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giovedì 30 aprile 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 aprile.
Il 30 aprile 1993, durante un cambio di campo al torneo di tennis di Amburgo, Monica Seles, numero 1 al mondo della classifica WTA, viene accoltellata alla schiena da uno squilibrato, sostenitore della rivale Steffi Graf.
Nata a Novi Sad, in Jugoslavia, Monica capì a sei anni che sarebbe diventata una tennista quando in una vacanza sul mare Adriatico, osservò suo padre Karolj e suo fratello Zoltan che prendevano una borsa con le racchette. Quando chiese dove stavano andando, suo fratello rispose: "A giocare a tennis." Lei aveva udito solo la parola "gioco" da quella frase ed era suonato come un divertimento. Non ha mai, molti anni dopo quel momento, davvero smesso di giocare, anche se rapidamente il tennis ha cessato di essere qualcosa di simile al divertimento.
Il padre in gioventù era stato un campione sportivo ma non avendo potuto proseguire la sua carriera nell’atletica, si ripromise che i figli non avrebbero fatto lo stesso. Il fratello Zoltan è stato un top-ten nella classifica juniores del suo paese e giocava con Boris Becker e Stefan Edberg nelle manifestazioni europee. Monica voleva assolutamente batterlo anche se lui era di otto anni più grande.
In famiglia la nonna e la madre dicevano che non era nella natura di una ragazza giocare così tanto a tennis ma né il papà né Monica avrebbero ascoltato. Era una grande amante dei cartoni animati, così Karolj decise di disegnare il volto di Jerry su ogni palla da tennis e Monica sarebbe stata il gatto Tom che cercava con la sua racchetta di acciuffare il topolino che le era sfuggito. Faceva questo per molte ore al giorno. Vivevano in un appartamento e i bambini non erano ammessi al tennis club locale e così il padre mise una rete tra due auto nel parcheggio vicino casa e Monica doveva indirizzare le palle negli scatoloni predisposti negli angoli del campo. Poteva salire per la cena solo quando 200 palle precise erano posizionate nelle scatole.
La Seles guarda a questo come un momento d'oro. L'unico timore successivamente nella sua vita sarebbe stato quello di perdere. “Ho parlato con alcuni campioni di tennis, nel corso degli anni - McEnroe, Borg, Agassi, Federer - e nonostante abbiano caratteri differenti, sono uniti da una cosa: una schiacciante paura del dolore della sconfitta”. Il desiderio di gloria l’ha sempre spinta fin da quando era giovane. Monica a sette anni giunse terza in un torneo per ragazze molto più grandi di lei ma il suo viso durante la premiazione era una maschera di pura auto-ripugnanza. Non poteva sopportare di non aver vinto.
A 13 anni era classificata tra le 18 giocatrici più forti del mondo. Era stata notata l'anno prima in un torneo negli Stati Uniti dal leggendario allenatore Nick Bollettieri che la invitò ad iscriversi alla sua accademia in Florida. Suo padre le diceva di giocare ogni punto come se fosse l'ultimo, senza pensare a niente altro. Ha ignorato il sistema di punteggio nel tennis anche molto dopo il suo arrivo a Bradenton. “Era capace di impiegare 70 ore di allenamento per imparare un solo colpo, non accettava di non saper fare qualcosa”.
Nel maggio del 1989 vinse il suo primo torneo WTA a Houston battendo in finale Chris Evert. Poco dopo arrivò in semifinale al Roland Garros, sconfitta dalla numero uno del mondo Steffi Graf. Il mondo del tennis rimase affascinato da questa mancina,“quadrumane”,capace di arrivare sempre sulla palla ed imprimere accelerazioni impressionanti in ogni angolo del campo. Ma passò alla storia anche per il suo “grunting” quando colpiva la palla. La Seles disse che non era mai stata veramente consapevole dei suoi rantoli prima dell’attenzione dei media su di esso, perché lo aveva fatto da quando era una bambina.
Monica non aveva mai pensato a se stessa come una grande giocatrice fino a quando batté la stessa Steffi Graf nella finale dei French Open dell’anno successivo all’età di 16 anni. Per tre anni Monica dominò il circuito. Fra il gennaio 1991 e il febbraio 1993 Monica Seles vinse 22 titoli WTA, raggiungendo 33 finali su 34 tornei disputati. Il suo score tra vittorie e sconfitte in quel periodo fu di 159 a 12 (92,9% di vittorie). Nei major era un impressionante 55 a 1. Complessivamente, tra il 1990 e l'inizio del 1993 la Seles vinse otto titoli del Grande Slam. A soli 19 anni la Seles era in testa alle classifiche da oltre due anni.
In molti erano convinti che Monica potesse entrare di diritto nell’Olimpo del tennis se avesse continuato con questo impressionante ruolino di marcia. Infatti il 1993 era cominciato con la vittoria agli Open Australiani ma il 30 aprile, al torneo di Amburgo, durante un cambio campo, venne aggredita alle spalle da un folle tifoso di Steffi Graf, Günther Parche che pensava con il suo gesto di restituire la leadership alla tennista tedesca.
Purtroppo fu proprio così, da quel momento in poi la Graf ritornerà leader del tennis facendo indigestione di record e Slam. Monica dal suo letto di ospedale apprese che la federazione tedesca decise di continuare il torneo come se nulla fosse accaduto. La Graf venne a trovarla per pochi minuti ma non ci fu molto da dire, non erano mai state grandi amiche. Ad esclusione della Sabatini, tutte le top ten votarono contro la decisione della WTA di congelare la sua classifica fino al ritorno alle competizioni.
Parche non rimase neanche un giorno in galera, affidato ai servizi sociali a causa della supposta infermità mentale.
Dopo essere uscita dall'ospedale, la Seles si ritirò dalle competizioni tennistiche. Come se non bastasse, Monica apprese di un tumore diagnosticato al padre che era per lei non solo il suo mentore ma anche il migliore amico. Monica non poteva parlare con lui delle sue ossessioni che non la facevano dormire la notte, delle sue ansie quando camminava per strada e del timore di essere colpita alle spalle da un momento all’altro, il padre aveva altro a cui pensare.
Il cibo diventò il deterrente contro la paura. Più mangiava e più appagava la propria angoscia."Le patatine fritte sono state la mia rovina, così come ero stata una campionessa di tennis, ero diventata un campionessa mangiatrice di patate ". Al suo 21° compleanno, quando avrebbe potuto avere il mondo ai suoi piedi, rimase a casa con un sacchetto di biscotti a piangere.
Grazie all’aiuto di Martina Navratilova che la coinvolse in un’esibizione ad Atlantic City nel 1995, la Seles dopo due anni e mezzo decise di riprovarci. Naturalmente pur cercando di arrivare in forma all’appuntamento non era nella stessa condizione di quando aveva lasciato il tennis a 19 anni. "Avevo 25 chili in più ed ho potuto sentire i commenti: Oh mio Dio! Che cosa le è accaduto? Avete visto come è grassa? Voglio dire, mi avevano quasi pugnalato a morte. Ero stata fuori dal circuito per due anni. Mio padre era molto malato. Io non ero più un adolescente. Mi sono sfogata con il cibo. Che cosa si aspettavano? "
Monica Seles vinse un altro importante titolo, l'Australian Open nel 1996, ma pur volendo ancora vincere tanto come prima, non poteva smettere di mangiare per continuare a farlo. Dopo il suo ritorno alle competizioni ha collezionato solo tre finali , una vittoria nelle prove dello Slam e 20 titoli WTA. Essendo stata naturalizzata americana nelle 1994, con la nazionale a stelle e strisce vinse 3 Fed Cup e un bronzo Olimpico ad Atlanta 1996.
Nel 1998 arriva la morte annunciata del padre e comincia un lento declino che la riporta di nuovo ad abbuffate giornaliere da 5000 calorie. Incomincia una serie innumerevoli di infortuni ai piedi e alle caviglie che hanno poi prematuramente messo la parola fine alla sua straordinaria e sfortunata carriera. Con il tempo Monica capì che il mistero sul suo mangiare era che non vi era nessun mistero. “Il problema non era ciò che mangiavo, ma ciò che mi stava mangiando” e come ogni grande campione si trova sempre un altro modo per vivere e per vincere.
Oggi la Seles è ambasciatrice dell'ONU e testimonial della microalga "Spirulina" contro la malnutrizione insieme a persone come Maradona, Tushar Gandhi e la famiglia Obama.
Ha pubblicato un libro di memorie il cui titolo nell'edizione italiana è: "Ho ripreso il controllo. Del mio corpo, della mia mente, di me stessa" ed è la compagna del miliardario americano Tom Golisano.
Nel 2011 è stata inserita dalla rivista Time tra le "30 leggende del tennis femminile: passato, presente e futuro".

mercoledì 29 aprile 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 aprile.
Il 29 aprile 1968 debutta a Broadway, al Biltmore Theatre, il musical "Hair".
Hair racconta la storia di un gruppo politicamente attivo di "capelloni", "hippies dell'età dell'Acquario", che combattono la coscrizione alla guerra del Vietnam e conducono insieme una vie de bohème a New York. La loro lotta ruota intorno al tentativo di creare un equilibrio tra l'armonia della vita comunitaria e i nuovi valori promossi dalla rivoluzione sessuale, da un lato, e la ribellione pacifica contro la guerra e i valori conservatori dei genitori e della società, dall'altro. Claude, uno dei leader della tribe, deve decidere se rigettare gli obblighi di leva, così come hanno fatto i suoi amici.
Hair è un musical rock scritto da James Rado e Gerome Ragni (testi) e Galt MacDermot (musica). Rappresenta il prodotto forse più importante della controcultura hippie degli anni sessanta: il suo imponente successo ha significato un autentico terremoto nella cultura sessuale statunitense e ha contribuito a diffondere l'opposizione pacifista alla guerra del Vietnam (numerose sue canzoni sono diventate autentici inni dell'opposizione all'interventismo statunitense). L'irriverenza nei confronti della bandiera statunitense, il modo in cui sono descritti l'uso illegale di droghe e la sessualità, le scene di nudo (accade che l'intero cast sia nudo in scena) hanno provocato numerosissime controversie. Hair ha contribuito alla ridefinizione del musical theatre, partorendo il genere del musical rock. Altre novità importanti furono l'utilizzo di un cast multietnico e l'invito rivolto al pubblico, nel finale, di partecipare in scena ad un be-in.
In HAIR, la gioventù protesta contro la guerra e il servizio militare, contro l’intolleranza, la brutalità e la disumanizzazione della società. L’esistenza hippy è mostrata come una possibile vita alternativa in cui l’amore, la felicità e la libertà dominano il mondo.
Il suo messaggio trascende ogni barriera generazionale o culturale per diventare un messaggio condiviso da tutti.
La trama di HAIR si svolge proprio in quel periodo. Con un rito iniziatico Sheila e Berger presentano il giovane Claude alla tribù. Tutti credono che sorgerà una nuova era di pace e amore, l’ “era dell’Acquario” e convivono fraternamente in gruppo molto unito.
Berger è il selvaggio e carismatico leader del gruppo, Woof è responsabile della fornitura di marijuana, Hud è il ragazzo di colore che lotta per l’eguaglianza degli afro-americani, la bella Sheila è innamorata di Berger mentre Jeanie è innamorata di Claude ma è incinta di un altro uomo e la più giovane del gruppo, Crissy non riesce a dimenticare un ragazzo che ha visto una sola volta nella vita.
Claude riceve la cartolina per il servizio militare e dovrebbe partire per il Vietnam come molti dei suoi coscritti.
Ad un “Be In” organizzato a Central Park tutte le cartoline della tribù dovranno essere bruciate con una cerimonia. Sotto l’influenza della droga, tutti lanciano le proprie cartoline nel fuoco; solo Claude esita per la paura di eludere la legge e i valori del suo paese e della generazione dei genitori.
Partirà per la guerra come previsto, ma con un addio pieno di amore e di speranza verso i suoi amici e con la certezza che la vittoria finale sarà la pace (“Let the Sunshine In”).
HAIR fu creato alla fine degli anni ’60 da James Rado e Gerome Ragni, due attori newyorkesi disoccupati.
Consapevoli del format richiesto da Broadway, Rado e Ragni erano comunque intenzionati a sfidare l’ideologia comune creando qualcosa di nuovo e provocatorio, qualcosa che avrebbe trasportato sul palco la favolosa energia che si provava per le strade in quel periodo. Era l’ “energia” degli hippies dell’East Village di New York con i capelli lunghi, le idee di pace e di libertà.
Rado spiega “Avevamo creato HAIR pensando a Broadway, sapevamo che gli apparteneva e lo offrimmo a molti produttori della città, ma fu rifiutato per molti anni.” Furono contenti quando il produttore Joseph Papp li contattò proponendo HAIR come prima produzione del New York Shakespeare Festival Public Theater per un periodo limitato di 6 settimane. A Papp piacque la prima stesura del musical e suggerì a Rado e Ragni di sviluppare un arrangiamento musicale. Fu subito assoldato Galt MacDermot, che familiarizzò velocemente con la cultura e la musica hippie per poter comporre le musiche adatte allo show. Dopo mesi di lavoro, lo spettacolo fu finalmente pronto.
HAIR debuttò al Public Theater il 17 ottobre 1967.
Le sei settimane trascorsero velocemente senza nessun’altra data fissata per lo spettacolo.
Poco dopo entrò in produzione Michael Butler che aveva assistito allo spettacolo al Shakespeare Public Theater rimanendone folgorato. Butler, insieme a Papp, organizzò delle date dello spettacolo alla discoteca Cheetah. In questo modo HAIR geograficamente aveva raggiunto Broadway visto che Cheetah era situata proprio a Broadway tra la 45sima e la 46sima. Purtroppo in seguito a problemi finanziari HAIR dovette chiudere.
La produzione non si diede per vinta, voleva vedere HAIR arrivare con successo a Broadway. Butler cercò ancora la collaborazione di Papp che però si tirò indietro.
Nel frattempo gli autori avevano rivisitato il libretto e le musiche dello spettacolo. Dopo alcune negoziazioni fra gli autori e Butler, vennero accordate le modifiche e Tom O’Horgan accettò di diventare il nuovo regista. Butler insistette anche perché James Rado impersonasse il ruolo di “Claude”.
Ci vollero tre mesi ad O’Horgan per fare nuovi cast e rimettere in piedi lo spettacolo. Nel frattempo Butler mise a segno un colpo con il proprietario del Biltmore Theater situato nella 47sima strada. HAIR si spostò nella sua nuova casa.
Lo show debuttò finalmente a Broadway al Biltmore Theater il 29 aprile 1968. Chiuse i battenti il 1 luglio 1972 dopo 1.742 repliche.
Milos Forman ne fece una riduzione cinematografica nel 1979.
Il film rivoluziona i ruoli di Claude, Berger e Sheila: il primo è un giovane ragazzo pulito, diretto all'arruolamento, che incontra per caso il gruppo di hippies e si unisce a loro stringendo una fraterna amicizia con Berger, il loro leader. Sheila è invece una ragazza dell'alta società di cui Claude si innamora. Nel finale Claude si arruola e Berger si sotituisce a lui in caserma per permettere all'amico di passare una notte con la fidanzata. Ma prima che Claude ritorni il suo reparto viene inviato in Viet-Nam, così Berger va in guerra al posto dell'amico trovando la morte. La scena finale, nel cimitero di Arlington, è il manifesto di ogni pacifismo.

martedì 28 aprile 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 aprile.
Il 28 aprile 1789 ha luogo l'ammutinamento del Bounty, il più famoso ammutinamento nella storia della marina britannica. Dalla sua storia sono stati tratti diversi film.
Nel 1789 il presidente della Royal Society di Londra, Joseph Banks, organizzò una spedizione verso l’isola di Tahiti nel Pacifico del Sud, scoperta nel 1767 da Samuel Wallis, per trasportare alcune specie dell’albero del pane e portarle nelle piantagioni dei Caraibi, dove acclimatarle e usarle per fornire abbondante cibo a basso prezzo per gli schiavi che lavoravano nelle piantagioni.
Il viaggio dovrà essere eseguito dalla HMAV Bounty, opportunamente adattata al trasporto di piante, al comando del Commander (tenente di vascello) William Bligh. Tre botanici saranno imbarcati per curare le piante. William Bligh viene scelto poiché è già stato due volte a Otaheite, come allora era chiamata l'isola di Tahiti, essendo stato imbarcato come ufficiale alle manovre (sailing master) nelle spedizioni di James Cook.
La nave fa vela da Spithead il 23 dicembre 1787. Dopo un lungo e difficile viaggio Tahiti viene raggiunta e grazie agli ottimi rapporti di Bligh con il re e la regina di Otaheite la nave si riempie di centinaia di piante. Il già piccolo vascello ne è completamente invaso. Inoltre i contatti dei marinai e alcuni ufficiali con la popolazione si fanno sempre più stretti; la libertà sessuale delle donne di Tahiti sconvolge gli uomini.
Durante il viaggio di ritorno, il 28 aprile 1789 sulla rotta delle isole Canarie parte dell'equipaggio, con alcuni ufficiali, tra cui spiccano il primo ufficiale Fletcher Christian e il guardiamarina Peter Heywood, stufi della vita di bordo e col pensiero ancora alle fanciulle polinesiane, si ammutina al comando di Christian. Fletcher e i suoi uomini, una volta preso il comando della nave, abbandonarono il capitano Bligh assieme ai 18 membri dell’equipaggio rimastigli fedeli in una lancia (un'imbarcazione non pontata, lunga 7 metri, larga 2) e fecero vela per Tahiti al grido di Huzzah for Otaheite "Urrà per Tahiti". Altri 4 uomini che non volevano ammutinarsi furono trattenuti a forza per la loro utilità e furono poi lasciati liberi a Tahiti.
William Bligh e altri 18 uomini dell’equipaggio furono lasciati in mare nella lancia, con pochi giorni di razioni, 4 coltellacci, una bussola e un orologio da tasca, niente carte né sestante. Con queste ridottissime risorse Bligh riuscì incredibilmente a raggiungere la colonia olandese di Timor, coprendo cioè 3.618 miglia nautiche (6.700 km) in imbarcazione aperta in 47 giorni, un record ancora imbattuto. Durante il tragitto, solo un uomo fu ucciso durante uno sbarco per procurarsi del cibo, ad opera dei selvaggi, dopodiché Bligh decise di non approdare più fino ad un porto civilizzato. Ironicamente molti uomini morirono una volta sbarcati a causa delle febbri tropicali.
Bligh raggiunse l'Inghilterra dove venne aperta un‘inchiesta sull’accaduto e continuò la sua fortunata carriera navale, ostacolata solo dal suo temperamento poco tollerante.
Gli ammutinati invece, in un primo tempo ritornarono a Tahiti dove presero viveri e donne a sufficienza, fecero poi rotta verso un’isola scoperta da pochissimo, Pitcairn, e le cui coordinate risultavano errate sulle carte di navigazione. Dopo aver dato alle fiamme il Bounty per impedire che potesse essere avvistato dalla marina britannica, gli ammutinati misero in piedi una nuova comunità.
Con il passare degli anni però sembra che i rapporti tra gli inglesi e i polinesiani cominciarono a logorarsi. Infatti nel 1794 vi fu una ribellione dei polinesiani, nei confronti degli inglesi, stanchi di essere trattati come schiavi. Durante la rivolta trovarono la morte la maggior parte dell’equipaggio tra i quali lo stesso Fletcher. La rottura ci fu quando quasi tutti gli inglesi furono trucidati nella prima “guerra civile” dell’isola. Tra i pochi inglesi rimasti in vita John Adam, con lungimiranza riuscì a rappacificare le due etnie. Tutto questo è fortemente congetturale in quanto le uniche testimonianze che abbiamo provengono proprio da lui, e da suoi discendenti. Nel 1808 una nave riusci a scoprire l’isola scovando i rifugiati, che vennero trasferiti nei pressi dell’Australia orientale. Alcuni anni più tardi alcune famiglie, nostalgiche di quella che era ormai diventata la loro patria, fecero ritorno sull’isola dando vita ad una comunità tutt’oggi esistente.
Ancora oggi sull’isola vivono i pronipoti degli ammutinati, alcuni dei quali parlano il dialetto inglese del XIX secolo. Pezzi del Bounty sono ancora ricercati dai collezionisti e sono presenti in numerosi musei.

lunedì 27 aprile 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 aprile.
Il 27 aprile 1986 muore a Lamezia Terme, all'età di 35 anni, Graziella Franchini, più conosciuta come "Lolita", cantante degli anni 60 e 70.
Graziella Franchini nasce nel 1950 in provincia di Verona, ha solo sedici anni quando viene notata dal maestro e talent scout Franco Chiaravalle ad una festa parrocchiale in provincia di Milano, mentre si esibisce in un piccolo palco su brani di artisti famosi. L’uomo rimane fortemente impressionato dall’incredibile potenza vocale della giovane, in forte contrasto con il suo fisico: minuto, grazioso, con un visetto regolare solcato sul mento da una deliziosa fossetta e dagli occhi di un verde mare incredibile; unisce il tutto un sorriso accattivante velatamente sexy. E’ come una folgorazione.
Presi accordi al termine dell’esibizione la presenta a Mara Del Rio, una famosa cantante degli anni 50, ora discografica che dopo un provino la mette immediatamente sotto contratto. In omaggio al suo aspetto sbarazzino e forse in simbiosi con una moda imperante all’epoca le assegna il nome d’arte di Lolita dal famoso e controverso romanzo di Nabokov.
Lolita incide il suo primo 45 giri dal titolo "Matusalemme", un brano in stile Ye-ye senza grandi pretese ,ma dove ha modo di evidenziare le sue non comuni doti vocali.
Con questo partecipa al Festival di Pesaro e si classifica prima assoluta sbaragliando tutti gli avversari.
Nel 1967 partecipa al più importante Festival di Zurigo con un brano costruito appositamente per lei, "La mia vita non avrà domani", un titolo che come vedremo più avanti si rivelerà beffardamente profetico.
Il brano e l’interpretazione perfetta le assegnano anche in questo caso il primo posto assoluto, scatenando aspre polemiche poichè in quel festival partecipano tutti i migliori e collaudati cantanti del momento.
A smentire tutti arriveranno subito dopo i dati delle classifiche di vendita dei dischi dove Lolita compare immediatamente.
Ovviamente questo successo le aprirà le porte della televisione, con caroselli e partecipazione a varie trasmissioni musicali dove è sempre accolta con favore di pubblico.
Nel 1968 partecipa al Festival di Lugano con un remake di "Come le rose", uno splendido pezzo degli anni venti dove alla sua voce si unisce un'efficacissimo arrangiamento moderno. Lolita anche in questo contesto si aggiudica il primo posto. La sua carriera è ora tutta in ascesa ed è un asso pigliatutto.
Il 1969, è un anno magico per Lolita: partecipa all’edizione forse più bella e combattuta di "Un disco per l'estate". Cinquantasei sono i cantanti in gara con altrettante canzoni tutte di qualità medio alta. Dopo una lunga e combattuta selezione radiofonica, ventiquattro approderanno a Saint Vincent e solamente dodici avranno accesso alla serata finale ripresa dalla RAI.
Lolita rientra a buon diritto tra queste, presenta un brano dal titolo "L'ultimo ballo d'estate" che sarà il suo più grosso successo discografico in termini di vendite e gradimento. Si presenta sul palco del casinò delle feste in forma smagliante, con una vertiginosa minigonna che mette ancor più in evidenza il suo fisico perfetto; il viso incorniciato dai capelli biondissimi e corti ed un trucco marcato fanno il resto. Interpreta il suo brano, che è tipicamente estivo in modo esemplare muovendosi con grazia ed eleganza conquistando le simpatie di tutto il pubblico presente in sala e dei telespettatori. Non si aggiudicherà il primo posto ma il successo è assicurato.
Poco dopo partecipa al Festival di Napoli in coppia con Peppino di Capri dove presenta addirittura due brani, anche questi accolti in modo favorevole.
Oramai sembrerebbe giunto il momento del successo definitivo per lei ed invece inspiegabilmente la sua carriera subisce una brusca frenata. Forse incomprensioni con la sua casa discografica (che nel frattempo ha lasciato) la portano ad un periodo di stallo in cui sembra aver smarrito la creatività.
Concorre al Disco per l'estate del 1970 con "Circolo chiuso" ed al successivo del 1971 con "io sto soffrendo", brani dignitosi che però aggiungono poco al suo curriculum canoro.
Nel 1973 ritorna alla sua vecchia casa discografica che le prepara un rilancio in grande stile coronando il suo desiderio di sempre: partecipare al festival di Sanremo.
Lolita, che oramai ha lasciato i panni della ragazzina beat ed è diventata una giovane donna nel pieno della sua bellezza, ha affinato la sua vocalità, diventata più morbida e sensuale. Quella che si presenta sul palco dell’Ariston e’ una nuova Lolita, ancora più solare e radiosa.
Presenta un brano bellissimo, melodico e raffinato dal titolo “Innamorata io” che esegue in maniera impeccabile e riscontra un’ottima accoglienza dal pubblico in sala.
All’epoca il regolamento sanremese prevedeva la doppia esecuzione dello stesso brano; a Lolita viene abbinato nientemeno che Claudio Villa, il reuccio che gode sempre di immensa fama. Una strategia discografica importante per rafforzare Lolita, che si rivelerà fallimentare. Villa dello stesso brano ne fa una versione nel suo stile, roboante e farraginosa; le sue doti canore sono indiscusse però in questo caso i due sono lontani milioni di anni luce come stile interpretativo.
Il verdetto sarà impietoso: eliminati entrambi. Per Lolita, che riponeva grandi speranze su questo rientro, sarà un enorme dispiacere, un dolore aggravato anche dal fatto che pure la sua vita sentimentale in questo particolare momento sta sgretolandosi.
E' l'ultima apparizione di Lolita in televisione e in grandi palcoscenici.
Continua con serate in locali e balere, scomparendo completamente dalla ribalta.
L' omicidio di Lolita fu scoperto il 27 aprile del 1986, in una villetta del complesso turistico "La Marinella" a Lamezia Terme. Il corpo della cantante fu trovato dai carabinieri. La cantante era stata massacrata a colpi di coltello e con il collo di una bottiglia alla testa e al pube. Per l' accusa la soluzione di quel giallo fu subito chiara: Teresa Tropea, trent' anni, e la madre Caterina Pagliuso, sessantaquattro, avevano ucciso la cantante perchè questa aveva stretto una relazione sentimentale con l'ex fidanzato della ragazza, Michele Roperto, un giovane ginecologo dell' ospedale di Lamezia, separato dalla moglie e da diversi anni fidanzato con Teresa. Insomma la cantante che veniva dal nord aveva rubato il fidanzato e messo in pericolo un matrimonio più che probabile. Per questo andava punita. Nella sentenza di rinvio a giudizio il giudice istruttore di Lamezia, Salvatore Murone, aveva delineato la causale e le modalità del delitto in ogni suo aspetto. Nell' ottobre del 1985 Teresa Tropea, una bella ragazza dai lunghi capelli castani, occhi chiari, iscritta alla facoltà di medicina dell'università di Messina viene a conoscenza, questo il quadro dell' accusa, della relazione che Roperto ha instaurato forse fin dall' agosto di quell'anno con Lolita. Graziella Franchini da alcuni mesi si era trasferita da Milano in Calabria. Aveva abitato per un po' di tempo in un albergo, poi in una villetta del complesso turistico, case a schiera immerse nel verde, affacciate sul mar Tirreno. Fra Lolita e Michele Roperto le cose sembrano andare per il meglio ma di mezzo c'è Teresa. Anche in dibattimento il medico ha confermato che più volte Teresa cercò di far interrompere la relazione con Lolita e il venerdì santo del 1986 (un mese prima dell' omicidio) si verifica un episodio che ha poi rappresentato il punto centrale dell' accusa. Teresa e la madre si recano, infatti, nella villetta della Marinella e, presente Roperto, picchiano Lolita, colpendola anche con la leva di un cambio d' automobile. Dopo quell' espisodio, Roperto decide di troncare il fidanzamento con Teresa. Il 27 aprile, poi, Lolita viene uccisa.
Dopo due anni di dibattimento, che aveva suscitato l'attenzione morbosa dell'opinione pubblica, le due donne vengono assolte per insufficienza di prove.
A tutt'oggi l'omicida di Graziella Franchini non ha un nome.

domenica 26 aprile 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 aprile.
Il 26 aprile 1986 alle ore 1:23:44 presso la centrale nucleare V.I. Lenin di Černobyl', in Ucraina vicino al confine con la Bielorussia, allora repubbliche dell'Unione Sovietica, nel corso di un test definito "di sicurezza" (già eseguito senza problemi di sorta sul reattore n°3), furono paradossalmente violate tutte le regole di sicurezza e di buon senso portando ad un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo del reattore numero 4 della centrale: si determinò la scissione dell'acqua di refrigerazione in idrogeno ed ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni di raffreddamento. Il contatto dell'idrogeno e della grafite incandescente con l'aria, a sua volta, innescò una fortissima esplosione e lo scoperchiamento del reattore.
Una nube di materiali radioattivi fuoriuscì dal reattore e ricadde su vaste aree intorno alla centrale che furono pesantemente contaminate, rendendo necessaria l'evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336.000 persone. Nubi radioattive raggiunsero anche l'Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia con livelli di contaminazione via via minori, raggiungendo anche l'Italia, la Francia, la Germania ecc.
Il reattore necessitava di essere isolato al più presto possibile assieme ai detriti dell'esplosione, che comprendevano 180 tonnellate di combustibile e pulviscolo altamente radioattivo e 740.000 metri cubi di macerie contaminate. Fu quindi progettata la realizzazione di un sarcofago di contenimento per far fronte all'emergenza. Viste le necessità, furono impiegati una fila di camion come fondazioni delle pareti di cemento, per un totale di 300.000 tonnellate; per il contenimento del reattore e la struttura portante del sarcofago sono state usate le stesse macerie del reattore numero 4 e materiale metallico (1.000 tonnellate), il che rende il complesso sia instabile che poco sicuro. La volta è sostenuta da tre corpi principali che sorreggono la copertura superiore costituita da tubi di 1 metro di diametro e di pannelli di acciaio. La parete sud è realizzata prevalentemente da pannelli di acciaio che alzandosi per alcune decine di metri si inclinano di circa 115 gradi per poi concludere verticalmente formando il tetto. La parete est è la parete non collassata dello stesso reattore mentre la parete a nord è un puzzle di acciaio, cemento e mura semidistrutte. La parete ovest, quella più spesso impressa sulle foto, per la sua complessità è stata realizzata a parte e poi montata con l'ausilio di gru sulla facciata.
Detto sarcofago è stato creato a tempo record tra il maggio ed il novembre 1986, ma purtroppo ogni anno, proprio per la povertà dei materiali usati e per la mancanza di una più seria progettazione, nuove falle si aprono sulla struttura, per un totale di oltre 1.000 metri quadrati di superficie. Alcune fessure raggiungono dimensioni tali da potervi lasciar passare tranquillamente un'automobile, pari a circa 10/15 metri di diametro. La pioggia vi si infiltra all'interno e rischia di contaminare le falde seppur sotto il reattore sia stato costruito a braccia un tunnel per isolare il nocciolo fuso dal terreno. Circa 2.200 metri cubi di acqua si riversano all'interno del sarcofago ogni anno facendo aumentare di 10 volte il peso sulle fondazioni che va da un minimo di 20 fino ad un massimo di 200 tonnellate per metro quadrato. Il basamento è sprofondato di 4 metri permettendo l'infiltrarsi di materiale radioattivo nelle falde acquifere che sono correlate ai fiumi Pripjat' e Dnepr che a loro volta portano il loro carico fino al mar Nero. 30 milioni di persone lungo il corso dei fiumi si servono di essi. La temperatura all'interno del sarcofago raggiunge in alcuni punti, ancora oggi, 1.000 gradi centigradi in prossimità del nocciolo e tale temperatura contribuisce al costante indebolimento ed alla deformazione della struttura.
L'attuale sarcofago non è mai stato dichiarato come una struttura di contenimento permanente. Ad aggravare la situazione è la sismicità della zona del Pripjat'.
Nell'area compresa in un raggio di 10 km dall'impianto furono registrati livelli di fallout radioattivo fino a 4,81 GBq/m². In quest'area si trovava un boschetto (circa 4 km²) di pini che a causa delle radiazioni virò verso un colore rossiccio e morì, assumendo il nome di foresta rossa. Vicine foreste di betulle e di pioppi tuttavia restarono verdi e sopravvissero. Nelle settimane e mesi successivi al disastro nella stessa area alcuni animali come una mandria di cavalli lasciati su un'isola del fiume Pripyat' a 6 km dalla centrale, morirono per danni alla tiroide dopo aver assorbito 150-200 Sv. Su una mandria di bovini lasciata sulla stessa isola si osservò uno sviluppo ritardato, per quanto la generazione successiva risultò normale.
Dei circa 440.350 cinghiali cacciati in Germania nella stagione venatoria, più di 1.000 sono stati trovati contaminati con livelli di radiazioni oltre i limiti permessi di bequerel, probabilmente dovuti alla radiazione residua derivante dal disastro.
Nel 2009, l' autorità norvegese per l'agricoltura ha riportato che in Norvegia un totale di 18.000 animali hanno dovuto essere nutriti con cibo non contaminato per un certo periodo di tempo prima di essere macellati in modo da garantire che la carne potesse essere poi consumata. Anche questo era dovuto alla radioattività residua nelle piante con cui gli animali si cibano durante l'estate. Altri effetti della catastrofe di Chernobyl sono da aspettarsi per i prossimi 100 anni, sebbene la loro gravità è destinata a diminuire in tale periodo.

sabato 25 aprile 2015

#ART3.0: #AutoRiTratto di #MarcoColella Scritto da #CatiaGiaccherini



Le sue figurazioni connettono il soggetto allo spazio in una visione caleidoscopica prismatica, sottolineando i contorni, separando geometricamente le zone cromatiche, eppure sortendo l’effetto unificante di un’immagine congrua che non rinuncia ad evocare i volumi nei giochi di luce e d’ombra. I suoi racconti sono frammenti di vita, ritratti di invenzione, madonne oppure briganti, ma nella varietà tematica emerge l’imprinting di un’iconizzazione sua propria, negli occhi grandi e rettangolari come acquari, nelle labbra solide e chiuse, creando un pattern d’espressività che diviene sua sigla” (Roberta Fiorini, Galleria Simultanea Spazi d’Arte, Firenze).

da Il pickwick


#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 aprile.
Il 25 aprile 1953 James Dewey Watson e Francis Harry Compton Crick pubblicano su Nature un articolo intitolato "una struttura per l'acido desossiribonucleico", nel quale viene descritta per la prima volta in modo accurato e veritiero la struttura a doppia elica del DNA.
Il DNA era stato scoperto quasi un secolo prima, nel 1869 da Friedrich Miecher, ma solo negli anni ’50 si cominciò a studiarne meglio la struttura: Rosalind Franklin e Maurice Wilkins negli stessi anni dei due giovani ricercatori stavano infatti studiando il DNA attraverso analisi ai raggi X.
Crick, Watson e Wilkins vinsero il premio Nobel nel 1962, mentre la Franklin non ebbe questa riconoscenza (il 16 Aprile del 1958 all’età di 37 anni muore di cancro alle ovaie a causa della sua esposizione prolungata ai raggi X).
Le scoperte e lo studio del genoma di molti organismi si moltiplicarono negli anni a venire. Nel 1959 venne identificata la prima anormalità cromosomica umana: la sindrome di Down, o trisomia del cromosoma 21. Nel 1967 Allan Wilson e Vincent Sarich dichiarano che la specie umana e i primati hanno iniziato a divergere evolutivamente intorno a 5 milioni di anni fa e non 25 come molti antropologi credevano. Nel 1973, nel primo esperimento di successo di manipolazione genetica, Stanley Cohen e Herbert Boyer inseriscono un gene di rospo in un DNA batterico, e nel 1980 Martin Cline e i suoi collaboratori creano il primo topo transgenico. Nel 1984 Alec Jeffreys e i suoi colleghi elaborano la “prova DNA”, un metodo di identificazione inconfutabile, tuttora ampiamente utilizzato nelle indagini legali.
Fino ad arrivare al 1990, quando ha inizio il “Progetto Genoma”, un impegno internazionale per sequenziare e mappare il genoma dell’uomo, dapprima diretto dallo stesso Watson.
È Bill Clinton il 26 giugno 2000 ad annunciare il completamento della prima bozza del genoma umano: abbiamo circa 30.000 geni, non molti più del piccolo verme C.Elegans che, seppur non più grande di una virgola, ne ha ben 19.000!
L’aver codificato ed in parte compreso il nostro genoma e quello di molti animali ha ovviamente portato la mentalità scientifica a spingersi oltre, cercando di risolvere le sue disfunzioni o studiarne le modifiche.
Il naturale susseguirsi degli eventi ha perciò portato alla creazione dei primi mutanti, come i moscerini con 4 ali o le zampe al posto delle antenne create da Ed Lewis (Nobel nel 1995), che hanno così tanto scandalizzato i benpensanti tradizionalisti. Potendo togliere geni da un organismo ed inserirli in un altro, negli anni ’70 si iniziò seriamente a pensare alla terapia genica: inserire in un virus capace di infettare un organismo un gene funzionale che ne sostituisca uno difettoso. I primi esperimenti su animali effettuati da Paul Berger nel 1971 scatenarono un putiferio, così da vietare successive sperimentazioni. Fortunatamente le scelte scientifiche e politiche furono rimesse in discussione negli anni a seguire e la terapia genica è oggi stata sperimentata anche sull’uomo.
Di questi tempi, invece, le polemiche più focose sono rivolte agli OGM, gli organismi geneticamente modificati che fanno così tanta paura. Si sente sempre più parlare di coltivazioni biologiche, OGM-free, senza ricordare che proprio grazie agli OGM l’uso dei pesticidi per le piante è significativamente diminuito. Inoltre, probabilmente molti non sanno che farmaci oggi ampiamente utilizzati, come l’insulina (fino al 1982 si usava quella bovina, che non è esattamente uguale all’umana, così da provocare spesso reazioni allergiche) o l’ormone della crescita, derivano da batteri OGM.
Un altro motivo per cui il DNA guadagna spesso le prime pagine dei giornali riguarda la clonazione e l’uso di embrioni a scopi scientifici. Tutti ricorderanno gli scandali provocati dalla nascita di Dolly, la pecora clonata nel 1997 da Ian Wilmut. È dell’8 febbraio la notizia che, in Gran Bretagna, il professor Wilmut ha avuto la licenza di clonare embrioni umani a scopo terapeutico.
Ma il DNA è andato oltre, permettendoci di assemblare con esattezza alcuni tasselli che riguardano la storia della nostra specie. Che gli Ebrei sono indistinguibili dal resto delle popolazioni del Medio Oriente, compresi i palestinesi, in quanto tutti comuni discendenti di Abramo. O la scoperta dei nostri antenati comuni, una donna da cui derivano tutti i nostri mitocondri e un uomo, portatore del primo cromosoma Y: entrambi erano originari dell’Africa e di carnagione nera. Un’unica razza, come sostenne Einstein: la razza umana. Nello stesso modo si è scoperto che uomo e scimpanzè hanno il 98% dei geni in comune, qualcosa di impensabile fino a non molto tempo fa, ammesso che non ci sia ancora qualche dubbioso in merito.
La storia del DNA, di cui ancora molto deve essere scritto, è quindi servita non solo a far luce nel mondo scientifico, ma anche in altri importanti ambiti, come sono quello della religione, della filosofia e dell’evoluzionismo.

venerdì 24 aprile 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 aprile.
Il 24 aprile 1967 Vladimir Komarov, cosmonauta russo, entrò nella storia nel non invidiabile ruolo di primo essere umano deceduto in una missione spaziale.
Erano anni di grande fermento per lo spazio: Stati Uniti e Unione Sovietica si contendevano il primato del dominio dei cieli, che significava naturalmente anche il dominio militare dello spazio stesso. I russi avevano per primi mandato esseri viventi in orbita, e per primi un uomo; per primi una donna, per primi più di un pilota, per primi avevano effettuato la passeggiata nello spazio.
Tuttavia i loro primati da alcuni anni non procedevano, e gli Stati Uniti stavano colmando il divario con il programma Gemini, rappresentato da navicelle equipaggiate e dotate di razzi per il cambiamento di traettoria e il randev-vous nello spazio, effettuati nel 65.
La Russia tentò di dare un nuovo impulso alla sua lotta per il dominio del cielo accelerando lo sviluppo del programma Soyuz.
In particolare, si tentava di lanciare un razzo in orbita, e successivamente un secondo razzo per agganciarli tra loro e permettere il passaggio dei cosmonauti da una navicella all'altra.
Il 23 aprile fu lanciato il Soyuz 1 con a bordo Komarov, mentre il giorno successivo sarebbe stato lanciato il Soyuz 2 con altri 3 cosmonauti.
Tuttavia Soyuz 1 ebbe fin da subito notevoli problemi, a cominciare dai pannelli solari per l'approvigionamento di energia che non si aprirono correttamente impedendo una sufficiente erogazione di energia elettrica per il corretto funzionamento della navicella. Anche l'inclinazione in cui si era venuta a trovare impediva di catturare correttamente i raggi del sole. Pertanto fu deciso di abortire il lancio della Soyuz 2 e di procedere al rientro anticipato della navetta di Komarov.
Una prima accensione dei motori fallì, e solo alla diciottesima orbita Komarov riuscì ad iniziare la procedura del rientro. Giunto a circa 7 km di altitudine, avrebbero dovuto aprirsi i paracadute per rallentare la discesa, ma ciò non avvenne e la Soyuz 1 si disintegrò nell'impatto al suolo, e con essa il suo pilota. Nei controlli successivi fu chiara l'evidente imperfezione di costruzione (dovuta alla fretta) del sistema di paracadute, e fu chiaro che se Soyuz 2 fosse stata lanciata, i 3 cosmonauti al suo interno avrebbero avuto la stessa sorte di Komarov.
Fu solo nel 69 che la missione di randev-vous e passaggio di astronauti da una navicella all'altra fu possibile, con Soyuz 4 e 5.
Komarov venne successivamente decorato per due volte con il titolo onorario di Eroe dell'Unione Sovietica e dell'Ordine di Lenin, e le sue ceneri riposano presso il muro del Cremlino: è questo il più alto onore per un cittadino sovietico.
A lui è stato dedicato l'asteroide 1836 Komarov, scoperto nel 1971.

giovedì 23 aprile 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 aprile.
Il 23 aprile, anche se non si ha la certezza, è accreditato essere sia il giorno di nascita che quello di morte di William Shakespeare, rispettivamente nel 1564 e nel 1616.
Poeta e drammaturgo inglese, nasce a Stratford-upon-Avon. E' considerato dalla critica come una delle più grandi personalità della letteratura di ogni tempo e di ogni paese. Ad uno sguardo storico più ravvicinato, invece, viene catalogato come uno degli esponenti principali del rinascimento inglese.
Dal punto di vista strettamente biografico, di Shakespeare si sa ben poco. Oltre a mancare dati certi sulla sua vita, innumerevoli fatti ed aneddoti circolano, com'era facile prevedere, intorno alla sua figura. Aneddoti perlopiù destituiti da ogni fondamento. In questa selva di informazioni, da tempo gli studiosi hanno cercato di fare chiarezza, giungendo a poche ma quasi certe notizie fondate.
La sua famiglia apparteneva alla classe benestante inglese. Il padre era una un facoltoso mercante mentre la madre si fregiava del blasone di un casato della piccola nobiltà terriera. Nel 1582 lo scrittore sposa Anne Hathaway, bella ragazza di umili origini, proveniente da una famiglia contadina. Anne darà al drammaturgo ben tre figli di cui gli ultimi due gemelli. Purtroppo uno di essi a soli undici anni, decede. Intanto, William ha già intrapreso con decisione la scelta di vivere per il teatro. Non solo si dedica anima a corpo all'attività di attore, ma spesso scrive da solo i testi, tanto che dopo qualche anno può già vantare una cospicua produzione. Trasferitosi a Londra, nel giro di qualche tempo si conquista una discreta fama. La pubblicazione di due poemetti d'amore, "Venere e Adone" (1593) e "Lucrezia violentata" (1594), nonché dei "Sonetti" (editi nel 1609 ma in circolazione già da tempo) lo consacrarono poeta rinascimentale versatile e piacevole.
Dal punto di vista della diffusione delle sue opere teatrali, invece, il pubblico si dimostra inizialmente meno sensibile. Egli è appunto considerato dalla cerchia degli intenditori e dal pubblico colto un maestro della lirica e del verso più che del dramma. I testi teatrali, pur accolti con favore, non godevano di grande considerazione, anche se Shakespeare, con buon intuito e notevole fiuto (quasi fosse sintonizzato sui percorsi artistici della storia), investì i suoi guadagni proprio in questo settore, al momento apparentemente meno redditizio. Aveva infatti una partecipazione nei profitti della compagnia teatrale dei Chamberlain's Men, successivamente chiamatisi King's Men, che metteva in scena suoi e altrui spettacoli. In seguito, i considerevoli guadagni provenienti da queste rappresentazioni gli consentirono fra l'altro di essere comproprietario dei due teatri più importanti di Londra: il "Globe Theatre" e il "Blackfriars". Ed è inutile ribadire che la sua fama è oggi legata soprattutto alle 38 opere teatrali da lui composte nell'arco della sua fulgida carriera....
Difficile inquadrare la sua notevole produzione artistica, che annovera drammi storici, commedie e tragedie, anche a causa della rilettura successiva dei suoi lavori ad opera dei letterati romantici che videro profonde assonanze tra la loro ricerca estetica e i lavori di Shakespeare. Per lungo tempo, infatti, questa rilettura ha influenzato sia la critica che gli allestimenti delle sue opere, esasperando le affinità poetiche con il romanticismo. Indubbiamente sono presenti, soprattutto nelle grandi tragedie, temi e personaggi che preludono all'esperienza romantica, ma l'originalità del grande artista inglese va cercata maggiormente nella grande capacità di sintesi delle diverse forme teatrali del suo tempo in opere di grande respiro ed equilibrio dove il tragico, il comico, l'amaro, il gusto per il dialogo serrato e per l'arguzia, sono spesso presenti in un'unica miscela di grande efficacia.
Inizialmente, come era tradizione in età elisabettiana, Shakespeare collaborò con altri drammaturghi alla stesura delle sue prime opere; tra queste vi sono Tito Andronico, della quale un drammaturgo di fine Seicento disse "egli si è limitato soltanto a perfezionare con il suo magistrale tocco uno o due dei personaggi principali". I due nobili congiunti, scritta in collaborazione con John Fletcher, e Cardenio, andata perduta, hanno una documentazione sull'attribuzione a Shakespeare precisa.
Le prime opere di Shakespeare furono incentrate su Enrico VI; Enrico VI, parte I, composto tra il 1588 e il 1592, potrebbe essere la prima opera di Shakespeare, sicuramente messa in scena, se non commissionata, da Philip Henslowe. Al successo della prima parte fanno seguito Enrico VI, parte II, Enrico VI, parte III e Riccardo III, costituendo a posteriori una tetralogia sulla guerra delle due rose e sui fatti immediatamente successivi; queste furono in diversa misura composte a più mani attingendo copiosamente dalle Cronache di Raphael Holinshed, ma sempre più segnate dallo stile caratteristico del drammaturgo, descrivono i contrasti tra le dinastie York e Lancaster, conclusi con l'avvento della dinastia Tudor di cui discendeva la allora regnante Elisabetta I. Nel suo insieme, prima ancora che celebrazione della monarchia e dei meriti del suo casato, la tetralogia appare come un appello alla concordia civile.
Molte opere risalenti al primo periodo della carriera di Shakespeare sono stati influenzate dalle opere di altri drammaturghi elisabettiani, in particolare Thomas Kyd e Christopher Marlowe, dalle tradizioni del dramma medievale e dalle opere di Seneca. Di datazione controversa, ma collocabili prima delle opere della maturità, sono un piccolo gruppo di commedie, in cui è forte l'influenza dell'eufuismo e dei testi dei letterati rinascimentali e alle ambientazioni italiane. Di questo periodo fanno parte I due gentiluomini di Verona, La commedia degli errori, in cui vi sono elementi riconducibili ai modelli classici, e La bisbetica domata, derivante probabilmente da un racconto popolare.
Dal 1594, la peste e l'inasprirsi della censura hanno prodotto la scomparsa di molte compagnie, mentre nacquero nuove realtà teatrali, come The Lord Chamberlain's Men, di cui fece parte come autore e attore. La abilità del drammaturgo di identificare i temi più richiesti e il suo talento nella riscrittura dei copioni perché non incappino nei tagli del Master of the Revels gli assicurarono in questo periodo una rapida ascesa al successo. Le prime commedie shakespeariane, influenzate dallo stile classico e italiano, con strette trame matrimoniali e precise sequenze comiche, dal 1594 cedono il passo all'atmosfera romantica, con toni a volte più scuri e propri di una tragicommedia. In tutte le opere di questa fase è presente il wit, gioco letterario basato sulle sottigliezze lessicali. Shakespeare riesce a rendere strumenti espressivi i giochi di parole, gli ossimori, le figure retoriche, che non sono mai fini a sé stessi, ma inseriti a creare voluti contrasti tra l'eleganza della convenzione letteraria e i sentimenti autentici dei personaggi. Questo periodo caratterizzato quindi da commedie romantiche ha inizio tuttavia con una tragedia, Romeo e Giulietta, una delle opere più note di Shakespeare, proseguendo poi con Sogno di una notte di mezza estate, che contiene diversi elementi inediti nelle opere del bardo come la magia e le fate, e Il mercante di Venezia. Completano le opere di questa fase degli scritti shakespeariani l'ingegno e i giochi di parole di Molto rumore per nulla, la suggestiva cornice rurale di Come vi piace, la vivace allegria de La dodicesima notte e Le allegre comari di Windsor.
Negli stessi anni nacque la seconda serie di drammi storici inglesi; dopo la lirica Riccardo II, scritta quasi interamente in versi, Shakespeare presentò, alla fine del XVI secolo, alcune commedie in prosa, come Enrico IV, parte I e II ed Enrico V. L'ultimo scritto di questo periodo fu Giulio Cesare, basato sulla traduzione di Thomas North delle Vite parallele di Plutarco. La produzione di opere storiche riguardanti le origini della dinastia regnante andò di pari passo con il successo suscitato da tale genere. Edoardo III, attribuibile a Shakespeare solo in parte, offre un esempio positivo di monarchia, contrapposto a quello del Riccardo III. Re Giovanni, abile riscrittura shakespeariana di un copione pubblicato nel 1591, narra di un monarca instabile e tormentato e dei discutibili personaggi che lo circondano. In queste opere i suoi personaggi divennero più complessi e teneri, mentre si passa abilmente tra scene comiche e serie, tra prosa e poesia, raggiungendo una notevole varietà narrativa. Fu determinante per il successo dei drammi l'introduzione di personaggi fittizi a cui il pubblico si affezionò, come Falstaff.
Nei primi anni del XVII secolo, Shakespeare scrisse quelle che verranno definite da Frederick S. Boas problem play, i "drammi dialettici" che segnano un nuovo modo di intendere la rappresentazione, in cui i personaggi esprimono compiutamente le contraddizioni umane, dando voce alle problematiche di un'epoca che si è ormai distaccata completamente dagli schemi medioevali; di queste fanno parte Tutto è bene quel che finisce bene, Misura per misura, Troilo e Cressida e alcune tra le sue tragedie più note, come Amleto; l'eroe di quest'ultima è probabilmente il personaggio shakespeariano più conosciuto, discusso e studiato, soprattutto per il suo famoso monologo "To be, or not to be". Shakespeare inoltre ha probabilmente scritto parte della scena VI di Sir Tommaso Moro, frutto della mano di almeno cinque diversi autori, mai rappresentato e stampato soltanto nel 1814.
Il 1603 segna una svolta storica per il teatro inglese; salito al trono, Giacomo I promuove un nuovo impulso delle arti sceniche, avocando a sé la migliore compagnia dell'epoca, i Chamberlain's Men, che da quel momento si chiameranno The King's Men. A Giacomo I, Shakespeare dedicò alcune delle sue opere maggiori, scritte per l'ascesa al trono del sovrano scozzese, come Otello, Re Lear e Macbeth, la più breve e più compressa tra le tragedie di Shakespeare. A differenza dell'introverso Amleto, il cui errore fatale è l'esitazione, gli eroi di queste tragedie come Otello e Re Lear furono sconfitti da affrettati errori di giudizio; le trame di queste opere fanno spesso perno su questi errori fatali, che sovvertono l'ordine e distruggono l'eroe e i suoi cari. Le tre ultime tragedie, che risentono della lezione di Amleto, sono drammi che restano aperti, senza ristabilire un ordine ma generando piuttosto ulteriori interrogativi. Ciò che conta non è l'esito finale, ma l'esperienza. Ciò a cui si dà maggiore importanza è l'esperienza catartica dell'azione scenica, piuttosto che la sua conclusione.
Le sue ultime grandi tragedie contengono alcune delle più note poesie di Shakespeare e sono stati considerate le migliori da Thomas Stearns Eliot. I drammi di argomento classico sono l'occasione per affrontare il tema politico, calato nella dimensione della storia antica ricca di corrispondenze con la realtà britannica. In Antonio e Cleopatra l'utilizzo di una scrittura poetica sottolinea la grandiosità del tema, le vicissitudini storiche e politiche dell'impero romano. Coriolano è invece occasione per affrontare il tema del crollo dei potenti, l'indagine sui vizi e sulle virtù, dando voce ad una intera comunità come in una sorta di coro. Timone d'Atene, probabilmente scritto in collaborazione con Thomas Middleton, contiene allo stesso tempo la coscienza dei rischi di un individualismo moderno e la denuncia della corruzione e del potere dell'oro.
Negli ultimi anni della produzione shakesperiana, il mondo del teatro londinese subisce un cambiamento sensibile; il pubblico aristocratico e della nuova borghesia agiata non frequenta più i grandi anfiteatri, ma teatri più raccolti come il Blackfriars. Le richieste di tale pubblico andavano più nella direzione dell'intrattenimento che non del coinvolgimento nella rappresentazione; Alcuni commentatori hanno visto questo cambiamento di umore come prova di una più serena visione della vita da parte di Shakespeare. Il Bardo, sempre attento ai cambiamenti del gusto e della sensibilità dei suoi spettatori, produce dei nuovi drammi, i cosiddetti romances, "drammi romanzeschi", tornando in parte agli scritti romantici e alle tragicommedie; nascono dunque Pericle, principe di Tiro, Cimbelino, Il racconto d'inverno, La tempesta e I due nobili cugini. A differenza delle tragedie degli anni precedenti, queste spesso terminano con la riconciliazione e il perdono di errori potenzialmente tragici. In Enrico VIII, l'ultimo grande rifacimento di un dramma storico già in cartellone per le compagnie rivali, Shakespeare, aiutato probabilmente da Fletcher, arricchiva e perfezionava la vicenda, riprendendo i temi della produzione precedente, dalla cronaca storica e nazionale al dramma morale, riprendendo lo stile dell'età elisabettiana nel momento in cui quell'epoca era giunta al termine
Una fatica notevole sarebbe anche rappresentata dall'enumerazione dell'enorme quantità di musica che è stata tratta dai suoi testi. L'opera lirica ha letteralmente saccheggiato i drammi o le commedie scespiriane che, con le loro ricchissime tematiche si prestano particolarmente bene alla rappresentazione in note. Un culto per Shakespeare aveva Wagner (anche se non musicò mai alcun libretto del bardo), ma bisognerebbe almeno citare Verdi ("Otello", "Falstaff" "Macbeth", ecc.), Mendelssohn (che scrisse le fantastiche musiche di scena per "Sogno di una notte di mezza estate"), Chaikovskji e, nel Novecento, Prokovief, Bernstein (non dimentichiamo che "West side story" non è altro che una riproposizione di "Romeo e Gulietta") e Britten. Inoltre, la sua straordinaria modernità è testimoniata dalle decine di film ispirati ai suoi drammi.
Conquistato un certo benessere, a partire dal 1608 Shakespeare diminuì dunque il suo impegno teatrale; sembra che trascorresse periodi sempre più lunghi a Stratford, dove acquistò un'imponente casa, New Place, e divenne un cittadino rispettato della comunità. Morì il 23 aprile 1616 e fu sepolto nella chiesa di Stratford. L'epitaffio sulla sua tomba recita:
« Caro amico, per l'amor di Gesù astieniti,
dallo smuovere la polvere qui contenuta.
Benedetto colui che custodisce queste pietre,
E maledetto colui che disturba le mie ossa »

mercoledì 22 aprile 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 aprile.
Il 22 aprile 1899 a Pietroburgo nasce Vladimir Nabokov.
In effetti per il calendario vigente in Russia all'epoca, egli sarebbe nato il 10 aprile, in quanto la Russia adottò il calendario gregoriano solo nel 1918. Tuttavia nel resto del mondo il giorno in cui nacque è il 22 aprile, sebbene alcuni paesi lo considerano il 23 (dipende dal fuso orario del paese stesso).
Il celebre scrittore di "Lolita" nacque da una famiglia di vecchia nobiltà russa che, dopo la rivoluzione del 1917, emigrò in Occidente. La su formazione, dunque, è fortemente ascrivibile alla sensibilità europea, di cui ha saputo svolgere momenti e dilemmi senza abbandonare però quel senso del dramma tipico della cultura russa. Laureatosi a Cambridge, fece dell'Europa la sua casa, vivendo prima in Francia e poi in Germania, anche se i primi scritti attribuiti all'artista sono ancora in russo (motivo per cui si diffusero per lo più fra gli immigrati del suo paese).
Appassionato di farfalle, Vladimir Nabokov coltivò per gli insetti una passione che divenne una vera e propria professione. Nel 1940, quando si trasferì negli Stati Uniti (nel '45 prese la cittadinanza americana), lo fece per diventare ricercatore entomologo. Da allora scrisse in inglese. Naturalmente, il geniale scrittore non abbandonò mai la letteratura, tanto che in seguito, per ben undici anni insegnò letteratura russa alla Cornell University di Ithaca. Alternando per l'appunto l'attività di entomologo a quella letteraria (indimenticabile rimane una sua foto che lo ritrae in una boscaglia a con la retina in mano intento a cacciar farfalle).
Nel 1926 uscì il suo primo romanzo, "Masenka", a cui seguirono un paio di anni dopo "Re donna fante" e poi via via "La difesa di Luzin" (una storia basata su un'altra sua grande passione, gli scacchi), "L'occhio", "Camera oscura", "Gloria" e il racconto kafkiano "Invito a una decapitazione". Sono tutte opere che in gran parte si possono tutte definire capolavori, mirabili sintesi fra temi tipicamente russi, come quello dello sdoppiamento, e crisi del romanzo tipicamente europeo.
Ma uno scrittore come Nabokov non poteva rimanere neanche indifferente ad una realtà come quella americana, con i suoi drammi, le sue miserie e le sue contraddizioni. La solitudine tipica di una società così fortemente individualistica, il tema del soggetto sospinto da numerose forze di tipo seduttivo e commerciale non potevano essere ignorate dal grande spirito dell'artista russo.
Sull'onda emotiva di questa analisi introspettiva scrive "La vita vera di Sebastian Knight" e, nel 1955 pubblica il libro che gli darà fama imperitura, lo scandaloso e sublime "Lolita". Invero, con l'uscita di questo romanzo la notorietà di Nabokov schizza alle stelle in un batter d'occhio, subito il tema (quello della relazione morbosa fra un maturo professore e un'imberbe ragazzina), e lo stile del romanzo lo mettono al centro dell'attenzione critica internazionale, influenzando poi in seguito una schiera smisurata di autori.
Dal suo romanzo Stanley Kubrick realizzò il celebre film omonimo nel 62.
Passato il momento caldo di "Lolita", Nabokov diede alle stampe altri libri di grande spessore, come ad esempio "Pnin ironica esplorazione del mondo dei college statunitensi, e "Fuoco pallido" anch'esso ambientato nel mondo dei college. La capacità dello scrittore, anche in questo caso, di svelare ciò che si cela dietro le apparenze dell'uomo medio occidentale e nevrotizzato non hanno eguali. Alcuni romanzi ancora usciranno dalla penna di Nabokov, non tutti valutati come avrebbero meritato ed oggetto di tardive riscoperte.
Non bisogna poi dimenticare che Nabokov è stato anche un eccellente critico letterario. I suoi studi si sono concentrati soprattutto sugli autori della madre patria e fra i quali è doveroso citare almeno il fondamentale saggio "Nikolaj Gogol'"(1944). Importante, inoltre, la traduzione in inglese, con tanto di commento personale, dell' "Evgenij Onegin" di Puskin. Altri saggi su scrittori europei dell'Ottocento e del Novecento sono stati raccolti nelle postume "Lezioni di letteratura" (1980). Una raccolta di interviste e articoli, anche di argomento entomologico, è in "Opinioni forti" pubblicato in italiano anche con il titolo "Intransigenze".
Nabokov si è spento a Montreaux il 2 luglio 1977.

martedì 21 aprile 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 aprile.
Il 21 aprile 1945, prima tra le grandi città del nord, Bologna viene liberata dai tedeschi nell'offensiva delle truppe alleate.
Già la mattina precedente, il 20 aprile, il battaglione “Goito” muove all’attacco di Poggio Scanno ed il plotone arditi che lo precede per “pulire” la strada raggiunge l’obiettivo e lo conquista, ma nidi di mitragliatrici nascoste seminano la morte fra il reparto. Gli altri reparti del Gruppo, divisi in diverse colonne per superare più facilmente gli ostacoli opposti dal terreno, respingono ed aggirano gli elementi ritardatari nemici. Il numero dei prigionieri e l’entità del bottino di guerra aumenta continuamente e tutte le colonne procedono cercando di raggiungere ad ogni costo il nemico . Il IX e il Goito si ritrovano a Botteghino di Zocca. Il battaglione “L’Aquila” raggiunge, lungo la valle dell’Idice, Fornace del Gobbo, catturando prigionieri, armi e materiali; scavalca poi le alture tra le due valli, passa in valle Zena per sostenere il IX ed il “Goito. Il battaglione “Piemonte”, autotrasportato, raggiunge S. Benedetto del Querceto. Anche il 68° reggimento attacca, superando vasti campi minati e proteggendo la destra del Corpo d'armata. Alla sera giungono le congratulazioni del Generale Keyes per la conquista di monte Armato e Poggio Scanno; nonché gli ordini per il giorno 21, nel quale di Gruppo “Legnano” deve conquistare monte Calvo, tenere il contatto con la 34° divisione e col X Corpo d’Armata, tagliare la strada ad oriente di Bologna, attaccare da est le difese della città e presidiarla nella parte corrispondente al suo settore d’azione. Per avanzare più rapidamente, i reparti vengono autorizzati a portare soltanto armi e munizioni. Le truppe marciano e combattono senza posa da 48 ore e sono esauste; ma la certezza della vittoria mette le ali ai piedi dei soldati. I Bersaglieri del “Goito” e gli arditi del IX reparto muovono all’alba, raggiungendo monte Calvo alle ore 7, superano il Savena senza incontrare resistenza ed alle ore 9,30 entrano, finalmente, a Bologna, dove la popolazione li accoglie con commoventi manifestazioni di giubilo e di riconoscenza. Gruppi partigiani hanno intanto già preso possesso dei principali edifici pubblici (Prefettura, Questura, Comune, Carcere, Caserme) e controllano le strade del centro.
Come era successo a Montecassino, ai polacchi viene chiesto di regolare per primi e per l’ennesima volta i conti col nemico. Durante un incontro tra il generale Anders e il generale Clark, nuovo comandante delle armate alleate in Italia, si discute della possibilità che siano i soldati polacchi a liberare Bologna. Sul via libera del generale americano influisce la volontà di risarcire un corpo di spedizione che ha pagato duramente la sua partecipazione alla campagna d'Italia e che vede il suo paese in gran parte occupato dall'esercito sovietico. A loro insaputa però i tedeschi di Von Sengen rinunciano ad asserragliarsi a Bologna. Nella notte tra il 20 e il 21 aprile l'esercito tedesco abbandona le linee alla periferia della città e inizia una rapida ritirata verso il Po. Le truppe e gli automezzi tedeschi transitano da porta Mazzini, ma evitano di entrare nel centro storico, minacciato dalle bande partigiane. Assieme ai soldati tedeschi fuggono dalla città molti dei collaboratori fascisti.
Quando sfilano i Bersaglieri del Goito i polacchi sono già in città da tre ore e molti hanno già regolato il conto coi pochi tedeschi trovati. Il II Corpo polacco entra per primo a Bologna alle 6 del mattino, accolto con entusiasmo dalla popolazione. La bandiera polacca viene issata sul balcone del Palazzo municipale e poi sulla Torre degli Asinelli.
Nella tarda mattinata dal balcone di palazzo d'Accursio si affacciano il presidente del CLN regionale Antonio Zoccoli, il prefetto Gianguido Borghese e il nuovo sindaco designato Giuseppe Dozza. L'ex podestà fascista Mario Agnoli, intervenuto per passare le consegne alla nuova amministrazione, viene lasciato libero di allontanarsi dal palazzo comunale sotto la protezione di padre Casati e verrà ospitato per qualche tempo nel convento domenicano.

lunedì 20 aprile 2015

ART 3.0: AutoRiTratto di Marco Orsucci

 
 
 

Marco Orsucci si racconta così prima di rispondere alle nostre domande: “Sono nato 'sfollato' nel '44 ad Altopascio da famiglia livornese. Figlio di orafo, probabilmente il mio destino sarebbe stato quello di intraprendere il mestiere di mio padre. La ventura (non posso dire fortuna) è stata quella di realizzare, da giovanissimo, piccole sculture in creta che hanno suscitato un coro di "ma quanto è bravo! Ma come è creativo! Mandiamolo a studiare a Firenze" e mi sono salvato da un istituto per geometri
 
                                                 Leggi L'intervista

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 aprile.
Il 20 aprile 1998 ha inizio il processo per l'uccisione di Marta Russo.
Tra le 11:35 e le 11:40 del 9 maggio 1997 Marta Russo, 22 anni, studentessa del terzo anno della facoltà di Giurisprudenza, viene colpita alla testa da un proiettile e si accascia al suolo accanto all'amica Iolanda Ricci che le cammina a fianco. Il suo ferimento avviene nella città universitaria di Roma, nei pressi di un’aiuola che si trova fra le facoltà di Scienze statistiche e Scienze politiche. Le condizioni della ragazza appaiono subito disperate.
Appare subito chiaro agli investigatori che la ragazza non era l'obiettivo di chi ha sparato: si pensa che il colpo sia partito dai bagni a piano terra della facoltà di Statistica. Impossibile stabilire il calibro del proiettile, frantumato nell'impatto. Tutte le piste sono aperte.
Dopo cinque giorni di agonia Marta Russo muore. I suoi organi vengono espiantati e donati.
Le analisi della polizia scientifica scoprono “tracce significative” di polvere da sparo sul davanzale della finestra dell'aula 6 dell'Istituto di Filosofia del Diritto della facoltà di Scienze Politiche. Le indagini vengono estese ai dipendenti di questa facoltà. Si apprende che le persone indagate per omicidio sono più di 40; si tratta di docenti, assistenti e amministrativi che lavorano all'Istituto di Filosofia del diritto.
L'esame del puntamento laser conferma che il colpo è partito dall'aula 6. Questa conclusione balistica verrà contestata ed in seguito risulterà fortemente dubbia.
Il professor Bruno Romano, direttore dell'Istituto di Filosofia del diritto della facoltà di Giurisprudenza, viene posto agli arresti domiciliari con l'accusa di favoreggiamento nei confronti dell'omicida. Secondo l'accusa, Romano avrebbe fatto pressioni sui testimoni perché non rivelassero chi era presente il 9 maggio nell'aula 6; si apprende che la testimonianza chiave è stata resa agli inquirenti da Maria Chiara Lipari, assistente di Bruno Romano. La donna subito dopo il ferimento a morte di Marta Russo, aveva riferito al prof. Romano di avere visto un gruppo di persone nell'aula 6 dell'istituto, tra cui un assistente. Il prof. Romano avrebbe detto alla Lipari: “Andare cauti con le dichiarazioni agli inquirenti e non rovinate il buon nome dell'istituto”.
Il 14 giugno, a un mese esatto dalla morte di Marta, sono arrestati gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, oltre all’usciere Francesco Liparota. Questi, arrestato per concorso in omicidio, ritratta completamente la versione dei fatti fornita al Gip, Gugliemo Muntoni, e al pm Carlo Lasperanza. Non è vero, avrebbe detto Liparota, che la mattina del 9 maggio alle 11,42 mi trovavo nella stanza n.6 dell' istituto di Filosofia del diritto, non è vero che ho visto Giovanni Scattone sparare e poi riporre la pistola nella cartella di Salvatore Ferraro.
Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro negano tutto: la loro parola contro quella dei testimoni.
Dopo una settimana di arresti domiciliari, il direttore dell’Istituto di Filosofia del Diritto, il professor Bruno Romano, è di nuovo un libero cittadino ed insieme a lui il direttore della biblioteca Maurizio Basciu e la segretaria Maria Urilli. Anche se la pistola (e il bossolo) non è stata trovata, gli investigatori sono convinti che ormai le indagini sono nella fase conclusiva. Affermano di avere in mano tutti gli elementi per provare che il 9 maggio nell’aula sei, sotto gli occhi della segretaria Gabriella Alletto, dell'usciere Francesco Liparota e dell'assistente Salvatore Ferraro, l'altro assistente, Giovanni Scattone, ha impugnato un’arma e ha sparato.
Dalle carte dell’inchieste emerge che Gabriella Alletto fino al 14 giugno ha sempre negato di essere entrata nella stanza n. 6 dell'’Istituto di Filosofia del Diritto. Comparsa per otto volte davanti a magistrati e investigatori, la segretaria dell'’Istituto aveva sempre detto di non essere mai entrata nella stanza da dove sarebbe partito il proiettile che uccise Marta Russo. Emerge anche che fino al 14 giugno gli inquirenti avevano insistito sulle modalità attraverso le quali era stata assunta all’Università. In particolare il 27 maggio, in questura, l’Alletto affermava di aver ottenuto il lavoro “per chiamata nominativa” in virtù dell’interessamento di una persona “che non ha niente a che vedere con questa storia”. Sui motivi della sua assunzione, la Alletto, il 29 maggio successivo cambiava versione e dichiarava di essere stata assunta per un’invalidità “pari al 35% alla schiena riconosciuta dalla commissione di prima istanza di Atripalda (Avellino)”.
La procura incarica due nuovi periti balistici di ripetere da zero gli accertamenti. Il proiettile sparato risulta compatibile con ben nove tipi di arma, compresa una carabina. Per quanto riguarda le tracce di sparo, i periti hanno rilevato sul davanzale della finestra dell’aula n. 6: una particella contenente Antimonio più Bario e una contenente Piombo e Antimonio, appartenenti alla classe residui dello sparo. In una breve nota, i periti affermano che “la particella contenente Antimonio e Bario è ritenuta in letteratura univocamente caratteristica dei residui dello sparo”.
Errori “di rilevazione merceologica”, valutazioni errate o “assurde”, “macroscopiche negligenze compiute dagli operatori”: la difesa di Ferraro e Scattone contrattacca con una perizia balistica fortemente critica nei confronti dei rilievi della Polizia scientifica. I tecnici della polizia giudiziaria avrebbero commesso “un errore grossolano” nel valutare il diametro del proiettile che ha colpito Marta Russo, che, in base alle dimensioni delle impronte di rigatura riferite dagli stessi tecnici, sarebbe di 5.13 mm. e non di 5.5 mm. Questo comporterebbe, di conseguenza, un'errata individuazione delle caratteristiche generali dell'arma che ha sparato. Per la difesa anche l'ipotesi che si tratti di un proiettile “hollow point”, ossia a punta cava (indicata come “verosimile” dall'accusa) non regge.
Nel frattempo i giudici del Tribunale del Riesame stabiliscono che Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro devono restare in carcere in quanto l'omicidio di Marta Russo è "uno scellerato ed irragionevole gioco criminale". E ancora: “Il delitto ascritto agli indagati è di una gravità sconcertante proprio perché il movente che ha determinato l’azione omicida é l’assenza di un movente specifico direttamente connesso alla vittima”. Nell’ordinanza i giudici fanno riferimento anche all’”assoluta attendibilità” dei tre testi chiave, Maria Chiara Lipari, Gabriella Alletto e Francesco Liparota.
Il 19 luglio salta fuori un video dell’interrogatorio di Gabriella Alletto nell’ufficio del pubblico ministero Carlo Lasperanza. Si riferisce a quando la teste negava di essere stata all’interno dell’aula 6 al momento dello sparo. In quel frangente Lasperanza aveva convocato sia la Alletto sia il cognato, il vice ispettore di Ps, Luigi Di Mauro. Nel video si vede il magistrato uscire dalla stanza con una scusa, lasciando soli i due. La donna, anche di fronte alle sollecitazioni del cognato, dice di non essere entrata nella stanza al momento del delitto. Nei giorni successivi la donna però modificò il suo atteggiamento, accusando Scattone e Ferraro del delitto.
Il 31 luglio 1997, al termine di un incidente probatorio le dichiarazioni di Gabriella Alletto acquisiscono valore di prova e saranno acquisite agli atti del dibattimento. La Alletto conferma tutto: “Scattone era nell'aula 6 e aveva una pistola in mano”. Ma alleggerisce la posizione di Ferraro: “Era scostato dalla finestra, non poteva vedere quello che succedeva di sotto”.
Sono nove le richieste di rinvio a giudizio presentate dalla procura di Roma a conclusione dell’inchiesta. Omicidio volontario e porto illegale di armi sono i reati contestati a Giovanni Scattone, Salvatore Ferraro e Francesco Liparota. Il reato di favoreggiamento riguarda il direttore dell’Istituto di filosofia del diritto Bruno Romano, il direttore della biblioteca Maurizio Basciu, la segretaria Maria Urilli, Gabriella Alletto (che e' anche la supertestimone dell’inchiesta) e l’amica di Ferraro, Marianna Marcucci. Il rinvio a giudizio è chiesto anche per il bibliotecario della facoltà di Lettere Rino Zingale, al quale la procura contesta i reati di falso, abuso e violazione sulla legge sulle armi.
Dal processo che procede senza sorprese arriva la notizia che una perizia ordinata dalla corte d’Assise sostiene che sono quattro i punti della zona in cui cadde Marta Russo compatibili con la traiettoria del proiettile che uccise la studentessa. Dei quattro punti, tre sono finestre sulla facciata dove si trova quella dell'Aula 6, mentre la quarta si troverebbe nell'edificio di Fisiologia. La perizia aggiunge anche che non ci sono “elementi tecnici che indichino il coinvolgimento degli imputati in quello sparo”. Le indagini chimiche, condotte dal professor Carlo Torre, rilevano che “tra tutti i prelievi eseguiti su indumenti e borse degli imputati è stata rinvenuta solo una particella classificabile come esclusiva dello sparo ed essa è stata individuata su di una superficie esposta a facili inquinamenti”.
“La particella prodotta da uno sparo è sferica, quelle trovate sul davanzale dell'aula 6 sono tutto meno che tonde”. E' questa una delle tante ragioni, esposte in aula dai tecnici nominati dalla corte d’Assise, autori della perizia che ha messo in crisi l’accusa, per cui secondo gli esperti d'ufficio non si può indicare con certezza l'aula 6 come il luogo dove maturò l'omicidio di Marta Russo.
Il professor Carlo Torre spiega che particelle della stessa natura di quelle trovate sul davanzale dell'aula 6 (cioè, binarie) sono state trovate “diffuse sugli edifici circostanti”. Inoltre, il professore sostiene che “solo le particelle ternarie sono giudicate affidabili, dunque esclusive dello sparo”. Nessun elemento di certezza sull'aula 6 proviene dalla perizia balistica esposta in aula dal professor Paolo Romanini. Il perito spiega che “se il killer avesse sparato dalle finestre 1, 3, 4 e 6 si sarebbe dovuto sporgere”. Inoltre, in questo caso il bossolo sarebbe stato in ogni caso espulso all’esterno.
Il professore precisa che se l'omicida avesse sparato dalle finestre 7 e 8 (il bagno degli uomini e i locali in ristrutturazione, entrambi al piano terra) poteva rimanere all'interno senza sporgersi, il rumore del colpo sarebbe stato attutito dai locali e la distanza dalla vittima sarebbe stata congrua.
Ciononostante i pubblici ministeri chiedono la condanna di Scattone e Ferraro per omicidio volontario, a 18 anni di reclusione. Chiesta l’assoluzione per tutti gli altri imputati ad eccezione di Francesco Liparota per il quale la procura chiede una condanna a cinque anni e nove mesi. Per la superteste, Gabriella Alletto, viene chiesto un solo mese di reclusione per favoreggiamento.
Il 1° giugno 1999 la Corte d’Assise condanna Giovanni Scattone a 7 anni di reclusione per il reato di omicidio colposo. 4 anni a Salvatore Ferraro per favoreggiamento personale. I due vengono immediatamente scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Assolti tutti gli altri imputati.
Evidente la sconfitta della procura di Roma che per i due principali imputati aveva chiesto una condanna a 18 anni per omicidio volontario. Per Liparota erano stati chiesti 5 anni e 9 mesi (assolto). Per il prof. Romano addirittura 4 anni (assolto).
Nel processo d'appello iIl procuratore generale Luciano Infelisi (era sostituto procuratore ai tempi del caso Moro) chiede 22 anni per Scattone e 16 per Ferraro. Quattro anni per Liparota, accusato di favoreggiamento.
Il 6 dicembre 2000 il procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni ed il sostituto Carlo Lasperanza, grandi accusatori di Ferraro e Scattone, vengono prosciolti dal gip di Perugia Giancarlo Massei dall’accusa di avere commesso i reati di abuso di ufficio e violenza privata nell’interrogatorio di Gabriella Alletto, testimone chiave dell’inchiesta. Secondo la procura di Perugia i due magistrati romani avevano sottoposto la testimone ad una “pressione psicologica” che esulava “da un legittimo contesto investigativo”. Quando basta guardare il video di quell’interrogatorio per convincersene.
Il 7 febbraio 2001 la Prima corte d’Appello condanna Giovanni Scattone ad otto anni di reclusione per omicidio colposo e due milioni di euro di multa. Salvatore Ferraro a sei anni e a una multa di due milioni di euro; Francesco Liparota a quattro anni di reclusione per il reato di favoreggiamento personale. Inoltre Ferraro e Scattone dovranno rifondere le spese sostenute in questo processo dalle parti civili: 20 milioni all’Università La Sapienza; circa 61 milioni al padre; circa 71 milioni alla madre e circa 67 milioni alla sorella di Marta Russo.
Al processo in Cassazione il procuratore generale Vincenzo Geraci considera “contraddittoria e illogica” e “non sostenuta da alcuna motivazione” la sentenza di secondo grado e chiede l’annullamento della stessa con rinvio ad altra corte d’Appello.
Il 6 dicembre 2001 la corte di Cassazione gli dà ragione. Il processo è da rifare.
Il 15 ottobre 2002 comincia il secondo processo d’Appello per l’omicidio di Marta Russo davanti ai giudici della seconda Corte presieduta da Enzo Trivellese. Il procuratore generale Antonio Marini insiste e ribadisce la richiesta di condanna a 22 anni per Scattone e Ferraro già avanzata nel primo processo d’Appello del suo collega Luciano Infelisi.
La seconda Corte d’Appello di Roma condanna Giovanni Scattone a sei anni di reclusione per omicidio colposo, Salvatore Ferraro a 4 anni e 6 mesi per favoreggiamento e Francesco Liparota a 2 anni, sempre per favoreggiamento.
Il 15 dicembre 2003 la V sezione penale della Cassazione condanna definitivamente Scattone a 5 anni e 4 mesi di reclusione; Ferraro a 4 anni e 2 mesi; assolve Liparota. Eliminata la interdizione dai pubblici uffici. Lo stesso giorno Scattone viene arrestato e condotto in carcere. Con il carcere preventivo Ferraro ha già scontato la pena.
Il 2 aprile 2004, dopo 28 mesi di reclusione tra carcere preventivo e detenzione, torna in libertà Giovanni Scattone. Il Tribunale di Sorveglianza lo ammette all’affidamento in prova ai servizi sociali, attività che gli consentirà di scontare in libertà il residuo di pena.
Nel 2011, scontata la pena e non più interdetto dai pubblici uffici, Giovanni Scattone va a insegnare storia e filosofia presso il liceo scientifico Cavour di Roma - dove aveva studiato a suo tempo Marta Russo - generando pareri contrastanti tra insegnanti, genitori e studenti, che non tutti condividevano l'interdizione dall'insegnamento. Dopo un periodo di polemiche accese, il supplente decide di abbandonare l'incarico. Oggi insegna filosofia al Liceo Primo Levi.
La salma di Marta riposa a Roma nel cimitero del Verano.

domenica 19 aprile 2015

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 aprile.
Il 19 aprile 1968, oltre ad aver visto i natali di chi vi parla, fu teatro di una rivolta operaia senza precedenti a Valdagno, alla fabbrica tessile della Marzotto.
Per quel giorno le organizzazioni sindacali avevano proclamato uno sciopero generale dei tessili di Valdagno, era l’ennesimo sciopero contro la ristrutturazione messa in atto dall’azienda che comportava tagli occupazionali ed aumenti dei ritmi di lavoro, ma la massiccia presenza di polizia e carabinieri schierati a difesa della “libertà di andare al lavoro” fece aumentare la tensione sociale fino a dar luogo nel pomeriggio a violentissimi scontri fra i manifestanti e le forze dell’ordine. Gli scontri durarono fino a notte fonda, ed in quelle ore la rabbia operaia si scagliò contro i simboli del dominio dei Marzotto sulla città. Ma fu un gesto, in particolare, a colpire l’immaginario collettivo: l’abbattimento da parte dei dimostranti della statua del fondatore della dinastia industriale Gaetano Marzotto Senior.
L’episodio ebbe larga risonanza sulla stampa nazionale ed inaugurò una lunghissima stagione di lotte operaie che in Italia durerà all’incirca un decennio ed avrà il suo momento più alto nell’autunno 1969, passato alle cronache come “l’Autunno caldo”.
Valdagno aveva rappresentato sino ad allora l’ultimo esempio di città sociale, di comunità strettamente legata e dipendente dall’industria dei Marzotto; per questo la statua a terra assunse una forte valenza simbolica. Calpestando l’immagine del padre-padrone la classe operaia valdagnese rompeva una secolare subordinazione; il vento della rivoluzione che stava scuotendo le università di tutto il mondo e che nel mese successivo avrebbe investito la Francia intera, aveva toccato anche la classe operaia più mansueta d’Italia.
Il venerdì lo sciopero doveva iniziare alle sette – un’ora dopo l’inizio del primo turno – ed attivisti operai, commissari interni e dirigenti sindacali si presentarono di buonora davanti ai cancelli per organizzare i picchetti, ma trovarono schierato un consistente numero di carabinieri. Già durante l’ultimo sciopero del 10 aprile essi erano intervenuti, ma quel mattino la loro presenza venne rafforzata dall’arrivo verso le 7:30 degli agenti di P.S., giusto in tempo per garantire l’ingresso degli impiegati alle 8. Nell’area antistante l’ingresso si andavano concentrando gli operai diurni, quelli del turno di notte e quelli del primo turno, molti dei quali erano donne, che uscivano dopo un’ora di lavoro.
Gli scioperanti cercarono di fermarsi sulla scalinata e in portineria in modo tale da ostruire il passaggio, ma i carabinieri decisero di farli sgomberare per garantire un corridoio di accesso alla fabbrica. L’operazione non avvenne però senza tensioni, i modi brutali e senza troppi riguardi per uomini o donne impiegati dai militi provocarono le reazioni dei manifestanti. Volarono così i primi calci e pugni. La situazione rimase sotto controllo, ma l’ambiente si stava surriscaldando.
Nel corso della mattinata arrivò un reparto della Celere, ma anche nel fronte opposto cresceva il numero dei manifestanti. Alcuni studenti universitari avevano volantinato davanti alle scuole superiori di Valdagno incitando gli studenti a solidarizzare con gli operai in lotta, ed un corteo di circa 300 studenti raggiunse i cancelli della fabbrica.
Le scaramucce fra scioperanti e forze di polizia continuavano tanto che – ad un certo punto – il vicequestore ordinò la carica che obbligò i dimostranti a ripiegare, ma non riuscì a disperderli. La tensione poi diminuì, però la gente non se ne tornava a casa, anzi agli operai tessili si andavano aggiungendo altri lavoratori, semplici cittadini e curiosi. Non c’era da meravigliarsi che accadesse, visto che mai prima di allora s’era vista tanta polizia schierata, né tanti operai decisi ad affrontarla.
Manifestanti e forze dell’ordine rimasero schierati uno di fronte all’altro per l’intera giornata e momenti di tensione si alternarono ad altri di relativa quiete, finché nel tardo pomeriggio accadde un fatto che fece precipitare la situazione. In uno dei tanti scontri, i carabinieri catturarono due manifestanti e li trascinarono all’interno della portineria. I sindacalisti presenti intervennero per ottenere il loro immediato rilascio, ma le forze di polizia chiedevano in cambio lo scioglimento della manifestazione. Quando i negoziatori uscirono dalla portineria, annunciarono il rilascio dei due fermati, ma avvertirono anche che la manifestazione doveva considerarsi conclusa invitando i dimostranti a tornare a casa e «che da quel momento ognuno si sarebbe assunta la responsabilità di ulteriori incidenti».
La richiesta venne accolta con urla e fischi e partirono le prime pietre che infransero i vetri dello stabilimento, una di queste colpì un agente. La reazione non si fece attendere, il vicequestore indossò la fascia tricolore ed ordinò la carica.
Gli agenti cominciarono a sparare bombe lacrimogene ed i manifestanti risposero intensificando la sassaiola. Per procurarsi le pietre vennero divelte anche le spallette in travertino del ponte pedonale detto “del tessitore” e il muretto di cinta della stazione. Carabinieri e polizia furono costretti ad asserragliarsi all’interno dello stabilimento, tentarono più volte delle sortite, ma ogni volta la sassaiola riprendeva. Gli scontri avevano galvanizzato i manifestanti, oramai la rabbia era incontenibile e si riversò contro le proprietà dei Marzotto. Mentre le forze dell’ordine ingaggiavano scontri nell’area antistante la fabbrica, dimostranti devastarono l’atrio dell’Hotel Pasubio Jolly. Sorte analoga toccò al Magazzino della Lana i cui manichini vennero gettati nelle acque dell’Agno. Le ville di alcuni dirigenti dell’azienda.e quella di Paolo Marzotto furono prese d’assalto e la staccionata in legno di quest’ultima venne incendiata.
Pare che ci fosse stato anche un tentativo – sventato dai militi – di assaltare la locale caserma dei carabinieri. L’accensione di diversi falò portò all’intervento dei vigili del fuoco, vennero allertate anche le unità di Arzignano e Vicenza che furono bloccate dai manifestanti.
Tuttavia l’atto che suscitò più scalpore fu l’abbattimento della statua di Gaetano Marzotto Sr, fondatore della dinastia. Il monumento si trovava in Piazza Dante, poco lontano dall’ingresso dello stabilimento, dove era stato eretto nel 1955. Alcuni manifestanti lo presero d’assalto, incitati dalla gente che gremiva la piazza.
Quanto durarono gli scontri? È difficile stabilire con esattezza la durata della rivolta né è possibile una precisa ricostruzione della dinamica degli eventi. Troppo diverse sono le cronologie fornite nelle ricostruzioni e nemmeno le testimonianze dirette aiutano a far chiarezza. I diversi resoconti divergono – a volte in maniera considerevole – sugli orari degli avvenimenti tanto da evocare la «sospensione del tempo storico nella rivolta».
In ogni caso, in simili frangenti, è la confusione a dominare, inevitabilmente.
A dettare una svolta a quanto stava succedendo fu l’arrivo dei rinforzi di polizia – un altro reparto Celere ed uno di “baschi blu” – che avvenne fra le 22:00 e le 23:30. Le forze dell’ordine – ora numerosissime – contrattaccarono disperdendo i manifestanti con lacrimogeni e, sembra, anche con altre bombe, pattugliando le strade, setacciando cantine e pianerottoli dei palazzi e fermando chiunque capitasse a tiro. La maggior parte dei fermi – a quanto pare – si concentrò in queste ultime ore della giornata.
Il bilancio degli scontri fu pesante: decine di fermati, di cui quarantadue arrestati e trasferiti al carcere di Padova e cinque denunciati a piede libero; le forze dell’ordine contarono cinquantotto fra feriti e contusi, mentre fra i dimostranti il numero dei feriti rimase imprecisato, perché solo pochi (i più gravi) si presentarono in ospedale, la maggior parte dei contusi evitò le cure pubbliche per non essere denunciati, ma stando alle testimonianze furono numerosi.

sabato 18 aprile 2015

#ART3.0 #AutoRiTratto di #FrancoMauroFranchi







Formose, cosciute, ricordano certe antiche madri tombali, scolpite con forma distorta, su lastre di pietra spessa e – come quelle madri arcaiche – si prestano all’osservazione umana e celeste. Sono, naturalmente, anche simboli, vere e proprie essenze metaforiche di fertilità: sembrano quasi presiedere e benedire – come regine – la nascita di un filo d’erba, la frescura della pioggia, l’orizonte tutto e, perchè no, il turista di passaggio. Donne, madri, forme in equilibrio che simboleggiano non solo la nascita ma la rinascita, in un continuo ciclo in divenire di vita eterna. Franchi cerca, attraverso gli occhi della mente, una bellezza primordiale e atavica.  Egli guarda, con gli strumenti di un attento osservatore e di un sapiente conoscitore, all’interno di una classicità scultorea. Indaga, studia, elabora e poi scolpisce o modella. Una ricerca mai affannosa, della figura, cardine e passepartout della sua arte. Figure divine, ma umanissime, di cui ci si innamora all’istante. Lo sguardo si posa sulla dolcezza delle curvature, percorrendo lentamente questa pelle di bronzo o di vetroresina: si viaggia, su questi corpi, come si viaggia attraversando un paese, un mondo, un universo.
da il pickwick

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 2002 alle 17.15 un imprenditore italo-svizzero, Luigi Fasulo, decolla da Lugano alla volta di Linate con il suo piccolo aereo privato. La sua intenzione è quella di andare a fare il pieno in Italia, che gli costa meno in quanto sdoganato, per poi utilizzarlo nei giorni successivi dovendo fare un viaggio lungo.
Durante il tragitto la torre di controllo di Linate gli comunica che la pista è impegnata, e lo invita a dirigersi nell'anello di attesa ATA, una speciale rotta ellittica nella periferia di Milano utilizzata appunto per attendere il via libera per l'atterraggio.
Fasulo comunica di avere problemi a un carrello; forse nel tentativo di mettere a posto l'avaria, disturbato anche dal sole che lo abbagliava, non si accorge di aver sbagliato rotta. All'ultimo momento vede davanti a sè la sagoma imponente del "pirellone", il palazzo costruito tra il 56 e il 61 per ospitare gli uffici della Pirelli (sul modello del celebre Pan Am Building di New York, ora Metlife) ed oggi sede dell'amministrazione della Regione Lombardia.
Un ultimo disperato tentativo di accelerare e virare non ha effetto: il Piper centra il ventiseiesimo piano del grattacielo, uccidendo il pilota stesso, due dipendenti della regione che si trovavano al piano e ferendo una trentina di persone anche in virtù dell'incendio che ne scaturì.
Gli echi dell'11 settembre, 7 mesi prima, sono ancora troppo forti per non pensare a un attentato.
Ma l'inchiesta, sebbene non chiarì completamente l'evento, portò ad escludere questa ipotesi. I figli sostenevano che Fasulo si fosse suicidato perchè messo sul lastrico da soci in affari non propriamente cristallini, ma la ricostruzione più accreditata parla di una concatenazione di tragici eventi che hanno portato alla tragedia.
L'edificio fu ripristinato a tempo di record, e già 2 anni più tardi veniva inaugurato il nuovo 26esimo piano, che oggi ospita un memoriale in ricordo delle vittime: Luigi Fasulo, pilota di 67 anni, l'avvocato Anna Maria Rapetti di 41 anni e la signora Alessandra Santonocito, di 39.

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