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venerdì 31 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 luglio.
Il 31 luglio 1981 Stefania Rotolo muore di un tumore uterino, a soli 30 anni.
Stefania Rotolo nacque a Roma il 23 febbraio 1951. Far parte dell'affascinante mondo dello spettacolo fu sin dall'infanzia il suo più grande sogno. Stefania crebbe con il desiderio mai celato di emulare le gesta della madre, la ballerina austriaca Martha Matoussek, che in gioventù aveva danzato all'Opera di Vienna e che di seguito si era trasferita in Italia per unirsi all'allora celebre corpo di ballo delle "Bluebelles" che si esibivano con il famosissimo comico-presentatore Erminio Macario. A Roma Martha aveva conosciuto il futuro papà di Stefania, si era sposata ed aveva interrotto l'attività artistica per dedicarsi interamente alla famiglia. Tuttavia non dimenticò la sua passione ed incoraggiò la figlia a seguire le sue orme.
Stefania dimostrò prestissimo di possedere del talento: ad appena 19 mesi di vita ebbe un primissimo esordio artistico in un numero del noto illusionista Bustelli che in un'esibizione al Teatro Valle di Roma prevedeva la sua nascita da un enorme cappello a cilindro.
L'anno successivo Stefania Rotolo, vera bimba prodigio, iniziò a "lavorare" al Teatro Eliseo dove per ben tre stagioni consecutive sostenne la parte del figlio di Madame Butterfly nella celebre opera pucciniana.
Era ancora una bambina ma già sapeva ciò che voleva. Incominciò a prendere lezioni di danza dal famoso ballerino austriaco Harry Feist: il ballo divenne la sua grande passione ed in questo fu incoraggiata non solo dalla madre ma anche da Lisa Lisette, una sua zia con precedenti esperienze come soubrette.
A soli 13 anni Stefania era tra le "Collettine" del coro di Rita Pavone. Continuò a studiare danza: nonostante la giovanissima età era evidente che questa aspirante ballerina possedeva interessanti doti artistiche ed una grinta non indifferente.
Stefania era proprio innamorata del ballo e per assecondare questa sua incontenibile ardente inclinazione spesso finiva per trascurare gli impegni scolastici (si era iscritta al liceo artistico). Durante l'adolescenza cominciò a frequentare il celeberrimo "Piper", il dancing romano di via Tagliamento gestito dal noto talent-scout Alberico Crocetta che era stato inaugurato proprio in quel periodo. I pomeriggi del "Piper" erano incredibilmente affollati di giovanissimi che con entusiasmo si lasciavano andare in balli travolgenti che in quegli anni rappresentavano un'autentica novità, molto trasgressiva. Questo era il luogo ideale per Stefania. Finalmente poteva scatenarsi come aveva sempre sognato e conoscere coetanei con la sua stessa passione. Fu qui infatti che conobbe molti personaggi come lei destinati ad un avvenire nel mondo dello spettacolo: Patty Pravo, Loredana Bertè, Franco Miseria, Mita Medici e soprattutto Renato Zero che divenne un suo grandissimo amico.
Il "Piper" rappresentò un vero e proprio trampolino di lancio. Qui infatti il coreografo Franco Estill la notò e la scritturò per una tournée in Messico. Stefania aveva solo 18 anni e fu felicissima di quest'opportunità: era infatti il suo primo contratto come ballerina che oltretutto le avrebbe consentito di viaggiare e di conoscere il mondo. Preparò le valige e senza pensarci troppo partì per questa nuova ed emozionante avventura. Con lei c'era un altrettanto giovanissima Loredana Bertè ancora ben lungi dal divenire una cantante affermata.
Il balletto di Franco Estill ebbe un notevole successo in Messico e si esibì a più riprese nei più noti locali di Mexico City e di Acapulco. In una di queste serate messicane Stefania incontrò il suo primo amore, un sassofonista brasiliano che come lei aveva la musica nel sangue. Al termine della tournée si trasferì con lui a Rio de Janeiro. In Brasile Stefania continuò a lavorare come ballerina e per perfezionare il suo stile frequentò la "Escola de Samba" di Joao Gilberto.
La sua storia con il musicista entrò presto in crisi: qualche mese insieme, poi il sassofonista ricominciò a condurre la vita disordinata di sempre. L'amore era evidentemente finito. Stefania, in attesa di una bambina, decise di fare rientro in Italia: sua figlia Federica nacque infatti a Roma nel 1972.
Nel 1974 Stefania Rotolo riprese l'attività partecipando come "attrazione" al Cantagiro condotto in quell'occasione da Renato Rascel e Johnny Dorelli. Successivamente lavorò in teatro esibendosi come ballerina nello spettacolo "Felicibumta" di Garinei e Giovannini con Gino Bramieri.
Il suo debutto televisivo vero e proprio avvenne invece nel 1975 quando cantò in coppia con il cantante francese Charles Aznavour dimostrando al grande pubblico di essere anche una brava cantante. Nello stesso anno Stefania ebbe anche un'esperienza come attrice recitando la parte di Mirabelle nel film "La mafia mi fa un baffo" diretto da Riccardo Garrone. Il film non ebbe un grandissimo successo ma ci regalò una piacevole interpretazione di Stefania che dimostrò di trovarsi a suo agio anche negli inediti panni di commediante.
Nel frattempo Stefania si era legata sentimentalmente al giornalista Marcello Mancini che lavorava in RAI come autore di testi televisivi e radiofonici. Fu proprio Mancini a credere fermamente nelle potenzialità di Stefania: nel 1977, coadiuvato dal giovane coreografo Franco Miseria e dal regista Lucio Testa, le affidò la conduzione di un nuovo programma televisivo destinato ai giovani: PICCOLO SLAM. Al suo fianco venne chiamato Sammy Barbot, un giovane e talentuoso ballerino originario della Martinica che si destreggiava bene anche come cantante e come Disc Jockey. Il programma ebbe un successo enorme ed inaspettato.
Stefania Rotolo in poche settimane era diventata un personaggio: la sua energia incontenibile aveva fatto breccia nel cuore dei giovanissimi e l'aveva proiettata di diritto nell'Olimpo delle stars televisive.
I successi di Stefania Rotolo proseguirono anche dopo PICCOLO SLAM. Sul finire del 1978 partecipò come ospite fisso alla trasmissione NON STOP diretta dall'anticonformista Enzo Trapani  nel quale furono lanciati moltissimi comici quali il trio La smorfia (Troisi, De Caro, Arena), i gatti di vicolo miracoli (Smaila, Calà, Oppini e Salerno), Marco Messeri, Carlo Verdone, Enrico Beruschi, Zuzzurro e Gaspare. In questo programma Stefania si esibiva in balletti mozzafiato e cantava la sigla del programma: "Spaccotutto". Grazie alla canzone "GO!!!", sigla di PICCOLO SLAM,   Stefania si aggiudicò anche il Telegatto 1978 come miglior sigla televisiva.
La sua fama aumentò ulteriormente grazie allo spettacolo itinerante URAGANO SLAM nel quale questa vulcanica showgirl si esibiva ballando e cantando nelle piazze e nei locali di mezza Italia richiamando sempre un nutrito pubblico di curiosi e di ammiratori e riscuotendo consensi sempre crescenti da parte della critica. Ormai tutti la chiamavano "Ragazza Uragano".
Stefania Rotolo arrivò all'apice della sua carriera verso la fine del 1979 quando condusse come primadonna lo spettacolo TILT, un programma che andava in onda il giovedì in prima serata sulla Rete Uno della RAI che ebbe un grandissimo successo. Questo originalissimo show fu giudicato la migliore trasmissione dell'anno. Visto il successo la RAI pensò bene di realizzare una puntata speciale denominata "Chroma-Key folies" contenente i più bei balletti di Stefania. Lo special rappresentò l'Italia al Festival Internazionale di Montreux, la più importante rassegna mondiale di programmi televisivi che si svolse nel maggio del 1980 nella elegante località a due passi da Ginevra. Stefania aveva fatto davvero "Tilt". La sua popolarità era veramente grande. Riceveva continuamente nuove proposte, anche dall'estero. In particolare l'americana "Columbia Pictures" durante un suo soggiorno negli States le propose di presentare il travolgente TILT anche in America.
Purtroppo poco dopo la fine di TILT Stefania cominciò a sentirsi poco bene: erano i primi sintomi di una grave malattia. Dovette subire un delicato intervento chirurgico e la convalescenza la tenne lontana dalle scene per alcuni mesi. Il suo carattere molto determinato le fu molto utile per riuscire a riprendersi.
Tornò a cantare per il suo pubblico. Si esibì in televisione e soprattutto nelle discoteche che tanto amava. Memorabile fu, nel 1980, una sua esibizione sul palco di "Bussoladomani" a Viareggio dove interpretò il celebre pezzo "Cocktail d'amore" in coppia con il grandissimo amico Renato Zero.
Nel 1981 la sua malattia si aggravò. Stefania resisteva strenuamente e continuava a lottare e a sperare. Chi le faceva visita in ospedale incontrava una ragazza disponibile, serena e addirittura scherzosa, come era sempre stata.
Per un certo periodo parve stare meglio, tanto che la RAI le propose di tornare a lavorare nel musical "Peter Pan" in cui avrebbe avuto come partner il grande Vittorio Gassman. Questa nuova proposta la rese felice: interpretare "Peter Pan" era infatti da sempre un suo sogno.
La malattia era però all'ultimo stadio e non le lasciò scampo. Mentre era ricoverata a Villa Verde, succursale della clinica ginecologica dell'ospedale romano San Filippo Neri, fu colta da una grave crisi. Stefania Rotolo cessò di vivere la mattina di venerdì 31 luglio 1981 lasciando sgomenti i suoi moltissimi ammiratori, di tutte le età, così affezionati al suo sorriso e alla sua gioia di vivere...


giovedì 30 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 luglio.
Il 30 luglio 1966 nello stadio di Wembley l'Inghilterra vinceva il suo primo, e finora unico, campionato mondiale di calcio contro la Germania Ovest.
Franz Beckenbauer e Uwe Seeler si trovarono di fronte il capitano del West Ham Bobby Moore e il centrocampista del Manchester United Bobby Charlton. Proprio quest'ultimo aveva portato gli inglesi in finale siglando un' importantissima doppietta nella semifinale contro il Portogallo. Questi quattro campioni in campo si neutralizzarono reciprocamente e fu un centravanti poco conosciuto, rimasto sulla panchina inglese nelle tre partite del girone di qualificazione sino all'infortunio del titolare Jimmy Greaves, ad entrare nella leggenda del calcio mondiale.
Entrambe le formazioni crearono un discreto numero di occasioni nelle fasi iniziali, ma né Gordon Banks, nella porta alla destra della tribuna reale, né Hans Tillkowski, ebbero grossi problemi.
Gli inglesi sugli spalti di Wembley, pieno in ogni ordine di posto, eccitati dalla decisa partenza dell'Inghilterra e dalla possibilità di vincere per la prima volta il titolo mondiale, rimasero però ammutoliti al 12'; Siegfried Held dalla sinistra calciò un'invitante palla a spiovere nell'area inglese, che respinta malamente di testa da un difensore inglese finì sui piedi di Helmut Haller (l'Haller del Bologna) che non si fece pregare troppo ed insaccò con un tiro da circa dieci metri nell'angolo basso alla destra di Banks.
L'Inghilterra non accusò il colpo e reagì con decisione buttandosi prepotentemente all'attacco, la difesa tedesca riuscì a mantenere il vantaggio solo per sei minuti. Al 18' infatti Overath sgambettò Moore a circa trenta metri dalla porta, il capitano inglese aggiustò la palla, calciò in fretta la punizione individuando il compagno di club Hurst smarcato nell'area, quest'ultimo colpì perfettamente di testa portando l'Inghilterra al pareggio.
Dopo il botta e risposta entrambe le squadre si limitarono a costruire a centrocampo e giocare il pallone in attacco, ma le difese si dimostrarono all'altezza dell'evento, chiudendo attentamente tutti gli spazi. I tentativi dalla lunga distanza divennero la sola possibilità, con Bobby Charlton e Peters per l'Inghilterra e Seeler e Halle per la Germania Ovest, tutti vicini al gol, ma senza mai trovare il varco giusto. Il primo tempo si concluse 1 a 1. Mentre la banda musicale usciva dal campo dopo aver suonato nell'intervallo i giocatori fecero il loro ritorno in campo. Il secondo tempo fu l'inverso del primo: le azioni ed i gol avvenuti nel primo quarto d'ora dal fischio d'avvio stavolta si verificarono nel quarto d'ora finale. Dopo aver dominato il gioco nella parte finale del primo tempo, la Germania Ovest mise di nuovo sotto  l'Inghilterra nella seconda metà della partita, Seeler e il terzino Karl-Heinz Schnellinger spingevano molto e l'inglese Bobby Charlton era impegnatissimo ad evitare che il giovane Franz Beckenbauer aggiungesse il suo indubbio talento all'attacco tedesco. Nonostante ciò B.Charlton sfiorò la rete a metà della ripresa.
Entrambe le difese erano stanche, e negli spazi che si aprivano l'Inghilterra sfruttò l'occasione: il tiro di Alan Ball fu deviato in corner da Tillkowski e, sul successivo tiro dalla bandierina, Hurst raccolse la palla al limite dell'area, ondeggiò tra due difensori al limite dell'area e tirò in porta. La palla, deviata, finì in direzione di Peters ( altro hammer) che al volo la scaraventò in rete. Wembley esplose in un boato assordante, era il 78' e gli inglesi vedevano il traguardo finale...
A pochi minuti dalla fine il pubblico, contro ogni scaramanzia, iniziò a cantare  "Rule Britannia" in segno di vittoria, ma all'89' la Germania Ovest ottenne un calcio di punizione da circa trenta metri per fallo di Ray Wilson su Held, contestato vivacemente dal piccolo ma duro Nobby Stiles. La palla calciata da Emmerich in area divenne una sorta di palla matta, rimase in area, sfuggì a Banks ( in tenuta gialla) ed il centrocampista numero 6 Wolfgang Weber, a pochi metri dalla porta gelò Wembley. 2 a 2! Clamoroso! L'Inghilterra sotto shock mise il pallone arancione al centro per ricominciare ma l'arbitro fece appena riprendere il gioco e dopo qualche secondo dal goal dei tedeschi dichiarò la fine dei tempi regolamentari: la mai doma Germania Ovest aveva raddrizzato il match at the last kick of the ball e la finale della Coppa del Mondo 1966, per la prima volta nella storia, veniva decisa ai supplementari...
I giocatori inglesi, ancora scossi dal goal subito allo scadere, giocarono il primo extra time un pò sottotono, mentre i tedeschi a causa della stanchezza e dei crampi di diversi elementi si limitarono a controllare il match. Tentò Alan Ball con un tiro forte ma centrale alzato in corner dal portiere tedesco e poi ancora Bobby Charlton con un tiro rasoterra appena fuori area che colpì il palo sinistro di Tillkowski, comunque sulla traiettoria. Poi avvenne l'episodio degli episodi, entrato di diritto nella storia del calcio e fonte di discussione ancora oggi. Alan Ball, maglia numero 7, intorno al 101' trovò campo aperto sulla fascia destra. Il suo cross basso in area tedesca raggiunse il mobile Hurst, che staccatosi dalla marcatura controllò la sfera e ricadendo indietro calciò la palla in porta. Il pallone si stampò contro la parte inferiore della traversa e ricadde giù. Dentro la linea o fuori? Il tempo sembrò fermarsi e tutti tirarono su le braccia: gli inglesi, Hurst per primo, per chiedere il goal, i tedeschi per dire che non era entrata. Molti giocatori in campo circondarono il signor Dienst mentre questi si consultava con il guardalinee sovietico, tal, Tofik Bakhramov...Pochi istanti surreali, poi il significativo ed inequivocabile gesto del baffuto guardalinee che con il sì fatto con la testa fece correre i giocatori con la maglia rossa esultanti verso la linea di metà campo, mentre quelli in bianco circondarono l'arbitro protestando: il gol era stato convalidato! 3 a 2 per i padroni di casa. Le immagini post partita non chiariranno mai se la palla fosse davvero entrata o no. Ad una attenta analisi sembrerebbe di no ma ogni inglese, anche chi non era ancora nato in quel periodo, giurerà che il pallone, quel giorno, superò la linea di porta……
Il secondo tempo supplementare vide i tedeschi tentare un'altra rimonta, che però stavolta non avvenne e negli ultimissimi secondi di gioco, l'Inghilterra, dopo aver fermato un disperato attacco tedesco volò in contropiede, il leggendario cronista Kenneth Wolstenholme osservò che "Alcune persone che sono in campo pensano che sia tutto finito..." Hurst, ancora lui, raccolse il pallone sulla sinistra e puntò verso la porta avversaria, poi sparò un tiro fortissimo nell'angolo alto....Era il 120' e il 4 a 2 non ammetteva più repliche. L'Inghilterra era campione del mondo e Geoff, che venne poi nominato baronetto, ammise in seguito che quell'ultimo tiro fu un tentativo di rinviare la palla il più lontano possibile per far passare tempo utile alla causa. Il suo istinto di attaccante ebbe però il sopravvento e il giocatore del West Ham divenne, partito come riserva, il primo giocatore a segnare una tripletta in una finale della Coppa del Mondo.
Insieme ai suoi stremati ma felici compagni Bobby Moore salì quei mitici 39 gradini e dopo essersi asciugato le mani sudate ricevette da una composta regina Elisabetta II, per l'occasione in giallo, la preziosa coppa Rimet...

mercoledì 29 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 luglio.
Il 29 luglio 1900 a Monza, l'anarchico Gaetano Bresci uccideva Re Umberto I di Savoia, di fatto chiudendo per sempre l'800 italiano.
All’epoca la ginnastica era lo sport più popolare per la penisola. A Monza il 29 luglio 1900, con inizio alle ore 20,30, si teneva una manifestazione ginnica pan italiana organizzata dalla società locale “Forti e liberi”, cui avrebbe presenziato il re. Egli sarebbe arrivato alle 21,30, avrebbe premiato i vincitori alle 22, e se ne sarebbe andato alle 22,30. E ciò puntualmente avvenne.
Il 27 luglio Bresci lascia Milano e si sposta a Monza, dove alloggia da un’affittacamere, avendo cercato dapprima un’altra stanza per un amico che mai verrà. E’ certo che a Monza ispezionò a lungo il percorso che doveva fare il re per giungere al campo della manifestazione ginnica, un’area a prato a lato di via Matteo da Campione. A tutti parve chiaro che l’intenzione era quella di colpirlo durante il tragitto, cosa che non gli riuscì.
La mattina del 29 luglio Bresci s’alza per le 7,30, perde circa un’ora per lavarsi e farsi le unghie, s’abbiglia elegantemente, compie vari spostamenti per la città, sosta varie volte in una “caffetteria”, dove consuma cinque gelati suscitando un certo stupore della proprietaria. Si dimostra nervoso. Nella “caffetteria” avrà anche un compagno di gelato con cui poi pranzò. All’epoca dei fatti, rimase del tutto sconosciuto. Arrigo Petacco, che ha compiuto apposite indagini, è certo trattarsi d’un occasionale incontro, una persona che si dileguò nell’ombra, e a ragione, visti tutti gli arresti, e di cui seppe la storia dalla figlia.
Infine è sera. Il re, causa i vari attentati, in pubblico indossava una corazza. Ma la sera era torrida oltre il caldo usuale della stagione, tanto che il re aveva previsto temporale. Per il caldo non aveva indossato la corazza. Non sappiamo se gli avrebbe salvato la vita. Bresci, sapendo di questa protezione, aveva limato le cartucce in punta a forma di croce, per dar loro una migliore penetrazione. Pochi minuti dopo l’ingresso del re in carrozza, Bresci entra nel campo ginnico, e si colloca a una decina di metri dal re, nella terza fila degli spettatori. La premiazione avvenne alle 22, vinse la squadra locale. Come il re se n’andò con la sua berlina a due cavalli, Bresci gli sparò tre colpi di pistola, anche se qualcuno suppose quattro in quanto mancavano quattro cartucce alla pistola. Il re morì alcuni minuti dopo, si dice varcando il cancello di Villa Reale. Particolare curioso, quasi grottesco, l’erede al trono Vittorio Emanuele era in viaggio di piacere con la consorte Elena sullo yacht “Yela”, il nome montenegrino della moglie Elena. Quella sera aveva appena iniziato il viaggio di ritorno e, così, mancando i collegamenti radio, solo dopo tre giorni ebbe la notizia, assieme a quella d’essere da tre giorni re! Il primo provvedimento che compì fu singolare quanto indice della sua mentalità misogina, quello di far scacciare dalla camera mortuaria la duchessa Litta, con l’ordine di non farsi più vedere a corte. Farà anche spegnere l’illuminazione del vialetto galante, e murare il cancello con cui s’accedeva alla dimora della duchessa. Ma diserterà Villa Reale di Monza.
Bresci fu rapidamente disarmato, anche se non è molto chiaro, tra le varie versioni, chi effettivamente lo disarmò. Infatti, particolare questo ameno, molte persone rivendicarono a sé la gloria d’averlo disarmato, e la bega proseguì anche al processo, interrotta dal giudice. E’ certo che verrà arrestato mentre cercava di dileguarsi passando per un turista, avendo per di più al collo la solita macchina fotografica, mentre si dichiarava del tutto estraneo. Verrà malmenato pesantemente dai ginnasti. Sorprendentemente, dopo il breve interrogatorio, domanderà di dormire. E dormirà profondamente sino alla mattina dopo.
Quella notte su Monza scoppiò un furioso temporale che isolò la città. Inoltre fu circondata dall’esercito, o per impedire che complici fuggissero, o per non far circolare la notizia troppo presto. Essa, seppur per canali ristretti, passò, e buona parte dei giornali, magari con qualche ritardo, il giorno dopo uscivano col regicidio. Interessanti, accanto alle scontate manifestazioni contro le sinistre, in particolare contro sedi socialiste, associazioni operaie, circoli anarchici, ci furono quelle più sotterranee di giubilo, persino pranzi e bicchierate, che costarono centinaia d’arresti, carcere e confino, anche se probabilmente non tutte erano reali.
Agli interrogatori Bresci si mostrò puntiglioso, volendo fare puntualizzazioni, correggere errori di verbalizzazione, compresi gli ortografici. Era nel suo carattere. Il tribunale gli diede come avvocato d’ufficio il decano degli avvocati milanesi, Luigi Martelli, liberale filo monarchico. Bresci nominò, sorprendentemente, Filippo Turati!  Turati non volle accettare sia per non esporre il partito, sia perché erano anche dieci anni che non professava più e, per di più, era oberato d’impegni d’ogni tipo. Ma probabilmente al rifiuto contribuì l’impressione del tutto negativa che gli fece Bresci, di cui non comprese la matrice politica del gesto. Siccome era stato l’avvocato di tutta una serie d’attentatori e ribelli, nel partito socialista vi fu una lacerazione con forti polemiche. Comunque ebbe un colloquio con Bresci in cui gli propose come avvocato Saverio Merlino, che avrebbe incontrato a Roma. Saverio Merlino era un anarchico di spicco della generazione precedente quella di Bresci, anche se in quei mesi si stava spostando su posizioni socialiste. Suo malgrado, faceva parte in quegli anni del gruppo che polizia e giornali conservatori chiamavano dei tre M, a cui si attribuivano cospirazioni internazionali. Gli altri due erano Malatesta e Charles Malato, un anarchico francese d’impronta ancora insurrezionalista, il cui padre era italiano. Merlino era sia attivista che teorico, ma anche critico del socialismo. Avvocato, tra un confino e un carcere, una lunga fuga all’estero e l’altra, riusciva persino a professare, inutile dirlo, specie e soprattutto a favore d’anarchici e socialisti sotto processo. Razionali e precise, valide ancora oggi, sono le sue tesi a smantellare le teorie marxiste, oggi diremmo marxiane, secondo cui il marxismo era diventato un dogma e non un sistema empirico da assoggettare a verifiche.
Bresci accettò. Però la raccomandata di Turati, in cui gli comunicava il consenso di Merlino, fu trattenuta due giorni dalla direzione del carcere di S. Vittore, dove Bresci era incarcerato. Cosicché la lettera di nomina a Merlino giunse solo due giorni prima del processo, nel pomeriggio, e l’avvocato non ebbe il tempo nemmeno per il colloquio preliminare con l’assistito. Anzi, partito la sera della vigilia del processo, in luogo di dormire sul treno studiò la causa. Riuscì a raggiungere il tribunale milanese poco prima dell’inizio del processo, esausto, pedinato da uno stuolo di poliziotti in borghese. C’era un’altra irregolarità, formale e ben più grave.  L’ordinanza che fissava il processo venne emessa dopo la citazione dei giurati, e la scelta della giuria doveva essere fatta dopo. L’avvocato Merlino, in apertura d’udienza, protestò, domandò un nuovo sorteggio dei giurati, ma inutilmente. La corte, riunitasi, respinse l’istanza. Come respinse la richiesta di rinvio per la presentazione di testi americani: era un processo che s’aveva da fare subito e a modo della corte.
Il processo fu celebrato il 29 agosto 1900. L’udienza fu aperta alle ore 9, ma Bresci fu svegliato alle tre del mattino e, di questo, protestò persino in aula, varie volte, dichiarandosi incapace di difendersi per la perdita del sonno. Il dibattimento e l’escussione dei testi iniziò alle ore 10,30. Alle 12,30 una pausa d’un’ora. Alle 18,30 era tutto finito.
Il clamore per il processo fu enorme, e la piazza antistante il tribunale sgombrata della folla, con cordoni militari un po’ d’ovunque. I posti per gli avvocati e giornalisti in aula erano 400, e tra i giornalisti vi era tutta la stampa che contava, estera compresa. Lo spazio per il pubblico era di 200 posti, numerati. S’entrava con una speciale tessera. Però metà del pubblico era dato da funzionari della polizia e da poliziotti in borghese. E questo pubblico artificiale, rumoreggerà in continuazione durante l’arringa di Merlino.
Il processo è senza storia. Il procuratore generale sosterrà, a parole e senza prove, la tesi del complotto. In tutto una requisitoria sconcertante per pochezza e approssimazione, oltre tutto assai breve. L’avvocato Merlino, prendendo spunto da incaute frasi del procuratore che accusava l’anarchia, l’anarchismo e gli anarchici di terrorismo e attentati, tali da giustificare il gesto di Bresci, gli fece una documentata, quanto inventata su due piedi (ma per lui era un pezzo da copione) storia degli attentatori nella storia, in cui gli anarchici, poverini, venivano buoni ultimi. Ricordò perfino le infuocate parole di Brofferio nel parlamento subalpino per elogiare il repubblicano Orsini quando attentò a Napoleone III. Era polemica vecchia tra anarchici e repubblicani. Questi gettarono più bombe su regnanti e governanti di tutti gli altri messi assieme, ma, appena giunti al potere, riversarono sugli anarchici l’onta d’attentatori.
La linea difensiva di Merlino era da un lato di condannare il gesto di Bresci, però spostando il movente sulle cause sociali, sopratutto italiane, che spingevano alcuni anarchici a gesti del genere. Così mise sotto accusa tutta la classe dirigente e tutta la pratica politica della vittima. Va da se che fu interrotto in continuazione dal presidente, ma anche dal pubblico ministero, tanto che alla fine, detto buona parte quanto aveva da dire, troncò il suo flusso di pensiero e, rivolto ai giurati, facendo un razionale e eloquente distinguo tra vendetta e giustizia, domandò le attenuanti. Oltre non poteva fare.
L’avvocato d’ufficio aveva preparato una tesi di pazzia, per cui si trovò, dopo l’arringa di Merlino, spiazzato. Comunque la sostenne, assai imbarazzato, smentito clamorosamente da Bresci che rivendicò sia la salute mentale, sia la natura politica del regicidio.
I giurati giudicarono colpevole Bresci senza attenuanti, e ciò comportava l’ergastolo. La corte inflisse anche sette anni di segregazione cellulare, veramente molti. Fatto curioso, il presidente, nel leggere la sentenza, recitò la frase iniziale di rito non in nome del nuovo regnante, ma in nome di Umberto I re d’Italia!
Bresci resterà vari mesi ancora a S. Vittore, in quanto è probabile non si sapesse dove inviarlo per le eccezionali misure di sicurezza che un detenuto del genere causava. Alla fine viene inviato a Portolongone, il 5 novembre, e la cella è quella di Passanante, dove impazzì. Era tre metri sotto il livello del mare. Occorre però dire che difficilmente da una segregazione cellulare lunga i detenuti uscivano vivi, e, se scampavano, era perché, impazziti, passavano al manicomio criminale. Però le leggi in materia carceraria erano cambiate, quella cella era illegale, per cui tra gli ergastolani, che già simpatizzavano per Bresci, iniziarono esplicite disapprovazioni, quasi sedizioni, tanto ch’era tutto un inneggiare a Bresci. Nel frattempo era stata approntata una cella fortezza nell’ergastolo di Santo Stefano di Ventotene. Essa era stata copiata dal modello della cella per Dreyfus all’Isola del Diavolo. Era una al piano rialzato scosto dal corpo dell’ergastolo dove erano i detenuti, più larga delle cellulari di norma, che erano due metri quadrati, essendo tre per tre metri. Aveva una finestrella in alto con una sbarra trasversale. Ai lati della cella erano due altre celle, da cui, con uno spioncino, i sorveglianti potevano, e dovevano, sorvegliare a vista Bresci giorno e notte. Attorno un corridoio, una specie di camminamento. Era, insomma, una piccola torre fortificata. Inoltre per accedere a essa occorreva passare due cancelli. Si dice che per la sorveglianza di Bresci occorressero un centinaio in più di persone, tanto che fu spostato sull’isola un battaglione dell’esercito.
Mercoledì 22 maggio 1901 Bresci mangiò il pasto delle undici come al solito, però s’era fatto portare l’extra d’un bicchiere di vino e del formaggio. Il vino lo bevve, ma lasciò il formaggio per la cena assieme a del pane. Poi fece i suoi soliti e regolari esercizi ginnici, una specie di palleggio contro il muro con il tovagliolo appallottolato. Poi si mise sulla sedia, a leggere o a dormire. La guardia che lo sorvegliava dichiarò che, per un bisogno corporale impellente, alle due e cinquanta esatte del pomeriggio abbandonò lo spioncino e vi ritornò due o tre minuti dopo. Bresci era morto, impiccato con il tovagliolo alla sbarra della finestra. Come testimone della scena, fu chiamato un ergastolano semi analfabeta e seminfermo di mente.
Il giorno 24 il cadavere fu esaminato da tre medici, o professori secondo le fonti, Granturco, Corrado e De Crecchio. Non trovarono lesioni da percosse o altro, e risposero positivamente al quesito se la morte fosse per impiccagione in quanto i sintomi e le lesioni erano da soffocamento. Particolar sconcertante, Arrigo Petacco dice che «Sollevò invece stupore il fatto che la salma presentasse evidenti segni di un’incipiente putrefazione, cosa che venne giudicata del tutto anormale essendo il Bresci morto da sole quarantotto ore». Due giorni dopo fu sepolto, secondo Petacco, nel cimitero del penitenziario, si dice assieme alle lettere a lui giunte. Tutti i documenti importanti sulla morte, specie quelli del ministro dell’interno Giolitti, mancano negli archivi.
Il particolare del tovagliolo può non essere secondario. Infatti con un tovagliolo non ci si può avvolgere il collo, fare il noto scorsoio, e poi legare l’altro capo all’inferriata. Pertanto la stessa direzione ammise implicitamente l’omicidio. Se è così, Bresci fu suicidato, anche se in molti ritengano che si trattò d’un asciugamano, taciuto dalla direzione carceraria in quanto vietato ai segregati.


martedì 28 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 luglio.
Il 28 luglio 1976 la Corte Costituzionale sancisce l'illegalità del Monopolio Rai, dando il via libera alle televisioni private di trasmettere via etere, anconchè su scala locale. Era l'inizio di una rivoluzione che avrebbe cambiato radicalmente la vita, non solo ricreativa, degli italiani.
C'era una volta la Rai. Bella, monolitica, democristiana, mamma Rai. L'istituzione.
L'etere un bene prezioso, rarefatto, e i costi di quella tecnologia novecentesca chiamata tele-visione ingentissimi: naturale pensare ad un monopolio pubblico. E poi c'era stata l'Eiar, e la propaganda, la rai-tv doveva rimanere in mani saldamente pubbliche. E governative.
Certo, i Costituenti presbiti avevano guardato avanti, 21 libertà d'espressione, 41 iniziativa economica; pure troppo avanti, e s'erano curati di ricordare che a fini di utilità generale la legge poteva riservare originariamente o trasferire alla sfera pubblica determinate categorie di imprese, che si riferissero a servizi pubblici essenziali o a situazioni di monopolio ed avessero carattere di preminente interesse generale.
Il codice postale, datato anni '30 ed in qualche modo adattato non senza eccessive semplificazioni ai nuovi mezzi di comunicazione, prevede che siano riservati allo Stato "i servizi di televisione circolare a mezzo di onde radioelettriche", con esclusione di ogni altro soggetto. Lo Stato poi aveva concesso in esclusiva alla Rai-Radiotelevisione italiana, fin dal 1952, l'esercizio dei "servizi di radiodiffusione e di televisione".
Già nel 1956 qualcosa pare muoversi: un gruppo vicino al giornale il Tempo lancia un'iniziativa editoriale per la realizzazione di un servizio di radiodiffusione televisiva, basato economicamente sui proventi della pubblicità, da attuare nel Lazio, in Campania ed in Toscana, con eventuale successiva estensione ad altre regioni. La richiesta di concessione di frequenze al ministero delle poste viene respinta. In Lombardia sono più intraprendenti: Tvl Televisione Libera, finanziata da una cordata imprenditoriale, decide di tentare la forzatura, ma il 24 ottobre del 1958 è la magistratura a sequestrare tutte le apparecchiature prima dell'inizio delle trasmissioni. E' la dimostrazione che l'ordinamento, se lo vuole, ha gli strumenti per bloccare radicalmente tali iniziative.
Intanto il Tempo-T.V. prosegue la sua battaglia, prima al Consiglio di Stato e poi addirittura alla Corte Costituzionale, ed arriviamo al 1960.
Con la sentenza del 13 luglio 1960 la Consulta, per bocca del giudice relatore Sandulli afferma che data la limitatezza di fatto dei canali utilizzabili, la televisione a mezzo di onde radioelettriche (radiotelevisione) si caratterizzava indubbiamente come una attività predestinata, in regime di libera iniziativa, quanto meno all'oligopolio: oligopolio totale od oligopolio locale, a seconda che i servizi venissero realizzati su scala nazionale o su scala locale. E siccome poi i servizi radiotelevisivi, se non fossero stati riservati allo Stato o a un ente statale ad hoc, sarebbero caduti naturalmente nella disponibilità di uno o di pochi soggetti, prevedibilmente mossi da interessi particolari, non poteva considerarsi arbitrario neanche il riconoscimento della esistenza di ragioni "di utilità generale" idonee a giustificare, ai sensi dell'art. 43 Cost., l'avocazione, in esclusiva, dei servizi allo Stato, dato che questo, istituzionalmente, é in grado di esercitarli in più favorevoli condizioni di obiettività, di imparzialità, di completezza e di continuità in tutto il territorio nazionale.
Forse è proprio questa ultima affermazione che pecca un po' d'ingenuità, accompagnata dall'affermazione dell'esigenza di leggi destinate "ad assicurare adeguate garanzie di imparzialità nel vaglio delle istanze di ammissione all'utilizzazione del servizio non contrastanti con l'ordinamento, con le esigenze tecniche e con altri interessi degni di tutela (varietà e dignità dei programmi, ecc.)".
Sostanzialmente nel 1960 la Corte Costituzionale conferma il monopolio Rai, pur esortando lo Stato a garantire un ampio accesso all'utilizzazione del servizio, basandosi sulle caratteristiche tecniche della radiotelevisione, la quale poteva operare solo su ristrette frequenze.
Dopo un decennio che subisce la battuta d'arresto, è con gli anni '70 che esplode il fenomeno delle radio e delle tv libere.
Tra il '71 e il '72 nasce per iniziativa di Peppe Sacchi, ex regista della rai, TeleBiella, inzialmente via cavo, ritenuta la prima tv privata italiana.
E' da questo momento che il tema della tv privata comincia ad assumere i toni di un vero e proprio scontro: nel marzo del 1973 viene emanato il nuovo codice postale, il quale, riconducendo tutti i mezzi di comunicazione a distanza ad una categoria unica, sostanzialmente estendeva il monopolio pubblico a tutte le forme di trasmissione. Anche la tv via cavo privata diviene illegale. Il 1° giugno del '73 il provvedimento di chiusura: l'autorità taglia il cavo di trasmissione di TeleBiella mentre la tv tiene un'apposita diretta.
Nel frattempo si pone anche il problema delle tv estere confinanti: Telemontecarlo, Telecapodistria, la tv svizzera, ed i loro programmi a colori, arrivano in territorio italiano grazie a ripetitori nostrani; nel giugno del 1974 il ministro delle poste decreta lo smantellamento anche di tali ripetitori.
Nel frattempo i procedimenti penali contro i responsabili delle innumerevoli tv locali nate sulla scia di TeleBiella, promossi dai pretori un po' in tutt'Italia approdano nuovamente alla Corte Costituzionale. E' il 10 luglio 1974.
I giudici costituzionali confermano il loro orientamento: la televisione opera in un campo dalle frequenze limitate e dai costi enormi, pertanto a fronte del rischio di monopolio o oligopoli privati meglio conservare la riserva statale, ma ciò non è certo applicabile ai sistemi televisivi via cavo a dimensione locale, che di conseguenza devono ritenersi pienamente leciti.
Similmente si risolve la questione di ripetitori delle tv estere: "la riserva allo Stato, in quanto trova il suo presupposto nel numero limitato delle bande di trasmissione assegnate all'Italia, non può abbracciare anche attività, come quelle inerenti ai c.d. ripetitori di stazioni trasmittenti estere, che non operano sulle bande anzidette. E' evidente che in questo particolare settore, senza apprezzabili ragioni, l'esclusiva statale sbarra la via alla libera circolazione delle idee, compromette un bene essenziale della vita democratica, finisce col realizzare una specie di autarchia nazionale delle fonti di informazione". Il mese successivo TeleMontecarlo trasmette in lingua italiana.
La legge 103/1975, di riforma della Rai, sancì tali acquisizioni, ma il fronte del monopolio si andava incrinando con altri interventi giurisprudenziali via via sempre più derogatori.
Sdoganato il cavo rimaneva ancora il tabù dell'etere.
TeleBiella riprese le trasmissioni via cavo, ma creò anche RadioBiella trasmettendo via etere; similmente presero la via dell'etere altre tv e radio locali a Ragusa, Livorno, Reggio Emilia, Castelfranco Veneto, Lecco, Novara, Castelfranco di Sotto, Ancona. Raffica di denunce.
I pretori che trovarono ad occuparsi di tali casi passarono la questione per l'ennesima volta alla Corte Costituzionale, che il 28 luglio 1976 ribadì con le consuete motivazioni la riserva statale ma ritenne perfettamente legittimi "l'installazione e l'esercizio di impianti di diffusione radiofonica e televisiva via etere di portata non eccedente l'ambito locale".
A questa sentenza non segue alcuna legge che disciplini la comunicazione in etere sino al 1990 (la nota legge Mammì). Si conia l'espressione far west dell'etere.
Nel novembre 1977 inizia a trasmettere anche Antenna3 Lombardia, alla cui attività parteciperà significativamente anche il presentatore Rai Enzo Tortora, sancendo la consacrazione della tv privata e prefigurando la possibilità di una futura concorrenza tra emittenza pubblica e privata.
L'affare si fa interessante, intervengono i gruppi editoriali: Mondadori, Rusconi, nel 1978 il costruttore Silvio Berlusconi vara Tele Milano 58 (ma già a Milano2 trasmetteva via cavo).
Nel 1979 nasce l'idea per superare il limite della trasmissione locale: il network delle reti Elefante trasmette su varie emittenti i programmi inviati da un'emittente centrale; il sistema viene perfezionato l'anno successivo quando Telemilano 58, TeleEmiliaRomagna, TeleTorino, VideoVeneto e A&G Television iniziano a trasmettere in contemporenea (con leggero sfasamento) lo stesso programma recando in sovraimpressione la scritta Canale5.
Sempre nel 1980 Rizzoli prova a lanciare Contatto, che dovrebbe divenire il primo telegiornale "privato", diretto da Maurizio Costanzo, sempre utilizzando la tecnica delle trasmissioni contemporanee su di un circuito di emittenti. La Rai questa volta agisce in prima persona e chiede al Pretore di Roma un provvedimento d'urgenza per impedire l'inizio delle trasmissioni: il Pretore concede l'inibitoria ma successivamente, su istanza della difesa Rizzoli, invia gli atti alla Corte Costituzionale perché si esprima in merito alla vicenda; la Corte il 21 luglio 1981 conferma nuovamente la propria posizione ribadendo il divieto di trasmettere su scala nazionale, ancorché con l'escamotage.
Nonostante ciò Canale5 prosegue sulla sua strada.
Nel gennaio del 1982 altri due network iniziano similmente a trasmettere: si tratta di Italia1 (Rusconi), e di Rete4 (Mondadori), a quest'ultima approda anche Tortora, conducendo la trasmissione Cipria. Nello stesso anno Italia1 passa a Berlusconi, due anni dopo la stessa cosa avviene con Rete4.
Intanto i pretori aprono sistematicamente procedimenti contro Canale5 e Rete4 contestando l'illegittimità delle trasmissioni su scala nazionale, anche se non mancano voci discordanti, come il Pretore di Firenze, che ritiene la trasmissione contemporanea di per sé legittima.
Ma la svolta avviene il 16 ottobre 1984: i pretori di Roma, Torino e Pescara, su denuncia di gestori di emittenti di ambito locale, dispongono l'oscuramento delle reti del gruppo Berlusconi, sequestrando al contempo le cassette dei programmi registrati.
Alla presidenza del consiglio siede da un anno Bettino Craxi, il quale, nell'arco di soli 4 giorni emana un decreto legge ad hoc (d.l. 694/1984) per consentire la "prosecuzione dell'attività delle singole emittenti radiotelevisive private", disponendo espressamente che "è consentita la trasmissione ad opera di più emittenti dello stesso programma pre-registrato, indipendentemente dagli orari prescelti".
L'operazione, spregiudicata, non passa esente da critiche e finisce silurata il 28 novembre 1984, quando, sottoposto a pregiudiziale di costituzionalità (cioè alla valutazione preliminare se vi fossero le condizioni di necessità ed urgenza richieste dalla Costituzione per emanarlo) il decreto viene bocciato dalla Camera dei Deputati con 256 voti contro 236.
Un Craxi furente fa approvare in pochissimi giorni (5 dicembre) un nuovo decreto-legge, che viene pubblicato il giorno successivo (d.l. 807/1984). Il decreto contiene un articolo denominato "norme transitorie" che ripropone esattamente il contenuto del provvedimento decaduto, ma aggiunge anche una disciplina sulla struttura aziendale Rai (nomina e composizione degli organi di vertice).
Questa volta Craxi minaccia la crisi di governo e impone il voto di fiducia: le pregiudiziali di costituzionalità sono respinte alla Camera (12 dicembre 1984) ed al Senato (4 febbraio 1985). La legge di conversione (l. 10/1985) mette in salvo le reti Fininvest (e con l'introduzione del comma 3-bis all'art. 4 consente di chiudere anche le pendenze penali pregresse per la violazione del codice postale).
Sotto l'auspicio del ministro delle poste Gava comincia l'attesa per la definitiva disciplina del sistema radiotelevisivo, che si concluderà nel 1990 con la legge c.d. Mammì: la transizione dal monopolio al duopolio è così compiuta, non senza la mano amica del legislatore. E nonostante le ripetute pronunce di principio della Corte Costituzionale.
Un copione a cui nel quindicennio successivo dovremo assistere più volte.

lunedì 27 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 luglio.
Il 27 luglio 1943 Pietro Badoglio proclama alla nazione lo scoglimento del partito fascista.
Tra la notte del 24 e il 25 luglio 1943, Benito Mussolini viene esautorato dal Gran Consiglio del Fascismo e subito dopo deposto dal re Vittorio Emanuele III. Sono giorni aggrovigliati, inquieti, densi di agguati, tradimenti e vendette.
Intanto la notizia esplode nel paese come un fulmine a ciel sereno; non si contano le manifestazioni di gioia e i cortei spontanei che plaudono all’avvenimento e a quel che si crede rappresenti la fine della guerra con sventolii di bandiere e con l’esaltazione delle effigi di re Vittorio Emanuele III e del maresciallo Badoglio, con canti e parole d’ordine inneggianti alla pace.
Numerosi sono anche gli attacchi alle case del fascio, luoghi in cui sono state poste in essere tutte le sopraffazioni, i bastonamenti, le violenze gratuite come le somministrazioni di olio di ricino agli antifascisti e a tutti coloro che si opponevano al regime con la distruzione dei simboli del fascismo.
Ma sarà una gioia di breve durata, una “vacanza di libertà”, come l’ha definita lo storico Spriano, che si esaurisce in poche ore.
Nonostante ciò, le manifestazioni spontanee si succedono in quasi tutte le città italiane e si arriva persino a pensare, da parte degli informatori della polizia, che “la nazione risponderà all’appello del nuovo governo con ordine e disciplina”.
Di lì a poco la circolare emanata dal generale Roatta avrebbe tolto ogni illusione sul comportamento della pubblica sicurezza, ordinando la repressione cruenta di ogni atto capace di turbare l’ordine pubblico, invitando perfino ad aprire il fuoco su quanti si fossero dimostrati irriguardosi circa il provvedimento adottato.
La decisione del Gran Consiglio fu certamente presa anche in conseguenza dello sbarco degli alleati in Sicilia (10 luglio 1943); tale evento rende meno salda la fiducia dei tedeschi nei confronti dell’alleato italiano e anche in patria si diffonde un serpeggiante senso di ineluttabile sconfitta.
Il proclama letto dal maresciallo Badoglio, che succede in quelle ore a Mussolini, sottolinea che “la guerra continua”.
Il nuovo governo nella sua prima riunione del 27 luglio 1943 emanò una serie di provvedimenti che sanzionavano la nuova realtà. Non solo venne decretato lo scioglimento del Partito Nazionale Fascista e di tutte le organizzazioni dipendenti, ma anche la Milizia veniva integrata nelle forze dello stato, veniva soppresso il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, fu inoltre vietata la ricostituzione dei partiti politici per tutta la durata della guerra. Erano infine vietate tutte le manifestazioni e si faceva assoluto divieto ai cittadini di portare distintivi, di esporre bandiere e di riunirsi in pubblico in più di tre persone.
L’Italia intanto è in una situazione drammatica, è un paese allo sbando, confuso, affamato; inoltre l’evolversi della situazione bellica aveva esasperato gli animi della popolazione. Gli esiti militari, con le sconfitte nei Balcani, in Africa settentrionale e in Russia, avevano rivelato l’inconsistenza della retorica sulla quale il regime aveva costruito la propria immagine.
Per questa serie di ragioni la monarchia, le forze economiche e la chiesa cercarono un’uscita dalla guerra liquidando appunto Mussolini.
Ma l’esperienza fascista condotta fino ad ora non si lasciò cancellare con tanta facilità; non si spiegherebbe altrimenti la nascita, dopo poco più di quaranta giorni, di un partito fascista repubblicano, che diede vita alla Repubblica Sociale Italiana, con una organizzazione militare sia maschile che femminile che durò sino al 25 aprile del 1945.
Evidentemente gli italiani avevano fatto male i conti circa il loro reale coinvolgimento col regime e con le loro responsabilità, che continueranno a costituire un pesante fardello per la democrazia negli anni a venire.
La domenica seguente la caduta di Mussolini, il primo agosto, apparve tutto il volto del governo militare; sui giornali vi erano ampi spazi bianchi frutto di una rigida censura, i cinema vennero chiusi in forte anticipo, pattuglie militari erano accantonate presso le sedi degli enti cittadini e degli stabilimenti. Alle sera le strade erano deserte, dalle fessure delle finestre si poteva vedere qualche raggio di luce, a testimonianza che non tutti erano a letto e molti cercavano notizie alla radio.
Il clima era di terrore: seguirono giorni nei quali la stampa invitava a tenere chiuse le finestre durante le ore di coprifuoco, anche se le stanze erano oscurate poiché c’era lo stato d’assedio. In quelle giornate di agosto vi era un caldo soffocante, un’estate che non si ricordava per tanta afa e siccità, il termometro segnava 36-37 gradi.
Le famiglie si sentivano schiacciate dalla dittatura militare, dalle norme alimentari, dagli allarmi aerei, dall’ansia di avere notizie dei propri uomini dispersi in Europa e dalla insufficiente rete di notizie e si manifestava una volontà crescente di farla finita con la presenza così diffusa di tedeschi nel territorio, e la delusione nei confronti del governo Badoglio e della monarchia che non indicavano la via dell’uscita della guerra.
In questo clima di scontento generale vanno maturando le premesse che porteranno all’armistizio dell’8 settembre e alle gravi conseguenze che questo ebbe per l’Italia intera. Prende avvio la resistenza armata al nazifascismo.

domenica 26 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 luglio.
Alle 10:09 del 26 luglio 1956, al largo della costa nordamericana di Nantucket si inabissa l'Andrea Doria, vanto della Marina Mercantile italiana e mito della navigazione transatlantica. Dopo un'agonia durata undici ore lo scafo affonda a 75 metri di profondità, trascinandosi dietro la gloria delle navi che avevano fatto della traversata oceanica un vero orgoglio nazionale.
L'episodio segna il capitolo conclusivo nella storia del grande trasporto via mare, a cui seguirà la definitiva affermazione dei voli aerei intercontinentali. Vissuto dai passeggeri come un dramma impossibile da dimenticare, è stato seguito con apprensione in tutto il mondo grazie ad una copertura mediatica senza precedenti.
Numerose ombre hanno da subito avvolto la ricostruzione ufficiale dell'incidente. E in tanti, non solo tra i sopravvissuti, non riescono ad accettare che la reputazione del maestoso vascello e quella del suo comandante siano state abbandonate ai flutti.
Quando il transatlantico Andrea Doria, di proprietà della Società di Navigazione Italia, fu varato nei cantieri Ansaldo di Genova il 16 giugno 1951, rappresentava un simbolo della rinascita del Paese, appena uscito dal secondo conflitto mondiale con una flotta mercantile decimata dai bombardamenti e dagli affondamenti in battaglia. Assieme alla sua gemella Cristoforo Colombo, l'Andrea Doria sembrava designata come l'erede ideale del celebre Rex che nel 1933 aveva vinto il Nastro Azzurro: il record di velocità nella traversata dell'Oceano Atlantico. Il tragitto tra Europa ed America rimaneva ancora un banco di prova, una dimostrazione di eccellenza e per l'Italia significava il primo passo verso una rinascita economica che stentava ancora ad affermarsi. L'industria navale italiana si impegnò in uno sforzo considerevole: dalla costruzione dell'Andrea Doria dipendevano l'immagine dell'intera nazione e anche la sorte della sua ripresa economica.
La gigantesca nave (29.000 tonnellate per 212 metri di lunghezza) fu equipaggiata con attrezzature all'avanguardia, spinta da turbine a vapore capaci di portarla ad una velocità di 26 nodi, protetta attraverso undici compartimenti stagni e dotata di un radar avanzato, come raramente accadeva all'epoca per gli altri bastimenti, che avrebbe dovuto garantirne la sicurezza.
Ritenuta erroneamente la più grande e la più veloce tra le navi che solcavano l'Atlantico, era senza dubbio la più bella, la più lussuosa: impreziosita da ornamenti e fregi artistici di ogni tipo, suppellettili di grande valore, sale da ballo e da gioco, e da una piscina per ognuna delle tre classi di passeggeri. La classe turistica occupava oltre la metà dei posti disponibili (700 su 1.200) e si popolava di emigranti che si imbarcavano per cercare fortuna oltreoceano, ma senza i disagi che avevano abitualmente accompagnato i loro predecessori agli inizi del secolo.
Lo sfarzo non era riservato unicamente alla prima classe: i passeggeri potevano godere di un servizio, cucina compresa, di eccellente qualità. Inoltre, era stata preferita una rotta più meridionale e soleggiata, benché meno breve, del classico tragitto verso il Nord-America: l'Andrea Doria non si proponeva di fornire un semplice servizio di linea, ma una vera e propria esperienza di villeggiatura.
Durante il suo centounesimo viaggio lungo la “rotta del sole” la nave si imbatté in un fitta nebbia al largo di Nantucket, proprio durante l'ultima notte prima dell'arrivo a New York. Anche se una rigida separazione tra le classi li ripartiva gerarchicamente in dieci ponti, tutti i passeggeri erano intenti a festeggiare l'imminente arrivo a destinazione. Il concerto dell'orchestra fu però bruscamente interrotto alle ore 23:10 da un boato: l'Andrea Doria era stata speronata.
La prua del transatlantico svedese Stockholm aveva sfondato la fiancata, penetrando per 12 metri tra le cabine di cinque ponti e distruggendo tutto ciò che incontrava; trascinata lungo tutto il lato destro continuò a produrre danni trasformando gli spaziosi corridoi dell'Andrea Doria in un dedalo di lamiere. In pochi minuti lo scafo si inclinò di 20° e il comandante Pietro Calamai realizzò immediatamente che si stava trattando di una situazione critica per la sua nave; nonostante ciò, decise di ritardare l'ordine di evacuazione per impedire che il panico gettasse i passeggeri e l'equipaggio nel caos, e si limitò in un primo momento a lanciare un SOS.
Fortunatamente, numerose navi risposero in breve tempo al messaggio di soccorso: la prima a sopraggiungere fu il transatlantico francese Ile de France, che aveva superato l'Andrea Doria poche ore prima e ritornò indietro a tutta velocità; successivamente arrivarono sul luogo del disastro i cargo Cape Ann e Wm. H. Thomas, e poi ancora la nave cisterna Robert E. Hopkins e il cacciatorpediniere Edward H. Allen. L'intervento tempestivo dei soccorsi fu una delle chiavi per il successo delle operazioni di salvataggio, che passarono alla storia per aver portato al sicuro la quasi totalità dei passeggeri: delle 1.706 persone a bordo dell'Andrea Doria, quarantasei persero la vita durante lo scontro (oltre alle cinque vittime dello Stockholm) e solo due durante il naufragio.
Infatti, l'eccessiva inclinazione dell'Andrea Doria aveva reso inutilizzabili le scialuppe e gli evacuati furono calati con delle corde per essere recuperati dalle lance inviate dalle altre navi, compresa la Stockholm. Bisogna comunque ammettere che le eccezionali qualità costruttive dell'Andrea Doria permisero che rimanesse a galla per ben undici ore, concedendo un tempo sufficiente ai soccorsi.
Inoltre, si rivelarono decisivi l'eroismo dell'equipaggio italiano e l'esperienza del comandante Calamai, che seppe assumersi decisioni di grande responsabilità in tempi rapidissimi e febbrili: solo quando all'alba i passeggeri erano ormai tutti in salvo, fu convinto con la forza dai suoi ufficiali ad abbandonare la nave. Non c'era più speranza: trascinata in acque meno profonde per agevolare gli accertamenti, l'Andrea Doria continuava inesorabilmente ad inclinarsi finché, alle ore 10:09 del 26 luglio, scomparve sotto le onde per affondare definitivamente.
Le indagini che cominciarono a New York per stabilire le cause e le colpe dell'incidente furono accompagnate subito dal grande clamore suscitato per l'importanza, il prestigio dell'Andrea Doria e dal risalto dato alla vicenda dalla stampa che l'aveva seguita in tutte le fasi.
Come fu possibile un tale disastro, tra due grandi navi in mare aperto? Al processo, che vedeva fronteggiarsi gli avvocati delle parti in causa, si affiancò di prepotenza un giudizio sommario dell'opinione pubblica nei confronti dell'equipaggio e soprattutto contro il comandante Calamai.
Infatti, i rappresentanti dello Stockholm si mostrarono decisi a negare l'evidenza, sostenendo che non vi era nebbia nel luogo dell'impatto, accusando l'Andrea Doria di non aver rispettato le procedure previste per la rilevazione e la correzione della rotta, e tacendo sull'inesperienza dei propri ufficiali al radar e al timone, che stavano oltretutto procedendo a velocità troppo elevata per la situazione di rischio.
A dispetto di queste premesse, gli armatori preferirono accordarsi e il processo si concluse in una conciliazione extragiudiziale: la Società Italia di Navigazione e la Swedish-American Line si impegnarono a risarcire le vittime e a provvedere al pagamento dei danni. Gli assicuratori delle due società di navigazione facevano capo alla medesima compagnia, i Lloyd di Londra, ed anziché insistere sul contenzioso trovarono un accomodamento che limitava le responsabilità e di conseguenza l'entità del risarcimento; in ballo c'era anche un'importante commissione che gli svedesi avevano affidato proprio ai Cantieri Ansaldo.
Per questi interessi economici si rinunciò a far piena luce sull'accaduto, tacendo sui difetti strutturali dell'Andrea Doria e sugli errori commessi dallo Stockholm, per finire così a scaricare implicitamente le colpe sulle spalle del comandante Calamai, stigmatizzandone la condotta tanto che non ottenne più incarichi e morì in disgrazia. Nonostante numerosi attestati di fiducia e di stima, le perizie che confermavano la sua versione e fugavano ogni dubbio arrivarono purtroppo postume.
In effetti, fin dai primi collaudi e durante il suo viaggio inaugurale, l'Andrea Doria aveva mostrato una preoccupante tendenza ad inclinarsi eccessivamente quando soggetta a consistenti forze laterali, ad esempio nell'urto contro onde oceaniche. La raccomandazione di riempire i serbatoi vuoti con acqua marina, zavorra funzionale alla stabilità dello scafo, rimase inascoltata all'epoca del disastro per guadagnare velocità: quasi esaurito il carburante perché ormai al termine del viaggio, questo difetto di progettazione contribuì enormemente ad accentuare l'entità del danno.
D'altra parte, un'inchiesta ministeriale italiana del 1957 era già arrivata ad accertare le responsabilità dell'equipaggio svedese, come è stato poi dimostrato dalle simulazioni condotte da John C. Carrothers e da Robert J. Meurn (capitano dell'Accademia della Marina Mercantile degli Stati Uniti): i dati del radar erano stati erroneamente interpretati, portando ad una valutazione sovrastimata delle distanze. L’ufficiale assegnato al radar fu indotto all’errore da una semplice manopola che mancava di adeguata retroilluminazione.
Durante i momenti che portarono all'incidente, al comando dello Stockholm, partito da New York il mattino del 25 luglio 1956 e diretto a Göteborg, era un inesperto terzo ufficiale anziché il comandante. Con una visibilità azzerata dalla nebbia e guidata solo dal radar, la nave svedese non aveva ridotto la propria velocità in via precauzionale come fu deciso invece a bordo dell'Andrea Doria. Le manovre di virata di entrambe le navi furono effettuate incrociando verso destra, in conformità a quanto disposto dal codice marittimo internazionale, ma rese inutili dalla fallace scala del radar sullo Stockholm: quando venne avvistato l'Andrea Doria, l'ordine di indietro tutta fu troppo tardivo per impedire la collisione, e la prua (rinforzata per seguire le rompighiaccio nelle gelide acque svedesi) andò ad impattare perpendicolarmente, cioè con il massimo danno.
Non erano normalmente previste comunicazioni via radio, il cui obbligo fu introdotto proprio in seguito al naufragio dell'Andrea Doria.
Le frequenti missioni di immersione e le esplorazioni con le sonde che si sono susseguite nell'arco di mezzo secolo non hanno aiutato a capire la dinamica dell'incidente, ma hanno riportato alla luce una innumerevole quantità di reperti (tra cui la grande statua dell'Ammiraglio Andrea Doria, una campana, le preziose porcellane) e sono state anche al centro di una fin troppo clamorosa spettacolarizzazione (come per la spedizione di Peter Gimbell destinata a recuperare la cassaforte, rivelatasi una delusione).
La verità insabbiata per gli interessi in gioco è infine riemersa: dopo troppo tempo, e unicamente per l'iniziativa e l'impegno di quei singoli che non hanno mai considerato l'inchiesta definitivamente chiusa.

sabato 25 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 luglio.
Il 25 luglio del 1365 le cronache bolognesi ricordano uno dei più forti terremoti avvenuti nella storia della città.
Le fonti coeve all’evento sismico, ricordano che la scossa avvenne il 25 luglio del 1365, senza specificarne gli effetti. La fonte cronologicamente più vicina che riporta informazioni sui danni, è la cinquecentesca cronaca del Ghirardacci, dove l’unica data che precede le notizie relative al terremoto è il 7 aprile del 1365. Tuttavia, tra questo preciso riferimento cronologico e l’indicazione dell’ora e degli effetti della scossa, sono riportate altre notizie relative alla città di Treviso. Considerato lo scarto di alcuni mesi riguardo l’accadimento della scossa e l’ambiguità della fonte riguardo alla data, è ragionevole riferire la descrizione degli effetti fornita dal Ghirardacci alla scossa del 25 luglio.
Ghirardacci, ripreso poi da cronisti dei secoli successivi, ricorda che crollarono e furono danneggiati molti edifici pubblici e privati; in particolare specifica che crollarono ("rovinarono") tre case della famiglia Lambertini, e morirono quattro persone di questa famiglia; crollò la beccaria di Rolandino Gurini. La torre dei Confortati in via dei Bagnaroli, attuale via San Benedetto XIV, fu così gravemente danneggiata fino alle fondazioni, che le autorità civili bolognesi decisero di abbassarla per evitare che crollasse sulle vicine case della famiglia dei Sabbadini; la chiesa di San Michele dei Leprosetti, nell’attuale piazza S.Michele, necessitò di restauri; crollò la parte posteriore della chiesa di S.Maria del Carrobbio, non più esistente e situata nella piazza del Carrobbio, attuale piazza della Mercanzia; molti edifici in zona Saragozza e Lame furono danneggiati.
"Il Tremuoto nell'anno 1365. così orribile sentir si fece,che tutte le Castella del Bolognese furono in ispavento e dolore. A questo oggetto Ajmerico indisse per tutta la Diocesi fervide preci, le quali durarono finche cessarono le scosse del Tremuoto, e le innondazioni pure dei fiumi usciti in alta maniera dai loro letti." (Monteforti, Storia della Città di Cento  composta nel 1765- tomo I carte 83v-84r)

venerdì 24 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 luglio.
Il 24 luglio 1908 si correva la maratona delle Olimpiadi di Londra.
Il 24 luglio, penultimo giorno dei Giochi Olimpici, era un venerdì caldo ed afoso, indubbiamente il clima era poco propizio per una corsa di maratona. Adunati nel piazzale antistante il castello di Windsor, 55 atleti attendevano il segnale di partenza per gareggiare su un percorso di 26 miglia e 385 yards (km. 42,195), fino al traguardo posto allo stadio di Sheperd's Bush. Dorando Pietri, maglietta bianca e calzoncini scarlatti, con il numero 19 sul petto, doveva essere il grande e sfortunato protagonista della memorabile gara. Alle 14:33 il "via!”. Gli inglesi Jack, Lord e Price presero la testa alternandosi al comando dalla gara fino al 14°miglio poi scomparvero dalla competizione. A quel punto passò in testa il sudafricano Hefferon mentre uno dei favoriti, l'atleta Longboat, si ritirava. Pietri, dopo essersi mantenuto fra il terzo ed il quarto posto, al 18° miglio iniziò la sua offensiva passando al secondo posto. L'ultima segnalazione da Wimbledon dava primo Hefferon con circa 800 yards di vantaggio su Dorando Pietri, che aveva superato e poi distaccato di circa 100 yards l'americano Hayes. Le 26 miglia (km. 41,841 ) furono compiute dall'italiano in 2 ore 45 minuti; alle ore 17,18, preceduto dallo sventolio di bandiere, dal sottopassaggio che immetteva nella pista apparve, irriconoscibile, il nostro campione. Dorando avanzava con azione scomposta, barcollava ed inconsciamente muoveva le gambe che piegate e doloranti stentavano a sostenerlo, solo il miraggio della vittoria lo faceva avanzare. Il nostro campione all'ingresso dello stadio cadde, si rialzò, proseguì per poi ricadere ancora quattro volte, a pochi metri dal traguardo cadde per la quinta volta e qui un megafonista generoso lo sostenne e gli fece tagliare il traguardo.
Per percorrere gli ultimi 325 metri, che poi Dorando definì la sua "via crucis", aveva impiegato 9 minuti e 46 secondi. Oltre il traguardo svenne, una barella lo raccolse, mentre la folla temette che il cuore del generoso atleta avesse ceduto per l'immane fatica ripetendo dopo 24 secoli il sacrificio di Fidippide. Tutti lo ritennero il vincitore morale, "Dorando era l'atleta che aveva vinto la gara senza ottenere la vittoria". Lo statunitense Hayes, giunto secondo dopo aver superato Hefferon, presentò reclamo contro l'italiano che fu squalificato per l'aiuto ricevuto, aiuto non richiesto e non voluto. L'episodio procurò materia per i giornali e per lunghe critiche e discussioni. La regina Alexandra d'Inghilterra, che aveva assistito all'epilogo della gara, saputo della squalifica di Pietri comunicò che il giorno seguente avrebbe premiato personalmente lo sfortunato atleta con una coppa. La coppa d'argento dorato, conservata presso la sede della Società "La Patria" di Carpi, che conteneva la bandiera inglese, e non sterline come qualcuno andava dicendo, sul piedistallo portava inciso: To Pietri Dorando - In Remembrance of the Marathon Pace From Windsor to the Stadium - July. 24. 1908 - Queen Alexandra .
Il racconto della sfortunata impresa di Pietri avrebbe immediatamente fatto il giro del mondo, consegnando alla storia dello sport questo episodio unico e drammatico. Dorando Pietri divenne una celebrità, in Italia e all'estero, famoso per non avere vinto. Le sue gesta colpirono la fantasia del compositore Irving Berlin, che gli dedicò una canzone intitolata "Dorando". La mancata vittoria olimpica sarebbe divenuta la chiave del successo dell'italiano: Pietri ricevette presto un lauto ingaggio per una serie di gare-esibizione negli Stati Uniti. Il 25 novembre 1908, al Madison Square Garden di New York, andò in scena la rivincita tra Pietri e Hayes. Gli spettatori accorsi furono ventimila, mentre altre diecimila persone rimasero fuori a causa dell'esaurimento dei posti.
I due atleti si sfidarono in pista sulla distanza della maratona, e dopo aver corso testa a testa per quasi tutta la gara, alla fine Pietri riuscì a vincere staccando Hayes negli ultimi 500 metri, per l'immensa gioia degli immigrati di origine italiana presenti. Anche la seconda sfida, disputata il 15 marzo 1909, venne vinta dall'italiano.
Durante la trasferta in America Pietri partecipò a 22 gare, con distanze variabili dalle 10 miglia alla maratona, vincendone 17.
Rientrato in Italia nel maggio 1909 proseguì l'attività agonistica per altri due anni. La sua ultima maratona fu quella di Buenos Aires, corsa il 24 maggio 1910, dove Pietri chiuse con il suo primato personale, 2h 38'48"2.
La gara d'addio in Italia si svolse il 3 settembre 1911 a Parma: una 15 chilometri, vinta agevolmente. Corse la sua ultima gara all'estero il 15 ottobre dello stesso anno (il giorno prima del suo 26° compleanno), a Göteborg (Svezia), concludendo con l'ennesima vittoria.
In tre anni di professionismo e 46 gare alle spalle, Dorando Pietri ha guadagnato oltre 200.000 lire solo con i premi, che assieme alla diaria settimanale di 1250 lire, costituivano una cifra enorme per l'epoca. Pietri investì i suoi guadagni in un'attività alberghiera assieme al fratello: come imprenditore tuttavia non avrà gli stessi risultati ottenuti nello sport. Dopo il fallimento dell'hotel si trasferì a Sanremo dove aprì un'autorimessa.
Morì all'età di 56 anni, il giorno 7 febbraio 1942, a causa di un attacco cardiaco.

 

giovedì 23 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 luglio.
Il 23 luglio 1957 Giuseppe Tomasi di Lampedusa, vinto da un tumore ai polmoni, moriva nel suo letto.
Solo un anno prima, andava scrivendo il romanzo che l’avrebbe reso eterno. Non c’è da stupirsi che il primo approccio con lo scritto sia fallimentare, poiché è da studenti che generalmente se ne conosce l’essenza, nel vincolo di un dovere che ruba la bellezza a una memorabile prosa, da qualcuno definita “d’arte”. Il fascino dell’opera si svela poi negli anni, quando scorrendo lo sguardo sopra una fila di vecchi libri, si torna a leggerlo. E Il Gattopardo, tanto per intenderci, «è uno di quei romanzi nei quali, anche quando la macchina del racconto sembra incepparsi o rallentare di ritmo, c’è sempre almeno un motore di riserva che funziona».
Per anni numerosi critici, ossessionati dalla necessità di trovare un aggettivo che lo inscatolasse in un genere e impegnati nel gioco classificatorio, hanno ricercato quella soluzione che accontentasse tutti, ma: «Il Gattopardo è troppo introspettivo-psicologico per essere solo un romanzo storico, troppo documentato sull’epoca dei fatti per essere solo un romanzo psicologico». C’è chi ha interpretato l’intero scritto come un’unica, grande metafora esistenziale: nell’andare delle pagine, la feroce bestia cambia veste e, da simbolo araldico, diventa limpida immagine del protagonista, che del gattopardo ha metaforicamente la forza e l’imponenza.
Il principe Fabrizio Salina, la cui vicenda quotidiana stava per essere narrata sotto il titolo La giornata di un siciliano, è un uomo complesso e ansioso della fine, della meta, del risultato. Caratterizzato da un profondo e cieco conflitto interiore, tormentato dai sensi di colpa (verso la moglie andando da Mariannina o per avere votato “sì” al plebiscito contro le proprie convinzioni), mostra una calma tutta esteriore, che cela un’ira repressa e si palesa nel pugno stretto fino a conficcare le unghie nella carne. Il principe ha pensieri che sfuggono al mondo circostante degli amici e della famiglia, accosta riflessioni inintelligibili agli altri, che lo conducono all’inesorabile rifugio di sé e all’osservazione del cielo e degli astri, sua enorme passione. Un solo personaggio ne intuisce la natura tormentata e l’irrequieto agitarsi dell’animo ed è Tancredi, il nipote che sa sciogliere i dubbi dello «ziòne», il solo in cui l’uomo-gattopardo possa in qualche modo vedersi riflesso, mentre il suo sguardo assiste impotente al crollo delle istituzioni e dei costumi sociali, alla fine di un’epoca.
Nell’ammirazione di don Fabrizio per Tancredi si percepisce uno slancio immodesto ed egoistico, perché in fondo, scrive Lampedusa, «lui stesso è come Tancredi». Il rapporto con gli altri personaggi del romanzo è decisamente d’altra specie: il rispetto di Padre Pirrone e Ciccio Tumeo non è corrisposto dall’alterigia tutta aristocratica del principe Salina, vero pater familias, autoritario e virile almeno nei primi capitoli del romanzo, quando l’avvicinarsi di un’inevitabile fine non ha ancora ammuffito la sua linfa vitale. Il tormento del principe è crescente nell’avvicendarsi delle pagine: «Appartengo ad una generazione disgraziata, a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due».
C’è una costante ironia nelle pagine de Il Gattopardo, espressa, tra l’altro, dall’animazione metaforica degli oggetti o dall’uso esasperato di termini latini, latineggianti, pomposi, a volte barocchi. E non avrebbe potuto essere altrimenti poiché, come molti sanno, l’ironia tipicamente siciliana, beffarda e tagliente, contraddistingue il ricordo di Lampedusa ogni qualvolta leggiamo di lui. L’autore non fa quasi mai capolino nella vicenda ma, nella rarità delle intromissioni, la sua idea si esprime attraverso massime ricche di sarcastica verità: «attribuire ad altri la propria infelicità […] è l’ultimo ingannevole filtro dei disperati». Le descrizioni assolate, dominate dal senso di morte e dalla pesante pigrizia di un clima quasi africano, fanno intravedere splendidi paesaggi, indimenticabili raffigurazioni, tra cui quella dei giardini di Villa Salina e la fontana di Anfitrite; e indimenticabile è anche l’amato alano di don Fabrizio che — scriveva Lampedusa a Lajolo — «In un romanzo da cui quasi tutti i personaggi escono male è l’unico sicuramente positivo». Bendicò, eterno amico a quattro zampe, è come le stelle, ha il loro stesso compito: tranquillizza il principe, fiuta falsità e ipocrisie (significativo il suo ringhiare contro Angelica). I critici ne hanno giustamente sottolineato il ruolo strutturale all’interno della vicenda: appare all’inizio, facendo irruzione nella sala in cui si recita il rosario e nell’ultima pagina, quando muore trovando riposo «in un mucchietto di polvere livida», a suggellare la fine di tutto.
L’ideologia politica di Tomasi di Lampedusa è riassunta e semplificata, come scriveva Pampaloni, nella terza parte de Il Gattopardo — «senza vento l’aria sarebbe stata uno stagno putrido, ma anche le ventate risanatrici trascinavano con sé tante porcherie» —, nel discorso di Tancredi e nella sua celebre frase che descrive la situazione storica della Sicilia del 1860: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Infine, in riferimento alla concezione di Lampedusa della storia umana, vale l’espressione di don Fabrizio: «e dopo sarà diverso, ma peggiore».
L’ombra della morte, quasi sempre presente, è «come un ronzio continuo all’orecchio», nei presagi e nel sonno, nel solleone e negli oggetti; l’ineluttabile destino, a volte vigliacco, altre spudorato, si avverte costantemente in un crescendo vertiginoso. «L’annunciazione della morte comincia per don Fabrizio a palazzo Pantaleone […] nel calore del ballo […], nel suono del valzer che gli sembra l’immagine dell’incessante passaggio del vento sulle terre assetate». E anche nel ballo dei due giovani innamorati, Angelica e Tancredi, il nero cupo e opaco della fine pesa angoscioso e funesto; ed essi sono: «Attori ignari cui un regista fa recitare la parte di Giulietta e quella di Romeo nascondendo la cripta e il veleno, di già previsti nel copione». Sono marionette in uno squarcio orribile e patetico, mentre li immaginiamo: «Nella reciproca stretta di quei loro corpi destinati a morire».
Nella confessione di don Fabrizio, il momento in cui i nostri occhi sono incapaci di staccarsi dalle righe del romanzo, si ha la sensazione di un procedere velocissimo verso l’epilogo preannunciato, terribile e straziante; i peccati parevano al principe troppo meschini per farne un elenco in quella giornata di afa; e poi: «era tutta la vita ad essere colpevole, non questo o quel singolo fatto; e ciò non aveva più il tempo di dirlo».
La chiave di lettura de Il Gattopardo, senza andare troppo lontano, la troviamo nelle parole stesse di Lampedusa, che in una lettera a Lajolo del 1956 scriveva: «Bisogna leggerlo con grande attenzione perché ogni parola è pesata ed ogni episodio ha un senso nascosto». Ne Il Gattopardo: «Non vi è nulla di esplicito»; e l’«esplicito», per usare il significato lampedusiano del termine, è qualcosa di «rozzamente contadinesco o brutalmente melodrammatico» .
Il romanzo fu presentato all'inizio agli editori Arnoldo Mondadori Editore e Einaudi, che ne rifiutarono la pubblicazione (il testo fu letto da Elio Vittorini che successivamente sembra si fosse rammaricato dell'errore), avvenuta poi dopo la morte dell'autore da Feltrinelli con la prefazione di Giorgio Bassani, che aveva ricevuto il manoscritto da Elena Croce. Nel 1959 ricevette il Premio Strega divenendo il primo best-seller italiano con oltre 100.000 copie vendute. Nel 1963 Luchino Visconti lo tradusse nel film omonimo, con un cast stellare (Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon, Paolo Stoppa, Romolo Valli, Mario Girotti ed altri ancora).

mercoledì 22 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 luglio.
Il 22 luglio 356 a.C. nasceva Alessandro il Macedone, detto anche Alessandro Magno.
Figlio di Filippo II di Macedonia e di Olimpiade, principessa d'Epiro, fu educato da Aristotele, a cui Filippo aveva dato l'incarico di completare la sua istruzione, e dal suo maestro derivò la versatilità di interessi che gli fu propria.
A sedici anni gli fu affidata dal padre, occupato nell'assedio di Bisanzio, la reggenza in Macedonia, due anni dopo si distinse nella battaglia di Cheronea (338). Alessandro, che predilesse sopra ogni altro poeta Omero e amò identificarsi con Achille, del quale aveva l'ambizione frenata di gloria e l'animo sempre pronto a cedere alle più opposte passioni, conscio della sua grandezza, amò credere in una sua nascita divina già prima che questa gli venisse ufficialmente confermata dall'oracolo di Zeus-Ammone. La sua figura è stata in ogni tempo particolarmente studiata: la critica moderna si è soffermata soprattutto sulla genesi della sua concezione teocratica e sulla natura e l'originalità della sua strategia.
Salito al trono nel 336 in seguito all'oscuro assassinio del padre, dovette affrontare una sorda opposizione interna e soprattutto, all'esterno, il pericolo di defezione delle recenti conquiste e di insurrezione degli Stati greci. Domata l'opposizione interna, facendo eliminare con fredda determinazione quanti avrebbero potuto rivendicare aspirazioni successorie, soprattutto i congiunti della matrigna Cleopatra, con una rapida campagna militare egli rafforzò poi il suo potere sulle tribù illiriche e danubiane di recente sottomesse dal padre. Infine, dopo essersi fatto confermare con una prima spedizione in Grecia il titolo di egemone della Lega di Corinto, scese una seconda volta nella penisola, stroncò (335) l'aperta insurrezione di Tebe e, come monito, fece decretare dalle stesse città elleniche la distruzione della città. Consolidata così la sua posizione in Macedonia e in Grecia, si accinse a realizzare, in nome della grecità, la spedizione in Persia progettata dal padre.
Sbarcato nel 334 in Asia con un esercito di 40.000 uomini e 5000 cavalieri e una flotta di 160 navi, si congiunse con il primo distaccamento già inviatovi dal padre e trincerato in Abido. La vittoria di Granico (334) gli assicurò una facile penetrazione in Asia Minore fin oltre Tarso; le forze persiane avevano tentato di opporre resistenza a Mileto e Alicarnasso, ma entrambe le città furono conquistate e Alessandro, dopo aver attraversato Licia, Panfilia, Psidia e Frigia, scese senza incontrare resistenza in Cilicia. Un nuovo scontro con le forze di Dario III, che aveva preparato la resistenza e pensava di sorprenderlo alle spalle, si risolse in una nuova completa vittoria del Macedone a Isso (333 a. C.). Con ciò Alessandro aveva la strada aperta per occupare tutti i possedimenti costieri dell'Impero persiano; così, per garantirsi le spalle prima di spingersi nelle regioni dell'interno, s'impossessò in poco più di un anno di Siria, Fenicia ed Egitto. Qui egli fondò Alessandria nella zona del delta del Nilo e, spintosi con una marcia avventurosa in pieno deserto, raggiunse l'oasi di Siwa dove, in un santuario dedicato a Zeus-Ammone, grazie alla compiacenza dei sacerdoti ebbe una specie di investitura sacra e fu riconosciuto dal dio successore dei faraoni. Ripresa la marcia verso l'Asia, egli si scontrò un'ultima volta con le truppe di Dario a Gaugamela (331); la Mesopotamia e con essa il resto del Paese erano ormai in suo potere. L'anno seguente (330) lo stesso Dario III venne ucciso a tradimento da un satrapo della Battriana. Alessandro poteva ora riposarsi nelle grandi capitali di Babilonia, Susa, Persepoli ed Ecbatana; qui, assumendo il titolo di "gran re" e i contrassegni esteriori dei dinasti persiani, si atteggiava a loro legittimo successore. Sia l'introduzione di un cerimoniale persiano, che comportava l'umiliante genuflessione davanti al re, sia il principio della divinizzazione in vita del monarca crearono però tra gli intimi di Alessandro e nell'esercito un disagio che si mutò spesso in ostilità aperta. Avvennero alcune congiure cui seguì una violenta repressione; Parmenione e suo figlio Filota furono tra le prime vittime. Nel 328 lo stesso macedone uccise di sua mano Clito il Nero che gli rinfacciava la pretesa di farsi considerare figlio di Zeus e l'adozione di riti e usi estranei ai Macedoni.
 Intanto l'idea di un'investitura divina si era intimamente associata a quella di una monarchia universale; con una marcia attraverso le satrapie orientali egli meditava di raggiungere l'India.
Inseguendo Besso, l'uccisore di Dario, sottomise le regioni che via via attraversava finché, raggiuntolo in Battriana, lo fece condannare a morte da una corte persiana (329 a. C.). Qui l'anno successivo, dopo aver assoggettato la limitrofa Sogdiana, sposava Rossane, una principessa indigena; il matrimonio e l'imposizione della proskynésis (la genuflessione) provocarono la cosiddetta "congiura dei paggi", in seguito alla quale, per esservi stato coinvolto, fu condannato a morte Callistene, parente di Aristotele e storico ufficiale di corte. Nel 327, varcato l'Indo, Alessandro iniziava con un esercito di 40 mila uomini la grande spedizione in India; sconfitto il re Poros nella battaglia dell'Idaspe e arrivato fino al fiume Ifasi, egli meditava di raggiungere l'Oceano Indiano.
Le truppe macedoni rifiutarono però di procedere oltre ed egli decise dunque la ritirata. Costruita una flotta scese, con una parte dell'esercito il corso dell'Ifasi e raggiunse le foci dell'Indo; di là, con una snervante marcia lungo il litorale, tornò in Persia mentre Nearco, il suo ammiraglio, esplorava il Golfo Persico, e, risalendo il Tigri, raggiungeva Susa per via fluviale. Giunto a Susa nel 324 a. C., Alessandro indiceva feste grandiose per celebrare la fine della guerra e cercava poi di attuare il suo programma di completa fusione tra vincitori e vinti, concepiti come partecipi di un nuovo impero di cultura greca e di concezione teocratica persiana.
Egli sviluppò perciò i rapporti commerciali, fondò numerose città, cui per lo più diede il suo nome, favorì le unioni tra i propri ufficiali e giovani persiane; in quel periodo ben diecimila veterani e ottanta ufficiali si unirono in matrimonio con donne persiane e lo stesso re sposò in seconde nozze la figlia di Dario, Statira. Conquistata la Persia, raggiunta l'India, iniziata l'unificazione delle terre soggette, il macedone preparava, secondo alcune fonti, una grande campagna in Occidente. La morte, avvenuta per malattia il 13 giugno del 323, pose fine ai suoi progetti. Toccò poi ai suoi successori togliere ai Greci quello che ancora rimaneva di libertà, segnando la fine della polis.
Le premesse di questa politica erano già state poste da Alessandro con la sua idea anticipatrice della monarchia universale e divina, fattore di coesione tra diverse realtà politiche e sociali, comportante il superamento delle differenze locali. Con la scomparsa del Macedone, l'immenso impero si dissolveva, spezzandosi in unità minori, le monarchie ellenistiche, governate dai luogotenenti e successori (i diadochi). L'idea universalistica associata al culto divino dei re, nel quale la concezione eroica greca si veniva a fondere con quella teocratica del mondo orientale, sopravviveva tuttavia in tali unità favorendo il diffondersi, in un'ampia area euroasiatica, dei valori morali e intellettuali creati dalla polis greca.
La scienza militare considera Alessandro uno dei più grandi capitani della storia; così lo giudicarono grandi condottieri quali Annibale, Cesare, Gustavo Adolfo, Turenne, Napoleone. Del suo esercito fece uno strumento di formidabile efficienza. Perfezionò innanzitutto la falange, rendendola irresistibile nell'urto e insuperabile nella difesa. Il fattore veramente nuovo nell'organizzazione militare fu tuttavia l'impiego della cavalleria, che divenne l'arma offensiva per eccellenza.
La falange era destinata ad agganciare e a trattenere il grosso del nemico mentre la cavalleria pesante caricava a fondo non solo la cavalleria ma anche la fanteria avversaria. Lo schema di tutte le grandi battaglie di Alessandro presenta sostanzialmente le stesse caratteristiche: la massa delle fanterie posta al centro su due colonne, la cavalleria alle ali, con i reparti scelti a destra e comandati personalmente da Alessandro. L'urto di questa cavalleria decideva le sorti della battaglia: egli attaccava il nemico sempre su un fianco oppure avviluppava il centro avversario in una vigorosa manovra di doppio aggiramento, valorizzando al massimo il combattimento d'ala. Il suo genio militare non fu però mai prigioniero di una formula, ma si adattava senza posa alle contingenze. Uomo d'azione, prendeva e manteneva sempre l'iniziativa sul nemico partecipando personalmente alle battaglie più sanguinose. Tattico geniale, fu anche stratega accorto. Dopo la vittoria sfruttava il successo con l'inseguimento e la distruzione del nemico, con il controllo delle piazzeforti, la conquista dei magazzini e dei tesori avversari. Ebbe per regola costante di tenere unite le sue forze senza lasciarsi distrarre da scopi secondari a scapito dell'obiettivo principale; comprese la necessità di procurarsi in tempo notizie sul nemico e di garantire il suo esercito da sorprese e impiegò quindi largamente la cavalleria anche nel servizio di avanscoperta e di esplorazione lontana. Alessandro lasciò traccia anche nella poliorcetica. Il suo esercito era infatti largamente dotato di macchine da guerra: torri su ruote, arieti, catapulte leggere per il lancio dei giavellotti e pesanti per quello delle pietre. Questo apparato tecnico era completato da reparti di zappatori e di pontieri, dagli addetti ai servizi dei trasporti, all'intendenza per il rifornimento dell'esercito con acquisti e requisizioni, al servizio sanitario, a una sezione topografica e al servizio dei dispacci che disponeva di corrieri e di stazioni di segnalazione ottica.

martedì 21 luglio 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 luglio.
Il 21 luglio 2001, nell'ambito del G8 di Genova, avvenne un assalto da parte delle forze dell'ordine alla Scuola Diaz, sede del coordinamento dei comitati di protesta anti G8.
Il giorno prima, durante una dei tanti scontri di giornata tra manifestanti e polizia, era morto Carlo Giuliani, colpito da un'arma da fuoco sparata da un carabiniere. Gli animi di tutti erano perciò già particolarmente esasperati.
La scuola Diaz e l'adiacente scuola Pascoli, nel quartiere di Albaro, in origine erano state concesse dal comune di Genova al Genoa Social Forum come sede del loro media center e, in seguito alla pioggia insistente che aveva costretto a evacuare alcuni campeggi, anche come dormitorio. Secondo le testimonianze dei manifestanti la zona era divenuta un punto di ritrovo di molti manifestanti, soprattutto tra chi non conosceva la città, venendo frequentata durante le tre giornate anche da coloro che non erano autorizzati a dormire nell'edificio e, sempre secondo quanto riferito dai manifestanti e dal personale delle associazioni che avevano sede nella Pascoli, non vi erano particolari situazioni di tensione nei due edifici.
Intorno alle ore 21.00, circa due ore prima della perquisizione e mezz'ora prima della supposta aggressione alle forze dell'ordine, alcuni cittadini segnalarono la presenza in zona (via Trento, piazza Merani e via Cesare Battisti) di alcuni manifestanti intenti a posizionare dei cassonetti dell'immondizia in mezzo alla strada ed intenti a liberarsi di caschi e alcuni bastoni. Una volante della polizia mandata a verificare rilevò la presenza di un centinaio di persone davanti alla scuola Diaz, senza però essere in grado di verificare se fossero i soggetti segnalati dalle telefonate o se stessero realmente spostando i cassonetti in mezzo alla strada.
Successivamente la segnalazione di un attacco a una pattuglia di poliziotti portò alla decisione da parte delle forze dell'ordine di effettuare una perquisizione presso la scuola Diaz e, ufficialmente per errore, alla vicina scuola Pascoli dove stavano dormendo 93 persone tra ragazzi e giornalisti in gran parte stranieri, la maggior parte dei quali accreditati; il verbale della polizia parlò di una "perquisizione" poiché si sospettava la presenza di simpatizzanti del Black block ma, a distanza di anni, resta tuttora senza motivazione ufficiale l'uso della tenuta antisommossa per effettuare una perquisizione.
Tutti gli occupanti furono arrestati e la maggior parte picchiata, sebbene non avessero opposto alcuna resistenza; i giornalisti accorsi alla scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella, uno dei quali rimase in coma per due giorni, ma la portavoce della Questura dichiarò in conferenza stampa che 63 di essi avevano pregresse ferite e contusioni e mostrò il materiale sequestrato senza dare risposte agli interrogativi posti dai giornalisti. Le immagini delle riprese mostrarono muri, pavimenti e termosifoni macchiati di sangue, a nessuno degli arrestati venne comunicato di essere in arresto e dell'eventuale reato contestato, tanto che molti di loro scoprirono solo in ospedale, a volte attraverso i giornali, di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione ed al saccheggio, resistenza aggravata e porto d'armi.
Dei 63 feriti tre ebbero la prognosi riservata: la ventottenne studentessa tedesca di archeologia Melanie Jonasch, la quale subì un trauma cranico cerebrale con frattura della rocca petrosa sinistra, ematomi cranici vari, contusioni multiple al dorso, spalla ed arto superiore destro, frattura della mastoide sinistra, ematomi alla schiena ed alle natiche; il tedesco Karl Wolfgang Baro, trauma cranico con emorragia venosa, ed il giornalista inglese Mark Covell, mano sinistra e 8 costole fratturate, perforazione del polmone, trauma emitorace, spalla ed omero, oltre alla perdita di 16 denti, ed il cui pestaggio, avvenuto a metà strada tra le due scuole, venne ripreso in un video.
La versione ufficiale del reparto mobile di Genova fu che l'assalto sarebbe stato motivato da una sassaiola proveniente dalla scuola verso una pattuglia delle forze dell'ordine che transitava in strada alle ore 21.30 circa, anche se in alcune relazioni l'orario fu indicato nelle 22.30; il vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in servizio alla Mobile di Roma ed in quei giorni aggregato a Genova, riferì in un primo tempo di essere transitato "a passo d'uomo", a causa di alcune vetture presenti nella strada molto stretta, davanti alla scuola con quattro vetture e che il cortile della scuola ed i marciapiedi "erano occupati da un nutrito gruppo, circa 200 persone, molti dei quali indossavano capi di abbigliamento di color nero, simile a quello tipicamente usato dai gruppi definiti Black bloc" e che questi avevano fatto bersaglio i mezzi con "un folto lancio di oggetti e pietre contro il contingente, cercando di assalire le autovetture", ma che queste riuscirono ad allontanarsi, nonostante la folla li inseguisse, "azionando anche i segnali di emergenza".
Le forze dell'ordine tuttavia non furono in grado di fornire indicazioni precise sui mezzi coinvolti, né su chi li guidava e le testimonianze sulla presenza di centinaia di simpatizzanti dei black bloc non venne confermata da altre fonti; successivamente Di Bernardini ammise di non aver assistito direttamente al lancio di oggetti e di avere "visto volare una bottiglia di birra sopra una delle quattro auto della polizia e una persona che si aggrappava allo specchio retrovisore", ma di aver riportato quanto riferitogli da altri. Successivamente tre agenti sostennero che un grosso sasso aveva sfondato un vetro blindato del loro furgone, un singolo mezzo, rispetto ai quattro dichiarati in un primo tempo, e che il mezzo venne poi portato in un'officina della polizia per le riparazioni; tale episodio tuttavia non risultò dai verbali dei superiori, stilati dopo l'irruzione, che invece riportano di una fitta sassaiola, né fu possibile identificare il mezzo che sarebbe stato coinvolto.
Testimonianze successive di altri agenti, rese durante le indagini, sostennero al contrario, il lancio di un bullone, evento a cui i superiori non avrebbero assistito, e di una bottiglia di birra, lanciata in direzione di quattro auto della polizia, a una delle quali si era aggrappato un manifestante. Alcuni giornalisti ed operatori presenti all'esterno della Pascoli racconteranno invece di aver visto solo una volante della polizia in coda insieme ad altre auto dietro un autobus che sostava in mezzo alla strada per far salire i manifestanti diretti alla stazione ferroviaria, la quale, giunta all'altezza delle due scuole, accelerò di colpo "sgommando", ed in quel momento venne lanciata una bottiglia che si infranse a terra a diversi metri di distanza dall'auto ormai lontana; versione confermata in parte da altri testimoni all'interno dell'edificio, i quali affermarono di aver sentito il rumore di una forte accelerata, seguito pochi istanti dopo da alcune urla e dal tonfo di un vetro infranto. Tali versioni, contrastanti in date ed in tempi diversi, hanno posto fortemente in dubbio l'effettivo verificarsi del fatto addotto a motivo dell'irruzione.
L'ora di arrivo delle forze dell'ordine di fronte all'edificio, diversa a seconda delle ricostruzioni effettuate da alcune delle difese degli appartenenti alle stesse rispetto ad altre testimonianze, è stata dibattuta durante i primi due gradi del processo; la Corte di Appello di Genova, concordando con le conclusioni del Tribunale di primo grado, ricostruì nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, tramite il confronto dei filmati che mostrarono l'uso di cellulari con i tabulati delle telefonate e gli orari di arrivo degli agenti:
    « Sulla base di tale elaborato il Tribunale ha ritenuto che l'arrivo delle forze di Polizia in Piazza Merani sia avvenuto alle ore 23.57.00 (orario desumibile anche dalla trasmissione in diretta di radio GAP, perché è in quel momento che il programma in corso viene bruscamente interrotto per dare notizia dell'arrivo della Polizia in assetto antisommossa), che l'ingresso dei reparti di Polizia operanti all'interno del cortile della scuola sia avvenuto alle 23.59.17 (visibile lo sfondamento del cancello del cortile mediante il mezzo del Reparto Mobile di Roma nel rep. 175), e che l'apertura del portone centrale in legno sia avvenuta alle ore 00.00.15 (visibile dai rep. filmati n. 175 e n. 239), meno di un minuto dopo l'ingresso nel cortile. »
All'operazione di polizia hanno preso parte un numero tutt'oggi imprecisato di agenti: la Corte di Appello di Genova, pur richiamando questo fatto nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, basandosi sulle informazioni fornite durante il processo da Vincenzo Canterini, li stima in circa "346 Poliziotti, oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici".
Un ulteriore lancio di sassi e altri oggetti verso le forze dell'ordine, una volta che queste si erano radunate fuori dall'edificio, definito "fittissimo lancio" nel verbale di arresto dei manifestanti e addotto a ulteriore motivo dell'irruzione nella scuola al fine di assicurare alla giustizia i presunti manifestanti violenti) è stato escluso nel corso del processo dall'analisi dei filmati disponibili da parte del RIS. L'agente che, dal verbale, risultava aver assistito al lancio di un maglio spaccapietre dalle finestre della scuola, sentito al processo si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre un altro dei firmatari dello stesso verbale riferirà di aver visto in realtà solo "due pietre di piccole dimensioni" cadute "nel cortile della scuola". La Corte d'appello, nella ricostruzione dei fatti contenuta nelle motivazioni della sentenza, ricostruisce così gli avvenimenti:
    « In ogni caso le emergenze probatorie raccolte escludono che si sia trattato di condotta particolarmente significativa e pericolosa, e che abbia avuto le caratteristiche con le quali è stata descritta negli atti sopra menzionati. Basta rilevare che gran parte della scena dallo sfondamento del cancello, al successivo ingresso nel cortile fino all’apertura del portone è stata ripresa nel filmato in atti, e che lo stesso, pure oggetto di attenta consulenza da parte dei RIS di Parma, non consente di apprezzare la caduta e tanto meno il lancio di oggetti (per cui se caduta vi è stata si deve essere trattato di oggetti di dimensioni insignificanti), come del resto confermato dal fatto che a terra nulla di tal genere è stato poi ritrovato, e che gran parte degli operatori staziona nel cortile senza assumere alcun atteggiamento di difesa o riparo da oggetti provenienti dall’alto (tra questi lo stesso Canterini che non indossa il casco, comportamento che per la sua esperienza di comandante non può essere dettato da leggerezza). Solo nella fase immediatamente precedente l’ingresso nella scuola, dopo l’apertura del primo portone, alcuni operatori portano lo scudo sulla testa, ma la condotta è ambigua, perché nello stesso frangente si vedono altri operatori nelle vicinanze che non assumono alcun atteggiamento protettivo; inoltre è stata fornita una spiegazione di tale condotta [...] ravvisata in una specifica tecnica operativa di approccio agli edifici, che contempla tale manovra in via cautelativa sempre, anche in assenza di effettivo pericolo. »
L'arresto in massa senza mandato di cattura venne giustificato in base alla contestazione dell'unico reato della legislazione italiana, esclusa la flagranza, che lo prevede, ovvero il reato di detenzione di armi in ambiente chiuso; dopo la perquisizione le forze dell'ordine mostrarono ai giornalisti gli oggetti rinvenuti, tra cui coltellini multiuso, sbarre metalliche e attrezzi che si rivelarono provenire dal cantiere per la ristrutturazione della scuola, alcune barre di metallo appartenenti ai rinforzi degli zaini (e, come evidenzieranno i giudici del processo d'appello, appositamente estratte da questi per essere mostrate come prove della presenza di possibili armi) e 2 bombe molotov. Lo molotov si scopriranno essere state sequestrate il giorno stesso in tutt'altro luogo e portate all'interno dell'edificio dalle stesse forze dell'ordine per creare false prove: un video dell'emittente locale Primocanale, visionato ad un anno dei fatti, mostrò infatti il sacchetto con le molotov in mano ai funzionari di polizia al di fuori della scuola e la scoperta di questo video porterà alla confessione di un agente, il quale ammise di aver ricevuto l'ordine di portarle davanti alla scuola.
Nella stessa operazione venne perquisita, per errore, stando alle testimonianze dei funzionari durante i processi, anche l'adiacente scuola Pascoli, che ospitava l'infermeria, il media center ed il servizio legale del Genoa Social Forum, che lamentò la sparizione di alcuni dischi fissi dei computer e di supporti di memoria contenenti materiale sui cortei e sugli scontri, oltre alle testimonianze di molti manifestanti circa i fatti dei giorni precedenti, sia su supporto informatico che cartaceo. Alcuni dei computer che erano stati dati in comodato al Genoa Social Forum dal Comune e dalla Provincia ed alcuni computer portatili dei giornalisti e dei legali presenti vennero distrutti durante la perquisizione; poche ore prima dell'assalto, in un comunicato stampa diffuso dal Genoa Legal Forum, si annunciò che il giorno successivo sarebbe stata sporta denuncia contro le forze dell'ordine per quanto avvenuto in quei giorni, avvalendosi di questo materiale; la Federazione nazionale della stampa si costituì parte civile al processo contro questa irruzione.
Durante le indagini vennero rese note le difficoltà a risalire ai firmatari dei verbali di arresto e perquisizione, contenenti 15 firme il primo e 9 il secondo (quesi ultimi firmatari anche del primo). Alla fine del processo di secondo grado una firma del verbale di arresto risultava ancora non identificata; a tal proposito la corte di appello, nelle motivazioni della sentenza, afferma:
    « La peculiarità dei verbali di perquisizione e sequestro, e di arresto oggetto del presente giudizio consiste innanzi tutto nella mancata indicazione nominativa dei verbalizzanti, posto che gli atti esordiscono con la frase “noi sottoscritti Ufficiali ed Agenti di Polizia Giudiziaria effettivi a…” seguita dalla indicazione dei rispettivi corpi di appartenenza, ma senza specificazione delle generalità. Gli inquirenti hanno dovuto così investigare in base alle firme di sottoscrizione, spesso mere sigle, con il risultato che uno dei firmatari del verbale di arresto è rimasto ignoto (circostanza significativa secondo l’accusa pubblica della mancata collaborazione nelle indagini da parte della Polizia, pur delegata dalla Procura a investigare sui tragici fatti). »
Tutti gli arrestati della scuola Diaz e della scuola Pascoli vennero in seguito rilasciati, alcuni la sera stessa, altri nei giorni successivi, e con il tempo caddero tutte le accuse ai manifestanti; per quanto riguarda l'accoltellamento di un agente, fatto che venne contestato dalle perizie del RIS, secondo le quali i tagli sarebbero stati procurati appositamente, ma ritenuto invece veritiero dal consulente tecnico del tribunale. L'agente, come rimarcato sia dal procuratore generale sia dai giudici nel processo di secondo grado, cambiò versione sull'avvenimento diverse volte, al pari di un collega che inizialmente aveva sostenuto la sua tesi, e nei 7 anni di indagini non si trovò nessun altro agente che ammise di aver assistito direttamente alla scena. L'agente nel processo di primo grado venne comunque assolto, seppur con forma dubitativa, ritenendo veritiera l'ultima delle sue versioni, mentre nel processo di secondo grado la ricostruzione venne ritenuta falsa. Gli arrestati stranieri vennero espulsi dall'Italia dopo il rilascio. La corte di cassazione ha recentemente condannato i poliziotti responsabili dei pestaggi della scuola Diaz, ma grazie all'indulto non sconteranno alcun giorno di carcere, per loro vi è solo la sospensione dal servizio. I loro capi sono stati interdetti dai pubblici uffici per cinque anni.

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