicando il numero dei comuni colpiti: 36 paesi in un primo momento, che diventano 280 in seguito a un decreto dell'allora presidente del Consiglio Arnaldo Forlani nel maggio 1981, fino a raggiungere la cifra finale di 687, ossia l'8,5% del totale dei comuni italiani.
Nell'inchiesta Mani sul terremoto saranno coinvolte 87 persone tra cui l'on. Ciriaco de Mita, l'on. Paolo Cirino Pomicino, il sen. Salverino De Vito, l'on. Vincenzo Scotti, l'on. Antonio Gava, l'on. Antonio Fantini, l'on. Francesco De Lorenzo, l'on. Giulio Di Donato e il commissario on. Giuseppe Zamberletti.
A 35 anni di distanza continua il finanziamento della ricostruzione da parte dello Stato, che ha raggiunto la cifra record di 32 miliardi di euro. La finanziaria del 2007 ha stanziato altri 3,5 milioni di euro all'anno da destinare per 15 anni alle zone terremotate; è tuttora operativa un'accisa di 4 centesimi di Euro per ogni litro di carburante, da destinarsi alla ricostruzione dei paesi dell'Irpinia.

domenica 22 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 novembre.
Il 22 novembre 1963 a Dallas, in Texas, il presidente americano John F. Kennedy viene assassinato mentre, insieme alla moglie Jaqueline, al governatore del Texas Connally e sua moglie, transitava in limousine nelle vie della città.
La maggior parte dei testimoni riferì di aver sentito tre spari. Responsabile dell'omicidio fu subito ritenuto Lee Harvey Oswald, un impiegato che dalle finestre della ditta per cui lavorava esplose 3 colpi di fucile verso il presidente. Lee non giunse mai a un processo perchè fu ucciso due giorni dopo da Jack Ruby, un gestore di un night club, che a suo dire lo uccise per risparmiare a Jaqueline la sofferenza di un processo.
Il vicepresidente Lyndon Johnson affidò al presidente della corte suprema Earl Warren le indagini sull'omicidio, creando la cosiddetta commissione Warren. Questa concluse che Oswald agì da solo, sparando tre colpi. Il primo a vuoto, il secondo colpì alla schiena il presidente, uscì dalla gola, entrò nella schiena di Connally, gli perforò il torace, trapassò il polso destro e si fermò nella coscia del governatore; il terzo infine colpì Kennedy in testa causandogli la ferita mortale.
Questa tesi fu considerata talmente inattendibile, soprattutto in relazione al secondo proiettile che avrebbe compiuto un percorso alquanto tortuoso nel corpo di due uomini rimanendo quasi integro, che nel 76 fu istituita una seconda commissione d'inchiesta, la quale giunse alla conclusione che ci fu un complotto, perpetrato da più uomini, e che vi fu probabilmente un quarto colpo sparato da un'altra persona.
Tuttavia l'unica posizione da cui potrebbe essere stata sparata una quarta pallottola, una collinetta erbosa nei pressi, viene mostrata da alcune istantanee scattate quel giorno, assolutamente vuota; inoltre non sono mai state trovate prove che fossero stati sparati colpi provenienti da un'arma diversa da quella usata da Oswald.
Ad oggi, non vi è alcuna certezza su come sia stato assassinato il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d'America.

sabato 21 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 novembre.
Il 21 novembre 1905 Albert Einstein pubblica su "Annalen der Physik" la teoria della relatività ristretta, rielaborando e perfezionando alcune sue memorie già pubblicate il 30 giugno dello stesso anno. Questa teoria, e più tardi la elaborazione della relatività generale, rivoluzionò il modo di vedere il mondo.
Già nella seconda metà dell'800 il mondo della fisica era in fermento: le leggi della fisica classica ad opera di Newton, universalmente accettate da tempo, cominciavano a scricchiolare da quando le teorie su Maxwell sulle onde elettromagnetiche, anch'esse ormai stabilmente accettate, ponevano problemi nei sistemi con moti relativi prossimi alla velocità della luce.
Il problema può essere semplificato con alcuni esempi: la fisica classica dice che un osservatore in movimento rispetto all'oggetto osservato, ne misurerà una velocità che è la somma algebrica delle due velocità: se una persona cammina ad una velocità di 2 km/h su un treno che viaggia a 100 km/h, un osservatore a terra misurerà la velocità della persona rispetto a lui di 102 km/h (fisica classica); tuttavia, se quel treno accende i fari, la velocità con cui si propaga la luce non diventa 300.000 km/s + 100 km/h orari del treno, ma resta 300.000 km/s. Questo fatto non è in alcun modo spiegabile con le leggi della fisica newtoniana, per cui fu postulata l'esistenza dell'etere, una materia impalpabile che dovrebbe permeare l'universo e "frenare" la luce e le onde elettromagnetiche nel loro propagarsi.
Einstein si sbarazza di tutto ciò ed esprime due postulati, poi verificati sperimentalmente:
1) Le leggi della fisica hanno la stessa forma in tutti i sistemi di riferimento inerziali;
2) La luce ha una velocità finita sempre uguale in tutti i sistemi di riferimento inerziali.

Questa teoria mette tutte le cose a posto: in sostanza con le formule della relatività ristretta, i fenomeni osservati in sistemi in movimento che siano molto al di sotto della velocità della luce (la quasi totalità delle situazioni della vita di tutti i giorni) possono essere studiati con le formule della fisica classica perchè le differenze che la relatività introduce sono talmente infinitesimali che possono essere ignorate; quando invece ci si approssima alla velocità della luce, queste differenze diventano apprezzabili e vanno calcolate opportunamente.
Tra tutti gli effetti che la relatività comporta, diventano apprezzabili il concetto di dilatazione dei tempi e contrazione delle distanze: per un osservatore che viaggi a velocità prossime alla luce, il tempo trascorre più lentamente e le distanze appaiono più corte; questo fatto, che sembra paradossale, è tuttavia stato dimostrato scientificamente calcolando la vita media di alcune particelle subatomiche, dunque è una realtà comunemente accettata.
Unitamente a queste verifiche sulla dilatazione del tempo, quando una particella viene accelerata sempre più affinché raggiunga una velocità prossima a quella della luce, l’energia spesa per tale accelerazione si trasforma in massa, cioè aumenta la massa della particella in questione. Al limite, una particella che raggiunga la velocità della luce (e non sia un fotone, cioè un quanto di luce), dovrebbe avere una massa infinita.
La relazione che lega queste grandezze è la ben nota:

E = mc^2

dove E è l’energia, m è la massa e c è la velocità della luce moltiplicata per se stessa.
Molti altri esperimenti simili hanno sempre dimostrato la totale validità di questa teoria. Altro concetto di grande importanza nella relatività ristretta è lo “spaziotempo”: in relatività ristretta, dato che il tempo non è più assoluto, non è possibile slegare il concetto di spazio da quello di tempo. Il tempo diventa quindi un’altra coordinata da aggiungere alle tre spaziali che già conosciamo.
Dal concetto di tempo relativo si passa poi alla conseguenza che la simultaneità degli eventi viene a cadere quando abbiamo sistemi di riferimento in moto relativo. Due eventi si dicono simultanei quando accadono nel medesimo istante. Nella relatività ristretta, eventi che sono simultanei se misurati in un determinato sistema di riferimento inerziale senz’altro non lo saranno più se osservati da un altro sistema di riferimento inerziale in moto uniforme.
La relatività ristretta ed ancor di più la relatività generale, che è il miglioramento di questa teoria, hanno cambiato completamente il modo di porsi davanti alla natura.

venerdì 20 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 novembre.
Il 20 novembre 1945 ebbe inizio il Processo di Norimberga, in cui vennero processati 24 grandi accusati nazisti da parte di giudici rappresentanti le 3 nazioni vittoriose (Unione Sovietica, Stati Uniti e Regno Unito), a cui si aggiunse la Francia. Gli alleati manifestarono l'intenzione di punire i crimini nazisti sin dal gennaio 1941; nell'ottobre 1942, con la partecipazione congiunta di Gran Bretagna , Stati Uniti e Unione Sovietica fu creata a Londra la Commissione interalleata per i crimini di guerra, cui fece seguito l'atto di Mosca del 30 ottobre 1943 con il quale si ponevano concretamente le basi del Tribunale Internazionale di Norimberga.
La serie di procedimenti istruiti e condotti nella città tedesca tra il 1945 e il 1946 costituisce in effetti un importante precedente per diversi ordini di motivi:
- intanto presupponeva la messa a punto di regole per la conduzione di un giudizio del tutto straordinario: il problema fu oggetto di una specifica conferenza di esperti tenuta a Londra nell'estate del 1945 e conclusasi con un accordo (8 agosto);
- quindi esigeva la determinazione dei capi di accusa sulla scorta di elementi di diritto di non scontata fondazione giuridica [dibattuti appunto a Londra e fissati in una Carta, internazionalmente riconosciuta, sottoscritta dalle grandi potenze il 6 ottobre 1945 a Berlino].
Infine doveva necessariamente assumere il difficile compito di districare i livelli di responsabilità degli imputati all'interno dell'impianto apparentemente monolitico della dittatura [in tal senso non si procedette a un esame globale, ma vennero distinti procedimenti contro grandi criminali di guerra e procedimenti contro altri protagonisti di secondo piano].
Per quanto riguarda il primo e il secondo punto, la Carta [Charter of the International Military Tribunal] aveva di fatto avallato l'iniziativa giudiziaria dei vincitori individuando tre tipi di reato perseguibili dal Tribunale Militare Internazionale: crimini contro la pace, crimini di guerra, crimini contro l'umanità.
Bisogna tuttavia osservare che nella istruzione dei processi il crimine di riferimento - per ragioni molto complesse, ma essenzialmente legate a esigenze di politica interna americana - era rappresentato dalla cospirazione alla condotta di una guerra aggressiva, mentre gli altri due apparivano accessori, in sé orrendi e giuridicamente rilevanti ma da collegare al primo, in quanto commessi nel perseguimento dell'aggressione su scala globale. In questo senso è molto chiara la prospettiva comunicata dal procuratore capo americano Jackson in una lettera al presidente Truman:
«Il nostro procedimento contro i maggiori accusati è interessato al disegno guida nazista, non agli atti individuali di barbarie o alle atrocità occorse indipendentemente da ogni piano centrale».
Sebbene il reato che l'opinione pubblica immediatamente collega al processo di Norimberga sia forse quello di crimini contro l'umanità o, come più adeguatamente si espresse il procuratore francese de Menthon, crimini contro la condizione umana, di fatto la crudeltà e ferocia dei misfatti nazisti - anche di quelli più impressionanti, documentati nel corso del procedimento, perpetrati sul corpo del popolo ebraico - nell'architettura della sentenza si iscrivevano all'interno della cornice di fondo dell'accusa: la persecuzione e lo sterminio erano stati strumenti per imporre il controllo totalitario sulla Germania prima e procedere quindi al massacro europeo. Nel dispositivo del giudizio finale si fa infatti esplicito riferimento alla connessione tra anti-Semitic policy e plans for aggressive war, così come si collegano le attività criminali delle Einsatzgruppen a quelle della Wehrmacht.
Furono portati alla sbarra, all'infuori di Hitler e degli altri responsabili nazisti che si erano sottratti al verdetto dei vincitori con il suicidio (Goebbels, Himmler, Ley) i più alti responsabili della direzione politica ed economica del Terzo Reich e i più alti quadri militari. Tra i più stretti collaboratori di Hitler uno solo, Martin Bormann, uno dei grandi assenti del processo, era stato intimo collaboratore di Hitler nel suo quartier generale durante la seconda guerra mondiale e poi era sparito nel nulla. Il tribunale ritenne che si doveva procedere contro di lui in contumacia.

I capi d'imputazione erano quattro:

(1) Cospirazione, e vale a dire la preparazione di un piano comune per l'esecuzione degli altri tre crimini successivi;
(2) Crimini contro la pace, per aver diretto guerre d'aggressione contro altri Stati, scatenando il secondo conflitto mondiale e commettendo la violazione di ben trentaquattro trattati internazionali;
(3) Crimini di guerra, per aver compiuto una serie di violazioni del diritto internazionale bellico contenuto nella Convenzione dell'Aja, per esempio attraverso i trattamenti disumani nei confronti di popolazioni civili e prigionieri di guerra (torture, schiavitù, saccheggi ecc);
(4) Crimini contro l'umanità, per aver commesso atti d'estrema atrocità nei confronti di avversari politici, minoranze razziali e di interi gruppi etnici (il genocidio degli Ebrei).

Il 10 ottobre 1946 fu emessa la sentenza della Corte internazionale che pronunciò le seguenti condanne:
- A morte: Göring Hermann, il "numero due" della Germania, il personaggio più importante del nazismo al processo. Goring, come ministro dell'interno della Prussia, istituì il Geheimes Staatspolizeiamt che successivamente divenne la Gestapo, potente polizia segreta del regime; dopo il successo nelle elezioni del 30 fu nominato Presidente del Reichstag, quindi Feldmaresciallo, comandante della Luftwaffe. Fu uno dei principali artefici della potenza militare tedesca, facendo mobilitare tutte le forze economiche dello Stato per il riarmo. Partecipò nella pianificazione delle guerre d'aggressione in violazione del Trattato di Versailles e degli altri accordi e trattati internazionali. Imputato dei capi d'accusa 1, 2, 3 e 4;
Ribbentrop von Joachim, dal 1938 al 1945 ministro degli esteri del Reich, fu protagonista del Patto nazi-sovietico del 1939 (conosciuto pure come Molotov-Ribbentrop), i cui protocolli segreti fissavano la spartizione dell'Europa centro-orientale tra Germania ed Unione Sovietica. Imputato dei capi d'accusa 1, 2, 3 e 4;
Rosenberg Alfred, ministro del Reich per le zone d'occupazione nell'Europa orientale, autore del saggio "Il mito del 20° secolo, di stampo razzista. Imputato dei capi d'accusa 1, 2, 3 e 4;
Streicher Julius, insegnante elementare, fu il violento propagandista della persecuzione degli Ebrei. Fondò nel 1923 il settimanale "Der Stürmer" del quale restò proprietario e direttore fino al 1945. Imputato dei capi d'accusa 1 e 4;
Kaltenbrunner Ernst, capo dei servizi di sicurezza del Reich. Imputato dei capi d'accusa 1, 3 e 4;
Frick Wilhelm, ex ministro degli Interni del Reich, che in questa qualità aveva introdotto una legge sulla sterilizzazione chirurgica dei malati. Imputato per i capi d'accusa 1, 2, 3 e 4;
Sauckel Fritz, procuratore generale di Hitler come responsabile per i lavori forzati di manodopera straniera. Imputato dei capi d'accusa 1, 2, 3 e 4;
Seyss-Inquart Arthur, avvocato, governatore del Reich per i territori occupati nei Paesi Bassi. Imputato dei capi d'accusa 1, 2, 3 e 4;
Frank Hans, avvocato, dal 1939 fu governatore della Polonia controllata dai nazisti e ministro della Giustizia del Reich. Soprannominato il "boia della Polonia", fu imputato dei capi d'accusa 1, 3 e 4;
Keitel Wilhelm, capo di Stato maggiore dell'OKW. Imputato dei capi d'accusa 1, 2, 3 e 4;
Jodl Alfred, generale di corpo d'armata. Capo delle operazioni militari dell'OKW (Oberkommando der Wehrmacht, che riuniva le tre Forze Armate) e consulente di Hitler. Preparò, in pratica, tutti i piani di guerra della Germania. Imputato dei capi d'accusa 1, 2, 3 e 4.
- All'ergastolo: Raeder Erich, ex comandante supremo della Marina militare, nel 1940 preparò l'attacco alla Norvegia. Fu sostituito nel 1943 dal grande ammiraglio Dönitz. Imputato dei capi d'accusa 1, 2 e 3;
Funk Walter, ministro dell'economia del Reich e dal 1939 presidente della Deutsche Reichsbank (banca centrale del Reich). Imputato dei capi d'accusa 1, 2, 3 e 4;
Hess Rudolf, il delfino di Hitler, ad Auschwitz sperimentò lo sterminio di massa nelle Camere a gas con lo Zyklon B (Pietruzze imbevute di Acido Cianidrico) fu imputato dei capi d'accusa 1, 2, 3 e 4;
- A 20 anni di reclusione: Speer Albert, architetto, ministro del Reich per l'armamento e le munizioni. Imputato dei capi d'accusa 1, 2, 3 e 4 ;
Schacht Horace Greely Hjalmar, banchiere, presidente della Reichsbank e ministro dell'economia, poi sostituito da Funk. Dal 1944 nel Campo di concentramento di Flossenbürg. Imputato dei capi d'accusa 1 e 2.
- A 15 anni di reclusione: Neurath von Konstantin, primo ministro degli esteri di Hitler e poi protettore del Reich per la Boemia e la Moravia. Imputato dei capi d'accusa 1, 2, 3 e 4.
- A 10 anni di reclusione: Dönitz Karl, grande ammiraglio, comandante della Kriegsmarine (la flotta da guerra), fu il successore di Hitler; alla sua morte costituì un governo che ebbe come compito principale quello di firmare la resa (il 7 maggio 1945). Imputato dei capi d'accusa 1, 2 e 3.
- Assolti : Schacht Horace Greely Hjalmar, banchiere, presidente della Reichsbank e ministro dell'economia, poi sostituito da Funk. Dal 1944 nel campo di concentramento di Flossenbürg. Imputato dei capi d'accusa 1 e 2;
Papen von Franz, vicecancelliere nel primo gabinetto Hitler del 1933, successivamente ambasciatore a Vienna ed Ankara. Imputato dei capi d'accusa 1 e 2;
Fritzsche Hans, giornalista; dal maggio del 1933 direttore delle informazioni presso il servizio stampa del ministero della propaganda, fu soprattutto accusato come "fantasma" del suo superiore, Goebbels, il ministro della propaganda del Reich. Imputato dei capi d'accusa 1, 3 e 4.
II 15 ottobre 1946 nella prigione di Norimberga furono eseguite le condanne a morte; Goring si suicide , dopo la condanna. Numerose altre condanne furono emesse da tribunali militari delle singole potenze d'occupazione della Germania, soprattutto da corti americane, ma all'inizio degli anni cinquanta le circostanze della guerra fredda arrestarono I'opera dei tribunali alleati e introdussero larghe amnistie per le condanne gia emesse. Soltanto alla fine del 1958 la giustizia tedesca cominciò a lavorare in modo coordinato sui grandi crimini nazisti.


giovedì 19 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 novembre.
All'alba del 19 Novembre 2005 ad Haditha, in Iraq, il caporale Miguel Terrazas, marine di vent'anni, resta ucciso dall'esplosione di un ordigno rudimentale nascosto lungo il ciglio della strada che percorreva di pattuglia.
Altri due commilitoni restano feriti. I suoi compagni sono furiosi: fermano un taxi e uccidono quattro studenti e l'autista. Dopo si dividono: entrano in quattro case nelle vicinanze e uccidono sette membri della stessa famiglia, i Waleed, nella prima (tra loro due donne e una bambina) e otto persone nella seconda, quella della famiglia Younis (tra loro sei donne). Ma la voglia di vendetta non è ancora appagata. Entrano in una terza e in una quarta casa, che appartengono alla stessa famiglia, gli Ayed. Vengono uccisi quattro uomini. A quel punto, rientrano alla base. Un gruppo di superiori viene a sapere della strage, e decide di inviare una squadra sul posto per fare pulizia e nascondere le prove dell'eccidio, tentando d'insabbiare la vicenda.
Poteva essere l'ennesima strage di civili nascosta agli occhi indiscreti delle opinioni pubbliche occidentali, ma i marines non hanno fatto i conti con la piccola Iman, 10 anni, sfuggita alla strage. La sua testimonianza, il 27 Maggio 2006, viene raccolta dall'inviato del quotidiano britannico The Times e pubblicata. Il mese dopo, il quotidiano Usa New York Times intervista un generale dei marines, che ammette come alcuni alti ufficiali si fossero resi conto subito della gravità dei fatti, ma non diedero luogo a nessuna inchiesta. I cittadini statunitensi ed europei s'indignano. Il Pentagono recita il tormentone delle 'mele marce', ma il bubbone è esploso ed è troppo tardi per fermarlo. I militari saranno processati da una Corte Marziale Usa, per quanto gli iracheni avrebbero tutto il diritto di processarli loro, e rischiano la pena di morte. Ma i mesi passano, e le opinioni pubbliche si distraggono. Per quella strage di 24 civili innocenti due dei sei imputati, il caporale Justin Sharratt e il capitano Randy Stone, non saranno processati. Il primo era accusato di aver ucciso tre persone, il secondo di non aver fatto il suo dovere punendo i colpevoli dell'eccidio. La decisione è stata presa dopo aver analizzato il dossier curato dal colonnello Paul Ware, che in un rapporto di 18 pagine, reso pubblico il 12 luglio 2007, ha sostenuto come nel caso del caporale Sharratt le 'prove scientifiche siano troppo deboli'. Un altro soldato, il sergente Sanick De la Cruz, era stato completamente scagionato dalle accuse già ad aprile. Il 18 settembre 2007 le accuse contro il capitano Lucas McConnell furono ritirate in seguito all'immunità garantita per la sua cooperazione alle indagini. Il 28 marzo 2008 caddero le accuse contro il tenente Stephen Tatum. Il 17 marzo 2009 il tenente colonnello Jeffrey Chessani fu dichiarato innocente. Tutti i marines responsabili della strage sono tornati alla loro vita. Iman ha perso i nonni, i genitori, due zii e un cuginetto di quattro anni.
Sulla vicenda il regista Nick Broomfield diresse un film (Il massacro di Haditah, titolo originale "Battle for Haditha") uscito nelle sale il 14 dicembre 2007.

mercoledì 18 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 novembre.
Secondo la leggenda, il 18 novembre 1307 Guglielmo Tell scagliò la freccia colpendo la mela posta sulla testa di suo figlio.
Guglielmo Tell nacque e visse a Bürglen, nel Canton Uri, a ridosso del massiccio del San Gottardo.
Padre di famiglia, cacciatore abile nell'uso della balestra, il 17 novembre del 1307 si recò nel capoluogo regionale, Altdorf. Mentre passava sulla pubblica piazza ignorò il cappello imperiale fatto fissare in cima ad un'asta, alcuni mesi prima, dal balivo Gessler (l’amministratore locale degli Asburgo). Il cappello, simbolo dell’autorità imperiale, doveva assolutamente essere riverito da chiunque passasse. Chi non s'inchinava rischiava la confisca dei beni o addirittura la morte. Siccome Tell non riverì il cappello si ritrovò nei guai. Il giorno dopo venne citato in piazza; davanti a tutti dovette giustificare il suo agire.
In cambio della vita, il balivo Gessler gli impose la prova della mela che, posta sulla testa del figlioletto Gualtierino, avrebbe dovuto essere centrata dalla freccia della sua balestra. La prova riuscì a Tell ma, nel caso qualcosa fosse andato storto, Guglielmo aveva nascosto una seconda freccia sotto la giacca, pronta per il tiranno. Questo costò a Tell la libertà, egli venne arrestato e portato in barca verso la prigione di Küssnacht. Improvvisamente sul lago si scatenò una tempesta e i suoi carcerieri liberarono Tell, abile timoniere, per farsi aiutare. Arrivati vicino alla riva, a metà strada tra Altdorf e Brunnen, Tell con un balzo saltò dalla barca sulla riva e, con una possente spinta, rimandò l'imbarcazione verso il largo.
Il terzo giorno, presso Küssnacht, nascosto dietro ad un albero ai lati della «Via cava» che dal Gottardo conduce a Zurigo, Tell si vendicò uccidendo Gessler.
Secondo la tradizione, il 1 agosto del 1308 avvenne così la liberazione della Svizzera originaria. Il popolo, venuto a conoscenza delle gesta di Tell, insorse assediando i castelli e cacciando per sempre i balivi dalle loro terre.
Inoltre l'arciere avrebbe partecipato alla battaglia di Morgarten a fianco dei Confederati (Uri, Svitto e Untervaldo), conclusasi con la vittoria di questi ultimi contro gli Asburgo nel 1315.
Guglielmo Tell visse nel rispetto e nell'ammirazione delle genti, fino all'estate del 1354, quando, a causa di una tempesta, l'eroe elvetico sacrificò la sua vita per aiutare un bambino trascinato dal torrente Schächen in piena.
Non esistono prove sulla storicità di questo personaggio, anche se la sua vicenda è legata alla nascita della prima Confederazione Svizzera, che risale infatti a prima, al primo agosto 1291. Tuttavia secondo gli archeologi il patto del 1291 non determinò l'immediata cacciata degli austriaci che abbandonarono i loro castelli soltanto nel XV secolo.
La vicenda di Guglielmo Tell fu poi rispolverata durante il romanticismo come simbolo della lotta per la libertà personale e politica grazie a Friedrich von Schiller e al suo dramma Wilhelm Tell del 1804.

martedì 17 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 17 novembre.
Il 17 novembre 1869 fu inaugurato in Egitto il Canale di Suez.
Nessuno è mai riuscito a calcolare il prezzo di vite umane di quelle grandiose costruzioni dell'antichità che furono le piramidi d'Egitto. Si sa invece con sufficiente precisione quanti fellah, cioè proletari contadini egiziani, siano morti per fatica e malattia durante il taglio del Canale di Suez. Nel 1956, quando il canale venne nazionalizzato dall'Egitto, il Governo del Cairo rese nota la cifra, impressionante, di 120 mila vittime, il prezzo del progresso come lo si intendeva nell'Ottocento, quando i Paesi colonialisti poco si curavano delle perdite e delle sofferenze umane.
L'idea di un canale che congiungesse il Mediterraneo con il Mar Rosso non era nuova. Già i faraoni erano riusciti a collegare i due mari sfruttando i bracci del Nilo: un tortuoso corso d'acqua che rimase in funzione per oltre un millennio e mezzo, finchè venne abbandonato alle sabbie del deserto. A riaprirlo per qualche tempo furono in seguito i soldati romani di Traiano, cui successero gli arabi del califfo Ibn el-Khattab nel settimo secolo dopo Cristo. Ma dopo il 1200 la zona venne conquistata dai Mamelucchi turchi, che non si curarono di difendere il canale. Questo rimase nuovamente interrato; e così lo trovarono i tecnici europei che, passata la prima metà dell'Ottocento, tornarono a occuparsi del problema.
In quell'epoca molti erano convinti che l'impresa fosse irrealizzabile perchè, secondo le stime dei tecnici al seguito di Napoleone, fra il Mediterraneo e il Mar Rosso c'era una differenza di livello di nove metri. Fu facile dimostrare che i due mari erano alla stessa quota.
Per cominciare la gigantesca opera bisognò attendere che si fosse almeno in parte sopita la rivalità tra Francia e Inghilterra, che erano, con la Germania, le maggiori potenze europee. Gli inglesi non volevano il canale e si battevano per una semplice ferrovia; inoltre ritenevano che lo sforzo si sarebbe risolto in un enorme sperpero di denaro, senza alcun successo pratico. Anche i turchi appoggiavano gli inglesi, in parte per ragioni tecniche, in parte perchè non volevano influenze francesi nella zona.
Ma Ferdinand Lesseps, che aveva iniziato la sua carriera come diplomatico, riuscì a far firmare un accordo. Parigi avrebbe fornito i tecnici, le macchine e i capitali necessari; l'Egitto avrebbe concesso la propria mano d'opera: quei fellah destinati a pagare molte volte con la vita il loro sforzo. I lavori andarono avanti fra tremende difficoltà: per 10 anni i progressi furono limitati. Nel 1865 un'epidemia di colera, portata dai pellegrini della Mecca, contribuì a decimare le file dei lavoratori, tanto che il Governo del Cairo ne sospese il reclutamento forzato. Gli egiziani vennero così rimpiazzati da italiani, slavi, spagnoli, greci, sempre con l'ostilità dichiarata della Gran Bretagna.
Per ultimare le opere bisognò attendere fino al 1869. In marzo fu abbattuto l'ultimo diaframma di terra e le acque del Mar Rosso si confusero con quelle del Mediterraneo. In novembre, il giorno 17, si ebbe finalmente l'inaugurazione ufficiale. Da Parigi arrivò l'imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III, che non sapeva di dover abdicare appena un anno dopo, in seguito alla rovinosa guerra con la Germania. Al fianco del corteo di cammelli cavalcava un signore in cilindro, montato su un purosangue arabo. Era Lesseps, il trionfatore. Fu scomodato, come si sa, anche il sommo Giuseppe Verdi, che per l'apertura del canale compose l'Aida, rappresentata al Cairo con enorme successo.

lunedì 16 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 novembre.
Il 16 novembre 1940 i nazisti completano il muro con cui isolarono il ghetto di Varsavia, il più grande d'Europa.
Già prima della guerra a Varsavia, come in tante città europee, esisteva un ghetto ebraico, cioè una zona della città in cui la popolazione ebraica tendeva a vivere riunita, come oggi accade anche per tante comunità quali cinesi, italiani, filippini, ecc.
Il ghetto di Varsavia era una zona molto limitata della città, priva di spazi verdi, con case molto fitte. All'inizio del conflitto mondiale questa zona di soli 10 kmq contava oltre 400.000 persone, che divennero circa 500.000 a causa della decisione dei nazisti di concentrare tutti gli ebrei in una sola zona "per evitare rischi di epidemie in città".
Così, in una città di circa un milione di abitanti, la metà di essi era costretta a vivere in una zona grande un ventesimo.
Nel 1940 le restrizioni al libero movimento al di fuori del ghetto si inasprirono, fino alla decisione di costruire un muro che lo cingesse tutto, completato il 16 novembre.
Le condizioni di vita, già pessime di per sè, peggiorarono quando furono razionati gli alimenti: si pensi che la razione quotidiana di calorie era così stabilita: 2.310 calorie ai tedeschi, 1.790 agli stranieri, 634 ai polacchi e 184 agli ebrei. Un'epidemia di tifo e tubercolosi si diffuse rapidamente, che decimò gli abitanti: si parla di circa 2000 decessi al mese. Nel 42 iniziarono i rastrellamenti da parte delle SS, per portare gli ebrei nei campi di prigionia e sterminio. Le morti per colera e le deportazioni ridussero nel 43 gli abitanti del ghetto da mezzo milione a 70000; nel 43 la popolazione del ghetto si rivoltò ai suoi aguzzini; ad aprile fu inviato, su ordine di Himmler, il Brigadeführer Jurgen Stroop, col compito di annientare il ghetto di Varsavia in modo che per il 20 aprile, compleanno di Hitler, questi potesse festeggiare la fine degli ebrei di Polonia. Il compito fu più difficile del previsto, e solo il 16 maggio, dopo più di un mese in cui i nazisti setacciarono il ghetto casa per casa, distruggendo abitazioni, passaggi sotterranei, trincee, combattendo contro ogni uomo ad uno ad uno, Stroop potè comunicare a Berlino che "il quartiere ebraico non esiste più" e fu fatta saltare la sinagoga della città. In 3 anni, una popolazione di circa mezzo milione di persone fu completamente annientata.
La "Via della Memoria", all'interno dell'antico ghetto, ricorda oggi le atrocità commesse in quegli anni. Si parte dal Monumento agli Eroi del Ghetto, eretto nel 1948 dallo scultore Natan Rapaport e dall'architetto Marek Suzin. Il monumento rappresenta uomini, donne e bambini che lottano tra le fiamme che lentamente divorano il ghetto e una processione di ebrei condotti ai campi di concentramento dalle baionette naziste.
Il percorso della Via della Memoria è segnato da 16 blocchi di granito, con iscrizioni in polacco, yiddish ed ebraico, che commemorano i 450.000 ebrei uccisi nel ghetto e gli eroi della rivolta.

domenica 15 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 novembre.
Sul calar del sole del 15 novembre 1325 a Zappolino, paesino dell'appennino bolognese, si svolse una cruenta battaglia tra bolognesi e modenesi, che vide schierati circa 30000 fanti e 2000 cavalieri per i Bolognesi, contro 5000 fanti e 2000 cavalieri per i modenesi, molti di questi di provenienza germanica e quindi piuttosto esperti d'arte militare.
I modenesi, ghibellini, erano schierati all'incirca sul pianoro dove oggi sorge l’abitato della Ziribega, mentre i bolognesi, guelfi, si trovavano all'inizio del pendio che dalla Bersagliera sale verso Zappolino, denominato " Prati di Soletto ", tenendo alle loro spalle il castello.
I bolognesi non ebbero molto tempo a disposizione per organizzare le truppe, avendole richiamate in tutta fretta da Bazzano e da Ponte Sant' Ambrogio, dove i modenesi le avevano attirate con alcuni stratagemmi; lo scopo era quello di fermare l'avanzata del nemico verso Monteveglio, dove si stava cercando di riconquistare il castello, e probabilmente di difendere la roccaforte di Zappolino.
I modenesi, agli ordini di Passerino Bonacolsi, attaccarono, guidati da Azzone Visconti dal Marchese Rinaldo d’Este, i cavalieri delle prime linee bolognesi, mentre la cavalleria di Gangalando Bertucci di Guiglia, attaccò sul fianco, arrivando dalla parte di Oliveto. Alle manovre prese parte anche Muzzarello da Cuzzano, esperto del territorio come Gangalando, nonché signore dell’omonimo castello, situato a poca distanza dal luogo della battaglia.
La battaglia fu molto breve, circa un paio d’ore, ma si concluse con la terribile disfatta dell'esercito bolognese; infatti, nonostante la superiorità numerica, le truppe prese di sorpresa dall'attacco laterale, si diedero alla fuga, molti uomini ripararono all'interno del castello di Zappolino, altri in quello di Oliveto, altri ancora, raggiunsero, inseguiti, Bologna e qui trovarono rifugio entrando dalla porta S. Felice. I morti furono più di duemila. I modenesi giunsero fino alle porte di Bologna, distruggendo al loro passaggio i castelli di Crespellano, Zola, Samoggia, Anzola, Castelfranco, Piumazzo e la chiusa del Reno presso Casalecchio, che consentiva, come oggi, la deviazione delle acque del fiume verso la città.
Non tentarono però l'assedio della città, ma si limitarono a schernire per alcuni giorni gli sconfitti correndo quattro palii fuori le mura e alla fine tornarono a Modena portando in trofeo una secchia rubata in un pozzo, tuttora esistente sotto un tombino fuori porta S. Felice. A seguito di tale episodio e forse grazie anche al poema del Tassoni che ne narra in chiave eroicomica gli eventi, questo avvenimento è oggi chiamato “La battaglia della secchia rapita”.
Alcuni mesi più tardi, nel gennaio 1326, la pace firmata dalle due parti vide la restituzione dei terreni e dei castelli conquistati dai ghibellini ai bolognesi, probabilmente in cambio di denaro, passato nelle mani di Passerino Bonacolsi. Il sacrificio di oltre duemila uomini si rivelò dunque del tutto inutile.

sabato 14 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 novembre.
Il 14 novembre 1889 Nellie Bly, pseudonimo della giornalista Elizabeth Jane Cochran, inizia un viaggio intorno al mondo, nel tentativo di compierlo in meno di 80 giorni ricalcando il romanzo di Verne. Ma facciamo un passo indietro.
Nel 1885 una giovane donna di nome Elizabeth si presenta a uno stupefatto George Madden, direttore del «Pittsburgh Dispatch», dicendo di accettare la sua proposta di lavoro.
Qualche settimana prima era apparso sul giornale un articolo intitolato A cosa servono le ragazze (What Girls Are Good For). Erasmus Wilson, uno dei più famosi editorialisti di Pittsburgh, scriveva che le donne appartengono alla sfera domestica e il loro compito era cucire, cucinare e crescere i bambini: quelle che lavoravano erano una mostruosità. Al giornale piovono lettere di protesta. Una, firmata Little Orphan Girl, colpisce Madden per la sua forza e intelligenza. Certo che sia scritta da un uomo, Madden pubblica un annuncio sul giornale proponendogli un lavoro. A presentarsi è la 21enne Elizabeth Cochran, nata nel villaggio di Cochran’s Mills.
Michael Cochran, suo padre, da umile aiutante di un mugnaio era divenuto un ricco possidente quando, vedovo e con 10 figli, sposò Mary Jane. La terza dei cinque figli della coppia era Elizabeth, soprannominata Pink perché la madre la vestiva solo di rosa.
Quando il padre muore senza lasciare testamento Elizabeth ha sei anni: Mary Jane e i suoi 5 figli, senza soldi, dovettero lasciare la loro casa. La giovane vedova si risposa e si trasferisce a Pittsburgh, ma il marito beve ed è violento. Per poter divorziare Mary Jane deve provare in tribunale gli abusi. Testimonia anche Elizabeth: «Il mio patrigno ha sempre bevuto. Ha un pessimo carattere da ubriaco, ma anche da sobrio».
A 15 anni Elizabeth studia all’Indiana Normal School: vuole diventare maestra, fra le poche professioni aperte alle donne. Non è brillante, ma ama scrivere ed è triste quando, dopo soli sei mesi, non ci sono soldi per pagare la retta. Torna dalla madre, che gestisce una piccola pensione. Cerca lavoro, ma è quasi impossibile per una donna trovare un lavoro rispettabile. Quando arriva l’opportunità di lavorare al «Dispatch» non se la fa sfuggire e riesce a convincere Madden ad assumerla. Ma per una donna è sconveniente essere una giornalista, per questo inventa il nome d’arte di Nellie Bly .
Nei suoi articoli la ragazza parla di lavoratrici sfruttate, lavoro minorile, salari e mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro. Quando lo stato della Pennsylvania vuole modificare le leggi sul matrimonio e sul divorzio, limitando ancora di più la libertà delle donne, Nellie decide di contrastarla intervistando donne che avevano divorziato.
Nellie Bly diventa famosa a Pittsburgh, ma insieme alla fama arrivano i problemi. Il mondo degli affari e dell’industria minaccia di non finanziare più il giornale se le inchieste continuano. Nellie viene relegata alle pagine di giardinaggio e di moda, finché non convince Madden a inviarla come corrispondente in Messico. Fra 1886 e 1887 racconta le storie di povertà e di corruzione del paese. Dopo soli sei mesi il governo messicano la espelle: ha pubblicato la storia di un giornalista imprigionato dal presidente Porfirio Diaz per aver criticato il governo. Nellie ritorna al «Dispatch» e alle pagine di giardinaggio, ma per poco. Nel 1887 lascia un biglietto a un suo collega «Caro Q.O., me ne vado a New York. Sentirai parlare di me presto. Bly».
È a New York che Nellie Bly diventa famosissima come pioniera del giornalismo investigativo. Si presenta a Joseph Pulitzer e lo convince ad assumerla in uno dei più importanti quotidiani della città, il «New York World».
La sua prima inchiesta riguarda gli istituti psichiatrici. Nellie si finge mentalmente disturbata e riesce a farsi ricoverare per alcuni giorni nel manicomio femminile di Blackwell’s Island. In Dieci giorni in Manicomio racconta di come le donne internate subissero soprusi e violenze. Il cibo era rancido e molte pazienti avevano solo lievi problemi fisici mentre altre erano state internate per volontà dei familiari. L’inchiesta causa scalpore e porta alla riforma degli istituti di cura mentale nello stato di New York.
L’attività giornalistica di Nellie è molteplice: si fa arrestare per raccontare la condizione delle detenute nelle prigioni, narra storie di donne che lavorano nelle fabbriche o come domestiche e serve, intervista personaggi noti e segue tutti gli avvenimenti più “caldi”: nel 1894 a Chicago è l’unica reporter che racconta lo sciopero delle Pullman Railroads dalla prospettiva dei lavoratori. In tutte le storie che segue Nellie infonde sempre la sua personalità, le sue reazioni, i suoi sentimenti e anche le sue idee su come migliorare ogni situazione. In quel periodo un altro quotidiano, il «New York Journal», la incorona “migliore reporter d’America”.
L’apice della fama lo raggiunge nel 1889 quando Nellie, che aveva appena letto il Giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne, suggerì a Pulitzer di finanziarle il giro del mondo. Il 14 novembre 1899 Nellie Bly lascia New York e viaggia via nave, treno e a dorso d’asino. Il «New York World» pubblica ogni giorno i suoi articoli e un gioco dell’oca intorno al mondo per i lettori. Più di un milione di persone partecipa alla lotteria istituita da Pulitzer per indovinare l’attimo in cui Nellie avrebbe rimesso piede a New York.
Il 25 gennaio 1890 alle 15:51 migliaia di persone festeggiano la fine del viaggio e il suo record: in 72 giorni, 6 ore, 11 minuti e 14 secondi Nellie Bly ha completato il giro del mondo.
Nel 1895 la trentenne Elizabeth lascia il giornalismo per sposare Robert Seaman, milionario industriale dell’acciaio che ha 40 anni più di lei. Alla morte del marito nel 1904 Elizabeth prende le redini delle aziende. Nelle sue fabbriche ci sono ambulatori medici e biblioteche, si fa attività fisica e corsi per insegnare agli operai a leggere e a scrivere. Ma dopo pochi anni dichiara bancarotta e per sfuggire ai creditori si rifugia in Svizzera.
È il 1914 e quando scoppia la prima guerra mondiale Nellie Bly ritorna al giornalismo: è l’inviata di guerra dal fronte austriaco per il «New York Evening Journal». Sul fronte francese è reporter di guerra anche Edith Wharton. Nellie racconta i corpi spappolati, i volti terrorizzati con grandi occhi infossati che la seguono ovunque sotto un’artiglieria incalzante e ossessiva, mentre lei scivola nel fango, coperta, come i soldati, con pesanti mantelli militari.
Una volta rientrata a New York continua l’attività giornalistica collaborando per il New York Journal e usando la sua influenza per trovare case ai bambini abbandonati.
Muore nel 1922 per una polmonite, a 57 anni.


venerdì 13 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 novembre.
Il 13 novembre 1974 Ronald De Feo Junior, un giovane americano di 24 anni, si presentò in un bar di Amityville, nello stato di New York, per chiedere aiuto: a casa sua erano stati trucidati i suoi genitori. I soccorritori fecero la macabra scoperta di trovare i coniugi DeFeo e 4 dei loro figli di 18, 13, 12 e 9 anni uccisi a colpi di fucile nel loro letto. Il solo Ronald era sopravvissuto.
Ronald De Feo Senior, il padre, che se ne rendesse conto o meno, incarnava il sogno americano.
Era il simbolo vivente di come un discendente di immigrati italiani, residente nella popolare Brooklyn, potesse arrivare in alto, lasciandosi alle spalle ogni preoccupazione economica.
Certo, prima di arrivare all'agiatezza, Ronald aveva dovuto lavorare duramente, nell'azienda del suocero.
Una vita di sacrifici, una vita faticosa.
Alla fine però, il frutto del suo lavoro aveva preso forma. La forma di un'elegante casa a due piani, spaziosa e luminosa, nella deliziosa Amityville, una piccola comunità a Long Island, a solo un'ora dalla giungla di  New York.
Dunque, l'appartamento angusto di Brooklyn  diventa un ricordo quando Ronadl De Feo compra quella casa al numero 112 di Ocean  Avenue. E quella casa ha una tale importanza simbolica per De Feo che viene chiamata "High Hopes" ovvero "Grandi Speranze".
Dall'esterno, Ronald De Feo, sua moglie Louise ed i suoi figli sembrano una famiglia benestante come tante altre: molto unita e tradizionale.
I De Feo hanno una bella casa, una barca, nessuna preoccupazione economica. Cosa si potrebbe desiderare di più? Ma come spesso accade, viste da lontano le cose sembrano migliori. Da vicino invece, il loro splendore si attenua, spento da una realtà piuttosto grigia. E grigia, difficile è la vita della famiglia De Feo vista dall'interno: il capo famiglia ha un temperamento difficile, irascibile, violento. Le liti tra lui e la moglie Louise sono frequenti e spesso degenerano.
Con i figli, Ronald De Feo Senior usa sempre toni che non ammettono repliche. Tra i ragazzi De Feo, ce n'è uno che proprio non riesce a piegarsi al temperamento paterno. E' il maggiore, che porta lo stesso nome dell'odiato padre: Ronald De Feo Junior, meglio noto come Ronnie o "Butch".
Se nell'infanzia "Butch"- ragazzino timido e sovrappeso- è impotente di fronte agli scatti d'ira paterni, una volta divenuto adolescente non è più disposto a subire ordini, urla, rimproveri. Butch sviluppa egli stesso un carattere violento e ribelle e comincia, prestissimo, a fare uso di vari tipi di droghe. Ronald De Feo Sr si rende conto- pur avendo egli stesso non pochi problemi relazionali- che il figlio ha un carattere estremamente problematico, al punto da rendere necessaria una terapia psichiatrica. Butch però è poco collaborativo ed i soldi spesi in terapie non sono ben spesi. Ronald De Feo Sr allora cambia strategia e quei soldi, molti soldi, comincia a darli direttamente al suo ragazzo. E non si tratta di pochi dollari, ma di somme di tutto rispetto con cui Butch può mantenere la sua auto, uscire, comprare droga e sì, anche armi. Ronnie Butch De Feo è l'unico tra i suoi fratelli ad avere una stanza per sè e qui nasconde pistole e fucili, di cui è appassionato collezionista. E' un ragazzo difficile Ronnie e quando finisce la scuola, a diciott'anni, inizia a creare non pochi problemi anche nell'azienda paterna, in cui viene assunto seppur non con grandi responsabilità.
Ronald De Feo Sr capisce che denaro e permessività assoluta non sono stati un buon metodo educativo il giorno in cui, mentre sta litigando ferocemente con la moglie, si ritrova davanti il figlio maggiore che sta puntandogli un fucile contro. Il ragazzo non ha cercato di interrompere la lite, riportando l'ordine. L'obiettivo di Butch è di mettere fine alle grida dei genitori semplicemente sparando al padre a sangue freddo ma, per qualche oscuro motivo, l'arma non spara.
Ronald De Feo Sr è salvo ma quell'episodio non lascia presagire nulla di buono.
Intanto, Ronnie Butch- consumatore di speed ed altre droghe- manifesta comportamenti iper aggressivi anche all'esterno delle mura familiari. L'apice dell'odio tra padre e figlio viene raggiunto nel 1974, quando Butch-Ronnie ha ormai  ventitre anni. L'essersi lasciato gli anni da teenager alle spalle non ha cambiato Ronnie, che continua a combinare guai. Quando un incauto impiegato affida allo scapestrato ragazzo il compito di depositare denaro ed assegni dell'azienda di famiglia, Butch finge- con l'aiuto di un amico- d'essere stato rapinato. La polizia lo interroga, vuole vederci chiaro. Ronald De Feo Sr è sconvolto dall'atteggiamento del figlio, che si contraddice e si mostra poco collaborativo con gli agenti, come se risolvere un grave furto ai danni dell'azienda di famiglia non gli interessasse. Non è difficile intuire che, dietro la fantomatica "rapina" c'è in realtà lo stesso Butch. "C'è il demonio in te", grida Ronald a quel figlio ribelle che non manca di rispondergli per le rime. "Ti ucciderò", urla Ronnie all'ingombrante padre.
Quelle non sono solo parole dettate dalla rabbia. Quella è una promessa. Una promessa che Ronnie "Butch" mantiene, nelle primissime ore del 13 Novembre 1974.  Butch- che ha fatto uso di droghe- siede davanti alla tv mentre l'intera famiglia è a letto. Ad un tratto, mentre guarda la tv, gli sembra di udire i suoi familiari che complottano contro di lui. Una forza misteriosa ed irrefrenabile- come racconterà- lo spinge a prendere uno dei suoi amati fucili e ad uccidere tutti i suoi familiari. A morire per primi sono i genitori, colpiti a morte nella loro camera da letto. Poi tocca ai fratellini Marc (di dodici anni) e John Matthew (di nove). Infine Butch fucila le sorelle: la tredicenne Alison e la diciottenne Dawn.
Le vittime saranno ritrovate tutte distese nei loro letti. Solo Louise- la madre di Butch- e la giovane Dawn- sorella cui Butch era molto legato- sembrano aver avuto il tempo di rendersi conto di quel che stava accadendo. Le altre vittime giacciono a pancia sotto, come se stessero dormendo profondamente.
Butch non confessa subito. Si finge sorpreso e sconvolto dalla tragedia, esce in strada a chiedere aiuto, ai poliziotti racconta di un italiano che ce l'avrebbe avuta con la sua famiglia in seguito ad una lite. In un primo momento, si pensa addirittura a mettere in sicurezza in ragazzo perchè, Dio non voglia, potrebbe essere il prossimo obiettivo. Poi però,  le cose cambiano. Il racconto di Butch perde pezzi. La sua collezione di armi non passa inosservata. E alla fine, Butch confessa. Ha ucciso lui. Si è liberato della famiglia.
Il passato (e il presente) di Butch lo rendono un colpevole più che credibile. Quel che però è difficile da credere, da accettare, è che nessun componente della famiglia si sia svegliato, abbia tentato di fuggire. L'autopsia sui poveri corpi dei De Feo non mostra tracce di narcotici e sull'arma del delitto non sembra essere stato posto un silenziatore. Butch è stato un rapidissimo cecchino oppure qualcuno l'ha aiutato. Butch non farà mai il nome di alcun complice e affronterà il processo da solo, assistito da un avvocato molto determinato a fargli ottenere l'infermità mentale. Butch ammetterà la sua colpevolezza ma parlerà anche di una forza oscura e invincibile che lo spingeva a sparare. Una sorta di possessione, insomma. La perizia psichiatrica, pur evidenziando i disturbi del giovane, attesta che egli era comunque in grado di intendere e di volere. Parlare di oscure forze non aiuta il giovane, cui vengono dati sei ergastoli: uno per ogni familiare ucciso.
La casa di 112 Ocean Avenue- la bella casa coloniale cui i De Feo tenevano tanto- resta quindi vuota dopo che per l'unico sopravvissuto della famiglia si aprono per sempre le porte del carcere. Non stupisce che nessuno voglia comprare la dimora in cui un figlio ha ucciso padre, madre e fratelli per cui il prezzo della casa viene abbassato di molto rispetto al mercato. Alla fine, la bella ma macabra dimora di Amityville trova degli acquirenti. Un'altra famiglia, i Lutz, composta da padre, madre e tre bambini (che lei ha avuto da un precedente matrimonio). Quando i Lutz si trasferiscono nella loro nuova e bella casa è l'8 dicembre 1975.  Sono trascorsi appena tredici mesi dall'eccidio dei De Feo ma George e Kathy- i due novelli sposi- dichiarano  in una conferenza stampa di non essere certo intimoriti. Quegli eventi appartengono al passato, loro sono pronti a iniziare la loro nuova vita in quella casa.
Ma a gennaio 1976, i coniugi George e Kathy cambiano- decisamente- idea.
Abbandonano la dimora in tutta fretta, non vogliono più saperne. Non vogliono più rimetterci piede, ad Ocean Avenue.
Che è successo? Dov'è finito il loro ottimismo di neo sposi? Tutto viene spiegato in un libro uscito nel 1977: " The Amityville Horror", di Jay Anson.  Nella quarta di copertina si parla di "una storia vera" e del resto, la critica saluta questo best seller come un esempio di non fiction. Le cose narrate insomma, sono presentate al lettore come realmente accadute e non si tratta certo delle vicende quotidiane della famiglia americana media. Macchè. Nel libro, si narra come- nei ventotto giorni di permanenza di George, Kathy e dei loro tre figli- la casa di Ocean Avenue li abbia letteralmente spinti alla fuga. Odori nauseabondi e di misteriosa origine, invasioni di mosche (per quanto si fosse in pieno inverno), freddo terribile e persistente (non importa quanta legna la famiglia bruci nel camino), cambiamenti di personalità preoccupanti sia nei genitori che nei tre bambini.
Ventotto giorni. Questo il tempo di permanenza dei Lutz nella casa, prima della loro fuga precipitosa. Cosa accadde il giorno in cui la famiglia chiuse la porta della bella dimora di Ocean Avenue per non riaprirla mai più? George e sua moglie non sono mai entrati nei dettagli.
Al libro "The Amityville Horror" è affidato il racconto delle loro vicissitudini e il tentativo di ipotizzare il motivo delle maligne presenze nella casa dove avvenne l'eccidio dei De Feo. E' probabile- anche se non dimostrato- che nelle vicinanze del terreno ove sorge l'edificio sia stato sepolto John Ketcham, un uomo cacciato dalla cittadina di Salem (teatro di una massiccia, isterica caccia alle streghe) con l'accusa di aver adorato il demonio.
"The Amityville Horror" è un best seller. Il film tratto dal libro è un successo. Molte sono le persone che si recano in "pellegrinaggio"  presso la casa da cui i Lutz sono fuggiti terrorizzati.
Gli anni passano, si fa strada un maggior realismo e cinico disincanto nei confronti della vicenda delle "possessioni". I nuovi proprietari  smentiscono che la casa sia infestata da alcuna presenza.
Gli anni passano, ma non passa l'orrore e lo stupore suscitato da una violenza cieca, che nasce in famiglia e che distrugge- senza pietà- la famiglia stessa.
De Feo oggi ha 64 anni e da 40 è detenuto nel Green Haven Correctional Facility di Beekman (New York).


giovedì 12 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 novembre.
Alle 10.40 del 12 novembre 2003, un’autocisterna forzò l’entrata della base Maestrale, presidiata dai carabinieri italiani del MSU (Unità specializzata multinazionale), nella città di Nassiriya, in Iraq: i due uomini a bordo fecero esplodere una bomba che venne stimata pesare tra i 150 e i 300 chilogrammi. L’esplosione uccise 19 cittadini italiani (12 carabinieri, 5 militari e due civili) e 9 iracheni. Almeno altre 140 persone vennero ferite. Fu il più grave attacco subito dall’esercito italiano dalla fine della Seconda guerra mondiale, e alcuni processi che riguardano ciò che avvenne in quel giorno non sono ancora terminati.
I militari italiani si trovavano a Nassiriya dal 19 luglio 2003, quando avevano dato il cambio ai marines americani del 2° battiglione, 25° reggimento. Il nome dell’operazione, cominciata il 15 luglio 2003 e terminata il primo dicembre 2006, era “Antica Babilonia”. Si trattava di una missione di peacekeeping, autorizzata dalle Nazioni Unite, conseguente alla guerra avviata dagli Stati Uniti per deporre il dittatore Saddam Hussein. I militari italiani avevano diversi compiti, tra cui quelli di addestrare le forze di sicurezza irachene.
Il comando dell’operazione si trovava fuori da Nassiriya, nella base White Horse, a 7 chilometri dal centro abitato. In città i carabinieri e gli uomini dell’esercito avevano occupato altre due basi, distanti poche centinaia di metri l’una dall’altra. Gli uomini dell’esercito si trovavano nella base Libeccio, i carabinieri nella base Maestrale, soprannominata “Animal House” che occupava il vecchio edificio della Camera di Commercio.
I primi quattro mesi dell’operazione passarono senza incidenti. Poche settimane prima dell’attentato, alcuni ufficiali dichiararono che la missione stava procedendo in modo molto soddisfacente. Nassiriya si trova nel sud dell’Iraq, una zona a larga maggioranza sciita, dove gli scontri con la minoranza sunnita e con le forze internazionali erano molto meno gravi e frequenti che in altre zone del paese, come intorno alle città di Baghdad e Tikrit, presidiate all’epoca dall’esercito americano.
Nei documenti prodotti dal contingente italiano nel corso di ottobre, il mese precedente all’attentato, si era ipotizzato che “gli attentati con mezzi esplosivi possono essere incrementati”. Il 5 novembre l’intelligence militare scrisse in un rapporto che “un gruppo di terroristi di nazionalità siriana e yemenita si è trasferito nella città di Nassiriya”.
Intorno alle 10 e 40 del 12 novembre un camion-cisterna si avvicinò alla base attraversando il punte sull’Eufrate. All’altezza della base girò a sinistra, puntando verso il vecchio edificio della Camera di Commercio. A bordo c’erano due persone: un autista e un uomo armato che si sporse verso l’esterno e cominciò a sparare contro il posto di guardia all’ingresso della base.
Il camion proseguì, sfondando la barra di metallo all’ingresso, mentre il militare italiano di guardia rispondeva sparando. Il camion si bloccò pochi metri dopo, scontrandosi contro gli hesco bastion che delimitavano il parcheggio della base (gabbioni di materiali vari che di solito vengono riempiti di sabbia o terra che si utilizzano per creare ripari e terrapieni). Nonostante la velocità e il peso del mezzo, il camion si bloccò subito dopo aver superato i gabbioni e lì esplose, a circa 25 metri dalla palazzina.
Secondo le ricostruzioni successive, sul camion c’erano almeno 150, forse 300 chilogrammi di esplosivi. L’edificio della Camera di Commercio venne sventrato dall’esplosione, le finestre andarono in pezzi nel raggio di centinaia di metri e persino la base Libeccio, piuttosto distante, ne fu danneggiata. La forza dell’esplosione scagliò tutto intorno la ghiaia che riempiva gli hesco bastion (di solito si usa la sabbia) e fece saltare in aria anche la riserva di munizioni della base: le indagini successive rivelarono che diversi corpi furono colpiti da proiettili italiani.
Morirono in tutto 28 persone. Dodici erano carabinieri di stanza nella base, cinque erano militari e due civili (un regista che si trovava a Nassiriya per girare un documentario, la cui storia venne raccontata nel libro 20 sigarette a Nassiriya, e un cooperante internazionale). Morirono anche nove iracheni, compresi i due attentatori. Altri 20 italiani rimasero feriti, oltre ad almeno un centinaio di civili iracheni.
La camera ardente per tutti gli italiani morti venne allestita nel Sacrario delle Bandiere del Vittoriano, dove fu oggetto di un lungo pellegrinaggio di cittadini. I funerali di Stato si svolsero il 18 novembre 2003 nella basilica di San Paolo fuori le mura, a Roma, officiati dal cardinale Camillo Ruini, alla presenza delle più alte autorità dello Stato, e con vasta (circa 50.000 persone) e commossa partecipazione popolare; le salme giunsero nella basilica scortati da 40 corazzieri a cavallo. Per quel giorno fu proclamato il lutto nazionale.
Dopo l’attentato vennero aperte diverse inchieste per accertare chi fossero i responsabili dell’attacco e se ci fossero state negligenze da parte dei comandi militari nel prevedere l’attacco e nel difendere adeguatamente la base Maestrale. Le inchieste sui terroristi hanno indicato come probabili responsabili gruppi sunniti arrivati a Nassiriya poco prima dell’attacco. Si ritiene che l’attentato sia stato progettato da gruppi vicini ad al-Qaida e al leader islamista Abu Musab al-Zarqawi.
L’inchiesta sulle responsabilità dei militari italiani è stata lunga e complessa e ha coinvolto diversi ufficiali tra cui i due generali responsabili del settore, Vincenzo Lops e Bruno Stano, oltre al comandante della base, il colonnello Georg Di Pauli. Con la sentenza del 20 gennaio 2011 la Corte di Cassazione confermò quella della corte d’appello militare che aveva assolto tutti e tre gli ufficiali da ogni responsabilità penale, ma rinviò il caso alla giustizia civile per il risarcimento dei danni ai familiari delle vittime.
La Cassazione, in questa come in altre sentenze che hanno riguardato il caso, stabilì che erano state sottovalutate le avvisaglie di un attacco imminente e che non erano state prese le adeguate misure per contrastarlo. Ad esempio: all’ingresso della base non era stato costruito un percorso obbligatorio a zig-zag per evitare che un mezzo potesse lanciarsi a grande velocità nel parcheggio della base, la riserva di munizioni non era stata adeguatamente protetta, mentre gli hesco bastion erano stati riempiti di ghiaia e non di sabbia come sarebbe stato più prudente in caso di pericolo di attentati.
Nei tre anni successivi a Nassiriya le truppe italiane furono impegnate in molti altri combattimenti e coinvolte in altri attentati. Nell’aprile 2004 ci fu la cosiddetta “battaglia dei ponti”, uno scontro con i ribelli iracheni durato 18 ore intorno ai due principali ponti della città. Nell’aprile 2006 quattro militari italiani e un rumeno vennero uccisi da una bomba mentre si trovavano su un veicolo in pattugliamento.
Nell’ultimo periodo di permanenza a Nassiriya gli attacchi divennero sempre più numerosi con lanci di missili e colpi di mortaio sparati contro la base fuori città. L’operazione Antica Babilonia terminò ufficialmente il primo dicembre 2006, quando l’esercito americano tornò ad occupare la città di Nassiriya. In tutto, 33 italiani furono uccisi nel corso della missione.


mercoledì 11 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 novembre.
L'11 novembre 2007 è domenica, giornata di partite di calcio. Nel pomeriggio va in scena la dodicesima giornata di andata; al Meazza si gioca Inter Lazio. Gabriele Sandri, noto dj e titolare di un negozio di abbigliamento di Roma, è in una Renault Megane con un amico per recarsi a Milano a vedere la partita contro i campioni d'Italia in carica. In una sosta ad un autogrill di Arezzo, incontrano tifosi juventini che stanno andando a Parma: volano parole, poi insulti, in poco tempo scoppia una rissa. Dall'altra parte dell'autogrill, nella piazzola di chi è diretto in direzione sud, una pattuglia di polizia stradale assiste alla rissa e decide di intervenire. L'agente Luigi Spaccarotella intima al gruppo di smettere, e impugna la pistola d'ordinanza. Inspiegabilmente, invece che in aria, spara ad altezza uomo verso il gruppo, dalla parte opposta dell'autogrill con l'autostrada in mezzo (si immagini la strage se avesse colpito l'autista di un pullman in transito). Gabriele Sandri, seduto nel sedile posteriore della Megane, viene colpito al collo e muore in pochi minuti dissanguato. La partita viene rinviata, il match di Bergamo tra Alalanta e Milan viene sospeso in seguito ai disordini causati dai tifosi appena la notizia si diffuse, in tutta Italia guerriglia urbana tra ultras inferociti e forze dell'ordine; in via cautelativa fu rinviato anche il posticipo Roma Cagliari.
Nel processo di primo grado Spaccarotella fu riconosciuto colpevole solo di omicidio colposo e condannato a 6 anni di reclusione. Nel 2010 si è svolto presso la corte d'assise di Firenze il processo d'appello, nel quale Spaccarotella è stato ritenuto colpevole di omicidio volontario, e condannato a 9 anni e 4 mesi di carcere (pena ridotta di un terzo per il rito abbreviato).
 La sentenza è poi diventata definitiva in Cassazione, con il rigetto del ricorso da parte dell’imputato. Una volta terminato il processo, il padre Giorgio Sandri disse che si era trattato di «una sentenza di diritto», oltre che «una vittoria di tutti». «Giustizia è fatta anche se non è stato facile», aveva spiegato. Al contrario, Spaccarotella aveva spiegato che avrebbe «affrontato la situazione e il carcere da uomo».
Come risarcimento nei confronti della famiglia è poi stato deciso un risarcimento di tre milioni e 100mila euro. La Corte dei Conti toscana è stata chiamata a decidere sulla somma che Spaccarotella deve versare al Ministero degli Interni, come titolo di danno indiretto patito dall’erario. Ovvero, metà dell’ammontare – 1 milione e 550mila di euro. Secondo la Corte, nel caso dell’omicidio di “Gabbo” c’era stato «un concorso di esigenze di giustizia e di opportunità che non poteva ricadere integralmente sul convenuto».

martedì 10 novembre 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 novembre.
Il 10 novembre 1871 a Ujiji, in Africa, l'esploratore statunitense Henry Morton Stanley riesce a ritrovare un altro famoso esploratore e missionario che si era disperso, il dott. David Livingstone.
Livingstone aveva esplorato gran parte dell'Africa centrale, scoprendo le cascate Vittoria (a cui diede il nome della regina) e andando alla ricerca delle sorgenti del Nilo. In una di queste missioni perse il contatto con il mondo esterno, a causa della malaria e di altri pericoli che avevano decimato i componenti della sua spedizione.
Il proprietario del giornale per il quale lavorava Stanley finanziò la missione per andare alla sua ricerca, che diede i suoi frutti il 10 novembre 1871 allorchè Stanley, una volta individuato l'esploratore disperso, lo apostrofò con la frase rimasta celebre ("il dottor Livingstone, presumo"). In verità non è affatto certo che fu questa la frase pronunciata da Stanley al momento dell'incontro, ma è comunque rimasta nel lessico collettivo a simboleggiare tutto il formalismo britannico del periodo vittoriano.
Stanley rimase un anno insieme a Livingstone nel quale giunsero alla conclusione che non c'era alcun nesso tra le sorgenti del Nilo e il lago Tanganica. Nel 1873 Livingstone morì in Zambia di malaria e per una emorragia interna dovuta a una occlusione intestinale. Il suo corpo, portato per oltre mille miglia dai suoi leali assistenti Chuma e Susi, ritornò in Inghilterra per essere sepolto nell'Abbazia di Westminster; il suo cuore venne invece sepolto nel luogo dov'era morto, sul Lago Bangweulu, a Chitomba.

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